Fossi in te io insisterei, un libro di Carlo Gabardini

“Ciao papà, non so se ti spedirò mai questa lettera, ma intanto la scrivo. Ti devo dire delle cose perché qua la vita si fa complessa ed è sempre più difficile capire, restare lucidi, trovare un senso, interrogarsi sulla felicità.” Inizia così la lettera di Carlo G. Gabardini al padre. Una lettera che è il dialogo a lungo rimandato fra un figlio diventato adulto e un padre troppo esemplare e troppo amato a cui, chi scrive, deve dire addio per affrontare la vita ancora da vivere. Alternando ciò che è stato e ciò che è, Gabardini dà voce a un “romanzo famigliare” che prende avvio nella Milano degli anni Settanta-Ottanta in un appartamento nel quale i protagonisti – un padre, una madre e cinque figli, fra maschi e femmine – consumano cene “politicamente scorrette”, si confrontano e si contano per scegliere la nuova auto da acquistare o il luogo dove trascorrere uno specialissimo compleanno, giocano partite di Trivial Pursuit, si danno appuntamento in cucina per tè notturni che diventano il momento più atteso e più intimo della loro quotidianità. “Fossi in te io insisterei” è un racconto intimo e coraggioso, ironico e struggente, in cui è impossibile non riconoscersi perché, come scrive Gabardini, “il coming-out non è un’esclusiva degli omosessuali, ma di tutti. Perché “venir fuori”, mostrarsi per chi si è realmente, urlare cosa si desidera per la propria esistenza, non concerne solo la sfera sessuale, riguarda il nostro senso di stare al mondo.
Gabardini ritorna a parlare di amore, solitudine, omosessualità, senso della vita, in un libro che è una franca e coraggiosa lettera al padre, scomparso qualche anno fa, a cui lui era legatissimo. Stimato avvocato milanese, uomo di altri tempi, dai sani ma rigidi principi morali, un padre affettuoso ma forse “impegnativo”, con la memoria del quale Carlo prova oggi a fare i conti, per fare i conti con se stesso. E riprendere in mano la sua vita.
“Fossi in te io insisterei. Lettere a mio padre sulla vita ancora da vivere” di Carlo Gabardini, Mondadori editore

“Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”

Si chiama “cutting”, è la non recentissima ma ora dilagante nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, c’è chi utilizza lamette, chi vetri, chi addirittura lattine usate, gli psicologi di solito cauti con le cifre, parlano di “epidemia” di giovanissimi che si tagliano. “Quanti? Sempre di più, almeno quelli che vediamo nel nostro consultorio, e la prevalenza è femminile, ma il fenomeno è talmente in evoluzione che è impossibile avere numeri certi”, conferma lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del gruppo “Minotauro”, una grande esperienza clinica tra i giovanissimi.

Le Inchieste di Repubblica http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/06/24/news/allarme_cutting-89899322/

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Benedetta dice che quelle cicatrici sono le sue ferite di guerra. Lunghi fili sottili come corde di violino sulle braccia e sulle gambe. “Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”. Per tagliarsi Benedetta utilizza sempre la stessa “arma”: il suo vecchio coltellino da scout rigorosamente disinfettato e pulito, custodito con cura nella tasca dello zaino. Poi il taglio diventa un “selfie” che Benedetta invia e condivide con le altre, le ragazze “cutter”, adolescenti come lei che si feriscono e si fanno male, che martirizzano la propria pelle con un’infinità di piccole e grandi lesioni, unico anestetico, spiegano, a qualcosa che duole ancora di più.

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Come quello di Benedetta. Che ha diciassette anni e da due anni si taglia. Si fa male. Infiniti segni sulla pelle. “Ho iniziato quando i miei genitori si sono separati. Soffrivo ma lo nascondevo. Volevo restare la ragazza più-che-perfetta di cui erano sempre andati fieri. Ma nello studio perdevo colpi, e tagliarmi mi dava sollievo. Il dolore della lama, il sangue caldo: chiudevo la porta del bagno della scuola, l’ansia scompariva e alle interrogazioni vincevo di nuovo…”. Fino ad una notte d’estate quando Benedetta nel sonno “perde il controllo”, scopre un braccio e sua madre vede per la prima volta le cicatrici. “Mi sono svegliata e l’ho sentita piangere accanto a me: pensava che quei segni fossero i buchi dell’eroina. Le ho raccontato tutto: ho accettato di curarmi, capisco di avere un problema, ma non ho ancora smesso”.

E sono proprio gli psicologi che hanno i centri di ascolto nelle scuole ad aver lanciato l’allarme sulla diffusione “epidemica” del cutting, e sulla sua replicazione virale attraverso ogni tipo di social e in particolare su “Tumblr”. Dove però Aurelia, 16 anni, invece scrive: “Mi ferivo perché non ne potevo più di essere sola. Perché le altre mi avevano isolata. Adesso quando ho voglia di tagliarmi invece di prendere la lametta mi disegno una farfalla sulle braccia, sui polsi, sono piena di farfalle dappertutto…”.

In realtà “The butterfly project” è una vera e propria disintossicazione dall’autolesionismo, un percorso complesso dove il disegno della farfalla è soltanto il primo passo per tornare a prendersi cura di sé. E di quella farfalla da non uccidere e da non ferire si occupa l’Asif, “Adolescent Self Injury Foundation“, team formato da medici, psichiatri, psicoterapeuti ma anche da genitori di ragazzi “cutter” ed ex pazienti oggi guariti, prezioso riferimento per chiunque tenti di uscire dalla dipendenza del farsi male. Le ragazze soprattutto. Sembra strano infatti, ma nell’età in cui è più forte l’esaltazione estetica, aggiunge Charmet, “le adolescenti maltrattano il proprio corpo con tagli, cicatrici, piercing, sfogano la propria rabbia contro quel fisico a cui tanto tengono, così come da piccole riversavano le proprie sofferenze sulla bambola più amata, tagliandole i capelli o magari facendola a pezzi”.

