Disturbo da deficit di natura

I bambini cresciuti senza legame con la natura e gli animali che rischiano di diventare adulti disinteressati al mondo che li circonda.
I nostri figli stanno perdendo contatto con la natura e con se stessi.

Maurizio Luerti, counselor e ingegnere ne parla su genitorichannel.it

Mi ritengo fortunato perché appartengo a quella generazione che ha visto nascere i computer, quando ancora c’era molto da scoprire in quell’ambito, anche per noi ragazzi: lo stupore della tecnologia, i primi rudimentali videogiochi, ma soprattutto, il sogno di possibilità infinite che l’elettronica ci faceva intravedere. Sono diventato ingegnere inseguendo quel sogno.

Oggi però le cose sono molto diverse, la tecnologia è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, ne permea spesso ogni istante ed è nato un nuovo pericolo che negli adolescenti assume tratti davvero preoccupanti. È nato un nuovo linguaggio, una modalità comunicativa che aggrega i giovani e non solo e questo porta i ragazzi a passare ore e ore davanti agli schermi di tv, tablet, smartphone e computer.

L’influenza dei videogiochi su bambini e ragazzi
Non c’è tempo per uscire, il mondo reale è meno attrattivo di quello virtuale e poi, è meno pericoloso…ma sarà vero?
Molti psicologi sono convinti che passare molto tempo nella realtà rappresentata dai videogiochi possa influenzare la psiche del giocatore. In altre parole, il giocatore potrebbe formarsi una percezione di se stesso, della società e delle altre persone, a partire dal mondo e dalle caratteristiche dei videogiochi, piuttosto che dalle sue interazioni con il mondo reale.

Va notato che questo tipo di gioco non è nocivo di per se stesso, ma il suo utilizzo incondizionato e spropositato può dare origine a videomania o videofissazione, due aspetti diversi di un meccanismo di dipendenza: il primo legato ad un interesse esclusivo verso il mondo dei videogiochi, l’altro in riferimento all’esposizione prolungata ad un videogame, senza pause, completamente assorbiti dal gioco, in silenzio e spesso, in una stanza poco illuminata.

L’utilizzo smodato della TV aumenta i problemi di concentrazione
Secondo uno studio condotto dal Children’s Hospital and Regional Medical Center di Seattle, ogni ora passata al giorno davanti al televisore dai bambini in età prescolare, aumenta del 10% la possibilità che essi sviluppino, prima dei sette anni, problemi di concentrazione e altri sintomi tipici del disturbo da deficit di attenzione. Abbagliata da un eccesso di stimoli e di velocità, la mente infantile ne risente: non riesce a concentrarsi, a collegare momenti diversi della narrazione, a simbolizzare e comprendere ciò che sta vedendo.

Per Richard Louv, pedagogista statunitense:
Serve del tempo, libero e non strutturato, per sperimentare la natura in modo profondo.”

Louv lancia un campanello d’allarme riguardo ad un rilevato disturbo da deficit di natura che investe sempre più i ragazzi cresciuti in ambienti chiusi, dove il gioco è ormai assolutamente virtuale, dispensato attraverso computer, televisori e videogame. Il contatto con la natura è ostacolato da impedimenti, sia di tipo strutturale, che culturale. Da un lato, c’è la modellazione dei grandi agglomerati cittadini che lasciano poco spazio alle zone verdi, dall’altro, c’è la carenza di tempo libero e la paura degli spazi naturali non sorvegliati.
Inoltre, la cultura moderna attribuisce scarso valore al gioco in mezzo alla natura, favorendo invece un’attività più strutturata. Oggi, i giovani sono molto impegnati in una serie di attività cosiddette ricreative, che ben poco hanno a che fare con il gioco.

I bambini cresciuti senza legame con la natura diventano adulti disinteressati
Il rischio, più a lungo termine, è che bambini cresciuti senza alcun legame con natura e animali, diventino adulti disinteressati al mondo che li circonda. La preoccupazione non è solo per i singoli, ma per l’intero pianeta, che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente. Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile, che la sindrome da deficit di natura possa oggi affliggere tutto il mondo occidentale o gran parte di esso. Louv parla di malattia dell’anima prima ancora che del corpo, un’anima che ha perso la capacità di conoscere attraverso il corpo.

Siamo di fronte ad una crisi del sentire, stiamo perdendo la facoltà di conoscere direttamente il mondo.

Sono padre di un ragazzo di dodici anni che è appassionato di videogame. Ho imparato a giocare con lui, impugnando il controller della Playstation e soprattutto divertendomi insieme a mio figlio. Così mantengo aperto un canale di comunicazione e la curiosità è contagiosa: il mio autentico interesse nell’avvicinarmi al suo mondo virtuale ha stimolato in lui la curiosità di scoprire il meraviglioso che c’è nel mondo naturale. Gli racconto delle mie avventure di quando avevo la sua età e lui stesso sta iniziando a sperimentarle.
È una conseguenza inevitabile, è un fattore di riconnessione con la natura. Poiché il mondo esterno e quello interiore sono collegati attraverso i sensi e l’ambiente naturale è la fonte principale della stimolazione sensoriale, i ragazzi sono naturalmente portati a sperimentarsi attraverso la natura.

Occorre trovare il modo d’innescare questo processo, poi la natura farà il suo corso.

di Maurizio Luerti
Counselor e ingegnere, ha lavorato per molti anni nel settore delle telecomunicazioni e in quello elettro-medicale. Svolge attività di Counseling rivolto ad adolescenti presso sportelli d’ascolto in istituti scolastici. Conduce gruppi di crescita nella natura. Promuove il Counseling attraverso conferenze sia pubbliche che private.

SALVATECI DALLE MAMME

DALLA MADRE DI “ER PELLICCIA” A QUELLA DI FABRIZIO CORONA FINO A QUELLA DI TEA FALCO, NON SONO POCHE LE SIGNORE CHE FANNO SCUDO AI FIGLI SUL WEB O SUI GIORNALI – PIÙ CHE CHIOCCE, LEONESSE
Certo, il fenomeno non è solo italiano – Persino Eminem e Lady Gaga sono stati difesi pubblicamente dalle rispettive madri; ma la virulenza di queste intrusioni materne trovano terreno molto fertile nella cultura italiana: mammona, anzi mammifera, direbbe Giorgio Manganelli, perché ci sarà sempre la mamma a fornire o creare alibi  e benaltrista, perché la colpa, in Italia, è sempre degli altri. Mai dei figli di mammà.

