Figli minori in rete e sui social network: educare e controllare

Già dall’età pre-adolescenziale i giovani si approcciano agli strumenti tecnologici e trascorrono la maggior parte del tempo a chattare e a condividere foto e video sui principali social network.  L’interazione quotidiana con Internet da parte dei minori dovrebbe essere monitorato costantemente dai genitori per evitare la violazione del diritto della privacy e per inibire l’insorgenza di problematiche legate al cyberbullismo e alla pedopornografia.

Tutelare la privacy dei minori, ma come comportarsi?

Con l’entrata in vigore del GDPR (General Data Protection Regulation), il tema dei minori e della tutela della loro privacy ha assunto un’importanza sempre più rlevante. La stessa la piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp ha alzato da 13 a 16 anni l’età minima per l’utilizzo del suo servizio all’interno dell’Unione europea.

Questo non significa che gli under 16 non possono utilizzare la piattaforma, ma i genitori devono supervisionare le conversazioni Whatsapp. Infatti  si legge all’art. 8 del Regolamento che: “per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”. Questa disposizione regolamentare avrebbe l’ l’obiettivo di ridurre i rischi derivanti dal costante e quotidiano utilizzo dei social tramite smartphone e dalla conseguente circolazione di informazioni e di contenuti postati dagli utenti, in particolare dai nativi digitali.

Il problema principale  rimane  quello della consapevolezza dei ragazzi: i loro diritti devono essere tutelati ad hoc, alla luce del nuovo modo di vivere e di interagire con il web e, in particolare, con i social. Dinanzi a questo nuovo modo di raccontarsi e di instaurare una relazione con altri  è necessario educarli a capire come, attraverso il digitale, possono influenzare il mondo che li circonda.

Quindi assecondarli nell’utilizzo dei social  spiegando loro i rischi insiti e derivanti dallo stare troppe ore connessi . Far comprendere ai ragazzi che esistono dei livelli di privacy da attivare per evitare  seri rischi legati alla diffusione ed alla condivisione delle immagini e dei video. Una volta in rete questi materiali sono di dominio pubblico ed è facile che la privacy sia violata da qualche malintenzionato.

Educare, ma anche controllare.  La vigilanza rimane nelle mani dei genitori insieme  al compito di  spiegare ai propri figli che c’è una differenza tra vita privata e quella pubblica.

E’ possibile un controllo sistematico attraverso appositi “software spia” (si tratta di  applicazioni  concepite per un utilizzo legale e per tale motivo sarà responsabilità dell’utente utilizzarle in modo legale). Sono disponibili moltissime app (alcune gratutite altre a pagamento)  eccone alcune segnalate  ai genitori dagli addetti ai lavori:

Phone Tracker: app gratuita per Android che consente di monitorare i dati di localizzazione GPS, il registro delle chiamate in entrata e in uscita, i messaggi in entrata e in uscita e la cronologia dei siti web visitati. I dati raccolti possono essere controllati andando sul sito PhoneTracker.com.

Family Link: app di Google e che permette di controllare l’utilizzo dello smartphone dei figli (fino ai tredici anni). scaricare l’app e iscriversi al servizio. L’e-mail utilizzata dall’adolescente deve essere collegata a quella del proprio genitore: in questo modo ogni volta che vorrà scaricare una nuova app dovrà avere il permesso. Inoltre, il genitore può controllare anche l’utilizzo dello smartphone e quanto tempo ha passato sulle applicazioni. Si potrà impostare anche il parental control.

TheOneSpy: disponibile sia sul Google Play Store sia sull’App Store permette l’accesso alle informazioni che sono inviate a un portale dove gli unici ad avere l’accesso sono i genitori. Oltre ad ascoltare le chiamate effettuate, è possibile controllare la cronologia del browser. 10 euro al mese

MSpy:  compatibile sia con Android che con iPhone è in grado di monitorare anche le attività su applicazioni come SnapChat e WhatsApp. I dati raccolti possono essere controllati da un portale Web cui è possibile accedere con un qualsiasi browser. Il pacchetto base, adatto al monitoraggio delle attività dei figli minorenni, parte da circa 20 euro al mese.

Flexispy:  intercetta i messaggi delle conversazioni di Whatsapp e consente  di visualizzare alcune informazioni degli utenti che stanno parlando in quel momento con vostro figlio. Permette inoltre  di monitorare i movimenti attraverso il GPS. costo mensile superiore ai 50 euro

Compiti scolastici in vacanza…. consigli ai genitori

C’è chi li considera utili e chi invece non li sopporta: in entrambi i casi per i genitori è importante evitare alcuni errori per sostenere i ragazzi nello svolgimento dei compiti scolastici estivi. Soprattutto se i figli  stanno attraversando il periodo dell’adolescenza, convincerli a fare i compiti può trasformarsi in una vera impresa. Troppe distrazioni e la voglia di riposarsi dopo un anno di studio, interrogazioni e compiti in classe. Cosa fare?

Per prima cosa cercate di non riversare un’eccessiva ansia sui vostri figli. In fondo è estate e hanno tutto il diritto di godersi le vacanze, prendendosi un po’ di tempo per divertirsi e – perché no – oziare. Evitate di spronarli a fare i compiti il giorno dopo la fine della scuola, ma lasciate passare qualche settimana, durante la quale i ragazzi potranno liberarsi dalle tensioni e vivere serenamente le giornate lontano dalle aule scolastiche.