Seduta ai tavolini di un caffè-bistrot nel parco romano di Villa Pamphili, Maria Teresa, 15 anni, accompagnata dalla madre Sara, mostra i “disegni” sulle sue braccia. Una specie di scacchiera di graffi e croste, il segno nitido della lametta o di qualche punta aguzza, tagli recenti, freschi, terribili. “Parlo soltanto perché me l’ha chiesto mia madre e perché ho deciso di smettere. Mi ferisco quando sto male, quando il mondo mi rifiuta, quando mi sento brutta, quando i ragazzi non mi invitano ad uscire, quando tutto mi sembra inutile. E’ una liberazione, sapete? Il sangue è rosso, è vita… Lo faccio qui, al parco, con le forbicine, il rasoio, con quello che capita. Ma per il resto sono normalissima, vado bene a scuola, se non avessi chiesto aiuto io a mia madre, nessun a casa si sarebbe accorto di nulla”.

La pelle, diaframma tra il dentro e il fuori. Sara annuisce, con tristezza. “La verità è che da tempo Teresa non faceva più vedere il suo corpo a nessuno, nemmeno a me. Maniche lunghe, pantaloni, calze scure. Forse perché è un po’ tonda, mi dicevo, un po’ in sovrappeso, capita che molte ragazze nell’adolescenza entrino in crisi con la propria immagine. Ripassavamo insieme la sera, mi raccontava della scuola, delle amiche… Quanto sono stata superficiale. Poi qualche settimana fa Teresa è corsa da me in lacrime: una delle ferite si era infettata, il braccio era gonfio e lei scottava. Ci siamo abbracciate e l’ho portata di corsa al pronto soccorso. Adesso Teresa è in terapia. E anch’io”.

Federico Bianchi di Castelbianco, dirige l’Ido, l’Istituto italiano di ortofonologia, storico centro per i disturbi del linguaggio e di psicoterapia dell’età evolutiva. Ed è proprio degli psicologi dell’Ido che lavorano nelle scuole secondarie l’ultimo allarme sul “cutting” tra gli adolescenti. “Sono decine i ragazzi che rivelano questa pratica nascosta nei nostri centri di ascolto, con fenomeni di emulazione sempre più diffusi. Dicono che quei tagli tolgono il dolore e restituiscono la vita. Spesso è un senso di inadeguatezza che li tormenta. Molti per fortuna smettono da soli… Ma noi intercettiamo soltanto una piccola parte del fenomeno, soltanto i ragazzi che scelgono di bussare alla porta dello psicologo scolastico. E quei pochi sono già disponibili a farsi aiutare. Il problema sono tutti gli altri che continuano a farsi del male”.

Scrive sul profilo Facebook “Rosso sangue” autolesionista anonima: “Non chiedermi perché mi taglio, non farmi domande stupide. Quando non ce la fai più in quale modo devi abbandonare il dolore… E a volte non hai scelta di fronte a quella dannata lametta”.

Oppio ai bambini: lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow e la papagna

Nel XIX secolo, l’atteggiamento di medici e farmacisti nei confronti della morfina era assai disinvolto, al punto che essa veniva normalmente prescritta anche ai bambini. Il caso più eclatante, senza ombra di dubbio, è quello dello sciroppo lenitivo di Mrs. Winslow (Mrs. Winslow’s soothing syrup). Si trattava di uno sciroppo ad uso pediatrico, messo a punto a New York nel 1845 da Mrs. Charlotte Winslow, un’infermiera che aveva lavorato per circa 30 anni con i bambini e commercializzato in seguito da suo genero, il farmacista Jeremiah Curtis e dal suo socio Benjamin A. Perkins.

articolo tratto dal sito eroina.eu.com http://linkis.com/Y5mlM

Lo sciroppo era pubblicizzato come ‘l’amico delle madri’, utile nell’agitazione da eruzioni dentarie, ma anche per la diarrea, per i dolori intestinali, come anti infiammatorio e ‘per dare tono ed energia all’intero organismo’ del bambino.  Il testo della pubblicità che compariva sui giornali americani nel 1875 recitava:

“CONSIGLI PER MAMME-Il tuo riposo è interrotto da un bambino che soffre per il dolore che gli provocano i primi dentiniVai subito da un farmacista e chiedi una bottiglia del lenitivo di MRSWINSLOWLo sciroppo darà sollievo immediato al povero malatoÈ perfettamente innocuo e piacevole al gustoproduce un sonno tranquillo e naturalealleviando il bambino dal doloree il piccolo cherubino si sveglierà al mattino brillante come un bottone d’argento. Calma il bambinoammorbidisce la gengiveallevia ogni doloreriduce la flatulenzaregolal’intestinoed è il rimedio più conosciuto per la dissenteria e la diarrease derivanti dalla dentizione o altre cause. Lo sciroppo lenitivo  Mrs.Winslow è venduto in tutte le farmacie.

Per tutto il XIX secolo la composizione dello sciroppo rimase sconosciuta e non era riportata sull’etichetta nè sulla confezione. Lo sciroppo conteneva 65mg di morfina ogni oncia di liquido (poco più di 30ml). Se si considera che un cucchiaino da tè ha un volume di circa 5ml, se ne ricava che ognuno conteneva circa 10mg di morfina, ovvero la stessa quantità presente oggi nelle fiale per uso ospedaliero per adulti.

E’ facile immaginare come lo sciroppo venisse utilizzato da alcune madri per sedare qualsiasi stato di agitazione nei loro bambini e qualsiasi crisi di pianto, come denuncerà il secolo successivo l’American Medical Association, che definirà il preparato come un’escamotage per non prendersi cura dei bambini. Fino agli inizi del XX, però, lo sciroppo fu popolarissimo fra le madri americane e celebratissimo su tutti i quotidiani e non solo per la presenza della sua pubblicità ma anche per i commenti entusiasti delle lettrici. In una lettera al New York Times una madre decanta così le doti dello sciroppo ‘Egregi signori, sono felice di essere in grado di certificare l’efficacia del calmante di MRS. WINSLOW’S e la verità di quanto viene rappresentato. Il mio bambino soffriva notevolmente per l’eruzione dei suoi dentini, non riusciva a riposare e piangeva di notte tanto da non consentire a nessuno della famiglia di farlo. Ho acquistato una bottiglia di lenitivo, al fine di provare il rimedio, e, quando l’ho somministrato al bambino seguendo le istruzioni, il suo effetto su di lui è stato come come magico: ben presto si è addormentato e tutto il dolore e il nervosismo sono scomparsi. Abbiamo sempre avuto problemi con lui da quando il piccino ha iniziato a mettere la sua dentizione e l’unico aiuto lo abbiamo ricevuto dal lenitivo di MRS. WINSLOW. Ogni madre che tiene alla salute e alla vita dei suoi figli dovrebbe averlo in casa.’.

