Sesso sicuro? (Quasi) nessuno lo fa: solo 2 su 10

Sanno tutto di eros, poco di sentimenti. Guida ai millenials: ecco chi sono i nostri figli

articolo di Rossella Conte pubblicato da Quotidiano.net https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/

Disinibiti, sfacciati, sciolti. Il web rende più facile il corteggiamento e il rapporto con l’altro sesso, superando tabù e imbarazzi. Ma è quando si entra nel mondo off-line che gli adolescenti si scoprono dei veri analfabeti sentimentali. Tra emozioni, facili innamoramenti e impulsi sessuali, la prima volta dei millennials viene vissuta con un po’ di confusione almeno per quello che riguarda i rischi di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Secondo una ricerca dell’Istituto internazionale di Sessuologia con sede a Firenze, effettuata su un campione di ragazzi tra i 14 e i 18 anni, i primi rapporti arrivano tra i 15 e i 16 anni ma solo il 17% dichiara di usare il preservativo. Tradotto: 8persone su 10 hanno rapporti non protetti.

«LA MAGGIOR parte degli intervistati dice di usare precauzioni per evitare gravidanze, non per prevenire infezioni o malattie. Le donne sono condizionate da un fattore culturale, hanno paura ad apparire troppo disinibite per esempio portando il profilattico con sé. Per gli uomini, si tratta di un fattore prettamente fisico» spiega Elena Lenzi, didatta dell’Istituto internazionale di sessuologia e membro del comitato scientifico Federazione italiana sessuologia scientifica. Proprio sulla distinzione tra contraccezione e prevenzione che i giovani non hanno le idee chiare. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto, solo il 14% degli intervistati ha consapevolezza della modalità di trasmissione delle malattie sessuali e solo il 7% risponde di aver cercato informazioni presso i consultori.

Può sembrare impossibile, vista la sovrabbondanza di informazioni sul web, eppure i giovani di sesso sanno poco. Stando ai dati di Federmarma Firenze, si sta registrando anche un aumento della contraccezione d’emergenza. Le vendite della cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo sono aumentate del 25% nell’ultimo anno. «Da quando non esiste più l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, c’è stato un incremento delle vendite» sottolinea Marco Nocentini Mungai, presidente Federmarma Firenze (Confcommercio). «Il primo approccio – prosegue Lenzi – avviene tramite internet che dà un’immagine distorta della sessualità. Nelle scuole, a differenza di altre città europee, manca un corso di educazione sessuale, che è anche educazione al rispetto di sé stessi e del partner».

Sempre, secondo una ricerca dell’Istituto, il 38,8% degli intervistati riterrebbe utile avere percorsi di educazione alla sessualità a scuola. Il web quindi, al momento, è visto dai ragazzi come il miglior amico a cui confidare dubbi quando si cerca una risposta ai propri interrogativi sull’argomento. Con una conseguenza: che i rapporti nascano col piede sbagliato. «Negli ultimi anni – conclude Lenzi – c’è stato un aumento esponenziale del cosiddetto ‘sexting’, dei ragazzi che si scambiano, tramite foto o video, contenuti sessuali. Ci occupiamo della formazione di esperti che si relazionano ai giovani, loro ci raccontano che sempre più studenti ammettono di farlo». Secondo l’Istituto, almeno 1 ragazzo su 10 fa ‘sesso online’ e le vittime hanno principalmente tra i 12 e i 15 anni.

di ROSSELLA CONTE

Adolescenti: circa 1 su 5 ha difficoltà relazionali in famiglia

ARTICOLO PUBBLICATO IN TUTTOSCUOLA

Il 18-20% degli adolescenti ha difficoltà relazionali in famiglia.Spesso i genitori, proprio per le difficoltà a confrontarsi con i figli, gestiscono il problema quando “ormai esplode”. A evidenziarlo – secondo quanto riporta Ansa – è Fulvio Giardina, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, in occasione della presentazione del documento “La salute mentale degli adolescenti“. E proprio questi ragazzi sarebbero quelli maggiormente esposti al rischio delle malattie mentali. A causare maggior rischio di psicosi? Il fumo.

“Sono in aumento le richieste di consulenza su questi aspetti – evidenzia Giardina – stiamo studiando una modifica del codice deontologico che attualmente prevede che l’adolescente, essendo minorenne, abbia il consenso di entrambi i genitori. Noi riteniamo che il ragazzo dai 16 anni in poi possa accedere individualmente almeno a un primo colloquio con uno psicologo“.

Stiamo cercando anche di collaborare col Miur – conclude Giardina – per avere una presenza dello psicologo a scuola che faccia da filtro, si abbia un codice di lettura non patologico. Parliamo di benessere e qualità della vita“.

