Cattive ragazze. L’esclusione sociale tra coetanee

Un dato che emerge nei tanti studi sul bullismo riguarda il fatto che tra i ragazzi sono piuttosto frequenti le aggressioni fisiche mentre tra le ragazze la violenza è meno evidente e molto spesso le vittime sono oggetto di pettegolezzi e derisioni con l’obiettivo di  escluderle dal gruppo. Tutto ciò ha un impatto molto negativo in questa fase di crescita, quando la cosa più importante è la creazione di relazioni sociali.

Un interessante approfondimento sulle ragioni e le modalità di questi comportamenti è proposto in un articolo apparso in Ubiminor che vi proponiamo:

Chi ha una figlia può facilmente osservare, tra le ragazze della sua scuola, manifestazioni di esclusione sociale. Può anche scoprire che, nonostante l’educazione in famiglia sia di segno contrario, lei stessa metta in atto comportamenti tesi ad escludere socialmente alcune compagne.

Perché le giovani adolescenti, in particolare, adottano questo comportamento da “cattiva ragazza”?

L’esclusione sociale è una manifestazione di aggressività relazionale, una modalità sottile e indiretta di esercitare il bullismo, spesso utilizzata dalle ragazze contro altre ragazze.

L’esclusione sociale è l’atto di “scartare” qualcuno dalle proprie interazioni interpersonali. La vittima può essere esclusa dagli inviti alle feste, può non esserle permesso di unirsi alle compagne durante il pranzo, o anche completamente evitata in ogni situazione sociale.

L’esclusione sociale può anche avvenire in forme più subdole, ad esempio quando si diffondono voci spiacevoli sulla vittima, cosa che può essere fatta sia attraverso il cyberbullismo che nella vita reale. Mentre le voci circolano, la vittima perde sempre di più gli amici e tutti gli altri la evitano. La vittima, inoltre, potrebbe essere stata in precedenza amica delle ragazze che ora la escludono dalle loro interazioni, o potrebbe essere stata esclusa fin dall’inizio.

L’esclusione sociale è una propensione innata? Secondo una ricerca, le ragazze potrebbero semplicemente agire “naturalmente” quando escludono socialmente altre compagne. La ricerca, pubblicata dalla rivista Psychological Science, ha dimostrato che quando le ragazze si sentivano minacciate da una possibile esclusione sociale, tendevano ad escludere qualcun altro prima che potessero loro stesse essere lasciate da parte.

I maschi, d’altra parte, non hanno la stessa propensione a farlo. La ricerca è stata condotta tra studenti universitari, ma siccome i picchi di aggressività relazionale si manifestano tra i teenagers, i risultati sarebbero stati probabilmente solo più marcati se questi comportamenti fossero stati esaminati tra gli adolescenti. Occorre comunque tenere presente che questa ricerca non prova che l’esclusione sociale sia una tendenza “innata”, piuttosto che culturale o appresa nel corso della crescita. Le ragazze escludono socialmente più dei ragazzi

Perché le ragazze ricorrono all’esclusione sociale quando si sentono minacciate mentre i ragazzi non lo fanno? Probabilmente questo ha a che fare con le differenze esistenti tra scene sociali maschili e femminili, dicono i ricercatori. I maschi tendono ad avere gruppi di amici, mentre le femmine tendono a favorire l’amicizia una a una.

Quando un maschio viene socialmente escluso, ha ancora molti altri amici nel suo gruppo su cui contare. Una ragazza, invece, potenzialmente, perde il suo grande alleato quando viene socialmente esclusa da un’amica. Gli studi poi dimostrano che le ragazze sono davvero più gelose quando le loro pari fanno nuove amicizie rispetto a quanto non accada ai ragazzi. Perdere un amico cui si è molto vicini è non solo doloroso, ma può anche impattare con le paure evolutive di essere lasciati indifesi e vulnerabili. Piuttosto che essere escluse, allora, le ragazze attaccano e escludono gli altri in modo preventivo. Dato questo, non c’è da meravigliarsi che l’esclusione sociale sia parte integrante della scena sociale nelle scuole superiori femminili.

L’esclusione sociale può essere devastante per le ragazze. Se una giovane si trova in questa situazione, occorre aiutarla e sostenerla in modo che riesca ad affrontarla, portandola a comprendere che anche questa è una forma di bullismo, un comportamento socialmente inaccettabile.

Perché alcune ragazze usano l’esclusione sociale? www.ubiminor.org 27 ottobre 2017

H come HIKIKOMORI

“Il problema dei NEEts e degli hikikomori ha, originariamente, una stessa radice: troppa protezione dei figli da parte dei genitori, mancanza di rapporti sociali, troppa pressione a livello della comunicazione. Questi tre fattori sono alla base della reazione di soggetti come i NEETs e gli hikikomori” (Linkiesta.it -intervista al Prof. Yuji Genda, sociologo Università di Tokyo. ” NEETs e hikikomori: cosa lega queste due fasce problematiche di giovani?”)

