Figlio eroinomane

Salve, mio figlio è eroinomane maggiorenne e con famiglia. Vorrei farlo ragionare e accettare di andare in comunità ma lui non accetta consigli e chiede soltanto soldi e attenzione. Vorrei far leva sulla responsabilità verso un figlio di appena 2 anni ma lui mi tappa la bocca dicendo che starà meglio senza un padre. E’ giusto metterlo davanti alle sue scelte o tollerarlo e compatirlo come vorrebbe lui? Ha cominciato con le droghe a 14 anni ed è passato gradatamente all’eroina da circa 2 anni. Grazie.

Possesso stupefacenti

Buongiorno, durante un concerto mia figlia è stata fermato dai cani della guardia di finanza, ed è risultata in possesso di 5,4 grammi di marijuana e gli è stato contestato l’articolo 75.
Ora mi domando siccome la quantità era elevata cosa gli può succedere?
Grazie.

L’USO DI STUPEFACENTI PUÒ DARE DISTURBI DI PERSONALITÀ ANCHE A DISTANZA DI ANNI?

Ho 25 anni, fino ai 18 ho fatto uso di marijuana e successivamente ho “provato” sostanze sintetiche, ma mai in modo costante.

Quattro anni fa ho avuto episodi di «dispercezioni» visive, che ora sembrano molto attenuati. Ho anche sofferto di attacchi di panico e di disturbo d’ansia, che da piu di un anno non si presentano più. Mi sono però accorto che nella mia vita manca quella che definirei una «cosciente identità».

Spesso mi trovo a emulare altre persone e me ne accorgo solo dopo averlo fatto.

Mi rendo conto di agire in base a ciò che il partner si aspetta, non sono mai me stesso, probabilmente perché non so proprio chi io sia. Questa situazione va avanti da tempo ma ora mi sono accorto che si tratta di una condizione psichiatrica, che si può definire «ambiguità»: il non sapere che cosa si prova, amore/odio, la tentazione del mimetismo. Vorrei sapere, ora che almeno ho preso coscienza del problema, in che modo «lavorare» per uscire da questo tunnel nel quale ormai viaggio da anni.

RISPONDE GIOVANNI MIGLIARESE, Psichiatra, Dipartimento Neuroscienze, az.osp. Fatebenefratelli, Milano – Corriere della Sera 22 May 2016

La sua è una domanda complessa, che immagino faccia parte di una storia a sua volta complessa. Per “uscire dal tunnel” credo siano necessarie alcune considerazioni preliminari. Lei cita un uso precoce di sostanze con azione sul sistema nervoso centrale, dapprima marijuana e, secondariamente, sostanze sintetiche. Sembra collegare a questo utilizzo lo sviluppo di una sintomatologia prettamente psichiatrica caratterizzata dapprima da dispercezioni e poi da attacchi d’ansia.

Parla poi del senso di sé e della difficoltà di definire una «cosciente identità di sé», con emulazioni, sentimenti di amore/odio, difficoltà a essere se stesso. Questi due aspetti della sua vita (l’uso delle sostanze e la sensazione d’ambiguità) possono essere correlate. È ormai accertato che il THC (il principio attivo della cannabis), soprattutto ad alti dosaggi (come quelli che si ritrovano nella cosiddetta “skunk” o nei cannabinoidi sintetici) può causare una sintomatologia significativa, comprese dispercezioni, parziale distacco dalla realtà, ansia, anche in seguito ad un uso sporadico. Inoltre la cannabis, se usata costantemente, è stata associata alla cosiddetta sindrome amotivazionale, cioè una condizione in cui il soggetto fatica a trovare interesse e motivazioni per ogni attività, anche quelle piacevoli.

L’effetto di queste sostanze è particolarmente significativo in giovane età poiché il cervello tra i 12 e i 25 anni subisce forti modificazioni, con la formazione di reti neurali più efficienti e lo sviluppo progressivo di aree cerebrali differenti, ad esempio quelle legate al piacere e alla modulazione dei comportamenti.

Vi possono essere effetti direttamente causati dalle sostanze sulle vie di trasmissione del cervello, ma le sostanze possono anche slatentizzare una predisposizione a certi quadri clinici o renderli manifesti.

Esperienze interiori anomale possono essere riscontrate in diverse forme di malessere psichico e richiedono quindi interventi diversi.

Il senso di sé, o anche, il concetto di identità, è un concetto complesso, varie volte affrontato nella letteratura psichiatrica: si costruisce in senso dialogico, a partire dalle proprie percezioni e in rapporto con l’altro e il mondo esterno. Proprio per questo è importante che lei affronti queste tematiche all’interno di una relazione di cura, con un collega che, dopo un’attenta valutazione possa consigliarle l’intervento più idoneo, che può prevedere sia l’intervento psicoterapico sia quello psicofarmacologico, ma anche la partecipazione a gruppi e ad attività tese a aumentare la consapevolezza.

 

Ho un figlio adolescente “hikikomori”

Buonasera GenitoriInCorso, ho un figlio adolescente hikikomori. Si leggono articoli interviste, stime, censimenti, disamina dei sintomi/segnali ecc. ecc. ecc. ecc. ma c’è qualcuno che a parte discorsi e conteggi che se ne fanno ha capito se esiste un modo per rientrare in contatto con queste persone così delicate, per aiutarle a ri-uscire dalle tane? Quale “tasto” premere più o meno intensamente per incoraggiarli a fidarsi e fargli venire la voglia di provare a riaffacciarsi nel mondo “fuori”?Come caspita si fa a parlare di sedute di psicoterapia quando gli itinerari più “esterni” di un hikikomori vanno dalla camera al bagno e dalla camera alla cucina quando nessuno è in giro e soprattutto secondo loro non hanno bisogno di alcun aiuto? Grazie. Madre stremata.

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