Genitori adolescenti

L’adolescenza è l’inizio cruciale della costruzione della autonomia personale – con vere e proprie sofferenze sia per i figli che per i genitori – ma oggi figli e genitori sono sempre più legati da un rapporto simile all’amicizia, una relazione d’intimità e di reciproca condivisione di comportamenti che avvicina, e al tempo stesso rende rischiosamente inafferrabile e confusa la distinzione generazionale.

Il professor Massimo Ammaniti ha dedicato nel 2015 un libro a “La Famiglia Adolescente” proprio per la diffusione di un fenomeno di questi anni , nell’era digitale e dei Social Media: “Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. Un universo vischioso in cui nessuno vuole emanciparsi”.

La componente genitoriale di questa “famiglia liquida”  in un recente articolo apparso su Hufftington Post viene  identificata con il termine “adultescenti” con  considerazioni  interessanti sulle possibili ombre nelle relazioni familiari apparantemente positive nella fase piu delicata della vita dei figli.

“L’adolescenza dei figli avviene quando i genitori si avvicinano ai 50 anni e la crisi dei genitori si interseca con quelle del figlio. Lo spazio privato del figlio è costantemente invaso da genitori onnipresenti, che si reincarnano nei figli diventando amici, confidenti, complici. Per i figli è difficile conquistare la propria autonomia anche perché la loro sessualità si realizza davanti agli occhi spesso complici dei genitori. Il processo di separazione-individuazione viene ostacolato perché gli adolescenti non hanno dei genitori contro cui opporsi e contrapporsi.

La rete diventa la vera ribalta nella quale gli adolescenti fanno le loro esperienze sociali confrontandosi coi coetanei che amplificano il senso di sé. I social media sono spesso l’unico modo di avere una vita personale. I messaggi nella rete si diffondono rapidamente contribuendo ad un senso grandioso di sé, ma anche col rischio di perdere la propria privacy. In ogni caso è uno spazio di difficile accesso per gli adulti e i genitori. Questo comporta avere anche molte amicizie, senza una vera intimità. Ne consegue che non ci si deve più annoiare. Emerge un’organizzazione del sé autocentrata in cui le capacità di empatia e di mentalizzazione sono limitate, con il frequente ricorso a strategie dissociative.

È tipico di questo periodo correre dei rischi e ricercare sensazioni forti che favoriscono il distacco dalla famiglia e la sperimentazione.

Anche il rapporto famiglia-scuola è cambiato rispetto al passato. Quando esisteva una continuità di regole e di orientamenti educativi per cui i bambini e i ragazzi si confrontavano con una coerenza di valori che favoriva la loro identificazione.

Oggi il figlio rappresenta più del passato un investimento familiare e si verifica un rapporto di complicità fra genitori e figlio a scapito della scuola, accusata di non valorizzare abbastanza il proprio figlio.

La condizione adolescenziale si è fatta estremamente complessa anche perché i genitori hanno difficoltà ad assumere un ruolo di guida, trovandosi spesso sullo stesso piano dei figli.

Ancora oggi è valido quello che scrisse Donald Winnicott “l’adolescenza è una malattia normale, il problema è dei genitori e della società se sono abbastanza sani da poterla sopportare.”

tratto da La famiglia adolescente e la fuga verso i social _ Hufftington Post

Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

La sfida educativa con un preadolescente

La preadolescenza è l’età del cambiamento o “eta dello tsunami” e per questo spesso gli educatori si possono trovare disorientati di fronte all’educazione dei ragazzi. L’obiettivo dell’intervento educativo è favorire un equilibrio, rimettendo in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia consapevole per superare i momenti di difficoltà.

Come ci si può comportare? Non sono più bambini, ma non sono ancora adolescenti. Il consiglio di Alberto Pellai – medico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva – è quello di partire da una riflessione:

«Qual è stata l’ultima volta che avete affidato a un ragazzo un compito nuovo, che per lui rappresentava una sfida? Come se l’è cavata? In questa delicata fase il preadolescente si trasforma: da cucciolo da proteggere si trasforma in ragazzo sempre più autonomo» e quindi gli adulti – insegnanti e genitori – devono affrontare i propri figli senza lasciarsi travolgere da atteggiamenti educativi lassisti, discontinui o troppo permissivi, che convincerebbero il ragazzo che nella vita ha diritto a tutto, senza alcuna conseguenza.

In aggiunta, lo sviluppo dei ragazzi e delle ragazze di oggi, il più delle volte, non si compie in maniera organica. Come il corpo del preadolescente cresce in maniera disarmonica ed è soggetto a ritardi e anticipi, così l’intera crescita del ragazzo avviene in maniera scompensata: mentre alcune dimensioni dello sviluppo sono anticipate, altre sono posticipate, non si evolvono in modo sincronico – ossia in contemporanea le une con le altre -, ma si stabilisce una disparità (asincronia) tra alcuni aspetti dello sviluppo. In particolare: mentre lo sviluppo fisico e quello sessuale nella società di oggi sono sempre più precoci, quello sociale e quello cognitivo sono posticipati rispetto ai primi.

