L’Erasmus dei liceali. Raddoppiano gli studenti ma i prof frenano

C’è Daria, 17 anni, che è partita a metà luglio e frequenta il «grade 10» a Puerto Princesa, nell’isola di Palawan, una delle più belle delle Filippine. E Arianna, arrivata in piena estate a Baltimora, nel Maryland, Stati Uniti. A scuola studierà teatro e matematica, inglese, anatomia e latino. C’è Lorenzo, appena rientrato dal Brasile, dopo un anno in una scuola all’avanguardia, per didattica e tecnologie, della periferia di San Paolo. Sonia, che ha passato l’estate in Kenya. Marta, un anno a Popoyan, Colombia.

Moderni chierici vaganti, come quegli studenti girovaghi del Medioevo, che si spostavano in tutta Europa per inseguire insegnanti e saperi. Così la Ue vorrebbe i nostri 17-18enni: per migliorare la propria formazione dovrebbero fare esperienze all’estero. Seguire lezioni, conoscere scuole e famiglie, apprezzare stili di vita e differenze. È scritto nel piano Europa 2020. E i teenager di oggi di voglia di abitare il mondo ne hanno da vendere.

articolo di Antonella De Gregorio su corrieredellasera.it

Le famiglie appoggiano il loro desiderio di apertura. È vero, ancora non sono tanti: rappresentano poco più dell’1% della popolazione scolastica di terza e quarta superiore. Ma è un tragitto che fanno di corsa: erano 3.500 nel 2009, 7.300 lo scorso anno: più che raddoppiati in un lustro.

Il loro cammino però procede zoppo. «Con una gamba (quella degli studenti e dei loro genitori) che vuole correre e quella dei docenti che tengono il freno a mano tirato», riassume Roberto Ruffino, segretario generale di Intercultura, onlus che dal 1955 promuove scambi in sessanta Paesi. Perché mentre chi parte si dimostra sempre più curioso e attratto anche da mete insolite, come Perù, Bolivia, Filippine (ma la parte del leone la fanno sempre l’Europa, scelta dal 35,6% e il Nord America, 22%), i prof che dovrebbero accompagnarli — con l’insegnamento delle lingue, la collaborazione con scuole estere, il sostegno a programmi di mobilità — segnano il passo.

Una ricerca commissionata da Intercultura a Ipsos rivela che solo il 18% degli insegnanti si può definire «internazionale». Metro di misura, un periodo di almeno un anno trascorso all’estero. I prof «aperti» — che cioè hanno seguito un percorso di formazione anche più ridotto — fino a quattro mesi —, o coinvolto gli studenti in scambi di classe o gemellaggi — sono il 22%. Due terzi sono «local»: mai stati all’estero per motivi professionali, o solo per accompagnare i ragazzi in gita. Persino tra i prof di lingue, i più votati all’internazionalizzazione, la maggior parte non ha mai partecipato a progetti all’estero.

Una grande immobilità. Che rispecchia anche stili diversi di insegnamento: più aperti, aggiornati, appassionati gli «internazionali». Stimolanti, ma esigenti, poco innovativi, i «local». Intanto gli studenti non hanno un sostegno adeguato quando decidono di partire. E al rientro non vengono riconosciute le competenze acquisite.

«La sfida che si pone — sostiene Ruffino — è quella di innescare un processo virtuoso per sostenere i docenti nella loro formazione internazionale». A partire dalla conoscenza delle lingue straniere: solo un insegnante su quattro dichiara di conoscerne molto bene almeno una. Se si esclude l’inglese, la percentuale scende a 12 su cento. Solo l’1% ha qualche nozione di lingue extraeuropee, come russo, arabo o cinese.

UNO STUDIO SULL’USO DI CANNABIS E LA PARANOIA

Una ricerca britannica condotta dall’Università di Oxford, dall’Istituto di Psichiatria del King College di Londra e dall’Università di Manchester ha recentemente identificato i fattori psicologici che possono condurre i consumatori di cannabis a stati paranoici. Lo studio, pubblicato sulla rivista Bullettin Schizofrenia, ha avuto il duplice obiettivo di determinare se il principale componente psicoattivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo (THC), possa causare disturbi psicotici e paranoici e di identificarne i meccanismi cognitivi alla base, utilizzando tale sostanza come indicatore.

