L’adolescenza è un momento della vita di grande opportunità. Il cervello dell’adolescente è al massimo della sua espansione ed al contempo altamente plasmabile. I genitori capaci di leggere ed interpretare i comportamenti dei figli adolescenti possono riconoscere i talenti e le grandi potenzialità dei ragazzi e a supportarli nella loro meravigliosa ed unica espressione di sé.
Lo stesso a scuola, gli insegnanti con i loro studenti. La sfida è anche in questo: sapere gestire e indirizzare le turbolenze che sono spesso la cifra della vita con gli adolescenti. Su questo tema leggiamo un contributo recente del giornalista Federico Taddia a partire da un libro uscito a febbraio dal titolo eloquente “L’età dello tsunami”…

“Quelli che ti piantano il muso. E un attimo dopo ti coccolano. Quelli che entrando in casa ti ignorano. E quando meno te l’aspetti ti saltano in braccio. Quelli che per far uscire una parola di bocca li devi implorare ma poi ti intasano WhatsApp di messaggi vocali. Quelli che «ma che ne sai tu di quello che penso?» e poi, nel bel mezzo di una silenziosa cena, ti interrogano sul perché della vita. Quelli che quando pensi di averci capito qualcosa ti spiazzano, a volte nel bene e a volte nel male, costringendoti a ripartire da zero. Senza certezze e carichi di dubbi. Benvenuti in quella vorticosa giostra che è l’adolescenza, la terra di mezzo della crescita, il campo di gioco tra genitori e figli dove le regole sono le più cangianti e inafferrabili, oggetto quotidiano di trattativa.

Ogni mattina, svegliando un adolescente, non sai cosa ti aspetti: non lo sai tu, padre o madre, ma non lo sa neppure lui, figlio o figlia. Baratri e gioie, lacrime e risate, affetto e conflitto, complicità e distanza: è un’onda – ora di leggera brezza marina, ora di fragorosa tempesta – che tutto travolge. Che fa «uscire di testa» gli adulti e fa sentire un po’ più adulti i teenager. È «L’età dello tsunami», come hanno intitolato il loro saggio lo psicoterapeuta Alberto Pellai e la psicopedagogista Barbara Tamborini, nel tentativo – riuscito – di stilare una sorta di libretto delle istruzioni della pre-adolescenza, per capire come e cosa cambia nel corpo e nel cervello delle ragazze e dei ragazzi e offrire a mamme e papà qualche strumento in più per affrontare con la giusta attitudine questa parentesi dell’esistenza. Sfatando false credenze, come quella che darebbe tutta la colpa alle tempeste ormonali, che hanno sì le loro responsabilità ma non sono totalizzanti. Così come non è vero che «basta aspettare: prima o poi passerà»: certo, passerà, ma in un periodo dove si integrano parte cognitiva e parte emotiva del cervello, avere un atteggiamento troppo lassista e permissivo potrebbe convincere i giovanissimi che nella vita hanno diritto a tutto, sdoganando il concetto che si possa e debba cercare il piacere e le emozioni senza subirne le conseguenze. E poi il rischio di trattarli da grandi, troppo da grandi: piccoli adulti desiderati a immagine e somiglianza di modelli presenti nella mente dei genitori. Non sono più bambini, giusto, ma non per questo si può pretendere che decidano da soli su questioni importanti. E’ fatica essere un’adolescente insomma, ma è fatica anche essere un padre e una madre. Un gap generazionale che il digitale ha amplificato così come non era mai successo nella storia dell’uomo. Vivono le relazioni su Facebook, trovano le risposte su Google, guardano la tv su YouTube, dialogano con Snapchat. Come i loro genitori spesso, ma meglio dei loro genitori. Ed è in questo mondo parallelo che il cyberbullismo trova le vie di propagazione.
Le esperienze più riuscite di prevenzione e alfabetizzazione al web dimostrano però che la battaglia in rete la si vince fuori dalla rete. Un sms bastardo, una presa in giro nel gruppo di WhatsApp o una foto pubblicata a tradimento su Instagram diventano sostenibili rafforzando l’«Io reale» e ridimensionando l’«Io virtuale»: lo sport, il vivere insieme, il teatro, l’arte, il dialogo, il proporre occasioni di comunità, il ridere, l’arrabbiarsi e l’emozionarsi, mostrando i sentimenti con lo sguardo e non con gli emoticons. «Il tesoro più grande che possiamo raccontare ai nostri figli è la capacità di costruire narrazioni, ossia di usare le parole per raccontare ciò che sta accadendo nella loro vita – scrivono Pellai e la Tamborini – E’ un modo per dare ai fatto il giusto significato, per renderli più comprensibili a sé e agli altri». Gli adolescenti. Quelli che quando dicono «non ho bisogno di te» stanno gridando «sai, forse ho bisogno di te»

La giostra degli adolescenti di Federico Taddia La Stampa