Secondo le neuroscienze, ha senso parlare di percorso verso la maturità durante la preadolescenza, una conquista che si fonda su profonde trasformazioni del Sistema Nervoso Centrale con un preponderante sbilanciamento della parte emotiva del cervello rispetto a quella cognitiva. È davvero una questione scientifica: il cervello è in mutazione e l’equilibrio si raggiunge dopo qualche anno. Il “cervello che pensa” (cognitivo) è molto più immaturo del “cervello che sente” (emotivo). Per questo le azioni dei preadolescenti sono fortemente orientate alla ricerca di emozioni forti e intense. Il cervello emotivo usa infatti il suo “potere” nel funzionamento intrapsichico del giovanissimo per dirigerlo verso i propri obiettivi. Quindi, niente di anomalo se il ragazzo preadolescente esplode in comportamenti rabbiosi: è la parte emotiva a prevalere. Il compito degli adulti – come sottolinea Pellai – dovrà essere quello di bilanciare questo dissidio. L’obiettivo dell’intervento educativo è infatti quello di rimettere in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia “consapevole” per superare i momenti di difficoltà. «Gli adulti devono imparare a gestire la rabbia, ascoltare, regolare, obbligare, motivare, ma anche coccolare, spronare, discutere e soprattutto imparare a dire di no».

Da scuola a casa da soli : cosa pensano i fiorentini?

Al sondaggio svolto online da La Nazione  (si può ancora votare su www.lanazione.it)  hanno risposto per ora un migliaio di persone. Prevale l’opinione secondo cui gli studenti delle scuole medie (e le loro famiglie) possano continuare come previsto fino ad ora ad  optare per l’autonomo riento a casa, previa autorizzazione dei genitori.

`La strada? Palestra di vita. No agli eterni bamboccioni’  Nazione.it

«In alcuni quartieri ci vogliono gli adulti». «Macchè. I ragazzi vanno responsabilizzati. Se li facciamo crescere sotto una campana di vetro non facciamo il loro bene».
Il popolo della rete si divide tra chi pensa che alle medie sia giusto che i ragazzini tornino a casa da soli e chi invece, «visti i tempi che corrono», è dalla parte di quei presidi che hanno emanato circolari per imporre la presenza dei genitori all’uscita.

E oltre  il 70% dei lettori ha detto che no, alle medie gli studenti devono poter tornare a casa in autonomia. Il 24% appoggia invece i dirigenti più inflessibili.
«Sarebbe un disastro – digita più di una mamma, inorridita -. Se così fosse, dovrei lasciare il lavoro». Già, perché un conto è arrivare, col fiatone, alle 16,30 di fronte alla scuola elementare. Un altro correre a perdifiato per essere, alle 14, puntuali di fronte ai cancelli della scuola media. Sui social, il dibattito si amplia. E le posizioni contrapposte si sfidano a colpi di like e di commenti su commenti.
«IL MONDO che circonda i nostri ragazzi non è certo semplice – osserva Tiziana -. Proviamo però a dar loro gli strumenti per cavarsela da soli, altrimenti saranno sempre degli eterni bambini».
Immancabile il fascino dell’amarcord: «Se penso a quando ero piccola…», scrive Franca. «Già alle
elementari si andava a scuola da soli. Mi vengono i brividi nel pensare a quanto sia peggiorata l’Italia». Ecco che i più timorosi tirano subito in ballo bullismo e pedofilia. «Meglio andare a riprendere i nostri figli», la posizione di chi vive il presente con una massiccia dose d’ansia.

«BULLISMO, pedofili e spacciatori c’erano anche prima – ribatte Leonardo -. Facciamo camminare i ragazzi sulle proprie gambe. Sennò tireremo su una generazione di bambocci che, lontana dalle gonne della mamma, non saprà fare niente». Parola d’ordine: «Responsabilizzare». Più pratica Annalisa: «Mi pare una proposta assurda. Pensiamo a chi ha due o tre figli, divisi tra elementari e medie».

GIÀ, anche i nonni finora hanno tirato un sospiro di sollievo. Appena il nipote arriva in prima media, è sufficiente aspettarlo a casa per accoglierlo con una bella pastasciutta fumante. Adesso, invece? «Ci manca solo che mi obblighino ad andare a prendere mio figlio – si sfoga Roberta -. Non ho più l’aiuto dei nonni. Dovrei prendere il part-time».

Nubi nerissime si addensano sulle famiglie, già costrette a mille equilibrismi. «Via, ragazzi – tranquillizza tutti Simone -. Siamo in Italia: non cambierà mai nulla. Possibile che ci cascate sempre?».