Iniziare con una pausa.  Se anche durante il primo periodo i ragazzi non toccano i libri di scuola, non è un dramma. Anzi, in questo modo, possono riappropriarsi del proprio tempo libero, uno spazio (temporale) vuoto che devono imparare a riempire da sé, con la propria creatività e i propr interessi. Il primo periodo che segue l’ultimo giorno di scuola, così come quei giorni di vacanza destinati a un viaggio  deve rappresentare una zona franca, senza compiti, durante il quale godere del riposo. Questo periodo deve rappresentare per loro una parentesi dell’anno.

Quando poi arriva il momento di iniziare a studiare, cercate di non fare troppa pressione,  ma soprattutto non fate “terrorismo psicologico”. Frasi come “fra poco inizia la scuola e non hai fatto nulla”, “ti sei ridotto all’ultimo e ora dovrai fare tutto insieme”, non spingeranno magicamente i vostri figli a prendere in mano i libri e completare i compiti, ma accresceranno solamente l’ansia e il nervosismo, due sentimenti che non dovrebbero esistere nel corso delle vacanze estive, quando l’obiettivo è rilassarsi e rigenerarsi.

Al contrario, incoraggiate i ragazzi, proponendo qualche soluzione per svolgere più serenamente i compiti, ma senza invadere i loro spazi e facendo in modo che siano autonomi. Provate a non fare pressione, ma fidatevi dei vostri figli: se li responsabilizzate è più probabile che cerchino di impegnarsi per portare  a termine tutti gli esercizi assegnati dagli insegnanti senza lamentarsi e da soli. Infine cercate sempre di creare un ambiente piacevole, che possa aiutare i ragazzi a sentirsi rilassati e a liberare la mente, per concentrarsi sui libri di scuola.

Evitate posti come la spiaggia, dove avrebbero troppe distrazioni, ma cercate comunque di proporgli qualcosa che sia più allettante della classica scrivania, soprattutto quando fa caldo, creando una postazione studio in giardino o in balcone e magari invitando anche qualche compagno di classe.

I genitori devono aiutare i  figli a fare i compiti da soli, confinando il loro ruolo alla sola supervisione, in modo tale da renderli più autonomi.

Può essere utile programmare  insieme un piano strategico per suddividere appropriatamente il tempo da dedicare ai compiti estivi. Si può procedere con un approccio ‘giorno per giorno’, stabilendo il numero di pagine da studiare quotidianamente oppure, per stimolare  l’autonomia, si può ricorrere a un piano settimanale, stabilendo il tetto massimo di pagine da fare durante la settimana.

Se  i figli chiedono aiuto occorre distinguere: se  si tratta di qualcosa che non hanno capito, aiutarli se possibile spiegandogli l’argomento, ma lasciando che facciano da soli il compito assegnato. Se, invece, la richiesta è proprio quella di fare i compiti al loro posto non bisogna aiutarli ma spronarli a fare da soli. Quindi  non correggere i loro compiti: è più utile  lasciarli così come li hanno  svolti, anche se ci sono errori. Insomma  come durante l’anno scolastico è consigliabile che i genitori affianchino  i ragazzi nello studio estivo, limitandosi a un supporto motivazionale ed organizzativo.

Ma non è certo sostituendosi a loro che gli si insegna la responsabilità. Anzi. Con le parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai “Se siamo troppo presenti non li aiutiamo ad allenare le loro capacità di apprendimento e di concentrazione. Per esempio, una volta stabilite  due sessioni di studio da 20 minuti ciascuna il  ruolo del genitore  deve essere solo quello di regolare il tempo comportandosi  come l’allenatore che resta a bordo pista”.

Segnali da cogliere: genitori di fronte alle crisi adolescenziali

Spesso gli adolescenti non sono capaci di riconoscere le proprie emozioni, le proprie aspirazioni e che si può ottenere qualcosa purché ci si spenda per dar voce ai propri desideri magari facendo fatica e, perché no, soffrendo. Alcuni adolescenti vivono anestetizzati per paura di stare male, ciò li porta ad ingigantire ansie, paure, preoccupazioni rendendoli incapaci di riconoscere le proprie risorse interne alle quali attingere in un periodo della vita così complesso. I genitori si chiedono cosa fare, come comportarsi. È più utile “spingere”, spronarli? O stare lì a guardare ed attendere che trovino dentro di sé le capacità di reagire?

“Innanzitutto i genitori devono essere uniti tra loro. È inutile rimproverarsi degli errori commessi o cose non fatte, si deve anzi cercare nel coniuge quell’alleato con il quale far fronte a questi momenti provando anche a mettere in discussione i propri comportamenti senza essere rigidi o colpevolizzare se stessi o l’altro. Agire all’unisono magari con un atteggiamento più fermo e deciso che metta il ragazzo di fronte a scelte d’impegno che deve portare avanti può essere utile come soluzione. Riuscire a cogliere quei segnali di malessere che un adolescente non sempre riesce ad esprimere in modo giusto è importante perché permette ai genitori di capire che alla base di ogni comportamento c’è un pensiero o un disagio psicologico che va tenuto in considerazione.

