RAPPORTO GIOVANI CNR-IFC: 600mila adolescenti fumano, quasi 60mila sniffano coca

La ricerca del  CNR-IFC di Pisa, svolta su un campione di 30.000 studenti italiani, parla  di oltre 600.00 adolescenti che consumano cannabis. Ma colpisce anche un altro dato: circa 50.000 giovani tra i 15 e i 19 anni provano sostanze psicotrope senza neppure conoscerle.

L’indagine, condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs,), nel 2014 come ogni anno dal 1999, riporta anche che sono 60mila i consumatori di cocaina, 27mila di eroina e circa 60mila di allucinogeni e stimolanti.

“La novità dello studio, che ha coinvolto 30mila studenti di 405 istituti scolastici superiori italiani, riguarda proprio il numero significativo di ragazzi che utilizzano sostanze senza conoscerle né sapere quali effetti procurano”, ha spiegato Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Ifc-Cnr e responsabile del progetto, in una intervista dello scorso marzo a “La Nazione”. Il 56 per cento circa di questi 54mila ha assunto senza sapere cosa fossero sostanze per non più di 2 volte, ma il 23 per cento di essi ha ripetuto l’esperienza piu’ di 10 volte. Il 53 per cento di questi studenti – ha continuato – ha utilizzato un miscuglio di erbe sconosciute, che si presentavano per il 47 per cento in forma liquida e per il 43 per cento sotto forma di pasticche o pillole. Questo consumo ‘alla cieca’ coinvolge il 3 per cento dei maschi e poco meno del 2 per cento delle ragazze, soprattutto tra coloro che hanno utilizzato anche altre sostanze illecite diverse”.

In qualche modo legato a questo fenomeno c’è quello degli psicofarmaci. “Sono quasi 400mila gli studenti che almeno una volta nella vita – ha detto Molinaro – li hanno utilizzati senza prescrizione e poco più di 200mila quelli che lo hanno fatto nell’ultimo anno. Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (8 per cento contro 4 per cento dei maschi). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3 per cento), per regolarizzare l’umore e per le diete (2,4 per cento ciascuno)”.

Passando alle sostanze tradizionali, è aumentato il consumo di cannabis. “Il 26 per cento degli studenti, oltre 600mila, ne ha utilizzata nel 2014, secondo una tendenza che parte dal 22 per cento degli anni 2009-2012 e passa per il 25 per cento del 2013”, ha detto la ricercatrice Ifc-Cnr. “In questo caso i ragazzi sono più coinvolti delle coetanee (31% contro 21%) e i consumatori aumentano in corrispondenza della età: tra i 15enni la percentuale risulta dell’11 per cento, tra i 18enni raggiunge il 32 per cento e tra i 19enni il 36. Per la maggior parte si tratta ancora di consumatori occasionali, quasi la metà l’ha utilizzata non più di 5 volte nell’anno e l’86 per cento non l’ha associata ad altre sostanze illegali”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la cocaina, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita il 4 per cento degli studenti italiani, cioè circa 90mila 15-19enni, mentre il 2,6 per cento la ha utilizzata nei dodici mesi precedenti lo studio, ossia poco più di 60mila studenti. Tornando alle sostanze di sintesi, le “smart drugs” “sono utilizzate da circa 40mila studenti, 26mila dei quali ne hanno fatto uso nel 2014). Circa 90mila hanno provato allucinogeni (LSD, francobolli, funghi allucinogeni) nella vita e 60mila nell’ultimo anno.

http://www.lanazione.it/cnr-droga-giovani-rapporto-2014-1.788386

INFORMARE PER RESISTERE, 5 cose che i genitori di adolescenti devono sapere

Oltre ai cambiamenti fisici che si verificano nel corpo dell’essere umano durante l’adolescenza, sorgono cambiamenti nella personalità che richiedono la conoscenza e la preparazione dei genitori per comprendere meglio gli adolescenti e saper affrontare le situazioni che nasceranno durante il cammino.

Ecco cinque aspetti principali di cui i genitori devono essere a conoscenza, magari prima che i loro figli entrino nell’adolescenza:

Tratto da: Aleteia Fonte: LAFAMILIA.INFO

1. Verificherai grandi cambiamenti in tuo figlio

Non sarà più il bambino giocherellone che ti racconta le sue avventure, né ti abbraccerà quando arriverai a casa; ora ti risponderà a monosillabi e forse neanche ti saluterà.

