Adolescenti, contro l’angoscia e la violenza serve più fiducia nel futuro

Anna Maria Nicolò (*) su Sanità24 http://www.sanita24.ilsole24ore.com/art/medicina-e-ricerca/

L’adolescenza sembra essere diventata una delle emergenze prioritarie in tutti i paesi occidentali e questo avviene anche perché questa età è la cartina di tornasole della società e in essa è depositato il nostro futuro. I sociologi dicono che questa è la prima generazione di giovani ad avere condizioni economiche inferiori a quelle dei genitori, ma guardando l’accesso ai beni di consumo, ai cellulari, ai tablet, ai molti strumenti tecnologici che i ragazzi hanno oggi, potremmo piuttosto dire che sono cambiati i loro bisogni e i loro ideali. Quello di cui sono stati derubati non è solo la loro pensione futura, ma piuttosto la speranza di costruire un mondo migliore, la fiducia che l’impegno possa produrre risultati efficaci e che valga la pena di sacrificarsi per gli ideali. In cambio gli è stata data l’illusione che tutto è possibile.

I processi di idealizzazione dell’adolescente
L’adolescente fisiologicamente ha bisogno di usare processi di idealizzazione che lo aiutano a credere nella vita e ad investire in essa. Piano piano, dopo l’avvento della pubertà gli ideali dell’Io cambiano. Se prima per il bambino era il genitore al centro dei suoi ideali, successivamente tutto questo muta . L’idealizzazione cerca nuovi differenti oggetti a cui riferirsi che possono essere trovati in figure politiche o sociali , filosofie o religioni, attori , cantanti o scienziati .Uno dei problemi che esiste in questa età fa riferimento proprio a quanto l’adolescente sia capace di modificare i suoi investimenti, mantenendo un’idealizzazione modulata e accettando i limiti che la realtà impone. L’elemento dirimente è la capacità di tollerare le frustrazioni del fallimento senza esagerare narcisisticamente i risultati positivi. Talvolta questo confronto diventa traumatico. La critica e la persecuzione , se gli ideali sono diventati prescrittivi , possono essere difficili da sopportare. Nei casi peggiori ,si assumono come ideali , modelli negativi a causa dell’irraggiungibilità di standard elevati. E’ la crisi di originalità negativa di cui parlava Erikson. Il ragazzo allora avrà comportamenti antisociali o perversi senza alcun senso di colpa o proibizione. Il confronto con il mondo sociale, familiare o personale diventa così traumatico che il ricorso a figure mitiche o sette religiose può diventare una soluzione tragica ad un vuoto del sé difficile da colmare. Si rimette cosi in discussione lo stesso meccanismo dell’idealizzazione. Tutto diventa cinico, opportunistico e alla fine senza significato.

Il confronto con i bulli e l’esperienza della sessualità
“E’capace di un confronto con la realtà?” Questa è la domanda che ci dobbiamo porre quando ci confrontiamo con i nostri adolescenti, tossicofilici, violenti, bulli o annoiati o che sperimentano una sessualità staccata, scissa, lontana dalle emozioni, agita talvolta come una bravata.
L’esperienza della sessualità testimonia di un ragazzo capace di usare di un corpo che gli fornisce nuove sensazioni mai esperimentate prima nell’infanzia , ma anche mostra che è possibile un’integrazione tra la sessualità e il grande universo delle emozioni. Talvolta questo si traduce nell’esperienza dell’innamoramento che certo facilita l’iniziazione sessuale, talvolta invece ha le caratteristiche di uno scambio giocoso, sempre affettuoso, ma mai sadico e crudele . E’ quello che i ragazzi chiamano scherzosamente “ lo scopamico”, diverso dal partner , ma sempre una figura in genere benevola e protettiva.
Ci sono però situazioni più gravi e penose dove c’è un pericoloso distacco da se stessi e dall’altro. La sessualità in questi casi è uno sforzo ginnico che lascia soli, è basata sull’affermazione , sul potere , sul controllo, può essere gestita nel gruppo e talora serve ad affermare un’identità di genere di cui inconsciamente il ragazzo ha invece molti dubbi . L’adolescente non sa ancora se sarà omosessuale, eterosessuale o semplicemente ancora confuso e incerto tra le sue posizioni. Un conflitto interno in questa età è indice spesso di un dubbio che riguarda l’identità di genere. La confusione bisessuale onnipotente può essere facilmente presente e si diventerà adulti solo quando si accetterà il senso del limite imposto dalla realtà, anzitutto da quello che sei nel tuo corpo. Certo i modelli che oggi abbiamo non ci aiutano molto nella certezza della nostra identità. Siamo davanti ad una grande rivoluzione antropologica ?

