Parliamo di sesso alle nostre figlie. E’ l’unico modo per evitare gravidanze precoci!

Johann Rossi Mason, huffington post

Come madre di un’adolescente sono sempre stata molto attenta a veicolare informazioni corrette su sesso e contraccezione perché ritengo che sapere renda liberi ma anche sicuri. A maggior ragione perché ritengo che una gravidanza troppo precoce sia un evento che può pregiudicare il futuro dei ragazzi, assolutamente impreparati a crescere un bambino. Fortunatamente alcune ricerche recenti mi hanno consolata del fatto di essere sulla strada giusta: una indagine americana infatti ha rivelato che il 68% dei ragazzi intervistati non usano metodi contraccettivi per paura che i genitori lo scoprano.

Sembra assurdo ma sette adolescenti su 10 non usano alcun metodo per evitare una gravidanza (per non parlare delle malattie sessualmente trasmesse) proprio nelle famiglie in cui parlare di sesso è considerato un tabù, una vergogna e viene stigmatizzato. Il numero delle gravidanze precoci è più elevato proprio nelle ragazze che in famiglia non hanno mai parlato di argomenti ”intimi” e temono la riprovazione dei genitori nel caso in cui venissero scoperti profilattici o pillole. Il dato è affidabile giacché proviene dalla National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancyche ha individuato come l’obiettivo di comunicazione non siano i ragazzi ma proprio le famiglie che non affrontando l’argomento credono che la cosa, semplicemente, non accada. La famiglia invece, con il proprio atteggiamento, influenza profondamente il comportamento dei figli: credono che parlare di questioni legate al sesso venga percepito dai giovani come un’approvazione e in parte madri e padri, sbagliando, non credono di avere influenza su questo genere di decisioni.

C’è da dire che gli americani hanno buoni motivi per preoccuparsi, nel 2014 le gravidanze di ragazze con meno di 19 anni sono state 250mila, il 24 per mille della popolazione adolescente, mentre in Italia ce la caviamo con un dignitoso 7 per mille (circa 2500 gravidanze l’anno) anche se siamo ultimi nelle classifiche europee per l’uso dei contraccettivi ormonali: li usano il 16% delle italiane contro il 30% delle tedesche, il 35% delle inglesi e il 50% delle olandesi. Mentre le giovanissime connazionali sono poco informate e in caso di rapporti a rischio ricorrono alla contraccezione di emergenza. Secondo Eurisko 7 su 10 delle under 19 non sanno nemmeno quali siano i giorni del ciclo più fertili. C’è da mettersi le mani nei capelli.

Questione non semplice che prevede un certo grado di reciproco imbarazzo, ma la chiave è essere chiari, la vita sessuale riguarda loro e alla fine faranno quello che vogliono, l’importante è che sappiano come la pensiamo. Possiamo anche dichiarare che riteniamo che 14, 15 o 16 anni siano pochi per avere rapporti sessuali o che vorremmo che aspettassero il matrimonio (ognuno ha le sue opinioni) ma che se stanno pianificando di fare sesso che almeno lo facciano in sicurezza.

Le occasioni per parlarne sono numerosissime, una serie tv, un articolo di giornale, basta affrontare la cosa con semplicità e tatto: i nostri figli non hanno alcuna intenzione di confidarsi con noi (tranne rare eccezioni) quindi non facciamo domande, limitiamoci a dare informazioni e dichiararci a disposizione per chiarimenti. Non vogliono parlare con noi? Offriamoci di portarli in un consultorio o dal medico di famiglia dove potranno entrare da soli. Dietro quella porta c’è una vita privata che è giusto rimanga tale. Non ne sapete abbastanza? Offrite loro un libro, purché l’informazione sia qualificata.

L’importante è farli sentire supportati e far sentire loro che è una decisione libera. Aiutate i vostri figli a prendersi cura della loro salute sessuale, maschietti compresi, che dopo la fine del servizio militare obbligatorio con la famosa visita di leva hanno perso una grande occasione di prevenzione e monitoraggio della salute. E se non dispongono di denaro, be’, potete far scivolare una scatola di preservativi nel carrello della spesa e fargliela avere perché è meglio un imbarazzo in più oggi che un nipotino troppo presto domani.