Chiudono le porte al mondo, sempre di più e sempre più giovani. Sono gli “hikikomori” italiani, detti anche “eremiti sociali”: preadolescenti – il rapporto tra maschi e femmine è 5 a 1 – che decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, e rifiutare ogni relazione, in primis la scuola. I motivi sono diversi: non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni e dei modelli imposti dai media, sono vittime di bullismo o percepiscono la mancanza di opportunità sociali. Il fenomeno è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ‘80 (“hikikomori” significa “rifiuto, isolarsi”, un termine riferito sia ai soggetti, sia alla scelta), dove coinvolge oggi circa 1 milione di giovani, che praticano una volontaria esclusione sociale. Non escono di casa, a volte nemmeno dalla propria camera, e rimangono isolati anche per mesi o anni. In Italia assume caratteristiche meno estreme con alcuni tratti simili, come l’allungarsi dell’età di permanenza dei figli nelle abitazioni dei genitori: fino a 28/30 anni secondo Eurostat. Da noi vivono soprattutto nelle grandi città del nord e sono stimati dai 30 ai 50mila (dati: Istituto Minotauro Milano), ma in trattamento sono ancora pochi. La dipendenza dal web, in questi casi, assume paradossalmente aspetti positivi, perché le relazioni virtuali diventano l’unica finestra sul mondo.

Sono dai 30 ai 50mila i giovani “hikikomori” italiani: iniziano già dalla preadolescenza a chiudersi in casa, spesso davanti al computer, rifiutando la scuola e le relazioni reali, perchè non si sentono all’altezza degli standard sociali, per mancanza di opportunità lavorative o per sfuggire al bullismo. In aumento le famiglie che chiedono aiuto agli esperti.

Gli “hikikomori” italiani. “In Italia per fortuna abbiamo forme più blande rispetto al Giappone – spiega Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario dell’associazione Gruppo Abele -: sono connesse sia ad una fobia scolare, dovuta all’angoscia di relazione rispetto ai compagni, sia a fenomeni strutturali, come la mancanza di opportunità di lavoro. L’Italia è inoltre fanalino di coda in Europa rispetto al tempo in cui i figli rimangono in casa”. I fattori psicologici sono dovuti principalmente, secondo Grosso, al “prevalere di una cultura narcisistica che ha alimentato la vulnerabilità individuale dei maschi rispetto alla definizione di sé e alla capacità di affrontare la competizione”. Ovunque, a livello scolastico, lavorativo, nei rapporti di amicizia, i ragazzi percepiscono un’ansia da prestazione che li fa sentire inadeguati. “Piuttosto di una brutta figura, preferiscono il ritiro”.

Tutto inizia nella pre-adolescenza, quando i ragazzi, spesso iper-protetti, lasciano i caldi nidi familiari e cominciano ad incontrare le prime difficoltà nel mondo dei pari. “Il debutto può essere fallimentare – spiega lo psicoterapeuta -: il proprio aspetto, modo di essere o comportamento, è oggetto di denigrazione, con quella crudeltà tipica che sanno usare i coetanei. Ogni piccolo o grande stigma viene ingigantito dallo sguardo dei compagni, che diventa giudicante”. Il bullismo diventa spesso l’episodio scatenante, i ragazzi non vogliono più andare a scuola. Quello però è solo il pretesto: “il testo si tesse molto prima ed è dovuto alla fragilità nel rapporto con gli altri, ai timori, alle timidezze”. Chiudersi in camera o in casa è una scelta difensiva: piuttosto che sentirsi denigrati ci si ritira e si compensa con internet, che permette di costruire altri mondi. “Il virtuale accusato di creare dipendenza – osserva l’esperto -, in queste situazioni invece aiuta molto. E’ l’unico modo per entrare in contatto con altri ragazzi, ad esempio attraverso i giochi di ruolo”.

Le strategie d’accompagnamento e di prevenzione. In Giappone, dove l’isolamento può durare in media anche sei anni, ci sono già tanti centri di recupero: prima si incontrano i genitori, poi si cerca un approccio con il ragazzo. Se non si riesce si utilizzano “finte sorelle o fratelli maggiori” che stazionano in casa e cercano di agganciare il ragazzo su qualche interesse comune. In Italia, ammette Grosso, “sono sempre di più i genitori che vengono a chiedere aiuto”. La strategia è quella “di aiutarli a capire gli atteggiamenti del figlio e non lottare contro il computer, altrimenti l’aggressività viene spostata verso di loro”. Al contrario è importante cercare di mantenere in casa, per quanto possibile, una comunicazione, per facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta o la ripresa di qualche attività a scuola e nel mondo. Strategie che richiedono però “un buon investimento di energie e almeno tre persone che si occupino dei genitori e del figlio; risorse che oggi i servizi pubblici non sono in grado di sorreggere”. La prevenzione invece si fa invitando i ragazzi a coltivare interessi e passioni, educandoli ad usare strumenti critici per non fondare la propria identità su modelli troppi alti e distanti. “Altrimenti diventano inevitabilmente perdenti”.(http://www.hikikomoriitalia.it/)

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

O come ODIO

Secondo gli esperti stiamo assistendo a un incremento dell’aggressività percepita e della crudeltà. Forse si commettono più o meno lo stesso numero di aggressioni, ma sono più crudeli. In particolare, c’è una sorprendente crudeltà e aggressività nei bambini e negli adolescenti.

