TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

Gelosia, controllo e possessività: non sempre sono dimostrazione di amore

Di Maura Manca articolo pubblicato su SKUOLA.NET http://www.skuola.net/news/blog/

Arriva l’adolescenza e spesso si inizia a provare una forte attrazione per un ragazzo o per una ragazza. Poi ci sono i momenti in cui si decide di stare con una persona, ci si sente innamorati, come se si avesse bisogno di stare sempre insieme a lei.

Quella persona diventa il centro dei nostri pensieri e a volte anche gli amici vengono messi erroneamente in secondo piano.

Queste esperienze possono essere molto belle e piacevoli, l’attenzione dell’altro ci fa sentire importanti, e le sorprese, i messaggi e le telefonate ci fanno credere di essere fortemente amati, però dobbiamo fare un pochino di attenzione perché non è sempre così.
Si scambia spesso la gelosia con l’amore, si arriva a pensare“è geloso perché ci tiene a me”; si, è vero, un po’ di gelosia fa sempre piacere, però ci sono dei limiti, ed è importante non confondere mai la gelosia con la possessività.

All’inizio della relazione sembra tutto bello, però a volte può anche accadere che col tempo le attenzioni dell’altro diventino eccessive e inizino ad esserci pretese, litigate e a volte anche minacce. In questi casi, si rischia che la fiducia venga meno e aumentano ad esempio i sospetti e il controllo, come per esempio: “Dov’eri?”, Cosa stavi facendo?”, “Non ci credo” “Perché non hai risposto?”, Dimostramelo”.

Per questa ragione non si devono mai sottovalutare certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro perché si rischia di perdere la libertà, di non essere più liberi di uscire con chi si vuole e quando si vuole, di vestirsi come ci dice la testa e di trovarsi a dover rendere conto anche di quello che si fa sui social network.

Come fare a capire quando non si tratta di amore?

 

Ecco quali sono i 9 campanelli d’allarme:

1. Ti controlla. Ti chiede di controllare lo smartphone, le chiamate e le chat, dicendoti frasi del tipo “Se non hai niente da nascondere perché non posso vedere?”. Vuole conoscere la password per accedere al telefono e ai social network, controlla il profilo e il tuo orario di entrata su WhatsApp.

2. Fa richieste specifiche. Ti chiede di inviargli la localizzazione per essere certo/a di dove ti trovi, oppure di inviargli una foto per assicurarsi di sapere con chi sei, dove sei e come ti sei vestita/o.

3. Ti mette dei divieti. Ti proibisce di uscire da sola o solo con gli amici o comunque si ingelosisce e si arrabbia quando non rispondi subito al telefono quando non sei con lui o con lei. È geloso dei tuoi amici e del rapporto che hai con loro. Vuole sempre sapere cosa vi dite e cosa fate, soprattutto se sono dell’altro sesso.

4. Ti accusa. Si irrita e si arrabbia se determinati amici o conoscenti mettono “mi piace” ai tuoi post e se chatti o ti scambi commenti con qualcuno. Anche tu hai dei vincoli in questo senso: se metti like o commenti i post di amici o amiche, scatta spesso la lite. Controllando tutto quello che fai, i profili e le chat, ti accusa facilmente anche di cose non vere, associa alcuni fatti, spesso inesistenti, e non si fida delle tue parole.

5. Non si fida. Ripete spesso “Non ci credo”, “Mi stai mentendo”, alludendo al fatto che tu non gli risponda sinceramente. Infatti, se ribatti alle sue accuse e convinzioni, si irrita facilmente, perché vuole avere ragione ed è convinto/a che tu abbia torto.

6. Sta sempre con te. Può succedere che, con la scusa della sorpresa, ti raggiunga quando esci con i tuoi amici, che ti accompagni dappertutto o che lo/la incontri per caso, ti fa credere di farlo per amore, per farti una improvvisata, mentre in realtà è insicurezza e mania di controllo.

7. Litigate molto spesso, anche con urla o insulti. Quando si arrabbia, arriva agli insulti e alle offese, ti fa sentire in colpa. Può arrivare ad aggredirti, anche fisicamente, e a minacciarti di voler interrompere la relazione “Se mi ami, devi darmi la password”, “Se non fai quello che ti dico, ti lascio”, “Sei tu che ti comporti male, e mi fai essere geloso”.

8. Minaccia di suicidarsi se lo lasci o la lasci. Questa è una delle peggiori minacce che si possano fare. Ci si trova incastrati nella relazione e non ci si sente più liberi di prendere una decisione perché si ha paura che l’altro possa suicidarsi per colpa nostra. Non è così, è solo un modo per tenerci stretto a lui o a lei e nessuno ha il diritto di costringerci a stare con una persona con cui non vogliamo più stare.

9. Si giustifica sempre. Ha scatti d’ira e reazioni impulsive e violente rivolte verso te o verso oggetti che ti spaventano, seguiti sempre dalle sue scuse, una volta passata la rabbia. Ti capita di avere paura di lui o di lei in queste situazioni in cui sembra perdere il controllo.

5 utili mosse per non rimare incastrato in una relazione soffocante
continua a leggere su scuola.net: http://www.skuola.net/news/blog/gelosia

 

S come SALUTE

Secondo il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) più di 3.000 adolescenti muoiono ogni giorno per cause prevenibili ed evitabili. Gli incidenti stradali, le infezioni respiratorie e il suicidio sono tra le principali cause di morte; più di due terzi di questi decessi, nel 2015, si sono verificati nei paesi a basso e medio reddito – Africa e Sud-Est asiatico.