E come EMPATIA

Quante volte avete provato a intavolare un discorso con vostro figlio adolescente? Spesso sembra di parlare con extraterrestri: saccenti, assenti, arroganti, mugugnanti esseri che vivono su un altro pianeta e faticano a raccontare la loro giornata. Figurarsi a esternare ciò che provano. Sanno provare empatia, se non riescono a esprimere come si sentono? L’empatia può prevenire fenomeni come il cyberbullismo ? Una bella sfida! Un altro grande compito per i genitori…

La capacità di mostrare empatia si perfeziona proprio nella fase dell’adolescenza ed è connessa allo sviluppo cognitivo. non è del tutto scontato per un tredicenne o un quattordicenne, comprendere il suo compagno in difficoltà. E questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, alcuni di loro tendono a minimizzare le conseguenze: “era solo un gioco”, “ho solo fatto un video”, “scherzavamo” …E qui entra in gioco il ruolo educativo. Tocca al genitore offrire una spiegazione, commentare le conseguenze, sensibilizzare il proprio figlio senza giustificarne sempre i comportamenti. Nella rete come nella vita reale ci sono regole di buon senso e prima fra tutte è il RISPETTO, per se stessi, ma anche per l’altro. Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo rappresentano la negazione dell’empatia: faccio ciò che mi rende più forte e figo agli occhi del mio mondo di riferimento e non provo alcuna compassione.

Adolescenti ed emozioni nell’era dei social network

Con le tecnologie entrano poi in gioco altri fattori. I ragazzi sono abituati a stare davanti a uno schermo, per mandare messaggi, rapportarsi con amici e compagni, e questo non favorisce l’affinamento delle loro capacità empatiche, oltre che relazionali. In altre parole, con l’intermediazione del mezzo – smartphone, monitor – i ragazzi si sentono più protetti e l’altro non rappresenta più il confine che autoregola il loro comportamento. Se insultano, lo fanno dietro lo schermo e non vivono in modo diretto e acceso la risposta dell’altro.

È fondamentale, in questo senso, che i genitori pongano attenzione e tempo a far capire ai figli  le conseguenze di ogni loro azione e a imparare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono. E questo non è sempre chiaro, nella vita reale, come in quella virtuale. questa competenza va appresa e, affinché i ragazzi la facciano propria, devono esercitarsi aiutandoli fin da piccoli a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni.

Come ?

Creando con loro un dialogo costante e aperto, rispettando i loro silenzi e i loro tempi

Commentando ad alta voce situazioni capitate ai coetanei

Guidandoli nell’interpretazione del linguaggio non verbale, anche in modo divertente, osservando i toni, le espressioni del volto e le posture del corpo

Dando il buon esempio, rispettando gli altri e dimostrando di essere altruisti

Sintonizzandosi sul loro sentire

Promuovendo vacanze in campi estivi per lavori socialmente utili

Sollecitando la comprensione e la cooperazione nell’aiuto reciproco, in casa come a scuola.

I genitori che  svolgono il loro ruolo educativo sostenendo nei ragazzi la maturazione dell’empatia  smettono anche di giustificare comportamenti sbagliati che, specie attraverso i social, rischiano di depotenziare e disattivare funzioni vitali per una società fondata sul rispetto dell’altro.

(Empatia: cos’è e perché va allenata negli adolescenti Redazione Family Health)

NON CHIAMARMI NUTELLA

VIETATI ALL’ANAGRAFE. In Svezia non è ammesso Ikea, così come Metallica e Veranda. Si invece per Google.

IERI ERANO SUELLEN E RIDGE, OGGI SPOPOLANO TRISTAN E SOLEDAD, ISPIRATI DALLA SOAP ‘IL SEGRETO’: TUTTO QUELLO CHE DOVETE SAPERE PER SCEGLIERE I NOMI DEI VOSTRI FIGLI – LA LEGGE ITALIANA VIETA QUELLI RIDICOLI, MA IN FRANCIA E USA SI PUÒ FARE TUTTO: ECCO I PICCOLI FACEBOOK, NUTELLA, LIKE, HASHTAG, GOOGLE – LA NUOVA MODA? NOMI UNISEX: DECIDERANNO I FIGLI DA GRANDI A QUALI GENERE APPARTENERE

Roselina Salemi per ”D – La Repubblica

gwyneth paltrow e la figlia appleGWYNETH PALTROW E LA FIGLIA APPLE

L’ ultima impetuosa corrente porta nomi unisex, un tempo stranezza da divi, oggi opportunità per non definire i figli (decideranno loro che cosa essere e a quale genere appartenere).

 Hanno cominciato le star, ovviamente: ed ecco le baby celebrity con battesimo agender: James (di Blake Lively e Ryan Reynolds), Wyatt (di Mila Kunis e Ashton Kutcher), North (Kim Kardashian e Kanye West), Anacã (Candice Swanepoel e Hernann Nicoli), che è il nome brasiliano di un pappagallo rosso. Gli ultimi arrivati sono i gemellini di Beyoncé e Jay-Z: Rumi (citazione del famoso poeta persiano, Jall ad-Dn Muhammad Rumi) e Sir (omaggio all’ artista hip hop Sir The Baptist).

