Si abbassa l’età e aumentano le femmine: il nuovo bullismo

di JESSICA CHIA, La Lettura – Corriere della Sera. Copyright immagine Adobe Stock

Quando ha aperto, dieci anni fa, nel 2008, è stato il primo Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale dedicato alle vittime di bullismo, all’interno del reparto di Pediatria dell’Azienda ospedaliera Fatebenefratelli, oggi «Casa Pediatrica» dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. All’epoca, il centro diretto dal pediatra Luca Bernardo, è frequentato da poco più di un centinaio di giovani pazienti, soprattutto maschi adolescenti. Per la prima volta in Italia si cerca di dare una risposta a un fenomeno non nuovo, ma dal profilo allarmante perché in crescita. E, per la prima volta, si prova a intervenire su vittima e su bullo, entrambi accomunati dallo stesso disagio: fragilità emotiva e debolezza.

«Il bullo c’è sempre stato — spiega a “la Lettura” Luca Bernardo — ma negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato nei ragazzi maggiore rabbia, aggressività, mancanza di empatia. Prima il bullo aveva dai 14 ai 16 anni; oggi è un bambino tra i 7 e gli 8 anni». Il fenomeno si affaccia dunque su un nuovo contesto sociale, in cui dilaga un malessere diffuso dovuto alla crisi dei ruoli e alla caduta dei modelli di riferimento, oltre al rifiuto delle autorità e delle istituzioni. E poi ci sono il web e le tecnologie che là dove non sono utilizzate correttamente hanno amplificato il problema.

Oggi il centro, che dopo due protocolli d’intesa con il Miur diventa il primo Centro di Coordinamento nazionale cyberbullismo (Conacy), ha cambiato volto: i pazienti superano il migliaio e si è pericolosamente abbassata la fascia d’età di vittime e di bulli (l’età prescolare nel 2008 non era quasi contemplata). Il fenomeno dei baby bulli è piuttosto recente. «Al centro stiamo iniziando a ricevere bimbi di 4-5 anni che non sanno di essere bulli ma stanno utilizzando gli stessi metodi che produrranno bullismo e successivamente cyberbullismo», afferma Bernardo. Da un convegno sul bullismo tenuto a Milano nel novembre 2017 ( Hot Topics in Pediatria e Neonatologia) è emerso un altro dato inquietante: nella scuola dell’infanzia, è vittima di bullismo un bimbo su due e l’età non supera i 5 anni. Luca Bernardo e Francesca Maisano in L’età dei bulli (Sperling & Kupfer) spiegano così il fenomeno: tra i 3 e i 5 anni il bambino è già in grado di fronteggiare diverse situazioni relazionali. Ma se nei primi anni di vita non è stato sostenuto dai genitori nel processo di regolazione delle emozioni, può sviluppare un bullismo precoce: non prova empatia, non sa chiedere aiuto e un’emotività incontrollata può sfociare in dinamiche offensive.

C’è poi un altro aspetto su cui riflettere: il bullo si sta trasformando in una bulla (il 55% delle femmine rispetto al 45% dei maschi; mentre dieci anni fa le ragazze erano solo il 25%, come indicato nel grafico accanto).

«L’aumento di bulle è legato soprattutto all’aspetto virtuale delle violenze — spiega Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente al Conacy della prevenzione e del contrasto sul bullismo e cyberbullismo e di tutti i fenomeni illegali in rete sul disagio adolescenziale — perché sul web le offese sono verbali, e questo tipo di attacco è tipico delle ragazze». Mentre le aggressioni del bullo sono soprattutto dirette, sia fisiche che verbali, la bulla «tende ad agire con modalità più subdole». Ma anche la violenza fisica è aumentata tra le ragazze, perché legata a modelli violenti (come situazioni familiari che tendono a imitare)». Oggi una ragazza su tre è presa di mira da una coetanea, che subisce una violenza psicologica molto più devastante di quella fisica. «Il cyberbullismo passa attraverso lo smartphone — aggiunge Maisano — che agisce su visioni e immagini. Anche le vittime sono in prevalenza femmine: siamo in una società narcisista dove conta l’aspetto esteriore e i corpi delle ragazze sono messi più alla berlina (basti pensare al fenomeno del sexting, la condivisione di contenuti a sfondo sessuale)».

Tra i tipi di violenza, è sicuramente il cyberbullismo a essere in crescita: «Il bullo ha capito che la piazza del paese, la palestra o la classe, è una piazza molto modesta — prosegue Bernardo — e la persecuzione in rete ora avviene 24 ore su 24. Ma chi dà a questi ragazzi la patente per navigare?». Questo è il bullismo, non ci sono vincitori: perde la vittima, il bullo, perdono i genitori e la scuola. Per questo la prevenzione è fondamentale, «ma non solo» — conclude Bernardo — «ci sono delle responsabilità che nessuno vuole prendere. Sono due anni che abbiamo intrapreso una battaglia per ottenere una corresponsabilità da parte di chi gestisce i social. Qualcosa deve cambiare».