I dati del rapporto Global Accelerated Action for the Health of Adolescents (AA-HA!) rilevano nette differenze nelle cause di morte soprattutto se si separa il gruppo di adolescenti in base all’età (tra i 10 e i 14 anni e tra i 15 ei 19 anni) e al sesso. Ad esempio mentre gli incidenti stradali rappresentano la causa principale di morte degli adolescenti tra i 10 e i 19 anni, soprattutto di sesso maschile, nella popolazione femminile tra i 10-14 anni le principali cause sono le infezioni respiratorie inferiori; distinguendole ulteriormente dal gruppo di ragazze tra i 15-19 anni i cui decessi sono associati maggiormente a gravidanze complicate.

Il rapporto AA-HA! porta un cambiamento di paradigma su come pensare e pianificare la salute degli adolescenti. Emerge come sia indispensabile fare prevenzione attraverso servizi sanitari adeguati, istruzione e sostegno sociale. Si raccomandano interventi in settori diversi, tra cui l’educazione sessuale nelle scuole, l’aumento dei limiti di età per il consumo di alcol, l’obbligatorietà dell’utilizzo delle cinture di sicurezza e dei caschi, la riduzione dell’inquinamento atmosferico e un migliorato accesso all’acqua e servizi igienici.

Viene sottolineato inoltre che molti dei fattori di rischio di malattie che si sviluppano in età adulta iniziano, o si consolidano, proprio nell’età giovanile. Da qui la necessità di educare, sin dall’adolescenza, ad assumere comportamenti che influenzeranno la salute e la qualità della vita a lungo termine.

Inoltre secondo i dati diffusi dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità sulla salute degli adolescenti in occasione del Forum Internazionale Starting from girls tenutosi ad aprile a Roma altro grave problema è la depressione “minaccia sottovalutata nel mondo moderno, soprattutto verso le fasce più deboli della popolazione, fra cui donne dopo la gravidanza e gli adolescenti”

La depressione colpisce ogni anno 300 milioni di persone in tutto il mondo, con un incremento del 18% registrato tra il 2005 e il 2015. Secondo le stime dell’Oms, meno della metà delle persone ha accesso alle cure psicoterapiche e farmacologiche per la depressione, che rappresenta una delle principali cause prevenibili di morte tra gli adolescenti.

La metà di tutti i disordini mentali di cui soffrono gli adulti cominciano intorno ai 14 anni di età, ma nella maggior parte dei casi non vengono riconosciuti e trattati. Gli effetti della depressione sono devastanti anche come conseguenza di guerre e conflitti: al gravissimo impatto immediato delle bombe vanno aggiunti i danni che colpiscono i sistemi sanitari, il maggior rischio di contrarre malattie infettive e, nel lungo periodo, la depressione, che procura ferite profonde per la società che necessitano anni per essere risolte”.

“Gli adolescenti sono stati completamente assenti dai piani sanitari nazionali per decenni”, afferma Flavia Bustreo, vicedirettore generale dell’OMS per la salute della famiglia, della donna e dei bambini. “Investire sugli adolescenti non solo porterà ad avere degli adulti sani ed in grado di contribuire positivamente nelle loro comunità, ma determinerà anche la creazione di generazioni future più sane, producendo ritorni ingenti”.Quindi, gli investimenti nella salute e nell’istruzione non solo trasformeranno la vita degli adolescenti in ambienti poveri di risorse, ma genereranno anche elevati rendimenti economici e sociali.

La discriminazione nell’assistenza sanitaria è ancora diffusa nei confronti delle donne e della adolescenti, in particolare a quelle appartenenti a gruppi emarginati, impedendo loro di ricevere trattamenti e cure essenziali. Inoltre a molti giovani – soprattutto ragazze adolescenti – sono ancora negati gli investimenti finanziari per l’istruzione e altre opportunità necessarie per il loro pieno potenziale da realizzare. I dati dimostrano che le ragazze adolescenti, in particolare, affrontano ostacoli specifici sotto forma di bassi livelli di istruzione, minor accesso alle cure e a un minor numero di diritti tutelati.

 

BLUE WHALE – I CONSIGLI DELLA POLIZIA POSTALE

 dal sito web della Polizia Postale

BLUE WHALE – CONSIGLI

Il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni sta coordinando gli interventi attivati a seguito delle numerose segnalazioni pervenute ed in trattazione degli Uffici territoriali della Polizia Postale al fine di individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano ad indurre minorenni ad atti di autolesionismo ed al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento o guidati da un’improvvida fragilità magari condivisa con un gruppo di coetanei.

Stiamo parlando del blue whale challenge, una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia che viene proposta come una sfida in cui un così detto “curatore” manipola la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli, attraverso una serie di 50 azioni, al suicidio.