Lo studio è stato effettuato su un campione di 121 persone, di età compresa tra i 20 e i 50 anni, con livelli simili di THC nel sangue, che avevano manifestato episodi paranoici nel mese precedente al test ma ai quali non era stata diagnostica alcuna malattia mentale. I volontari si sono prestati a ricevere una dose, per via endovenosa, di 1,5 mg. di THC (l’equivalente di una dose comune) o un placebo (soluzione fisiologica). I ricercatori riferiscono che gli effetti del THC sui partecipanti è durato per circa 90 minuti. Per monitorare gli effetti di queste sostanze, sono state utilizzate diverse forme di valutazione, tra cui uno scenario di realtà virtuale, una situazione di vita reale, questionari di autovalutazione e interviste con personale esperto.

I risultati hanno dimostrato che l’assunzione di THC aumenta sensibilmente gli episodi paranoici e che la condizione di consapevolezza circa il contenuto della sostanza somministrata può aumentarne l’insorgere. Una persona su cinque, tra quelle cui è stato somministrato THC, ha avuto un aumento di paranoia, direttamente attribuibile al principio attivo. Il team di ricerca ha affermato che il THC ha anche indotto altri effetti psicologici come ansia, preoccupazione, bassa autostima, sbalzi di umore, cambiamenti nella percezione visiva e sonora e alterazioni della percezione temporale. I ricercatori fanno notare come i sentimenti di paranoia si siano semplificati ad una corrispettiva riduzione dei livelli di THC nel sangue.

Usando l’analisi statistica, il National Institute for Health Research (NIHR) di Londra, che ha parzialmente finanziato la ricerca, è giunto alla conclusione che tutti questi elementi negativi concorrono a provocare stati di paranoia tra i consumatori di cannabis.

Sono gelosa di mia figlia

Il rapporto madre-figlia non è sempre facile e può capitare che sia caratterizzato da rivalità e conflitti. Come rivela anche uno studio secondo cui le madri si sentono orgogliose se i figli maschi raggiungono risultati superiori ai loro, ma per le figlie vale il contrario. La psicologa ci spiega come fare i conti con questi sentimenti non detti e rompere l’incantesimo partendo innanzitutto con l’essere sincere

Stefania Medetti D Repubblica.it

Nelle fiabe, la matrigna prova sentimenti malevoli nei confronti della protagonista, mentre la madre, fatta scomparire dalla scena dal narratore, rappresenta l’amore incondizionato. Nella vita reale, le cose sono un po’ più complicate di così e non è raro che la madre senta nei confronti della figlia un mix di sentimenti contrastanti. “La gelosia è una fra le risposte più disturbanti”, conferma Terri Apter, autrice del saggio “Difficult mothers” e senior tutor presso il Newnham College della Cambridge University (www.newn.cam.ac.uk/). Il lato oscuro delle madri, infatti, ipoteca l’esistenza delle due parti. “Della mia infanzia, ricordo una madre poco paziente, mentre l’adolescenza e l’età adulta sono state costellate da critiche e scontri. Solo recentemente ho capito che il problema non ero io”, racconta Stella T. 36 anni, imprenditrice. Nonostante i segnali, infatti, identificare una madre gelosa non è né semplice né immediato. In Italia, in particolare, è un argomento di cui si parla ancora poco. “Viviamo in una società in cui è difficile ammettere, innanzitutto con se stessi, di provare sentimenti spiacevoli, avversivi, ‘non giusti’ verso un’altra persona, specie se tale persona è nostra figlia”, osserva Milena Masciarri, psicologa e psicoterapeuta rogersiana, docente dell’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona (www.iacplog.it) e formatrice del metodo Gordon. In realtà, l’ambivalenza dei sentimenti è una presenza naturale di ogni relazione, anche di quella più intima e ancestrale tra genitori e figli. Gli effetti della gelosia materna, però, possono essere devastanti. “Una mia cliente ha descritto la gelosia materna come un’impronta profonda che neanche l’onda più forte e avvolgente riesce a cancellare”. La gelosia, infatti, segna, condiziona e macchia un po’ tutti i rapporti. “Una parte di sè resterà sempre arida, perché mai nutrita, nonostante il bisogno e l’attesa, proprio dall’amore materno”.

