Niente slot machine nel mio bar, al suo posto, una libreria

«Si parla tanto di lotta alla ludopatia – dice Azzurra Cerri titolare del Why Not Cafè di Viareggio – ma se poi qualcuno prova a far seguire i fatti alle parole, ecco che gli vengono messi i bastoni fra le ruote. E pensare che a breve distanza dal mio bar c’è pure un asilo: dovrebbe esserci una legge che vieta l’utilizzo di slot entro una certa distanza da una scuola, ma nel mio caso sembrava non valere neppure questo, perché le macchinette erano state messe prima dell’apertura della scuola».
articolo di Simona Dinelli per corriere.it
VIAREGGIO – Le slot machine nel suo bar? Meglio una bella libreria. Questa la scelta in controtendenza di Azzurra. Una donna coraggiosa: intanto perché di questi tempi di crisi non è facile lanciarsi da sola in una attività imprenditoriale; e poi perché per arrivare al suo scopo – far rimuovere le macchinette – ha dovuto lottare per ben due anni contro il gestore nazionale di questi apparecchi, che a toglierli dal suo bar non ci pensava affatto.

La battaglia
La querelle per Azzurra inizia nel 2013, anno in cui – una volta diventata proprietaria unica del bar – decide di far togliere le due slot poste in un angolino alla sinistra del locale. Una scelta nobile: rinunciare a un guadagno sicuro, pur di non veder più gente che si rovinava con le sue mani. «Non ne potevo più – racconta la barista -: persone che mi chiedevano soldi, che se ne andavano furibonde per aver perso tutto il loro denaro, che perdevano il controllo. Per me era diventata una situazione insostenibile». A quel punto la ragazza chiede al gestore di venirsi a riprendere le slot, ma trova resistenza e opposizione. «Telefonavo – aggiunge Azzurra – ma dall’altra parte mi ripetevano che c’era un contratto da rispettare, che gli apparecchi dovevano restare al loro posto e in funzione. E che se non avessi eseguito, mi avrebbero applicato pure una penale. Alla fine, stufa, li ho spenti. Fino a che non sono venuti a riprenderseli, all’inizio del 2015».
La libreria
Una liberazione, per la giovane barista, che ha riempito quell’angolo rimasto vuoto con una piccola libreria. I clienti, se lo desiderano, possono usufruirne. «Addirittura – sorride Azzurra – qualcuno di loro mi ha portato dei volumi per arricchirla. A me piace molto leggere, mi è sembrata la scelta più logica».

CONSENSO E MINOR ETA’: alcuni aspetti del problema

Consenso e minor età, responsabilità dei genitori, minori e diritto alla privacy, trattamenti psicologici e psichiatrici sono alcuni dei temi affrontati da Elisa Valesio – Regione Piemonte e Grazia Bertiglia – DoRS in un articolo pubblicato dal Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte.

il sito DORS con l’intervista integrale

 LA RESPONSABILITA’ DEI GENITORI
 MINORENNI SENZA GENITORI
 TRATTAMENTI PSICOLOGICI, PSICOTERAPEUTICI E PSICHIATRICI
 QUANDO IL MINORE PUO’ FARE DA SE’
 MINORI E DIRITTO ALLA PRIVACY
 IMMAGINI E INFORMAZIONI DEI MINORI SUL WEB

 

LA RESPONSABILITA’ DEI GENITORI

Recentemente – con il d.lgs. n. 154/2013 – il termine potestà è stato sostituito con quello di “responsabilità genitoriale”.

Secondo la legge, le decisioni di maggiore interesse per i figli – relative all’istruzione, all’educazione e alla salute – sono esercitate di comune accordo da entrambi i genitori, anche in caso di genitori separati o divorziati o non conviventi. In situazioni di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice.

Ad esempio, nei casi di comuni trattamenti medici (visite, medicazioni, controllo della vista, ecc.) è sufficiente il consenso di uno solo dei genitori in applicazione del principio generale che gli atti di ordinaria amministrazionepossono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore (art. 320 Codice Civile). In questi casi il consenso dell’altro è considerato implicito.

Si devono invece considerare come atti di straordinaria amministrazione operazioni chirurgiche, trattamenti continuativi e prolungati, psicoterapia, ecc. per i quali quindi è necessario il consenso esplicito di entrambi i genitori.

In caso di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice, ma il medico può (e deve) procedere all’erogazione dell’atto sanitario, se ricorre lo stato di necessità (art. 54 Codice Penale).
In tali casi, si prescinde dal consenso per scongiurare gravi pericoli per la vita o l’integrità fisica della persona – e questo vale per chiunque, non importa l’età.

In casi meno urgenti, in presenza di diniego del consenso dei genitori, il medico può ricorrere al parere del Tribunale per i minorenni. Si richiede un provvedimento che precluda ai genitori l’esercizio della potestà limitatamente a quello specifico atto sanitario e autorizzi tale atto, anche a prescindere dal loro consenso.

Può accadere, e spesso accade, che un genitore sia assente per ragioni, quali: lontananza, impedimento, sua incapacità naturale o legale. Occorre allora valutare la situazione specifica, tenendo conto dell’urgenza dell’atto sanitario e dei tempi che apparirebbero necessari per far intervenire il genitore assente. Per chi acquisisce il consenso, il problema diventa quello della prova che l’altro genitore sia effettivamente lontano, impedito o incapace e per questo non abbia potuto prestare il consenso.

Al fine di semplificare e snellire questa fase, è possibile che il genitore presente compili e sottoscriva, sotto la sua responsabilità, un’autocertificazione, attestante la condizione di lontananza o impedimento dell’altro genitore; l’autocertificazione deve essere conservata insieme al modulo di consenso. (rif art. 317, comma 1 Codice Civile).

MINORENNI SENZA GENITORI

Minorenne in affidamento, in comunità o in istituto penale.

L’affidatario, il responsabile della comunità o dell’istituto, fa le veci dei genitori in relazione agli ordinari rapporti con le autorità sanitarie, in cui rientrano i comuni trattamenti medici (art. 5, commi 1 e 3, legge n. 184/1983). Il medico può pertanto procedere all’atto sanitario con il loro consenso. In tali situazioni è necessario che l’affidatario dichiari per iscritto la sua qualità.

Per gli atti sanitari di straordinaria amministrazione, è necessario richiedere il consenso dei genitori (secondo le indicazioni dei precedenti punti) o del tutore, se c’è, oppure ottenere un provvedimento del Tribunale per i minorenni.

Minorenne che vive in strada senza reperibilità dei genitori o minore straniero non accompagnato senza un un tutore legale

In questa situazione – salvo i casi urgenti – occorre la segnalazione alla Procura della Repubblica per i minorenni che presenterà il ricorso per ottenere un provvedimento autorizzativo dal Tribunale per i minorenni. Si dovrà inoltre segnalare il caso al giudice tutelare per l’apertura di tutela e la nomina di un tutore.

Minorenne che ha un tutore

In questa situazione – salvo i casi urgenti – occorre la segnalazione alla Procura della Repubblica per i minorenni che presenterà il ricorso per ottenere un provvedimento autorizzativo dal Tribunale per i minorenni. Si dovrà inoltre segnalare il caso al giudice tutelare per l’apertura di tutela e la nomina di un tutore.