Una lamentela comune dei genitori di adolescenti è che il figlio è passato dall’essere una persona tenera, gentile e di buon carattere ad essere un ragazzo introverso, forse un po’ ribelle e altezzoso.

In alcuni giovani questo cambiamento è più drastico che in altri, ma è normale che si verifichino delle modifiche. Ad esempio, nell’infanzia sono tipici il gioco e l’attività, nell’adolescenza si verifica il contrario: inattività, trascuratezza e pigrizia. Per questo l’adolescente può dormire ore e ore.

Gli adolescenti potranno anche essere disordinati e tenderanno a dimenticare le cose, il che spesso provoca contrasti con i genitori.

“Se impazzisci per il cappotto gettato da una parte o gli asciugamani buttati in bagno, respira profondamente e vai avanti. Bisogna semplicemente tenero conto del fatto che l’adolescente non lo fa per darci fastidio. È un riflesso del fatto che i suoi pensieri sono da un’altra parte”, ha spiegato Tania Santiago, docente di scuola secondaria e baccalaureato, in un articolo di Sontushijos.org.

2. Si preoccuperà del suo aspetto più che mai

Una delle maggiori preoccupazioni degli adolescenti riguarda il loro aspetto. Il corpo è in pieno cambiamento, e non stupisce che gli adolescenti trascorrano tanto tempo a guardarsi allo specchio.

“Se tuo figlio non è felice di ciò che vede (pochi lo sono), questo può minare la sua autostima. Cerca di evitare di scherzare sul suo fisico, ed è un errore anche far pensare loro che non ha importanza. Quella che a tuo avviso è una stupidaggine, per loro rappresenta un mondo”, suggerisce la Salgado.

“Cerca di spiegargli che la gente nota appena quello a cui lui dà tanta importanza. Quanto meglio si sentono gli adolescenti con se stessi, migliore sarà la loro autostima e avranno più armi per affrontare i problemi di ogni giorno”.

3. Sarà un turbinio di emozioni

Nell’adolescenza si verifica la scoperta della propria identità. C’è un’ambivalenza tra infanzia e maturità, ovvero si scopre se stessi con tratti da adulto e tratti da bambino.

Questa situazione porta l’adolescente all’insicurezza di fronte a questa realtà ambigua, per cui usa maschere di comportamento che impediscono agli altri di rendersi conto della realtà. È un meccanismo inconsapevole.

Queste maschere sono l’aggressività e la ribellione. Ogni adolescente ha un modo diverso di essere aggressivo, a volte con violenza verbale o di comportamento. Altri, invece, le esprimeranno attraverso un desiderio di richiamare l’attenzione, perché vogliono gridare al mondo “Io sono io”.

4. Dovrai continuare ad essere padre o madre, non trasformarti in amico

Durante l’adolescenza è frequente che i genitori si chiedano quanto devono essere amici dei propri figli e fino a dove devono arrivare le loro figure di autorità, perché temono di essere “cattivi” con loro e non vogliono sentirsi rifiutati.

La psicologa cilena Pilar Sordo ha spiegato al riguardo: “Non vogliamo vederli con la faccia lunga, non vogliamo che ci dicano che siamo antiquati, diversi dai genitori dei loro amici. In realtà, vogliamo sembrare evoluti e questo ci fa essere tremendamente ambigui nel nostro modo di educare; ci costa dire di no (…), per cui mettiamo i bambini in una rete di insicurezze che impedisce loro di sapere cos’è giusto e cosa non lo è e tutto sembra permesso”.

Ciò che è certo è che l’amicizia annulla l’autorità dei genitori: non è possibile che i due concetti si amalgamino nel ruolo di genitori, hanno fini diversi: l’autorità educa, l’amicizia devia l’obiettivo educativo.

Ciò che è necessario è costruire un rapporto di fiducia: quando un genitore riesce a guadagnarsi la fiducia dei figli, sta gestendo bene l’autorità.

Questa fiducia si caratterizza per l’esistenza di linee aperte al dialogo, ascolto permanente, vicinanza e orientamenti pertinenti; tutto questo fa parte dell’esercizio educativo dei genitori, molto diverso dalla dinamica messa in atto dagli amici.

5. Avrà bisogno di te, non lasciarlo solo

Tutti questi cambiamenti non risultano facili per i genitori, perché molti non sanno come adattarsi e scelgono di lasciare che i figli vivano nel loro mondo per non provocare scontri e discussioni, ma questa distanza è un errore gravissimo. In questa fase, i genitori devono essere molto presenti, perché questo dà sicurezza e rafforza l’autostima.