Adulti che gridano… e l’educazione scompare

Genitori che appoggiano in tutto e per tutto i figli , dicono sempre di sì e mai più no, fanno tutto ciò che i figli vogliono, e soprattutto li difendono anche quando sono indifendibili , arrivando in taluni casi all’aggressione anche fisica di insegnati .  Le aggressioni spesso restano insulti o molestie senza conseguenze penali ma  sono motivo di sempre maggiore tensione, come sostengono tutti coloro che hanno a che fare con il mondo della scuola.

“La famiglia è proprio un disastro”, dice lo psichiatra Paolo Crepet : i genitori non educano più, ma svolgono soltanto la funzione di sindacalisti dei figli con un atto di accusa contro la famiglia, ormai incapace di far rispettare le regole. Il nodo centrale è l’incapacità di educare e la conseguente difficoltà di gestire situazioni di conflitto con i figli e di ammettere anche   le proprie responsabilità come genitori .

Lo scrittore Antonio Scurati su La Stampa.it  ha di recente bene analizzato questo fenomeno comunitario parlando di “eclissi del maestro”, di sconfitta dell’educazione dal momento che quello che spesso succede  a partire dagli adulti è la rinuncia al dialogo e l’innalzamento dei toni fino all’aggressione verbale e non solo, comportamenti che ovviamente hanno conseguenze diseducative sui figli

“Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti. I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro.

Si tratta, per l’appunto, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, una trasformazione profonda che dischiude un inaudito avvenire davanti a sé. Ciò che sta accadendo, infatti, non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo – e da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota.  E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere e apprendere, preluda a una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.

Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante. La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana. E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi. Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento. E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadership politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino.

Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli”.

L’educazione scompare dall’orizzonte – La Stampa.it

Capire e gestire le emozioni nell’incontro con gli adolescenti

Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione. Questo il tema del secondo appuntamento del ciclo di quattro incontri di formazione dal titolo “Fragile come la bellezza”  che coinvolge genitori e insegnanti di alcune classi degli istituti secondati superiori  Peano e Castelnuovo di Firenze in un progetto educativo  finalizzato alla prevenzione della dispersione scolastica.

Dopo l’esplorazione del concetto di adolescenza e degli aspetti tipici e atipici del percorso di sviluppo adolescenziale svolto nel primo incontro, i formatori esperti coinvolti in questa azione del Progetto “Partire Uguali” di Oxfam Firenze (con Comune di Firenze e UslCentro e il supporto di Fondazione CR Firenze)  hanno concentrato  l’attenzione sul tema delle emozioni.

La gestione delle emozioni è una delle  life skills, cioè le abilità per la vita che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua come “competenze sociali e relazionali che permettono ai ragazzi di affrontare in modo efficace le varie situazioni; di rapportarsi con autostima a se stessi, con fiducia agli altri e alla più ampia comunità (dalla famiglia, alla scuola, al gruppo degli amici e conoscenti, alla società di appartenenza, etc). La mancanza di tali abilità socio-emotive può causare in particolare nei ragazzi e nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta a stress”.

Le abilità per la vita sono raggruppabili in tre macro aree: l’area cognitiva, quella su cui si lavora a scuola, che  comprende l’abilità di risolvere problemi, di prendere decisioni, il pensiero critico e la creatività;  l’area sociale, cioè quella che ha che fare con i rapporti con gli altri e che comprende: l’empatia, la comunicazione efficace e le relazioni efficaci; infine l’area emotiva, che comprende l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni e la gestione dello stress.

Cosa sono le emozioni ?  perché è così importante parlare di emozioni e saperle gestire? Quale spazio viene dato alle emozioni nella relazione genitoriale ed educativa?

Sono questi gli interrogativi che insegnanti e docenti hanno affrontato nei gruppi di lavoro , concentrandosi sulle dinamiche che “bloccano” l’adulto nel rapporto con l’adolescente attraverso un lavoro di consapevolezza  incentrato sul funzionamento emotivo e cognitivo dell’adolescente e sul vissuto dell’adulto in relazione all’adolescente.

La metodologia del percorso formativo congiunto contribuisce a  rafforzare per il bene dei ragazzi , – ma anche delle scuole e delle famiglie –  l’alleanza tra genitori e insegnanti  mediante le due attività proposte negli incontri :  riflessione congiunta sugli stimoli proposti dai formatori per potenziare le proprie competenze di adulti nella  relazione con gli adolescenti e condivisione delle esperienze  per migliorare la reciproca comprensione dei vissuti.

Il prossimo appuntamento sarà dedicato a Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione.