Internet fa credere all’adolescente che tutto è possibile
Un’altra espressione di questo distacco tra la sessualità e le emozioni è quanto avviene in internet. Gli adulti hanno veramente poca consapevolezza di quanto sia vasto ,articolato e complesso il mondo della sessualità giovanile in internet, gestita sui grandi social o nelle chat deputate a questo. La rete fa credere all’adolescente che tutto è possibile. Con un semplice click puoi trovare di tutto, puoi essere tutto e il contrario di tutto: puoi nasconderti dietro un’identità segreta, essere vecchio o bambino, maschio o femmina, transgender , omosessuale o etero sessuale . La rete è un grande miraggio per i giovani, evita loro la frustrazione del confronto vero e concreto con l’altro, esclude il corpo fisico, insegue l’onnipotenza delle fantasie e -cosa importante per l’adolescente terrorizzato dalla passività, ti dà l’illusione di una relazione senza dipendenza. L’effetto alla lunga è il paradosso della distruzione del desiderio reale. Il desiderio nasce dalla mancanza , da quello che potresti perdere o hai perduto. Potere tutto è l’altra faccia del non potere niente. E’ questo il dramma di una nuova forma tossicomania che è l’internet-mania.

Il “lutto evolutivo” e l’aggressività
Accanto alla sessualità, le cui modificazioni saltano all’occhio di chiunque ,è necessario integrare l’aggressività.
Il ragazzo comune, sufficientemente normale, ha bisogno di usare l’aggressività per tante ragioni: Grazie all’aggressività si autoafferma in un contesto nuovo, nega la passività che lo spaventa; si separa dai genitori e dal passato infantile attraversando quello che gli psicologi dell’età evolutiva chiamano “lutto evolutivo”. È questa un’aggressività sana che resta sempre un po’ al limite producendo, nei casi problematici, dei passaggi all’atto che stanno al posto del pensare. E l’aggressività sfiora, e a volte tocca, la morte. Pochi sanno che il suicidio è la causa di morte più frequente in questa età e se non è espressione di gravi patologie, come la psicosi o la depressione, può nascere da una sfida nel tentativo di andare oltre il limite consentito. A volte la sfida non è consapevole, come quando sul motorino si va zigzagando a folle velocità o quando non si usa il preservativo in rapporti non protetti.
«Io sono un debole, non lo sa nessuno. […] Io sono un mediocre, e non c’è prova. […] Io sono un fallito: posso ammetterlo? […] Io sono anormale, e, saperlo, non devo. […] Io sono un mite: ma ne ho pudore. […] Io sono un povero, e ne sono umiliato […]». Così il violento per Pasolini si nasconde dalla sua fragilità.

In una città italiana un gruppo di allievi di una scuola media superiore circondano l’insegnante, lo insultano e lo malmenano. Il suo errore è quello di aver messo un’insufficienza. In molti istituti scolastici d’Italia, dal Nord al Sud, piccoli gruppi di bulli si esercitano. Spiegazioni sociologiche o politiche si alternano a commenti psicologici: certo il senso di pericolo generalizzato e la violenza incrementano il disagio e la fantasia che bisogna aggredire per sopravvivere.(*)Presidente della Società Psicoanalitica Italiana

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I MUTANTI, di Sofia Bignamini, Solferino ed.

Sul crinale tra l’infanzia e tutto ciò che viene dopo si apre una terra di mezzo, dove strani esseri, non più bambini e non ancora adolescenti, si apprestano a una grande trasformazione. Sono i mutanti che, travolti dalla rivoluzione puberale,cercano di definirsi, di tracciare confini e intrecciare relazioni con il mondo.

Ognuno di loro risponde come può al richiamo della crescita: ci sono maschi che accelerano, dando sfogo agli istinti aggressivi e a un corpo muscolare, e femmine che usano il corpo per sedurre e compiacere aumentando i like sui social network. Ma c’è anche chi resta aggrappato all’infanzia, cercando con tutte le sue forze di frenare il treno ad alta velocità su cui si sente imbarcato.

Nell’epoca del narcisismo, del «sempre prima, sempre più veloce», la preadolescenza è diventata una fase cruciale, complicata per tutta la famiglia. È però una fase meno strutturata dell’adolescenza vera e propria, in cui problemi e asperità, sebbene intensi, sono ancora malleabili, e l’intervento adulto può essere molto efficace.

Sofia Bignamini di mutanti ne incontra ogni giorno, e ogni giorno li ascolta, li guarda, li accompagna nel processo della metamorfosi. Attraverso le loro voci, ci racconta che non esistono ricette preconfezionate per guidarli in questo passaggio. Esistono, però, trappole da evitare, ostacoli da aggirare e soprattutto occasioni da cogliere. Prima fra tutte, quella di avere fiducia in loro e difendere la loro speranza di futuro.