Cosa scatena la gelosia
Ma cosa scatena la gelosia delle madri? “Il successo è pericoloso”, risponde Apter. In certi casi, infatti, la gioia o il piacere dei figli possono accendere il risentimento della madre che può reagire con pensieri che danno forma alla gelosia, tipo: “Perché mia figlia può essere così felice, mentre io no?” oppure “Perché tutta la sua vita sarà un successo, mentre la mia è una delusione?”. Non tutte le madre, infatti, amano in maniera incondizionata i loro figli, ma mentre molte di loro sono orgogliose dei successi ottenuti dai figli maschi, riversano sulle figlie il loro malanimo, come ha evidenziato Carol Ryff, professoressa di psicologia all’University of Winsconsin-Madison. “L’invidia è sempre diretta verso qualcuno con cui ci mettiamo a confronto, dunque le femmine più dei figli maschi sono il destinatario ‘ideale’ dei sentimenti materni”, spiega Apter. Generalmente, il tipo di madre che soffre di gelosia è una donna che ha visto frustrate le proprie ambizioni e, per questa ragione, prova del risentimento nei confronti del successo della figlia. Ma non solo: “Si tratta di persone che hanno costruito la propria identità intorno a un nucleo narcisistico, per le quali i traguardi, i successi e l’apparire diventano più vitali dell’essere”, aggiunge Masciarri. La figlia, dunque, viene “vissuta” come un prolungamento di se stesse e non come un individuo a sè, con proprie caratteristiche, sentimenti, personalità, scelte e realizzazioni. Addirittura, per le madri che soffrono di gelosia, la naturale differenziazione e autonomia della prole è spesso intollerabile: “Le figlie cercano di avere successo per compensare l’insoddisfazione della propria madre, ma se hanno successo, la madre diventa sempre più ansiosa e piena di risentimento, come se fosse stata lasciata indietro”, fa notare Apter.

Rompere l’incantesimo
La chiave per rompere l’incantesimo è la consapevolezza, ma da parte della madre occorre innanzitutto un atto di sincerità: “Ammettere di provare sentimenti avversivi verso la propria figlia, riconoscere di non riuscire a godere di lei e per lei, ma anche scoprire un senso quasi di piacere davanti ai suoi fallimenti sono campanelli d’allarme che devono essere presi in considerazione, anche con l’aiuto di un professionista”, suggerisce Masciarri. Anche le figlie, per quanto non abbiano responsabilità nei confronti dei sentimenti materni, sono chiamate in causa: la realizzazione che un genitore possa non godere di ciò che fa felice i figli è una scoperta amara per il destinatario. “Se parlarne apertamente con la propria madre non è sempre una strada percorribile, la consapevolezza di quello che ci succede ci ridà potere sulle nostre azioni e sui nostri sentimenti e ci restituisce la possibilità di un cambiamento”, conclude Masciarri.

Tatuaggi, attenzione ai pigmenti: 1 su 5 contiene funghi o microbi

L’evvertimento dal ministero della salute. Sono quasi 1 su 5 i pigmenti per tatuaggi che possono essere contaminati da funghi o microbi. A svelarlo sono i dati preliminari emersi dalle indagini condotte dai Nas dei Carabinieri su un campione di 169 prodotti, ben 29 dei quali (il 18% circa) è risultato contaminato da organismi potenzialmente pericolosi per la salute.

La notizia arriva dal Ministero della Salute, che ha già disposto un provvedimento temporaneo in base al quale i pigmenti non conformi non possono essere venduti. A tale provvedimento si aggiunge la richiesta di un nuovo campionamento per effettuare ulteriori analisi.

Quella della sicurezza dei tatuaggi è una tematica ciclicamente riportata all’attenzione dell’opinione pubblica. In particolare, gli esperti ricordano come scegliere di farsi tatuare in condizioni di totale sicurezza, soprattutto dal punto di vista igienico, sia fondamentale per evitare di incappare in pericolose infezioni.

I pericoli sono però anche altri. Gonfiore e prurito possono infatti in alcuni casi essere associati a vere e proprie reazioni allergiche che nelle circostanze peggiori possono dare luogo a veri e propri shock anafilattici.

Per quanto riguarda il pericolo di contaminazione dei pigmenti, il primo passo per garantirsi un tatuaggio sicuro è assicurarsi che l’inchiostro non venga riutilizzato. Da parte sua il Ministero ha affidato ai comandi dei Nas di Milano, Torino, Alessandria, Padova, Bologna, Parma, Pescara, Roma, Latina, Napoli, Bari e Palermo l’incarico di prelevarne 350 campioni per valutarne sia la sterilità che i metodi di sterilizzazione utilizzati dalle aziende produttrici.

salute24/Il Sole 24 Ore

Il Festival della Salute torna a Viareggio dal 25 al 28 settembre

Viareggio ospiterà dal 25 al 28 settembre la VII edizione del Festival della salute.
Unico nel suo genere, il Festival è realizzato in stretta collaborazione con la Regione Toscana e l’Asl 12 di Viareggio.
Sarà aperto, giovedì 25 settembre, dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin che interverrà ad un incontro dedicato all’Innovazione in sanità e sarà concluso domenica 28 settembre dal Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.