Meno Facebook per sfuggire ai genitori. I social piu amati dagli adolescenti

Meglio trasmettere immagini che le parole quindi  tutti su Instagram, Snapchat, e la “bomba” ThisCrush. Scende Facebook.

in un articolo su Il Messaggero si legge “Troppi adulti sul social network. Gli adolescenti preferiscono le nuove app”.  Le ragioni sembrano essere social-familiari. La prima è che su Fb, o anche su Twitter, ci sono gli adulti. Tanti adulti e, dunque, tanti genitori che “spiano” e controllano quello che fanno i propri figli. La seconda è che, stando agli esperti, il messaggio preferito dai giovanissimi è far circolare la loro immagine piuttosto che il loro pensiero, perché a differenza dei “grandi” non hanno messaggi che vogliono veicolare.
Il panorama cambia, così come gli interessi delle nuove generazioni. Ed è il momento dei cosiddetti “Founders”, appena identificati ed etichettati da Mtv: 14-15 anni, più pragmatici e indipendenti dei Millenials. A Fb preferiscono WhatsApp per comunicare tra loro. Alle parole preferiscono le immagini: selfie, video. Da qui l’enorme successo di Instangram, così come di Snapchat, il servizio che consente di inviare agli utenti della propria rete messaggi di testo, foto e video visualizzabili solo per 24 ore. 0 anche di Hunt e We heart it, social commerce site in cui si comunica con tag e immagini

Snapchat ultimamente è arrivata a superare Fb anche nella fascia di età tra i 13 e i 24 anni, dove il sistema di messaggistica che scompare, raggiunge quotidianamente un pubblico maggiore in termini di pubblicità con più di 26 milioni di utenti, a fronte dei 25-26 di Facebook. E per gli analisti, questo sorpasso mostra la crescente pressione su Fb che a breve registrerà il suo primo calo tra tutti i gruppi di età.”

La vera novità che preoccupa gli esperti è però  la diffusione e  di ThisCrush, una piattaforma che permette di spedire messaggi del tutto anonimi, e che ha finito per il favorire episodi di cyberbullismo.

ThisCrush è infatti un social che permette di postare, anche in forma anonima, messaggi con contenuti prevalentemente di insulti, violenze e sfera sessuale in forma molto volgare.

Una volta creato l’account su ‘ThisCrush’ gli adolescenti inseriscono il link nella loro biografia di Instagram E così ha inizio una vera e propria ‘gogna’ mediatica, gli adolescenti ricevono centinaia e centinaia di insulti, quasi sempre in forma anonima. Utilizzando il social ThisCrush i ragazzi possono anche rispondere agli insulti pubblicando sulle loro storie di Instagram sia lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo ThisCrush e sia le loro repliche ai messaggi diffamatori.

Il controllo dei genitori per vedere se effettivamente il ragazzo divenga oggetto di bersaglio “facile” da parte del social è essenziale. Il consiglio è di vigilare, con il monito «per educare è necessario controllare, non è sufficiente comunicare»: al netto di qualche dubbio a livello personale sulla forma “adatta” di educazione è certo che con ThisCrush il pericolo dell’insulto e della presa di mira e quindi della vittimizzazione è assai presente.

La nuova missione per i genitori …. diventare detective su ThisCrush …..  ??

FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo per genitori e insegnanti. Firenze febbraio/marzo 2018

In Italia il fenomeno della dispersione scolastica interessa oggi più del 17% (OCSE 2015) dei giovani mentre in Europa la media è circa del 12%. Il tasso di dispersione non è uniforme nel paese; il tasso in Toscana è uno dei più alti in Italia (17%).

FRAGILE COME LA BELLEZZA

un percorso formativo per genitori e insegnanti in collaborazione con I.I.S.S. PEANO e Liceo CASTELNUOVO, promosso da OXFAM Italia in collaborazione con GENITORI IN CORSO – Comune di Firenze  e Azienda USL Toscana Centro.

Il Progetto coinvolge due scuole di Firenze, che pur nelle loro differenze, vivono situazioni simili in termini di rischio di dispersione. Sia il liceo Castelnuovo che l’Istituto Peano rilevano una richiesta di trasferimento da parte degli studenti verso un altro istituto. Tale indicatore, più evidente presso il liceo Castelnuovo, nella letteratura sul tema è notoriamente un preoccupante segnale. I ragazzi che cambiano scuola o indirizzo sono spesso a rischio di dispersione, sia in termini di possibile bocciatura che di abbandono.

Le richieste di trasferimento sono spesso giustificate per motivi familiari, disagio ed errata scelta del corso di studi, ma si ritiene fondamentale approfondire queste informazioni per acquisire consapevolezza e dare risposte concrete ed efficaci.

Le due scuole hanno sviluppato progetti ad hoc, come percorsi di formazione per insegnanti centrati sul fenomeno, ma attualmente entrambe le scuole e i partner ritengono che sia importante ripartire dalla voce degli studenti, attori chiave poco coinvolti nella riflessione, per acquisire consapevolezza e trovare soluzioni, massimizzando e diffondendo le loro raccomandazioni attraverso la produzione di una ricerca di un video in modalità story telling..

Da queste riflessioni nasce FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo pratico-esperienziale con genitori e insegnanti per rafforzare capacitàe life skills, prevenire la dispersione scolastica e comprendere i bisogni degli adolescenti.

GLI APPUNTAMENTI 

Martedì 13 febbraio, ore 17.30-20.30, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  L’adolescenza: caratteristiche, bisogni e obiettivi

Lunedì 19 febbraio, ore 18.00-20.00, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione

Martedì 27 febbraio, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione

Lunedì 5 marzo, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Insegnanti e genitori: una collaborazione necessaria

Gli incontri saranno condotti dalle Dott.sse Elena Pierozzi e Monica Rosselli, Promozione della Salute USL Toscana Centro e dallo psicologo Dott. Alessandro Garuglieri.