CONSIGLI PRATICI PER I GENITORI:

• Il Blue Whale è una pratica che può suggestionare i ragazzi ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc) sino ad arrivare al suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto che aggancia via web e induce la vittima alla progressione nelle 50 tappe della pratica oppure da gruppi whatsapp o sui social nei quali i ragazzi si confrontano sulle varie tappe, si fomentano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro;
• Aumentate il dialogo sui temi della sicurezza in rete: parlate con i ragazzi di quello che i media dicono e cercate di far esprimere loro un’opinione su questo fenomeno;
• Prestate attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia: alcuni passi prevedono di autoinfliggersi ferite, di svegliarsi alle 4,20 del mattino per vedere video horror, ascoltare musica triste.
• Se avete il sospetto che vostro figlio frequenti spazi web sulla Balena Blu-Blue Whale parlatene senza esprimere giudizi, senza drammatizzare né sminuire: può capitare che quello che agli adulti sembra “roba da ragazzi” per i ragazzi sia determinante;
• Se vostro figlio/a vi racconta che c’è un compagno/a che partecipa alla sfida Balena Blue-Blue-Whale, non esitate a comunicarlo ai genitori del ragazzo se avete un rapporto confidenziale, o alla scuola se non conoscete la famiglia; se non siete in grado di identificare con certezza il ragazzo/a in pericolo recatevi presso un ufficio di Polizia o segnalate i fatti a www.commissariatodips.it;

AI RAGAZZI:

• Nessuna sfida con uno sconosciuto può mettere in discussione il valore della tua vita: segnala chi cerca di indurti a farti del male, a compiere autolesionismo, ad uccidere animali, a rinunciare alla vita su www.commissariatodips.it;

• Ricorda che anche se ti sei lasciato convincere a compiere alcuni passi della pratica Blue Whale non sei obbligato a proseguire: parlane con qualcuno, chiedi aiuto, chi ti chiede ulteriori prove cerca solo di dimostrare che ha potere su di te;
• Se conosci un coetaneo che dice di essere una balena Blu-blue whale parlane con un adulto: potrebbe essere vittima di una manipolazione psicologica e il tuo aiuto potrebbe farlo uscire dalla solitudine e dalla sofferenza;
• Se qualcuno ti ha detto di essere un “curatore” per la sfida Blue Whales-Balena Blu sappi che potrebbe averlo proposto ad altri bambini e ragazzi: parlane con qualcuno di cui ti fidi e segnala subito chi cerca di manipolare e indurre dolore e sofferenza ai più piccoli a www.commissariatodips.it;
• Se sei stato aggiunto a gruppi whatsapp, Facebook, Istagram, Twitter o altri social che parlano delle azioni della Balena Blu-Blue Whale parlane con i tuoi genitori o segnalalo subito su www.commissariatodips.it;

I figli di papà Pig. Più liberi, più fragili

I padri non sono più un modello, il confronto fisico troppo spesso viene confuso con la violenza.
Come si diventa grandi? Anche deludendo i genitori

Corriere della Sera, Daniela Monti, 21 maggio 2017

 «Non ho la ragazza da un anno, quando usciamo gli amici mi spingono a provarci con la prima che capita. Ma io non sono così e mi sento a disagio». Tu come sei? «Non riesco ad andare con una se non mi piace e se prima non l’ho conosciuta». È una cosa bella di te, non credi? «Non lo so. Mi pare che gli altri da un ventenne si aspettino altro. Non posso dirmi da solo che vado bene».

Stefania Andreoli — la psicoterapeuta che ha raccolto il dialogo — racconta la strada in salita dei giovani, adolescenti o poco più grandi: non solo non esiste più «il» modello maschile di riferimento, ma nemmeno altri modelli «realisticamente possibili», lasciando i ragazzi con la sensazione di essere sempre fuori fuoco. «Non se ne abbiano a male i padri — dice Andreoli —, ma oggi neppure loro sono un modello. I figli maschi li trovano goffi e in difficoltà, in equilibrio instabile tra matrimonio, carriera e vita. Da loro vorrebbero un’emotività nuova — che è sempre stata prerogativa materna —: sentirsi dire ti voglio bene, non solo intuirlo. Spesso poi i ragazzi, pur tra mille sfide, superano i padri, si fanno trovare pronti, dimostrano di non avere così tanto bisogno di loro». Riccardo, 18 anni, per pagarsi la terapia (ha problemi d’ansia) nel weekend fa i caffè in un bar: «Ha in sé sia il problema che la soluzione».

Lo sguardo dei ragazzi si è spostato: prima era puntato sui padri, ora su se stessi, sui coetanei («anche se la percezione del confronto è dolorosamente schiacciante per tutti»), sull’altro sesso. «Quanto invidio le ragazze, sembrano non avere bisogno di niente. Noi invece andiamo subito in crisi», racconta Gabriele, 15 anni. La fidanzata come esperienza per conoscere se stessi. Non solo: «È qualifica di accettazione — prosegue Andreoli —. Se ne ho una, è la prova che sono amabile, valgo».

Cosa significa diventare uomini? È tutto un grande caos. Di «vecchio» resiste l’idea machista di dover dimostrare di essere all’altezza, avere le spalle larghe, portare i pantaloni; di «nuovo» c’è il disagio di stare dentro questa richiesta sociale. «Non voglio essere socialmente adeguato. Se sto male, non voglio fingere e ridere anziché piangere» (Marco, 17 anni). «Non voglio scoprire chi sono. Così mi tengo delle porte aperte» (Michele, 16 anni). Il tentativo come valore assoluto.