Prigionieri del tempo: un delitto alle Murate

Lunedì 4 giugno a Le Murate. Progetti Arte Contemporanea

Prosegue nei Musei Civici Fiorentini il lavoro con i teenagers, con l’obiettivo di promuovere sempre più efficaci linee di dialogo e di dialogo fra i giovani e la cultura. Ecco perché, grazie al Gruppo Teens costituitosi intorno al patrimonio civico e composto da una ventina di ragazzi delle scuole superiori, MUS.E propone un evento alla scoperta del complesso delle Murate.

Dopo aver studiato e indagato i musei cittadini, il Gruppo Teens ha infatti concepito l’idea di un’iniziativa tutta centrata sulla storia di questo luogo intrigante e incredibile: le Murate, antico convento femminile in età rinascimentale, divenuto carcere nell’Ottocento e trasformato oggi in una delle aree più vivaci e sfaccettate di Firenze. Nella settimana conclusiva dell’anno scolastico, quindi, e precisamente nel pomeriggio di lunedì 4 giugno, tutti i teen-agers della città sono invitati a riunirsi in squadre e a darsi appuntamento davanti a Le Murate. Progetti Arte Contemporanea, dove avrà inizio una appassionante avventura d’ingegno. Prendendo spunto da eventi, episodi e vicende accadute nel complesso e dai grandi protagonisti che lo hanno abitato, infatti, è stato immaginato un vero e proprio gioco che consentirà ai partecipanti di conoscere in forma coinvolgente i tratti principali della storia delle Murate fino a oggi. La squadra vincitrice avrà in premio una cena all’Hard Rock Cafe di Firenze, che si ringrazia per il sostegno.

Il Gruppo Teens nasce dall’esperienza di Alternanza Scuola Lavoro del Liceo Classico Niccolò Machiavelli, del Liceo Artistico Leon Battista Alberti, del Liceo Scientifico Antonio Gramsci di Firenze e del Liceo Scientifico Ernesto Balducci di Pontassieve ed è costituito da: Sofia Baci, Emma Baldini, Lapo Bianchi, Sofia Di Michele, Emma Helene Ferace, Niccolò Godenzani, Francesco Gori, Costanza Grassi, Gabriele Masini, Alessio Oreto, Letizia Orlandini, Niccolò Pasquini, Giulia Pepponi, Clara Piccioli, Teresa Pierini, Eftimia Popescu, Gregorio Renzi, Douglas Scotti di Vigoleno Leone.

  • Per chi: giovani dai 14 ai 18 anni  (gruppi da 5-6 persone)
  • Quando: lunedì 4 giugno dalle h15 alle h19 (partenze ogni mezz’ora fino alle h18)
  • Durata: 1h circa
  • Dove: appuntamento a Le Murate progetti di Arte Contemporanea (piazza delle Murate, Firenze)

La partecipazione è gratuita. La prenotazione è obbligatoria e a nome della squadra.
Per informazioni e prenotazioni:
tel. 055-2768224
info@muse.comune.fi.it
www.lemuratepac.it

Grazie a
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Allarme adolescenti: raddoppiati tentativi di suicidio

“Ho cercato di uccidermi, non ci sono riuscito, penso che lo rifarò, la mia vita non ha senso”: nel migliore dei casi tutta la sofferenza di un ragazzino disorientato, insicuro, incapace di gestire emozioni e conflitti arriva all’orecchio di uno psicologo. Ed è già un grande passo avanti. In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Il 24% degli adolescenti ha invece pensato almeno una volta a un gesto estremo. Una fotografia che mette a nudo un crescente disagio giovanile: ragazzini già stanchi di vivere quando tutto è solo cominciato.

pubblicato da ADNKronos

Un giovane si lancia nel vuoto e muore: la notizia, letta su un giornale o passata in tv, è sempre un pugno allo stomaco. Fanno notizia i casi di bullismo, meno quelli i cui contorni restano sfocati. Quando in sostanza è il ‘malessere dell’anima’ a togliere l’ultimo respiro. “Circa la metà del campione che l’Osservatorio ha intervistato (10.300 adolescenti, ndr) si percepisce depresso: una sensazione di tristezza, di malumore che colpisce oggi il 53% dei ragazzi e delle ragazze, la percentuale nel 2015 era pari al 33%. Inoltre quasi il 36% ha dichiarato di avere frequenti crisi di pianto”, afferma all’Adnkronos la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, premettendo che la depressione nell’adolescente si presenta con caratteristiche ben diverse rispetto all’adulto. E che il fenomeno che porta talvolta a gesti disperati è “spesso sottovalutato”. “Bisogna fare più prevenzione, specie nelle scuole”, è l’invito della psicoterapeuta.