IL PROGRAMMA

Saranno quattro giorni intensi di discussione e confronto, con tanti altri ospiti che animeranno incontri, dibatti, workshop. E poi ancora spettacolo, sport e attività specifiche per le scuole e i bambini che avranno a loro disposizione un’apposita ludoteca.
Il Festival della Salute si pone come veicolo di partecipazione, promozione e confronto sui temi della salute, tra i decisori politici e gli operatori del settore, aziende e associazionismo. Si comincerà parlando della digitalizzazione della sanità, trasferimento tecnologico e ricerca e si terminerà danzando al ritmo della WellDance®, ballo ufficiale del Festival.
Nel frattempo la Cittadella del Festival – oltre 2000 metri mq di tensostrutture allestite tutt’attorno al Centro Congressi – si animerà, mettendo insieme divulgazione e intrattenimento. Si discuterà di sport e salute, diabete, malattie rare, medicina di genere, alimentazione giovanile, psicologia del lavoro, realizzando le condizioni di incontro e confronto tra politica, aziende, volontariato e no profit , sanità pubblica e privata, mondo della ricerca e accademico e soprattutto con i cittadini.
La Cittadella del Festival sarà completata da una zona riservata a laboratori e screening in in cui i visitatori potranno sottoporsi a check up gratuiti, grazie alla collaborazione di associazioni, volontari e medici che si impegnano da anni per diffondere la pratica della prevenzione e promuovere un approccio consapevole alla propria salute.

Infine segnaliamo Programma educational: una programmazione interamente rivolta alle scuole, dedicata a sviluppare la promozione della salute nei contesti di vita degli adolescenti e di favorire il coordinamento delle varie competenze e professionalità sociali, educative e sanitarie per favorire il passaggio dalla cultura dell’emergenza alla cultura della prevenzione, come proposta pedagogica stabile

Tutto a posto caro?

Dalla fine dell’infanzia alla mezz’età, il maschio in genere non vede più un medico se non c’è costretto. E la sua salute “intima” diventa fragile. Dovrebbe imparare dalle donne la saggezza del controllo periodico