La nuova virilità

Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del nuovo «Abbiamo bisogno di genitori autorevoli» (Mondadori), parte in salita utilizzando un termine (giustamente) sotto attacco: violenza. «Stiamo combattendo lo stereotipo della mascolinità machista, grazie a Dio. Ma la virilità non va confusa con la violenza», e racconta di genitori convocati dal consiglio di classe perché il figlio ha tirato un calcio a un pallone, che ha deviato ed è andato a colpire una compagna. Un diffuso allarme nei riguardi delle espressioni corporee aggressive dei maschi. «Abbiamo depotenziato le forme di virilità maschili vedendole come minacciose».

Così la confusione aumenta. «Oggi il corpo dei figli è molto più protetto, gli spazi in cui i ragazzi “battagliavano” con i coetanei si sono chiusi, ma gli adolescenti hanno bisogno di misurare la propria forza: le bambine si siedono sull’altalena, i maschi si arrampicano — continua Lancini —. Quello che una volta era considerato normale conflitto, fisio-

Non è dagli adulti che i ragazzi si fanno giudicare: il concorso di bellezza è durissimo, i giudici sono loro stessi e se ne intendono Gustavo Pietropolli Charmet psicoterapeuta

logico nella crescita, ora è interpretato come comportamento violento». Risultato: virilità troppo spesso confusa con aggressività. Recuperarne una visione «sana» sarebbe un passo avanti. L’operazione, in fondo, di Paolo Cognetti, che tanto successo sta avendo con il suo libro «Le otto montagne» (Einaudi): una virilità che recupera «vecchi» valori come la resistenza fisica alla fatica, il coraggio, la capacità di stare soli e dentro situazioni difficili, riuscendo a cavarsela, «non vorrei che tutte queste cose maschili (ma non solo maschili) andassero perdute», dice lo scrittore. C’è lo sport, ma «in adolescenza devi anche lavorare sul corpo fuori dal radar genitoriale», prosegue Lancini che, un po’ a sorpresa, indica come possibile soluzione i videogiochi, «ammazzi tutti, ma non fai male a nessuno; ti misuri con gli altri, ma la mamma è tranquilla perché non ti fai neppure un graffio». Come scrive Silvia Vegetti Finzi stiamo crescendo «la prima generazione senza ginocchia sbucciate».

Voti bassi e scarso impegno

L’adolescenza oggi si combatte non più sul piano della trasgressione e dell’opposizione agli adulti, «ma sul terreno del conflitto tra aspettative ideali di riuscita scolastica e sociale e la realizzazione di ciò che si è davvero», scrive Lancini. Alla contestazione si è sostituita la delusione: deludere le aspettative (sempre più alte) dei genitori è diventata una modalità per crescere, ragazzi brillanti e informati con voti bassi e scarso impegno nello studio popolano sempre di più le nostre scuole. È una chiave di lettura che aiuta a ricondurre situazioni apparentemente incomprensibili dentro un normale percorso di crescita e costruzione di sé, per tentativi.

Il ritiro sociale, il chiudersi dentro casa — fenomeno in crescita che lo psicoterapeuta presenta come corrispettivo maschile dell’anoressia femminile — testimonia una moderna forma di contestazione e insieme tutta la complessità del percorso di costruzione e definizione dell’identità di genere.

L’immaginario bloccato

«Con la onlus che presiedo a Milano (www.aliceonlus.org) portiamo nelle scuole un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità che a un certo punto chiede ai ragazzi di preparare, per un extraterrestre asessuato appena sbarcato sulla Terra, una presentazione sulle differenze tra i maschi e le femmine», riprende Stefania Andreoli. Risultato? «I maschi generalmente non portano la gonna e le femmine spesso hanno i capelli più lunghi, ma a parte questo? Alla distinzione maschio/femmina i ragazzi delle superiori arrivano, a quella più complicata tra uomini e donne, no». Barbara Mapelli, che insegna Pedagogia delle differenze di genere, racconta di una ricerca sui libri di testo per le elementari: non sempre succede, ma quando c’è una proposta di modifica di ruoli «riguarda sempre le bambine, come se i maschi andassero bene così come sono». La figura della madre è stata rivoluzionata: da destino a opzione fra altre. Quella del padre? Nella pubblicità si vedono uomini che scelgono un’auto non perché è veloce, ma perché dà maggiori garanzie di sicurezza per i figli seduti dietro. Poi però Papà Pig — padre di quella star dei cartoon che è Peppa Pig — non sa fare quasi nulla, è inconsistente: la famiglia lo dimentica addirittura al pic nic.

 

G come GENITORI

Gli adolescenti di oggi sono nati e cresciuti in un ambiente molto differente da quello dei loro padri e delle loro madri. È mutato lo scenario sociale in cui viviamo, ma è cambiato anche lo scenario privato: dalla famiglia delle regole si è passati a quella che promuove la creatività e la capacità relazionale dei figli, favorendo talvolta in loro il narcisismo e un’intrinseca fragilità, pur sotto i modi apparentemente spavaldi, sprezzanti e spregiudicati, e innescando una crisi adolescenziale di difficile soluzione.

Ecco allora che i genitori spesso tentano di stabilire un tardivo «governo del no», rieditando modelli educativi che non condividono veramente.