La fermezza nei comportamenti genitoriali è un passo importante affinché il giovane adolescente non metta in atto fughe e porti avanti con continuità gli impegni cui deve assolvere, ma presuppone una buona dose di vicinanza da parte di mamma e papà. È importante che i genitori non perdano la tenacia nel rapportarsi ai figli e nel volerli guidare nella crescita. Condividere momenti ora con la mamma, ora con il papà porta i figli a riconoscere quelle due figure come alleati oltre che come genitori e favorisce un confronto più proficuo che a sua volta facilita il momento dell’adolescenza. Si tratta di condividere e realizzare continuamente nuovi momenti di incontro reciproco. Porsi in un’ottica di ascolto e condivisione per una crescita costante e reciproca è il punto di partenza per un benessere familiare costante e duraturo.” (Psiche.org)

 

Adolescenti, contro l’angoscia e la violenza serve più fiducia nel futuro

Anna Maria Nicolò (*) su Sanità24 http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/

L’adolescenza sembra essere diventata una delle emergenze prioritarie in tutti i paesi occidentali e questo avviene anche perché questa età è la cartina di tornasole della società e in essa è depositato il nostro futuro. I sociologi dicono che questa è la prima generazione di giovani ad avere condizioni economiche inferiori a quelle dei genitori, ma guardando l’accesso ai beni di consumo, ai cellulari, ai tablet, ai molti strumenti tecnologici che i ragazzi hanno oggi, potremmo piuttosto dire che sono cambiati i loro bisogni e i loro ideali. Quello di cui sono stati derubati non è solo la loro pensione futura, ma piuttosto la speranza di costruire un mondo migliore, la fiducia che l’impegno possa produrre risultati efficaci e che valga la pena di sacrificarsi per gli ideali. In cambio gli è stata data l’illusione che tutto è possibile.

I processi di idealizzazione dell’adolescente
L’adolescente fisiologicamente ha bisogno di usare processi di idealizzazione che lo aiutano a credere nella vita e ad investire in essa. Piano piano, dopo l’avvento della pubertà gli ideali dell’Io cambiano. Se prima per il bambino era il genitore al centro dei suoi ideali, successivamente tutto questo muta . L’idealizzazione cerca nuovi differenti oggetti a cui riferirsi che possono essere trovati in figure politiche o sociali , filosofie o religioni, attori , cantanti o scienziati .Uno dei problemi che esiste in questa età fa riferimento proprio a quanto l’adolescente sia capace di modificare i suoi investimenti, mantenendo un’idealizzazione modulata e accettando i limiti che la realtà impone. L’elemento dirimente è la capacità di tollerare le frustrazioni del fallimento senza esagerare narcisisticamente i risultati positivi. Talvolta questo confronto diventa traumatico. La critica e la persecuzione , se gli ideali sono diventati prescrittivi , possono essere difficili da sopportare. Nei casi peggiori ,si assumono come ideali , modelli negativi a causa dell’irraggiungibilità di standard elevati. E’ la crisi di originalità negativa di cui parlava Erikson. Il ragazzo allora avrà comportamenti antisociali o perversi senza alcun senso di colpa o proibizione. Il confronto con il mondo sociale, familiare o personale diventa così traumatico che il ricorso a figure mitiche o sette religiose può diventare una soluzione tragica ad un vuoto del sé difficile da colmare. Si rimette cosi in discussione lo stesso meccanismo dell’idealizzazione. Tutto diventa cinico, opportunistico e alla fine senza significato.

Il confronto con i bulli e l’esperienza della sessualità
“E’capace di un confronto con la realtà?” Questa è la domanda che ci dobbiamo porre quando ci confrontiamo con i nostri adolescenti, tossicofilici, violenti, bulli o annoiati o che sperimentano una sessualità staccata, scissa, lontana dalle emozioni, agita talvolta come una bravata.
L’esperienza della sessualità testimonia di un ragazzo capace di usare di un corpo che gli fornisce nuove sensazioni mai esperimentate prima nell’infanzia , ma anche mostra che è possibile un’integrazione tra la sessualità e il grande universo delle emozioni. Talvolta questo si traduce nell’esperienza dell’innamoramento che certo facilita l’iniziazione sessuale, talvolta invece ha le caratteristiche di uno scambio giocoso, sempre affettuoso, ma mai sadico e crudele . E’ quello che i ragazzi chiamano scherzosamente “ lo scopamico”, diverso dal partner , ma sempre una figura in genere benevola e protettiva.
Ci sono però situazioni più gravi e penose dove c’è un pericoloso distacco da se stessi e dall’altro. La sessualità in questi casi è uno sforzo ginnico che lascia soli, è basata sull’affermazione , sul potere , sul controllo, può essere gestita nel gruppo e talora serve ad affermare un’identità di genere di cui inconsciamente il ragazzo ha invece molti dubbi . L’adolescente non sa ancora se sarà omosessuale, eterosessuale o semplicemente ancora confuso e incerto tra le sue posizioni. Un conflitto interno in questa età è indice spesso di un dubbio che riguarda l’identità di genere. La confusione bisessuale onnipotente può essere facilmente presente e si diventerà adulti solo quando si accetterà il senso del limite imposto dalla realtà, anzitutto da quello che sei nel tuo corpo. Certo i modelli che oggi abbiamo non ci aiutano molto nella certezza della nostra identità. Siamo davanti ad una grande rivoluzione antropologica ?

Internet fa credere all’adolescente che tutto è possibile
Un’altra espressione di questo distacco tra la sessualità e le emozioni è quanto avviene in internet. Gli adulti hanno veramente poca consapevolezza di quanto sia vasto ,articolato e complesso il mondo della sessualità giovanile in internet, gestita sui grandi social o nelle chat deputate a questo. La rete fa credere all’adolescente che tutto è possibile. Con un semplice click puoi trovare di tutto, puoi essere tutto e il contrario di tutto: puoi nasconderti dietro un’identità segreta, essere vecchio o bambino, maschio o femmina, transgender , omosessuale o etero sessuale . La rete è un grande miraggio per i giovani, evita loro la frustrazione del confronto vero e concreto con l’altro, esclude il corpo fisico, insegue l’onnipotenza delle fantasie e -cosa importante per l’adolescente terrorizzato dalla passività, ti dà l’illusione di una relazione senza dipendenza. L’effetto alla lunga è il paradosso della distruzione del desiderio reale. Il desiderio nasce dalla mancanza , da quello che potresti perdere o hai perduto. Potere tutto è l’altra faccia del non potere niente. E’ questo il dramma di una nuova forma tossicomania che è l’internet-mania.