IL PERCORSO

Il percorso offre a genitori e insegnanti uno spazio di riflessione sul proprio ruolo di adulti che hanno in carico la crescita di un giovane adolescente. Sarà uno spazio condiviso e costruito insieme, per entrare in contatto con i bisogni profondi dei nostri ragazzi e poterli così accompagnare nella fragilità di questo momento di vita, cercando di capire quando quest’ultima è troppo pesante per le loro spalle.

Questa formazione ha l’obiettivo di rafforzare capacità e life skills di insegnanti e genitori per prevenire il fenomeno della dispersione scolastica, cogliere indicatori che possano preludere a situazioni a rischio per intervenire tempestivamente e adeguatamente in caso si manifestino segnali di allarme.

LA METODOLOGIA

Gli argomenti che verranno affrontati saranno coerentemente riproposti attraverso una modalità esperienziale: il contenuto illustrato e il processo di apprendimento diventano così coerenti e la loro efficacia è reale e potente. Il percorso utilizzerà il coinvolgimento in prima persona dei partecipanti, confrontando esperienze reali e concrete. Ogni partecipante sarà libero di condividere quello che desidera della propria esperienza all’interno di uno spazio accogliente e riservato.

Durante il percorso di 9 ore (il primo incontro sarà di 3 ore), verranno affrontati aspetti teorici e pratici e verranno offerti a noi che siamo gli adulti di riferimento, strumenti per saper riconoscere le fragilità e attivare le risorse dei nostri ragazzi.

INFO 

Costanza Mattesini – Oxfam Italia costanza.mattesini@oxfam.it/Prof.ssa Anna Pentimone – I.I.S.S. Peano annapentimone@hotmail.it/Prof. Stefano Guigli – Liceo Castelnuovo       stefano.guigli@hotmail.it

 Con il contributo di Fondazione CR Firenze

 

Baby gang : perché e come parlarne ai figli

Secondo lo  psicoanalista Massimo Recalcati commentando i fatti di cronaca di questi giorni, gli episodi di violenza in gruppo di pre-adolescenti ai danni di coetanei o anche adulti mostrano  che in primo piano nella vita di questi giovani esiste un vuoto di parole e di bagaglio educativo : “L’educazione è un processo che porta alla rinuncia alla violenza, perché in primo piano c’è la legge della parola “.

Anche  Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva,   ritiene che la violenza cieca di giorni non arriva per caso: è figlia di una “mala educación”.

Per questo , per prevenire la violenza educando i ragazzi alla forza della parola i genitori dovrebbero  parlare di questi episodi con i figli:  pensare che sia un fenomeno che  non riguarda da vicino è una superficialità di giudizio ma anche  un’occasione mancata per educare . Ecco i suoi consigli che riprendiamo da un’intervista al Corriere della Sera:

  1. Nessuno è escluso.«Colleghiamo i fatti di cronaca di questi giorni al tema del bullismo che spesso i ragazzi conoscono e affrontano a scuola su fatti e situazioni molto più lievi: facciamo loro capire che chi non ha la capacità di stare alle regole e ai paletti proposti dagli adulti, regole che esistono non per inibire ma per sostenere la crescita, rischia di fare davvero male agli altri».
  2. Body-building emotivo. «Non avere la percezione delle conseguenze delle proprie azioni è un aspetto tipico del cervello dei preadolescenti. Ce lo dicono le neuroscienze: agiscono sull’onda pulsionale, seguono ciò che li diverte, che è eccitante o che dà sensazioni forti mentre la parte del cervello deputata alla riflessione e a valutare le conseguenze delle azioni, una parte che si trova nei lobi frontali, è ipotonica, si sviluppa solo dopo i 14 anni. I ragazzi tendono a fare delle sciocchezze, a volte anche gravi, e quando sono messi dagli adulti davanti alle loro azioni alla domanda ‘Ma ti rendi conto di ciò che hai fatto?’ la risposta è un disarmanteNon ci avevo pensato’. Il ruolo di noi adulti è stimolarli nell’uso del lobo frontale con domande: spingerli a mettersi nei panni degli altri, delle vittime delle azioni violente, ma anche dei bulli. ‘Che cosa diranno a se stessi quei ragazzi che hanno fatto così male ad altri? Che cosa faranno ora che non avranno più libertà né autonomia, ora che un tribunale deciderà sul loro futuro?’ Sono domande che possiamo lanciare in famiglia, è una sorta di ‘body-building’ emotivo per allenare il cervello dei ragazzi, per allenarli a gestire situazioni complesse»
  3. Il buon esempio: sì alla potenza, non alla prepotenza. «Un antidoto alla violenza e al bullismo minorile è l’esempio dei genitori: noi adulti dobbiamo a testimoniare nella vita di tutti i giorni come si reagisce e come si comunica in modo potente, cioè efficace, ma non prepotente. I bulli spesso provengono da famiglie in cui la violenza è il codice per la gestione del potere: le mani alzate, la voce alta, gli scatti d’ira…Invece bisogna insegnare ai ragazzi che gli abusi quotidiani possono essere gestiti in modo maturo: può capitare in macchina, con un parcheggio soffiato all’ultimo, un sorpasso azzardato…Sappiamo reagire in modo misurato?
  4. A me gli occhi. «Lo sguardo è lo strumento educativo più importante: dobbiamo educare i ragazzi allo sguardo e al contatto con gli occhi. Se sbagliano deve bastare loro un nostro sguardo per capire in automatico: questo serve a sviluppare empatia, che la caratteristica di cui i bulli sono privi perché sottopongono un loro simile a un tipo di violenza, fisica o verbale, senza avere la percezione di ciò che l’altro sente. L’empatia va coltivata tanto più che oggi vince il modello del “chi se ne frega”. Proviamo a osservare i video su youtube che seguono i nostri ragazzi: sono infarciti di scherzi, a volte anche feroci, in cui si ride tantissimo, si banalizza l’umiliazione di chi li subisce. Per non parlare dei tanti ‘prepotenti di successo’, politici compresi…»
  5. Il gruppo fa la differenza. «In ogni azione violenta, in ogni atto di bullismo non c’è solo la vittima e il carnefice ma il gruppo: può essere gregario se rafforza le azioni dell’aggressore oppure spettatore, conferendo comunque al bullo il potere narcisistico che va cercando. Dobbiamo educare i ragazzi alla dimensione della corresponsabilità: spieghiamo loro che rimane passivi e silenziosi davanti a un fatto che riguarda un’altra persona ha delle precise conseguenze così come tutelare e proteggere chi viene maltrattato fa davvero la differenza, cambia davvero le cose. Possono diventare loro per primi agenti di cambiamento».