Secondo Manca “ci sono dei campanelli di allarme in famiglia e anche a scuola che non vanno mai sottovalutati: il suicidio non è un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale. Arrivano ad uccidersi perché nel momento in cui decidono di farlo non trovano nessun’altra risorsa interna a cui aggrapparsi. E’ come se fossero in una bolla isolante”

Ragazzi e ragazze che giorno dopo giorno si sentono sempre più oppressi da un senso di vuoto che difficilmente riescono a comunicare. “Sono sempre più piccoli – riflettiamo! – i ragazzi che tentano il suicidio per una sofferenza che spesso non riescono ad esprimere a casa, ad amici, insegnanti”, riferisce l’esperta. Ecco perché ai primi segnali – isolamento, cambio delle abitudini quotidiane e dell’umore, irritabilità, disinteresse, impulsività – i familiari “hanno il dovere di rivolgersi a uno specialista”, suggerisce la psicoterapeuta. “Per non parlare poi di quando hanno già provato a togliersi la vita, il rischio sale drasticamente. E non può rimanere un fatto privato, bisogna parlarne, confrontarsi, chiedere aiuto”.

“Sia chiaro – insiste Manca – non è un evento stressante, come per esempio la litigata con la fidanzatina o i brutti voti a scuola, la causa del comportamento suicidario. Il rischio è dentro una vulnerabilità già manifesta, che dipende da fattori diversi lungo un ‘vissuto depressivo’ mal gestito”. I più esposti sono gli ipersensibili e “coloro che non hanno strumenti per affrontare le sfide della vita”. Restano così incastrati in un tunnel che li isola dal mondo esterno. Si sentono incompresi, in realtà non sanno trovare risorse per lottare, per gestire i sentimenti, spesso non hanno direzioni cui guardare.

“La parola ‘solitudine’ – spiega la presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – è quella che sento più spesso da parte di questi ragazzi fragili, si tratta di ‘solitudine emotiva’ non fisica. Il dolore poi cresce quando l’aspettativa di chi dovrebbe comprendere o semplicemente ascoltarli – genitori, amici, amata – va delusa”. Cosa si può fare? “Primo passo non avere paura di guardarli, di ascoltarli. I genitori non si fermino al rendimento scolastico del figlio ma provino a squarciare silenzi. E in caso vengano colti determinati segnali, rivolgersi subito a centri specializzati, c’è un’ampia rete di accoglienza sul territorio. La scuola, da parte sua, faccia più prevenzione su autolesionismo e suicidio in adolescenza. L’alleanza scuola-famiglia su questi temi è di vitale importanza”, conclude Manca.

Sesso sicuro? (Quasi) nessuno lo fa: solo 2 su 10

Sanno tutto di eros, poco di sentimenti. Guida ai millenials: ecco chi sono i nostri figli

articolo di Rossella Conte pubblicato da Quotidiano.net https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/

Disinibiti, sfacciati, sciolti. Il web rende più facile il corteggiamento e il rapporto con l’altro sesso, superando tabù e imbarazzi. Ma è quando si entra nel mondo off-line che gli adolescenti si scoprono dei veri analfabeti sentimentali. Tra emozioni, facili innamoramenti e impulsi sessuali, la prima volta dei millennials viene vissuta con un po’ di confusione almeno per quello che riguarda i rischi di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Secondo una ricerca dell’Istituto internazionale di Sessuologia con sede a Firenze, effettuata su un campione di ragazzi tra i 14 e i 18 anni, i primi rapporti arrivano tra i 15 e i 16 anni ma solo il 17% dichiara di usare il preservativo. Tradotto: 8persone su 10 hanno rapporti non protetti.

«LA MAGGIOR parte degli intervistati dice di usare precauzioni per evitare gravidanze, non per prevenire infezioni o malattie. Le donne sono condizionate da un fattore culturale, hanno paura ad apparire troppo disinibite per esempio portando il profilattico con sé. Per gli uomini, si tratta di un fattore prettamente fisico» spiega Elena Lenzi, didatta dell’Istituto internazionale di sessuologia e membro del comitato scientifico Federazione italiana sessuologia scientifica. Proprio sulla distinzione tra contraccezione e prevenzione che i giovani non hanno le idee chiare. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto, solo il 14% degli intervistati ha consapevolezza della modalità di trasmissione delle malattie sessuali e solo il 7% risponde di aver cercato informazioni presso i consultori.

Può sembrare impossibile, vista la sovrabbondanza di informazioni sul web, eppure i giovani di sesso sanno poco. Stando ai dati di Federmarma Firenze, si sta registrando anche un aumento della contraccezione d’emergenza. Le vendite della cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo sono aumentate del 25% nell’ultimo anno. «Da quando non esiste più l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, c’è stato un incremento delle vendite» sottolinea Marco Nocentini Mungai, presidente Federmarma Firenze (Confcommercio). «Il primo approccio – prosegue Lenzi – avviene tramite internet che dà un’immagine distorta della sessualità. Nelle scuole, a differenza di altre città europee, manca un corso di educazione sessuale, che è anche educazione al rispetto di sé stessi e del partner».