DAGOSPIA 27.05.015 e Luca Mastrantonio per il “la Lettura – il Corriere della Sera”

FABRIZIO FILIPPI DETTO ER PELLICCIAFABRIZIO FILIPPI DETTO ER PELLICCIA

Protettive come chiocce, aggressive come tigri. Sono le «mamme chiocciola», che intervengono a favore dei figlioli non solo su giornali e tv, ma pure sui social, senza timore di esporsi al pubblico ludibrio. Pur di difendere i figli, vandali o galeotti, e le figlie, lasciate dal marito, insultate dal pubblico. Sì. Ma soprattutto, sostiene Grazia Attili, psicologa evoluzionista, per difendere se stesse, il proprio ruolo di madri, benché «a danno dell’autostima dei figli, adulti, che non sembrano in grado di difendersi da soli; queste madri protettive-intrusive infatti generano insicurezza. Quasi un’involuzione, rispetto alle famiglie di due generazioni prima, dove la protezione c’era, il cosiddetto mammismo, ma non era aggressiva, invadente come oggi».

GABRIELLA MADRE DI FABRIZIO CORONAGABRIELLA MADRE DI FABRIZIO CORONA

Qualche caso? Nel 2011, dopo le manifestazioni degli indignati di Roma, viene arrestato un ragazzo immortalato da una foto a torso nudo nell’atto di lanciare un estintore contro le forze dell’ordine, mentre alle sue spalle brucia una camionetta: è Fabrizio Filippi, noto come Er Pelliccia. La madre, su Vanity Fair , dice che è un capro espiatorio, che è un «ingenuo, un generoso, che aiuta gli altri», che si è fatto «prendere dall’eccitazione: la folla ti tira in mezzo»; quelle azioni sì, erano violente, ma erano « fabriziate , chiamiamo così questi suoi modi di fare».

Altro genere di «fabriziate» sono quelle che hanno portato in carcere Fabrizio Corona, per il quale la madre ha chiesto la grazia. Nel 2009, a Domenica Cinque , protestava: «Fabrizio fa da capro espiatorio per quello che di più grave succede in Italia. Se lui è quello che è, lo deve a chi ha costruito questa gioventù che non ha valori per gli esempi che ci sono stati in questa società negli ultimi 30 anni.

chiara giordano con la madre annamaria bernardini de paceCHIARA GIORDANO CON LA MADRE ANNAMARIA BERNARDINI DE PACE

Purtroppo mio figlio è uno di questi esempi». E purtroppo, commenta Attili parlando a la Lettura , è così che certe madri «non si rendono conto di essere state vittime di quegli stessi anni, in cui i loro genitori, focalizzati sulla realizzazione individuale, hanno dato meno certezze ai figli. Quell’attenzione non avuta dai propri genitori oggi la vogliono dare ai figli, in eccesso: sono iper-protettive con la prole per proteggere il proprio ruolo».

Il sottotitolo del libro di Attili, L’amore imperfetto (il Mulino, 2012), andrebbe allora capovolto: non «perché i genitori non sono sempre come li vorremmo», ma «perché i genitori sono come non dovrebbero essere: l’espansione di modalità di accudimento produce insicurezza».

NICOLE MAZZOCATONICOLE MAZZOCATO

Questa estate ha tenuto banco il caso di Annamaria Bernardini de Pace che sul Giornale ha attaccato l’ex marito della figlia, «genero degenere», da molti individuato in Raoul Bova. Ma più dei giornali è la televisione il medium prediletto per queste difese d’ufficio familiare, soprattutto quella trash, come Il Grande Fratello . Anche se si registra la crescita dell’uso dei canali digitali e social: recentemente su Facebook è intervenuta la mamma di Nicole Mazzocato, corteggiatrice di Uomini e donne presa di mira sul web.

L’ultimo caso eclatante è di pochi giorni fa, quando la mamma di Tea Falco si è scatenata in difesa della figlia: l’attrice, classe 1986, lanciata da Bernardo Bertolucci ( Io e te ), è diventata celebre, in negativo, per la fiction Sky 1992 , dove interpreta una rampolla viziata milanese con una cadenza molto pesante, da tossica: da giornali e social sono piovute critiche pesanti per la recitazione glottologicamente caricaturale — per chi avesse dubbi, c’è un supercut su YouTube con esilaranti finti sottotitoli. Alla stroncatura del Fatto Quotidiano , di Domenico Naso, mamma Falco ha scritto via Facebook vari messaggi di insulti al giornalista.

TEA FALCOTEA FALCO

Comprendere ed ascoltare la violenza nelle relazioni etero sessuali e LGBT

Firenze Mercoledì 10 – Giovedì 11 Giugno 2015, Biblioteca delle Oblate, Via dell’Oriuolo, 24

Le due giornate del Convegno nascono da una collaborazione fra l’Azienda Sanitaria di Firenze ed il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze all’interno del Progetto dell’Azienda Sanitaria di Firenze “Contrasto alla violenza alle donne, accoglienza, situazioni di maltrattamento, abuso minori ed attenzione agli autori di violenza, anche con azioni di formazione” finanziato dalla Regione Toscana.

Oltre ad importanti ospiti italiani le due giornate prevedono la presenza della Prof.ssa Marianne Hester, OBE Chair in Gender,
Violence & International Policy Head of Centre for Gender & Violence Research School for Policy Studies, dell’Università di
Bristol, che ci dà l’occasione di riflettere e approfondire su temi importanti in merito alla violenza domestica. La Prof.ssa Hester è consulente per la Comunità Europea sulla Convenzione di Istanbul.