Di recente a proposito della proliferazione dentro e fuori la Rete i cosiddetti ‘haters‘ è stato affermato che la recrudescenza dell’aggressività si lega al frantumarsi delle reti umane, sociali, affettuose e solidali. Un mix di individualismo e incertezza due cose che messe insieme rendono tutto istantaneo, rapido, immediato e singolo.
L’altro lato della medaglia e’ la depressione. Rabbia e depressione sono due facce di una stessa problematica: il frantumarsi dei network umani, delle reti solidali.
La tecnologia digitale favorirebbe gli haters in due modi: abbassando la soglia del pudore (per questo si comunicano cose intime con più facilità)  e alzando il grado di deumanizzazione delle persone odiate, facilitando l’espressione di sentimenti negativi, aggressivi e rabbiosi. Inoltre, l’immersione nei videogiochi sembra correlarsi a una minore percezione degli effetti dell’agire reale con una conseguente diminuzione della percezione del grado di responsabilità

Ma sebbene Internet rappresenti un canale che disinibisce e al tempo stesso amplifica la portata di un messaggio ostile, l’odio non è un problema della rete, non nasce con la rete, non si risolve guardando solo alla rete. E se davvero vogliamo proteggere bambini e adolescenti dalla violenza verbale, forse dovremmo interrogarci maggiormente su cosa accade fuori dalla Rete, negli altri contesti in cui vivono. Quali parole ascoltano a casa e a scuola?

L’odio in Rete? Inizia a casa e nelle scuole di Barbara Forresi Alley Oop – sole24ore.it

Da qualche anno gli studi mostrano come gli abusi verbali in famiglia siano molto diffusi. A dispetto della scarsa attenzione mediatica che ricevono, gli abusi psicologici, di cui quelli verbali fanno parte, costituiscono la forma di maltrattamento su bambini e adolescenti più diffusa nei paesi occidentali. Come le altre tipologie di abuso, possono condizionare negativamente lo sviluppo e il benessere emotivo di bambini e adolescenti. Bambini figli di genitori verbalmente aggressivi, più degli altri, sviluppano sintomi di ansia, depressione, dissociazione, abuso di droghe e, ovviamente, rabbia-ostilità, in un ciclo della violenza che si ripete, come dimostrano diverse ricerche. L’abuso verbale, insomma, non è meno grave di quello fisico o di quello sessuale.

Con “abuso verbale”, poi, non si intendono solo le situazioni in cui un genitore urla e sbraita contro un figlio, alzando la voce e magari brandendo qualcosa tra le mani. Psychology Today ne ha parlato pochi giorni fa  in un interessante articolo sulle “altre” forme di violenza verbale, sui danni che possono essere inflitti ad un bambino senza mai alzare la voce, su quei silenzi armati e crudeli che lo mettono in ridicolo, lo fanno vergognare, lo fanno sentire inutile e invisibile. L’ostilità in assenza di rabbia è un segnale misto, ambivalente, difficile da decifrare per un bambino: la confusione emotiva che prova in questi casi è un grave fattore di rischio per la sua salute mentale.

Quanto alla scuola, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Child Abuse & Neglect, studenti israeliani di prima media hanno raccontato di essere esposti alle grida degli insegnanti, ad insulti – a volte particolarmente crudeli – e ad umiliazioni pubbliche quando siano disattenti, non portino a termine un compito o prendano un brutto voto. Come affrontano queste esperienze? In silenzio: alcuni ripetendosi in monologhi interiori che non lo meritano (soprattutto le femmine), altri insultando l’insegnante a bassa voce (soprattutto i maschi), i più evitando di riferire ad altri adulti l’accaduto.Inutile quindi accanirsi con la Rete, perché i bambini possono incontrare parole ostili in ogni contesto che frequentano, a casa, a scuola, nei contesti sportivi e di socializzazione, nel web. Non esistono antidoti o facili soluzioni, né online né offline. Mi è molto piaciuto, però, che nel manifesto delle parole ostili vi fosse un invito al silenzio, ad ascoltare con onestà e apertura, prima ancora di parlare. In un’epoca di iperproduzione di parole e immagini, mi è parso pregno di una saggezza d’altri tempi. Pensando ai genitori, agli educatori e agli adulti che si trovano di fronte un bambino credo sia un punto essenziale: i bambini vanno prima di tutto ascoltati e solo nel silenzio può maturare il vero ascolto.

Cara figlia che vai a Parigi per l’Erasmus continua a non avere paura del mondo

di MASSIMO GIANNINI Repubblica.it http://www.repubblica.it/politica/2017/08/21/news/cara_figlia

Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere

Ci siamo: la valigia è pronta. Manca giusto il beauty, con i tuoi mascara e i tuoi rossetti. Il volo è domani da Fiumicino: EasyJet con destinazione Parigi. Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere, che cresce e istruisce i suoi figli ai valori eterni dei Lumi: libertà, uguaglianza, fraternità.

Ma c’è una cosa che non avevo previsto, prima della strage delle Ramblas: c’è inquietudine, in questa vigilia del tuo primo Erasmus. Vai sei mesi a studiare a Science Politique. E dentro di noi ci sentiamo come se invece tu stessi partendo per un fronte militare, esposto alla minaccia di un “nemico” invisibile e irriducibile.