Per non parlare del fatto che i ragazzi di oggi pare siano maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie mentali. Più vulnerabili sono i giovani autori di reato, con problemi di dipendenza, adottati con adozioni internazionali o minori stranieri non accompagnati per i quali il viaggio è una concausa dello stato di disturbo fortissimo psicologico.

Ma in senso generale un rischio di disagio riguarda ad esempio proprio i ragazzi che spesso hanno forti problemi relazionali in famiglia. Lo studio al centro de “La salute mentale degli adolescenti”, presentato dall’Autorità garante dell’infanzia a adolescenza, ha permesso comunque di registrare  buone pratiche e criticità, come la mancanza di integrazione e comunicazione tra gli operatori, carenza di servizi e strutture dedicati.

Dallo studio emerge, inoltre, la solitudine delle famiglie con adolescenti con disagio ed è stata manifestata l’esigenza di interventi tempestivi, di continuità nel passaggio dai percorsi residenziali a quelli territoriali e in quello alla maggiore età. Tra le raccomandazioni l’esigenza di una congrua assegnazione di risorse per la salute mentale in adolescenza, dell’attivazione di un raccordo tra istituzioni e professionisti coinvolti, della continuità dei percorsi dell’avvio un sistema di monitoraggio.

Abbiamo fiducia di poter di contribuire al miglioramento del sistema” spiega Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, mentre Pietro Ferrara della Sip, Società italiana di pediatria, evidenzia che serve formazione dei pediatri, perché  “insieme ad altre categorie che hanno a che fare con l’universo di bambini e adolescenti sono quelli che hanno un primo contatto e possono capire i segnali che i ragazzi lanciano di disagio“.

Ad aumentare il rischio di psicosi e disagi mentali giovanili? Il fumo. Se si fumano almeno 10 sigarette al giorno aumenta infatti nei ragazzi il rischio di psicosi rispetto ai non fumatori. E il pericolo cresce se si inizia con il fumo prima dei 13 anni. È questa la conclusione di un altro studio, stavolta di matrice finlandese, svolto dalla Academy Research Fellow e pubblicato sulla rivista Acta Psychiatrica Scandinavica.

l’articolo continua su TUTTOSCUOLA

Adolescenti che non si piacciono e si mettono a dieta: come reagire?

Il 42% degli adolescenti dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app

La fase dell’adolescenza è un momento della vita di ognuno di noi bello e importante: ci porta progressivamente alla maturità fisica e psicologica. Tuttavia si sa quanto sia anche problematico questo periodo per via delle insicurezze che il giovane ragazzo vive e che deve saper affrontare per crescere. Insomma: se poco prima eravamo pressoché in armonia col mondo attorno a noi e con noi stessi, in questa fase invece vediamo difetti a non finire. Ma da dove nascono se prima non esistevano? Il nostro corpo è soggetto a un cambiamento di grande portata e molto veloce: ciò induce nel ragazzo preoccupazioni e ansie, in quanto non si riconosce più e teme di non piacere agli altri.

Uno degli aspetti da curare in questo periodo è la relazione che ha il ragazzo col cibo e con il modo di mangiare perché è risaputo che un modo erroneo per superare la crisi dell’adolescente verso il proprio aspetto fisico è l’affidamento a diete, fai da te o prese dal web, o anche solamente la rassicurazione che viene da consigli su come perdere peso, diventare più muscolosi, ridurre la circonferenza vita o avere gambe più magre.
I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza parlano chiaro: del 42% degli adolescenti che dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app.

La dottoressa Maura Manca ci aiuta a capire come i genitori dei ragazzi devono comportarsi per aiutarli a ritrovare fiducia in sé stessi, ed eliminare poco alla volta quella loro fissa, tenendo in considerazione il fatto che “il cibo e il modo di mangiare dei figli è un importante veicolo di comunicazione di significati e messaggi che i genitori devono saper cogliere e decifrare per farli sentire compresi e aiutarli in caso di bisogno.”

Questi sono i consigli:

1. NON SMINUIRE E ATTENZIONE AL SARCASMO.

Di fronte ad un figlio che inizia a ridurre le porzioni e a non piacersi, può venire automatico rispondergli“Non sei grasso/a, sei tu che ti vedi così”, “Dai mangia, ti stai fissando”, “Stai esagerando, sei bello/a così”. Non ascoltare le sue parole, non comprendere il suo disagio, lo fa sentire incompreso, non riconosciuto e lo porta a chiudersi maggiormente in se stesso. Le prediche non portano a nulla, bisogna prima di tutto ascoltare e rispettare il suo vissuto per creare vicinanza e non alzare un muro tra voi.