Il programma completo delle due giornate Comprendere ed ascoltare la violenza

Fossi in te io insisterei, un libro di Carlo Gabardini

“Ciao papà, non so se ti spedirò mai questa lettera, ma intanto la scrivo. Ti devo dire delle cose perché qua la vita si fa complessa ed è sempre più difficile capire, restare lucidi, trovare un senso, interrogarsi sulla felicità.” Inizia così la lettera di Carlo G. Gabardini al padre. Una lettera che è il dialogo a lungo rimandato fra un figlio diventato adulto e un padre troppo esemplare e troppo amato a cui, chi scrive, deve dire addio per affrontare la vita ancora da vivere. Alternando ciò che è stato e ciò che è, Gabardini dà voce a un “romanzo famigliare” che prende avvio nella Milano degli anni Settanta-Ottanta in un appartamento nel quale i protagonisti – un padre, una madre e cinque figli, fra maschi e femmine – consumano cene “politicamente scorrette”, si confrontano e si contano per scegliere la nuova auto da acquistare o il luogo dove trascorrere uno specialissimo compleanno, giocano partite di Trivial Pursuit, si danno appuntamento in cucina per tè notturni che diventano il momento più atteso e più intimo della loro quotidianità. “Fossi in te io insisterei” è un racconto intimo e coraggioso, ironico e struggente, in cui è impossibile non riconoscersi perché, come scrive Gabardini, “il coming-out non è un’esclusiva degli omosessuali, ma di tutti. Perché “venir fuori”, mostrarsi per chi si è realmente, urlare cosa si desidera per la propria esistenza, non concerne solo la sfera sessuale, riguarda il nostro senso di stare al mondo.
Gabardini ritorna a parlare di amore, solitudine, omosessualità, senso della vita, in un libro che è una franca e coraggiosa lettera al padre, scomparso qualche anno fa, a cui lui era legatissimo. Stimato avvocato milanese, uomo di altri tempi, dai sani ma rigidi principi morali, un padre affettuoso ma forse “impegnativo”, con la memoria del quale Carlo prova oggi a fare i conti, per fare i conti con se stesso. E riprendere in mano la sua vita.
“Fossi in te io insisterei. Lettere a mio padre sulla vita ancora da vivere” di Carlo Gabardini, Mondadori editore

“Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”

Si chiama “cutting”, è la non recentissima ma ora dilagante nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, c’è chi utilizza lamette, chi vetri, chi addirittura lattine usate, gli psicologi di solito cauti con le cifre, parlano di “epidemia” di giovanissimi che si tagliano. “Quanti? Sempre di più, almeno quelli che vediamo nel nostro consultorio, e la prevalenza è femminile, ma il fenomeno è talmente in evoluzione che è impossibile avere numeri certi”, conferma lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del gruppo “Minotauro”, una grande esperienza clinica tra i giovanissimi.

Le Inchieste di Repubblica http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/06/24/news/allarme_cutting-89899322/

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Benedetta dice che quelle cicatrici sono le sue ferite di guerra. Lunghi fili sottili come corde di violino sulle braccia e sulle gambe. “Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”. Per tagliarsi Benedetta utilizza sempre la stessa “arma”: il suo vecchio coltellino da scout rigorosamente disinfettato e pulito, custodito con cura nella tasca dello zaino. Poi il taglio diventa un “selfie” che Benedetta invia e condivide con le altre, le ragazze “cutter”, adolescenti come lei che si feriscono e si fanno male, che martirizzano la propria pelle con un’infinità di piccole e grandi lesioni, unico anestetico, spiegano, a qualcosa che duole ancora di più.

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Come quello di Benedetta. Che ha diciassette anni e da due anni si taglia. Si fa male. Infiniti segni sulla pelle. “Ho iniziato quando i miei genitori si sono separati. Soffrivo ma lo nascondevo. Volevo restare la ragazza più-che-perfetta di cui erano sempre andati fieri. Ma nello studio perdevo colpi, e tagliarmi mi dava sollievo. Il dolore della lama, il sangue caldo: chiudevo la porta del bagno della scuola, l’ansia scompariva e alle interrogazioni vincevo di nuovo…”. Fino ad una notte d’estate quando Benedetta nel sonno “perde il controllo”, scopre un braccio e sua madre vede per la prima volta le cicatrici. “Mi sono svegliata e l’ho sentita piangere accanto a me: pensava che quei segni fossero i buchi dell’eroina. Le ho raccontato tutto: ho accettato di curarmi, capisco di avere un problema, ma non ho ancora smesso”.

E sono proprio gli psicologi che hanno i centri di ascolto nelle scuole ad aver lanciato l’allarme sulla diffusione “epidemica” del cutting, e sulla sua replicazione virale attraverso ogni tipo di social e in particolare su “Tumblr”. Dove però Aurelia, 16 anni, invece scrive: “Mi ferivo perché non ne potevo più di essere sola. Perché le altre mi avevano isolata. Adesso quando ho voglia di tagliarmi invece di prendere la lametta mi disegno una farfalla sulle braccia, sui polsi, sono piena di farfalle dappertutto…”.

In realtà “The butterfly project” è una vera e propria disintossicazione dall’autolesionismo, un percorso complesso dove il disegno della farfalla è soltanto il primo passo per tornare a prendersi cura di sé. E di quella farfalla da non uccidere e da non ferire si occupa l’Asif, “Adolescent Self Injury Foundation“, team formato da medici, psichiatri, psicoterapeuti ma anche da genitori di ragazzi “cutter” ed ex pazienti oggi guariti, prezioso riferimento per chiunque tenti di uscire dalla dipendenza del farsi male. Le ragazze soprattutto. Sembra strano infatti, ma nell’età in cui è più forte l’esaltazione estetica, aggiunge Charmet, “le adolescenti maltrattano il proprio corpo con tagli, cicatrici, piercing, sfogano la propria rabbia contro quel fisico a cui tanto tengono, così come da piccole riversavano le proprie sofferenze sulla bambola più amata, tagliandole i capelli o magari facendola a pezzi”.