TRATTAMENTI PSICOLOGICI, PSICOTERAPEUTICI E PSICHIATRICI

Per ciò che riguarda il caso specifico del consenso alla prestazione psicologica, l’articolo 31 del Codice Deontologico degli Psicologi così cita: “Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà  genitoriale o la tutela. Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l’intervento professionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l’autorità tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale. Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.” 

Sulla base delle indicazioni dell’articolo 31, il consenso informato deve essere firmato da entrambi i genitori in presenza dello psicologo o psicoterapeuta, salvo che vi sia un provvedimento del Giudice.

La responsabilità resta di entrambi i genitori anche nel caso di affidamento esclusivo, volendo la legge assicurare il diritto del minore di ricevere cura ed educazione da entrambi i genitori.

Per i trattamenti di neuro-psichiatria, essendo l’assistito minorenne, il consenso deve essere espresso da chi è titolare ed esercita la responsabilità genitoriale, ovvero, di norma, da entrambi i genitori.

Sul piano giuridico,  tale consenso rientra tra gli atti di straordinaria amministrazione. Occorre, quindi, acquisire il consenso di entrambi i genitori (sposati o non, separati o conviventi) prima di qualsiasi attività con il minore.

È anche necessario poter provare il consenso di entrambi i genitori in caso di prima certificazione di handicapper il sostegno scolastico e, specialmente, per certificazioni o relazioni cliniche che, descrivendo i rapporti con le figure genitoriali, potrebbero essere utilizzate in tribunale con possibili ripercussioni nei rapporti del minore con i genitori.

E’ bene quindi che ogni richiesta di certificazione o relazione sia firmata da entrambi i genitori e che, nel caso di genitori separati, la documentazione sia rilasciata in duplice copia (una a ciascun genitore).

Ciascun genitore conserva il diritto di revocare in qualsiasi momento il suo consenso. Questo comporta l’obbligo di sospendere ogni attività.

QUANDO IL MINORE PUO’ FARE DA SE’

Il minore ha il diritto di essere ascoltato, di esprimere la propria opinione e di essere coinvolto in tutte le situazioni che lo riguardano.

Norme di diritto internazionale  – nonché la Costituzione italiana –  specificano questo diritto e sottolineano che gli Stati devono promuovere e sostenere la partecipazione dei minori a qualsiasi livello:
– la UN Resolutionon the Rights of the Child, detta Omnibus Resolution, adottata dall’ONU nel 1989,
– la Convenzione europea di Strasburgo per l’esercizio dei Diritti dei minori del 1996,
– la Convenzione di Oviedo del 1997,
– la Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea proclamata a Nizza nel 2000.
– la Costituzione italiana, in particolare  gli artt. 2, 3, 13, 32.

Per alcuni atti sanitari,il medico, su richiesta del minorenne, può procedere all’atto sanitario a prescindere dal consenso o dissenso e anche  all’insaputa dei genitori o del tutore.

Si tratta precisamente:

  • degli accertamenti diagnostici, anche di laboratorio, e delle cure per malattie trasmesse sessualmente. art. 4 legge 25 luglio 1956, n. 837 sulla riforma della legislazione per la profilassi delle malattie veneree e artt. 9 e 14 del relativo regolamento di attuazione emanato con d.p.r. 27 ottobre 1962, n. 2056,
  • dei trattamenti di prevenzione, cura e riabilitazione della tossicodipendenza previsti dalla legge 22 dicembre 1975 n. 685 e poi dal DPR 9 ottobre 1990 n. 309. Soltanto nel caso in cui il medico accerti l’incapacità dell’interessato di comprendere il significato dell’accertamento o del trattamento da praticare, nonché le possibili conseguenze, l’intervento richiede necessariamente il consenso dei genitori la cui volontà, comunque, non prevale su quella del minore,
  • dell’interruzione della gravidanza e delle scelte in ordine alla procreazione responsabile (legge 27 maggio 1978 n. 194) per le quali la legge prevede che la minore possa accedere ai consultori per ottenere la prescrizione medica di esami, farmaci  e dispositivi contraccettivi escludendo ogni ingerenza dei genitori e, anche per l’interruzione della gravidanza delle minori, prevede che “quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà, oppure qualora  queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri difformi”  sia possibile far intervenire il giudice tutelare a sostegno della volontà della minore: la decisione sull’interruzione volontaria della gravidanza, entro i 90 giorni, è rimessa soltanto alla responsabilità della donna, anche se minore.

Ogni altro atto medico va condiviso con il minore interessato, che va informato e coinvolto nelle scelte. Così sostiene il Magistrato Augusta Tognoni, in un articolo che illustra in modo più completo il delicato equilibrio fra norme giuridiche e etiche in tema di trattamenti sanitari ai minorenni:
La materia è delicata e complessa e va interpretata alla luce del dovere del medico di agire solo per il bene del paziente. Il minore deve essere coinvolto nel processo terapeutico, ma non può essere caricato di una responsabilità superiore alle sue forze e costretto a operare scelte che potrebbero essere causa di lacerazioni difficilmente assorbibili; il coinvolgimento non può diventare richiesta di “corresponsabilità” ma non si può prescindere dal coinvolgimento
(in Quaderni acp 2013; 20(2): 84-87.  Articolo disponibile in allegato)

MINORI E DIRITTO ALLA PRIVACY

Il diritto alla riservatezza dei dati personali riguarda ogni individuo a prescindere dall’età. (art 1 d.lgs. 196/2003: “Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”).

Interviste, questionari e diritto di cronaca  

Il Codice per la protezione dei dati personali richiama il divieto di pubblicazione e divulgazione con qualsiasi mezzo di notizie o immagini idonee a consentire l’identificazione di un minore anche in caso di coinvolgimento a qualunque titolo del minore in procedimenti giudiziari in materie diverse da quella penale (art. 50 d.lgs. 196 /2003 e art. 13 DPR 22 settembre 1988, n. 448).

Ecco perché ogni volta che si pubblica un’immagine di minore, in mancanza di un’autorizzazione specifica, l’immagine dev’essere resa irriconoscibile.

In ambito sanitario, in primo luogo va ricordato il divieto di diffusione di dati personali che rivelano stati di salute e la vita sessuale (divieto generale). Va quindi evitata l’identificazione anche indiretta di soggetti che rilasciano dichiarazioni sulle loro condizioni di salute e malattia; vanno evitate riprese di stati patologici di soggetti identificati o identificabili.

Nel raccogliere dati sensibili da soggetti minori di età, ad esempio con un questionario, occorre prevedere sempre informativa e consenso di almeno un genitore (o del tutore) e conservarne traccia agli atti. Si ritiene generalmente sufficiente il consenso di un solo genitore in quanto il questionario  è considerato atto di ordinaria amministrazione che non implica modifiche nei diritti o nella sfera economica del soggetto minore.

Se si vuole raccogliere in un video una “storia di salute”, bisognerà evitare riprese in primo piano di chi racconta le sue vicende, ritratti a tutta persona di soggetti con evidenti menomazioni o didascalie con le generalità dei soggetti, salvo che ciò sia strettamente pertinente alle finalità che si intendono perseguire e che si sia ottenuto lo specifico consenso scritto dei genitori.