2. NON INCORAGGIARE LE DIETE.

Fate attenzione a non assecondare subito le sue richieste, trasmettendogli il messaggio che, in effetti, deve perdere peso o che dovrebbe migliorare il fisico. Si rischia di favorire l’insoddisfazione corporea e rinforzare condotte sbagliate, diete “fai da te” e metodi pericolosi per perdere peso. Una famiglia in cui si dà molta importanza alla perfezione fisica e alle diete, non fa altro che favorire comportamenti di controllo del peso. È importante piuttosto crescere i figli puntando sulle abitudini sane, dieta equilibrata e attività fisica, aiutandoli a crearsi un’immagine salutare del corpo.

3. NON ANDARE SU TUTTE LE FURIE.

Cercate di mantenere la calma e di non arrabbiarvi ogni volta che lascia qualcosa nel piatto o non mangia un alimento. Se lo rimproverate o assumete un atteggiamento controllante e invadente, sortite l’effetto contrario, entrate in opposizione col rischio che vostro figlio si chiuda ancora più in se stesso o che non mangi più insieme a voi. L’ultima cosa che si deve fare è creare un clima di ostilità a tavola, una distanza tra voi e inutili bracci di ferro incentrati solo sul cibo.

4. METTERSI NEI SUOI PANNI.

Mostrate un atteggiamento di apertura e di comprensione del problema, ascoltate e accogliete le sue difficoltà per farlo sentire sostenuto e amato. Portate anche la vostra esperienza di quando eravate adolescenti, del disagio che si può provare nel non piacersi e di come nel tempo si impara ad accettarsi per come si è. Create vicinanza e dialogo su questo, facendo anche la spesa e cucinando insieme, così che possiate anche accettare che preferiscano alcuni cibi rispetto ad altri, a patto però che sia un’alimentazione sana e completa.
5. VALORIZZARE E RINFORZARE LA SUA PERSONA. I ragazzi si trovano in una fase piena di insicurezze, in cui hanno bisogno di essere rinforzati e valorizzati. Fate attenzione a non fare commenti sempre incentrati sull’estetica, facendo confronti e paragoni con gli altri. Aiutate vostro figlio a non focalizzarsi solamente sulle parti che non accetta di lui, altrimenti rischia di vedere solo i difetti, perdendo la visione di insieme. Cercate di parlare, anche a tavola, di aspetti che non riguardano il corpo o il cibo, come i suoi interessi, le sue passioni e rinforzatelo su questi campi: ha bisogno di essere rinforzato, di sentire che lui è importante e valorizzato nella sua unicità.
Tuttavia se l’atteggiamento nei confronti del cibo non è transitorio, ma dura nel tempo allora ci si deve insospettire ed è necessario indagare meglio. Bisogna drizzare le antenne quando i figli perdono troppo peso, riducono sempre più alimenti, sono silenziosi, irritabili, hanno sbalzi d’umore, i loro pensieri rispetto al non piacersi o ai difetti fisici diventano troppo ossessivi, c’è un vissuto di ansia e preoccupazione e continue lamentele sul fisico.

Si abbassa l’età e aumentano le femmine: il nuovo bullismo

di JESSICA CHIA, La Lettura – Corriere della Sera. Copyright immagine Adobe Stock

Quando ha aperto, dieci anni fa, nel 2008, è stato il primo Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale dedicato alle vittime di bullismo, all’interno del reparto di Pediatria dell’Azienda ospedaliera Fatebenefratelli, oggi «Casa Pediatrica» dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. All’epoca, il centro diretto dal pediatra Luca Bernardo, è frequentato da poco più di un centinaio di giovani pazienti, soprattutto maschi adolescenti. Per la prima volta in Italia si cerca di dare una risposta a un fenomeno non nuovo, ma dal profilo allarmante perché in crescita. E, per la prima volta, si prova a intervenire su vittima e su bullo, entrambi accomunati dallo stesso disagio: fragilità emotiva e debolezza.

«Il bullo c’è sempre stato — spiega a “la Lettura” Luca Bernardo — ma negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato nei ragazzi maggiore rabbia, aggressività, mancanza di empatia. Prima il bullo aveva dai 14 ai 16 anni; oggi è un bambino tra i 7 e gli 8 anni». Il fenomeno si affaccia dunque su un nuovo contesto sociale, in cui dilaga un malessere diffuso dovuto alla crisi dei ruoli e alla caduta dei modelli di riferimento, oltre al rifiuto delle autorità e delle istituzioni. E poi ci sono il web e le tecnologie che là dove non sono utilizzate correttamente hanno amplificato il problema.