Seduta ai tavolini di un caffè-bistrot nel parco romano di Villa Pamphili, Maria Teresa, 15 anni, accompagnata dalla madre Sara, mostra i “disegni” sulle sue braccia. Una specie di scacchiera di graffi e croste, il segno nitido della lametta o di qualche punta aguzza, tagli recenti, freschi, terribili. “Parlo soltanto perché me l’ha chiesto mia madre e perché ho deciso di smettere. Mi ferisco quando sto male, quando il mondo mi rifiuta, quando mi sento brutta, quando i ragazzi non mi invitano ad uscire, quando tutto mi sembra inutile. E’ una liberazione, sapete? Il sangue è rosso, è vita… Lo faccio qui, al parco, con le forbicine, il rasoio, con quello che capita. Ma per il resto sono normalissima, vado bene a scuola, se non avessi chiesto aiuto io a mia madre, nessun a casa si sarebbe accorto di nulla”.

La pelle, diaframma tra il dentro e il fuori. Sara annuisce, con tristezza. “La verità è che da tempo Teresa non faceva più vedere il suo corpo a nessuno, nemmeno a me. Maniche lunghe, pantaloni, calze scure. Forse perché è un po’ tonda, mi dicevo, un po’ in sovrappeso, capita che molte ragazze nell’adolescenza entrino in crisi con la propria immagine. Ripassavamo insieme la sera, mi raccontava della scuola, delle amiche… Quanto sono stata superficiale. Poi qualche settimana fa Teresa è corsa da me in lacrime: una delle ferite si era infettata, il braccio era gonfio e lei scottava. Ci siamo abbracciate e l’ho portata di corsa al pronto soccorso. Adesso Teresa è in terapia. E anch’io”.

Federico Bianchi di Castelbianco, dirige l’Ido, l’Istituto italiano di ortofonologia, storico centro per i disturbi del linguaggio e di psicoterapia dell’età evolutiva. Ed è proprio degli psicologi dell’Ido che lavorano nelle scuole secondarie l’ultimo allarme sul “cutting” tra gli adolescenti. “Sono decine i ragazzi che rivelano questa pratica nascosta nei nostri centri di ascolto, con fenomeni di emulazione sempre più diffusi. Dicono che quei tagli tolgono il dolore e restituiscono la vita. Spesso è un senso di inadeguatezza che li tormenta. Molti per fortuna smettono da soli… Ma noi intercettiamo soltanto una piccola parte del fenomeno, soltanto i ragazzi che scelgono di bussare alla porta dello psicologo scolastico. E quei pochi sono già disponibili a farsi aiutare. Il problema sono tutti gli altri che continuano a farsi del male”.

Scrive sul profilo Facebook “Rosso sangue” autolesionista anonima: “Non chiedermi perché mi taglio, non farmi domande stupide. Quando non ce la fai più in quale modo devi abbandonare il dolore… E a volte non hai scelta di fronte a quella dannata lametta”.

Oppio ai bambini: lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow e la papagna

Nel XIX secolo, l’atteggiamento di medici e farmacisti nei confronti della morfina era assai disinvolto, al punto che essa veniva normalmente prescritta anche ai bambini. Il caso più eclatante, senza ombra di dubbio, è quello dello sciroppo lenitivo di Mrs. Winslow (Mrs. Winslow’s soothing syrup). Si trattava di uno sciroppo ad uso pediatrico, messo a punto a New York nel 1845 da Mrs. Charlotte Winslow, un’infermiera che aveva lavorato per circa 30 anni con i bambini e commercializzato in seguito da suo genero, il farmacista Jeremiah Curtis e dal suo socio Benjamin A. Perkins.

articolo tratto dal sito eroina.eu.com http://linkis.com/Y5mlM

Lo sciroppo era pubblicizzato come ‘l’amico delle madri’, utile nell’agitazione da eruzioni dentarie, ma anche per la diarrea, per i dolori intestinali, come anti infiammatorio e ‘per dare tono ed energia all’intero organismo’ del bambino.  Il testo della pubblicità che compariva sui giornali americani nel 1875 recitava:

“CONSIGLI PER MAMME-Il tuo riposo è interrotto da un bambino che soffre per il dolore che gli provocano i primi dentiniVai subito da un farmacista e chiedi una bottiglia del lenitivo di MRSWINSLOWLo sciroppo darà sollievo immediato al povero malatoÈ perfettamente innocuo e piacevole al gustoproduce un sonno tranquillo e naturalealleviando il bambino dal doloree il piccolo cherubino si sveglierà al mattino brillante come un bottone d’argento. Calma il bambinoammorbidisce la gengiveallevia ogni doloreriduce la flatulenzaregolal’intestinoed è il rimedio più conosciuto per la dissenteria e la diarrease derivanti dalla dentizione o altre cause. Lo sciroppo lenitivo  Mrs.Winslow è venduto in tutte le farmacie.

Per tutto il XIX secolo la composizione dello sciroppo rimase sconosciuta e non era riportata sull’etichetta nè sulla confezione. Lo sciroppo conteneva 65mg di morfina ogni oncia di liquido (poco più di 30ml). Se si considera che un cucchiaino da tè ha un volume di circa 5ml, se ne ricava che ognuno conteneva circa 10mg di morfina, ovvero la stessa quantità presente oggi nelle fiale per uso ospedaliero per adulti.

E’ facile immaginare come lo sciroppo venisse utilizzato da alcune madri per sedare qualsiasi stato di agitazione nei loro bambini e qualsiasi crisi di pianto, come denuncerà il secolo successivo l’American Medical Association, che definirà il preparato come un’escamotage per non prendersi cura dei bambini. Fino agli inizi del XX, però, lo sciroppo fu popolarissimo fra le madri americane e celebratissimo su tutti i quotidiani e non solo per la presenza della sua pubblicità ma anche per i commenti entusiasti delle lettrici. In una lettera al New York Times una madre decanta così le doti dello sciroppo ‘Egregi signori, sono felice di essere in grado di certificare l’efficacia del calmante di MRS. WINSLOW’S e la verità di quanto viene rappresentato. Il mio bambino soffriva notevolmente per l’eruzione dei suoi dentini, non riusciva a riposare e piangeva di notte tanto da non consentire a nessuno della famiglia di farlo. Ho acquistato una bottiglia di lenitivo, al fine di provare il rimedio, e, quando l’ho somministrato al bambino seguendo le istruzioni, il suo effetto su di lui è stato come come magico: ben presto si è addormentato e tutto il dolore e il nervosismo sono scomparsi. Abbiamo sempre avuto problemi con lui da quando il piccino ha iniziato a mettere la sua dentizione e l’unico aiuto lo abbiamo ricevuto dal lenitivo di MRS. WINSLOW. Ogni madre che tiene alla salute e alla vita dei suoi figli dovrebbe averlo in casa.’.