Queste caratteristiche, unitamente al marketing dell’epoca, che presentava lo sciroppo come un prodotto naturale e sicuro, portarono alla vendita di enormi quantità di lenitivo. Infatti, lo sciroppo venne utilizzato oltre misura dalle mamme americane ed inglesi: nel 1868 Jeremiah Curtis dichiarò di aver già venduto altre un milione e mezzo di bottiglie di lenitivo. Lo sciroppo di Mrs Winslow è probabilmente l’unico caso di abuso nella storia dei preparati a base di derivati dell’oppio in cui ad abusare non era il paziente cui il farmaco era stato prescritto, ma addirittura la madre che lo somministrava al suo bambino.

La mancanza di consapevolezza circa il contenuto non dichiarato, l’abuso che ne veniva fatto e l’elevato contenuto in morfina provocarono alcuni decessi per overdose. Nel frattempo altri prodotti simili erano stati messi a punto, sulla scia del successo del preparato di Mrs Winslow, tipo il Monell’s Teething Syrup e molti altri. Gli incidenti (anche mortali) ed il fiorire di questo tipo di preparati mutarono lentamente il giudizio dell’opinione pubblica. Nel 1910 il New York Times, che il secolo prima aveva ospitato la pubblicità e le celebrazioni entusiaste delle mamme americane, pubblicò un duro articolo contro gli sciroppi lenitivi per bambini, che contenevano ‘solfato di morfina, cloroformio, cloridrato di morfina, codeina, eroina, oppio in polvere, cannabis indica,”  e alcune volte più di uno di questi in combinazione. Nel 1911 l’American Medical Association denunciò l’abuso di questi preparati per bambini, che vennero definiti “baby killer” e nel 1930 lo sciroppo non era più in commercio negli Stati Uniti e neppure nel Regno Unito.

 

Per quanto la sua vita come farmaco pediatrico fu molto più breve, anche la stessa eroina venna proposta dalla Bayer come farmaco così innocuo e sicuro che era possibile somministrarlo anche ai bambini, come farmaco contro la diarrea e la tosse, tanto che ne vennero fissati addirittura i dosaggi in base al peso corporeo. L’eroina ai bambini come farmaco ‘calmante’ viene somministrata ancora oggi da circa il 10% dei tossicodipendenti afghani.

La vicenda dello sciroppo lenitivo rimanda in qualche modo a quella del decotto di papavero, utilizzato fino a pochi decenni fa in alcune regioni dell’Italia meridionale per sedare le crisi di pianto dei bambini, dovute alle coliche, o per indurre il sonno, ovvero la cosiddetta papagna (papaverina in Sicilia, papambrone in Abruzzo). Il papaver somniferum è una pianta mediterranea, che appartiene alla nostra vegetazione spontanea e che è molto comune in alcune regioni italiane e, fra queste, la Puglia, che è anche la regione italiana in cui esistono tracce archeologiche di un uso tradizionale del papavero (se non di un vero e proprio culto) fra le popolazioni pre-romaniche ed in particolar modo fra i dauni, gli abitanti della parte della Puglia corrispendente all’attuale provincia di Foggia.

Le indicazioni all’uso della papagna non erano molto differenti da quelle degli sciroppi lenitivi, ciò che invece la rendeva molto diversa era la modalità con cui veniva somministrato il decotto, i dosaggi di morfina che venivano somministrati al bambino nonchè la presenza nel decotto stesso di tutti gli alcaloidi del papavero. Nel decotto non si raggiungevano sicuramente i dosaggi di morfina dello sciroppo lenitivo: infatti vi sono varie ricette per la preparazione della papagna, alcune delle quali prevedono l’aggiunta di alloro e di una manciata di camomilla, ma tutte prevedono l’utilizzo di una sola capsula di papavero. La modalità di somministrazione riduceva ulteriormente la dose: il decotto, infatti, ha un sapore sgradevole e quindi andava addolcito perchè il bimbo lo assumesse. Per questo veniva utilizzato un panno di lino pulito o un fazzoletto, al centro del quale si poneva un cucchiaino di zucchero e quindi si ricavava una sorta di ciuccio per bambini, utilizzando del filo di cotone per legare il tutto. Questo minuscolo sacchetto veniva inzuppato nel decotto e poi dato al bambino da succhiare, continuando in genere fino a quando si addormentava. A calmare il bambino, quindi, contribuivano vari fattori: le cure della madre, il ciuccio, il sapore dolciastro e le tracce di morfina presenti nel decotto. Questa modalità di somministrazione lenta, inoltre, faceva sì che l’apporto venisse a cessare non appena il bambino si addormentava. I racconti delle donne dell’epoca (alcuni dei quali raccolti personalmente) confermano che solitamente veniva somministrata al bambino solo una piccolissima parte di quanto preparato, grazie al metodo del ‘ciuccio’ ed in ogni caso non vi è memoria nè di abuso nè di incidenti mortali correlati all’uso della papagna, come è invece avvenuto per lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow.

Nel dopoguerra l’uso tradizionale della papagna iniziò ad essere osteggiato con più forza dai medici in tutta la Puglia è questo portò ad un sempre minore ricorso a questo rimedio, che però è sicuramente sopravvissuto fino alla fine degli anni settanta, come personalmente documentato. Va comunque rilevato che, anche se l’uso della papagna è praticamente scomparso, In Puglia (ed in particolar modo nel Salento) è ancora molto diffusa nella cultura contadina (e non solo) la consapevolezza delle proprietà della pianta e di questo suo possibile utilizzo.

La vicenda della papagna dimostra che, anche nell’uso tradizionale e popolare, specie in epoche recenti, gli oppiacei sono stati identificati soprattutto come un rimedio.