articolo pubblicato da DRepubblica Salute

Giù i pantaloni e niente pudori inutili. Una volta era la visita di leva che stanava la maggior parte dei problemi “intimi”. Solo degli uomini, certo. «Ma, gli antropologi lo sanno, le donne hanno sempre goduto del privilegio della procreazione. Protagoniste della continuazione della specie, sanno imparare velocemente ad aver cura di sé», dice Umberto Veronesi, l’oncologo che in Italia ha abituato adolescenti, ragazze, signorine e signore a controllare periodicamente la loro salute. Autopalpazioni, visite, vaccini, mammografie, ecografie, screening… Sì, con le donne in fondo è stato facile: «Un successo. Fino a 40 anni fa un tumore femminile era quasi sempre mortale. Oggi no», sorride Veronesi. Bene. Peccato che a preoccupare, adesso, siano proprio loro, i maschi. Che ormai registrano un lunghissimo “periodo scoperto”: da dopo il pediatra ai cinquant’anni, ai primi acciacchi della maturità, e magari anche oltre, fino a quando diventano anziani, spesso non vedono mai un medico, eccetto il dentista. A meno che non stiano davvero male. «E non si capisce davvero il motivo di questa trascuratezza. Tra uomini e donne oggi c’è parità di quotidianità, tant’è che i maschi sono diventati più longevi (attuale età media italiana di 80,2 anni, dati Istat). E quindi devono imparare a monitorarsi, a capire, anche loro, che scoprire precocemente una patologia può lasciare intatta la qualità della vita. Tanto più che le linee guida oggi tendono alla strategia personalizzata e escludere gli interventi invasivi evitabili», aggiunge Umberto Veronesi, fiero che la sua Fondazione abbia progettato e varato la campagna Sam, Salute al maschile, in collaborazione con Siuro, Società italiana di urologia oncologica, e con Auro, Associazione urologi italiani. Certo, al momento i numeri stanno parlando tutti di un’irresponsabile “negligenza di genere”, a cui, per il momento, dovranno porre rimedio ancora una volta le donne – madri, mogli o fidanzate che siano – consigliando e pungolando: meno del 5% dei teenager si è fatto vedere da un urologo (il 40% delle ragazzine, invece, ha fissato almeno un appuntamento dal ginecologo); 8 italiani su 10 l’urologo non l’hanno proprio mai incontrato, indipendentemente dall’età («sono ancora giovane, e poi io non ho mai avuto problemi», si autoassolve il 95% di loro); in più, rispetto alle loro parenti e compagne, vanno poco negli ambulatori, si vaccinano meno, prendono meno medicine. A questo si aggiungano altri recentissimi dati nazionali: in un anno, 36mila casi di tumore alla prostata, 2.200 al testicolo e circa 21mila di carcinoma alla vescica; ben 19mila malati uomini per i 26 mila tumori diagnosticati ogni anno nel nostro Paese; tre milioni di problematiche legate alla disfunzione erettile temporanea o permanente; un lui infertile nel 35% delle coppie che
falliscono il concepimento, che sono 2 su 10; varicocele per un ragazzo su quattro tra i 15 e i 25 anni; recrudescenza delle malattie sessualmente trasmissibili, vedi i più di 3mila nuovi contagi di Aids; tumori alla vescica quattro volte più frequenti che nelle femmine. E allora ci si chiede da che parte e quando cominciare.
«Si deve cominciare presto, appena dopo l’uscita di scena del pediatra», raccomanda Michele Gallucci, urologo nonché presidente di Auro. «Tabella di marcia? A 14 anni ci dovrebbe essere una prima visita per escludere il varicocele, la dilatazione varicosa delle vene nello scroto; nel caso, si prosegue con uno spermiogramma. Perché è solo in età molto verde che possono essere apportate correzioni efficaci: a 30 anni, quando magari si cerca un figlio che non arriva, è troppo tardi. La pubertà sarebbe il momento ideale pure per vaccinare anche i maschi contro il Papilloma virus. Tra i 17 e i 18 anni, controllo del pene. E dei testicoli, in modo da scongiurare tumori germinali e da insegnare al ragazzo, proprio come si è fatto con le donne per il seno, l’abitudine all’autopalpazione periodica». A questo punto la salute è adulta, no? «Sì. Già a 30 anni un uomo deve cominciare a stare attento a come fa pipì, perché gli eventuali disturbi possono significare malattie del collo vescicale, diverticoli e calcoli vescicali. Meglio non tergiversare: il disturbo urinario si instaura lentamente, ci si abitua, tanto più se non si vede del sangue. Poi, a 30-35 anni, arriva il momento di dare un’occhiata a un’ecografia dell’addome, magari prescritta per altri motivi, e così si escludono i tumori al rene», continua il professor Gallucci. Ed eccoci pian piano alla mezza età e ai problemi di prostata, la ghiandola che produce il liquido seminale. E qui va aperta una parentesi: le stime tricolori confermano per il 2015 un’incidenza di 36mila nuovi casi di tumore prostatico, e per fortuna l’Italia vanta l’eccellenza nella cura delle neoplasie uroncologiche. Si ha infatti un 91% di sopravvivenza in caso di carcinoma alla prostata – che è diventato, durante gli ultimi 10 anni, il tumore più frequente tra i maschi occidentali – probabilmente grazie a una diagnostica sempre più sofisticata, capace di trovarlo pure nelle forme latenti che si presentano nel 15-30% degli ultracinquantenni. Gallucci però consiglia di anticipare sempre i tempi: «Già a 45 anni un maschio deve indagare la familiarità con questo tipo di problemi, per sapere cosa è successo al padre, allo zio, al nonno, al fratello. Da valutarsi poi il fatto che l’ipertrofia prostatica benigna colpisce il 5-10% dei 35-40enni e arriva all’80% tra i 70-80enni. Anche il processo infiammatorio della prostatite è molto frequente e interessa un maschio su 4, soprattutto dopo i 65 anni». Ciò che sta acquistando importanza, oggi, è infatti la cura di una longevità sana e serena, dice Michele Gallucci: «Pensiamo al fatto che seno e prostata, gli organi che dipendono dagli ormoni e che più ne vedono “nutrite” le neoplasie, in teoria avrebbero terminata la loro funzione a 35 anni e a quel punto iniziano a invecchiare. Una sorta di “sballottamento ormonale”, dunque, a cui il maschio, in termini di mortalità oncologica, è più sensibile. Ma le cose sono cambiate. E si assiste all’aumento di una sessualità “anziana”, tanto più che i farmaci ossigenatori come il Viagra oggi possono essere assunti con molta tranquillità. Basta parlarne con il medico».