Lo hanno assicurato numerosi studi, uno dei quali condotto dall’Università Statale della Pennsylvania e che ha rivelato che quanto più i genitori trascorrono del tempo con i figli, tanto più questi ultimi avranno un migliore sviluppo sociale a scuola e più autostima nell’adolescenza.

“Passare del tempo con i figli può essere un compito complesso per molti genitori a causa del lavoro, ma ogni cosa conta”, ha detto al quotidiano La Tercera Susan MacHale, psicologa e autrice della ricerca.

In questa età, i figli vedono interesse per loro in ogni contatto. “La presenza e la vicinanza nei confronti dei figli dimostra loro che c’è un interesse per la loro vita, il che si ripercuote sulla loro autostima, visto che si sentono avallati dall’altro”, ha osservato lo psicologo Rodrigo de la Fabián. E se questo “altro” sono i genitori, la salute mentale è più forte.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

HAPPY ONLIFE! imparare ad usare internet in modo consapevole e giocando

I bambini e i giovani in generale, sono utenti attivi delle tecnologie digitali fin dalla prima infanzia. Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che i bambini imparano velocemente copiando il comportamento dei genitori, dei fratelli più grandi e, soprattutto, i loro pari. Emerge che da un lato i bambini hanno acquisito ottime competenze tecniche, ma dall’altro mancano di pensiero riflessivo e critico sull’uso delle tecnologie digitali e di consapevolezza sui rischi e sulle opportunità del mondo online. In gran parte questo fenomeno è dovuto al fatto che gli adulti non sono consapevoli del processo di apprendimento dei bambini e dell’importanza del proprio ruolo come mediatori attivi. La mediazione attiva degli adulti, infatti, permette l’integrazione di valori e pensiero critico e aumenta la consapevolezza dei possibili rischi, sfide ed opportunità del mondo digitale.
In occasione del Safer Interet Day 2015, il Centro Comune di Ricerca (JRC) – il servizio scientifico della Commissione Europea – ha presentato Happy Onlife, un gioco per bambini e adulti sviluppato per far conoscere rischi ed opportunità dell’uso di Internet e per promuovere le migliori pratiche nell’uso dei nuovi media. Il gioco fornisce un supporto ai genitori e agli insegnanti quali mediatori attivi nell’uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini tra gli 8 e i 12 anni.
Happy Onlife presenta i concetti chiave sull’uso e il possibile abuso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, quali ad esempio il cyberbullismo. Inoltre, presenta alcune strategie semplici e chiare per la prevenzione, la mediazione e la correzione dei comportamenti digitali. Le domande del quiz sull’uso di internet, dei social networks e dei giochi online sono concepite per stimolare la discussione e permettere al moderatore di condurre i giocatori verso la consapevolezza necessaria per un uso responsabile e sicuro dei media digitali. I test effettuati in alcune scuole hanno dimostrato che il gioco stimola il dibattito indipendentemente dall’esperienza in internet di ciascun giocatore.
Happy Onlife offre ai genitori e agli insegnanti la possibilità di guidare attivamente i nostri bambini nell’uso delle tecnologie digitali, agevolando la comprensione delle questioni etiche e delle conseguenze delle loro scelte online, aiutandoli quindi a diventare più responsabili e rispettosi anche nella loro vita digitale.
Il gioco attualmente è disponibile in italiano e in inglese e sarà presto disponibile anche in altre lingue. Happy Onlife può essere scaricato gratuitamente dal sito del JRC.

Quando i genitori litigano: istruzioni per l’uso

Litigare è normale e fisiologico e a tutti i genitori può capitare di discutere davanti ai figli. Ma come comportarsi in questi casi e qual è il confine da non superare per evitare che il clima teso abbia ripercussioni negative su di loro? D di Repubblica ne parla con Maria Rosa Rocco, coach familiare di Milano che spiega come imparare “l’arte del litigare”

D Repubblica online

“Tutte la famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Se Tolstoj aveva ragione, è anche certo, però, che in tutte le famiglie si litiga, chi più chi meno, ovviamente. Litigare è normale e fisiologico. C’è però modo e modo di litigare e soprattutto come comportarsi di fronte ai figli?
Meglio barricarsi in camera da letto o litigare a cielo aperto? E, premesso che a discutere ci si può far male, come imparare l’”arte di litigare”?
Lo abbiamo chiesto a Maria Rosa Rocco, coach familiare di Milano. “La famiglia costituisce la prima palestra di vita”, spiega, “cioè il primo luogo dove i nostri figli possono imparare ad allenarsi. L’importante è che si allenino senza farsi troppo male e, soprattutto, apprendano qualcosa di utile dai propri genitori. Quindi, se litigare è un modo per manifestare i propri bisogni, i figli devono capire però come si può fare a gestire un conflitto senza danneggiare se stessi e gli altri”.