Le parole d’ordine che ripetiamo in queste ore sono sempre le stesse. Le nostre democrazie sono più forti. Stiamo distruggendo i tagliagole del Califfo Nero negli avamposti dove la guerra si combatte sul serio, da Mosul ad Aleppo. E le cellule impazzite dell’Isis, così come i terroristi in franchising arruolati su Internet o i disperati kamikaze fai-da-te, non cambieranno il nostro stile di vita. Continueremo a viaggiare e a studiare, a uscire la sera e ad ascoltare concerti, a mangiare nei ristoranti e a bere nei bar, a visitare musei e a fare shopping. Perché noi siamo tutto questo, perché questa è la straordinaria “normalità occidentale” che abbiamo conquistato e che abbiamo insegnato a voi, i nostri ragazzi.

Ti ho sempre detto: qualunque cosa accada, continua a essere cittadina del mondo, nessun criminale fondamentalista, abusando del nome di Allah, potrà farti cambiare idea. Possiamo gridarlo in piazza, nelle 35 lingue parlate da tutte le vittime della mattanza di Barcellona: non ho paura, no fear, no tiengo miedo, no tinc por. Ma dentro di noi, purtroppo, sappiamo che non è così. Io ho paura, mentre osservo già pronto all’ingresso di casa il bagaglio che ti accompagnerà nella Villa Lumière.

Pensando ai tanti padri che soffrono la mia stessa ansia, mi chiedo: posso fermarti, mentre ti accingi a prendere in mano il tuo destino e a condividerlo con quelli della tua generazione, abituata molto più della mia a mettersi in gioco valicando confini e buttando giù muri? Mi sfiora la tentazione di dirti «resta qui, è più sicuro». Dall’Apocalisse dell’11 settembre 2001, sotto i colpi degli assassini di Daesh sono “cadute” New York e Londra, Bruxelles e Parigi, Berlino e Manchester, Madrid e Barcellona, Stoccolma e Turku. L’Italia è stata risparmiata. Il perché resta un virtuoso mistero. Si dice: la nostra intelligence è la migliore, la mafia e la camorra controllano il territorio. In realtà io ho sempre pensato che questo Paese è una perfetta “base logistica” per trafficare in uomini e armi utili a organizzare attentati altrove. Gli strateghi del terrore non hanno interesse ad “esporsi” qui. E dunque dovrei dirti: sì, resta a Roma perché è meno rischiosa di Parigi.

Poi ragiono, e mi rendo conto che anche questa certezza non c’è più. Non tanto per le minacce islamiste sulla chat di Telegram («ora tocca all’Italia»). Non solo perché anche nelle nostre città tutto sta cambiando (la polizia di Roma già invita a «evitare gli assembramenti della movida»). Il “nuovo” terrorismo dei lupi solitari, ai quali basta un’automobile per fare una strage, sfugge a ogni previsione e quindi a ogni prevenzione. Non c’è Grande Vecchio che possa dirigerli, da una grotta di Raqqa o una madrassa di Riyad.

Quindi il mio “consiglio” non serve. Fermarti è una sciocchezza. Ma se parti, da cosa dovrai guardarti, nella metropoli dell’assimilazionismo e delle banlieue? Dovrei dirti «guardati dai ragazzi come te», perché questa è la tragica novità rivelata dal sangue versato sulle Ramblas. Stavolta gli attentatori non sono consumati professionisti della jihad e dell’odio anti-occidentale, già inutilmente noti alle “intelligence”, né vittime inferocite della ghettizzazione razziale e dell’esclusione sociale. Hanno le facce giovani e sorridenti della Generazione Jihad, uguale e contraria alla nostra Generazione Erasmus.
I “ragazzi di Ripoll” che hanno annientato quindici vite sul marciapiede più multietnico di Spagna studiavano in buone scuole e con ottimi voti, come i nostri. Giocavano nelle squadre di calcetto del loro paese, come i nostri. Tifavano il Marsiglia, come i nostri tifano la Juventus. Si guadagnavano qualche soldo come babysitter o baristi, come i nostri. È la loro “normalità”, e stavolta è sorprendentemente simile alla nostra. E allora, come possiamo disarmare questi “bravi ragazzi” del ceto medio, che non incubano la loro rabbia nelle periferie degradate? Come li riconoscerai, figlia mia, tra le migliaia di ragazzi che come te frequenteranno i corsi a Rue de l’Université, a due passi dalla Sorbonne? Un altro “consiglio” inutile, che tengo per me.

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AMICI? E’ PIU’ FACILE. LE RELAZIONI FLUIDE.

Uomini e donne possono essere amici? Ora è più facile: le reazioni sono diventate «fluide»
La quotidianità ha avvicinato uomini e donne: si vive e si lavora di più insieme. Da «Harry ti presento Sally» è cambiato tutto: è caduta (per sempre) la barriera del sesso

di Gaia Piccardi e Massimo Rebotti Corriere della Sera http://www.corriere.it/cronache/uomini-cambiamento/
«Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo, perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente: vuole sempre portarsela a letto». È il 1989. In Italia s’insedia il sesto governo Andreotti, a Berlino cade il Muro e tra Chicago e New York, nell’arco di un lungo viaggio in auto, Harry illustra a Sally la sua teoria sull’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. Quasi trent’anni dopo, «Harry ti presento Sally» è ancora la pietra angolare per decifrare il groviglio di emozioni che nasce da un incontro? Da allora — insieme al mondo — sono cambiate molte cose: oggi più che mai maschi e femmine socializzano, lavorano insieme, condividono interessi e a volte il materasso senza necessariamente essere in coppia, in uno scenario di relazioni fluidificate dalla rivoluzione dei costumi e delle convenzioni sociali.