 

Esiste ormai una bibbia laica dei nomi neutri, che cerca ispirazione nella natura (Lake, Rain, Willow), nei colori (Blue, Grey, Indigo), nella geografia (Dakota, Montana, India, Brooklyn, Assisi), nei cognomi (Jackson, Mackenzie, Murphy, Madison, Reagan, Lincoln, Verdi).

 Forse c’ è un destino nel nome, o vorremmo ci fosse, come suggerisce il romanzo di Jhumpa Lahiri, dove incontriamo un adolescente che si chiama, con sua grande sofferenza, Gogol’ (dal racconto Il cappotto del grande scrittore russo). E allora che destino può esserci per Tiffany Raponi e Suellen Capozzi?

Alessandro Gassmann le ha incontrate nel copione di Beata Ignoranza (lui è andato sul tradizionale, suo figlio si chiama Leo) e ammette che gridano vendetta: «Dobbiamo fare i conti con la cultura di un’ epoca e, nel bene e nel male, il cinema e la tv ti dicono cosa sognare. Poi ciascuno applica i suoi filtri. E ci sono le autocensure. Chi oggi chiamerebbe un bambino Benito? Ricorda la dittatura fascista, è stato cancellato».

 Sì, il nome è una cosa seria. Ride la scrittrice Isabel Allende: «Mia nonna aveva elaborato una teoria, confermata trent’ anni dopo dalla psicologia e dalle neuroscienze, per cui i nomi influiscono sulla personalità, sul destino. È molto meglio chiamarsi Napoleone che Giuda! Nonna Isabel voleva tramandarmi i suoi poteri paranormali – metteva attorno allo stesso tavolo i vivi e i morti e aveva un’ idea tutta sua del tempo – e immaginava che il suo nome sarebbe stato una garanzia. Purtroppo non andò così, io non vedo gli spiriti, ma ho ricevuto qualcosa da lei, e se avessi avuto un altro nome forse sarei un’ altra persona».

Oggi invece il destino è nell’ ansia del presente, nel bisogno di fermare un attimo di gloria, nell’ illusione di partecipare a un rito collettivo. L’ antropologo Marino Niola, che si diverte a fare incursioni nei comportamenti sociali, dalla tecnologia alle mode alimentari (l’ ultimo libro, scritto con Elisabetta Moro, Andar per i luoghi della dieta mediterranea, Il Mulino) ricorda che «un secolo fa i nomi si pescavano da un elenco limitato: i parenti, i santi, i romanzi. Nella società globale i sistemi di classificazione si sono moltiplicati.

Tutto si mescola, antico e moderno, primitivo e tecnologico. I nativi americani sceglievano Fulmine e Nuvola Rossa, noi siamo a Luna e Oceano. I maori della Nuova Guinea, dopo aver visto il primo aeroplano, l’ avevano acquisito come nuovo nome, connesso a una potenza, a un’ idea di distinzione e di eccezionalità. Noi facciamo lo stesso. Sappiamo che la lingua è arbitraria, che nei suoni non c’ è l’ essenza della cosa (grande dibattito tra i filosofi medievali), eppure l’ attribuzione del nome è l’ elemento magico che ritorna, è la nostra traccia vocale (l’ altra è il corpo). Amiamo rappresentarci come una società che ha fatto fuori il simbolico, il magico in nome della razionalità, invece è il contrario».

Certo, poi si fanno danni come nella zona anarchica della fascia adriatica, dove una bambina poteva essere battezzata in pieno furore tecnologico Lokomotiva. Adesso possiamo prendercela con Mark Zuckerberg per la piccola Facebook nata in Egitto (i genitori l’ hanno definita una scelta politica, per ricordare il ruolo dei social nella Primavera Araba) e per la neonata Like di Tel Aviv.

Possiamo condannare la tecno-ossessione che ha prodotto i vari Mac, Siri e Google evidentemente agender. Per un battesimo infelice si può sempre dare la colpa a qualcuno. Alle fiction, per esempio. C’ è gente che si trascina nomi come Geiar (da John Ross Ewing, il petroliere cattivo di Dallas, serie cult), mentre la nuova generazione è piena di Tristan e Soledad, vittime della soap Il segreto.

Possiamo accusare lo star system: la voglia di un mondo glam impone nomi come Madonna, Rolling Stone e Chanel. Ma che cosa avranno pensato i genitori di bambini non componibili battezzati Ikea? È facile produrre un elenco di bizzarrie, e sarebbe puro divertimento «se la corsa all’ originalità», spiega Niola, «non nascondesse temi profondi come l’ appartenenza, l’ identità culturale e sociale, il timore della massificazione. Se non fosse una chiave per scrivere una storia del costume.

Le Sabrine, le Rosselle e le Rite devono tutto a Hollywood. Con l’ avvento della tv, spopolano i nomi delle annunciatrici Rosanna (Vaudetti), Gabriella (Farinon), dopo arrivano le Jessiche, le Samanthe, poi il vintage fa riscoprire nomi classici, ora la pervasività della tecnologia, unita al terrore della banalità, ricombina tutto.