Pur in assenza di dati personali sensibili, occorre ricordare che anche le norme sul diritto d’autore impongono, a chi intende diffondere l’immagine di una persona, in particolare di un minore, di acquisirne il consenso specifico espresso dai genitori o tutore legale (art. 96 legge n. 633/1941). Sarà quindi necessario indicare per iscritto le finalità di raccolta dell’immagine e dove verrà pubblicata (sito, pubblicazione, film,…).

In tema di diritto di cronaca e di informazione, è stato recentemente ribadito dalla Corte di Cassazione (cass. pen.n. 7504/14) che debba comunque prevalere, per espresso dettato legislativo, l’interesse oggettivo del minore alla riservatezza e a esso deve richiamarsi il senso di responsabilità del giornalista nella valutazione dell’interesse oggettivo del minore a che la notizia o i dati che lo possano riguardare siano pubblicati.

La tutela del minore prevale sul diritto di cronaca e, come tale, deve essere salvaguardata.

A scuola

In ambito scolastico, per ovvie ragioni, è stata dedicata particolare attenzione al trattamento dei dati dei minori e nel 2007 una circolare dava indicazioni  di dettaglio a tutti gli operatori dell’istruzione. Il Garante ha raccolto in un opuscolo  tutti gli aspetti e gli adempimenti necessari nell’ambito scolastico.  Fra questi, ade sempio, è prassi comune richiedere, all’inizio dell’anno scolastico, la cosiddetta “liberatoria” ai genitori per ritrarre e poter pubblicare foto e video degli allievi, oltre che per trattare i loro dati personali ai fini didattici e scolastici.
Problema del tutto simile si pone quando si svolgono interventi di promozione della salute oeducazione sanitaria rivolti direttamente ai ragazzi. È bene verificare con i dirigenti scolastici che gli interventi siano ricompresi nell’autorizzazione ottenuta dai genitori o, diversamente, chiederne una nuova, più esplicita.

In ambito sanitario

Riguardo all’ambito sanitario si applicano le regole sopra descritte per il consenso informato.

Un solo articolo cita esplicitamente il caso del consenso prestato dagli esercenti la potestà (ora “responsabilità”) genitoriale o dai tutori, (art 82 d.lgs. 196/2003  sia per indicare i casi in cui esso può essere successivo alla prestazione sia per dire che, una volta compiuti i 18 anni, il consenso dei genitori precedentemente espresso va confermato dal soggetto diventato maggiorenne.

Va ricordato che tutte le prescrizioni – previste, per ogni individuo, dal Codice Privacy – valgono anche per i minori di età e per i luoghi di cura a loro dedicati. L’art .83  d.lgs. 196/2003  impegna gli esercenti attività sanitarie a garantire, nell’organizzazione delle prestazioni e dei servizi, idonee misure per il rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità degli interessati, nonché del segreto professionale.

Riguardo ai dati custoditi dalle strutture sanitarie, due articoli riguardano la comunicazione di dati sanitari all’interessato e il rilascio delle cartelle cliniche (artt. 84 e  92 d.lgs.196/2003).

Anche per questi casi, professionisti e strutture sanitarie devono mettere in atto opportune procedure per evitare di comunicare dati personali dei minori a persone non aventi diritto e documentare adeguatamente il motivo e la persona cui si rilasciano le informazioni

IMMAGINI E INFORMAZIONI DEI MINORI SUL WEB
L’enorme facilità di circolazione delle immagini e dei video in internet espone spesso i minori a situazioni illecite, potenzialmente anche dannose. Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto più volte – con provvedimenti di divieto, con richiami e con materiale divulgativo – per proteggere i minori e renderli consapevoli dei pericoli sia in veste di vittime, talvolta anche inconsapevoli, sia in veste di autori inconsapevoli di atti illeciti.

L’aspetto più critico, legato alle nuove tecnologie, è l’impossibilità di garantire di fatto il cosiddetto diritto all’oblio: un’immagine può essere replicata facilmente e anche se il soggetto  si oppone sarà difficile cancellarla davvero dal web. Per questo, oggi più di ieri, è di cruciale importanza essere consapevoli della liceità di ciò che si pubblica.

Un’intervista recente, rilasciata da Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali,   si delinea un quadro di preoccupante inconsapevolezza e incompetenza al riguardo, anche da parte degli adulti a cui spetta la tutela e guida dei cybernauti minori.

In questi casi il problema è educativo e culturale, più ancora che di natura legale.

DIAGNO-CLICK. Quattro adolescenti su 5 cercano informazioni di salute su internet.

A 15 anni le ragazze cercano soprattutto notizie sull’alimentazione, mentre i maschi sono più interessati alla sessualità. Dopo la ricerca solo il 45% dei giovani sente il bisogno di confrontarsi con i genitori, nonostante il 91% si dica ansioso perché non sa come gestire le informazioni. I risultati del progetto Diagno//Clickpatrocinato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e promosso dall’associazione FamilySmile.

CLICCA PER SCARICARE L’INDAGINE

Il 77% degli adolescenti italiani cerca in rete notizie sul proprio benessere. E non c’è distinzione tra maschi e femmine. Tra quelli che navigano su internet in cerca di notizie di salute, il 33% è infatti composto da ragazzi e il 34% da ragazze. Ma se i maschi cercano soprattutto notizie sulla sessualità, le femmine sono più interessate all’alimentazione. In entrambi i casi, internet ha, in molti casi, sostituito la richiesta di aiuto a mamma e papà e, di conseguenza, anche il consulto medico. Dopo la ricerca, infatti, solo il 45% dei ragazzi sente il bisogno di confrontarsi con i genitori, nonostante il 91% si senta ansioso perché non sa come gestire queste informazioni e l’82% confuso perché non sono riusciti a comprendere tutte le informazioni ricevute. L’88% si dice però rassicurato perché comunque hanno ottenuto delle risposte.

Sono questi i principali risultati di Diagno//Click: quando i giovani interrogano il web per rispondere ai problemi di salute, il  primo studio europeo che analizza il rapporto tra i giovani, la salute e il web patrocinato dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e promosso dall’associazione FamilySmile.

Come Autorità di garanzia non abbiamo mai pensato di demonizzare l’utilizzo di internet – ha dichiarato Vincenzo Spadafora, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, commentando i risultati dell’indagine – piuttosto bisogna imparare a farne un uso consapevole. Gli adolescenti cercano sulla Rete cose molto importanti, non solo sulla salute ma anche sulla loro identità personale”.
“Dalla nostra ricerca emerge quanto i ragazzi siano straordinari e quanto, in realtà, cerchino di essere autonomi rispetto alle informazioni di cui hanno bisogno”, sottolinea l’avvocato Andrea Catizone Presidente dell’associazione FamilySmile, puntualizzando anche che “è fondamentale il sostegno che gli adulti devono riuscire a dare ai ragazzi:  il web è il luogo in cui riescono a trovare delle risposte su temi che spesso non riescono ad affrontare con gli adulti”.