E COSÌ LUI IMPARA!
Sam, il primo progetto italiano di salute maschile, ha messo in calendario per novembre una giornata di porte aperte negli ambulatori degli urologi di tutta Italia. In aggiunta, campagne di divulgazione per ogni fascia d’età, dalla pubertà all’anzianità. Prioritaria la raccolta di fondi per borse di ricerca sui tumori urogenitali (nel 2015 la Fondazione Umberto Veronesi ha già finanziato tre borse di studio, pari a 30 mila euro all’anno ciascuna, per altrettante ricercatrici in oncologia maschile). Per saperne di più, tutte le infomazioni si trovano sul sito salutealmaschile.fondazioneveronesi.it

La regola del 3-6-9-12 di Serge Tisseron

Per anni abbiamo parlato della mediazione dei genitori, dell’ orientamento, dell’ accompagnamento, dell’esempio e altro ancora. Tuttavia, per attuare queste strategie ci deve essere collaborazione e la comprensione dei genitori circa l’impatto dei media, vecchi e nuovi, nella mente dei più piccoli.

Abitudini. Questa è la soluzione. Ma non solo per i genitori. E ‘essenziale che i bambini sin da molto piccoli siano educati a utilizzare i media. Ma come dovrebbero fare i genitori?

Secondo Serge Tisseron, psichiatra infantile, psicoanalista e direttore della ricerca presso l’Università Paris Ouest-Nanterre, c’è un modo per farlo. Come risultato della sua esperienza e delle sue indagini, Tisseron propone “3-6-9-12 Rule”, la regola del 3-6-9-12 ,una guida per genitori circa l’età appropriata per l’utilizzo di ciascuna delle tecnologie, ed è stata diffusa dall’ Associazione Francese per l’Asssistenza Ambulatoria Infantile(AFPA). Le cinque regole sono:

1) Evitare gli schermi prima dei 3 anni. Numerosi studi dimostrano che il bambino sotto i tre anni non ha nulla da guadagnare esponendosi allo schermo frequentemente. Allo stesso modo, diversi studi suggeriscono che il gioco è molto più edificante per il bambino che sedersi e guardare la TV .

2) Non usare console di gioco portatili prima di 6 anni. Non appena i videogiochi vengono introdotti nella vita del bambino ne ottengono tutta l’ attenzione a scapito di altre attività.

3) Niente Internet prima di 9 anni e quando naviga il bambino deve farlo con l’ausilio di un insegnante o un genitore, che deve spiegare le tre regole di base di utilizzo di Internet. Tutto ciò che viene pubblicato può divenire di pubblico dominio, tutto ciò che viene caricato su Internet ci resterà sempre, e non tutto ciò che vi si trova è vero o legittimo, quindi si devono consultare altre fonti perché non sempre le informazioni pubblicate sul Web sono veritiere.

4) Internet solo da 12 anni. I bambini possono entrare e navigare da soli dopo tale età, ma il loro uso dovrebbe essere cauto, i genitori dovrebbero accompagnare e definire le regole di utilizzo, orari e utilizzare i mezzi di controllo parentale offerti dal computer stesso o dai fornitori.

La regola del 3-6-9-12 è necessaria ma non sufficiente. È inoltre importante controllare il tempo della loro permanenza davanti allo schermo a tutte le età. Tuttavia, va notato che, se come genitori non facciamo il nostro lavoro qualcun altro lo farà …

Il discorso non cambia. La regola fondamentale che deve essere mantenuta: i genitori hanno la responsabilità primaria per l’istruzione e la formazione dei propri figli sotto tutti gli aspetti. E questa la responsabilità è inevitabile.

leggi tutto l’articolo qua FAMILY AND MEDIA

«Ma io sono più una mamma coccodrillo o una mamma narcisista?»

La redazione di Firenze Genitori In Corso al Festival della mente di Sarzana.

«Ma io sono più una mamma coccodrillo o una mamma narcisista ?». Questa è l’angosciante domanda che ti risuona in mente subito dopo aver assistito ad una delle due affollatissime conferenze tenute da Massimo Recalcati al Festival della Mente sul tema ‘Madri’.

Oltre a lui tanti pensatori, scrittori, pedagogisti, insegnanti, artisti, filosofi che per tre giorni si sono incontrati e confrontati come ogni anno nella cittadina di Sarzana dall’atmosfera un po’ speciale, per il consueto appuntamento del Festival della Mente giunto quest’anno alla sua dodicesima edizione

ll Festival della Mente è il primo festival europeo dedicato alla creatività e ai processi creativi.
La direzione scientifica è di Gustavo Pietropolli Charmet e la direzione artistica di Benedetta Marietti.
Consiste in tre giornate in cui relatori italiani e internazionali propongono incontri, letture, spettacoli, laboratori e momenti di approfondimento culturale, indagando i cambiamenti, le energie e le speranze della società di oggi, rivolgendosi con un linguaggio accessibile al pubblico ampio e intergenerazionale che è la vera anima del festival.

