Genitori adolescenti

L’adolescenza è l’inizio cruciale della costruzione della autonomia personale – con vere e proprie sofferenze sia per i figli che per i genitori – ma oggi figli e genitori sono sempre più legati da un rapporto simile all’amicizia, una relazione d’intimità e di reciproca condivisione di comportamenti che avvicina, e al tempo stesso rende rischiosamente inafferrabile e confusa la distinzione generazionale.

Il professor Massimo Ammaniti ha dedicato nel 2015 un libro a “La Famiglia Adolescente” proprio per la diffusione di un fenomeno di questi anni , nell’era digitale e dei Social Media: “Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. Un universo vischioso in cui nessuno vuole emanciparsi”.

La componente genitoriale di questa “famiglia liquida”  in un recente articolo apparso su Hufftington Post viene  identificata con il termine “adultescenti” con  considerazioni  interessanti sulle possibili ombre nelle relazioni familiari apparantemente positive nella fase piu delicata della vita dei figli.

“L’adolescenza dei figli avviene quando i genitori si avvicinano ai 50 anni e la crisi dei genitori si interseca con quelle del figlio. Lo spazio privato del figlio è costantemente invaso da genitori onnipresenti, che si reincarnano nei figli diventando amici, confidenti, complici. Per i figli è difficile conquistare la propria autonomia anche perché la loro sessualità si realizza davanti agli occhi spesso complici dei genitori. Il processo di separazione-individuazione viene ostacolato perché gli adolescenti non hanno dei genitori contro cui opporsi e contrapporsi.

La rete diventa la vera ribalta nella quale gli adolescenti fanno le loro esperienze sociali confrontandosi coi coetanei che amplificano il senso di sé. I social media sono spesso l’unico modo di avere una vita personale. I messaggi nella rete si diffondono rapidamente contribuendo ad un senso grandioso di sé, ma anche col rischio di perdere la propria privacy. In ogni caso è uno spazio di difficile accesso per gli adulti e i genitori. Questo comporta avere anche molte amicizie, senza una vera intimità. Ne consegue che non ci si deve più annoiare. Emerge un’organizzazione del sé autocentrata in cui le capacità di empatia e di mentalizzazione sono limitate, con il frequente ricorso a strategie dissociative.

È tipico di questo periodo correre dei rischi e ricercare sensazioni forti che favoriscono il distacco dalla famiglia e la sperimentazione.

Anche il rapporto famiglia-scuola è cambiato rispetto al passato. Quando esisteva una continuità di regole e di orientamenti educativi per cui i bambini e i ragazzi si confrontavano con una coerenza di valori che favoriva la loro identificazione.

Oggi il figlio rappresenta più del passato un investimento familiare e si verifica un rapporto di complicità fra genitori e figlio a scapito della scuola, accusata di non valorizzare abbastanza il proprio figlio.

La condizione adolescenziale si è fatta estremamente complessa anche perché i genitori hanno difficoltà ad assumere un ruolo di guida, trovandosi spesso sullo stesso piano dei figli.

Ancora oggi è valido quello che scrisse Donald Winnicott “l’adolescenza è una malattia normale, il problema è dei genitori e della società se sono abbastanza sani da poterla sopportare.”

tratto da La famiglia adolescente e la fuga verso i social _ Hufftington Post

Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

O come ODIO

Secondo gli esperti stiamo assistendo a un incremento dell’aggressività percepita e della crudeltà. Forse si commettono più o meno lo stesso numero di aggressioni, ma sono più crudeli. In particolare, c’è una sorprendente crudeltà e aggressività nei bambini e negli adolescenti.

Di recente a proposito della proliferazione dentro e fuori la Rete i cosiddetti ‘haters‘ è stato affermato che la recrudescenza dell’aggressività si lega al frantumarsi delle reti umane, sociali, affettuose e solidali. Un mix di individualismo e incertezza due cose che messe insieme rendono tutto istantaneo, rapido, immediato e singolo.
L’altro lato della medaglia e’ la depressione. Rabbia e depressione sono due facce di una stessa problematica: il frantumarsi dei network umani, delle reti solidali.
La tecnologia digitale favorirebbe gli haters in due modi: abbassando la soglia del pudore (per questo si comunicano cose intime con più facilità)  e alzando il grado di deumanizzazione delle persone odiate, facilitando l’espressione di sentimenti negativi, aggressivi e rabbiosi. Inoltre, l’immersione nei videogiochi sembra correlarsi a una minore percezione degli effetti dell’agire reale con una conseguente diminuzione della percezione del grado di responsabilità

Ma sebbene Internet rappresenti un canale che disinibisce e al tempo stesso amplifica la portata di un messaggio ostile, l’odio non è un problema della rete, non nasce con la rete, non si risolve guardando solo alla rete. E se davvero vogliamo proteggere bambini e adolescenti dalla violenza verbale, forse dovremmo interrogarci maggiormente su cosa accade fuori dalla Rete, negli altri contesti in cui vivono. Quali parole ascoltano a casa e a scuola?