Oggi il centro, che dopo due protocolli d’intesa con il Miur diventa il primo Centro di Coordinamento nazionale cyberbullismo (Conacy), ha cambiato volto: i pazienti superano il migliaio e si è pericolosamente abbassata la fascia d’età di vittime e di bulli (l’età prescolare nel 2008 non era quasi contemplata). Il fenomeno dei baby bulli è piuttosto recente. «Al centro stiamo iniziando a ricevere bimbi di 4-5 anni che non sanno di essere bulli ma stanno utilizzando gli stessi metodi che produrranno bullismo e successivamente cyberbullismo», afferma Bernardo. Da un convegno sul bullismo tenuto a Milano nel novembre 2017 ( Hot Topics in Pediatria e Neonatologia) è emerso un altro dato inquietante: nella scuola dell’infanzia, è vittima di bullismo un bimbo su due e l’età non supera i 5 anni. Luca Bernardo e Francesca Maisano in L’età dei bulli (Sperling & Kupfer) spiegano così il fenomeno: tra i 3 e i 5 anni il bambino è già in grado di fronteggiare diverse situazioni relazionali. Ma se nei primi anni di vita non è stato sostenuto dai genitori nel processo di regolazione delle emozioni, può sviluppare un bullismo precoce: non prova empatia, non sa chiedere aiuto e un’emotività incontrollata può sfociare in dinamiche offensive.

C’è poi un altro aspetto su cui riflettere: il bullo si sta trasformando in una bulla (il 55% delle femmine rispetto al 45% dei maschi; mentre dieci anni fa le ragazze erano solo il 25%, come indicato nel grafico accanto).

«L’aumento di bulle è legato soprattutto all’aspetto virtuale delle violenze — spiega Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente al Conacy della prevenzione e del contrasto sul bullismo e cyberbullismo e di tutti i fenomeni illegali in rete sul disagio adolescenziale — perché sul web le offese sono verbali, e questo tipo di attacco è tipico delle ragazze». Mentre le aggressioni del bullo sono soprattutto dirette, sia fisiche che verbali, la bulla «tende ad agire con modalità più subdole». Ma anche la violenza fisica è aumentata tra le ragazze, perché legata a modelli violenti (come situazioni familiari che tendono a imitare)». Oggi una ragazza su tre è presa di mira da una coetanea, che subisce una violenza psicologica molto più devastante di quella fisica. «Il cyberbullismo passa attraverso lo smartphone — aggiunge Maisano — che agisce su visioni e immagini. Anche le vittime sono in prevalenza femmine: siamo in una società narcisista dove conta l’aspetto esteriore e i corpi delle ragazze sono messi più alla berlina (basti pensare al fenomeno del sexting, la condivisione di contenuti a sfondo sessuale)».

Tra i tipi di violenza, è sicuramente il cyberbullismo a essere in crescita: «Il bullo ha capito che la piazza del paese, la palestra o la classe, è una piazza molto modesta — prosegue Bernardo — e la persecuzione in rete ora avviene 24 ore su 24. Ma chi dà a questi ragazzi la patente per navigare?». Questo è il bullismo, non ci sono vincitori: perde la vittima, il bullo, perdono i genitori e la scuola. Per questo la prevenzione è fondamentale, «ma non solo» — conclude Bernardo — «ci sono delle responsabilità che nessuno vuole prendere. Sono due anni che abbiamo intrapreso una battaglia per ottenere una corresponsabilità da parte di chi gestisce i social. Qualcosa deve cambiare».

Adulti che gridano… e l’educazione scompare

Genitori che appoggiano in tutto e per tutto i figli , dicono sempre di sì e mai più no, fanno tutto ciò che i figli vogliono, e soprattutto li difendono anche quando sono indifendibili , arrivando in taluni casi all’aggressione anche fisica di insegnati .  Le aggressioni spesso restano insulti o molestie senza conseguenze penali ma  sono motivo di sempre maggiore tensione, come sostengono tutti coloro che hanno a che fare con il mondo della scuola.

“La famiglia è proprio un disastro”, dice lo psichiatra Paolo Crepet : i genitori non educano più, ma svolgono soltanto la funzione di sindacalisti dei figli con un atto di accusa contro la famiglia, ormai incapace di far rispettare le regole. Il nodo centrale è l’incapacità di educare e la conseguente difficoltà di gestire situazioni di conflitto con i figli e di ammettere anche   le proprie responsabilità come genitori .

Lo scrittore Antonio Scurati su La Stampa.it  ha di recente bene analizzato questo fenomeno comunitario parlando di “eclissi del maestro”, di sconfitta dell’educazione dal momento che quello che spesso succede  a partire dagli adulti è la rinuncia al dialogo e l’innalzamento dei toni fino all’aggressione verbale e non solo, comportamenti che ovviamente hanno conseguenze diseducative sui figli

“Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti. I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro.

Si tratta, per l’appunto, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, una trasformazione profonda che dischiude un inaudito avvenire davanti a sé. Ciò che sta accadendo, infatti, non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo – e da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota.  E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere e apprendere, preluda a una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.

Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante. La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana. E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi. Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento. E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadership politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino.

Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli”.

L’educazione scompare dall’orizzonte – La Stampa.it

Capire e gestire le emozioni nell’incontro con gli adolescenti

Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione. Questo il tema del secondo appuntamento del ciclo di quattro incontri di formazione dal titolo “Fragile come la bellezza”  che coinvolge genitori e insegnanti di alcune classi degli istituti secondati superiori  Peano e Castelnuovo di Firenze in un progetto educativo  finalizzato alla prevenzione della dispersione scolastica.

Dopo l’esplorazione del concetto di adolescenza e degli aspetti tipici e atipici del percorso di sviluppo adolescenziale svolto nel primo incontro, i formatori esperti coinvolti in questa azione del Progetto “Partire Uguali” di Oxfam Firenze (con Comune di Firenze e UslCentro e il supporto di Fondazione CR Firenze)  hanno concentrato  l’attenzione sul tema delle emozioni.

La gestione delle emozioni è una delle  life skills, cioè le abilità per la vita che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua come “competenze sociali e relazionali che permettono ai ragazzi di affrontare in modo efficace le varie situazioni; di rapportarsi con autostima a se stessi, con fiducia agli altri e alla più ampia comunità (dalla famiglia, alla scuola, al gruppo degli amici e conoscenti, alla società di appartenenza, etc). La mancanza di tali abilità socio-emotive può causare in particolare nei ragazzi e nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta a stress”.

Le abilità per la vita sono raggruppabili in tre macro aree: l’area cognitiva, quella su cui si lavora a scuola, che  comprende l’abilità di risolvere problemi, di prendere decisioni, il pensiero critico e la creatività;  l’area sociale, cioè quella che ha che fare con i rapporti con gli altri e che comprende: l’empatia, la comunicazione efficace e le relazioni efficaci; infine l’area emotiva, che comprende l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni e la gestione dello stress.

Cosa sono le emozioni ?  perché è così importante parlare di emozioni e saperle gestire? Quale spazio viene dato alle emozioni nella relazione genitoriale ed educativa?

Sono questi gli interrogativi che insegnanti e docenti hanno affrontato nei gruppi di lavoro , concentrandosi sulle dinamiche che “bloccano” l’adulto nel rapporto con l’adolescente attraverso un lavoro di consapevolezza  incentrato sul funzionamento emotivo e cognitivo dell’adolescente e sul vissuto dell’adulto in relazione all’adolescente.

La metodologia del percorso formativo congiunto contribuisce a  rafforzare per il bene dei ragazzi , – ma anche delle scuole e delle famiglie –  l’alleanza tra genitori e insegnanti  mediante le due attività proposte negli incontri :  riflessione congiunta sugli stimoli proposti dai formatori per potenziare le proprie competenze di adulti nella  relazione con gli adolescenti e condivisione delle esperienze  per migliorare la reciproca comprensione dei vissuti.

Il prossimo appuntamento sarà dedicato a Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione.

Meno Facebook per sfuggire ai genitori. I social piu amati dagli adolescenti

Meglio trasmettere immagini che le parole quindi  tutti su Instagram, Snapchat, e la “bomba” ThisCrush. Scende Facebook.

in un articolo su Il Messaggero si legge “Troppi adulti sul social network. Gli adolescenti preferiscono le nuove app”.  Le ragioni sembrano essere social-familiari. La prima è che su Fb, o anche su Twitter, ci sono gli adulti. Tanti adulti e, dunque, tanti genitori che “spiano” e controllano quello che fanno i propri figli. La seconda è che, stando agli esperti, il messaggio preferito dai giovanissimi è far circolare la loro immagine piuttosto che il loro pensiero, perché a differenza dei “grandi” non hanno messaggi che vogliono veicolare.
Il panorama cambia, così come gli interessi delle nuove generazioni. Ed è il momento dei cosiddetti “Founders”, appena identificati ed etichettati da Mtv: 14-15 anni, più pragmatici e indipendenti dei Millenials. A Fb preferiscono WhatsApp per comunicare tra loro. Alle parole preferiscono le immagini: selfie, video. Da qui l’enorme successo di Instangram, così come di Snapchat, il servizio che consente di inviare agli utenti della propria rete messaggi di testo, foto e video visualizzabili solo per 24 ore. 0 anche di Hunt e We heart it, social commerce site in cui si comunica con tag e immagini

Snapchat ultimamente è arrivata a superare Fb anche nella fascia di età tra i 13 e i 24 anni, dove il sistema di messaggistica che scompare, raggiunge quotidianamente un pubblico maggiore in termini di pubblicità con più di 26 milioni di utenti, a fronte dei 25-26 di Facebook. E per gli analisti, questo sorpasso mostra la crescente pressione su Fb che a breve registrerà il suo primo calo tra tutti i gruppi di età.”