 

 

 

Le chat segrete dei ragazzi

di Silvia Morosi Corriere della Sera http://bit.ly/2DlLXNF
Nell’epoca del cellulare in classe (acceso) si moltiplicano le app per comunicazioni a prova di spia: sono anonime e si autodistruggono

Gli sms sono ormai un ricordo. E anche WhatsApp non è l’ultima frontiera di comunicazione degli adolescenti. Ora che il cellulare ha avuto il «via libera» a entrare in classe, seguendo le regole previste dal Decalogo per l’uso dello smartphone in classe del Ministero, tra i giovani ha già preso piede una nuova moda. Sicuri di non lasciare tracce, inviano messaggi, foto e video nelle cosiddette «chat segrete». Inventate per condividere dati sensibili, hanno trovato spazio su Facebook, Telegram e Snapchat, per citare le più note. Ma come funzionano? Basta impostare un timer per decidere in quanti giorni, ore o (addirittura) secondi quello che abbiamo scritto deve sparire. Alcuni sistemi sono legati a un’identità definita (vera o finta che sia, ndr ), altri permettono di chiacchierare senza svelare chi siamo. Non sapendo, però, nemmeno chi si nasconde dall’altra parte dello schermo.

«Le chat segrete sono connaturate al desiderio degli adolescenti, che ancora devono definire la propria identità, di scoprire i propri limiti e oltrepassare l’ambiente protetto in cui vivono», spiega Alessandro Rosina, docente di Statistica Sociale alla Cattolica di Milano. Il primo allarme era suonato con Snapchat, usato anche per inviare immagini private, intime e sessualmente esplicite, «concedendo» pochi secondi per visualizzarle. Non tutte le «chat segrete» sono usate, però, per il sexting. Tra i ragazzini è diventata popolare Kik Messenger — nata nel 2010 — dove, a differenza di Whatsapp, non serve un numero di telefono per accedere, ma basta una mail. E per crearne in Rete, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sarahah, invece, è stata una delle app anonime più virali del 2017: ideata da un 29enne saudita come «cassetta dei consigli», permette di ricevere messaggi senza sapere chi li ha scritti e di scriverne, senza dire che siamo stati noi. Il risultato? Presto è stata introdotta la possibilità di impedire di essere trovati nelle ricerche, dato che molti utenti sono stati travolti da insulti e volgarità. C’è, poi, Telegram, che usa un sistema di crittografia end-to-end. Il problema resta quello dell’ambiguità della Rete: «Sono i giovani a decidere cosa far conoscere e cosa resta avvolto dal mistero. Si nascondono dietro una maschera, cosa che in passato era possibile solo a Carnevale. Con la peculiarità che queste chat si fondano sull’autodistruzione». Gli adulti si interrogano ancora sull’uso o meno dei device, ma mancano strumenti formativi: «L’arrivo dei genitori sui social ha spinto i ragazzi a cercare nuovi spazi. In fondo, il desiderio di sperimentare senza controllo c’è sempre stato. Una volta uscivamo con gli amici, senza dire dove», ricorda Rosina. «Il non essere scoperti favorisce comportamenti legati a un uso distorto di strumenti nati per avvicinare, non per fare del male». Serve una risposta educativa e di conoscenza. «Non possiamo controllare i ragazzi in tutto, non ci siamo mai riusciti, figuriamoci in Rete. Bisogna spiegare i rischi a cui vanno incontro e stabilire dei codici. Il telefono in classe va presentato come strumento di ricerca. Il web è il loro mondo, non ha senso tenerlo fuori dalle aule».