Sempre, secondo una ricerca dell’Istituto, il 38,8% degli intervistati riterrebbe utile avere percorsi di educazione alla sessualità a scuola. Il web quindi, al momento, è visto dai ragazzi come il miglior amico a cui confidare dubbi quando si cerca una risposta ai propri interrogativi sull’argomento. Con una conseguenza: che i rapporti nascano col piede sbagliato. «Negli ultimi anni – conclude Lenzi – c’è stato un aumento esponenziale del cosiddetto ‘sexting’, dei ragazzi che si scambiano, tramite foto o video, contenuti sessuali. Ci occupiamo della formazione di esperti che si relazionano ai giovani, loro ci raccontano che sempre più studenti ammettono di farlo». Secondo l’Istituto, almeno 1 ragazzo su 10 fa ‘sesso online’ e le vittime hanno principalmente tra i 12 e i 15 anni.

di ROSSELLA CONTE

Adolescenti: circa 1 su 5 ha difficoltà relazionali in famiglia

ARTICOLO PUBBLICATO IN TUTTOSCUOLA

Il 18-20% degli adolescenti ha difficoltà relazionali in famiglia.Spesso i genitori, proprio per le difficoltà a confrontarsi con i figli, gestiscono il problema quando “ormai esplode”. A evidenziarlo – secondo quanto riporta Ansa – è Fulvio Giardina, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, in occasione della presentazione del documento “La salute mentale degli adolescenti“. E proprio questi ragazzi sarebbero quelli maggiormente esposti al rischio delle malattie mentali. A causare maggior rischio di psicosi? Il fumo.

“Sono in aumento le richieste di consulenza su questi aspetti – evidenzia Giardina – stiamo studiando una modifica del codice deontologico che attualmente prevede che l’adolescente, essendo minorenne, abbia il consenso di entrambi i genitori. Noi riteniamo che il ragazzo dai 16 anni in poi possa accedere individualmente almeno a un primo colloquio con uno psicologo“.

Stiamo cercando anche di collaborare col Miur – conclude Giardina – per avere una presenza dello psicologo a scuola che faccia da filtro, si abbia un codice di lettura non patologico. Parliamo di benessere e qualità della vita“.

Per non parlare del fatto che i ragazzi di oggi pare siano maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie mentali. Più vulnerabili sono i giovani autori di reato, con problemi di dipendenza, adottati con adozioni internazionali o minori stranieri non accompagnati per i quali il viaggio è una concausa dello stato di disturbo fortissimo psicologico.

Ma in senso generale un rischio di disagio riguarda ad esempio proprio i ragazzi che spesso hanno forti problemi relazionali in famiglia. Lo studio al centro de “La salute mentale degli adolescenti”, presentato dall’Autorità garante dell’infanzia a adolescenza, ha permesso comunque di registrare  buone pratiche e criticità, come la mancanza di integrazione e comunicazione tra gli operatori, carenza di servizi e strutture dedicati.

Dallo studio emerge, inoltre, la solitudine delle famiglie con adolescenti con disagio ed è stata manifestata l’esigenza di interventi tempestivi, di continuità nel passaggio dai percorsi residenziali a quelli territoriali e in quello alla maggiore età. Tra le raccomandazioni l’esigenza di una congrua assegnazione di risorse per la salute mentale in adolescenza, dell’attivazione di un raccordo tra istituzioni e professionisti coinvolti, della continuità dei percorsi dell’avvio un sistema di monitoraggio.

Abbiamo fiducia di poter di contribuire al miglioramento del sistema” spiega Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, mentre Pietro Ferrara della Sip, Società italiana di pediatria, evidenzia che serve formazione dei pediatri, perché  “insieme ad altre categorie che hanno a che fare con l’universo di bambini e adolescenti sono quelli che hanno un primo contatto e possono capire i segnali che i ragazzi lanciano di disagio“.

Ad aumentare il rischio di psicosi e disagi mentali giovanili? Il fumo. Se si fumano almeno 10 sigarette al giorno aumenta infatti nei ragazzi il rischio di psicosi rispetto ai non fumatori. E il pericolo cresce se si inizia con il fumo prima dei 13 anni. È questa la conclusione di un altro studio, stavolta di matrice finlandese, svolto dalla Academy Research Fellow e pubblicato sulla rivista Acta Psychiatrica Scandinavica.

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Adolescenti che non si piacciono e si mettono a dieta: come reagire?

Il 42% degli adolescenti dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app

La fase dell’adolescenza è un momento della vita di ognuno di noi bello e importante: ci porta progressivamente alla maturità fisica e psicologica. Tuttavia si sa quanto sia anche problematico questo periodo per via delle insicurezze che il giovane ragazzo vive e che deve saper affrontare per crescere. Insomma: se poco prima eravamo pressoché in armonia col mondo attorno a noi e con noi stessi, in questa fase invece vediamo difetti a non finire. Ma da dove nascono se prima non esistevano? Il nostro corpo è soggetto a un cambiamento di grande portata e molto veloce: ciò induce nel ragazzo preoccupazioni e ansie, in quanto non si riconosce più e teme di non piacere agli altri.