«Ai miei tempi c’era il sesso oppure no — ricorda la scrittrice e psicoterapeuta Gianna Schelotto —. Non esistevano vie di mezzo. Chi s’immaginava che sarebbe nata la categoria dei trombamici?». Prego dottoressa…? «Quando il sesso non è più barriera né impedimento, l’amicizia tra uomo e donna diventa possibile. Ho pazienti che usano il sesso come mutuo soccorso. In tempi di rimescolamento di ruoli e generi, con una soglia del pudore più bassa, le divisioni rigide — amore o amicizia — non hanno più ragione di esistere». È la fascia degli adolescenti il grande laboratorio degli esperimenti intersessuali. Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e grande conoscitore dei giovani, spiega: «Le pari opportunità puntavano proprio a questo: smussare la rigidità degli stereotipi. Oggi all’Erasmus i ragazzi dormono nello stesso letto senza obbligo di relazione intima». E se il sesso c’è, è ginnastica priva di implicazioni emotive: «Ha perso l’alone di tabù e proibito. Le femmine si sono virilizzate, i maschi femminilizzati. In questo contesto è più facile che si formino coppie di amici misti». Se maschi e femmine ormai hanno imparato a stare insieme, se diminuisce il potenziale erotico e si scopre che si può avere un rapporto nuovo, chissà quale campo minato sono diventate le relazioni tra adulti.

Esploratore dell’animo femminile, ancora pieno della lunga storia con la sublime Mariangela Melato, Renzo Arbore è il nostro Caronte nelle acque agitate di un tema mai risolto. Arbore non ha dubbi: «L’amicizia tra uomo e donna non solo è possibile, ma io l’ho sperimentata tante volte. Ho avuto amiche vere senza altre implicazioni, rapporti paritari con femmine intelligenti e colleghe bravissime». Alla fine degli Anni Settanta, in tv, conduce «L’altra domenica». Al suo fianco Milly Carlucci, Isabella Rossellini, Stella Pende, Irene Bignardi. «Le chiamavano le donne parlanti perché in quegli anni le donne facevano solo le vallette. Di ciascuna di esse sono rimasto profondamente amico». E poi c’è Mariangela. L’amore, on/off, di una vita. «Con lei il rapporto era speciale. Quando in un primo tempo è finito l’amore, che poi non era finito, siamo stati molto amici. C’era tra noi una profondissima stima. Non ho mai smesso di ragionare con lei, di chiamarla, di farle dei regali, di farmi consigliare. Le indicavo persino con chi, secondo me, dovesse fidanzarsi. Poi abbiamo riscoperto che eravamo fatti l’uno per l’altra ed è tornato ad essere amore. Che però è anche amicizia, stima e sentimento».

Un sentiero che, nello sport, hanno percorso anche la campionessa degli Open Usa 2015 Flavia Pennetta e Fabio Fognini, collega tennista. Amici sin da ragazzi, si sono piaciuti a rispettosa distanza per anni prima di ritrovarsi d’incanto liberi da fidanzamenti. È a quel punto che l’attrazione non ha più avuto ostacoli. Racconta Flavia, neomamma di Federico: «Ci siamo messi insieme con alle spalle vent’anni di consolidata amicizia. Quando ci siamo scambiati il primo bacio, sapevamo già tutto l’uno dell’altra». Una relazione, infatti, può iniziare fraternamente, diventare sessuale e poi ritornare fraterna: «Sono solo le convenzioni a dirci che tutto ciò non va bene» interviene Rosa Maria Vijogini, terapeuta al centro milanese Cuore di Smeraldo: «Tra un uomo e una donna c’è sempre un’attrazione. Può essere fisica o intellettuale. In ogni caso alla base di una relazione c’è un bisogno profondo: quello di un’unione che ci completi. Sull’altro, in pratica, proiettiamo ciò che pensiamo ci manchi». A questo proposito il filosofo Massimo Cacciari raccontò al Corriere della Sera di una grande sintonia con una donna che non sfociò mai in una relazione sentimentale, spiegando così l’occasione mancata: «L’affinità era tale che era come se ti specchiassi nell’altro; e se vedi te stesso nell’altro ti ritiri, non vai dentro alla fonte come Narciso: non puoi fare, in pratica, l’amore con te stesso!».