Ragazze selvagge Identikit delle adolescenti

di Maria Teresa Veneziani Corriere della Sera corriere.it

Non sono una mamma. E non ho mai capito fino in fondo perché la mia amica Angelica abbia deciso di non rispondermi al telefono quando è con sua figlia 14enne che, tra l’altro, io adoro. «Per la pace famigliare – dice lei -. Altrimenti mia figlia poi protesta, dice che sto troppo al telefono…». Ho cominciato ad afferrare meglio il concetto quando, durante un viaggio di lavoro ad Hong Kong (partenza a mezzogiorno in punto), ho incontrato Brenda Bizzi, 47enne, ceo del salone milanese White. Dodici ore di volo completamente spiaggiata a dormire, senza mai sollevare la testa. Come fai?, le ho chiesto all’arrivo, prendi pastiglie? «Macché, ne approfitto per riposare. Tu non hai idea di che cosa voglia dire avere una figlia in piena esplosione ormonale». Mi racconta di Siria, 14 anni tra poco, che è un mito quando scrive (tanto che i professori si sono raccomandati di farle fare studi classici, anche se lei, per puro spirito da bastian contrario, si è iscritta allo Scientifico. Altra madre, altra teenager: Maria Pia mi dice di quella mattina in cui si è svegliata alle 5 e ha trovato un ragazzo seminudo nel letto della figlia. «Mandalo fuori prima che lo veda tuo padre», le ha intimato lei. La replica: «Quante storie, aveva bevuto, aveva bisogno di dormire…», le ha risposto Giulia con quella semplicità spiazzante che noi adulti invidiamo ai ragazzi . Ricordando Oscar Wilde, «Per riacquistare la giovinezza basta solo ripeterne le follie».

Piccole guerriere

Le ragazze selvagge nate nel nuovo millennio sono così, guerriere e romantiche, appassionate ma più realiste che languide e sognanti. «Non sai mai chi ti si presenterà in cucina la mattina. Un giorno è tutta sorrisi e piena di complimenti, il giorno dopo è muta, accigliata e pure un po’ sprezzante. La maggior parte delle volte vuole sedersi sulle ginocchia come una bambina, ma se per caso tenti di abbracciarla tu, si ritrae e ti chiede i soldi per uscire» , si sfogava Kevin Davies su The Telegraph, aggiungendo che «avere una figlia adolescente può diventare un inferno». Il rapporto idilliaco con la figlia si trasforma improvvisamente in una partita infinita. «I 13/14 anni corrispondono al menarca, sono l’età del trapasso, quella dei conflitti» — spiega la psicologa Silvia Vegetti Finzi — . Cominciano le battaglie fatte di urla e alterchi e il bersaglio prediletto è la madre, che soffre perché fino a ieri era felice di essere l’amica del cuore della sua figliola. Le mamme vogliono sempre essere amate dai figli, fanno fatica ad accettare che l’aggressività è necessaria per staccarsi dal genitore».

Mamme, imparate a dire: “Ho sbagliato, mi spiace”

Che fare? «Dovrebbero capire che non si è mai speculari alle figlie. Facciano le madri e si assumano le proprie responsabilità, anche a costo di essere detestate. Devono fare quello che credono giusto, ricordando che la figlia non si aprirà se non sentirà che può fidarsi, anche imparando a dire “mi dispiace, ho sbagliato”». Una figlia è più problematica di un figlio per una madre? «Sì, ma è anche un’opportunità – sottolinea l’esperta, che all’Età incerta ha dedicato il libro scritto con Anna Maria Battistin (Mondadori) -. Il maschio ti adora, la femmina invece ti giudica anche con ironia, ma le critiche della figlia ti servono per perfezionare le tue posizioni». In Storie della Buona Notteper bambine ribelli (Mondadori), Elena Favilli e Francesca Cavallo raccontano le favole di quelle pioniere che hanno cambiato il mondo e che mai hanno sognato il principe azzurro desiderando, semmai, andare su Marte o scoprire la metamorfosi delle farfalle, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo. «La vita delle adolescenti di oggi non è più facile — assicura comunque la psicologa —. Sono più libere e indipendenti, ma massima libertà vuole anche dire conflittualità interna ed esterna. Le ragazze non sanno neppure che cosa vogliono, sono subito consapevoli che è molto difficile avere prospettive e quindi fanno molta più fatica a manifestare delle scelte. La loro strada non è più fissata come un tempo quando la famiglia e la società ti indicava il modello: il fidanzamento, il matrimonio, i figli, il lavoro. Adesso il ventaglio di opportunità si è fatto più ampio, sanno che potrebbero dedicarsi alla ricerca scientifica o viaggiare; la fantasia è molto più sollecitata ma l’orizzonte è incerto».