La vera novità che preoccupa gli esperti è però  la diffusione e  di ThisCrush, una piattaforma che permette di spedire messaggi del tutto anonimi, e che ha finito per il favorire episodi di cyberbullismo.

ThisCrush è infatti un social che permette di postare, anche in forma anonima, messaggi con contenuti prevalentemente di insulti, violenze e sfera sessuale in forma molto volgare.

Una volta creato l’account su ‘ThisCrush’ gli adolescenti inseriscono il link nella loro biografia di Instagram E così ha inizio una vera e propria ‘gogna’ mediatica, gli adolescenti ricevono centinaia e centinaia di insulti, quasi sempre in forma anonima. Utilizzando il social ThisCrush i ragazzi possono anche rispondere agli insulti pubblicando sulle loro storie di Instagram sia lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo ThisCrush e sia le loro repliche ai messaggi diffamatori.

Il controllo dei genitori per vedere se effettivamente il ragazzo divenga oggetto di bersaglio “facile” da parte del social è essenziale. Il consiglio è di vigilare, con il monito «per educare è necessario controllare, non è sufficiente comunicare»: al netto di qualche dubbio a livello personale sulla forma “adatta” di educazione è certo che con ThisCrush il pericolo dell’insulto e della presa di mira e quindi della vittimizzazione è assai presente.

La nuova missione per i genitori …. diventare detective su ThisCrush …..  ??

FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo per genitori e insegnanti. Firenze febbraio/marzo 2018

In Italia il fenomeno della dispersione scolastica interessa oggi più del 17% (OCSE 2015) dei giovani mentre in Europa la media è circa del 12%. Il tasso di dispersione non è uniforme nel paese; il tasso in Toscana è uno dei più alti in Italia (17%).

FRAGILE COME LA BELLEZZA

un percorso formativo per genitori e insegnanti in collaborazione con I.I.S.S. PEANO e Liceo CASTELNUOVO, promosso da OXFAM Italia in collaborazione con GENITORI IN CORSO – Comune di Firenze  e Azienda USL Toscana Centro.

Il Progetto coinvolge due scuole di Firenze, che pur nelle loro differenze, vivono situazioni simili in termini di rischio di dispersione. Sia il liceo Castelnuovo che l’Istituto Peano rilevano una richiesta di trasferimento da parte degli studenti verso un altro istituto. Tale indicatore, più evidente presso il liceo Castelnuovo, nella letteratura sul tema è notoriamente un preoccupante segnale. I ragazzi che cambiano scuola o indirizzo sono spesso a rischio di dispersione, sia in termini di possibile bocciatura che di abbandono.

Le richieste di trasferimento sono spesso giustificate per motivi familiari, disagio ed errata scelta del corso di studi, ma si ritiene fondamentale approfondire queste informazioni per acquisire consapevolezza e dare risposte concrete ed efficaci.

Le due scuole hanno sviluppato progetti ad hoc, come percorsi di formazione per insegnanti centrati sul fenomeno, ma attualmente entrambe le scuole e i partner ritengono che sia importante ripartire dalla voce degli studenti, attori chiave poco coinvolti nella riflessione, per acquisire consapevolezza e trovare soluzioni, massimizzando e diffondendo le loro raccomandazioni attraverso la produzione di una ricerca di un video in modalità story telling..

Da queste riflessioni nasce FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo pratico-esperienziale con genitori e insegnanti per rafforzare capacitàe life skills, prevenire la dispersione scolastica e comprendere i bisogni degli adolescenti.

GLI APPUNTAMENTI 

Martedì 13 febbraio, ore 17.30-20.30, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  L’adolescenza: caratteristiche, bisogni e obiettivi

Lunedì 19 febbraio, ore 18.00-20.00, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione

Martedì 27 febbraio, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione

Lunedì 5 marzo, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Insegnanti e genitori: una collaborazione necessaria

Gli incontri saranno condotti dalle Dott.sse Elena Pierozzi e Monica Rosselli, Promozione della Salute USL Toscana Centro e dallo psicologo Dott. Alessandro Garuglieri.

IL PERCORSO

Il percorso offre a genitori e insegnanti uno spazio di riflessione sul proprio ruolo di adulti che hanno in carico la crescita di un giovane adolescente. Sarà uno spazio condiviso e costruito insieme, per entrare in contatto con i bisogni profondi dei nostri ragazzi e poterli così accompagnare nella fragilità di questo momento di vita, cercando di capire quando quest’ultima è troppo pesante per le loro spalle.

Questa formazione ha l’obiettivo di rafforzare capacità e life skills di insegnanti e genitori per prevenire il fenomeno della dispersione scolastica, cogliere indicatori che possano preludere a situazioni a rischio per intervenire tempestivamente e adeguatamente in caso si manifestino segnali di allarme.