L’odio in Rete? Inizia a casa e nelle scuole di Barbara Forresi Alley Oop – sole24ore.it

Da qualche anno gli studi mostrano come gli abusi verbali in famiglia siano molto diffusi. A dispetto della scarsa attenzione mediatica che ricevono, gli abusi psicologici, di cui quelli verbali fanno parte, costituiscono la forma di maltrattamento su bambini e adolescenti più diffusa nei paesi occidentali. Come le altre tipologie di abuso, possono condizionare negativamente lo sviluppo e il benessere emotivo di bambini e adolescenti. Bambini figli di genitori verbalmente aggressivi, più degli altri, sviluppano sintomi di ansia, depressione, dissociazione, abuso di droghe e, ovviamente, rabbia-ostilità, in un ciclo della violenza che si ripete, come dimostrano diverse ricerche. L’abuso verbale, insomma, non è meno grave di quello fisico o di quello sessuale.

Con “abuso verbale”, poi, non si intendono solo le situazioni in cui un genitore urla e sbraita contro un figlio, alzando la voce e magari brandendo qualcosa tra le mani. Psychology Today ne ha parlato pochi giorni fa  in un interessante articolo sulle “altre” forme di violenza verbale, sui danni che possono essere inflitti ad un bambino senza mai alzare la voce, su quei silenzi armati e crudeli che lo mettono in ridicolo, lo fanno vergognare, lo fanno sentire inutile e invisibile. L’ostilità in assenza di rabbia è un segnale misto, ambivalente, difficile da decifrare per un bambino: la confusione emotiva che prova in questi casi è un grave fattore di rischio per la sua salute mentale.

Quanto alla scuola, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Child Abuse & Neglect, studenti israeliani di prima media hanno raccontato di essere esposti alle grida degli insegnanti, ad insulti – a volte particolarmente crudeli – e ad umiliazioni pubbliche quando siano disattenti, non portino a termine un compito o prendano un brutto voto. Come affrontano queste esperienze? In silenzio: alcuni ripetendosi in monologhi interiori che non lo meritano (soprattutto le femmine), altri insultando l’insegnante a bassa voce (soprattutto i maschi), i più evitando di riferire ad altri adulti l’accaduto.Inutile quindi accanirsi con la Rete, perché i bambini possono incontrare parole ostili in ogni contesto che frequentano, a casa, a scuola, nei contesti sportivi e di socializzazione, nel web. Non esistono antidoti o facili soluzioni, né online né offline. Mi è molto piaciuto, però, che nel manifesto delle parole ostili vi fosse un invito al silenzio, ad ascoltare con onestà e apertura, prima ancora di parlare. In un’epoca di iperproduzione di parole e immagini, mi è parso pregno di una saggezza d’altri tempi. Pensando ai genitori, agli educatori e agli adulti che si trovano di fronte un bambino credo sia un punto essenziale: i bambini vanno prima di tutto ascoltati e solo nel silenzio può maturare il vero ascolto.

Adolescenti e dipendenza da Internet

Le dipendenze da Internet saranno le malattie più diffuse a livello mondiale del prossimo decennio secondo il report del XVIII Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica tenutosi a Firenze in aprile.

Gli adolescenti italiani sono sempre più dipendenti dalla rete (stima  del 5%). L’accesso ad internet 24 ore su 24 attraverso gli smartphone ha aggravato il problema dello sviluppo di una dipendenza da internet. Uno studio della rivista Neuropsychiatry parla di dipendenza se si superano le 6 ore giornaliere di connessione  e conferma una maggiore predisposizione per i maschi.

Sul tema riportiamo un interessante articolo apparso su Data Manager Online che riporta l’analisi e le riflessioni della Società italiani dei Pediatri.