Lo studio è l’inizio di un percorso che ha come obiettivo quello di rendere i ragazzi sempre più consapevoli rispetto alla propria salute, e a fornirgli gli strumenti critici per selezionare le notizie meno affidabili che circolano su internet. A tal proposito è stata annunciata la possibile realizzazione di un’App, la cui funzione è quella di fornire risposte chiare alle domande sulla salute fatte dai ragazzi, utilizzando un linguaggio che sia meno istituzionale e rigido, e attraverso il quale gli adolescenti possano riconoscersi con il massimo della serenità e della sicurezza.

Tornando ai risultati, l’indagine, condotta su un campione di 1713 adolescenti dai 14 ai 19 anni delle scuole superiori in 10 Regioni Italiane attraverso un questionario anonimo di 12 domande a risposta multipla di cui 10 a risposta chiusa e due a risposta aperta, seguito da una fase di formazione attiva, degli studenti, dei genitori e degli insegnanti avvenuto all’interno delle scuole, ha consentito di mettere in luce quanto forte sia il legame tra i giovani e il web quando si tratta di salute. Alla domanda che cosa è per loro la salute, gli adolescenti rispondono in modo assai differente alle aspettative avendo per loro un senso molto diverso dal concetto sanitario ed essendo per lo più legato ad una visione per lo più soggettiva. Per alcuni è un corpo scolpito, per altri, la morte, per altri ancora la materialità del possesso. La salute è, dunque, la rappresentazione ideale di ciò che i giovani vogliono essere o tendono a divenire. Ed è per questo che i giovani cercano prima di tutto notizie relative al benessere, allo “stare in buona salute” intesa come necessità prevalente di possedere un corpo in forma e di controllare l’alimentazione, anche se la materia della ricerca cambia nel corso degli anni. A 20 anni l’argomento più cercato tra le donne (il 75%) è quello relativo alle malattie sessualmente trasmissibili, argomento che a 17 anni interessa solo il 35% delle ragazze, molto più concentrate, tra i 14 e i 16 anni, alla forma fisica e all’alimentazione. Va al contrario per i maschi, dove la sessualità è di maggiore interesse nella prima fase venendo poi sostituita dai consigli su forma fisica e alimentazione dai 19 anni in poi.

Il tema delle droghe e dell’alcool riguarda in modo quasi omogeneo i ragazzi e le ragazze, anche se le differenze aumentano con il variare dell’età : infatti mentre tra i giovani di 15 anni, il 43% delle femmine ed il 57% dei maschi si informa sulle droghe e sull’alcool, quando si indaga sullo stesso argomento con i più grandi emerge che il 66% dei maschi di 17 anni continua a ricercare notizie relative all’alcool, mentre solo il 34% delle femmine diciassettenni si interessa a questo tema.

Il 33% dei maschi e il 34% delle femmine naviga in siti di tutti i tipi per cercare informazioni relative alle malattie soprattutto per risalire dai sintomi all’identificazione di una malattia. Questa percentuale cresce con l’età, infatti il 43% delle femmine di 17 anni e il 41% di quelle di 19 anni hanno interesse a conoscere cosa siano determinate malattie e analizzarne i sintomi.

Ma perché i giovani su temi delicati come la salute cercano informazioni sul web? Il 92% del campione ha risposto che lo fa per la possibilità di accedere alle informazioni 24h/24h e per la velocità con la quale possono ottenere tali risposte. Solo il 2% riconosce alle notizie su internet una maggiore affidabilità.

Quanto ai sentimenti che provano i ragazzi dopo la loro ricerca sul web, il 91% si dice ansioso perché non sa come gestire queste informazioni e l’82% Confuso perché non sono riusciti a comprendere tutte le informazioni ricevute. L’ 88% si sente comunque rassicurato perché comunque hanno ottenuto delle risposte. Il 10% è incuriosito e va a ricercare altre malattie.

Diagno\\click ha anche indagato il comportamento dei giovani rispetto agli adulti di riferimento dopo la ricerca e solo il 45% tra di loro ha dichiarato di sentire il bisogno di confrontarsi con i genitori dopo aver navigato su internet. “Ciò dimostra – secondo i ricercatori – come il percorso di autonomia e di autoaffermazione dei ragazzi in verità presenta aspetti di fragilità che non possono essere ignorati e che talvolta costituiscono un humus fertile nel quale affondano le radici successive patologie di natura psicologica difficili da controllare”.

FONTE http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=29108

MATTEO LANCINI: Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali

Proseguono le interviste di GIC con operatori e professionisti che si occupano di adolescenza. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro  “Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali”, Centro Studi Erickson, ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, membro e presidente del Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro di Milano.

“Adolescenti navigati”, nato dalla lunga esperienza dell’autore come psicoterapeuta di numerosi ragazzi e delle loro famiglie, suggerisce, attraverso esempi e indicazioni estremamente pratiche, strategie educative autorevoli ed efficaci per rispondere alle esigenze evolutive dei nativi digitali. Rivolto a genitori, insegnanti, educatori e counselor, il libro aiuta a comprendere e sostenere preadolescenti e adolescenti nella fase più delicata della loro crescita, trovando soluzioni alle difficoltà più comuni e insegnando come: capire chi è, e come interagire con, un nativo digitale; rivedere le funzioni paterne e materne nell’era di internet; gestire i rapporti scolastici con insegnanti e dirigenti; trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di controllo e il bisogno di fiducia.

  • Quali sono le difficoltà che padri e madri incontrano oggi nell’esercitare la funzione paterna e materna?

Il passaggio a un nuovo modello educativo familiare, che ho chiamato “dal padre simbolico alla madre virtuale”, richiede una continua reinterpretazione dei ruoli genitoriali per nulla semplice nella complessità sociale odierna. Tra le tante difficoltà ci sono la necessità materna di coniugare distanza corporea e vicinanza emotiva e la difficile declinazione di una paternità che ha rinunciato alla violenza ma che fatica ad individuare una nuova e riconosciuta forma di autorevolezza. Madri e padri devono inoltre fare i conti con un contesto, come quello attuale, dove è aumentata la forza orientativa dei coetanei e l’influenza della cultura massmediatica e di internet. I genitori si costituiscono come modelli di identificazione sempre meno esclusivi, rispetto al passato, e già da piccolissimi i figli crescono immersi nelle relazioni con i propri coetanei e nelle animazioni televisive e in rete che scandiscono la quotidianità. Tra i tanti esempi possibili, si pensi al modello di padre evocato da Papà Pig, in uno dei format animati di maggior successo in Italia e nel mondo.

  • Nel suo libro, occupandosi del ruolo del padre di fronte ai compiti evolutivi del figlio adolescente, scrive che l’adolescenza è “l’epoca della funzione paterna per eccellenza”.

Prima delle ridistribuzione e ricontrattazione dei ruoli familiari, l’infanzia era scandita dall’appartenenza materna ed era con l’arrivo delle trasformazioni adolescenziali che entrava simbolicamente in scena il padre. Il padre sanciva la fine dell’infanzia e si faceva garante della nascita sociale dell’adolescente. Oggi viviamo in un contesto familiare e sociale molto diverso, frutto di conquiste e trasformazioni culturali oramai irrinunciabili, chiamato ad integrare altre straordinarie novità rese possibili dalle innovazioni tecnologiche. Tutto questo non deve farci dimenticare che i compiti evolutivi dell’adolescenza sono invarianti. La separazione dai miti dell’infanzia, la mentalizzazione del corpo naturale, la formazione di un sistema di valori e la propria nascita come soggetto sociale trovano nello sguardo di ritorno paterno e nella capacità del padre di non rinunciare alla propria funzione un riferimento importante. Il padre è chiamato a sostenere la realizzazione dei compiti evolutivi dell’adolescente e a offrire uno spiraglio sul futuro possibile per il figlio o la figlia. Un compito ancor più importante in una società che comunica alle nuove generazioni molta crisi e poca speranza. Il padre sostiene il futuro, anche nei momenti difficili.