Uno degli aspetti da curare in questo periodo è la relazione che ha il ragazzo col cibo e con il modo di mangiare perché è risaputo che un modo erroneo per superare la crisi dell’adolescente verso il proprio aspetto fisico è l’affidamento a diete, fai da te o prese dal web, o anche solamente la rassicurazione che viene da consigli su come perdere peso, diventare più muscolosi, ridurre la circonferenza vita o avere gambe più magre.
I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza parlano chiaro: del 42% degli adolescenti che dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app.

La dottoressa Maura Manca ci aiuta a capire come i genitori dei ragazzi devono comportarsi per aiutarli a ritrovare fiducia in sé stessi, ed eliminare poco alla volta quella loro fissa, tenendo in considerazione il fatto che “il cibo e il modo di mangiare dei figli è un importante veicolo di comunicazione di significati e messaggi che i genitori devono saper cogliere e decifrare per farli sentire compresi e aiutarli in caso di bisogno.”

Questi sono i consigli:

1. NON SMINUIRE E ATTENZIONE AL SARCASMO.

Di fronte ad un figlio che inizia a ridurre le porzioni e a non piacersi, può venire automatico rispondergli“Non sei grasso/a, sei tu che ti vedi così”, “Dai mangia, ti stai fissando”, “Stai esagerando, sei bello/a così”. Non ascoltare le sue parole, non comprendere il suo disagio, lo fa sentire incompreso, non riconosciuto e lo porta a chiudersi maggiormente in se stesso. Le prediche non portano a nulla, bisogna prima di tutto ascoltare e rispettare il suo vissuto per creare vicinanza e non alzare un muro tra voi.

2. NON INCORAGGIARE LE DIETE.

Fate attenzione a non assecondare subito le sue richieste, trasmettendogli il messaggio che, in effetti, deve perdere peso o che dovrebbe migliorare il fisico. Si rischia di favorire l’insoddisfazione corporea e rinforzare condotte sbagliate, diete “fai da te” e metodi pericolosi per perdere peso. Una famiglia in cui si dà molta importanza alla perfezione fisica e alle diete, non fa altro che favorire comportamenti di controllo del peso. È importante piuttosto crescere i figli puntando sulle abitudini sane, dieta equilibrata e attività fisica, aiutandoli a crearsi un’immagine salutare del corpo.

3. NON ANDARE SU TUTTE LE FURIE.

Cercate di mantenere la calma e di non arrabbiarvi ogni volta che lascia qualcosa nel piatto o non mangia un alimento. Se lo rimproverate o assumete un atteggiamento controllante e invadente, sortite l’effetto contrario, entrate in opposizione col rischio che vostro figlio si chiuda ancora più in se stesso o che non mangi più insieme a voi. L’ultima cosa che si deve fare è creare un clima di ostilità a tavola, una distanza tra voi e inutili bracci di ferro incentrati solo sul cibo.

4. METTERSI NEI SUOI PANNI.

Mostrate un atteggiamento di apertura e di comprensione del problema, ascoltate e accogliete le sue difficoltà per farlo sentire sostenuto e amato. Portate anche la vostra esperienza di quando eravate adolescenti, del disagio che si può provare nel non piacersi e di come nel tempo si impara ad accettarsi per come si è. Create vicinanza e dialogo su questo, facendo anche la spesa e cucinando insieme, così che possiate anche accettare che preferiscano alcuni cibi rispetto ad altri, a patto però che sia un’alimentazione sana e completa.
5. VALORIZZARE E RINFORZARE LA SUA PERSONA. I ragazzi si trovano in una fase piena di insicurezze, in cui hanno bisogno di essere rinforzati e valorizzati. Fate attenzione a non fare commenti sempre incentrati sull’estetica, facendo confronti e paragoni con gli altri. Aiutate vostro figlio a non focalizzarsi solamente sulle parti che non accetta di lui, altrimenti rischia di vedere solo i difetti, perdendo la visione di insieme. Cercate di parlare, anche a tavola, di aspetti che non riguardano il corpo o il cibo, come i suoi interessi, le sue passioni e rinforzatelo su questi campi: ha bisogno di essere rinforzato, di sentire che lui è importante e valorizzato nella sua unicità.
Tuttavia se l’atteggiamento nei confronti del cibo non è transitorio, ma dura nel tempo allora ci si deve insospettire ed è necessario indagare meglio. Bisogna drizzare le antenne quando i figli perdono troppo peso, riducono sempre più alimenti, sono silenziosi, irritabili, hanno sbalzi d’umore, i loro pensieri rispetto al non piacersi o ai difetti fisici diventano troppo ossessivi, c’è un vissuto di ansia e preoccupazione e continue lamentele sul fisico.