La storia di Johanna, bambina dislessica che legge al suo cane

In alcuni istituti inglesi i «cane dal lettura» aiutano i bambini con problemi di dislessia Gli psicologi: « I piccoli studenti si rilassano perché davanti all’animale spariscono le inibizioni»
di Caterina Belloni copyright corriere.it/salute/pediatria
Per aiutare un bambino dislessico ad affrontare più serenamente la lettura di un libro può bastare un cane. Parola di Johanna, un bambina di nove anni, che dallo scorso settembre è stata affiancata da uno splendido esemplare di Golden Retriever nelle ore di lettura alla Saint Joseph Primary School di Poole, uno degli istituti britannici dove è stato avviato un programma di sperimentazione sui cani da lettura per affrontare i problemi di dislessia.

Golden retriever in classe

I risultati, dopo un anno di intervento, sono già positivi. I bambini hanno maggiore confidenza con i libri, li cercano, si dedicano alla loro scoperta. Come appunto Johanna, che durante le ore scolastiche, quando è il momento di fare grammatica, viene invitata ad andare in un’altra classe insieme a un’insegnante e a Monty, il cane della scuola. Si siedono uno vicino all’altro e Johanna legge delle storie ad alta voce. Monty si accuccia accanto a lei e la osserva, soprattutto la ascolta. Johanna lo sa, quindi si sforza di non sbagliare, di unire un vocabolo all’altro in una frase, di dare delle intonazioni, aiutata dall’insegnante che le spiega come fare ogni volta che ha dei dubbi. E la gioia di riuscire a raccontare al cane delle storie, magari di altri cani coraggiosi o avventurosi, è tale che Johanna, che un paio di mesi fa ha avuto un cucciolo come regalo di compleanno, ha cominciato a leggere anche a lui, la sera a casa, prima di andare a dormire.

 Il meccanismo di rilassamento

La mamma lo racconta con entusiasmo. Perché prima della sperimentazione e dell’incontro con i cani di lettura, Johanna non aveva mai preso in mano un libro prima di addormentarsi. Potrebbe sembrare una follia, ma per gli psicologi che hanno messo a fuoco questo programma il meccanismo è evidente. Per un bambino dislessico è rilassante leggere ad un cane, perché davanti all’animale accucciato scompaiono le inibizioni che può avere di fronte ai suoi pari. Monty non ride per gli errori, non prende in giro per le incertezze, all’intervallo non canzona i bambini solo perché, arrivati in quarta elementare, fanno ancora confusione con lettere e accenti. Accanto al bimbo dislessico, che «combatte» per dare alle parole l’ordine giusto, ci sono l’insegnante, che ha la pazienza del suo mestiere, e il cane, che segue ogni parola.

I cani da lettura

I cani da lettura sono calmi e tranquilli, hanno solide competenze di obbedienza, non si agitano negli ambienti caotici o per rumori improvvisi, come le grida dei bambini o il trillo di una campanella, accettano coccole e piccoli dispetti , non si avventano sui lunch box o su cartelloni e colori lasciati in giro per i tavoli. Cani speciali per bisogni speciali, potremmo dire, che in Gran Bretagna stanno portando a risultati importanti. Anche se l’idea dei cani da lettura non è nata nel Regno Unito. La R.E.A.D, Reading Education Assistance Dogs (associazione che si occupa dei cani d’assistenza per la lettura) ha mosso i suoi primi passi negli Stati Uniti, più precisamente in Utah. Da lì si è diffusa per il mondo e qualche anno fa è arrivata anche in Italia. Dove non esistono, però, ancora programmi specifici nelle scuole come in Inghilterra. I cani addestrati si trovano insieme ai loro conduttori in alcune biblioteche e possono andare occasionalmente in visita nelle classi. Un primo passo, in attesa che la storia di Johanna si possa ripetere, in futuro, anche con bambini che si chiamano Mario, Riccardo o Sofia.

Hanno bisogno di adulti che combattano l’assenza di futuro

Le prospettive della vita e della morte, nella mente dei ragazzi, sono entrate fortemente in crisi, il loro è un gioco alla roulette russa.