Forte della sua lunga esperienza a contatto con i ragazzi, Matteo Lancini nel suo nuovo libro Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti (2017) traccia un quadro esaustivo dei problemi legati alle crisi adolescenziali e, grazie anche al racconto di casi esemplari, suggerisce a genitori, insegnanti e educatori come prestare ascolto alle esigenze e ai pensieri dei ragazzi senza pregiudizio :«Si è passati da una famiglia “normativa”, improntata sul senso di colpa e sulle regole, ad una “affettiva”, che spinge all’adultizzazione del bambino, assecondando i suoi talenti e promuovendone gli aspetti più espressivi e creativi»
Un nuovo modello che talvolta favorisce il narcisismo e un’intrinseca fragilità dei ragazzi, anche se mascherata da modi in apparenza spavaldi e spregiudicati, innescando così una crisi adolescenziale di difficile soluzione.

«Di fronte a questi cambiamenti cresce l’angoscia dei genitori – prosegue l’esperto –. Un disagio che li porta a rinnegare tutto ciò che hanno sostenuto fino a quel momento, operando un’infantilizzazione dell’adolescenza».

Il tentativo è quello di rieditare il loro ruolo educativo riportandolo ai limiti e ai sensi di colpa propri della famiglia “normativa”. In questa situazione, i ragazzi finiscono per sentirsi molto più soli e si consegnano al marketing, alla televisione e all’influenza dei coetanei. «I divieti degli adulti vengono vissuti come dei gesti sadici: un tentativo di bloccare il loro sviluppo e la loro autonomia. La reazione non è più quella oppositiva, come accadeva in passato. Per ribellarsi oggi i giovani si orientano alla delusione del genitore, non corrispondendo più alle sue aspettative. Finiscono così per usare sostanze stupefacenti, andare male a scuola, soffrire di disturbi alimentari o ritirarsi dal mondo chiudendosi nella loro stanza o all’interno degli schermi, lontani dalla vita reale».

Che cosa fare quindi?

SUPERARE IL CORTOCIRCUITO: Genitori autorevoli 

1- Continuare a parlare e ad ascoltare i figli

«Il modo per farlo è mantenere la relazione con i propri figli, continuando a parlargli e ascoltandoli, in modo da essere in grado di avvicinare le risorse utili per superare le loro angosce in questo momento così delicato» sottolinea Lancini.

2 – Non dare punizioni privative

È sconsigliato, invece, rispondere in modo autoritario attuando punizioni privative, come ad esempio minacciare di togliere lo smartphone se non si fanno i compiti o di non far uscire il ragazzo di casa. Queste misure, infatti, verrebbero intese dal ragazzo come gesti ritorsivi: tentativi di rallentare la sua autonomia e la sua crescita, portando a situazioni ancora peggiori, come l’abuso di sostanze o il ritiro nella propria stanza.

3 – Puntare su altri castighi, spiegando il perché
«Meglio puntare su altri tipi di castighi, come chiedere di aiutare nei lavori di casa se il ragazzo non fa i compiti, di aiutare un cugino a svolgere i suoi, o di fare un lavoro estivo se è stato bocciato. È poi importante spiegare perché si stanno attuando questi interventi, dicendo che siamo preoccupati per lui e che stiamo facendo tutto questo nel suo interesse: se non porterà a termine ciò che gli abbiamo chiesto, le conseguenze saranno solo sue e a noi dispiacerà». In questo modo, gli faremo capire che ci siamo, che gli vogliamo bene e vogliamo aiutarlo in questo periodo difficile.

 

 

(Non) moriremo per un like in più

Rovazzi a scuola inviato delle «Iene» «Le foto a rischio? Attenti, i social generano mostri»
Corriere della Sera Di Andrea Laffranchi

Per un selfie estremo si può anche perdere la vita. La popstar Fabio Rovazzi, inviato delle Iene nelle scuole, racconta al Corriere come un gioco può diventare tragedia.

Esercizi di ginnastica su un cornicione non protetto a 250 metri d’altezza. Abbracci romantici sulla punta di una gru sospesa nel vuoto. Video fatti sulle rotaie fuggendo un attimo prima che il treno passi. Basta digitare «extreme selfies» o «Daredevil (come il supereroe) selfies» su YouTube per finire in un mondo di follia. Per una manciata di «like» qualcuno ha perso la vita. Altro che invincibili.

Un mondo virtuale di follie reali che verrà raccontato da Fabio Rovazzi nella puntata di «Le Iene» in onda questa sera su Italia 1. Il tormentonista di «Andiamo a comandare» è andato a Dubai — con tutti quei grattacieli è la terra promessa per queste sfide — a seguire le evoluzioni di Angela Nikolau e Ivan Kuznetsov, una coppia russa specializzata in selfie ad alto tasso di rischio, e fuori da alcune scuole medie italiane per capire un fenomeno che troppo spesso diventa disgrazia. «Sono i social ad aver generato questi mostri. Ognuno vuole essere al centro dell’attenzione — racconta Rovazzi dal più tranquillo primo piano del suo appartamento milanese —. Queste imprese sono i tentativi estremi di arrivare a un obiettivo che non esiste, avere “like”. Le persone pensano che avere follower cambi la vita. Ma perdere la vita per quello è da teste di…». Parole di un milionario in follower. «Il mio seguito è conseguenza di un lavoro che faccio al meglio. Il mio obiettivo è fare il regista cinematografico, non fare numeri sui social».