A dimostrazione del fatto che la materia è incandescente, sul tema si sono esibiti poeti (Borges: «L’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente»), scrittori (Wilde: «Fra uomo e donna non può esservi amicizia: passione, ostilità, adorazione, amore, ma mai amicizia»), cantanti (Venditti: «Amici mai, per chi si cerca come noi, non è possibile»). Attraverso la loro amicizia speciale, poi, Sophia Loren e Marcello Mastroianni hanno creato quell’alchimia che dalla vita si è trasferita sul grande schermo («Fu sintonia immediata, senza mai un’incrinatura: un gigantesco amore cinematografico» scrive Sophia nella biografia) e Monica e Chandler l’esilarante complicità che ha reso immortale la serie televisiva «Friends». Tra le infinite variabili di una relazione uomo-donna c’è anche quella di genere: «Per sua fisiologia — dice la psicoterapeuta di coppia Roberta De Bellis — il maschio ha un tipo di impulso sessuale che lo rende più incline a cadere in tentazione, mentre nella donna prevale la componente emotiva: il mondo si evolve, insomma, ma le dinamiche interpersonali rimangono ferme al discorso che Harry fa a Sally nel film».

Marco Columbro a Lorella Cuccarini la tesi di Harry non l’ha mai esposta però — forse — un pensiero ce l’ha fatto: «Io stavo a Milano, Lorella a Roma e tutti ci dicevano: dai ditelo, siete fidanzati, siete una coppia». Il conduttore ricorda bene la percezione del pubblico negli anni del loro sodalizio: «Io e lei avevamo un’alchimia rarissima, quando capita è un dono. Artistico e umano. C’era un rispetto profondo e un affetto amicale. Ma non c’è mai stato niente». Con qualche rimpianto: «Bella donna, simpatica, intelligente. Però era fidanzata con l’amore della sua vita, continuava a ripetere. Due palle… Qualsiasi voglia te la faceva passare». Giusto o sbagliato che sia il discorso di Harry, l’amicizia rimane un’esigenza: «Ci si specchia nell’altro per capire che tipo di uomo o donna vogliamo diventare» chiosa Pietropolli Charmet. «È come una danza o una lotta — spiega Vijogini —. Dentro a una relazione di amicizia c’è sempre una possibilità evolutiva». E alla fine di quel famoso film, per non sbagliare, Harry si fidanza con Sally.

NEL BOSCO DI ROBINIE, l’ hospice pediatrico di Piano a Bologna

Le robinie ci sono già, e sono la prima cosa che ho visto andando sul luogo. Per il momento sono solo sul bordo del rivo, poi, cammin facendo, sono diventate un vero e proprio bosco ceduo, con l’aggiunta di aceri, carpini ed altre essenze.

Tutti alberi che perdono le foglie. Non è una foresta oscura ma un bosco pieno di luce, ombroso d’estate. Poi ha preso forma l’idea di una casa sollevata da terra tra i rami degli alberi del bosco.

Tutti i bambini sognano di vivere in una casa sull’albero. L’edificio è sospeso così come è sospesa la drammatica condizione umana di questi bambini. Gli alberi sono essi stessi metafora di guarigione, anche di una guarigione che non potrà esserci.

È un progetto difficile, molto difficile per un architetto. Perché normalmente ci si salva mettendosi nei panni di chi vivrà l’edificio che si progetta. Facile quando si fa una scuola perché siamo tutti andati a scuola, facile quando si fa una biblioteca perché ci siamo stati tutti. Difficile è entrare nella sofferenza.

E qui, naturalmente, è la scienza medica, quella vera, quella faticosamente conquistata attraverso secoli illuminati dalla luce dell’intelligenza a venirci in soccorso. La scienza che protegge dal dolore e lascia intatta la capacità di apprendimento, di curiosità, di crescita, che sono l’essenza stessa dell’infanzia.

Ma la scienza medica non basta. Perché grande è la sofferenza, e sconvolgente l’essere quei genitori. Per questo, in questa casa tra gli alberi, ci sono 14 stanze per i pazienti ma anche 8 alloggi per i genitori. Alla scienza medica si aggiunge quella umana. Quella della bellezza. Della bellezza profonda, naturalmente, non quella di superficie, della bellezza che appartiene alla nostra cultura umanistica. Quella della natura, della luce, dei colori, dei materiali, degli spazi, quella della musica, la bellezza della solidarietà, dell’affetto e della convivialità.

Questo progetto vive sospeso in mezzo a queste due dimensioni: la scienza medica con le sue terapie e la scienza umana con la cura dell’istante che sfugge. Che è poi l’essenza dell’umanesimo.

Renzo Piano DOMENICA-SOLE 24 ORE, Luglio 2017

Q come Quindicenni

Quindici anni, un’età  se non problematica, complessa, spesso resa più difficile dall’atteggiamento educativo e relazionale degli adulti che non riescono a comprenderne le dinamiche.

Ansiosi e iperconnessi …un po’ mammoni . L’ultimo studio dell’Ocse ha tracciato questo l’identikit dei quindicenni italiani. Rispetto ai coetanei degli altri Paesi, sono meno soddisfatti della propria vita quotidiana e soffrono di più lo stress. Con i compagni di classe fanno amicizia facilmente, ma la maggioranza soffre di ansia scolastica per compiti in classe e voti Tra i passatempo ovviamente spicca il web. Circa uno su quattro naviga oltre 6 ore al giorno, in un normale giorno della settimana, ed è pertanto ritenuto “consumatore estremo di internet” e quasi la metà dichiara di “sentirsi proprio male se non c’è una connessione a internet”.