Queste caratteristiche, unitamente al marketing dell’epoca, che presentava lo sciroppo come un prodotto naturale e sicuro, portarono alla vendita di enormi quantità di lenitivo. Infatti, lo sciroppo venne utilizzato oltre misura dalle mamme americane ed inglesi: nel 1868 Jeremiah Curtis dichiarò di aver già venduto altre un milione e mezzo di bottiglie di lenitivo. Lo sciroppo di Mrs Winslow è probabilmente l’unico caso di abuso nella storia dei preparati a base di derivati dell’oppio in cui ad abusare non era il paziente cui il farmaco era stato prescritto, ma addirittura la madre che lo somministrava al suo bambino.

La mancanza di consapevolezza circa il contenuto non dichiarato, l’abuso che ne veniva fatto e l’elevato contenuto in morfina provocarono alcuni decessi per overdose. Nel frattempo altri prodotti simili erano stati messi a punto, sulla scia del successo del preparato di Mrs Winslow, tipo il Monell’s Teething Syrup e molti altri. Gli incidenti (anche mortali) ed il fiorire di questo tipo di preparati mutarono lentamente il giudizio dell’opinione pubblica. Nel 1910 il New York Times, che il secolo prima aveva ospitato la pubblicità e le celebrazioni entusiaste delle mamme americane, pubblicò un duro articolo contro gli sciroppi lenitivi per bambini, che contenevano ‘solfato di morfina, cloroformio, cloridrato di morfina, codeina, eroina, oppio in polvere, cannabis indica,”  e alcune volte più di uno di questi in combinazione. Nel 1911 l’American Medical Association denunciò l’abuso di questi preparati per bambini, che vennero definiti “baby killer” e nel 1930 lo sciroppo non era più in commercio negli Stati Uniti e neppure nel Regno Unito.

 

Per quanto la sua vita come farmaco pediatrico fu molto più breve, anche la stessa eroina venna proposta dalla Bayer come farmaco così innocuo e sicuro che era possibile somministrarlo anche ai bambini, come farmaco contro la diarrea e la tosse, tanto che ne vennero fissati addirittura i dosaggi in base al peso corporeo. L’eroina ai bambini come farmaco ‘calmante’ viene somministrata ancora oggi da circa il 10% dei tossicodipendenti afghani.

La vicenda dello sciroppo lenitivo rimanda in qualche modo a quella del decotto di papavero, utilizzato fino a pochi decenni fa in alcune regioni dell’Italia meridionale per sedare le crisi di pianto dei bambini, dovute alle coliche, o per indurre il sonno, ovvero la cosiddetta papagna (papaverina in Sicilia, papambrone in Abruzzo). Il papaver somniferum è una pianta mediterranea, che appartiene alla nostra vegetazione spontanea e che è molto comune in alcune regioni italiane e, fra queste, la Puglia, che è anche la regione italiana in cui esistono tracce archeologiche di un uso tradizionale del papavero (se non di un vero e proprio culto) fra le popolazioni pre-romaniche ed in particolar modo fra i dauni, gli abitanti della parte della Puglia corrispendente all’attuale provincia di Foggia.

Le indicazioni all’uso della papagna non erano molto differenti da quelle degli sciroppi lenitivi, ciò che invece la rendeva molto diversa era la modalità con cui veniva somministrato il decotto, i dosaggi di morfina che venivano somministrati al bambino nonchè la presenza nel decotto stesso di tutti gli alcaloidi del papavero. Nel decotto non si raggiungevano sicuramente i dosaggi di morfina dello sciroppo lenitivo: infatti vi sono varie ricette per la preparazione della papagna, alcune delle quali prevedono l’aggiunta di alloro e di una manciata di camomilla, ma tutte prevedono l’utilizzo di una sola capsula di papavero. La modalità di somministrazione riduceva ulteriormente la dose: il decotto, infatti, ha un sapore sgradevole e quindi andava addolcito perchè il bimbo lo assumesse. Per questo veniva utilizzato un panno di lino pulito o un fazzoletto, al centro del quale si poneva un cucchiaino di zucchero e quindi si ricavava una sorta di ciuccio per bambini, utilizzando del filo di cotone per legare il tutto. Questo minuscolo sacchetto veniva inzuppato nel decotto e poi dato al bambino da succhiare, continuando in genere fino a quando si addormentava. A calmare il bambino, quindi, contribuivano vari fattori: le cure della madre, il ciuccio, il sapore dolciastro e le tracce di morfina presenti nel decotto. Questa modalità di somministrazione lenta, inoltre, faceva sì che l’apporto venisse a cessare non appena il bambino si addormentava. I racconti delle donne dell’epoca (alcuni dei quali raccolti personalmente) confermano che solitamente veniva somministrata al bambino solo una piccolissima parte di quanto preparato, grazie al metodo del ‘ciuccio’ ed in ogni caso non vi è memoria nè di abuso nè di incidenti mortali correlati all’uso della papagna, come è invece avvenuto per lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow.

Nel dopoguerra l’uso tradizionale della papagna iniziò ad essere osteggiato con più forza dai medici in tutta la Puglia è questo portò ad un sempre minore ricorso a questo rimedio, che però è sicuramente sopravvissuto fino alla fine degli anni settanta, come personalmente documentato. Va comunque rilevato che, anche se l’uso della papagna è praticamente scomparso, In Puglia (ed in particolar modo nel Salento) è ancora molto diffusa nella cultura contadina (e non solo) la consapevolezza delle proprietà della pianta e di questo suo possibile utilizzo.

La vicenda della papagna dimostra che, anche nell’uso tradizionale e popolare, specie in epoche recenti, gli oppiacei sono stati identificati soprattutto come un rimedio.