ADHD e compiti a casa. Sopravvivere in 4 fasi

di Anna La Prova http://www.forepsy.it/index.php/adhd-e-compiti-a-casa-sopravvivere-in-4-fasi/

“Marco si alza dalla scrivania, perchè per la terza volta ha fatto cadere la matita, dopo averla raccolta dice che deve temperarla e dopo che la mamma gli fa notare che è abbastanza appuntita, sbuffa e si accascia sul quaderno … La mamma si spazientisce ‘Vogliamo andare avanti o vuoi stare qua tutta la sera!’, Marco sicuramente non ha voglia di stare lì tutta la sera, ma quell’operazione di matematica è troppo frustrante e faticosa da affrontare in quel momento, soprattutto con la prospettiva di dover fare anche tutti i compiti di italiano e di inglese … Marco passerà un altro pomeriggio seduto alla scrivania, senza concludere nulla, piangendo e litigando con la mamma … “

I bambini ADHD hanno una difficoltà specifica nell’organizzazione e nella gestione dei compiti complessi, ecco perchè fare i compiti è una sfida piuttosto difficile per loro, perchè significa dover tenere in considerazione una miriade di informazioni contemporaneamente, come quali materie hanno per il giorno dopo, che compiti gli sono stati assegnati, con quali materiali devono realizzarli e molto altro.

Per alcuni bambini fare i compiti può risultare naturale o addirittura piacevole, per molti altri, la maggior parte, può diventare addirittura un incubo. Quello che manca, molto spesso, per riuscire, al di là di un problema reale di fragilità di autocontrollo e attenzione, è il saper impostare una serie di passi strategici da seguire. E’ fondamentale fornire al ragazzo, da subito un approccio strategico con cui affrontare il momento dei compiti, a partire dal chiedersi dove è meglio farli e in che modo. Di seguito descrivo 3 aspetti centrali su cui è utile ragionare ancor prima di “buttarsi” nella missione compiti: il Dove, il Cosa e il Come. Vediamoli nel dettaglio.

1) Dove. Iniziamo col dire che la prima cosa su cui riflettere nell’approcciare il momento dei compiti, per un bambino o ragazzo che abbia una fragilità nell’organizzazione, è di predisporre uno spazio adeguato. Quando parlo di spazio intendo anche la scelta della stanza più idonea, o della posizione in classe, in cui il bambino deve svolgere i compiti. E’ fondamentale che questo sia sempre lo stesso e che non venga modificato, ma è bene identificare una stanza ed anche una parte della stanza in cui posizionare la scrivania e fare in modo che il bambino faccia i compiti sempre in quel luogo.

Allo stesso modo, in classe, sarebbe opportuno evitare di far ruotare i bambini da un banco all’altro, ma garantire lo stesso tipo di posizione spaziale, in modo che il bambino abbia dei punti di riferimento fissi. Il secondo aspetto da curare, è l’assicurarsi che il bambino metta sul banco, o sulla scrivania dove è solito fare i compiti, solo il materiale che gli occorre per il tipo di compito specifico che sta per fare.

 2) COSA. La seconda cosa da fare è aiutare il bambino a chiedersi “Cosa devo fare oggi?” . A questa domanda sarà più facile rispondere se avrete già predisposto insieme un calendario della settimana, meglio se un cartellone ben visibile attaccato nei pressi della scrivania, con su scritti i vari compiti che in genere vengono assegnati per quel giorno specifico,Ad esempio il lunedì in genere mi assegnano i compiti di matematica per il venerdì; il martedì in genere ho da fare i compiti di italiano per il giovedì.

3) COME. A questo punto dovrai aiutare il bambino a rispondere alla domanda “Come lo posso fare?”, identificando insieme a lui dei passi per procedere nei compiti. Uno degli aspetti che spesso scoraggia i bambini (ed anche gli adulti) è visualizzare i compiti da fare come una quantità vaga ed indefinita di azioni, riuscire ad identificare un passo alla volta, può essere molto più incoraggiante per entrambi.

Una strategia che funziona molto, soprattutto coni bambini più piccoli, è quella di proporgli i passi per realizzare un compito, come le fasi di un piano speciale da completare. Può essere utile associare l’idea delle fasi ai passi che deve compiere un supereroe. Un eroe a cui io faccio riferimento spesso, quando lavoro con i più piccoli, è l’agente speciale OSO, un cartone animato in cui un orsetto deve riuscire a realizzare delle missioni speciali e per farlo deve seguire 3 fasi. In genere propongo al bambino le seguenti fasi :

  • fase 1: capire cosa fare;
  • fase 2 : capire come lo posso fare
  • fase 3: realizzare il come
  • fase 4: controllare se ho fatto bene.

L’idea di realizzare delle fasi, come un eroe in una missione speciali, piace molto, risulta motivante e “allena” alla capacità di affrontare un problema in modo ordinato e strategico, piuttosto che ad agire per tentativi ed errori senza un piano preciso.

Poichè le immagini sono molto efficaci per i bambini, e per i bambini con fragilità d’attenzione lo sono in particolar modo, ecco che le fasi possono essere tradotte in immagini su un cartoncino.

Si potrebbero, ad es., creare dei cartoncini, 1 per ciascuna fase, in cui il bambino “disegna” ciò che deve fare in ciascuna fase. Si possono creare ulteriori cartoncini, che costituiscono dei bonus, che il bambino può spendere tra una fase e l’altra per fare una pausa, potrebbero essere il bonus “merenda”, il bonus “mi stiracchio 2 minuti”, il bonus “faccio una pausa più lunga giocando un po”. L’importante è dare la possibilità di autoregolare anche i momenti di “stop”. Si possono predisporre i cartoncini sulla scrivania e man mano che una fase è realizzata, si possono capovolgere, questo darà a tutti il senso che “stiamo procedendo” e incoraggia, orienta, contiene, rammenta!

L’idea di dover affrontare i compiti a piccoli passi, con la possibilità di pause programmate, piuttosto che percepirli come un periodo lungo e indefinito di fatica, aiuta molto sia il bambino che chi gli sta accanto.