  • Cosa rappresentano il web, i social, i videogiochi per gli adolescenti di oggi, in termini di rischi e opportunità, e qual è una possibile “strategia di accompagnamento” più adeguata per i genitori?

Gli adolescenti odierni sono cresciuti sin da piccolissimi in una condizione caratterizzata dalla distanza corporea e dalla vicinanza relazionale, in quella che è stata definita la società del “spesso distanti ma mai soli”. Inseriti all’asilo e in altri contesti organizzati hanno sperimentato, su mandato genitoriale, cosa significasse trascorrere la quotidianità distante da mamma e papà ma mai veramente soli. La diffusione delle “relazioni senza corpo” origina in ambito familiare e si trasferisce successivamente nelle relazioni con i coetanei. Se a questo aggiungiamo la chiusura degli spazi di socializzazione e gioco spontaneo, dovuta anche all’aumentata percezione di pericoli esterni, possiamo dare un nuovo significato alla diffusione delle “piazze e battaglie virtuali” in preadolescenza e adolescenza. Può sembrare un controsenso, ma nella società odierna, se le cose procedono bene, l’adolescente si allena attraverso il virtuale, sperimenta nuove parti di sé in un contesto meno rischioso della strada, dove il corpo dei figli è percepito come in balia dei malintenzionati. Quando il virtuale da “palestra sociale” diventa luogo di rifugio, dell’immersione quotidiana e della ripetizione dell’identico, le cose non procedono bene. Inoltre, ritengo siano auspicabili delle politiche educative e sociali che rimettano il corpo naturale, e le sue esigenze, al centro dello sviluppo adolescenziale. Riaprire, prima nella nostra mente e poi nelle nostre città, spazi di socializzazione spontanea e luoghi dove le pari opportunità possano essere sempre più affermate, senza negare le differenze di genere, ritengo sia l’operazione più utile per contrastare lo strapotere del marketing della virtualità.

  • Come si svolge la consultazione con i genitori e con gli adolescenti all’interno della Fondazione Minotauro di cui è membro e Presidente?

Il Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro si occupa di soggetti di tutte le età. E’ comunque vero che la storia del nostro Istituto è caratterizzata da una particolare attenzione all’adolescenza, fase dello sviluppo che richiede un dispositivo di intervento specifico. Il nostro approccio alla crisi adolescenziale si muove in una prospettiva evolutiva, in cui ampio spazio è dato alla voce dei ragazzi e delle ragazze ma anche a quella dei genitori. La nostra metodologia prevede dunque anche il coinvolgimento della madre e del padre, considerati come degli importanti collaboratori, dei co-terapeuti, dell’intero percorso di consultazione e psicoterapia. Questo perché riteniamo che la crisi adolescenziale dipenda da una situazione di stallo, da un blocco nella realizzazione dei compiti evolutivi propri di questa fase dello sviluppo e che la ripresa evolutiva possa avvenire attraverso il lavoro sul sistema di rappresentazioni dell’adolescente ma anche dei suoi genitori. Pur utilizzando un dispositivo flessibile, calibrato sulle singole richieste, il nostro modello di consultazione prevede dunque colloqui separati con l’adolescente, la madre e il padre, fino alla restituzione di quanto emerso nel lavoro della nostra équipe.

I meravigliosi racconti costruiti insieme in questo anno di scuola

Un professore dell’Isis Leonardo da Vinci scrive per il sito fiorentino di Repubblica un articolo per raccontare l’esperienza di un laboratorio speciale con alcuni scrittori: si parla di letteratura e di molto altro

di RINO GARRO, pubblicato su repubblica.it

Ora che l’ultima campanella è appena suonata al di sopra degli spruzzi d’acqua, degli scherzi e dei canti, tra le urla di gioia degli studenti e quelle strozzate in gola degli insegnanti, so che fra qualche giorno le lezioni già mi mancheranno. E come ogni anno, ormai da molti, mi chiederò che cosa sia la scuola, cosa sia veramente, cosa rappresenti. E’ il mio lavoro, dirò, quello dei colleghi e di tutto il personale, quello dei ragazzi. Sono le aule, le palestre, gli spazi aperti e quelli chiusi, spesso non adeguati. Sono le lezioni, quelle belle e quelle brutte; anche quelle mancate, durante le quali forse si impara di più. Sono le verifiche e le valutazioni; i consigli, gli scrutini. Dirò che è anche la ricreazione, soprattutto la ricreazione troppo breve. Sono le entrate e le uscite, le gite di un giorno e quelle più rischiose. Sono giovani che crescono e adulti che invecchiano, colleghi che rivedrò e colleghi che non potranno tornare, e tutti a trovare motivi di unione, accordi e disaccordi. Sono le riforme, le proteste, le discussioni in tv e a casa, le cose dette e stradette e non dette. Le famiglie, in più di un caso dimezzate, in là con gli anni; i nonni al posto dei genitori. Dirò che la scuola è la piazza centrale, priva di cancelli che si chiudono; è il duomo di Firenze, gli Uffizi. E’ il sangue, venoso e arterioso, che circola per molte ore al giorno, tutti i giorni tranne la domenica e le feste comandate e estive, ma neanche lì dopotutto si ferma mai. La scuola è il cuore che pulsa, sempre, in ogni caso. Sono vite che si legano ad altre vite per anni, forse in modo definitivo, anche quando ciascuna se ne andrà poi per conto proprio. Tutto questo mi dirò tra qualche ora. E penserò che naturalmente c’è altro ancora, quello che verrà in mente ad altri insegnanti, ai ragazzi che leggeranno i quadri, felici o delusi o piangenti; cose belle e cose brutte. Ma ciò che più mi stupirà sarà il fatto che ci avrò pensato solo adesso in modo così chiaro e al contempo confuso, come quando ti senti sommergere da tutta la fatica del mondo non appena tagli il traguardo della maratona. Non è che prima la fatica non la senti, è che devi continuare, devi correre, arrivare. E però è una fatica che ti piace.
La scuola è dunque quello che è e quello che non è, soprattutto quello che si fa già. E può essere divertimento, fantasia; studenti che devono dire e raccontare, dialogare. Così, fra qualche giorno ancora, mi dirò che se qualcosa di questo “piacere con fatica” passa, e rimane, anche fra gli studenti, allora il nostro lavoro ha davvero un senso.E’ questa l’idea sottostante al Laboratorio artigiano di Fantastica che da due anni propongo all’ISIS “da Vinci” di Firenze: un vagabondaggio fabulatorio destinato a gruppi-classe quasi sempre costituiti di ragazzi con vari tipi di disagio. Il progetto consiste in una serie di incontri durante i quali scrittori/capicantiere orientano il gruppo verso il progetto comune, la costruzione di racconti, di storie e poesie; e dalla felicità di una produzione propria e collettiva, il testo diviene in seguito il brano su cui procedere nelle varie analisi testuali, ma sempre a partire dall’esperienza concreta, partecipata, nella quale lo studente è insieme soggetto

e oggetto attivo: centrale, protagonista, gratificato. I capicantiere di quest’anno sono stati Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi che si sono divertiti a scrivere insieme agli studenti delle classi 1A, 1B, 2A, 2D.