LA METODOLOGIA

Gli argomenti che verranno affrontati saranno coerentemente riproposti attraverso una modalità esperienziale: il contenuto illustrato e il processo di apprendimento diventano così coerenti e la loro efficacia è reale e potente. Il percorso utilizzerà il coinvolgimento in prima persona dei partecipanti, confrontando esperienze reali e concrete. Ogni partecipante sarà libero di condividere quello che desidera della propria esperienza all’interno di uno spazio accogliente e riservato.

Durante il percorso di 9 ore (il primo incontro sarà di 3 ore), verranno affrontati aspetti teorici e pratici e verranno offerti a noi che siamo gli adulti di riferimento, strumenti per saper riconoscere le fragilità e attivare le risorse dei nostri ragazzi.

INFO 

Costanza Mattesini – Oxfam Italia costanza.mattesini@oxfam.it/Prof.ssa Anna Pentimone – I.I.S.S. Peano annapentimone@hotmail.it/Prof. Stefano Guigli – Liceo Castelnuovo       stefano.guigli@hotmail.it

 Con il contributo di Fondazione CR Firenze

 

Baby gang : perché e come parlarne ai figli

Secondo lo  psicoanalista Massimo Recalcati commentando i fatti di cronaca di questi giorni, gli episodi di violenza in gruppo di pre-adolescenti ai danni di coetanei o anche adulti mostrano  che in primo piano nella vita di questi giovani esiste un vuoto di parole e di bagaglio educativo : “L’educazione è un processo che porta alla rinuncia alla violenza, perché in primo piano c’è la legge della parola “.

Anche  Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva,   ritiene che la violenza cieca di giorni non arriva per caso: è figlia di una “mala educación”.

Per questo , per prevenire la violenza educando i ragazzi alla forza della parola i genitori dovrebbero  parlare di questi episodi con i figli:  pensare che sia un fenomeno che  non riguarda da vicino è una superficialità di giudizio ma anche  un’occasione mancata per educare . Ecco i suoi consigli che riprendiamo da un’intervista al Corriere della Sera:

  1. Nessuno è escluso.«Colleghiamo i fatti di cronaca di questi giorni al tema del bullismo che spesso i ragazzi conoscono e affrontano a scuola su fatti e situazioni molto più lievi: facciamo loro capire che chi non ha la capacità di stare alle regole e ai paletti proposti dagli adulti, regole che esistono non per inibire ma per sostenere la crescita, rischia di fare davvero male agli altri».
  2. Body-building emotivo. «Non avere la percezione delle conseguenze delle proprie azioni è un aspetto tipico del cervello dei preadolescenti. Ce lo dicono le neuroscienze: agiscono sull’onda pulsionale, seguono ciò che li diverte, che è eccitante o che dà sensazioni forti mentre la parte del cervello deputata alla riflessione e a valutare le conseguenze delle azioni, una parte che si trova nei lobi frontali, è ipotonica, si sviluppa solo dopo i 14 anni. I ragazzi tendono a fare delle sciocchezze, a volte anche gravi, e quando sono messi dagli adulti davanti alle loro azioni alla domanda ‘Ma ti rendi conto di ciò che hai fatto?’ la risposta è un disarmanteNon ci avevo pensato’. Il ruolo di noi adulti è stimolarli nell’uso del lobo frontale con domande: spingerli a mettersi nei panni degli altri, delle vittime delle azioni violente, ma anche dei bulli. ‘Che cosa diranno a se stessi quei ragazzi che hanno fatto così male ad altri? Che cosa faranno ora che non avranno più libertà né autonomia, ora che un tribunale deciderà sul loro futuro?’ Sono domande che possiamo lanciare in famiglia, è una sorta di ‘body-building’ emotivo per allenare il cervello dei ragazzi, per allenarli a gestire situazioni complesse»
  3. Il buon esempio: sì alla potenza, non alla prepotenza. «Un antidoto alla violenza e al bullismo minorile è l’esempio dei genitori: noi adulti dobbiamo a testimoniare nella vita di tutti i giorni come si reagisce e come si comunica in modo potente, cioè efficace, ma non prepotente. I bulli spesso provengono da famiglie in cui la violenza è il codice per la gestione del potere: le mani alzate, la voce alta, gli scatti d’ira…Invece bisogna insegnare ai ragazzi che gli abusi quotidiani possono essere gestiti in modo maturo: può capitare in macchina, con un parcheggio soffiato all’ultimo, un sorpasso azzardato…Sappiamo reagire in modo misurato?
  4. A me gli occhi. «Lo sguardo è lo strumento educativo più importante: dobbiamo educare i ragazzi allo sguardo e al contatto con gli occhi. Se sbagliano deve bastare loro un nostro sguardo per capire in automatico: questo serve a sviluppare empatia, che la caratteristica di cui i bulli sono privi perché sottopongono un loro simile a un tipo di violenza, fisica o verbale, senza avere la percezione di ciò che l’altro sente. L’empatia va coltivata tanto più che oggi vince il modello del “chi se ne frega”. Proviamo a osservare i video su youtube che seguono i nostri ragazzi: sono infarciti di scherzi, a volte anche feroci, in cui si ride tantissimo, si banalizza l’umiliazione di chi li subisce. Per non parlare dei tanti ‘prepotenti di successo’, politici compresi…»
  5. Il gruppo fa la differenza. «In ogni azione violenta, in ogni atto di bullismo non c’è solo la vittima e il carnefice ma il gruppo: può essere gregario se rafforza le azioni dell’aggressore oppure spettatore, conferendo comunque al bullo il potere narcisistico che va cercando. Dobbiamo educare i ragazzi alla dimensione della corresponsabilità: spieghiamo loro che rimane passivi e silenziosi davanti a un fatto che riguarda un’altra persona ha delle precise conseguenze così come tutelare e proteggere chi viene maltrattato fa davvero la differenza, cambia davvero le cose. Possono diventare loro per primi agenti di cambiamento».