Si abbassa l’età e aumentano le femmine: il nuovo bullismo

di JESSICA CHIA, La Lettura – Corriere della Sera. Copyright immagine Adobe Stock

Quando ha aperto, dieci anni fa, nel 2008, è stato il primo Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale dedicato alle vittime di bullismo, all’interno del reparto di Pediatria dell’Azienda ospedaliera Fatebenefratelli, oggi «Casa Pediatrica» dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. All’epoca, il centro diretto dal pediatra Luca Bernardo, è frequentato da poco più di un centinaio di giovani pazienti, soprattutto maschi adolescenti. Per la prima volta in Italia si cerca di dare una risposta a un fenomeno non nuovo, ma dal profilo allarmante perché in crescita. E, per la prima volta, si prova a intervenire su vittima e su bullo, entrambi accomunati dallo stesso disagio: fragilità emotiva e debolezza.

«Il bullo c’è sempre stato — spiega a “la Lettura” Luca Bernardo — ma negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato nei ragazzi maggiore rabbia, aggressività, mancanza di empatia. Prima il bullo aveva dai 14 ai 16 anni; oggi è un bambino tra i 7 e gli 8 anni». Il fenomeno si affaccia dunque su un nuovo contesto sociale, in cui dilaga un malessere diffuso dovuto alla crisi dei ruoli e alla caduta dei modelli di riferimento, oltre al rifiuto delle autorità e delle istituzioni. E poi ci sono il web e le tecnologie che là dove non sono utilizzate correttamente hanno amplificato il problema.

Oggi il centro, che dopo due protocolli d’intesa con il Miur diventa il primo Centro di Coordinamento nazionale cyberbullismo (Conacy), ha cambiato volto: i pazienti superano il migliaio e si è pericolosamente abbassata la fascia d’età di vittime e di bulli (l’età prescolare nel 2008 non era quasi contemplata). Il fenomeno dei baby bulli è piuttosto recente. «Al centro stiamo iniziando a ricevere bimbi di 4-5 anni che non sanno di essere bulli ma stanno utilizzando gli stessi metodi che produrranno bullismo e successivamente cyberbullismo», afferma Bernardo. Da un convegno sul bullismo tenuto a Milano nel novembre 2017 ( Hot Topics in Pediatria e Neonatologia) è emerso un altro dato inquietante: nella scuola dell’infanzia, è vittima di bullismo un bimbo su due e l’età non supera i 5 anni. Luca Bernardo e Francesca Maisano in L’età dei bulli (Sperling & Kupfer) spiegano così il fenomeno: tra i 3 e i 5 anni il bambino è già in grado di fronteggiare diverse situazioni relazionali. Ma se nei primi anni di vita non è stato sostenuto dai genitori nel processo di regolazione delle emozioni, può sviluppare un bullismo precoce: non prova empatia, non sa chiedere aiuto e un’emotività incontrollata può sfociare in dinamiche offensive.

C’è poi un altro aspetto su cui riflettere: il bullo si sta trasformando in una bulla (il 55% delle femmine rispetto al 45% dei maschi; mentre dieci anni fa le ragazze erano solo il 25%, come indicato nel grafico accanto).

«L’aumento di bulle è legato soprattutto all’aspetto virtuale delle violenze — spiega Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente al Conacy della prevenzione e del contrasto sul bullismo e cyberbullismo e di tutti i fenomeni illegali in rete sul disagio adolescenziale — perché sul web le offese sono verbali, e questo tipo di attacco è tipico delle ragazze». Mentre le aggressioni del bullo sono soprattutto dirette, sia fisiche che verbali, la bulla «tende ad agire con modalità più subdole». Ma anche la violenza fisica è aumentata tra le ragazze, perché legata a modelli violenti (come situazioni familiari che tendono a imitare)». Oggi una ragazza su tre è presa di mira da una coetanea, che subisce una violenza psicologica molto più devastante di quella fisica. «Il cyberbullismo passa attraverso lo smartphone — aggiunge Maisano — che agisce su visioni e immagini. Anche le vittime sono in prevalenza femmine: siamo in una società narcisista dove conta l’aspetto esteriore e i corpi delle ragazze sono messi più alla berlina (basti pensare al fenomeno del sexting, la condivisione di contenuti a sfondo sessuale)».

Tra i tipi di violenza, è sicuramente il cyberbullismo a essere in crescita: «Il bullo ha capito che la piazza del paese, la palestra o la classe, è una piazza molto modesta — prosegue Bernardo — e la persecuzione in rete ora avviene 24 ore su 24. Ma chi dà a questi ragazzi la patente per navigare?». Questo è il bullismo, non ci sono vincitori: perde la vittima, il bullo, perdono i genitori e la scuola. Per questo la prevenzione è fondamentale, «ma non solo» — conclude Bernardo — «ci sono delle responsabilità che nessuno vuole prendere. Sono due anni che abbiamo intrapreso una battaglia per ottenere una corresponsabilità da parte di chi gestisce i social. Qualcosa deve cambiare».