Nella testa dei giovani

Il risultato è che sono contraddittorie e possono andare fuori controllo.«Tendono a manipolarti o a influenzarti per ottenere quello che vogliono e se non ci riescono con te, ci provano con l’altro genitore». Colpa della mente. Gli adolescenti sono biologicamente portati a pensare e a comportarsi in modo diverso dagli adulti, possono essere impulsivi, irrazionali e pericolosi perché in loro la corteccia frontale che controlla il ragionamento non è completamente sviluppata», scrive Alia Butler citando l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry («Come gestire una figlia adolescente fuori controllo») . La 13enne Siria la spiega così: «provare tante sensazioni tutte insieme, essere felice e triste e non capire neanche io, sono una persona abbastanza particolare e difficile ma è tutto bellissimo, stare con i miei genitori, fuori con g li amici e andare a scuola. L’assurdità è che è vivi tutto al massimo, le tristezze le felicità, perché hai ancora quell’animo da bambino che vuole giocare ma hai già un aspetto da adulta, insomma sei nell’età di mezzo». Mamma Brenda si scioglie: «Iper-possessive e insofferenti al tempo stesso, chiedono di essere indipendenti e poi di essere un po’ bambine. Io alla sua età avevo il fidanzatino. Siria non mi pare interessata, vede i suoi coetanei piccoli, le ragazzine sono più sveglie ed evolute. Io voglio vivere con te tutta la vita mamma, mi dice». «Ma è difficile prendere le distanze da una madre emancipata ancora giovane che sembra aver realizzato tutto – conclude la psicologa -. L’irruenza diventa l’arma necessaria per emanciparsi. E alla madre non resta che fare la madre. Ed è solo l’inizio del viaggio della vita. La situazione tra madre e figlia è fluida: si rischia sempre di essere troppo lontane o troppe vicine, la distanza viene contrattata con il bilancino, sempre».

Adolescenza e volontariato durante l’anno scolastico: giusto o sbagliato?

Impegnarsi per una giusta causa è un sentimento nobile, arricchisce i ragazzi e li prepara alla vita adulta. Occorre però non perdere di vista le loro responsabilità di studenti e in famiglia. Come accompagnarli in questo percorso di crescita?
Ne parlano con la psicologa Marta Sortino su NOSTRO FIGLIO.it

Ci sono le responsabilità di tutti i giorni: studiare, rifare il letto, aiutare i genitori in piccole faccende domestiche o portare fuori il cane secondo i turni stabiliti.

Fin qui i doveri che più o meno tutti gli adolescenti riconoscono nella vita quotidiana. Ma si può immaginare – o chiedere loro – di più? Può essere troppo presto per vederli alle prese con forme di volontariato che li impegnino fuori dall’orario scolastico per cause per loro importanti? Ne abbiamo parlato con le psicoterapeute e psicologhe Marta Sortino e Laura Vaschetti Longo dell’associazione Aquiloni, che si occupa di percorsi di accompagnamento per ragazzi e famiglie a Torino.

Adolescenza e volontariato: perché è importante

Approcciarsi al volontariato è uno dei passi che i ragazzi fanno per iniziare a definire la loro identità: «Nel nostro Paese il volontariato sociale è un fenomeno importante, che coinvolge tante persone in ambiti molto diversi tra loro: un fenomeno basato su un forte senso di solidarietà verso l’altro, sullo scambio reciproco e sulla gratuità. Gli adolescenti che si avvicinano a queste realtà lo fanno in un momento importante della loro vita in cui strutturano sia la loro identità, sia una nuova rete relazionale che permette loro di rivolgere lo sguardo a contesti extrafamiliari ed in particolare alla comunità in cui vivono».

L’età giusta per iniziare questo tipo di esperienze potrebbe essere intorno ai 16 anni: «Dai 13 ai 15 anni i ragazzi attraversano la fase della pubertà in cui l’attenzione è volta allo sviluppo sessuale e alla ricerca di un forma identitaria definita. Successivamente si entra nella piena adolescenza, periodo nel quale il gruppo dei pari assume una notevole importanza: comincia a prender forma il processo di uscita dalla famiglia e di conquista della propria autonomia.

Nella maggioranza dei casi dai 16 anni in su, raggiungono dunque la consapevolezza giusta ed un senso critico solido necessari per poter far scelte personali ed essendo in via di definizione la sfera morale e sociale possono a questo punto del loro sviluppo avvicinarsi più facilmente al mondo del volontariato.

«Il vivere questo tipo di esperienze in ambito sociale, scelte spontaneamente, favorisce l’insorgenza ed il consolidamento di atteggiamenti altruistici e comportamenti volti alla prosocialità con ricadute significative sullo sviluppo dell’autostima e della fiducia in sé, limitando la possibilità di intraprendere percorsi volti all’antisocialità».

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Dipendenza dalla tecnologia: come riconoscerla e come intervenire sui figli

l parere dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo

articolo di FABIO DI TODARO pubblicato su La Stampa http://bit.ly/2ASKbCH
Da una parte c’è la smania irrefrenabile che ci porta a controllare fino a 75 volte al giorno lo smartphone: a caccia di notifiche, email, messaggi e telefonate. Dall’altra ci sono le vittime e i carnefici del cyberbullismo, i cui numeri cominciano ad assumere le sembianze dell’emergenza sociale.

I due fenomeni non sono così separati. Il filo conduttore è dato dall’eccessivo ricorso alla tecnologia, alla base tanto del primo quanto del secondo comportamento: due peculiarità dei nostri tempi. Temi a cui è stata dedicata la prima giornata internazionale sulle dipendenze tecnologiche. «Impariamo a usare la rete, non a farci usare», ha dichiarato lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo.