RAPPORTO GIOVANI CNR-IFC: 600mila adolescenti fumano, quasi 60mila sniffano coca

La ricerca del  CNR-IFC di Pisa, svolta su un campione di 30.000 studenti italiani, parla  di oltre 600.00 adolescenti che consumano cannabis. Ma colpisce anche un altro dato: circa 50.000 giovani tra i 15 e i 19 anni provano sostanze psicotrope senza neppure conoscerle.

L’indagine, condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs,), nel 2014 come ogni anno dal 1999, riporta anche che sono 60mila i consumatori di cocaina, 27mila di eroina e circa 60mila di allucinogeni e stimolanti.

“La novità dello studio, che ha coinvolto 30mila studenti di 405 istituti scolastici superiori italiani, riguarda proprio il numero significativo di ragazzi che utilizzano sostanze senza conoscerle né sapere quali effetti procurano”, ha spiegato Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Ifc-Cnr e responsabile del progetto, in una intervista dello scorso marzo a “La Nazione”. Il 56 per cento circa di questi 54mila ha assunto senza sapere cosa fossero sostanze per non più di 2 volte, ma il 23 per cento di essi ha ripetuto l’esperienza piu’ di 10 volte. Il 53 per cento di questi studenti – ha continuato – ha utilizzato un miscuglio di erbe sconosciute, che si presentavano per il 47 per cento in forma liquida e per il 43 per cento sotto forma di pasticche o pillole. Questo consumo ‘alla cieca’ coinvolge il 3 per cento dei maschi e poco meno del 2 per cento delle ragazze, soprattutto tra coloro che hanno utilizzato anche altre sostanze illecite diverse”.

In qualche modo legato a questo fenomeno c’è quello degli psicofarmaci. “Sono quasi 400mila gli studenti che almeno una volta nella vita – ha detto Molinaro – li hanno utilizzati senza prescrizione e poco più di 200mila quelli che lo hanno fatto nell’ultimo anno. Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (8 per cento contro 4 per cento dei maschi). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3 per cento), per regolarizzare l’umore e per le diete (2,4 per cento ciascuno)”.

Passando alle sostanze tradizionali, è aumentato il consumo di cannabis. “Il 26 per cento degli studenti, oltre 600mila, ne ha utilizzata nel 2014, secondo una tendenza che parte dal 22 per cento degli anni 2009-2012 e passa per il 25 per cento del 2013”, ha detto la ricercatrice Ifc-Cnr. “In questo caso i ragazzi sono più coinvolti delle coetanee (31% contro 21%) e i consumatori aumentano in corrispondenza della età: tra i 15enni la percentuale risulta dell’11 per cento, tra i 18enni raggiunge il 32 per cento e tra i 19enni il 36. Per la maggior parte si tratta ancora di consumatori occasionali, quasi la metà l’ha utilizzata non più di 5 volte nell’anno e l’86 per cento non l’ha associata ad altre sostanze illegali”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la cocaina, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita il 4 per cento degli studenti italiani, cioè circa 90mila 15-19enni, mentre il 2,6 per cento la ha utilizzata nei dodici mesi precedenti lo studio, ossia poco più di 60mila studenti. Tornando alle sostanze di sintesi, le “smart drugs” “sono utilizzate da circa 40mila studenti, 26mila dei quali ne hanno fatto uso nel 2014). Circa 90mila hanno provato allucinogeni (LSD, francobolli, funghi allucinogeni) nella vita e 60mila nell’ultimo anno.

http://www.lanazione.it/cnr-droga-giovani-rapporto-2014-1.788386

INFORMARE PER RESISTERE, 5 cose che i genitori di adolescenti devono sapere

Oltre ai cambiamenti fisici che si verificano nel corpo dell’essere umano durante l’adolescenza, sorgono cambiamenti nella personalità che richiedono la conoscenza e la preparazione dei genitori per comprendere meglio gli adolescenti e saper affrontare le situazioni che nasceranno durante il cammino.

Ecco cinque aspetti principali di cui i genitori devono essere a conoscenza, magari prima che i loro figli entrino nell’adolescenza:

Tratto da: Aleteia Fonte: LAFAMILIA.INFO

1. Verificherai grandi cambiamenti in tuo figlio

Non sarà più il bambino giocherellone che ti racconta le sue avventure, né ti abbraccerà quando arriverai a casa; ora ti risponderà a monosillabi e forse neanche ti saluterà.

Una lamentela comune dei genitori di adolescenti è che il figlio è passato dall’essere una persona tenera, gentile e di buon carattere ad essere un ragazzo introverso, forse un po’ ribelle e altezzoso.

In alcuni giovani questo cambiamento è più drastico che in altri, ma è normale che si verifichino delle modifiche. Ad esempio, nell’infanzia sono tipici il gioco e l’attività, nell’adolescenza si verifica il contrario: inattività, trascuratezza e pigrizia. Per questo l’adolescente può dormire ore e ore.

Gli adolescenti potranno anche essere disordinati e tenderanno a dimenticare le cose, il che spesso provoca contrasti con i genitori.

“Se impazzisci per il cappotto gettato da una parte o gli asciugamani buttati in bagno, respira profondamente e vai avanti. Bisogna semplicemente tenero conto del fatto che l’adolescente non lo fa per darci fastidio. È un riflesso del fatto che i suoi pensieri sono da un’altra parte”, ha spiegato Tania Santiago, docente di scuola secondaria e baccalaureato, in un articolo di Sontushijos.org.

2. Si preoccuperà del suo aspetto più che mai

Una delle maggiori preoccupazioni degli adolescenti riguarda il loro aspetto. Il corpo è in pieno cambiamento, e non stupisce che gli adolescenti trascorrano tanto tempo a guardarsi allo specchio.

“Se tuo figlio non è felice di ciò che vede (pochi lo sono), questo può minare la sua autostima. Cerca di evitare di scherzare sul suo fisico, ed è un errore anche far pensare loro che non ha importanza. Quella che a tuo avviso è una stupidaggine, per loro rappresenta un mondo”, suggerisce la Salgado.

“Cerca di spiegargli che la gente nota appena quello a cui lui dà tanta importanza. Quanto meglio si sentono gli adolescenti con se stessi, migliore sarà la loro autostima e avranno più armi per affrontare i problemi di ogni giorno”.