Il programma prevede una sezione per bambini e ragazzi sui temi della creatività.

Insostituibile è l’apporto dei giovani volontari – ogni anno oltre cinquecento – che contribuiscono a creare il clima di accoglienza e condivisione che da sempre contraddistingue il Festival della Mente: è fantastico vedere questi giovanissimi studenti delle scuole secondarie aprire i dibattiti, introdurre nomi prestigiosi degli svariati ambienti della cultura italiana.

il programma del festival

L’interessante intervento di Massimo Recalcati come sempre continua a stupire per la lucidità, profondità e semplicità con cui affronta temi a noi cari come la scuola, l’insegnamento, la paternità, la maternità, offrendo un ampio ventaglio di riferimenti teorici di per sé anche ostici ai più ‘porgendoli’ all’uditorio in maniera chiara e comprensibile densi di richiami culturali che spaziano da Lacan al cinema di Moretti e di Clint Eastwood, dal Vangelo a Freud, a Françoise Dolto.

Quella che, riprendendo Lacan, chiama ‘madre coccodrillo’, è l’idea di madre frutto dell’ideologia patriarcale, è la madre che sacrifica tutto per il figlio, anche il proprio essere donna, e che tende a fagocitare il figlio come un coccodrillo appunto, e a non lasciarlo crescere, andare. Al tempo stesso la madre ‘ipermoderna’ vive il figlio e la maternità come ‘un ingombro’ di cui liberarsi. Non bisogna invece mai dimenticare la centralità nel processo di umanizzazione della vita delle cure materne: esse sono cure particolareggiate, sanno offrirsi non alla vita in generale, ma a quella del figlio e del suo nome proprio.

Oltre a Recalcati, come redazione di Firenze Genitori in Corso, abbiamo partecipato all’incontro Generazione 2.0 tenuto da Paolo Ferri, professore ordinario di Teorie e Tecniche dei nuovi media e tecnologie didattiche presso l’Università di Milano Bicocca.

Secondo Ferri “non ci dobbiamo scandalizzare della presenza forte dei videogiochi nella vita dei nostri figli che, di per sé, non sono il peggiore degli intrattenimenti (…). Basta scegliere quelli giusti e lasciare che questi si integrino comunque con le altre attività del quotidiano. Vietare internet ai bambini sarebbe una battaglia senza senso, meglio educare i più piccoli a sfruttarne le potenzialità: teniamo conto delle differenze fra noi adulti che siamo ‘digital immigrants’ e i nostri figli che sono ‘digital natives’ – per cui le loro capacità e potenzialità di apprendimento, attenzione, comprensione, sono forgiate in modo totalmente diverso.

Un altro intervento molto interessante, dal titolo Elogio del primo della classe, quello tenuto da Edoardo Albinati, scrittore che da anni lavora come insegnante nel carcere di Rebibbia: Per Albinati “le vittime dell’attuale sistema scolastico non sono solamente gli studenti più scarsi o con maggiori difficoltà psicologiche o economiche o familiari”, ma anche quelli più bravi, i più dotati, talvolta persino più fragili dei primi. La scuola di oggi non sa dare loro la possibilità di trarre il meglio dalle loro potenzialità.

Eppure noi sappiamo – le neuroscienze ce lo confermano – che dai 12 anni ai 20 il cervello umano opera le sue più importanti e ampie trasformazioni, si creano le sinapsi di ogni forma di apprendimento: “un tempo che dovrebbe dunque essere dedicato a ‘pompare’ il muscolo cerebrale di questi bravi, predisposti, atleti dimenticati”.

Elena Pierozzi, Genitorincorso, Sarzana

Il Modafinil è la smart drug che ti fa studiare per cinque ore di fila senza la minima distrazione

di Sydney Lupkin, Vice.it

Molte persone su internet stanno parlando di un farmaco soprannominato “Moda”—ma non lo prendono per divertirsi. Lo prendono per lavorare meglio, per essere più concentrate, e per rimanere sveglie.

“Mi aiuta a scrivere velocissimooooooo sulla tastiera, oh mio dio sono così veloce così veloce così veloce così veloce così veloce così veloce così veloce,” ha commentato un utente su una pagina Facebook dedicata al farmaco.

“Il mio cervello ha raggiunto il livello ninja,” ha scritto un altro.