Il “lutto evolutivo” e l’aggressività
Accanto alla sessualità, le cui modificazioni saltano all’occhio di chiunque ,è necessario integrare l’aggressività.
Il ragazzo comune, sufficientemente normale, ha bisogno di usare l’aggressività per tante ragioni: Grazie all’aggressività si autoafferma in un contesto nuovo, nega la passività che lo spaventa; si separa dai genitori e dal passato infantile attraversando quello che gli psicologi dell’età evolutiva chiamano “lutto evolutivo”. È questa un’aggressività sana che resta sempre un po’ al limite producendo, nei casi problematici, dei passaggi all’atto che stanno al posto del pensare. E l’aggressività sfiora, e a volte tocca, la morte. Pochi sanno che il suicidio è la causa di morte più frequente in questa età e se non è espressione di gravi patologie, come la psicosi o la depressione, può nascere da una sfida nel tentativo di andare oltre il limite consentito. A volte la sfida non è consapevole, come quando sul motorino si va zigzagando a folle velocità o quando non si usa il preservativo in rapporti non protetti.
«Io sono un debole, non lo sa nessuno. […] Io sono un mediocre, e non c’è prova. […] Io sono un fallito: posso ammetterlo? […] Io sono anormale, e, saperlo, non devo. […] Io sono un mite: ma ne ho pudore. […] Io sono un povero, e ne sono umiliato […]». Così il violento per Pasolini si nasconde dalla sua fragilità.

In una città italiana un gruppo di allievi di una scuola media superiore circondano l’insegnante, lo insultano e lo malmenano. Il suo errore è quello di aver messo un’insufficienza. In molti istituti scolastici d’Italia, dal Nord al Sud, piccoli gruppi di bulli si esercitano. Spiegazioni sociologiche o politiche si alternano a commenti psicologici: certo il senso di pericolo generalizzato e la violenza incrementano il disagio e la fantasia che bisogna aggredire per sopravvivere.(*)Presidente della Società Psicoanalitica Italiana

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I MUTANTI, di Sofia Bignamini, Solferino ed.

Sul crinale tra l’infanzia e tutto ciò che viene dopo si apre una terra di mezzo, dove strani esseri, non più bambini e non ancora adolescenti, si apprestano a una grande trasformazione. Sono i mutanti che, travolti dalla rivoluzione puberale,cercano di definirsi, di tracciare confini e intrecciare relazioni con il mondo.

Ognuno di loro risponde come può al richiamo della crescita: ci sono maschi che accelerano, dando sfogo agli istinti aggressivi e a un corpo muscolare, e femmine che usano il corpo per sedurre e compiacere aumentando i like sui social network. Ma c’è anche chi resta aggrappato all’infanzia, cercando con tutte le sue forze di frenare il treno ad alta velocità su cui si sente imbarcato.

Nell’epoca del narcisismo, del «sempre prima, sempre più veloce», la preadolescenza è diventata una fase cruciale, complicata per tutta la famiglia. È però una fase meno strutturata dell’adolescenza vera e propria, in cui problemi e asperità, sebbene intensi, sono ancora malleabili, e l’intervento adulto può essere molto efficace.

Sofia Bignamini di mutanti ne incontra ogni giorno, e ogni giorno li ascolta, li guarda, li accompagna nel processo della metamorfosi. Attraverso le loro voci, ci racconta che non esistono ricette preconfezionate per guidarli in questo passaggio. Esistono, però, trappole da evitare, ostacoli da aggirare e soprattutto occasioni da cogliere. Prima fra tutte, quella di avere fiducia in loro e difendere la loro speranza di futuro.

Allarme adolescenti: raddoppiati tentativi di suicidio

“Ho cercato di uccidermi, non ci sono riuscito, penso che lo rifarò, la mia vita non ha senso”: nel migliore dei casi tutta la sofferenza di un ragazzino disorientato, insicuro, incapace di gestire emozioni e conflitti arriva all’orecchio di uno psicologo. Ed è già un grande passo avanti. In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Il 24% degli adolescenti ha invece pensato almeno una volta a un gesto estremo. Una fotografia che mette a nudo un crescente disagio giovanile: ragazzini già stanchi di vivere quando tutto è solo cominciato.

pubblicato da ADNKronos

Un giovane si lancia nel vuoto e muore: la notizia, letta su un giornale o passata in tv, è sempre un pugno allo stomaco. Fanno notizia i casi di bullismo, meno quelli i cui contorni restano sfocati. Quando in sostanza è il ‘malessere dell’anima’ a togliere l’ultimo respiro. “Circa la metà del campione che l’Osservatorio ha intervistato (10.300 adolescenti, ndr) si percepisce depresso: una sensazione di tristezza, di malumore che colpisce oggi il 53% dei ragazzi e delle ragazze, la percentuale nel 2015 era pari al 33%. Inoltre quasi il 36% ha dichiarato di avere frequenti crisi di pianto”, afferma all’Adnkronos la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, premettendo che la depressione nell’adolescente si presenta con caratteristiche ben diverse rispetto all’adulto. E che il fenomeno che porta talvolta a gesti disperati è “spesso sottovalutato”. “Bisogna fare più prevenzione, specie nelle scuole”, è l’invito della psicoterapeuta.