Per i Millennial, fluidi anche in quello, il nome è un vestito da cambiare. Nick e pseudonimi non servono a nascondersi, ma a darsi un’ identità». E si capisce perché Sabrina Efionayi, sedicenne di Castel Volturno, si sia ribattezzata Sabrynex per firmare i romanzi della serie Over, lettissima dal popolo young adult (l’ ultimo è TVB – Indietro non si torna).

Di sicuro non è più obbligatorio scegliere un santo come pretendeva il Concilio di Trento. Ma qualcuno prova ugualmente a creare una “lista nera”. In Francia, dove l’ ufficiale di stato civile è obbligato a trascrivere qualsiasi nome, anche se gli fa venire l’ orticaria, è da poco uscita L’ Antiguide des prénoms (5,99 euro su Kindle), compilata con la severità distante dei burocrati. Contiene mille nomi, possibilmente da evitare: Alkapone, Lowhaana, Retcharles, Athéna-Cherokee, Aboubacar-Jacky, Loup-Galéan, Anisette, Kissmy. E c’ è anche Nutella, eh.

Perché succede? Sia celebs che common people cercano l’ unicità. Shiloh Nouvel (figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt) significa “Colui a cui appartiene”, l’ intenzione è simbolica.

Nicholas Cage ha dato al suo bambino il nome di Superman, Kal-El. E se non diventasse un supereroe? Jason Lee si è inventato Pilot Inspektor. Alicia Silverstone ha scelto Bear Lue.

Ashleee Simpson è mamma felice di Bronx Mowgli e Jagger Snow. I due maschi di Sylvester Stallone si chiamano Seargeoh e Sage Moonblood. Le tre figlie di Jamie Olivier sono Poppy Honey Rosie, Daisy Boo Pamela e Petal Blossom Rainbow.

Gwen Stefani e Gavin Rossdale hanno messo al mondo Kingston James McGregor, Zuma Nesta Rock e Apollo Bowie Flynn. Sono stati scritti milioni di post sulla figlia di Gwyneth Paltrow e Chris Martin, Apple, ma a questo punto Mela non sembra così strano. Se nella famiglia aristocratica la regola era tramandare nomi impegnativi come Aspreno e Gondrano, oggi la benedetta liquidità ha cambiato i parametri.

Non è la contessa a battezzare il figlioletto Clodoveo, ma l’ impiegata che l’ ha sentito in una serie televisiva e l’ ha trovato affascinante. Dice Stefania Andreoli, psicologa, abituata a confrontarsi con il magmatico mondo degli adolescenti: «I ragazzi che incontro minimizzano, non portano il loro nome come un argomento, nemmeno quando potrebbe esserlo. Chiedo: “Verdi? È il diminutivo di Verdiana?” “No, no. Mi chiamo Verdi. Non so perché me l’ abbiano messo, ma mi piace”. A Ilaria suggerisco: “Curioso, sei così lontana dal nome che porti. Ti vedo triste”. E lei: “Pff. È solo un nome… “

 Col nome abbiamo un rapporto come con la mamma: quella ti è capitata. Puoi amarla oppure odiarla, ma salvo casi estremi te la tieni. Qualcuno più originale di altri finisce per fare scelte grottesche (i famosi Chevin e Maicol), ma oggi il fenomeno è chiamare un figlio Luca». Anche la normalità può essere un bel destino.

P come PARLARE

Parlare con i figli adolescenti spesso non è  facile. Suscettibili, spesso prevenuti nei confronti del genitore, si infastidiscono se non si assecondano su tutto e tendono a  lamentarsi di mamma e papà che sono pesanti, rompono, non gli va mai bene niente….

Bisogna quindi trovare un modo di comunicare con loro per essere prima di tutto ascoltati e poi per essere efficaci in ciò che si dice,  sempre allo scopo di supportarli nel percorso di crescita che è pieno di passaggi complessi e di fragilità.

Vi proponiamo l’intervista recentemente pubblicata su Repubblica.it allo psichiatra Eugenio Borgna che nell’ultimo libro Le passioni fragili parla del  male di vivere di teenager aggressivi, pieni di rabbia, insicuri.  Il primo consiglio ai genitori è parlare con i figli,  e farli parlare.

 (Intervista di VALERIA PINI R.It _Salute “Gioventù bruciata, come aiutare gli adolescenti tristi ammalati di fragilità”) Adolescenti tristi e inadeguati. In bilico fra infanzia ed età adulta. Stretti in un dolore che può diventare malattia. Perché crescere è un “mestiere” che non vogliono affrontare. Almeno non subito.  Secondo Borgna : «È un’età difficile, perché cambia l’esperienza del corpo. Nell’infanzia è un elemento spontaneo, non rappresentabile. In seguito, subentra l’ansia della relazione con gli altri, con i quali entriamo in competizione. Se in un momento come questo l’adulto non si immedesima nelle richieste del ragazzo, può nascere un dolore, a volte lancinante e senza speranza. Diventa disagio psichico».