3. Sarà un turbinio di emozioni

Nell’adolescenza si verifica la scoperta della propria identità. C’è un’ambivalenza tra infanzia e maturità, ovvero si scopre se stessi con tratti da adulto e tratti da bambino.

Questa situazione porta l’adolescente all’insicurezza di fronte a questa realtà ambigua, per cui usa maschere di comportamento che impediscono agli altri di rendersi conto della realtà. È un meccanismo inconsapevole.

Queste maschere sono l’aggressività e la ribellione. Ogni adolescente ha un modo diverso di essere aggressivo, a volte con violenza verbale o di comportamento. Altri, invece, le esprimeranno attraverso un desiderio di richiamare l’attenzione, perché vogliono gridare al mondo “Io sono io”.

4. Dovrai continuare ad essere padre o madre, non trasformarti in amico

Durante l’adolescenza è frequente che i genitori si chiedano quanto devono essere amici dei propri figli e fino a dove devono arrivare le loro figure di autorità, perché temono di essere “cattivi” con loro e non vogliono sentirsi rifiutati.

La psicologa cilena Pilar Sordo ha spiegato al riguardo: “Non vogliamo vederli con la faccia lunga, non vogliamo che ci dicano che siamo antiquati, diversi dai genitori dei loro amici. In realtà, vogliamo sembrare evoluti e questo ci fa essere tremendamente ambigui nel nostro modo di educare; ci costa dire di no (…), per cui mettiamo i bambini in una rete di insicurezze che impedisce loro di sapere cos’è giusto e cosa non lo è e tutto sembra permesso”.

Ciò che è certo è che l’amicizia annulla l’autorità dei genitori: non è possibile che i due concetti si amalgamino nel ruolo di genitori, hanno fini diversi: l’autorità educa, l’amicizia devia l’obiettivo educativo.

Ciò che è necessario è costruire un rapporto di fiducia: quando un genitore riesce a guadagnarsi la fiducia dei figli, sta gestendo bene l’autorità.

Questa fiducia si caratterizza per l’esistenza di linee aperte al dialogo, ascolto permanente, vicinanza e orientamenti pertinenti; tutto questo fa parte dell’esercizio educativo dei genitori, molto diverso dalla dinamica messa in atto dagli amici.

5. Avrà bisogno di te, non lasciarlo solo

Tutti questi cambiamenti non risultano facili per i genitori, perché molti non sanno come adattarsi e scelgono di lasciare che i figli vivano nel loro mondo per non provocare scontri e discussioni, ma questa distanza è un errore gravissimo. In questa fase, i genitori devono essere molto presenti, perché questo dà sicurezza e rafforza l’autostima.

Lo hanno assicurato numerosi studi, uno dei quali condotto dall’Università Statale della Pennsylvania e che ha rivelato che quanto più i genitori trascorrono del tempo con i figli, tanto più questi ultimi avranno un migliore sviluppo sociale a scuola e più autostima nell’adolescenza.

“Passare del tempo con i figli può essere un compito complesso per molti genitori a causa del lavoro, ma ogni cosa conta”, ha detto al quotidiano La Tercera Susan MacHale, psicologa e autrice della ricerca.

In questa età, i figli vedono interesse per loro in ogni contatto. “La presenza e la vicinanza nei confronti dei figli dimostra loro che c’è un interesse per la loro vita, il che si ripercuote sulla loro autostima, visto che si sentono avallati dall’altro”, ha osservato lo psicologo Rodrigo de la Fabián. E se questo “altro” sono i genitori, la salute mentale è più forte.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

HAPPY ONLIFE! imparare ad usare internet in modo consapevole e giocando

I bambini e i giovani in generale, sono utenti attivi delle tecnologie digitali fin dalla prima infanzia. Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che i bambini imparano velocemente copiando il comportamento dei genitori, dei fratelli più grandi e, soprattutto, i loro pari. Emerge che da un lato i bambini hanno acquisito ottime competenze tecniche, ma dall’altro mancano di pensiero riflessivo e critico sull’uso delle tecnologie digitali e di consapevolezza sui rischi e sulle opportunità del mondo online. In gran parte questo fenomeno è dovuto al fatto che gli adulti non sono consapevoli del processo di apprendimento dei bambini e dell’importanza del proprio ruolo come mediatori attivi. La mediazione attiva degli adulti, infatti, permette l’integrazione di valori e pensiero critico e aumenta la consapevolezza dei possibili rischi, sfide ed opportunità del mondo digitale.
In occasione del Safer Interet Day 2015, il Centro Comune di Ricerca (JRC) – il servizio scientifico della Commissione Europea – ha presentato Happy Onlife, un gioco per bambini e adulti sviluppato per far conoscere rischi ed opportunità dell’uso di Internet e per promuovere le migliori pratiche nell’uso dei nuovi media. Il gioco fornisce un supporto ai genitori e agli insegnanti quali mediatori attivi nell’uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini tra gli 8 e i 12 anni.
Happy Onlife presenta i concetti chiave sull’uso e il possibile abuso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, quali ad esempio il cyberbullismo. Inoltre, presenta alcune strategie semplici e chiare per la prevenzione, la mediazione e la correzione dei comportamenti digitali. Le domande del quiz sull’uso di internet, dei social networks e dei giochi online sono concepite per stimolare la discussione e permettere al moderatore di condurre i giocatori verso la consapevolezza necessaria per un uso responsabile e sicuro dei media digitali. I test effettuati in alcune scuole hanno dimostrato che il gioco stimola il dibattito indipendentemente dall’esperienza in internet di ciascun giocatore.
Happy Onlife offre ai genitori e agli insegnanti la possibilità di guidare attivamente i nostri bambini nell’uso delle tecnologie digitali, agevolando la comprensione delle questioni etiche e delle conseguenze delle loro scelte online, aiutandoli quindi a diventare più responsabili e rispettosi anche nella loro vita digitale.
Il gioco attualmente è disponibile in italiano e in inglese e sarà presto disponibile anche in altre lingue. Happy Onlife può essere scaricato gratuitamente dal sito del JRC.