Rino Garro è docente del Laboratorio di scrittura  –  ISIS “L. Da Vinci” Firenze. Ha creato il progetto  con Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi

Disturbo da deficit di natura

I bambini cresciuti senza legame con la natura e gli animali che rischiano di diventare adulti disinteressati al mondo che li circonda.
I nostri figli stanno perdendo contatto con la natura e con se stessi.

Maurizio Luerti, counselor e ingegnere ne parla su genitorichannel.it

Mi ritengo fortunato perché appartengo a quella generazione che ha visto nascere i computer, quando ancora c’era molto da scoprire in quell’ambito, anche per noi ragazzi: lo stupore della tecnologia, i primi rudimentali videogiochi, ma soprattutto, il sogno di possibilità infinite che l’elettronica ci faceva intravedere. Sono diventato ingegnere inseguendo quel sogno.

Oggi però le cose sono molto diverse, la tecnologia è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, ne permea spesso ogni istante ed è nato un nuovo pericolo che negli adolescenti assume tratti davvero preoccupanti. È nato un nuovo linguaggio, una modalità comunicativa che aggrega i giovani e non solo e questo porta i ragazzi a passare ore e ore davanti agli schermi di tv, tablet, smartphone e computer.

L’influenza dei videogiochi su bambini e ragazzi
Non c’è tempo per uscire, il mondo reale è meno attrattivo di quello virtuale e poi, è meno pericoloso…ma sarà vero?
Molti psicologi sono convinti che passare molto tempo nella realtà rappresentata dai videogiochi possa influenzare la psiche del giocatore. In altre parole, il giocatore potrebbe formarsi una percezione di se stesso, della società e delle altre persone, a partire dal mondo e dalle caratteristiche dei videogiochi, piuttosto che dalle sue interazioni con il mondo reale.

Va notato che questo tipo di gioco non è nocivo di per se stesso, ma il suo utilizzo incondizionato e spropositato può dare origine a videomania o videofissazione, due aspetti diversi di un meccanismo di dipendenza: il primo legato ad un interesse esclusivo verso il mondo dei videogiochi, l’altro in riferimento all’esposizione prolungata ad un videogame, senza pause, completamente assorbiti dal gioco, in silenzio e spesso, in una stanza poco illuminata.

L’utilizzo smodato della TV aumenta i problemi di concentrazione
Secondo uno studio condotto dal Children’s Hospital and Regional Medical Center di Seattle, ogni ora passata al giorno davanti al televisore dai bambini in età prescolare, aumenta del 10% la possibilità che essi sviluppino, prima dei sette anni, problemi di concentrazione e altri sintomi tipici del disturbo da deficit di attenzione. Abbagliata da un eccesso di stimoli e di velocità, la mente infantile ne risente: non riesce a concentrarsi, a collegare momenti diversi della narrazione, a simbolizzare e comprendere ciò che sta vedendo.

Per Richard Louv, pedagogista statunitense:
Serve del tempo, libero e non strutturato, per sperimentare la natura in modo profondo.”

Louv lancia un campanello d’allarme riguardo ad un rilevato disturbo da deficit di natura che investe sempre più i ragazzi cresciuti in ambienti chiusi, dove il gioco è ormai assolutamente virtuale, dispensato attraverso computer, televisori e videogame. Il contatto con la natura è ostacolato da impedimenti, sia di tipo strutturale, che culturale. Da un lato, c’è la modellazione dei grandi agglomerati cittadini che lasciano poco spazio alle zone verdi, dall’altro, c’è la carenza di tempo libero e la paura degli spazi naturali non sorvegliati.
Inoltre, la cultura moderna attribuisce scarso valore al gioco in mezzo alla natura, favorendo invece un’attività più strutturata. Oggi, i giovani sono molto impegnati in una serie di attività cosiddette ricreative, che ben poco hanno a che fare con il gioco.

I bambini cresciuti senza legame con la natura diventano adulti disinteressati
Il rischio, più a lungo termine, è che bambini cresciuti senza alcun legame con natura e animali, diventino adulti disinteressati al mondo che li circonda. La preoccupazione non è solo per i singoli, ma per l’intero pianeta, che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente. Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile, che la sindrome da deficit di natura possa oggi affliggere tutto il mondo occidentale o gran parte di esso. Louv parla di malattia dell’anima prima ancora che del corpo, un’anima che ha perso la capacità di conoscere attraverso il corpo.

Siamo di fronte ad una crisi del sentire, stiamo perdendo la facoltà di conoscere direttamente il mondo.

Sono padre di un ragazzo di dodici anni che è appassionato di videogame. Ho imparato a giocare con lui, impugnando il controller della Playstation e soprattutto divertendomi insieme a mio figlio. Così mantengo aperto un canale di comunicazione e la curiosità è contagiosa: il mio autentico interesse nell’avvicinarmi al suo mondo virtuale ha stimolato in lui la curiosità di scoprire il meraviglioso che c’è nel mondo naturale. Gli racconto delle mie avventure di quando avevo la sua età e lui stesso sta iniziando a sperimentarle.
È una conseguenza inevitabile, è un fattore di riconnessione con la natura. Poiché il mondo esterno e quello interiore sono collegati attraverso i sensi e l’ambiente naturale è la fonte principale della stimolazione sensoriale, i ragazzi sono naturalmente portati a sperimentarsi attraverso la natura.

Occorre trovare il modo d’innescare questo processo, poi la natura farà il suo corso.

di Maurizio Luerti
Counselor e ingegnere, ha lavorato per molti anni nel settore delle telecomunicazioni e in quello elettro-medicale. Svolge attività di Counseling rivolto ad adolescenti presso sportelli d’ascolto in istituti scolastici. Conduce gruppi di crescita nella natura. Promuove il Counseling attraverso conferenze sia pubbliche che private.

SALVATECI DALLE MAMME

DALLA MADRE DI “ER PELLICCIA” A QUELLA DI FABRIZIO CORONA FINO A QUELLA DI TEA FALCO, NON SONO POCHE LE SIGNORE CHE FANNO SCUDO AI FIGLI SUL WEB O SUI GIORNALI – PIÙ CHE CHIOCCE, LEONESSE
Certo, il fenomeno non è solo italiano – Persino Eminem e Lady Gaga sono stati difesi pubblicamente dalle rispettive madri; ma la virulenza di queste intrusioni materne trovano terreno molto fertile nella cultura italiana: mammona, anzi mammifera, direbbe Giorgio Manganelli, perché ci sarà sempre la mamma a fornire o creare alibi  e benaltrista, perché la colpa, in Italia, è sempre degli altri. Mai dei figli di mammà.