Ma è sempre possibile allora litigare davanti ai figli? Ci sono argomenti tabù? 
“È vietatissimo quando il motivo del contendere sono i figli stessi. La prima ragione è ovvia: non ci si può esprimere liberamente. Ma non è certo l’unica. I figli, che sanno di essere l’oggetto della discussione, possono sentirsi inutilmente in colpa per questo. Un genitore non deve perdere mai di vista il proprio ruolo, anche quando sta litigando con il partner. Altri argomenti da evitare in presenza di bambini e ragazzi sono quelli inerenti alla propria vita intima di coppia, dal tradimento a insoddisfazioni legate ad aspetti molto privati. Questi temi vanno affrontati rigorosamente in camera da letto, in totale solitudine. Inutile creare imbarazzi e ansie. I figli non hanno gli strumenti per comprendere a fondo quanto sta accadendo e il rischio è di distorcere la realtà”.

Come litigare di fronte ai figli?
“Si parte dal rispetto. Non bisogna vomitare all’altro tutto ciò che ci passa per la testa, a maggior ragione in presenza dei figli. È bene imparare a contare fino a dieci prima di esplodere senza alcun ritegno! Gli insulti devono essere totalmente banditi. Offendere l’altro significa unicamente svalutare l’immagine del genitore di fronte ai figli, con ovvie ripercussioni sull’opinione che questi ultimi avranno del genitore preso costantemente di mira. Non bisogna commettere un errore molto comune e cioè quello di dire ‘sei incapace, sei un imbecille…’. Il ‘sei’ è un’etichetta scomoda che bolla la persona. Bisogna imparare a criticare un’azione, un comportamento, ma non chi abbiamo di fronte nel suo complesso. È importante concentrarsi su fatti ed eventi precisi e dire ‘hai fatto questa cretinata, non sei un cretino!’. Non bisogna poi mai eccedere con l’aggressività, ma cercare di comunicare i propri bisogni con tranquillità, proponendo anche una soluzione all’altro. Spesso chi sta di fronte a noi si trova disarmato, perché non capisce come possa comportarsi concretamente per migliorare la situazione. I suggerimenti possono essere, quindi, molto utili. Indicare la strada potrà così metterci al riparo da ulteriori discussioni sterili. Non bisogna, ovviamente, pretendere che l’altro esaudisca tutte ciò che desideriamo e che si trasformi totalmente. Ma venirsi incontro è possibile. Non siamo rigidi e immutabili”.

E dopo i litigi?
“Se i ragazzi hanno assistito alla discussione è importante fare pace di fronte a loro. In questo modo imparano che è possibile chiedere scusa e tornare a sorridere anche dopo una litigata. Spesso si commette l’errore di riconciliarsi solo in privato, in camera da letto, è invece fondamentale che i figli assistano anche al momento in cui si fa la pace. Basta poco, un gesto di affetto in loro presenza o una frase carina. In questo modo tutto assume un significato diverso e aiuta a riequilibrare l’atmosfera familiare”.

E quando si discute troppo, quando non c’è mai tregua?
“In questo caso è bene ricorrere a un esperto della comunicazione di coppia che ci aiuti a imparare a dirsi le cose senza necessariamente incappare in continue discussioni. Litigare troppo, soprattutto se è l’unico modo di ‘dialogare’, genera un ambiente in cui a nessuno piace vivere!”