Secondo Manca “ci sono dei campanelli di allarme in famiglia e anche a scuola che non vanno mai sottovalutati: il suicidio non è un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale. Arrivano ad uccidersi perché nel momento in cui decidono di farlo non trovano nessun’altra risorsa interna a cui aggrapparsi. E’ come se fossero in una bolla isolante”

Ragazzi e ragazze che giorno dopo giorno si sentono sempre più oppressi da un senso di vuoto che difficilmente riescono a comunicare. “Sono sempre più piccoli – riflettiamo! – i ragazzi che tentano il suicidio per una sofferenza che spesso non riescono ad esprimere a casa, ad amici, insegnanti”, riferisce l’esperta. Ecco perché ai primi segnali – isolamento, cambio delle abitudini quotidiane e dell’umore, irritabilità, disinteresse, impulsività – i familiari “hanno il dovere di rivolgersi a uno specialista”, suggerisce la psicoterapeuta. “Per non parlare poi di quando hanno già provato a togliersi la vita, il rischio sale drasticamente. E non può rimanere un fatto privato, bisogna parlarne, confrontarsi, chiedere aiuto”.

“Sia chiaro – insiste Manca – non è un evento stressante, come per esempio la litigata con la fidanzatina o i brutti voti a scuola, la causa del comportamento suicidario. Il rischio è dentro una vulnerabilità già manifesta, che dipende da fattori diversi lungo un ‘vissuto depressivo’ mal gestito”. I più esposti sono gli ipersensibili e “coloro che non hanno strumenti per affrontare le sfide della vita”. Restano così incastrati in un tunnel che li isola dal mondo esterno. Si sentono incompresi, in realtà non sanno trovare risorse per lottare, per gestire i sentimenti, spesso non hanno direzioni cui guardare.

“La parola ‘solitudine’ – spiega la presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – è quella che sento più spesso da parte di questi ragazzi fragili, si tratta di ‘solitudine emotiva’ non fisica. Il dolore poi cresce quando l’aspettativa di chi dovrebbe comprendere o semplicemente ascoltarli – genitori, amici, amata – va delusa”. Cosa si può fare? “Primo passo non avere paura di guardarli, di ascoltarli. I genitori non si fermino al rendimento scolastico del figlio ma provino a squarciare silenzi. E in caso vengano colti determinati segnali, rivolgersi subito a centri specializzati, c’è un’ampia rete di accoglienza sul territorio. La scuola, da parte sua, faccia più prevenzione su autolesionismo e suicidio in adolescenza. L’alleanza scuola-famiglia su questi temi è di vitale importanza”, conclude Manca.

Come parlare di sesso ai tuoi figli

Mentre in tv arriva un docu-reality dedicato agli adolescenti, l’85% dei genitori arretra davanti ad argomenti hot. Risultato: i bambini cercano risposte su YouPorn già a 10 anni. E i ragazzi, appagati dai video hard, non hanno rapporti veri fino a 17. La scuola? Tace. Ma superare i tabù si può. Parola degli esperti

articolo di Ilaria Amato, pubblicato su DONNAMONDERNA.it  https://bit.ly/2K5kLqe

Un nuovo programma tv aiuta a entrare nel mondo della sessualità dei figli, misterioso e ansiogeno per la maggior parte dei genitori. Si intitolaSe dici sesso, va in onda su Mtv dal lunedì al venerdì alle 14.10 ed è un docu-reality in cui 6 adolescenti si confrontano sulle loro esperienze senza tabù. E senza la mediazione di madri e padri, paludati nel loro imbarazzo, convinti di essere genitori amiconi, genitori social, genitori smart… Fino a quando in casa non entra l’argomento sesso. Perché in quel momento si alza un muro davanti al quale si arretra o, peggio, si delega, sperando che qualcun altro se ne occupi. Spesso quel qualcun altro non è nemmeno la scuola. In Germania l’educazione sessuale è materia obbligatoria da 50 anni, in Svezia da 60. In Italia, come in pochissimi altri Paesi europei, non è prevista per legge, quindi entra nelle classi solo di pochi, virtuosi, istituti che la inseriscono nell’offerta formativa.

Anche se una recente sentenza della Corte europea dei diritti umani parla chiaro: gli insegnanti sono tenuti a rispondere alle domande degli allievi sulla sessualità in modo adeguato alla situazione e all’età. Ma quante volte avviene? E come? Intanto, il vuoto educativo si fa sentire: secondo una ricerca Eu Kids online, già a 9 anni i ragazzini entrano in contatto con immagini porno, a 11 ricevono messaggi sessuali sullo smartphone. Mentre Internet si conferma l’unica, incontrollata, fonte di informazione per oltre il 60% dei teenager. Ma esiste un modo giusto per parlare di sesso con i figli? Quattro esperti dicono di sì. E spiegano come.

«Bisogna vincere il pregiudizio nelle aule: educare al sesso non significa istigare a farlo»

Claudio Foti psicoterapeuta, direttore dell’Istituto Hansel e Gretel di Torino «Da 60 anni in Italia si cerca di fare una legge sull’educazione sessuale a scuola, ma il pregiudizio per cui parlare di sesso ai ragazzi significa istigarli a farlo lo impedisce. C’è un modo per superarlo: affrontare il tema della sessualità attraverso le emozioni e l’affettività. Certo, i giovani hanno bisogno di informazioni pratiche e sanitarie, ma è dimostrato che queste servono a poco se non si abbinano a un approccio emotivo: le campagne sugli anticoncezionali hanno un’efficacia 20 volte superiore se le ragazze possono parlare, per esempio, della vergogna di portare con sé il preservativo. Le paure e le ansie legate al sesso di bambini e adolescenti non vanno trascurate: i nostri figli sono iperstimolati da immagini erotiche, e in età sempre più precoce: già alle elementari conoscono YouPorn. I messaggi fuorvianti a cui sono sottoposti li disorientano e spaventano. Nei miei laboratori vengono fuori anche situazioni difficili: in genere emerge un caso di abuso sessuale per ogni classe. È urgente che la sessualità entri nei programmi scolastici al più presto».