Moda è l’abbraviazione di Modafinil, farmaco approvato dalla Food and Drug Administration, l’agenzia americana che si occupa dei farmaci, come trattamento della narcolessia, ed è venduto con il nome commerciale di Provigil. Alcune persone lo prendono senza prescrizione medica—dopo averlo comprato sul mercato nero—nella speranza di migliorare le loro capacità cognitive.

Una revisione di 24 studi ha fatto finire il farmaco sotto i riflettori negli ultimi tempi, perché è giunta alla conclusione che il Modafinil sia in grado di migliorare le capacità cognitive—ma i ricercatori sostengono che i risultati ottenuti siano in realtà molto ambigui.

Il Modafinil è paragonabile al Ritalin, un farmaco anfetaminico per il trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e della narcolessia e altri disturbi del sonno. Questi tre farmaci sono molto popolari anche fra le persone che non presentano questi disturbi, che li assumono per studiare o lavorare.

Nonostante le ricerche approfondite, non è ancora del tutto chiaro come il Modafinil agisca sul cervello. È considerato uno stimolante, ma invece di aumentare il rilascio di dopamina e noradrenalina—che stimolano il sistema nervoso—si ritiene che riduca la presenza di una sostanza chimica chiamata acido gamma-aminobutirrico, che rallenta il funzionamento del cervello. Amy Potts del dipartimento di Farmacologia dell’ospedale pediatrico Monroe Carell Jr. a Vanderbilt ha detto a VICE che questo “effetto negativo doppio” fa sì che il Modafinil abbia gli stessi effetti di uno stimolante, pur funzionando con meccanismi diversi.

A differenza dell’Adderall e del Ritalin, il Modafinil non dà un senso di euforia. La Drug Enforcement Administration americana ritiene che non porti alla dipendenza, ed è per questo che non è una sostanza sotto stretto controllo. VICE ha intervistato diversi utilizzatori del “Moda” che hanno acquistato il farmaco illegalmente per farne un uso diverso da quello per cui è stato creato.

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Violenza sui social: per il 44% dei ragazzi non è un problema

L’indagine di Skuola.net: molti dicono che è solo con certi contenuti che ci si rende conto di cosa sono capaci gli uomini

Tratto da Skuola.net

Il male non fa più paura, la violenza e la morte possono essere regine di like. Così un gruppo di ragazzi in vacanza a Sorrento posta un selfie di vittoria dopo lo stupro di un’americana nei bagni di un locale, mentre un giornalista uccide in diretta una giovane reporter e il suo cameraman in Virginia. Subito dopo si toglie la vita, ma non prima di aver caricato il video sui social, divenuto virale in pochi attimi. Tutti scandalizzati? Per niente: il 44% dei ragazzi è a favore della socializzazione della violenza. O almeno è quanto hanno risposto a un’indagine di Skuola.net.

LA MORTE SOCIAL – I social diventano quindi un palcoscenico dove niente va nascosto. Tutti possono dire la loro su tutto in virtù di principi quali la libertà di informazione e la voglia di conoscenza propria dell’essere umano. Ed ecco che se i media pubblicano il video che riprende in diretta la morte della giornalista Alison Parker e del suo cameraman Adam Ward lo fanno perché questo è il loro lavoro. E anche perché «tutti abbiamo il diritto di vedere senza sentirci colpevoli», come afferma il direttore de Linkiesta, Francesco Cancellato. E i ragazzi sono d’accordo: il 56% di chi è a favore delle socializzazione della violenza ritiene che l’informazione è libera e che non può essere censurata. Addirittura, un altro 37% difende la sua posizione affermando che sono questi tipi di contenuti che aiutano a rendersi conto di cosa è capace l’essere umano.

NO ALLA SPETTACOLARIZZAZIONE – Non è della stessa opinione il 56% del campione complessivo che ritiene invece profondamente sbagliato ritrovarsi contenuti di questo tipo sulla propria bacheca. Tra questi, più di 1 su 2 li crede solo un modo per spettacolarizzare la violenza, per portare alla luce qualcosa che dovrebbe rimanere nell’ombra. Il 22%, invece, pensa che la continua socializzazione della violenza o, peggio, della morte, possa urtare la sensibilità di molti mentre il 12% la ritiene diseducativa per il pubblico più giovane.

DOPO IL LIKE CONDIVIDO – Eppure 1 su 2 si è fermato almeno una volta a guardare qualcuno subire violenza sui social, se non addirittura esaurire i suoi ultimi minuti di vita. E tra questi il 44% ha poi condiviso il contenuto con tutti i suoi contatti.

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