Gli adulti non sanno rispondere alle esigenze dei figli?«Non sono capaci di riconoscere quello che fanno i ragazzi, perché non ricordano errori e fantasie della loro gioventù. Bisogna scendere lungo il cammino del mondo creativo dei giovani. Altrimenti può nascere dolore e solitudine. Senza comunicazione gli adolescenti più fragili si ammalano, nei casi più gravi si isolano, fino a scegliere il suicidio ».

Lei parla di società autistica, senza solidarietà. «L’esigenza di essere in connessione con gli altri è importante. Oggi nelle famiglie non si comunica, non c’è spazio per l’altro. Tv e tecnologia hanno peggiorato le cose. Viviamo all’interno di “cellule chiuse”, come i nostri cellulari».

Anche la famiglia è cambiata «Siamo tutti più soli. Spesso i ragazzi vivono con un solo genitore, stretto tra lavoro e precarietà della vita. Non rimane spazio per il rapporto con il figlio. Le famiglie non riescono più a riconoscere quello che fanno i figli. Si crea un distacco, mentre è fondamentale rimanere connessi con il loro mondo».

Come gestire un momento delicato come la separazione dei genitori? «Anche se è giusto che i genitori che non vanno d’accordo si lascino, questo influisce sui ragazzi. In questi casi gli adulti devono evitare di coinvolgerli nei conflitti e, anzi, proteggerli. Le parole con cui si descrivono i conflitti sono importanti; possono ferire i figli».

A volte anche i genitori sono ‘bambini-adulti’ che non vogliono crescere. «C’è una generazione che non vuole invecchiare. Donne e uomini alla ricerca dell’eterna giovinezza, che dedicano più tempo a quest’illusione che ai figli ».

Sono aumentate le dipendenze: da droghe, tecnologia, quelle alimentari. Perché?«I modelli imposti dai media comunicano immagini asettiche, che mettono in primo piano solo il successo. Il condizionamento psicologico è forte. Alcuni giovani sanno individuare il percorso giusto, ma chi vive in situazioni a rischio ha difficoltà a sottrarsi ai modelli dominanti. E così nasce l’ossessione per il corpo come ancora di salvezza, come nell’anoressia, o l’attaccamento alla tecnologia. L’unica forma di dialogo è quella in rete. Genitori e insegnanti devono essere consapevoli di questi problemi ».

Cosa possono fare gli insegnanti? «A volte i docenti non si accorgono delle doti degli allievi, perché sono oscurate dalla timidezza. Non si occupano di emozioni, che avrebbero un ruolo importante nella crescita e nel rendimento. L’assenza di emozioni è pericolosa, porta alla fuga dei ragazzi».

Come fermare chi fugge? «Gli adulti devono recuperare tempo per ascoltare i figli. Non tutto del malessere e della vita psicologica dei ragazzi può essere capito. Abbiamo bisogno di fare loro domande profonde, dobbiamo ascoltarli, liberarli da silenzio e solitudine. Se un adolescente ci allontana e non parla, anche un sorriso o una lacrima possono creare empatia. Senza cura il nostro mondo diventa sempre più autistico e desertico ».

Gli adolescenti sono spaventati, ansiosi. «La complessità delle conoscenze si è accentuata e questo li rende più ansiosi. L’ansia è un’esperienza umana e va conosciuta. Significa anche attenzione agli altri, ci fa capire cosa accade in noi e nell’altro. Può avere un ruolo positivo. Vederla come qualcosa che distrugge è un mito da mettere fuori gioco. Quando l’ansia si trasforma in angoscia invece va curata».

Anche previsioni negative sul futuro e sul lavoro non aiutano i ragazzi.«I messaggi dei media sono pieni di pessimismo. Si insiste sull’assenza di prospettive, sulla precarietà, sulla violenza. Questo spaventa e toglie ogni speranza ».

Come aiutare gli adolescenti in crisi? «Gli adulti non devono considerare la condanna come unica forma di risposta. Questo chiude la comunicazione. Serve comprensione verso la sofferenza che i ragazzi “fragili” esprimono con aggressività. Serve amore».

Cosa si deve fare quando i giovani affrontano comportamenti a rischio?«In questi casi tutto cambia. Se il ragazzo si droga o assume comportamenti pericolosi, serve l’aiuto di un esperto, uno psicologo o uno psichiatra. Insegnanti e genitori devono farsi sostenere, senza entrare in competizione con lo specialista».

 

 

 

NEL BOSCO DI ROBINIE, l’ hospice pediatrico di Piano a Bologna

Le robinie ci sono già, e sono la prima cosa che ho visto andando sul luogo. Per il momento sono solo sul bordo del rivo, poi, cammin facendo, sono diventate un vero e proprio bosco ceduo, con l’aggiunta di aceri, carpini ed altre essenze.