ADHD e compiti a casa. Sopravvivere in 4 fasi

di Anna La Prova http://www.forepsy.it/index.php/adhd-e-compiti-a-casa-sopravvivere-in-4-fasi/

“Marco si alza dalla scrivania, perchè per la terza volta ha fatto cadere la matita, dopo averla raccolta dice che deve temperarla e dopo che la mamma gli fa notare che è abbastanza appuntita, sbuffa e si accascia sul quaderno … La mamma si spazientisce ‘Vogliamo andare avanti o vuoi stare qua tutta la sera!’, Marco sicuramente non ha voglia di stare lì tutta la sera, ma quell’operazione di matematica è troppo frustrante e faticosa da affrontare in quel momento, soprattutto con la prospettiva di dover fare anche tutti i compiti di italiano e di inglese … Marco passerà un altro pomeriggio seduto alla scrivania, senza concludere nulla, piangendo e litigando con la mamma … “

I bambini ADHD hanno una difficoltà specifica nell’organizzazione e nella gestione dei compiti complessi, ecco perchè fare i compiti è una sfida piuttosto difficile per loro, perchè significa dover tenere in considerazione una miriade di informazioni contemporaneamente, come quali materie hanno per il giorno dopo, che compiti gli sono stati assegnati, con quali materiali devono realizzarli e molto altro.

Per alcuni bambini fare i compiti può risultare naturale o addirittura piacevole, per molti altri, la maggior parte, può diventare addirittura un incubo. Quello che manca, molto spesso, per riuscire, al di là di un problema reale di fragilità di autocontrollo e attenzione, è il saper impostare una serie di passi strategici da seguire. E’ fondamentale fornire al ragazzo, da subito un approccio strategico con cui affrontare il momento dei compiti, a partire dal chiedersi dove è meglio farli e in che modo. Di seguito descrivo 3 aspetti centrali su cui è utile ragionare ancor prima di “buttarsi” nella missione compiti: il Dove, il Cosa e il Come. Vediamoli nel dettaglio.

1) Dove. Iniziamo col dire che la prima cosa su cui riflettere nell’approcciare il momento dei compiti, per un bambino o ragazzo che abbia una fragilità nell’organizzazione, è di predisporre uno spazio adeguato. Quando parlo di spazio intendo anche la scelta della stanza più idonea, o della posizione in classe, in cui il bambino deve svolgere i compiti. E’ fondamentale che questo sia sempre lo stesso e che non venga modificato, ma è bene identificare una stanza ed anche una parte della stanza in cui posizionare la scrivania e fare in modo che il bambino faccia i compiti sempre in quel luogo.

Allo stesso modo, in classe, sarebbe opportuno evitare di far ruotare i bambini da un banco all’altro, ma garantire lo stesso tipo di posizione spaziale, in modo che il bambino abbia dei punti di riferimento fissi. Il secondo aspetto da curare, è l’assicurarsi che il bambino metta sul banco, o sulla scrivania dove è solito fare i compiti, solo il materiale che gli occorre per il tipo di compito specifico che sta per fare.

 2) COSA. La seconda cosa da fare è aiutare il bambino a chiedersi “Cosa devo fare oggi?” . A questa domanda sarà più facile rispondere se avrete già predisposto insieme un calendario della settimana, meglio se un cartellone ben visibile attaccato nei pressi della scrivania, con su scritti i vari compiti che in genere vengono assegnati per quel giorno specifico,Ad esempio il lunedì in genere mi assegnano i compiti di matematica per il venerdì; il martedì in genere ho da fare i compiti di italiano per il giovedì.

3) COME. A questo punto dovrai aiutare il bambino a rispondere alla domanda “Come lo posso fare?”, identificando insieme a lui dei passi per procedere nei compiti. Uno degli aspetti che spesso scoraggia i bambini (ed anche gli adulti) è visualizzare i compiti da fare come una quantità vaga ed indefinita di azioni, riuscire ad identificare un passo alla volta, può essere molto più incoraggiante per entrambi.

Una strategia che funziona molto, soprattutto coni bambini più piccoli, è quella di proporgli i passi per realizzare un compito, come le fasi di un piano speciale da completare. Può essere utile associare l’idea delle fasi ai passi che deve compiere un supereroe. Un eroe a cui io faccio riferimento spesso, quando lavoro con i più piccoli, è l’agente speciale OSO, un cartone animato in cui un orsetto deve riuscire a realizzare delle missioni speciali e per farlo deve seguire 3 fasi. In genere propongo al bambino le seguenti fasi :

  • fase 1: capire cosa fare;
  • fase 2 : capire come lo posso fare
  • fase 3: realizzare il come
  • fase 4: controllare se ho fatto bene.

L’idea di realizzare delle fasi, come un eroe in una missione speciali, piace molto, risulta motivante e “allena” alla capacità di affrontare un problema in modo ordinato e strategico, piuttosto che ad agire per tentativi ed errori senza un piano preciso.

Poichè le immagini sono molto efficaci per i bambini, e per i bambini con fragilità d’attenzione lo sono in particolar modo, ecco che le fasi possono essere tradotte in immagini su un cartoncino.

Si potrebbero, ad es., creare dei cartoncini, 1 per ciascuna fase, in cui il bambino “disegna” ciò che deve fare in ciascuna fase. Si possono creare ulteriori cartoncini, che costituiscono dei bonus, che il bambino può spendere tra una fase e l’altra per fare una pausa, potrebbero essere il bonus “merenda”, il bonus “mi stiracchio 2 minuti”, il bonus “faccio una pausa più lunga giocando un po”. L’importante è dare la possibilità di autoregolare anche i momenti di “stop”. Si possono predisporre i cartoncini sulla scrivania e man mano che una fase è realizzata, si possono capovolgere, questo darà a tutti il senso che “stiamo procedendo” e incoraggia, orienta, contiene, rammenta!

L’idea di dover affrontare i compiti a piccoli passi, con la possibilità di pause programmate, piuttosto che percepirli come un periodo lungo e indefinito di fatica, aiuta molto sia il bambino che chi gli sta accanto.