Quando i genitori litigano: istruzioni per l’uso

Litigare è normale e fisiologico e a tutti i genitori può capitare di discutere davanti ai figli. Ma come comportarsi in questi casi e qual è il confine da non superare per evitare che il clima teso abbia ripercussioni negative su di loro? D di Repubblica ne parla con Maria Rosa Rocco, coach familiare di Milano che spiega come imparare “l’arte del litigare”

D Repubblica online

“Tutte la famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Se Tolstoj aveva ragione, è anche certo, però, che in tutte le famiglie si litiga, chi più chi meno, ovviamente. Litigare è normale e fisiologico. C’è però modo e modo di litigare e soprattutto come comportarsi di fronte ai figli?
Meglio barricarsi in camera da letto o litigare a cielo aperto? E, premesso che a discutere ci si può far male, come imparare l’”arte di litigare”?
Lo abbiamo chiesto a Maria Rosa Rocco, coach familiare di Milano. “La famiglia costituisce la prima palestra di vita”, spiega, “cioè il primo luogo dove i nostri figli possono imparare ad allenarsi. L’importante è che si allenino senza farsi troppo male e, soprattutto, apprendano qualcosa di utile dai propri genitori. Quindi, se litigare è un modo per manifestare i propri bisogni, i figli devono capire però come si può fare a gestire un conflitto senza danneggiare se stessi e gli altri”.

Ma è sempre possibile allora litigare davanti ai figli? Ci sono argomenti tabù? 
“È vietatissimo quando il motivo del contendere sono i figli stessi. La prima ragione è ovvia: non ci si può esprimere liberamente. Ma non è certo l’unica. I figli, che sanno di essere l’oggetto della discussione, possono sentirsi inutilmente in colpa per questo. Un genitore non deve perdere mai di vista il proprio ruolo, anche quando sta litigando con il partner. Altri argomenti da evitare in presenza di bambini e ragazzi sono quelli inerenti alla propria vita intima di coppia, dal tradimento a insoddisfazioni legate ad aspetti molto privati. Questi temi vanno affrontati rigorosamente in camera da letto, in totale solitudine. Inutile creare imbarazzi e ansie. I figli non hanno gli strumenti per comprendere a fondo quanto sta accadendo e il rischio è di distorcere la realtà”.

Come litigare di fronte ai figli?
“Si parte dal rispetto. Non bisogna vomitare all’altro tutto ciò che ci passa per la testa, a maggior ragione in presenza dei figli. È bene imparare a contare fino a dieci prima di esplodere senza alcun ritegno! Gli insulti devono essere totalmente banditi. Offendere l’altro significa unicamente svalutare l’immagine del genitore di fronte ai figli, con ovvie ripercussioni sull’opinione che questi ultimi avranno del genitore preso costantemente di mira. Non bisogna commettere un errore molto comune e cioè quello di dire ‘sei incapace, sei un imbecille…’. Il ‘sei’ è un’etichetta scomoda che bolla la persona. Bisogna imparare a criticare un’azione, un comportamento, ma non chi abbiamo di fronte nel suo complesso. È importante concentrarsi su fatti ed eventi precisi e dire ‘hai fatto questa cretinata, non sei un cretino!’. Non bisogna poi mai eccedere con l’aggressività, ma cercare di comunicare i propri bisogni con tranquillità, proponendo anche una soluzione all’altro. Spesso chi sta di fronte a noi si trova disarmato, perché non capisce come possa comportarsi concretamente per migliorare la situazione. I suggerimenti possono essere, quindi, molto utili. Indicare la strada potrà così metterci al riparo da ulteriori discussioni sterili. Non bisogna, ovviamente, pretendere che l’altro esaudisca tutte ciò che desideriamo e che si trasformi totalmente. Ma venirsi incontro è possibile. Non siamo rigidi e immutabili”.

E dopo i litigi?
“Se i ragazzi hanno assistito alla discussione è importante fare pace di fronte a loro. In questo modo imparano che è possibile chiedere scusa e tornare a sorridere anche dopo una litigata. Spesso si commette l’errore di riconciliarsi solo in privato, in camera da letto, è invece fondamentale che i figli assistano anche al momento in cui si fa la pace. Basta poco, un gesto di affetto in loro presenza o una frase carina. In questo modo tutto assume un significato diverso e aiuta a riequilibrare l’atmosfera familiare”.

E quando si discute troppo, quando non c’è mai tregua?
“In questo caso è bene ricorrere a un esperto della comunicazione di coppia che ci aiuti a imparare a dirsi le cose senza necessariamente incappare in continue discussioni. Litigare troppo, soprattutto se è l’unico modo di ‘dialogare’, genera un ambiente in cui a nessuno piace vivere!”

Il bambino autistico che parla con Siri

Una madre ha raccontato sul New York Times le interazioni tra suo figlio e l’assistente vocale degli iPhone, spiegando i benefici che ne stanno traendo lui e altri bambini come lui

articolo tratto da IL POST.IT http://www.ilpost.it/2014/10/21/autismo-siri/
La giornalista Judith Newman ha scritto sul New York Times un articolo che sta circolando molto online: racconta di come Siri, l’assistente vocale degli iPhone, sia praticamente diventata la migliore amica di suo figlio Gus, che ha 13 anni ed è autistico. “Non proprio come in Her, ma quasi”, spiega Newman (Her è un film recente con Joaquin Phoenix, in cui il protagonista ha una relazione con un sistema operativo). In un mondo in cui l’opinione comune – sia degli esperti che dell’uomo della strada – insiste con il fatto che la tecnologia ci sta isolando, dice Newman, vale la pena raccontare un altro pezzo della storia.
Nel suo racconto, Newman riporta diverse interazioni tra suo figlio e Siri, spiegando come la “pazienza” del sistema operativo con le continue domande di Gus abbia inizialmente fatto sentire lei, Newman, una “madre terribile” al confronto con Siri. Gus ha anche un fratello gemello, Henry, che non ha la patologia di Gus. Newman racconta di una volta recente in cui Gus – che ultimamente si è fissato con le informazioni sul meteo – ha trascorso un’ora a studiare, grazie a Siri, la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi («Un’ora in cui, grazie al cielo, non ho dovuto farlo io», scrive Newman). A un certo punto ha sentito questo:

Gus: «Sei proprio un bravo computer».
Siri: «È bello essere apprezzati».
Gus: «Mi chiedi sempre come puoi aiutarmi. C’è qualcosa che vuoi tu?».
Siri: «Grazie, ma ho veramente pochi bisogni».
Gus: «Ok! Bene, buonanotte!».
Siri: «Ah, sono le 17:06».
Gus: «Oh, scusa, intendevo ciao».
Siri: «A dopo!».