«Vanno smitizzati i filmati porno: danno un’idea distorta dei rapporti»

Roberto Bernorio ginecologo di Aispa (Associazione italana sessuologia psicologia) «I ragazzi di oggi fanno un consumo smodato di filmati porno gratuiti sul web già a 10 anni. Succede soprattutto ai maschi: le femmine sono più lontane dalla pornografia, perché per natura la sessualità della donna è meno visiva. L’80% dei filmati hard è mirato a un pubblico maschile, proponendo una figura femminile succube e passiva. Inoltre, l’abitudine di usare immagini hard per provare piacere porta gli adolescenti a evitare i rapporti sessuali reali con le ragazze, perché più complessi. Perciò la prima volta, quella vera, oggi non è così precoce: 17 anni in media. Evitare che un adolescente acceda al porno è un’utopia, ma insegnargli un approccio critico è possibile. Ci stanno pensando in Francia, dove il ministro delle Pari Opportunità Marlene Schiappa ha proposto di istituire “l’ora di pornografia” alle medie per aiutare i ragazzi a decodificare i video hard, a capire che sono finzione e non realtà. Nella stessa direzione vanno progetti come Thepornconversation.org, creato dalla regista erotica Erika Lust per aiutare i genitori a svelare i trucchi dietro ai filmati. Alcuni tutorial sono in forma di cartoon e si riesce a guardarli con un figlio senza troppi imbarazzi».

«Molti ragazzi fanno sexting ma ne ignorano i pericoli: serve un patentino per i social»

Loredana Cirillo psicoterapeuta del centro Minotauro, autrice diAdoleScienza Manuale per genitori e figli sull’orlo di una crisi di nervi(Edizioni San Paolo) «A scuola andrebbe introdotta l’educazione alla tecnologia, più che al sesso, a visto che ormai tutti i rapporti dei nostri ragazzi passano da lì. Penso a lezioni che spieghino con chiarezza quali sono i rischi di fare sexting, per esempio: è la pratica – sempre più diffusa – di scambiarsi foto con parti del corpo nude. I tentativi di controllo da parte dei genitori sono spesso vani. I dati lo dimostrano: il 60% di mamme e papà spia i profili social e la cronologia Internet dei figli, il 50% sbircia nel loro smartphone. Ma questo atteggiamento “poliziesco” non funziona, come sono poco efficaci prediche e ammonimenti. Serve una formazione specifica. È come quando si impara a guidare la macchina: un genitore può darti una mano, ma non basta, serve la scuola guida. Occorre prendere un “patentino” per la tecnologia, prima di usarla. E deve pensarci la scuola con figure ad hoc».

«Facciamo da guida fin da quando sono piccoli: rispondiamo ai loro dubbi invece di ignorarli»

Caterina Di Chio psicologa, autrice di Laboratorio di educazione sessuale e affettiva (Erickson) «Anche per i genitori amiconi e moderni parlare di sesso con i figli rimane un tabù (nell’85% dei casi, secondo Scuola.net, ndr). È normale: l’imbarazzo su questi argomenti è un fatto naturale che segna il distacco tra 2 generazioni. Ma serve trovare il modo di superarlo per prendersi in carico l’educazione sessuale dei propri bambini e ragazzi, prima che sia la Rete a farlo. Quando iniziare? Presto: parlare di sessualità in casa deve essere percepito come qualcosa di possibile, da affrontare con serenità e disponibilità, prima in termini semplici e poi adeguando il linguaggio e i contenuti a seconda dell’età del ragazzino. I bambini fanno domande sul sesso fin da molto piccoli: rispondiamo, invece di ignorarle. Più tardi si affronta l’argomento, più è difficile superare gli imbarazzi. Si può prendere spunto dall’attualità, magari iniziando a cena tra genitori, e coinvolgendo il figlio nel discorso».

GENITORI-FIGLI. Strumenti pratici per migliorare la relazione

L’ Associazione IL CERCHIO presenta

7 incontri ogni giovedì a partire da giovedì 5 aprile 17.30-19,30

presso CIRCOLO SMS RIFREDI, via Vittorio Emanuele, Firenze

INTRODUZIONE e FINALITA’ DEGLI INCONTRI

Si dà la colpa ai genitori, ma non ci si cura di   promuovere strumenti pratici per migliorare.

Si sentono pronunciare tanti slogan-educativi come “rispettate il bambino come persona”, “siate risoluti, ma giusti”, “usare bastone e carota…”, “cercate di comprendere il vostro bambino”, “dategli il vostro amore”, “non siate troppo severi nè troppo permessivi” etc.

Sì, ma poi? In termini pratici cosa vogliono dire tutti questi buoni consigli? In che modo ci possono davvero aiutare concretamente?

Nella nostra società l’”essere genitore” è considerato più un modo per determinare la crescita e lo sviluppo dei figli, piuttosto che la crescita e lo sviluppo dei genitori.

Purtroppo non è sufficiente mettere al mondo dei figli per diventare automaticamente genitore.

Senza dubbio il miglior strumento efficace per una crescita armoniosa dei figli è rappresentato dal genitore stesso, al quale quindi deve essere data la possibilità di poter apprendere competenze per poter svolgere il delicato e difficile compito del genitore.

Questo perchè si ritiene che il miglior terapeuta sia il genitore stesso.

E’ importante che i genitori conoscano e apprendano alcune cose ed è importante che i figli apprendano altre cose attraverso i genitori stessi.