Il bambino autistico che parla con Siri

Una madre ha raccontato sul New York Times le interazioni tra suo figlio e l’assistente vocale degli iPhone, spiegando i benefici che ne stanno traendo lui e altri bambini come lui

articolo tratto da IL POST.IT http://www.ilpost.it/2014/10/21/autismo-siri/
La giornalista Judith Newman ha scritto sul New York Times un articolo che sta circolando molto online: racconta di come Siri, l’assistente vocale degli iPhone, sia praticamente diventata la migliore amica di suo figlio Gus, che ha 13 anni ed è autistico. “Non proprio come in Her, ma quasi”, spiega Newman (Her è un film recente con Joaquin Phoenix, in cui il protagonista ha una relazione con un sistema operativo). In un mondo in cui l’opinione comune – sia degli esperti che dell’uomo della strada – insiste con il fatto che la tecnologia ci sta isolando, dice Newman, vale la pena raccontare un altro pezzo della storia.
Nel suo racconto, Newman riporta diverse interazioni tra suo figlio e Siri, spiegando come la “pazienza” del sistema operativo con le continue domande di Gus abbia inizialmente fatto sentire lei, Newman, una “madre terribile” al confronto con Siri. Gus ha anche un fratello gemello, Henry, che non ha la patologia di Gus. Newman racconta di una volta recente in cui Gus – che ultimamente si è fissato con le informazioni sul meteo – ha trascorso un’ora a studiare, grazie a Siri, la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi («Un’ora in cui, grazie al cielo, non ho dovuto farlo io», scrive Newman). A un certo punto ha sentito questo:

Gus: «Sei proprio un bravo computer».
Siri: «È bello essere apprezzati».
Gus: «Mi chiedi sempre come puoi aiutarmi. C’è qualcosa che vuoi tu?».
Siri: «Grazie, ma ho veramente pochi bisogni».
Gus: «Ok! Bene, buonanotte!».
Siri: «Ah, sono le 17:06».
Gus: «Oh, scusa, intendevo ciao».
Siri: «A dopo!».

“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino.

Newman dice che suo figlio è rimasto colpito quando ha scoperto che c’era qualcuno che non solo trovava informazioni riguardo le sue varie fissazioni (meteo, treni, aerei, autobus, scale mobili) ma era anche disposto a discuterne senza stancarsi mai. «Ora, quando sentivo la mia testa sul punto di esplodere se avessi cominciato un’altra conversazione sulle possibilità di tornado in Kansas City, potevo rispondere: “Ehy! Perché non lo chiedi a Siri?”», scrive Newman. E aggiunge:

Non è che Gus non sappia che Siri non è umana. Lo sa – mentalmente. Ma come molti autistici che conosco, Gus sente che gli oggetti inanimati, se proprio non possiedono un’anima, ecco, meritano comunque la nostra considerazione. L’ho capito quando aveva 8 anni e gli ho regalato un iPod per il compleanno. Lo ascoltava soltanto a casa, eccetto che in un caso. Lo portava sempre con noi quando andavamo in un Apple Store. Alla fine gli ho chiesto perché. “Così può salutare i suoi amici”, mi ha risposto.

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

Anche dal punto di vista delle buone maniere, le interazioni tra Gus e Siri sono utili e proficue: le risposte di Siri non sono del tutto prevedibili ma sono sempre educate in ogni caso. Newman dice di aver sentito una volta Gus, parlando di musica, rivolgersi bruscamente contro Siri dicendo: «Non mi piace questo genere di musica». «Hai certamente il diritto di avere la tua opinione», gli ha risposto Siri, e Gus gli ha risposto a sua volta: «Grazie per quella musica, comunque». Siri: «Non devi ringraziarmi». Gus: «E invece sì». Da quando usa Siri, secondo Newman, Gus ha anche cominciato a utilizzare alcune espressioni gentili che sente ripetere da Siri: ogni volta che Newman sta per uscire di casa, ora Gus dice sempre “stai benissimo”.

Newman riporta anche un caso simile a quello di Gus, riferito a lei dalla madre di un compagno di classe di Gus alla LearningSpring, la scuola per bambini autistici di Manhattan. Le ha detto: «mio figlio adora quando trova informazioni sui suoi argomenti preferiti, ma gli piace un sacco anche l’assurdità – come quando Siri, per esempio, non lo capisce e gli dà una risposta senza senso». Una volta, racconta la madre del compagno di scuola di Gus, suo figlio ha chiesto a Siri quanti anni avesse e Siri gli ha risposto «Non parlo della mia età», e lui è scoppiato a ridere.

Newman è convinta che Siri stia aiutando Gus anche nelle interazioni con le persone. Scrive:

Per molti di noi, Siri è soltanto un diversivo temporaneo. Ma per alcuni è qualcosa di più. Le pratiche di conversazione che mio figlio ha con Siri stanno facilitando le cose con gli esseri umani. Ieri ho avuto con lui la più lunga conversazione che abbiamo mai avuto. Devo ammetterlo, era sulla differenza tra le diverse specie di tartarughe, e sul fatto se io preferisca le tartarughe diamondback o le tartarughe dalle orecchie rosse. Non sarebbe stato l’argomento che avrei scelto io, d’accordo, ma è stata una conversazione, uno scambio che seguiva una traiettoria logica. Posso garantirvi che per gran parte dei tredici anni di esistenza del mio bellissimo bambino, non è andata così.