Non hanno paura i ragazzi che decidono di sballarsi con la droga e l?alcol. Non basta sapere che di droga si può pure morire, nonostante i genitori lo dicano da sempre, nonostante a scuola vengano fatte campagne informative e preventive. Non basta sapere che esiste una variabilità soggettiva nelle reazioni di chi assume, né essere informati che oltre ad essere pericolose e dannose di per sé, le droghe vengono sintetizzate in luoghi clandestini, tagliate con sostanze potenzialmente letali. Non basta essere consapevoli, dunque, dei rischi che ci si assume insieme alle droghe, perché le prospettive della vita e della morte nella mente dei ragazzi sono entrate fortemente in crisi. Proprio in adolescenza si intraprendono le sfide per mettere alla prova la propria condizione di «esseri finiti» e «non infiniti», mortali e non onnipotenti, ma oggi i ragazzi che decidono di ingerire pasticche dalla composizione ignota, decidono di fatto di giocare alla roulette russa. Nella società dell?immagine e del narcisismo, non c?è rabbia, spirito di contestazione ma solo voglia di divertirsi, di apparire agli occhi degli altri come i padroni della festa, di spiccare nella mischia di una serata a tutto volume. La droga è ricercata per nutrire e realizzare il desiderio di prestazione del corpo e dello spirito: apparire scatenati, simpatici e disinvolti anziché spenti, tristi e senza prospettive per il domani. Tutti ridono dalle pagine dei profili social, tutti appaiono allegri e senza pensieri sulla rete che connette il mondo globalizzato, in crisi generale di speranza e di futuro. Il senso della vita rischia di essere imprigionato nell?istantanea di un sorriso mascherato, di una serata da brivido, non importa che sarà domani, perché l?alba del giorno che verrà non ha granché da offrire. Alcuni ragazzi vivono in questa condizione di assenza di speranza, di progettualità per il futuro, abitati dalla paura di vedere i propri sogni e speranze infranti dalle intemperie della contemporaneità. È così che lo spaccio di anestesia e di divertimento dissennato raccoglie proseliti e riscuote successo, perché combatte lo spaccio di paura e di assenza di futuro su cui si è molto concentrato il mondo adulto negli ultimi anni. Solo coltivando la speranza e la fiducia nella ricostruzione dopo il fallimento si potrà contrastareil bisogno di anestesia delle nuove generazioni. Non si scherza con il futuro degli adolescenti. L?assenza del domani lascia spazioagli spacciatori del presente, dello stordimento fine a se stesso.In adolescenza servono invece adulti competenti che preparino e spaccino futuro.

di Matteo Lancini Psicologo, psicoterapeuta pubblicato su corriere della sera.it

Monselice (PD) LE DIPENDENZE COMPORTAMENTALI NELL’ERA DIGITALE 9 ottobre 2015

Tra i disturbi mentali che si stanno diffondendo con maggiore rapidità ci sono le dipendenze comportamentali. In questi ultimi anni se da una parte si coltiva il mito dell’indipendenza e dell’autonomia, dall’altra le persone diventano sempre più dipendenti; in questo spaccato la penetrazione profonda delle nuove tecnologie nella vita di tutti i giorni e l’aumento vertiginoso delle offerte di gioco d’azzardo, specie on line, hanno modificato il profilo della società.

Pur rimanendo consapevoli che ogni epoca ha portato con sé anche inaspettate trasformazioni antropologiche, oggi la sfida terapeutica sembra giocarsi lungo una linea sottile che discerne tra comportamento normale e patologico.
In questa giornata rifletteremo su quanto il cambiamento dei nostri comportamenti, con l’avvento delle nuove tecnologie, ci stia segnando la strada verso nuove forme di dipendenza e nuovi scenari di cura.

Interventi di Zecchinato, Lancini, Alemanno, Marangi, Jarre, Camporese, Dal Piaz

scarica il programma Monselice definitivo.pdf

Cremona – “YOUNGLE CONTEXT: GLI ADOLESCENTI, LE COMPETENZE, LE RISORSE E LE NUOVE FRAGILITÀ” 8-9 ottobre 2015

8 ottobre 2015 “LA PAURA DI ESSERE BRUTTI IN ADOLESCENZA”

A cura del Consultorio Gratuito per adolescenti e genitori della Cooperativa Sociale Minotauro

Prof. Gustavo Pietropolli Charmet – Direttore Scientifico Consultorio Gratuito Minotauro

“La complicata relazione col corpo in adolescenza”: sempre più adolescenti si sentono brutti, temono che il proprio corpo sia inadeguato per la ricerca del successo sentimentale e sociale. Il corpo che cambia e si trasforma deve fare “bella figura” davanti alla platea dei coetanei.