Rovazzi ha seguito il team russo in un paio di blitz. Impresa rischiosa sin dall’inizio. Si tratta di violare la sicurezza degli edifici. «Fanno piani in stile Ocean’s eleven… Hanno codici per aprire porte e sbloccare ascensori. Ci sono forum in cui si scambiano le informazioni». Guardando il servizio si hanno i brividi, ma basterebbe la tensione del volto di Fabio. «Le immagini più forti le hanno girate loro. Io e la troupe siamo sempre stati in zone sicure: il vento e le oscillazioni dei grattacieli in quota fanno paura». Quello che preoccupa Rovazzi è l’emulazione. «La demenza sul web non deve diventare morte. Questi russi sono preparati fisicamente, sono dei professionisti».

Fabio ha provato a trasferire la sua preoccupazione ad Angela e Ivan. «Mi hanno risposto che invitano a non rifare le loro imprese, ma di questi avvisi non ho trovato traccia. Lo fanno per business, ci sono aziende che li sponsorizzano». Il suo ruolo di modello positivo

Rovazzi, 23 anni, milanese, autore di video diventati virali sul web, è esploso come cantante nell’estate del 2016 con «Andiamo a comandare» seguita da «Tutto molto interessante» risale al «non mi fumo canne/ sono anche astemio» di «Andiamo a comandare». «Vengo da una buona famiglia, non capisco chi fa il trasgressivo. Ho un pubblico di ragazzini e sento le responsabilità. Ho visto molti personaggi del web fare le Iene costruendo servizi simpatici. Non volevo fare cazzeggio, ma qualcosa di impegnato».

Da Dubai all’Italia. La «iena» è andata a incontrare dei teenager. «È una moda tra i ragazzini, non fra i miei coetanei. Ho chiesto agli studenti di spiegare cosa fa scattare la molla e mi hanno confermato che è la caccia al “like”. Alla fine li ho convinti a gridare che i selfie estremi sono una “stronz… enorme” e che è meglio fare “foto con i gattini”».

L’esperienza con «Le Iene» lo ha divertito. «Quando ancora facevo video per le discoteche, Andrea Pellizzari mi ha chiesto di lavorare con lui per delle convention in cui era mr. Brown, l’improbabile insegnate di inglese lanciato proprio dalle Iene».

Dalla vecchia coca alle nuove psicoattive: viaggio tra le droghe della generazione 2000

Cocaina ed eroina già alle scuole medie. Ma anche farmaci tradizionali e legali come Oki e Xanax. E composti chimici sconosciuti perfino alla polizia. Ecco quali sono le sostanze più usate dai minorenni

Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Le Inchieste de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/

e Nico il weekend aveva il suono sincopato della musica tekno e il sapore amaro di una striscia da sniffare. Una riga bianca composta da speed e ketamina. La prima è polvere di anfetamina, dall’odore di prato appena tagliato. La seconda è un anestetico per cavalli. Effetti opposti mischiati in un’unica botta. Come la speedball, eroina e cocaina insieme, un’altra delle tante ricette fai da te che girano oggi. I rave party tra le valli dell’Appennino tosco-emiliano sono stati per parecchio tempo l’unica ossessione per Nico, 17 anni appena compiuti.

Come per Gigi e Teo, che di anni ne hanno 16 e le feste hanno iniziato a frequentarle appena usciti dalle scuole medie. «Si tenevano in un luogo che rimaneva segreto fino a poche ore dall’inizio», raccontano, «poi iniziava il passaparola via smartphone». Nel buio dei boschi o in capannoni industriali abbandonati fuori città, il martellare dei bpm li accompagnava fino al giorno dopo. Notte, mattina, pomeriggio e ancora notte.

Le pasticche mandate giù come fossero caramelle. Eccitazione, risate, viaggi psichedelici. Oggi Gigi e Teo vivono in una struttura di recupero in provincia di Roma. È il lato oscuro del disagio giovanile. Il down, che quasi nessuno vuole vedere, dei ragazzi nati dopo il 2000. Minorenni fantasma, come lo sono stati gli eroinomani negli anni ’80. Ma con una differenza. Alla radice dello sballo di Nico, Gigi, Teo e di tanti altri adolescenti con cui L’Espresso ha parlato in giro per il Paese (il patto per farsi raccontare le loro storie è di usare rigorosamente nomi di fantasia) non c’è alcun punto di riferimento ideologico.

La maggior parte di loro è alla ricerca di una sostanza che possa farli eccitare o rilassare, prepararsi a fare sesso o a ballare per venti ore consecutive, sentirsi in pace con il mondo o più semplicemente – e molto spesso – dimenticare per qualche ora le emozioni dolorose. Facile, oggi più che mai. Perché la gamma a disposizione per raggiungere l’obiettivo è praticamente infinita. Dalle droghe tradizionali ai farmaci più comuni. Fino alle sigle da piccolo chimico, decine di composti che ogni anno entrano silenziosamente sul mercato, spesso sconosciuti persino alle forze di polizia.

Non esiste luogo migliore dei rave per studiare i mutamenti delle droghe. Proprio sulle feste illegali a base di musica tekno e goa si sta infatti concentrando un progetto finanziato dalla Commissione europea. Si chiama Baonps, è stato avviato quasi due anni fa e punta a scoprire, attraverso l’analisi chimica, quali sono le sostanze che girano tra i giovani.