“Dipendenza da Internet, cresce il disagio emotivo tra gli adolescenti” La condizione attuale dei giovani è oggetto di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, presentata in occasione del Congresso Nazionale a Napoli, un lavoro che ha messo in luce soprattutto il disagio emotivo diffuso tra i giovanissimi, oltre ad a un distacco sempre maggiore dalle figure adulte di riferimento.Il Presidente della SIP Alberto Villani commenta così: ”I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Come Pediatri stiamo infatti osservando un’insorgenza sempre più precoce di alcuni problemi tipici dell’adolescenza. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori – spiega Villani in una nota pubblicata sul sito ufficiale della SIP – affrontando temi che si ritenevano propri dell’età adolescenziale, ma che si manifestano prima. E’ necessario elaborare strategie comunicative adatte ai bambini più piccoli e preparare i genitori ben prima dell’età adolescenziale”.

La ricerca si è avvalsa di un questionario informatizzato, che ha comportato in due mesi la risposta di più di 10 mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni, da tutte le regioni.Le domande spaziavano dall’alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Osservando i risultati della ricerca è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della condizione attuale degli adolescenti in Italia, che sono sempre più iperconnessi tanto che uno su quattro è sempre online; circa l’80% del campione ha sperimentato, a varie intensità, un disagio emotivo e l’84,2% non si è rivolto ad uno specialista. Gli amici rimangono il riferimento principale mentre il 46% si rivolge ai genitori in caso di problemi. I dati più preoccupanti riguardano l’autolesionismo, che interessa il 15% del campione.

A far riflettere è anche l’età media del primo smartphone, già tra 10 e 12 anni, mentre l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. Il 53% del campione si dedica ad attività multimediali per periodi prolungati. Un preadolescente su 2 dichiara di navigare su Internet durante la notte all’insaputa dei genitori, mentre uno su 3 è stato adescato da un adulto attraverso profili fake. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di Internet potrebbe essere dannoso per la salute degli adolescenti: almeno 25 ore a settimana aumentano il rischio di pressione alta.

Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile presso IRCCS Stella Maris di Pisa conclude così: ”Il dato dell’elevato numero di risposte al questionario proposto, più di 10.000 in meno di due mesi, ci obbliga a riflettere sul bisogno espresso e a cercare di passare ad una fase di costruzione di risposte efficaci, per non deludere la fiducia che gli adolescenti hanno rinnovato, anche in questa occasione, verso adulti e istituzioni”.

 

BLUE WHALE – I CONSIGLI DELLA POLIZIA POSTALE

 dal sito web della Polizia Postale

BLUE WHALE – CONSIGLI

Il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni sta coordinando gli interventi attivati a seguito delle numerose segnalazioni pervenute ed in trattazione degli Uffici territoriali della Polizia Postale al fine di individuare la presenza di eventuali soggetti che si dedicano ad indurre minorenni ad atti di autolesionismo ed al suicidio attraverso l’uso di canali social e app ovvero di intercettare fenomeni di emulazione nei quali pericolosamente possono incorrere i più giovani in Rete in preda alle mode del momento o guidati da un’improvvida fragilità magari condivisa con un gruppo di coetanei.

Stiamo parlando del blue whale challenge, una discussa pratica che sembrerebbe provenire dalla Russia che viene proposta come una sfida in cui un così detto “curatore” manipola la volontà e suggestiona i ragazzi sino ad indurli, attraverso una serie di 50 azioni, al suicidio.

CONSIGLI PRATICI PER I GENITORI:

• Il Blue Whale è una pratica che può suggestionare i ragazzi ed indurli progressivamente a compiere atti di autolesionismo, azioni pericolose (sporgersi da palazzi, cornicioni, finestre etc) sino ad arrivare al suicidio. Questa suggestione può essere operata dalla volontà di un adulto che aggancia via web e induce la vittima alla progressione nelle 50 tappe della pratica oppure da gruppi whatsapp o sui social nei quali i ragazzi si confrontano sulle varie tappe, si fomentano reciprocamente, si incitano a progredire nelle azioni pericolose previste dalla pratica, mantenendo gli adulti significativi ostinatamente all’oscuro;
• Aumentate il dialogo sui temi della sicurezza in rete: parlate con i ragazzi di quello che i media dicono e cercate di far esprimere loro un’opinione su questo fenomeno;
• Prestate attenzione a cambiamenti repentini di rendimento scolastico, socializzazione, ritmo sonno veglia: alcuni passi prevedono di autoinfliggersi ferite, di svegliarsi alle 4,20 del mattino per vedere video horror, ascoltare musica triste.
• Se avete il sospetto che vostro figlio frequenti spazi web sulla Balena Blu-Blue Whale parlatene senza esprimere giudizi, senza drammatizzare né sminuire: può capitare che quello che agli adulti sembra “roba da ragazzi” per i ragazzi sia determinante;
• Se vostro figlio/a vi racconta che c’è un compagno/a che partecipa alla sfida Balena Blue-Blue-Whale, non esitate a comunicarlo ai genitori del ragazzo se avete un rapporto confidenziale, o alla scuola se non conoscete la famiglia; se non siete in grado di identificare con certezza il ragazzo/a in pericolo recatevi presso un ufficio di Polizia o segnalate i fatti a www.commissariatodips.it;