Dott. Davide Comazzi – Coordinatore Consultorio Gratuito Minotauro
“Genitori e realizzazione del sé adolescenziale”: verranno portate alla luce alcune esperienze di sostegno al ruolo genitoriale per trasformare ostacoli evolutivi in eventi promotori dello sviluppo e della realizzazione del se.

Dott.ssa Roberta Spiniello – Consulente Consultorio Gratuito Minotauro
“Risultati di tre anni di attività del Consultorio Gratuito per adolescenti e genitori del Minotauro”

Dott.ssa Anna Arcari – Vice Presidente Cooperativa Minotauro
“L’utilità dei laboratori nella presa in carico dell’adolescente”

Dott. Matteo Lancini – Presidente Fondazione Minotauro
“Rischi e risorse delle relazioni virtuali in adolescenza”: diffusione delle “relazioni senza corpo”

9 ottobre 2015 “GIOVANI 3.0: STAY TUNED”

A cura di Comune di Cremona, ASL della Provincia di Cremona e Prefettura

Dott. Calderoni – Psicologo clinico, ipnologo esperto in psicologia digitale

“☺):Faccia o faccina?Nellaretedelleemozioni”: a partire dalle nuove modalità di relazione on line i cambiamenti intervenuti nei giovani adolescenti da un punto di vista cerebrale e neurologico, necessario per permetterne la comprensione e favorire nuove modalità di contatto;

Dott.Scarcelli – Dottore di ricerca in Scienze Sociali e ricercatore presso l’Università di Padova: nuovi modelli comunicativi e i cambiamenti avvenuti tra le generazioni attraverso un punto di vista “sociologico” dello stato attuale delle interazioni, della comunicazione e delle costruzioni culturali.

Dott. Libanti – Psicologo e Coordinatore per il Progetto Nazionale CCM – “Social Net Skills”
Il progetto “Youngle” – il primo servizio pubblico nazionale di ascolto e counseling su Facebook, rivolto ad adolescenti e gestito da adolescenti con il supporto di psicologi, educatori ed esperti di comunicazione.

scarica il programma Depliant-Cremona1.pdf

 

 

Alba (CN) BLACK MIRROR LO SPECCHIO OSCURO – 9/10 ottobre 2015

Le nuove tecnologie come ci stanno cambiando? Come realizzare comunicazione efficace su temi di salute? Come intercettare il pubblico? E’ possibile utilizzare questi ambienti per potenziare gli interventi socio-sanitari? Esistono le dipendenze da internet? Come prevenire? Come curare? Quali interventi possibili?

Da diversi anni il Centro Steadycam è impegnato in interventi ed attività di formazione sui temi della media education, in particolare per favorire l’utilizzo dei media come strumento integrale per la formazione e come metodologia di intervento socio sanitario. Nel corso delle varie attività è emersa da parte di operatori dei servizi, insegnanti e genitori l’esigenza di comprendere meglio come gli ambienti digitali stiano modificando le nostre vite e quelle dei cittadini che siamo chiamati a formare, aiutare, curare. Inoltre, dalle esperienze operative, si rafforza l’efficacia e la novità di un approccio metodologico che integri gli interventi (sociali e formativi) in presenza con l’utilizzo delle rete, delle App e di altri ambienti digitali.

Ecco allora l’idea di dedicare un momento alla riflessione e al confronto metodologico su un mondo spesso dipinto nelle cronache come uno specchio oscuro (cyberbullismo, videogiochi violenti, dipendenza, …), ma che invece fa parte delle nostre vite e che rappresenta una risorsa professionale potentissima.

Pertanto, l’evento si propone di lavorare sui nuovi ambienti e strumenti digitali in un’ottica di possibili interventi scolastici, educativi e di salute. Tre giorni per stare di fronte a uno specchio, per guardarci e rimettere in discussione il nostro lavoro, per passarci attraverso e scoprire nuove prospettive e acquisire altre competenze.

Proveremo ad aprire un confronto su questi interrogativi con l’aiuto di esperti di media e del mondo della comunicazione e proponendo workshop di esplorazione metodologica.