Tutti alberi che perdono le foglie. Non è una foresta oscura ma un bosco pieno di luce, ombroso d’estate. Poi ha preso forma l’idea di una casa sollevata da terra tra i rami degli alberi del bosco.

Tutti i bambini sognano di vivere in una casa sull’albero. L’edificio è sospeso così come è sospesa la drammatica condizione umana di questi bambini. Gli alberi sono essi stessi metafora di guarigione, anche di una guarigione che non potrà esserci.

È un progetto difficile, molto difficile per un architetto. Perché normalmente ci si salva mettendosi nei panni di chi vivrà l’edificio che si progetta. Facile quando si fa una scuola perché siamo tutti andati a scuola, facile quando si fa una biblioteca perché ci siamo stati tutti. Difficile è entrare nella sofferenza.

E qui, naturalmente, è la scienza medica, quella vera, quella faticosamente conquistata attraverso secoli illuminati dalla luce dell’intelligenza a venirci in soccorso. La scienza che protegge dal dolore e lascia intatta la capacità di apprendimento, di curiosità, di crescita, che sono l’essenza stessa dell’infanzia.

Ma la scienza medica non basta. Perché grande è la sofferenza, e sconvolgente l’essere quei genitori. Per questo, in questa casa tra gli alberi, ci sono 14 stanze per i pazienti ma anche 8 alloggi per i genitori. Alla scienza medica si aggiunge quella umana. Quella della bellezza. Della bellezza profonda, naturalmente, non quella di superficie, della bellezza che appartiene alla nostra cultura umanistica. Quella della natura, della luce, dei colori, dei materiali, degli spazi, quella della musica, la bellezza della solidarietà, dell’affetto e della convivialità.

Questo progetto vive sospeso in mezzo a queste due dimensioni: la scienza medica con le sue terapie e la scienza umana con la cura dell’istante che sfugge. Che è poi l’essenza dell’umanesimo.

Renzo Piano DOMENICA-SOLE 24 ORE, Luglio 2017

Q come Quindicenni

Quindici anni, un’età  se non problematica, complessa, spesso resa più difficile dall’atteggiamento educativo e relazionale degli adulti che non riescono a comprenderne le dinamiche.

Ansiosi e iperconnessi …un po’ mammoni . L’ultimo studio dell’Ocse ha tracciato questo l’identikit dei quindicenni italiani. Rispetto ai coetanei degli altri Paesi, sono meno soddisfatti della propria vita quotidiana e soffrono di più lo stress. Con i compagni di classe fanno amicizia facilmente, ma la maggioranza soffre di ansia scolastica per compiti in classe e voti Tra i passatempo ovviamente spicca il web. Circa uno su quattro naviga oltre 6 ore al giorno, in un normale giorno della settimana, ed è pertanto ritenuto “consumatore estremo di internet” e quasi la metà dichiara di “sentirsi proprio male se non c’è una connessione a internet”.

I genitori risultano molto presenti nella vita dei figli. Gli studenti italiani componenti del campione intervistato, dichiarano nella stragrande maggioranza  di ricevere un grado elevato di sostegno da parte della famiglia: per il  96%  mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche , anche se nelle difficoltà questo supporto familiare vacilla un po’.

Tutta l’adolescenza è un’età disturbata da grandi cambiamenti – e anche disturbante, spesso, il clima e le relazioni familiari  –  durante la quale vengono fatti gli sforzi psicologici più azzardati per affrontare le tante novità in corso, riguardanti corpo, pensieri, passioni, istinti. Una rivoluzione interiore espressa anche dall’instabilità e incoerenza, dal vacillare e ciondolare tra posizioni estreme. Del resto ci vuole tempo prima che si strutturi una personalità adulta. Sensazioni, sentimenti e stati d’animo ingarbugliati che, forse, i genitori tendono a enfatizzare o banalizzare, dimenticando come si sentivano loro, all’età dei figli. Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia.

Ecco un decalogo di cose che possono apparire strane a un adulto ma che in realtà rassicurano del fatto che il proprio figlio 15enne è “del tutto normale” (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli) :

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell’olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall’agonia all’estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale.

U come UNICI (FIGLI)

Il sociologo Alberoni intervistato di recente sul tema ha messo in evidenza il circolo in qualche modo “vizioso” del figlio unico: con il crollo delle nascite i sempre piu numerosi figli unici soprattutto i maschi, sarebbero inclini – considerata anche la congiuntura economica-  a prolungare la fase adolescenziale e a ritardare quindi il fare famiglia . Anche molte donne a trent’anni non sono sicure di volere dei figli e spostano avanti la decisione verso quaranta ; spesso quindi i bambini saranno figli unici.

L’impatto sul piano sociale di questo fenomeno è la certezza di una vecchiaia in solitudine, per i tanti senza rete familiare con conseguente aumento del numero delle assistenti personali – neppure più assitenti familiari – con costi sociali elevati.