La finalità di questi incontri è quella di offrire spunti non solo teorici ma anche pratici per promuovere una migliore qualità del rapporto genitori-figli attraverso un modo di comunicare piu’ efficace:

alla base di una relazione efficace c’è una comunicazione efficace.

Ed essere-genitore s’impara, è una professione.

Gli incontri sono finalizzati a migliorare la qualità della relazione genitori-figli, attraverso la promozione e lo sviluppo di capacità relazionali che permettano una più efficace comunicazione.

RIFERIMENTI TEORICI

Si farà riferimento ad alcuni presupposti teorici dalla psicologia umanistica di Carl Rogers e Abraham Maslow e dalle metodologie di Thomas Gordon seguendo un approccio umanistico-esistenziale.

GLI INCONTRI

1° INCONTRO – ASCOLTO DI SE’

ASCOLTARSI PER POTER ASCOLTARE: RESPIRO, CONSAPEVOLEZZA

2° INCONTRO –  ASCOLTO DEL FIGLIO/DELL’ALTRO: OSSERVAZIONE

DEFINIRE LO STATO D’ANIMO E IL BISOGNO

OSSERVARE VUOL DIRE ASCOLTARE: COME OSSERVARE E CHE COSA

COMUNICAZIONE VERBALE E NON VERBALE – BREVE INTRODUZIONE

IL LINGUAGGIO CHE BLOCCA LA COMUNICAZIONE

3° INCONTROCOME COMUNICARE QUANDO IL FIGLIO HA UN BISOGNO O UN PROBLEMA:

4° INCONTROASCOLTO ATTIVO: PRATICA, ESEMPI, ESERCIZI

L’ADOLESCENZA NON E’ RIBELLIONE PER FORZA

5° INCONTROCOME FARSI ASCOLTARE DAI FIGLI

6° INCONTRO – IL CONFLITTO: SEME DELLA DISTRUZIONE O SEME DELL’UNITA’?

ANALISI DEL PERCORSO FATTO E SEMPLICE VERIFICA

7° INCONTRO – IL CONFLITTO PARTE SECONDA

APPLICAZIONE PRATICA E CONFRONTO

SCENARI POSSIBILI: METODOLOGIA DI GRUPPO

CONDUTTORE DEGLI INCONTRI

  • Edoardo Mughini, psicologo iscritto all’Albo degli Psicologi della Toscana, e counselor per l’età evolutiva. Da 20 anni si relazione con bambini e ragazzi in vari contesti (comunità per minori, servizi sociali, doposcuola, centri estivi, esperienze di viaggi con i ragazzi/e etc.).

PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

PER INFORMAZIONI E PRENOTAZIONE

328.1099891 – associazioneilcerchio@hotmail.com

Sito: www.associazioneilcerchio.com

 

 

 

Adolescenti: circa 1 su 5 ha difficoltà relazionali in famiglia

ARTICOLO PUBBLICATO IN TUTTOSCUOLA

Il 18-20% degli adolescenti ha difficoltà relazionali in famiglia.Spesso i genitori, proprio per le difficoltà a confrontarsi con i figli, gestiscono il problema quando “ormai esplode”. A evidenziarlo – secondo quanto riporta Ansa – è Fulvio Giardina, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, in occasione della presentazione del documento “La salute mentale degli adolescenti“. E proprio questi ragazzi sarebbero quelli maggiormente esposti al rischio delle malattie mentali. A causare maggior rischio di psicosi? Il fumo.

“Sono in aumento le richieste di consulenza su questi aspetti – evidenzia Giardina – stiamo studiando una modifica del codice deontologico che attualmente prevede che l’adolescente, essendo minorenne, abbia il consenso di entrambi i genitori. Noi riteniamo che il ragazzo dai 16 anni in poi possa accedere individualmente almeno a un primo colloquio con uno psicologo“.

Stiamo cercando anche di collaborare col Miur – conclude Giardina – per avere una presenza dello psicologo a scuola che faccia da filtro, si abbia un codice di lettura non patologico. Parliamo di benessere e qualità della vita“.

Per non parlare del fatto che i ragazzi di oggi pare siano maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie mentali. Più vulnerabili sono i giovani autori di reato, con problemi di dipendenza, adottati con adozioni internazionali o minori stranieri non accompagnati per i quali il viaggio è una concausa dello stato di disturbo fortissimo psicologico.

Ma in senso generale un rischio di disagio riguarda ad esempio proprio i ragazzi che spesso hanno forti problemi relazionali in famiglia. Lo studio al centro de “La salute mentale degli adolescenti”, presentato dall’Autorità garante dell’infanzia a adolescenza, ha permesso comunque di registrare  buone pratiche e criticità, come la mancanza di integrazione e comunicazione tra gli operatori, carenza di servizi e strutture dedicati.

Dallo studio emerge, inoltre, la solitudine delle famiglie con adolescenti con disagio ed è stata manifestata l’esigenza di interventi tempestivi, di continuità nel passaggio dai percorsi residenziali a quelli territoriali e in quello alla maggiore età. Tra le raccomandazioni l’esigenza di una congrua assegnazione di risorse per la salute mentale in adolescenza, dell’attivazione di un raccordo tra istituzioni e professionisti coinvolti, della continuità dei percorsi dell’avvio un sistema di monitoraggio.

Abbiamo fiducia di poter di contribuire al miglioramento del sistema” spiega Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, mentre Pietro Ferrara della Sip, Società italiana di pediatria, evidenzia che serve formazione dei pediatri, perché  “insieme ad altre categorie che hanno a che fare con l’universo di bambini e adolescenti sono quelli che hanno un primo contatto e possono capire i segnali che i ragazzi lanciano di disagio“.