Interventi di Marangi, Fattori, De Baggis, Tonioni, Tisseron, Rivoltella, Youngle, Croce, Floris

scarica il programma del convegno black-mirror-definitivo.pdf

Black Mirror è rivolto a Dirigenti e Operatori sanitari delle Aziende Sanitarie. Dirigenti Scolastici e docenti delle Scuole di ogni ordine e grado Dirigenti e operatori degli enti del privato e del privato sociale (cooperative, associazioni, …) Liberi professionisti operanti nel settore sociale.Amministratori locali e Associazioni di genitori interessate.

Sede: Alba (CN) località Altavilla

L’evento prevede un costo per i partecipanti accreditamento ECM

Sonno e riposo: bambini e ragazzi vanno a scuola troppo presto e ne risente la salute 

I Centers ford Disease Control and Prevention Usa insistono sulla mancanza di sonno nei giovani che provoca sovrappeso, abuso di alcol e fumo e scarso rendimento scolastico

copyright Redazione Salute online/Corriere.it

La campanella a scuola per bambini e ragazzi suona troppo presto. Infatti i minori hanno bisogno di dormire di più la mattina e di svegliarsi più tardi. L’inatteso “aiuto” da parte dei ricercatori ai ragazzi viene dagli Usa, dove gli scienziati deiCenters ford Disease Control and Prevention hanno stabilito (ma non è la prima volta) che le ore di sonno dei giovani sono troppo poche rispetto a quelle consigliate: 8 e mezza, 9 e mezza per notte. E i bioritmi sbagliati portano a diversi problemi per la salute: dal sovrappeso al consumo di alcol, fino al fumo. E anche a una scarsa “performance accademica”.

La campanella spesso suona alle 8

La ricetta dei Centers ford Disease Control and Prevention (Cdc)Usa è spostare l’orario di ingresso a scuola, specie per gli adolescenti: gli esperti, hanno infatti esaminato i dati del Dipartimento dell’Educazione Usa (relativi al 2011-12) su 39.700 scuole pubbliche (medie e licei) e spiegano che meno di una scuola secondaria di primo e di secondo grado su cinque inizia dopo le 8.30. In media il portone si apre alle 8.03. Ebbene, secondo l’American Academy of Pediatrics in questo modo gli studenti, specie i più grandicelli – che in genere vanno a letto più tardi – non riescono a dormire a sufficienza e così finiscono per accumulare peso, non fare abbastanza attività fisica, soffrire di sintomi depressivi e adottare abitudini insidiose (alcol, fumo e abuso di sostanze), accumulando brutti voti a scuola.

Le abitudini date dai genitori 

La prima “bacchettata”, però, viene data dai Cdc ai genitori, rei di non fissare regole per la notte e orari fissi da rispettare. Gli esperti li invitano a stabilire orari regolari per andare a letto e svegliarsi al mattino, senza troppe alterazioni nei fine settimana. Se i ragazzi hanno un orario da rispettare – scrivono i ricercatori – , finiscono di sicuro «per dormire più a lungo rispetto ai coetanei», liberi di andare a nanna quando vogliono. È salutare anche ridurre la luce in cameretta di sera e di notte, anche quella dei dispositivi elettronici come pc, telefonini e tablet: disturba il sonno. Anche l’uso della tecnologia dopo una certa ora è nemico di Morfeo. L’invito ai genitori è quello di bandire i telefonini la sera e di toglierli dalla cameretta.

La scuola «ideale» dopo le 10

La campanella spostata in avanti invece sarebbe un “toccasana” ma – ammettono i ricercatori – si scontrerebbe con aspetti organizzativi notevoli. «Fino alle 10 i giovani sono ancora nella fase del risveglio, dunque non vanno mai programmati compiti in classe o spiegazioni complesse. Gli alunni capiranno meglio la spiegazione dalle 11 all’una», dicono gli esperti. «L’ideale sarebbe quindi iniziare la scuola alle 10», concludono, anche se si tratta ovviamente di un suggerimento teorico.
Il bisogno di sonno comunque – sottolineano – cambia da persona a persona. Per sapere quanto dovrebbe dormire il proprio figlio basta osservare cosa fa il giorno dopo: dorme a sufficienza se quando va a letto si addormenta subito e il giorno successivo non ha sonnolenza o mal di testa e non sbadiglia.