DAGOSPIA 27.05.015 e Luca Mastrantonio per il “la Lettura – il Corriere della Sera”

FABRIZIO FILIPPI DETTO ER PELLICCIAFABRIZIO FILIPPI DETTO ER PELLICCIA

Protettive come chiocce, aggressive come tigri. Sono le «mamme chiocciola», che intervengono a favore dei figlioli non solo su giornali e tv, ma pure sui social, senza timore di esporsi al pubblico ludibrio. Pur di difendere i figli, vandali o galeotti, e le figlie, lasciate dal marito, insultate dal pubblico. Sì. Ma soprattutto, sostiene Grazia Attili, psicologa evoluzionista, per difendere se stesse, il proprio ruolo di madri, benché «a danno dell’autostima dei figli, adulti, che non sembrano in grado di difendersi da soli; queste madri protettive-intrusive infatti generano insicurezza. Quasi un’involuzione, rispetto alle famiglie di due generazioni prima, dove la protezione c’era, il cosiddetto mammismo, ma non era aggressiva, invadente come oggi».

GABRIELLA MADRE DI FABRIZIO CORONAGABRIELLA MADRE DI FABRIZIO CORONA

Qualche caso? Nel 2011, dopo le manifestazioni degli indignati di Roma, viene arrestato un ragazzo immortalato da una foto a torso nudo nell’atto di lanciare un estintore contro le forze dell’ordine, mentre alle sue spalle brucia una camionetta: è Fabrizio Filippi, noto come Er Pelliccia. La madre, su Vanity Fair , dice che è un capro espiatorio, che è un «ingenuo, un generoso, che aiuta gli altri», che si è fatto «prendere dall’eccitazione: la folla ti tira in mezzo»; quelle azioni sì, erano violente, ma erano « fabriziate , chiamiamo così questi suoi modi di fare».

Altro genere di «fabriziate» sono quelle che hanno portato in carcere Fabrizio Corona, per il quale la madre ha chiesto la grazia. Nel 2009, a Domenica Cinque , protestava: «Fabrizio fa da capro espiatorio per quello che di più grave succede in Italia. Se lui è quello che è, lo deve a chi ha costruito questa gioventù che non ha valori per gli esempi che ci sono stati in questa società negli ultimi 30 anni.

chiara giordano con la madre annamaria bernardini de paceCHIARA GIORDANO CON LA MADRE ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE

Purtroppo mio figlio è uno di questi esempi». E purtroppo, commenta Attili parlando a la Lettura , è così che certe madri «non si rendono conto di essere state vittime di quegli stessi anni, in cui i loro genitori, focalizzati sulla realizzazione individuale, hanno dato meno certezze ai figli. Quell’attenzione non avuta dai propri genitori oggi la vogliono dare ai figli, in eccesso: sono iper-protettive con la prole per proteggere il proprio ruolo».

Il sottotitolo del libro di Attili, L’amore imperfetto (il Mulino, 2012), andrebbe allora capovolto: non «perché i genitori non sono sempre come li vorremmo», ma «perché i genitori sono come non dovrebbero essere: l’espansione di modalità di accudimento produce insicurezza».

NICOLE MAZZOCATONICOLE MAZZOCATO

Questa estate ha tenuto banco il caso di Annamaria Bernardini de Pace che sul Giornale ha attaccato l’ex marito della figlia, «genero degenere», da molti individuato in Raoul Bova. Ma più dei giornali è la televisione il medium prediletto per queste difese d’ufficio familiare, soprattutto quella trash, come Il Grande Fratello . Anche se si registra la crescita dell’uso dei canali digitali e social: recentemente su Facebook è intervenuta la mamma di Nicole Mazzocato, corteggiatrice di Uomini e donne presa di mira sul web.

L’ultimo caso eclatante è di pochi giorni fa, quando la mamma di Tea Falco si è scatenata in difesa della figlia: l’attrice, classe 1986, lanciata da Bernardo Bertolucci ( Io e te ), è diventata celebre, in negativo, per la fiction Sky 1992 , dove interpreta una rampolla viziata milanese con una cadenza molto pesante, da tossica: da giornali e social sono piovute critiche pesanti per la recitazione glottologicamente caricaturale — per chi avesse dubbi, c’è un supercut su YouTube con esilaranti finti sottotitoli. Alla stroncatura del Fatto Quotidiano , di Domenico Naso, mamma Falco ha scritto via Facebook vari messaggi di insulti al giornalista.

TEA FALCOTEA FALCO

Comprendere ed ascoltare la violenza nelle relazioni etero sessuali e LGBT

Firenze Mercoledì 10 – Giovedì 11 Giugno 2015, Biblioteca delle Oblate, Via dell’Oriuolo, 24

Le due giornate del Convegno nascono da una collaborazione fra l’Azienda Sanitaria di Firenze ed il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze all’interno del Progetto dell’Azienda Sanitaria di Firenze “Contrasto alla violenza alle donne, accoglienza, situazioni di maltrattamento, abuso minori ed attenzione agli autori di violenza, anche con azioni di formazione” finanziato dalla Regione Toscana.

Oltre ad importanti ospiti italiani le due giornate prevedono la presenza della Prof.ssa Marianne Hester, OBE Chair in Gender,
Violence & International Policy Head of Centre for Gender & Violence Research School for Policy Studies, dell’Università di
Bristol, che ci dà l’occasione di riflettere e approfondire su temi importanti in merito alla violenza domestica. La Prof.ssa Hester è consulente per la Comunità Europea sulla Convenzione di Istanbul.

Il programma completo delle due giornate Comprendere ed ascoltare la violenza

Fossi in te io insisterei, un libro di Carlo Gabardini

“Ciao papà, non so se ti spedirò mai questa lettera, ma intanto la scrivo. Ti devo dire delle cose perché qua la vita si fa complessa ed è sempre più difficile capire, restare lucidi, trovare un senso, interrogarsi sulla felicità.” Inizia così la lettera di Carlo G. Gabardini al padre. Una lettera che è il dialogo a lungo rimandato fra un figlio diventato adulto e un padre troppo esemplare e troppo amato a cui, chi scrive, deve dire addio per affrontare la vita ancora da vivere. Alternando ciò che è stato e ciò che è, Gabardini dà voce a un “romanzo famigliare” che prende avvio nella Milano degli anni Settanta-Ottanta in un appartamento nel quale i protagonisti – un padre, una madre e cinque figli, fra maschi e femmine – consumano cene “politicamente scorrette”, si confrontano e si contano per scegliere la nuova auto da acquistare o il luogo dove trascorrere uno specialissimo compleanno, giocano partite di Trivial Pursuit, si danno appuntamento in cucina per tè notturni che diventano il momento più atteso e più intimo della loro quotidianità. “Fossi in te io insisterei” è un racconto intimo e coraggioso, ironico e struggente, in cui è impossibile non riconoscersi perché, come scrive Gabardini, “il coming-out non è un’esclusiva degli omosessuali, ma di tutti. Perché “venir fuori”, mostrarsi per chi si è realmente, urlare cosa si desidera per la propria esistenza, non concerne solo la sfera sessuale, riguarda il nostro senso di stare al mondo.
Gabardini ritorna a parlare di amore, solitudine, omosessualità, senso della vita, in un libro che è una franca e coraggiosa lettera al padre, scomparso qualche anno fa, a cui lui era legatissimo. Stimato avvocato milanese, uomo di altri tempi, dai sani ma rigidi principi morali, un padre affettuoso ma forse “impegnativo”, con la memoria del quale Carlo prova oggi a fare i conti, per fare i conti con se stesso. E riprendere in mano la sua vita.
“Fossi in te io insisterei. Lettere a mio padre sulla vita ancora da vivere” di Carlo Gabardini, Mondadori editore

“Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”

Si chiama “cutting”, è la non recentissima ma ora dilagante nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, c’è chi utilizza lamette, chi vetri, chi addirittura lattine usate, gli psicologi di solito cauti con le cifre, parlano di “epidemia” di giovanissimi che si tagliano. “Quanti? Sempre di più, almeno quelli che vediamo nel nostro consultorio, e la prevalenza è femminile, ma il fenomeno è talmente in evoluzione che è impossibile avere numeri certi”, conferma lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del gruppo “Minotauro”, una grande esperienza clinica tra i giovanissimi.

Le Inchieste di Repubblica http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/06/24/news/allarme_cutting-89899322/

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Benedetta dice che quelle cicatrici sono le sue ferite di guerra. Lunghi fili sottili come corde di violino sulle braccia e sulle gambe. “Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”. Per tagliarsi Benedetta utilizza sempre la stessa “arma”: il suo vecchio coltellino da scout rigorosamente disinfettato e pulito, custodito con cura nella tasca dello zaino. Poi il taglio diventa un “selfie” che Benedetta invia e condivide con le altre, le ragazze “cutter”, adolescenti come lei che si feriscono e si fanno male, che martirizzano la propria pelle con un’infinità di piccole e grandi lesioni, unico anestetico, spiegano, a qualcosa che duole ancora di più.

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Come quello di Benedetta. Che ha diciassette anni e da due anni si taglia. Si fa male. Infiniti segni sulla pelle. “Ho iniziato quando i miei genitori si sono separati. Soffrivo ma lo nascondevo. Volevo restare la ragazza più-che-perfetta di cui erano sempre andati fieri. Ma nello studio perdevo colpi, e tagliarmi mi dava sollievo. Il dolore della lama, il sangue caldo: chiudevo la porta del bagno della scuola, l’ansia scompariva e alle interrogazioni vincevo di nuovo…”. Fino ad una notte d’estate quando Benedetta nel sonno “perde il controllo”, scopre un braccio e sua madre vede per la prima volta le cicatrici. “Mi sono svegliata e l’ho sentita piangere accanto a me: pensava che quei segni fossero i buchi dell’eroina. Le ho raccontato tutto: ho accettato di curarmi, capisco di avere un problema, ma non ho ancora smesso”.

E sono proprio gli psicologi che hanno i centri di ascolto nelle scuole ad aver lanciato l’allarme sulla diffusione “epidemica” del cutting, e sulla sua replicazione virale attraverso ogni tipo di social e in particolare su “Tumblr”. Dove però Aurelia, 16 anni, invece scrive: “Mi ferivo perché non ne potevo più di essere sola. Perché le altre mi avevano isolata. Adesso quando ho voglia di tagliarmi invece di prendere la lametta mi disegno una farfalla sulle braccia, sui polsi, sono piena di farfalle dappertutto…”.

In realtà “The butterfly project” è una vera e propria disintossicazione dall’autolesionismo, un percorso complesso dove il disegno della farfalla è soltanto il primo passo per tornare a prendersi cura di sé. E di quella farfalla da non uccidere e da non ferire si occupa l’Asif, “Adolescent Self Injury Foundation“, team formato da medici, psichiatri, psicoterapeuti ma anche da genitori di ragazzi “cutter” ed ex pazienti oggi guariti, prezioso riferimento per chiunque tenti di uscire dalla dipendenza del farsi male. Le ragazze soprattutto. Sembra strano infatti, ma nell’età in cui è più forte l’esaltazione estetica, aggiunge Charmet, “le adolescenti maltrattano il proprio corpo con tagli, cicatrici, piercing, sfogano la propria rabbia contro quel fisico a cui tanto tengono, così come da piccole riversavano le proprie sofferenze sulla bambola più amata, tagliandole i capelli o magari facendola a pezzi”.

Seduta ai tavolini di un caffè-bistrot nel parco romano di Villa Pamphili, Maria Teresa, 15 anni, accompagnata dalla madre Sara, mostra i “disegni” sulle sue braccia. Una specie di scacchiera di graffi e croste, il segno nitido della lametta o di qualche punta aguzza, tagli recenti, freschi, terribili. “Parlo soltanto perché me l’ha chiesto mia madre e perché ho deciso di smettere. Mi ferisco quando sto male, quando il mondo mi rifiuta, quando mi sento brutta, quando i ragazzi non mi invitano ad uscire, quando tutto mi sembra inutile. E’ una liberazione, sapete? Il sangue è rosso, è vita… Lo faccio qui, al parco, con le forbicine, il rasoio, con quello che capita. Ma per il resto sono normalissima, vado bene a scuola, se non avessi chiesto aiuto io a mia madre, nessun a casa si sarebbe accorto di nulla”.

La pelle, diaframma tra il dentro e il fuori. Sara annuisce, con tristezza. “La verità è che da tempo Teresa non faceva più vedere il suo corpo a nessuno, nemmeno a me. Maniche lunghe, pantaloni, calze scure. Forse perché è un po’ tonda, mi dicevo, un po’ in sovrappeso, capita che molte ragazze nell’adolescenza entrino in crisi con la propria immagine. Ripassavamo insieme la sera, mi raccontava della scuola, delle amiche… Quanto sono stata superficiale. Poi qualche settimana fa Teresa è corsa da me in lacrime: una delle ferite si era infettata, il braccio era gonfio e lei scottava. Ci siamo abbracciate e l’ho portata di corsa al pronto soccorso. Adesso Teresa è in terapia. E anch’io”.

Federico Bianchi di Castelbianco, dirige l’Ido, l’Istituto italiano di ortofonologia, storico centro per i disturbi del linguaggio e di psicoterapia dell’età evolutiva. Ed è proprio degli psicologi dell’Ido che lavorano nelle scuole secondarie l’ultimo allarme sul “cutting” tra gli adolescenti. “Sono decine i ragazzi che rivelano questa pratica nascosta nei nostri centri di ascolto, con fenomeni di emulazione sempre più diffusi. Dicono che quei tagli tolgono il dolore e restituiscono la vita. Spesso è un senso di inadeguatezza che li tormenta. Molti per fortuna smettono da soli… Ma noi intercettiamo soltanto una piccola parte del fenomeno, soltanto i ragazzi che scelgono di bussare alla porta dello psicologo scolastico. E quei pochi sono già disponibili a farsi aiutare. Il problema sono tutti gli altri che continuano a farsi del male”.

Scrive sul profilo Facebook “Rosso sangue” autolesionista anonima: “Non chiedermi perché mi taglio, non farmi domande stupide. Quando non ce la fai più in quale modo devi abbandonare il dolore… E a volte non hai scelta di fronte a quella dannata lametta”.

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