I genitori risultano molto presenti nella vita dei figli. Gli studenti italiani componenti del campione intervistato, dichiarano nella stragrande maggioranza  di ricevere un grado elevato di sostegno da parte della famiglia: per il  96%  mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche , anche se nelle difficoltà questo supporto familiare vacilla un po’.

Tutta l’adolescenza è un’età disturbata da grandi cambiamenti – e anche disturbante, spesso, il clima e le relazioni familiari  –  durante la quale vengono fatti gli sforzi psicologici più azzardati per affrontare le tante novità in corso, riguardanti corpo, pensieri, passioni, istinti. Una rivoluzione interiore espressa anche dall’instabilità e incoerenza, dal vacillare e ciondolare tra posizioni estreme. Del resto ci vuole tempo prima che si strutturi una personalità adulta. Sensazioni, sentimenti e stati d’animo ingarbugliati che, forse, i genitori tendono a enfatizzare o banalizzare, dimenticando come si sentivano loro, all’età dei figli. Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia.

Ecco un decalogo di cose che possono apparire strane a un adulto ma che in realtà rassicurano del fatto che il proprio figlio 15enne è “del tutto normale” (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli) :

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell’olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall’agonia all’estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale.

F come FUGA

Capita spesso che i ragazzi decidano di allontanarsi volontariamente dalla propria casa, a volte per poche ore o altre volte per qualche giorno, a volte si cerca un posto sicuro, magari un amico di estrema fiducia o comunque un posto significativo per loro, studiato e di protezione.

Generalmente si tratta di allontanamenti provocatori messi in atto per spaventare il genitore, o di allontanamenti difensivi legati alle problematiche di gestione di una situazione  stressante, esempio classico esiti negativi e problemi scolastici.  Molti figli hanno paura di affrontare i genitori , di essere puniti e la fuga spesso  è il frutto di una serie di scontri precedenti . Quando gli adolescenti non sono capaci di dialogo puo succedere di pensare che andare via da casa sia la soluzione migliore. Ci sono anche casi in cui annunciano la fuga sui social network e cercano di attirare una maggiore attenzione…

Cosa succede quando un figlio scappa di casa (Donna Moderna)

Famiglie tranquille, andamento scolastico nella norma e con gli amici tutto ok. Perché allora Roberto, Anto, Ivan e Lorenzo decidono di scappare di casa, senza dire nulla neanche ai compagni di classe? E perché l’unico che torna si chiude in un mutismo inattaccabile? I protagonisti del libro di Giorgio Scianna, La regola dei pesci (Einaudi), pongono interrogativi che varcano i confini del romanzo e approdano nelle nostre vite, quando guardiamo i figli adolescenti e arrabbiati e ci chiediamo cosa stia passando loro per la testa.

L’illusione del controllo

«Rispetto ai bambini rapiti o ai malati di Alzheimer che non ricordano più il loro nome, quelli degli adolescenti in fuga sono in genere casi che si risolvono in pochi giorni» spiega Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto?,programma di Rai 3. «Di solito, finiti i soldi, tornano da soli. Ma anche poche ore di vuoto per i genitori diventano un incubo, acuito dal fatto che oggi, con i cellulari, siamo abituati a un controllo costante sui nostri figli». Le ragioni di chi scappa sono spesso associate a un problema con mamma e papà: i brutti voti a scuola, un amore ostacolato o il permesso negato di andare a un concerto.

«I genitori si chiedono disperati dove hanno sbagliato, ma colpevolizzarsi non serve: nei casi che trattiamo non c’è differenza di ceto sociale né di impegno e cura nei confronti dei figli. Spesso è solo la follia del momento, un passaggio della vita, un assaggio di libertà». Può capitare, però, che dietro un gesto tanto forte si nasconda un malessere così intimo da non essere comunicato neppure agli amici. Intercettarlo non è facile, perché i possibili segnali, come il mutismo o gli scontri familiari, sono tratti tipici di ogni adolescenza.

La distanza tra adulti e giovani

«I genitori davvero “connessi” con i loro figli captano i prodromi di una fuga. Ma essere in sintonia non è facile» spiega Stefano Rossi, psicoterapeuta di Area G, un centro specializzato nel disagio adolescenziale che lavora nelle scuole. «Incontro ogni giorno ragazzi che mi parlano di genitori solo apparentemente presenti. E i problemi che oggi si trovano ad affrontare le famiglie, come l’instabilità lavorativa ed economica, acuiscono la distanza. Così la fuga diventa un modo per richiamare l’attenzione».

Ci sono casi poi in cui scappare è una reazione vitale, un modo per dimostrare a se stessi e agli altri di sapersela cavare.

«Succede perché spesso, anche senza accorgersene, i genitori di oggi, che sono figli del benessere e della fiducia nel futuro, inviano ai loro figli messaggi negativi: “Qui con noi sei al sicuro, fuori il mondo è diventato brutto, ci sono il terrorismo, l’inquinamento, la disoccupazione giovanile”. Un messaggio che va contro la necessità fisiologica degli adolescenti di imparare a diventare autonomi, protagonisti della loro vita».