L’utilizzo da parte delle persone con problemi del linguaggio e della comunicazione è un aspetto di cui gli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone sono perfettamente consapevoli. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha detto che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone.

Nuovi sistemi, ancora più elaborati, potranno in futuro tenere traccia del movimento degli occhi sullo schermo dello smartphone e aiutare i bambini autistici a imparare a guardare le persone negli occhi quando parlano, dice Mark. Interessata e sorpresa dall’impegno della ricerca tecnologica in questa direzione, Newman ha chiesto a Mark se conosce, all’interno del gruppo di Apple che si è occupato dello sviluppo del linguaggio di Siri, qualcuno che abbia proprio disturbi dello spettro autistico. «Ovviamente non lo so per certo ma, se ci pensa un attimo, ha appena descritto metà Silicon Valley», gli ha risposto Mark.

È anche in fase di discussione la possibilità di fornire una voce diversa e specifica per l’assistente vocale. È una possibilità a cui è molto interessato e di cui ha parlato con lo SRI, per esempio, lo scrittore statunitense Ron Suskind, autore di un libro molto venduto – “Life, Animated” – in cui racconta la storia di suo figlio autistico, che è riuscito a stabilire un canale di comunicazione con il mondo esterno soltanto tramite i film Disney. Che Siri abbia la voce del personaggio del cartone animato Aladdin, per esempio, potrebbe essere di grande aiuto, dice Newman.

Newman conclude il suo articolo citando quella che ritiene essere la principale preoccupazione dei genitori di persone autistiche: se i loro figli riusciranno a innamorarsi, a trovare compagnia. Dice di aver capito che quello che dà felicità a suo figlio non corrisponde necessariamente a ciò che dà felicità a lei, e riporta infine un’altra conversazione che ha ascoltato tra Gus e Siri, alcune sere fa, prima che Gus si mettesse a dormire.
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Gus: «Siri, vuoi sposarmi?».
Siri: «Non sono il tipo da matrimonio».
Gus: «Intendo, non ora. Sono un bambino. Intendo quando sarò grande».
Siri: «Il mio contratto di licenza finale con l’utente non include il matrimonio».
Gus: «Oh, ok».
Gus non è sembrato troppo deluso. Per lui era un’informazione utile da avere, e anche per me, dato che ho saputo per la prima volta che lui davvero ha pensato al matrimonio. Poi si è voltato per mettersi a dormire:
Gus: «Buonanotte, Siri. Dormirai bene stanotte?».
Siri: «Non ho bisogno di molto sonno, ma è gentile che tu me lo chieda».

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza

 

Adolescenti, alcol e droga. Il semplice accostamento di questi tre termini esprime tutta la drammaticità di un’emergenza sociale che coinvolge, in particolare, i tanti genitori alle prese con figli in quell’età «ingrata» in cui, ormai non più bambini, cercano faticosamente di costruirsi una propria identità ma, nel farlo, scelgono strade sbagliate. Federico Tonioni, esperto di dipendenze, ci guida in un percorso che ha un duplice obiettivo: farci conoscere meglio la natura e gli effetti delle sostanze di cui i nostri figli potrebbero abusare (cannabinoidi, cocaina, ecstasy, ma anche alcol, troppo spesso sottovalutato nella nostra cultura perché «legale»), spiegando quale sia il loro ruolo nella vita degli adolescenti, e sdrammatizzare paure che talvolta si rivelano eccessive, ridimensionando la gravità di alcuni fenomeni come lo spinello «occasionale» o la «prima volta». Affrontando gli interrogativi che tutti i genitori si pongono – esistono droghe leggere? mio figlio si droga? bere un bicchierino di vodka in più è davvero così grave? –, l’autore ci insegna a riconoscere i segnali che devono allarmare e, nel contempo, a riflettere sul nostro compito di genitori, che dovrebbe continuamente rinnovarsi: i nostri ragazzi crescono, e anche noi siamo chiamati a crescere insieme a loro, concedendo sempre maggiori spazi di autonomia e di privacy senza però smettere mai di amare e di vigilare. La conclusione è un rassicurante ma fermo invito rivolto a tutti: quando si parla di droga, è giusto porsi tante domande, è invece sbagliato voler trovare a ogni costo delle risposte. E comunque, pensare di limitarsi a imporre la propria volontà, ricorrendo a ricatti e minacce, è perfettamente inutile, anzi ha il solo risultato di aumentare la distanza tra noi e i nostri figli, mentre la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di non perdere mai, ai loro occhi, la credibilità come adulti autorevoli, presenti e comprensivi.