 

 

 

Le chat segrete dei ragazzi

di Silvia Morosi Corriere della Sera http://bit.ly/2DlLXNF
Nell’epoca del cellulare in classe (acceso) si moltiplicano le app per comunicazioni a prova di spia: sono anonime e si autodistruggono

Gli sms sono ormai un ricordo. E anche WhatsApp non è l’ultima frontiera di comunicazione degli adolescenti. Ora che il cellulare ha avuto il «via libera» a entrare in classe, seguendo le regole previste dal Decalogo per l’uso dello smartphone in classe del Ministero, tra i giovani ha già preso piede una nuova moda. Sicuri di non lasciare tracce, inviano messaggi, foto e video nelle cosiddette «chat segrete». Inventate per condividere dati sensibili, hanno trovato spazio su Facebook, Telegram e Snapchat, per citare le più note. Ma come funzionano? Basta impostare un timer per decidere in quanti giorni, ore o (addirittura) secondi quello che abbiamo scritto deve sparire. Alcuni sistemi sono legati a un’identità definita (vera o finta che sia, ndr ), altri permettono di chiacchierare senza svelare chi siamo. Non sapendo, però, nemmeno chi si nasconde dall’altra parte dello schermo.

«Le chat segrete sono connaturate al desiderio degli adolescenti, che ancora devono definire la propria identità, di scoprire i propri limiti e oltrepassare l’ambiente protetto in cui vivono», spiega Alessandro Rosina, docente di Statistica Sociale alla Cattolica di Milano. Il primo allarme era suonato con Snapchat, usato anche per inviare immagini private, intime e sessualmente esplicite, «concedendo» pochi secondi per visualizzarle. Non tutte le «chat segrete» sono usate, però, per il sexting. Tra i ragazzini è diventata popolare Kik Messenger — nata nel 2010 — dove, a differenza di Whatsapp, non serve un numero di telefono per accedere, ma basta una mail. E per crearne in Rete, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sarahah, invece, è stata una delle app anonime più virali del 2017: ideata da un 29enne saudita come «cassetta dei consigli», permette di ricevere messaggi senza sapere chi li ha scritti e di scriverne, senza dire che siamo stati noi. Il risultato? Presto è stata introdotta la possibilità di impedire di essere trovati nelle ricerche, dato che molti utenti sono stati travolti da insulti e volgarità. C’è, poi, Telegram, che usa un sistema di crittografia end-to-end. Il problema resta quello dell’ambiguità della Rete: «Sono i giovani a decidere cosa far conoscere e cosa resta avvolto dal mistero. Si nascondono dietro una maschera, cosa che in passato era possibile solo a Carnevale. Con la peculiarità che queste chat si fondano sull’autodistruzione». Gli adulti si interrogano ancora sull’uso o meno dei device, ma mancano strumenti formativi: «L’arrivo dei genitori sui social ha spinto i ragazzi a cercare nuovi spazi. In fondo, il desiderio di sperimentare senza controllo c’è sempre stato. Una volta uscivamo con gli amici, senza dire dove», ricorda Rosina. «Il non essere scoperti favorisce comportamenti legati a un uso distorto di strumenti nati per avvicinare, non per fare del male». Serve una risposta educativa e di conoscenza. «Non possiamo controllare i ragazzi in tutto, non ci siamo mai riusciti, figuriamoci in Rete. Bisogna spiegare i rischi a cui vanno incontro e stabilire dei codici. Il telefono in classe va presentato come strumento di ricerca. Il web è il loro mondo, non ha senso tenerlo fuori dalle aule».

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