RAPPORTO GIOVANI CNR-IFC: 600mila adolescenti fumano, quasi 60mila sniffano coca

La ricerca del  CNR-IFC di Pisa, svolta su un campione di 30.000 studenti italiani, parla  di oltre 600.00 adolescenti che consumano cannabis. Ma colpisce anche un altro dato: circa 50.000 giovani tra i 15 e i 19 anni provano sostanze psicotrope senza neppure conoscerle.

L’indagine, condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs,), nel 2014 come ogni anno dal 1999, riporta anche che sono 60mila i consumatori di cocaina, 27mila di eroina e circa 60mila di allucinogeni e stimolanti.

“La novità dello studio, che ha coinvolto 30mila studenti di 405 istituti scolastici superiori italiani, riguarda proprio il numero significativo di ragazzi che utilizzano sostanze senza conoscerle né sapere quali effetti procurano”, ha spiegato Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Ifc-Cnr e responsabile del progetto, in una intervista dello scorso marzo a “La Nazione”. Il 56 per cento circa di questi 54mila ha assunto senza sapere cosa fossero sostanze per non più di 2 volte, ma il 23 per cento di essi ha ripetuto l’esperienza piu’ di 10 volte. Il 53 per cento di questi studenti – ha continuato – ha utilizzato un miscuglio di erbe sconosciute, che si presentavano per il 47 per cento in forma liquida e per il 43 per cento sotto forma di pasticche o pillole. Questo consumo ‘alla cieca’ coinvolge il 3 per cento dei maschi e poco meno del 2 per cento delle ragazze, soprattutto tra coloro che hanno utilizzato anche altre sostanze illecite diverse”.

In qualche modo legato a questo fenomeno c’è quello degli psicofarmaci. “Sono quasi 400mila gli studenti che almeno una volta nella vita – ha detto Molinaro – li hanno utilizzati senza prescrizione e poco più di 200mila quelli che lo hanno fatto nell’ultimo anno. Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (8 per cento contro 4 per cento dei maschi). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3 per cento), per regolarizzare l’umore e per le diete (2,4 per cento ciascuno)”.

Passando alle sostanze tradizionali, è aumentato il consumo di cannabis. “Il 26 per cento degli studenti, oltre 600mila, ne ha utilizzata nel 2014, secondo una tendenza che parte dal 22 per cento degli anni 2009-2012 e passa per il 25 per cento del 2013”, ha detto la ricercatrice Ifc-Cnr. “In questo caso i ragazzi sono più coinvolti delle coetanee (31% contro 21%) e i consumatori aumentano in corrispondenza della età: tra i 15enni la percentuale risulta dell’11 per cento, tra i 18enni raggiunge il 32 per cento e tra i 19enni il 36. Per la maggior parte si tratta ancora di consumatori occasionali, quasi la metà l’ha utilizzata non più di 5 volte nell’anno e l’86 per cento non l’ha associata ad altre sostanze illegali”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la cocaina, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita il 4 per cento degli studenti italiani, cioè circa 90mila 15-19enni, mentre il 2,6 per cento la ha utilizzata nei dodici mesi precedenti lo studio, ossia poco più di 60mila studenti. Tornando alle sostanze di sintesi, le “smart drugs” “sono utilizzate da circa 40mila studenti, 26mila dei quali ne hanno fatto uso nel 2014). Circa 90mila hanno provato allucinogeni (LSD, francobolli, funghi allucinogeni) nella vita e 60mila nell’ultimo anno.

http://www.lanazione.it/cnr-droga-giovani-rapporto-2014-1.788386

INFORMARE PER RESISTERE, 5 cose che i genitori di adolescenti devono sapere

Oltre ai cambiamenti fisici che si verificano nel corpo dell’essere umano durante l’adolescenza, sorgono cambiamenti nella personalità che richiedono la conoscenza e la preparazione dei genitori per comprendere meglio gli adolescenti e saper affrontare le situazioni che nasceranno durante il cammino.

Ecco cinque aspetti principali di cui i genitori devono essere a conoscenza, magari prima che i loro figli entrino nell’adolescenza:

Tratto da: Aleteia Fonte: LAFAMILIA.INFO

1. Verificherai grandi cambiamenti in tuo figlio

Non sarà più il bambino giocherellone che ti racconta le sue avventure, né ti abbraccerà quando arriverai a casa; ora ti risponderà a monosillabi e forse neanche ti saluterà.

Una lamentela comune dei genitori di adolescenti è che il figlio è passato dall’essere una persona tenera, gentile e di buon carattere ad essere un ragazzo introverso, forse un po’ ribelle e altezzoso.

In alcuni giovani questo cambiamento è più drastico che in altri, ma è normale che si verifichino delle modifiche. Ad esempio, nell’infanzia sono tipici il gioco e l’attività, nell’adolescenza si verifica il contrario: inattività, trascuratezza e pigrizia. Per questo l’adolescente può dormire ore e ore.

Gli adolescenti potranno anche essere disordinati e tenderanno a dimenticare le cose, il che spesso provoca contrasti con i genitori.

“Se impazzisci per il cappotto gettato da una parte o gli asciugamani buttati in bagno, respira profondamente e vai avanti. Bisogna semplicemente tenero conto del fatto che l’adolescente non lo fa per darci fastidio. È un riflesso del fatto che i suoi pensieri sono da un’altra parte”, ha spiegato Tania Santiago, docente di scuola secondaria e baccalaureato, in un articolo di Sontushijos.org.

2. Si preoccuperà del suo aspetto più che mai

Una delle maggiori preoccupazioni degli adolescenti riguarda il loro aspetto. Il corpo è in pieno cambiamento, e non stupisce che gli adolescenti trascorrano tanto tempo a guardarsi allo specchio.

“Se tuo figlio non è felice di ciò che vede (pochi lo sono), questo può minare la sua autostima. Cerca di evitare di scherzare sul suo fisico, ed è un errore anche far pensare loro che non ha importanza. Quella che a tuo avviso è una stupidaggine, per loro rappresenta un mondo”, suggerisce la Salgado.

“Cerca di spiegargli che la gente nota appena quello a cui lui dà tanta importanza. Quanto meglio si sentono gli adolescenti con se stessi, migliore sarà la loro autostima e avranno più armi per affrontare i problemi di ogni giorno”.