“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino.

Newman dice che suo figlio è rimasto colpito quando ha scoperto che c’era qualcuno che non solo trovava informazioni riguardo le sue varie fissazioni (meteo, treni, aerei, autobus, scale mobili) ma era anche disposto a discuterne senza stancarsi mai. «Ora, quando sentivo la mia testa sul punto di esplodere se avessi cominciato un’altra conversazione sulle possibilità di tornado in Kansas City, potevo rispondere: “Ehy! Perché non lo chiedi a Siri?”», scrive Newman. E aggiunge:

Non è che Gus non sappia che Siri non è umana. Lo sa – mentalmente. Ma come molti autistici che conosco, Gus sente che gli oggetti inanimati, se proprio non possiedono un’anima, ecco, meritano comunque la nostra considerazione. L’ho capito quando aveva 8 anni e gli ho regalato un iPod per il compleanno. Lo ascoltava soltanto a casa, eccetto che in un caso. Lo portava sempre con noi quando andavamo in un Apple Store. Alla fine gli ho chiesto perché. “Così può salutare i suoi amici”, mi ha risposto.

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

Anche dal punto di vista delle buone maniere, le interazioni tra Gus e Siri sono utili e proficue: le risposte di Siri non sono del tutto prevedibili ma sono sempre educate in ogni caso. Newman dice di aver sentito una volta Gus, parlando di musica, rivolgersi bruscamente contro Siri dicendo: «Non mi piace questo genere di musica». «Hai certamente il diritto di avere la tua opinione», gli ha risposto Siri, e Gus gli ha risposto a sua volta: «Grazie per quella musica, comunque». Siri: «Non devi ringraziarmi». Gus: «E invece sì». Da quando usa Siri, secondo Newman, Gus ha anche cominciato a utilizzare alcune espressioni gentili che sente ripetere da Siri: ogni volta che Newman sta per uscire di casa, ora Gus dice sempre “stai benissimo”.

Newman riporta anche un caso simile a quello di Gus, riferito a lei dalla madre di un compagno di classe di Gus alla LearningSpring, la scuola per bambini autistici di Manhattan. Le ha detto: «mio figlio adora quando trova informazioni sui suoi argomenti preferiti, ma gli piace un sacco anche l’assurdità – come quando Siri, per esempio, non lo capisce e gli dà una risposta senza senso». Una volta, racconta la madre del compagno di scuola di Gus, suo figlio ha chiesto a Siri quanti anni avesse e Siri gli ha risposto «Non parlo della mia età», e lui è scoppiato a ridere.

Newman è convinta che Siri stia aiutando Gus anche nelle interazioni con le persone. Scrive:

Per molti di noi, Siri è soltanto un diversivo temporaneo. Ma per alcuni è qualcosa di più. Le pratiche di conversazione che mio figlio ha con Siri stanno facilitando le cose con gli esseri umani. Ieri ho avuto con lui la più lunga conversazione che abbiamo mai avuto. Devo ammetterlo, era sulla differenza tra le diverse specie di tartarughe, e sul fatto se io preferisca le tartarughe diamondback o le tartarughe dalle orecchie rosse. Non sarebbe stato l’argomento che avrei scelto io, d’accordo, ma è stata una conversazione, uno scambio che seguiva una traiettoria logica. Posso garantirvi che per gran parte dei tredici anni di esistenza del mio bellissimo bambino, non è andata così.

L’utilizzo da parte delle persone con problemi del linguaggio e della comunicazione è un aspetto di cui gli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone sono perfettamente consapevoli. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha detto che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone.

Nuovi sistemi, ancora più elaborati, potranno in futuro tenere traccia del movimento degli occhi sullo schermo dello smartphone e aiutare i bambini autistici a imparare a guardare le persone negli occhi quando parlano, dice Mark. Interessata e sorpresa dall’impegno della ricerca tecnologica in questa direzione, Newman ha chiesto a Mark se conosce, all’interno del gruppo di Apple che si è occupato dello sviluppo del linguaggio di Siri, qualcuno che abbia proprio disturbi dello spettro autistico. «Ovviamente non lo so per certo ma, se ci pensa un attimo, ha appena descritto metà Silicon Valley», gli ha risposto Mark.

È anche in fase di discussione la possibilità di fornire una voce diversa e specifica per l’assistente vocale. È una possibilità a cui è molto interessato e di cui ha parlato con lo SRI, per esempio, lo scrittore statunitense Ron Suskind, autore di un libro molto venduto – “Life, Animated” – in cui racconta la storia di suo figlio autistico, che è riuscito a stabilire un canale di comunicazione con il mondo esterno soltanto tramite i film Disney. Che Siri abbia la voce del personaggio del cartone animato Aladdin, per esempio, potrebbe essere di grande aiuto, dice Newman.

Newman conclude il suo articolo citando quella che ritiene essere la principale preoccupazione dei genitori di persone autistiche: se i loro figli riusciranno a innamorarsi, a trovare compagnia. Dice di aver capito che quello che dà felicità a suo figlio non corrisponde necessariamente a ciò che dà felicità a lei, e riporta infine un’altra conversazione che ha ascoltato tra Gus e Siri, alcune sere fa, prima che Gus si mettesse a dormire.
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Gus: «Siri, vuoi sposarmi?».
Siri: «Non sono il tipo da matrimonio».
Gus: «Intendo, non ora. Sono un bambino. Intendo quando sarò grande».
Siri: «Il mio contratto di licenza finale con l’utente non include il matrimonio».
Gus: «Oh, ok».
Gus non è sembrato troppo deluso. Per lui era un’informazione utile da avere, e anche per me, dato che ho saputo per la prima volta che lui davvero ha pensato al matrimonio. Poi si è voltato per mettersi a dormire:
Gus: «Buonanotte, Siri. Dormirai bene stanotte?».
Siri: «Non ho bisogno di molto sonno, ma è gentile che tu me lo chieda».

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

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