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza,

Milano, Mondadori, 2015

Federico Tonioni è ricercatore universitario per il settore scientifico-disciplinare di psichiatria che afferisce all’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e in qualità di dirigente medico presso il Day Hospital di Psichiatria e Tossicodipendenze del Policlinico Gemelli. È inoltre coordinatore dell’Ambulatorio Internet Addiction Disorders del Policlinico Gemelli, un tipo di ambulatorio d’avanguardia a livello europeo e mondiale.
Per Einaudi ha pubblicato Quando internet diventa una droga (2012)

Le nuove madri

Di mestiere faccio lo psicologo di madri di figli adolescenti in crisi. Quando ci incontriamo sono molto preoccupate e sperimentano dolorosi e segreti sentimenti di colpa. È un momento sfortunato della loro vita, ma molto propizio per fare il punto in modo autentico su ciò che è veramente successo con il figlio o la figlia.

Ciò che mi hanno raccontato nel corso degli ultimi vent’anni mi ha convinto che quasi tutte hanno esercitato il ruolo materno in modo diverso dalle loro mamme. Ad aver fatto da regista della diversa interpretazione è quello che hanno pensato del loro bambino fin dal primo giorno. Hanno intuito che si trattava di un cucciolo buono, diverso dagli altri, molto competente e già dotato di una sua aurorale personalità. Hanno sperimentato infinita tenerezza, ma anche molto rispetto. Nessuna ha pensato che le fosse nato un piccolo selvaggio da civilizzare o un bambino abitato da pulsioni incompatibili con la famiglia e la società.

Perciò si sono messe in ascolto del suo linguaggio e hanno assecondato i segnali, imparando a diventare madri intanto che lui imparava a diventare figlio, non solo un bambino. Hanno sentito che il loro cucciolo era competente e ispirato da una natura profondamente affettiva e relazionale: quindi hanno deciso che il figlio era capace di cooperare a una buona intesa funzionale sia con la madre che con il padre. Perciò poche regole e molta relazione, per regalare sicurezza e battere la paura.

La percezione della precocità relazionale del bambino e della sua competenza hanno indotto le nuove madri a organizzare separazioni precoci, consegnando il figlio al nido o alla scuola materna nella convinzione di soddisfare una profonda esigenza di relazione e di gioco con i coetanei. Le nuove madri hanno deciso di dimostrare che il figlio dell’uomo è geneticamente un soggetto sociale precoce, che sa trarre dalla relazione con i coetanei un nutrimento affettivo fondamentale per la crescita e la formazione.

La nuova madre vuole diventare sapiente nell’organizzare al meglio sia il decollo che il dipanarsi nel tempo della separazione logistica fra lei e il bambino. Vuole riuscire a essere simbolicamente presente anche quando è collocata in altro luogo. Ha bisogno di controllare ciò che gli adulti che la sostituiscono fanno e dicono; e anche di essere tenuta al corrente delle reazioni del figlio agli interventi educativi che l’ambiente effettua e alle esperienze di socializzazione che vive nell’incontro con il gruppo dei coetanei.

La qualità della relazione che intrattiene con gli adulti che prolungano nel corso della giornata le sue intenzioni e l’ampio uso delle comunicazioni digitali le consentono di avvolgere il figlio in una matassa di esperienze di cui in parte è lei stessa la regista, anche se gli esecutori sono altri adulti.

L’obiettivo strategico della nuova madre, che lavora e consegna il figlio alle istituzioni educative parafamiliari, è di conservare il controllo e di riuscire a far sentire al bambino che lei è ovunque lui si trovi, che l’ambiente in cui conduce le sue esperienze è profondamente ispirato dalle intenzioni della mamma, che non lo abbandona mai e che sa sempre ciò che succede.