Ad aumentare il rischio di psicosi e disagi mentali giovanili? Il fumo. Se si fumano almeno 10 sigarette al giorno aumenta infatti nei ragazzi il rischio di psicosi rispetto ai non fumatori. E il pericolo cresce se si inizia con il fumo prima dei 13 anni. È questa la conclusione di un altro studio, stavolta di matrice finlandese, svolto dalla Academy Research Fellow e pubblicato sulla rivista Acta Psychiatrica Scandinavica.

l’articolo continua su TUTTOSCUOLA

Si abbassa l’età e aumentano le femmine: il nuovo bullismo

di JESSICA CHIA, La Lettura – Corriere della Sera. Copyright immagine Adobe Stock

Quando ha aperto, dieci anni fa, nel 2008, è stato il primo Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale dedicato alle vittime di bullismo, all’interno del reparto di Pediatria dell’Azienda ospedaliera Fatebenefratelli, oggi «Casa Pediatrica» dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. All’epoca, il centro diretto dal pediatra Luca Bernardo, è frequentato da poco più di un centinaio di giovani pazienti, soprattutto maschi adolescenti. Per la prima volta in Italia si cerca di dare una risposta a un fenomeno non nuovo, ma dal profilo allarmante perché in crescita. E, per la prima volta, si prova a intervenire su vittima e su bullo, entrambi accomunati dallo stesso disagio: fragilità emotiva e debolezza.

«Il bullo c’è sempre stato — spiega a “la Lettura” Luca Bernardo — ma negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato nei ragazzi maggiore rabbia, aggressività, mancanza di empatia. Prima il bullo aveva dai 14 ai 16 anni; oggi è un bambino tra i 7 e gli 8 anni». Il fenomeno si affaccia dunque su un nuovo contesto sociale, in cui dilaga un malessere diffuso dovuto alla crisi dei ruoli e alla caduta dei modelli di riferimento, oltre al rifiuto delle autorità e delle istituzioni. E poi ci sono il web e le tecnologie che là dove non sono utilizzate correttamente hanno amplificato il problema.

Oggi il centro, che dopo due protocolli d’intesa con il Miur diventa il primo Centro di Coordinamento nazionale cyberbullismo (Conacy), ha cambiato volto: i pazienti superano il migliaio e si è pericolosamente abbassata la fascia d’età di vittime e di bulli (l’età prescolare nel 2008 non era quasi contemplata). Il fenomeno dei baby bulli è piuttosto recente. «Al centro stiamo iniziando a ricevere bimbi di 4-5 anni che non sanno di essere bulli ma stanno utilizzando gli stessi metodi che produrranno bullismo e successivamente cyberbullismo», afferma Bernardo. Da un convegno sul bullismo tenuto a Milano nel novembre 2017 ( Hot Topics in Pediatria e Neonatologia) è emerso un altro dato inquietante: nella scuola dell’infanzia, è vittima di bullismo un bimbo su due e l’età non supera i 5 anni. Luca Bernardo e Francesca Maisano in L’età dei bulli (Sperling & Kupfer) spiegano così il fenomeno: tra i 3 e i 5 anni il bambino è già in grado di fronteggiare diverse situazioni relazionali. Ma se nei primi anni di vita non è stato sostenuto dai genitori nel processo di regolazione delle emozioni, può sviluppare un bullismo precoce: non prova empatia, non sa chiedere aiuto e un’emotività incontrollata può sfociare in dinamiche offensive.

C’è poi un altro aspetto su cui riflettere: il bullo si sta trasformando in una bulla (il 55% delle femmine rispetto al 45% dei maschi; mentre dieci anni fa le ragazze erano solo il 25%, come indicato nel grafico accanto).

«L’aumento di bulle è legato soprattutto all’aspetto virtuale delle violenze — spiega Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente al Conacy della prevenzione e del contrasto sul bullismo e cyberbullismo e di tutti i fenomeni illegali in rete sul disagio adolescenziale — perché sul web le offese sono verbali, e questo tipo di attacco è tipico delle ragazze». Mentre le aggressioni del bullo sono soprattutto dirette, sia fisiche che verbali, la bulla «tende ad agire con modalità più subdole». Ma anche la violenza fisica è aumentata tra le ragazze, perché legata a modelli violenti (come situazioni familiari che tendono a imitare)». Oggi una ragazza su tre è presa di mira da una coetanea, che subisce una violenza psicologica molto più devastante di quella fisica. «Il cyberbullismo passa attraverso lo smartphone — aggiunge Maisano — che agisce su visioni e immagini. Anche le vittime sono in prevalenza femmine: siamo in una società narcisista dove conta l’aspetto esteriore e i corpi delle ragazze sono messi più alla berlina (basti pensare al fenomeno del sexting, la condivisione di contenuti a sfondo sessuale)».

Tra i tipi di violenza, è sicuramente il cyberbullismo a essere in crescita: «Il bullo ha capito che la piazza del paese, la palestra o la classe, è una piazza molto modesta — prosegue Bernardo — e la persecuzione in rete ora avviene 24 ore su 24. Ma chi dà a questi ragazzi la patente per navigare?». Questo è il bullismo, non ci sono vincitori: perde la vittima, il bullo, perdono i genitori e la scuola. Per questo la prevenzione è fondamentale, «ma non solo» — conclude Bernardo — «ci sono delle responsabilità che nessuno vuole prendere. Sono due anni che abbiamo intrapreso una battaglia per ottenere una corresponsabilità da parte di chi gestisce i social. Qualcosa deve cambiare».

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