In gergo tecnico si chiamano nsp: “Nuove sostanze psicoattive”. Composti talvolta nemmeno inclusi nelle tabelle ufficiali del ministero della Salute. E dunque ufficialmente legali. Proprio come nel film Smetto quando voglio, in cui un gruppo di ricercatori universitari precari inonda le discoteche romane con una sostanza non ancora classificata come droga, in tutta Italia si stanno moltiplicando casi di questo genere. Una tendenza preoccupante, perché gli effetti a lungo termine sulla mente e sul corpo di chi le assume sono ignoti. I risultati della ricerca – di cui fanno parte tra gli altri la onlus Alice e il Cnca – dicono che su oltre 300 campioni di droga analizzati la maggior parte conteneva mdma e ketamina. Non certo delle novità per chi conosce il mondo dello sballo.

Più preoccupante è stato scoprire che in un caso su tre la droga non corrispondeva a quella che il consumatore pensava di aver acquistato. È il caso per esempio della 4-fluoroamfetamina, spacciata al posto della più classica anfetamina. O del 25I-NBOMe , venduto come se fosse Lsd. La differenza non è banale. Mentre gli acidi non hanno mai causato morti dirette, quest’ultimo composto ha già provocato 25 vittime fra Europa e Stati Uniti. «Il mercato della droga è in continuo aggiornamento, produce sempre nuove sostanze», ricorda Riccardo De Facci, vicepresidente del Cnca, che tiene a sottolineare: «Analizzando le sostanze diamo la possibilità ai ragazzi di sapere cosa assumono. Infatti, in oltre il 50 per cento dei casi, chi scopre di aver comprato qualcosa che non si aspettava decide di buttare via la sostanza».

La chimica resta in fondo alla classifica delle droghe più utilizzate dai ragazzi italiani. In cima alla lista svettano di gran lunga hashish e marijuana. Anche qui però ci sono alcune novità rispetto al passato. L’età a cui si inizia a fumare, sempre più precoce. La potenza del thc (principio attivo della cannabis), che secondo l’ultimo rapporto dell’Unione europea sul tema è aumentato di oltre il 50 per cento fra il 2006 e il 2014. E la velocità con cui molti ragazzi passano a droghe più pesanti.

Nella casa di recupero La Torre, a Modena, incontriamo cinque minorenni disposti a raccontarci la loro storia. Hanno dai 15 ai 17 anni e tutti sostengono di aver iniziato a fumare canne già alle medie. Alberto dice di aver cominciato a 13 anni. «Hashish e marijuana sono state la mia risposta al bullismo, un modo per non pensare alle prese in giro continue e alle minacce che ho subìto», ci confida. In terza media fumava già 10 grammi al giorno, un anno dopo andava ai rave e si mangiava gli acidi. Poi è arrivato l’oppio, la ketamina, la speed, la cocaina, la mescalina. «Ho provato quasi tutto», racconta con un certo orgoglio davanti ai suoi compagni di comunità. Marco Sirotti, psicologo, di casi come quello di Alberto ne ha visti a decine.

È il coordinatore dell’Area Dipendenze Patologiche del Ceis, un consorzio che raggruppa associazioni e cooperative attive in tutta l’Emilia Romagna. «Alla base dello sballo c’è quasi sempre un trauma, una personalità fragile, e questa è una caratteristica indipendente dall’epoca in cui viviamo. Lavorando qui da 20 anni, però, posso dire che qualcosa è cambiato nel rapporto fra minorenni e droga. Prima le sostanze erano legate quasi sempre alla ribellione nei confronti della società considerata bigotta e borghese, oggi invece vengono usate spesso per vincere la noia, per migliorare le prestazioni. Infatti i ragazzi che seguiamo sono quasi sempre poliassuntori, cioè usano droghe diverse a seconda dell’effetto di cui hanno bisogno».

Faceva così anche Martino, classe 2000, da oltre un anno entrato in una comunità di recupero alle porte di Bologna. Anche la sua è stata un’escalation rapidissima. «Fino alla seconda media si dedicava anima e corpo all’atletica leggera, andava all’oratorio, poi ha iniziato a uscire con alcuni amici, figli di buone famiglie bolognesi, e sono cominciati i problemi». Angela, la mamma di Martino, ci racconta la sua storia seduta in un bar di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano. A solo un anno di distanza dalla prima canna, il ragazzo era già passato all’eroina, fumata e sniffata, che oggi si compra per circa quaranta euro al grammo e viene venduta anche in dosi minime, in alcuni casi anche da 10 euro. Come la madre del sedicenne di Lavagna suicidatosi dopo la perquisizione in casa della Guardia di Finanza, anche Angela ha deciso di denunciare il figlio.

«Appena ho avuto il sospetto che oltre alle canne avesse iniziato a usare altro ho deciso di farmi aiutare», ricorda: «Sono andata dalle forze dell’ordine, loro mi hanno consigliato di sottoporlo a un controllo in ospedale e così ho fatto: i medici hanno riscontrato un uso di oppiacei, il Sert lo ha preso in carico e da lì è andato in comunità». Angela lo racconta con gli occhi velati dalle lacrime, ma ci tiene a sottolineare che non se ne vergogna affatto: «Bisogna agire con cautela, il figlio deve capire che il genitore sta soffrendo e non l’ha tradito. È inoltre fondamentale trovare dei poliziotti intelligenti e sensibili, capaci di capire la delicatezza della situazione. Detto questo, la cosa più importante è farsi aiutare».