Identikit di una generazione che inizia a bere a 12 anni

Un adolescente su due si è ubriacato una volta durante l’ultimo anno
di Marzio Fatucchi, pubblicato su Corriere Fiorentino corriere fiorentino.corriere della sera

La stagione dello sballo alcolico parte presto. E tutti cominciano con spumanti e aperitivi. Le ragazze continuano a consumarli (anche se normalmente a 17 anni «scoprono» i superalcolici), mentre i ragazzi si spostano subito sulla birra. E esagerano: la metà dei ragazzi tra i 14 ed i 19 anni si sono ubriacati, nell’ultimo anno. Un terzo ha già fatto una «serata alcolica», cioè bidge drinking. Ma la cosa che più preoccupa è il trend verso l’inizio di un consumo sempre più «giovane». Come raccontano anche i gestori dei locali «ormai vediamo ragazzi di 12 anni arrivare già ubriachi». Questa è la percezione. I dati concreti li ha forniti l’Agenzia regionale di sanità della Toscana che sta aggiornando la ricerca triennale sullo stato di salute dei giovani toscani e il loro rapporto con le sostanze, illegali o meno. L’ultimo aggiornamento è del gennaio 2015 (dati riferiti al 2013). E il quadro preoccupa.

Superalcolici più che vino

«La maggior parte degli adolescenti toscani (91%) ha sperimentato il consumo di alcol, in quota analoga nei due generi. Quest’ampia diffusione è caratteristica del modello del “bere mediterraneo”. Nei ragazzi toscani coesistono anche modalità di assunzione di alcolici caratteristiche dei coetanei nord-europei, con la preferenza per bevande diverse dal vino, la concentrazione delle bevute nel fine settimana, il consumo di grandi quantità in singole occasioni». Tutti partono, a 14 anni, con spumanti e aperitivi, poi i ragazzi preferiscono la birra, fin dai 15 anni. Ma già a quella età «scoprono» anche il vino, a 16 i i superalcolici, seconda bevanda preferita. Bevono soprattutto fuori dai pasti e «il 60% del consumo di alcolici degli adolescenti toscani si concentra nel fine settimana» con una altra punta, ma solo per i ragazzi, il mercoledì. Si parte con una media di 6,6 grammi/alcol al giorno a 14 anni, si sale a 10,7 grammi a 19 anni. Ma bevono di più in media i ragazzi (12,7 grammi) rispetto alle ragazze (8,4 grammi).

In Toscana si inizia presto

«L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda la totale astensione dal consumo di alcol fino ai 15 anni» ricorda il ministero. Insomma, ogni bicchiere fino ai 18 è «comportamento a rischio». La verità è che in Toscana si comincia presto (questa rilevazione parte da 14 anni, ma una parte delle risposte positive riguarda anni precedenti) e non si smette, si aumenta. Ancora: il trend nazionale di consumatori occasioni e fuori pasto (aumentati dal 37,6% al 41,2% i primi e dal 24,8% al 25,8% i secondi) negli ultimi 5 anni è confermato anche in Toscana. Ma il problema principale sono le «serate alcoliche». «Quasi la metà degli adolescenti riferisce un episodio di ubriacatura durante l’anno e circa uno su tre è binge drinker, esponendosi al rischio di conseguenze acute del bere in eccesso (per es. incidenti stradali). Tali comportamenti sono più frequenti nei maschi, pur con delle differenze meno marcate per quanto riguarda le ubriacature» scrive l’Ars.

Le altre sostanze

Tutto questo però si lega anche all’uso delle altre sostanze, illegali: un terzo ha già consumato cannabis, tra i 14 e 19 anni, c’è un 2,7% che lo ha già fatto a 14 anni, a 19 ormai la metà degli studenti ne fa un uso «una tantum». E un ragazzo su 10 ha usato più sostanze illegali assieme, con un nuovo fenomeno, anche questo preoccupante: la seconda sostanza assunta dopo la cannabis sono psicofarmaci o farmaci, non usati per motivi di salute, ma per il loro effetto. Ecco, si tornasse poi a piedi, a casa, o col mezzo pubblico, si rischierebbe di meno. Invece, ragazze e ragazzi toscani ammettono: «Guidare dopo aver bevuto troppo è il comportamento a rischio più diffuso». Succede a a quasi un adolescente su quattro (23,3%), un comportamento più maschile (28,5%) che femminile (23,3%). Ma c’è anche un 13,4% che ammette di aver guidato dopo aver assunto sostanze illegali, per continuare la serata o tornare a casa. Sperando di arrivarci sani e salvi, loro e chi li incontra.