3. Sarà un turbinio di emozioni

Nell’adolescenza si verifica la scoperta della propria identità. C’è un’ambivalenza tra infanzia e maturità, ovvero si scopre se stessi con tratti da adulto e tratti da bambino.

Questa situazione porta l’adolescente all’insicurezza di fronte a questa realtà ambigua, per cui usa maschere di comportamento che impediscono agli altri di rendersi conto della realtà. È un meccanismo inconsapevole.

Queste maschere sono l’aggressività e la ribellione. Ogni adolescente ha un modo diverso di essere aggressivo, a volte con violenza verbale o di comportamento. Altri, invece, le esprimeranno attraverso un desiderio di richiamare l’attenzione, perché vogliono gridare al mondo “Io sono io”.

4. Dovrai continuare ad essere padre o madre, non trasformarti in amico

Durante l’adolescenza è frequente che i genitori si chiedano quanto devono essere amici dei propri figli e fino a dove devono arrivare le loro figure di autorità, perché temono di essere “cattivi” con loro e non vogliono sentirsi rifiutati.

La psicologa cilena Pilar Sordo ha spiegato al riguardo: “Non vogliamo vederli con la faccia lunga, non vogliamo che ci dicano che siamo antiquati, diversi dai genitori dei loro amici. In realtà, vogliamo sembrare evoluti e questo ci fa essere tremendamente ambigui nel nostro modo di educare; ci costa dire di no (…), per cui mettiamo i bambini in una rete di insicurezze che impedisce loro di sapere cos’è giusto e cosa non lo è e tutto sembra permesso”.

Ciò che è certo è che l’amicizia annulla l’autorità dei genitori: non è possibile che i due concetti si amalgamino nel ruolo di genitori, hanno fini diversi: l’autorità educa, l’amicizia devia l’obiettivo educativo.

Ciò che è necessario è costruire un rapporto di fiducia: quando un genitore riesce a guadagnarsi la fiducia dei figli, sta gestendo bene l’autorità.

Questa fiducia si caratterizza per l’esistenza di linee aperte al dialogo, ascolto permanente, vicinanza e orientamenti pertinenti; tutto questo fa parte dell’esercizio educativo dei genitori, molto diverso dalla dinamica messa in atto dagli amici.

5. Avrà bisogno di te, non lasciarlo solo

Tutti questi cambiamenti non risultano facili per i genitori, perché molti non sanno come adattarsi e scelgono di lasciare che i figli vivano nel loro mondo per non provocare scontri e discussioni, ma questa distanza è un errore gravissimo. In questa fase, i genitori devono essere molto presenti, perché questo dà sicurezza e rafforza l’autostima.

Lo hanno assicurato numerosi studi, uno dei quali condotto dall’Università Statale della Pennsylvania e che ha rivelato che quanto più i genitori trascorrono del tempo con i figli, tanto più questi ultimi avranno un migliore sviluppo sociale a scuola e più autostima nell’adolescenza.

“Passare del tempo con i figli può essere un compito complesso per molti genitori a causa del lavoro, ma ogni cosa conta”, ha detto al quotidiano La Tercera Susan MacHale, psicologa e autrice della ricerca.

In questa età, i figli vedono interesse per loro in ogni contatto. “La presenza e la vicinanza nei confronti dei figli dimostra loro che c’è un interesse per la loro vita, il che si ripercuote sulla loro autostima, visto che si sentono avallati dall’altro”, ha osservato lo psicologo Rodrigo de la Fabián. E se questo “altro” sono i genitori, la salute mentale è più forte.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

HAPPY ONLIFE! imparare ad usare internet in modo consapevole e giocando

I bambini e i giovani in generale, sono utenti attivi delle tecnologie digitali fin dalla prima infanzia. Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che i bambini imparano velocemente copiando il comportamento dei genitori, dei fratelli più grandi e, soprattutto, i loro pari. Emerge che da un lato i bambini hanno acquisito ottime competenze tecniche, ma dall’altro mancano di pensiero riflessivo e critico sull’uso delle tecnologie digitali e di consapevolezza sui rischi e sulle opportunità del mondo online. In gran parte questo fenomeno è dovuto al fatto che gli adulti non sono consapevoli del processo di apprendimento dei bambini e dell’importanza del proprio ruolo come mediatori attivi. La mediazione attiva degli adulti, infatti, permette l’integrazione di valori e pensiero critico e aumenta la consapevolezza dei possibili rischi, sfide ed opportunità del mondo digitale.
In occasione del Safer Interet Day 2015, il Centro Comune di Ricerca (JRC) – il servizio scientifico della Commissione Europea – ha presentato Happy Onlife, un gioco per bambini e adulti sviluppato per far conoscere rischi ed opportunità dell’uso di Internet e per promuovere le migliori pratiche nell’uso dei nuovi media. Il gioco fornisce un supporto ai genitori e agli insegnanti quali mediatori attivi nell’uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini tra gli 8 e i 12 anni.
Happy Onlife presenta i concetti chiave sull’uso e il possibile abuso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, quali ad esempio il cyberbullismo. Inoltre, presenta alcune strategie semplici e chiare per la prevenzione, la mediazione e la correzione dei comportamenti digitali. Le domande del quiz sull’uso di internet, dei social networks e dei giochi online sono concepite per stimolare la discussione e permettere al moderatore di condurre i giocatori verso la consapevolezza necessaria per un uso responsabile e sicuro dei media digitali. I test effettuati in alcune scuole hanno dimostrato che il gioco stimola il dibattito indipendentemente dall’esperienza in internet di ciascun giocatore.
Happy Onlife offre ai genitori e agli insegnanti la possibilità di guidare attivamente i nostri bambini nell’uso delle tecnologie digitali, agevolando la comprensione delle questioni etiche e delle conseguenze delle loro scelte online, aiutandoli quindi a diventare più responsabili e rispettosi anche nella loro vita digitale.
Il gioco attualmente è disponibile in italiano e in inglese e sarà presto disponibile anche in altre lingue. Happy Onlife può essere scaricato gratuitamente dal sito del JRC.

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