Quante e quali sono le nuove dipendenze?
«Sono tante e di molte stiamo ancora studiando le loro implicazioni. Il legame con la tecnologia, però, è ormai indiscutibile. Si va dalla nomofobia alla cosiddetta «Fomo»: ovvero le paure di non avere con sé il cellulare e di non poter controllarlo e quella di essere tagliati fuori da qualcosa. Le compulsioni legate al web tengono le persone incollate agli strumenti digitali: un comportamento di cui la vita di relazione risente in modo compromettente. A ci sono poi le sindromi multidimensionali, vale a dire quelle che portano ai giochi di ruolo online con assiduità o a crearsi un’identità virtuale».

Quali sono i segnali che dovrebbero metterci in allerta?
«Dovremmo parlare di ogni singola dipendenza, perché hanno sfaccettature diverse. In generale, però, ci sono dei segni caratteristici uguali per tutte: l’alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Rischioso è l’isolamento sociale: quando si arriva all’alienazione fino a rinchiudersi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico».

Ci sono persone più predisposte a diventare dipendenti dalle tecnologie?
«L’esperienza clinica ci fa dire che chi ha un’identità meno strutturata, tendenzialmente, è più a rischio. Ecco perché gli adolescenti corrono un pericolo maggiore. Chi ha una diagnosi psichiatrica di un disturbo depressivo, di ansia sociale o dell’umore può cadere vittima di una nuova dipendenza perché crede di trovare nella tecnologia un rimedio a una fobia. Anche se non esiste un vero e proprio tratto predisponente, notiamo che le persone che tendono ad avere un tratto di personalità più introverso, sono più soggette. Così come lo è chi è più impulsivo: le nuove tecnologie hanno la caratteristica di soddisfare i bisogni di queste persone permettendo loro di fare tutto e subito».

Come sono cambiati i giovani 3.0?
«Sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia e la solitudine, e sono orientati al tutto e subito. Sono meno creativi, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero. Stiamo andando verso un’identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all’uso che fanno della rete. Dovremmo insegnare il valore dell’impiego del tempo».

Dobbiamo pensarci in fretta, perché questi ragazzi saranno i nuovi genitori.
«I ragazzi insegnano ciò che hanno imparato e la modalità relazionale che stanno apprendendo passa sempre più dai racconti fatti con le nuove tecnologie e non dai vissuti offline. Già i genitori di oggi hanno molte difficoltà da quando sono arrivati gli strumenti tecnologici. Se volessimo azzardare un’ipotesi, si potrebbe immaginare che in futuro si visiteranno tanti luoghi stando comodamente sul divano di casa e davanti a uno schermo. Ma fare previsioni sul domani genitoriale è azzardato: dobbiamo attendere che la situazione si evolva. Una cosa però urge farla: riportare all’attenzione. La tecnologia è basata sul paradosso, su ipertesti che fanno approdare ad altro senza mai raggiungere un quadro d’insieme che porta a una riflessione più profonda e alla stimolazione del pensiero critico».

Quali strategie dovrebbero mettere in atto i genitori per sensibilizzare i figli all’empatia e alla condivisione nella vita reale?
«Dovrebbero prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti. Dovrebbero inoltre stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto racconto».

Uno dei pericoli più temuti dai genitori è il bullismo e la sua declinazione social: il cyberbullismo. Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni già in famiglia?
«Tra bullismo e cyberbullismo non c’è una grande differenza. È una forma di violenza che spaventa più che in passato perché oggi tramite la rete ne abbiamo più visione. Ma il fenomeno esiste da sempre: non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti. Se i primi non sono in grado di accettarlo, i secondi, invece lo potrebbero essere avendo una personalità più strutturata. La prima forma di bullismo è l’esclusione sociale dai gruppi e questa la esercitano in molti, sia grandi sia piccoli. Le nuove tecnologie permettono di bloccare qualcuno, eliminarlo da una chat ecc cliccando su un tasto. Dal bullismo ci si difende tornando a una grammatica emotiva, che si può insegnare ai figli a partire dall’infanzia, allenandoli all’empatia e alla memoria storica».

Si può arrivare a un uso intelligente delle nuove tecnologie?
«Sì, se condividiamo delle regole e le rispettiamo tutti. A tavola si va senza cellulare a portata di mano, per esempio. Dobbiamo ritornare anche a momenti di silenzio, quello della solitudine costruttiva, senza demonizzare questi strumenti che sono utilissimi».

Se ci si accorge che una persona vicina ha una dipendenza, come si può aiutarla?
«Bisogna capire se si tratta davvero di una dipendenza, di un approccio scorretto alle rete o di una cattiva abitudine: l’Associazione ha istituto da poco un numero verde, per dare supporto a chi ha dubbi e incontra difficoltà, a cui risponde uno psicologo e o un educatore esperto nel settore. Se si è un genitore, per esempio, si potrebbe iniziare una terapia per poi coinvolgere il figlio. L’approccio che si utilizza è sistemico e si basa sull’idea che se cambia atteggiamento chi ha un coinvolgimento con la persona che ha un problema ne beneficerà anche quest’ultima».

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