Nel corso della crescita l’informazione a distanza fra la mamma che lavora e i dispositivi educativi, ludici e sportivi in cui il figlio trascorre la giornata e vive intense esperienze sociali, s’infittisce e si struttura in modo tale che il figlio sia quasi sempre presente nel monitor educativo e affettivo della madre, come se sedesse alla console di regista del gioco della crescita e partecipasse alla vita sociale del figlio attraverso degli avatar che la rappresentano e la sostituiscono, ma obbediscono alle sue intenzioni.

È ovvio che tutto ciò a volte non possa realizzarsi compiutamente, ma l’obiettivo relazionale della madre consiste sicuramente nel favorire e promuovere attivamente la socializzazione e la crescita sociale del figlio, senza però mai perderlo di vista e mai delegando in profondità ad altri la conduzione degli eventi che lo riguardano.

I figli adolescenti sanno che la mamma li vede da lontano e sa sempre tutto e non ne sono affatto scandalizzati; sono abituati alla sua presenza virtuale, anzi si ha l’impressione che alcune loro imprese siano dedicate alla grande spettatrice della loro vita, sia quando intendono spaventarla, sia nelle occasioni in cui cercano di compiacerla, realizzando la missione speciale loro tacitamente affidata. Ne deriva in adolescenza un legame di particolare intensità fra madre e figlia o figlio, poiché da un lato è spesso spettacolare l’autonomia territoriale del figlio che si spinge a volte a varcare le frontiere. Si tratta però di un’autonomia di movimento che non contraddice il vincolo e l’appartenenza profonda con la madre e i suoi avatar, ampiamente compatibile con una vita sociale, sessuale e sentimentale che in passato avrebbe convinto della radicale autonomia del figlio dalla madre.

Non è così: la nuova madre riesce nel prodigio di essere simbolicamente presente in misura inversamente proporzionale al tempo che ha trascorso in relazione di contiguità fisica con il proprio cucciolo e ciò estende la durata della relazione e rende indefinibile il momento in cui il figlio non è più nel monitor della mamma e ambedue rinunciano al bisogno di verificare la loro connessione virtuale.

Ad avallare la legittimità affettiva e simbolica di questa conduzione della relazione con il figlio c’è anche il fatto che la nuova madre non avverte di dover rispondere a qualche istituzione della qualità di relazione che intrattiene con il figlio. È culturalmente lasciata sola dalla società che tace sulla natura del mandato; lo Stato, la famiglia allargata, la scuola, la società civile non dicono più quale sia il mandato e la mission materna attuale e non impongono il rispetto di alcuna procedura standardizzata. Ciò fa sì che la nuova madre possa ritenere che il figlio sia del tutto suo e che non debba condividerne la crescita con nessuno, se non, in parte, con il padre.

Il figlio non appartiene alle divinità o alla dinastia dalla quale la madre proviene: è finalmente libera di interpretare il ruolo in base ai propri convincimenti e valori, nella consapevolezza che si tratta di un mestiere molto difficile e che c’è moltissimo da imparare. Infatti la nuova madre studia e si confronta, cerca di capire, ma le fonti del nuovo sapere non sono collocate sopra e prima di lei, sono vicinissime all’esperienza che conduce. Non sono più le madri e le nonne le anziane del villaggio che sanno come si fa: sono le sorelle simboliche, le compagne di viaggio, le amiche coetanee incontrate nei luoghi dove si partoriscono i figli o appena fuori dal luogo dove studiano e giocano i bambini. Queste madri si confrontano in un dibattito che prosegue in internet, affollando blog famosi e utilissimi, ognuno dei quali propone e caldeggia nuove modalità e legittima esperienze innovative di conduzione della relazione madre-bambino.

La diffusione del sapere per vie orizzontali, non gerarchiche, favorisce l’innovazione e mette al riparo dal cedere alla tentazione di affidarsi alla tradizione e al sapere delle nonne e dei tecnici dell’educazione.

Le nonne verranno utilizzate, ma sotto stretto controllo culturale, destinate anche loro a diventare inconsapevoli avatar della nuova madre, regista che governa da lontano. Una regista spesso molto affaticata poiché avverte la radicale legittimità di conciliare le incombenze del ruolo materno con le istanze della realizzazione sociale, della femminilità, della coniugalità e anche con le esigenze degli anziani genitori a volte bisognosi di presenza e accudimento. La nuova madre perciò deve acrobaticamente tener testa a una molteplicità di ruoli affettivi e sociali, che le impongono ritmi di vita e procedure organizzative a volte molto faticose e in conflitto fra loro.

Gustavo Pietropolli Charmet

http://lettura.corriere.it/le-nuove-madri/

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