Per  le fasi dell’eta evolutiva infanzia e adolescenza  molte sono le analisi psicologiche del profilo individuale del figlio unico, fino a parlare di una vera e propria “sindrome” che riguarderebbe oltre ai giovani anche i loro genitori

Ma cosa significa nascere, crescere e vivere come figlio unico all’interno di una famiglia di oggi? Ecco un decalogo estratto da un articolo apparso su Io Donna – Corriere della Sera

Quali sono gli errori più comuni che si trovano ad affrontare i genitori con un figlio unico e in che modo evitarli? Scopriamoli con l’aiuto dell’esperta. Come crescerà senza fratelli e sorelle? Sarà viziato? Ecco i comportamenti da evitare e i consigli della psicologa Rosanna Schiralli per educare serenamente i bambini senza fratelli di Angela Altomare (Io Donna _Corriere della sera).

Figlio unico. Ecco i 10 errori da evitare

  1. Farlo diventare il piccolo tiranno di casa.
    Il bambino figlio unico tende ad essere al centro del mondo degli adulti di riferimento (genitori, nonni, zii, amici di famiglia etc.), assumendo il ruolo di chi dispone e decide quanto desidera. Questo va assolutamente evitato, mettendo limiti e confini sin da subito e dando gli opportuni “No” quando sia necessario. In questo modo si favorisce una struttura del cervello migliore per qualità e quantità di neuroni e un conseguente migliore funzionamento con una buona tolleranza alle frustrazioni.
  2. Non fargli frequentare amici o fargliene frequentare troppo pochi.
    Molto spesso i genitori dei figli unici temono l’esplorazione sociale da parte del figlio per un eccesso di protezione nei suoi riguardi. Questo alla lunga può comportare una incapacità di relazionarsi, misurarsi e confrontarsi con gli altri. Inoltre può comportare difficoltà a mettersi nei panni degli altri, con conseguente frustrazione, senso di solitudine e percezione di non essere adatti o, al contrario, di essere diversi (a volte superiori) ai propri coetanei”.
  3. Trattarlo come un adulto.
    Il bambino non è come una persona adulta in grado di capirvi, starvi a fianco, supportarvi e, a volte, consigliarvi. Occorre non cedere a questa tentazione, mantenendo il proprio ruolo di genitori e rapportandosi con il figlio in base all’età che ha, ricordandosi che si tratta di un bambino o di un adolescente che va comunque aiutato a crescere. Senza inversione di ruoli.
  4. Concentrare le aspettative sul figlio.
    Attenzione a non cadere in questo errore. Essendo l’unico figlio da cui vi aspettate la realizzazione di desideri che appartengono più a voi che a lui. Perciò, quando il figlio si trova a dovere scegliere una strada o a prendere una decisione, cercate sempre di chiedervi se quello che pensate sia un suo desiderio o non appartenga invece a voi o al vostro essere stati bambini o adolescenti. Un piccolo esercizio importante che può “salvare” la vita di vostro figlio.
  5. Esagerare nelle lodi e nelle gratificazioni.
    Il figlio potrebbe cercare sempre la vostra approvazione per farvi contenti, per poi rimanere deluso di fronte a frustrazioni e fallimenti. Quindi cercate un equilibrio tra lo spronarlo gratificandolo e offrendogli le giuste critiche.
  6. Essere iperprotettivi.
    Un eccesso di protezione inibisce l’esplorazione e quindi il processo di costruzione dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’autostima. Evitate perciò di sostituirvi al suo gesto spontaneo e di dare subito un giudizio o fare una critica, senza avere prima consentito che lui sperimenti o vi spieghi il suo punto di vista, se è più grandicello.
  7. Avere nonni che assumono comportamenti educativi e relazionali diversi dai vostri.
    Cercate di parlare con loro per far capire che, proprio perché figlio unico, va fatta attenzione a che non si senta al centro di tutti. Anche i nonni dovrebbero evitare di viziarlo o di sostituirsi troppo a lui, proteggendolo da ogni frustrazione o elogiandolo all’infinito.
  8. Rendere troppo partecipe vostro figlio dei problemi di coppia.
    Un figlio unico tende ad essere adultizzato e molto responsabilizzato. La tentazione di considerarlo capace di comprendere le motivazioni del vostro problema di coppia e magari anche di prendere posizione è forte. Dovete assolutamente evitare di coinvolgerlo, dicendogli solo che sì, è vero, ci sono dei problemi, ma state cercando di risolverli da persone grandi.
  9. Dare troppe cose e troppi soldi.
    Non è mai educativo, anche se si è in situazioni economiche agiate. Ai figli, soprattutto se unici, va insegnata la parsimonia e il senso del sacrificio. Fin da quando sono piccoli. Non vale il “ho solo questo figlio … vorrei renderlo il più felice possibile”. Nell’orto del troppo il desiderio e la passione non possono crescere.
  10. E soprattutto: sentirsi in colpase vostro figlio non ha fratelli.
    Se vi chiede perché non ha fratelli, spiegate semplicemente che ci sono famiglie con un solo figlio e altre con più figli e che nella sua vita avrà magari più amici e qualche cugino.

 

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