Il doppio ruolo dei social media

Oggi il mondo è Internet, il mega spazio dove conoscere persone di tutto il mondo. «I social forniscono occasioni relazionali che abbattono le barriere di spazio e tempo, che vanno oltre l’entourage di casa, scuola e palestra» spiega Rosalba Ceravolo, coordinatrice e supervisore di 116000, il Numero unico europeo minori scomparsi, un servizio che in Italia è affidato a Telefono azzurro. «Sono tanti i casi di giovani che scappano per andare a trovare amici conosciuti online.

Oltre che un rischio, in questo caso i social rappresentano un aiuto per la ricerca: i like a situazioni e luoghi o una frase allusiva pubblicata qualche giorno prima forniscono indizi, così come i profili di amici stranieri.

Noi allertiamo i nostri omologhi negli altri Paesi che si mettono subito alla ricerca coinvolgendo le forze dell’ordine e risolvendo il caso in genere in 48, massimo 72 ore. Nel frattempo forniamo supporto psicologico alla famiglia in modo che possa gestire il dramma e darci indicazioni utili su quello che il ragazzo ha fatto o detto nei giorni precedenti». Sui social, però, possono circolare pericoli maggiori di una cotta virtuale per l’amichetto lontano. Dopo la conversione all’Islam del 14enne napoletano che adesso si fa chiamare Karim Abdul, i servizi segreti italiani hanno individuato nel nostro Paese cellule che sul web adescano reclute per l’Is. Il loro terreno di caccia sono i social network e le prede ragazzini con l’animo in fermento e le certezze labili.

«La sfiducia nel futuro e la mancanza di prospettive che continuiamo a trasmettere provocano negli adolescenti un grande vuoto che rischia di essere riempito da qualsiasi cosa. Per esempio da ideologie forti che criticano l’Occidente e il capitalismo, dai black bloc all’Is» dice Giorgio Scianna, che per il suo romanzo si è ispirato proprio a questo tema. «Gli “uomini in nero” esercitano fascino perché, paradossalmente, forniscono agli adepti un ruolo, una sicurezza, l’orgoglio di impegnarsi per qualcosa, un significato e un senso di appartenenza che oggi, nella società dell’incertezza, i ragazzi spesso non trovano».

Adolescenti e dipendenza da Internet

Le dipendenze da Internet saranno le malattie più diffuse a livello mondiale del prossimo decennio secondo il report del XVIII Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica tenutosi a Firenze in aprile.

Gli adolescenti italiani sono sempre più dipendenti dalla rete (stima  del 5%). L’accesso ad internet 24 ore su 24 attraverso gli smartphone ha aggravato il problema dello sviluppo di una dipendenza da internet. Uno studio della rivista Neuropsychiatry parla di dipendenza se si superano le 6 ore giornaliere di connessione  e conferma una maggiore predisposizione per i maschi.

Sul tema riportiamo un interessante articolo apparso su Data Manager Online che riporta l’analisi e le riflessioni della Società italiani dei Pediatri.

“Dipendenza da Internet, cresce il disagio emotivo tra gli adolescenti” La condizione attuale dei giovani è oggetto di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, presentata in occasione del Congresso Nazionale a Napoli, un lavoro che ha messo in luce soprattutto il disagio emotivo diffuso tra i giovanissimi, oltre ad a un distacco sempre maggiore dalle figure adulte di riferimento.Il Presidente della SIP Alberto Villani commenta così: ”I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Come Pediatri stiamo infatti osservando un’insorgenza sempre più precoce di alcuni problemi tipici dell’adolescenza. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori – spiega Villani in una nota pubblicata sul sito ufficiale della SIP – affrontando temi che si ritenevano propri dell’età adolescenziale, ma che si manifestano prima. E’ necessario elaborare strategie comunicative adatte ai bambini più piccoli e preparare i genitori ben prima dell’età adolescenziale”.

La ricerca si è avvalsa di un questionario informatizzato, che ha comportato in due mesi la risposta di più di 10 mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni, da tutte le regioni.Le domande spaziavano dall’alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Osservando i risultati della ricerca è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della condizione attuale degli adolescenti in Italia, che sono sempre più iperconnessi tanto che uno su quattro è sempre online; circa l’80% del campione ha sperimentato, a varie intensità, un disagio emotivo e l’84,2% non si è rivolto ad uno specialista. Gli amici rimangono il riferimento principale mentre il 46% si rivolge ai genitori in caso di problemi. I dati più preoccupanti riguardano l’autolesionismo, che interessa il 15% del campione.

A far riflettere è anche l’età media del primo smartphone, già tra 10 e 12 anni, mentre l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. Il 53% del campione si dedica ad attività multimediali per periodi prolungati. Un preadolescente su 2 dichiara di navigare su Internet durante la notte all’insaputa dei genitori, mentre uno su 3 è stato adescato da un adulto attraverso profili fake. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di Internet potrebbe essere dannoso per la salute degli adolescenti: almeno 25 ore a settimana aumentano il rischio di pressione alta.

Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile presso IRCCS Stella Maris di Pisa conclude così: ”Il dato dell’elevato numero di risposte al questionario proposto, più di 10.000 in meno di due mesi, ci obbliga a riflettere sul bisogno espresso e a cercare di passare ad una fase di costruzione di risposte efficaci, per non deludere la fiducia che gli adolescenti hanno rinnovato, anche in questa occasione, verso adulti e istituzioni”.

 

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