Adulti che gridano… e l’educazione scompare

Genitori che appoggiano in tutto e per tutto i figli , dicono sempre di sì e mai più no, fanno tutto ciò che i figli vogliono, e soprattutto li difendono anche quando sono indifendibili , arrivando in taluni casi all’aggressione anche fisica di insegnati .  Le aggressioni spesso restano insulti o molestie senza conseguenze penali ma  sono motivo di sempre maggiore tensione, come sostengono tutti coloro che hanno a che fare con il mondo della scuola.

“La famiglia è proprio un disastro”, dice lo psichiatra Paolo Crepet : i genitori non educano più, ma svolgono soltanto la funzione di sindacalisti dei figli con un atto di accusa contro la famiglia, ormai incapace di far rispettare le regole. Il nodo centrale è l’incapacità di educare e la conseguente difficoltà di gestire situazioni di conflitto con i figli e di ammettere anche   le proprie responsabilità come genitori .

Lo scrittore Antonio Scurati su La Stampa.it  ha di recente bene analizzato questo fenomeno comunitario parlando di “eclissi del maestro”, di sconfitta dell’educazione dal momento che quello che spesso succede  a partire dagli adulti è la rinuncia al dialogo e l’innalzamento dei toni fino all’aggressione verbale e non solo, comportamenti che ovviamente hanno conseguenze diseducative sui figli

“Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti. I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro.

Si tratta, per l’appunto, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, una trasformazione profonda che dischiude un inaudito avvenire davanti a sé. Ciò che sta accadendo, infatti, non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo – e da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota.  E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere e apprendere, preluda a una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.

Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante. La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana. E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi. Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento. E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadership politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino.

Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli”.

L’educazione scompare dall’orizzonte – La Stampa.it

Capire e gestire le emozioni nell’incontro con gli adolescenti

Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione. Questo il tema del secondo appuntamento del ciclo di quattro incontri di formazione dal titolo “Fragile come la bellezza”  che coinvolge genitori e insegnanti di alcune classi degli istituti secondati superiori  Peano e Castelnuovo di Firenze in un progetto educativo  finalizzato alla prevenzione della dispersione scolastica.

Dopo l’esplorazione del concetto di adolescenza e degli aspetti tipici e atipici del percorso di sviluppo adolescenziale svolto nel primo incontro, i formatori esperti coinvolti in questa azione del Progetto “Partire Uguali” di Oxfam Firenze (con Comune di Firenze e UslCentro e il supporto di Fondazione CR Firenze)  hanno concentrato  l’attenzione sul tema delle emozioni.

La gestione delle emozioni è una delle  life skills, cioè le abilità per la vita che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua come “competenze sociali e relazionali che permettono ai ragazzi di affrontare in modo efficace le varie situazioni; di rapportarsi con autostima a se stessi, con fiducia agli altri e alla più ampia comunità (dalla famiglia, alla scuola, al gruppo degli amici e conoscenti, alla società di appartenenza, etc). La mancanza di tali abilità socio-emotive può causare in particolare nei ragazzi e nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta a stress”.

Le abilità per la vita sono raggruppabili in tre macro aree: l’area cognitiva, quella su cui si lavora a scuola, che  comprende l’abilità di risolvere problemi, di prendere decisioni, il pensiero critico e la creatività;  l’area sociale, cioè quella che ha che fare con i rapporti con gli altri e che comprende: l’empatia, la comunicazione efficace e le relazioni efficaci; infine l’area emotiva, che comprende l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni e la gestione dello stress.

Cosa sono le emozioni ?  perché è così importante parlare di emozioni e saperle gestire? Quale spazio viene dato alle emozioni nella relazione genitoriale ed educativa?

Sono questi gli interrogativi che insegnanti e docenti hanno affrontato nei gruppi di lavoro , concentrandosi sulle dinamiche che “bloccano” l’adulto nel rapporto con l’adolescente attraverso un lavoro di consapevolezza  incentrato sul funzionamento emotivo e cognitivo dell’adolescente e sul vissuto dell’adulto in relazione all’adolescente.

La metodologia del percorso formativo congiunto contribuisce a  rafforzare per il bene dei ragazzi , – ma anche delle scuole e delle famiglie –  l’alleanza tra genitori e insegnanti  mediante le due attività proposte negli incontri :  riflessione congiunta sugli stimoli proposti dai formatori per potenziare le proprie competenze di adulti nella  relazione con gli adolescenti e condivisione delle esperienze  per migliorare la reciproca comprensione dei vissuti.

Il prossimo appuntamento sarà dedicato a Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione.

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