Ragazzini che, in fondo, vorrebbero soltanto essere ascoltati. E non c’è differenza di ceto. Nelle comunità si ritrovano fianco a fianco figli di professionisti e ragazzi di vita. Da Bologna a Roma. «Il mio Toni ha iniziato a drogarsi a 14 anni», racconta con la voce spezzata dall’emozione Giulio, manager di un’importante multinazionale italiana. Ai suoi ragazzi non è mancato mai nulla, figli della upper class bolognese. Eppure il più grande dei due ha imboccato una strada senza ritorno: «Nel suo gruppo avevano iniziato a fumare e sniffare l’eroina. A soli 15 anni. A quel punto ho fatto una scelta dolorosa, l’ho denunciato ai carabinieri per la droga trovata a casa. E dopo l’ennesimo ricovero in pronto soccorso è entrato in comunità».

I giovanissimi che l’eroina la sniffano o la fumano non si identificano però con il tossicomane che si buca. Nonostante i danni siano identici e la dipendenza comunque immediata, tutti i ragazzi incontrati da L’Espresso ci hanno tenuto a precisare che loro mai avrebbero osato usare una siringa. Un metodo soft di assunzione, spesso suggerito dagli stessi spacciatori, che crea l’illusione di poter mantenere il controllo. Giulio è convinto, ci spiega, che dietro l’assunzione compulsiva di sostanze non ci sia alcun movente politico o trasgressivo: «È un abuso figlio del consumismo, una bulimica ricerca di effetti diversi. In più di fronte a modelli che tendono alla perfezione, i nostri ragazzi vivono con una bassissima autostima, e credono che lo sballo sia la soluzione più rapida».

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Potresti essere vittima di cyberstalking e non saperlo

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto. I messaggi di cyberstalking si distinguono dallo spam ordinario perché il cyberstalker attacca una vittima specifica con messaggi spesso minacciosi, mentre lo spammer si rivolge a un gran numero di destinatari con messaggi semplicemente fastidiosi. Questo non vuol dire però necessariamente che il cyberstalker debba conoscere la sua vittima. Può contattare casualmente persone online e poi iniziare a fare stalking. “Il cyberstalker opera attraverso una scrematura”, spiega a TPI il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo clinico, responsabile di un corso online sull’argomento. “Contatta online più persone e quando una di queste risponde lui inizia la vessazione”. Lo stalker online vede la vittima solo come un oggetto da denigrare. “La sua attenzione è puntata solo su se stesso e sull’interrogativo ‘qual è la prossima mossa che posso fare’?”, spiega il professore. Il desiderio è quello di essere visibile anche senza mostrare la propria vera identità”. “Si tratta di un narcisismo perverso”, dice Mastronardi. “È tipico di una persona caratterizzata da pochezza esistenziale e da un comportamento avulso da agili contatti sociali. Lo scopo è ottenere attenzione”. Nell’ordinamento italiano lo stalking è punito perché integra il delitto di atti persecutori previsto all’art. 612-bis del codice penale. La soglia oltre la quale questo comportamento diventa punibile è il danno provocato alla vittima. Se la condotta provoca un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, “un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”, o costringe la persona ad alterare le proprie abitudini di vita, allora lo stalking è punibile. Quali sono i tipi di cyberstalker e come ci si può difendere In base alla tipologia di messaggi con cui si aggancia la vittima online possono essere distinti diversi tipi di stalker. Si può trattare di un troll, cioè di chi mira a provocare la vittima prescelta e ingaggia una sfida con se stesso per suscitare reazioni nella vittima prescelta. Il twink vuole solo infastidire. Per questo mira a creare situazioni di tensione che poi allenta e sminuisce dopo averle create. Il cheese player è quello che aggancia la vittima sfruttando i bug dei videogiochi e la invita a giocare in maniera seriale. Tra i cyberstalker può essere inserito anche lo snert, acronimo per “snot-nosed egoistical rude teenager”, cioè l’adolescente maleducato ed egoista. Infine c’è il griefer, il guastafeste maleducato e offensivo che prova piacere nel causare problemi agli altri. Per evitare che messaggi indesiderati online si trasformino in vero e proprio cyberstalking, è fondamentare riconoscere le tecniche utilizzate per agganciare le vittime. “Chi è ben informato su queste strategie di ‘uncinamento’ è immune, perché riesce a denudare i comportamenti altrui prima ancora che siano messi in funzione”, dice il professor Mastronardi. “Se non offre risposta a questi atteggiamenti interrompe la comunicazione, e questo smonta l’intento dello stalker online”. Un altro scudo importante è quello costituito dal medico e dalle persone che stanno vicino alla vittima. “Quando una persona, soprattutto un adolescente, comincia a soffrire di depressione, è giusto sospettare di possibili nemici virtuali che possono inficiare l’equilibrio della vittima”, spiega Mastronardi. “In altri casi, ai genitori può capitare di accorgersi che sono proprio i figli a fare stalking online. In questi casi va fatta una distinzione per chiarire se si tratta di una persona con una semplice immaturità emotivo-affettiva o se occorre fare valutazioni psicopatologiche”. TPI

fonte http://www.cesdop.it/news.php?cod=2073

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