Le città italiane in cui dovresti vivere se hai meno di 30 anni

articolo di Mattia Salvia pubblicato su VICE.IT

Genova, con la focaccia e il culto della personalità di Fabrizio De Andrè venerato come Kim Il-sung asceso al cielo nello Juche nordcoreano. Rimini, con il meeting e i negozietti tipici che vendono bottiglie di vino con l’immagine di Hitler sull’etichetta. E Savona, che non so come sia perché non ci sono mai stato, ma che mi piace immaginare come una sintesi hegeliana delle altre due, città con cui condivide un posto sul podio dei comuni italiani dov’è migliore la qualità della vita per i giovani.

Stando a una classifica sull’Indice di Vivibilità Giovanile in Italia stilata dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza, infatti, se avete meno di 30 anni e vivete in una di queste tre città dovreste considerarvi davvero fortunati, mentre se non ci vivete dovreste seriamente pensare di trasferirvici. Dopo aver incrociato una grande mole di datiRegistro Imprese e Istat—da quelli sul tasso di occupazione e disoccupazione giovanile e sul dinamismo imprenditoriale dei giovani a quelli sul numero di impianti sportivi e locali presenti in questi comuni—è emerso che nel 2015 qualsiasi giovane dovrebbe voler vivere innanzitutto a Genova, Savona o Rimini.

Come ci si poteva facilmente immaginare, la notizia di quest’investitura è stata riportata con toni entusiastici dai quotidiani e i siti d’informazione dei comuni interessati. Ma al di là dell’orgoglio campanilistico dei giornalisti genovesi, savonesi e novaresi—fieri del più che dignitoso settimo posto della loro città—osservando la realtà dei fatti l’impressione è che un valore alto di questo fantomatico “indice di vivibilità giovanile” non abbia vere conseguenze sul mondo reale e sulle vite delle persone che in questi posti vivono e lavorano.

L’impressione si fa più netta osservando il resto della classifica e confrontandolo con i dati degli anni scorsi: se oggi Milano occupa il quarto posto, dietro ci sono Prato, Trieste, Novara, Bergamo, Torino e Pistoia––ovvero, esclusi i centri maggiori, luoghi in cui gli stessi giovani residenti sentono spesso di non avere tutte queste opportunità e da cui magari si spostano per proseguire gli studi o cercare lavoro. Me l’hanno confermato i savonesi, i pratesi e i riminesi a cui l’ho chiesto, tutti a prima vista stupiti del posto occupato dalla rispettiva città in classifica.

Non so cosa ci aspettassimo di trovare nella top five, ma il paradosso apparente è che i posti in cui secondo la classifica si dovrebbe vivere meglio sono anche quelli in cui nessun giovane mette in conto di vivere e da cui molti scappano. Voglio dire, chi mai vorrebbe andare a vivere a Rimini? Un paio di anni fa mi è capitato di passarci qualche giorno: mi è piaciuta così tanto che dopo poche ore volevo tornare a casa, e al mio rientro mi aspettavano un ricovero in ospedale e un’operazione—una prospettiva che in quel momento mi sembrava più che allettante.

In realtà, già il semplice fatto di voler misurare e classificare—e, quindi, esprimere in termini puramente quantitativi—una cosa indefinita e sfuggente come la qualità della vita è piuttosto complicato. Non bisogna essere Wittgenstein per accorgersi che in questo modo non si sta misurando ciò che si vorrebbe misurare, ma solo la sua espressione formale sotto forma di dati sull’occupazione e numero di chioschi sul lungomare savonese. E la grande quantità di classifiche di questo genere, forse, ne è la prova.

Proprio per questo, forse, queste statistiche andrebbero prese con un po’ di distacco. Probabilmente servono soltanto a soddisfare la tendenza umana al confronto e alla competizione––anche perché l’alternativa è che tutti i giovani che vanno a Milano per studiare in Bocconi e tutti i fuorisede calabresi a Roma abbiano sbagliato clamorosamente nelle loro scelte di vita, visto che, nella stessa classifica, queste due città occupano la quarta e la dodicesima posizione.

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