AI RAGAZZI:

• Nessuna sfida con uno sconosciuto può mettere in discussione il valore della tua vita: segnala chi cerca di indurti a farti del male, a compiere autolesionismo, ad uccidere animali, a rinunciare alla vita su www.commissariatodips.it;

• Ricorda che anche se ti sei lasciato convincere a compiere alcuni passi della pratica Blue Whale non sei obbligato a proseguire: parlane con qualcuno, chiedi aiuto, chi ti chiede ulteriori prove cerca solo di dimostrare che ha potere su di te;
• Se conosci un coetaneo che dice di essere una balena Blu-blue whale parlane con un adulto: potrebbe essere vittima di una manipolazione psicologica e il tuo aiuto potrebbe farlo uscire dalla solitudine e dalla sofferenza;
• Se qualcuno ti ha detto di essere un “curatore” per la sfida Blue Whales-Balena Blu sappi che potrebbe averlo proposto ad altri bambini e ragazzi: parlane con qualcuno di cui ti fidi e segnala subito chi cerca di manipolare e indurre dolore e sofferenza ai più piccoli a www.commissariatodips.it;
• Se sei stato aggiunto a gruppi whatsapp, Facebook, Istagram, Twitter o altri social che parlano delle azioni della Balena Blu-Blue Whale parlane con i tuoi genitori o segnalalo subito su www.commissariatodips.it;

(Non) moriremo per un like in più

Rovazzi a scuola inviato delle «Iene» «Le foto a rischio? Attenti, i social generano mostri»
Corriere della Sera Di Andrea Laffranchi

Per un selfie estremo si può anche perdere la vita. La popstar Fabio Rovazzi, inviato delle Iene nelle scuole, racconta al Corriere come un gioco può diventare tragedia.

Esercizi di ginnastica su un cornicione non protetto a 250 metri d’altezza. Abbracci romantici sulla punta di una gru sospesa nel vuoto. Video fatti sulle rotaie fuggendo un attimo prima che il treno passi. Basta digitare «extreme selfies» o «Daredevil (come il supereroe) selfies» su YouTube per finire in un mondo di follia. Per una manciata di «like» qualcuno ha perso la vita. Altro che invincibili.

Un mondo virtuale di follie reali che verrà raccontato da Fabio Rovazzi nella puntata di «Le Iene» in onda questa sera su Italia 1. Il tormentonista di «Andiamo a comandare» è andato a Dubai — con tutti quei grattacieli è la terra promessa per queste sfide — a seguire le evoluzioni di Angela Nikolau e Ivan Kuznetsov, una coppia russa specializzata in selfie ad alto tasso di rischio, e fuori da alcune scuole medie italiane per capire un fenomeno che troppo spesso diventa disgrazia. «Sono i social ad aver generato questi mostri. Ognuno vuole essere al centro dell’attenzione — racconta Rovazzi dal più tranquillo primo piano del suo appartamento milanese —. Queste imprese sono i tentativi estremi di arrivare a un obiettivo che non esiste, avere “like”. Le persone pensano che avere follower cambi la vita. Ma perdere la vita per quello è da teste di…». Parole di un milionario in follower. «Il mio seguito è conseguenza di un lavoro che faccio al meglio. Il mio obiettivo è fare il regista cinematografico, non fare numeri sui social».

Rovazzi ha seguito il team russo in un paio di blitz. Impresa rischiosa sin dall’inizio. Si tratta di violare la sicurezza degli edifici. «Fanno piani in stile Ocean’s eleven… Hanno codici per aprire porte e sbloccare ascensori. Ci sono forum in cui si scambiano le informazioni». Guardando il servizio si hanno i brividi, ma basterebbe la tensione del volto di Fabio. «Le immagini più forti le hanno girate loro. Io e la troupe siamo sempre stati in zone sicure: il vento e le oscillazioni dei grattacieli in quota fanno paura». Quello che preoccupa Rovazzi è l’emulazione. «La demenza sul web non deve diventare morte. Questi russi sono preparati fisicamente, sono dei professionisti».

Fabio ha provato a trasferire la sua preoccupazione ad Angela e Ivan. «Mi hanno risposto che invitano a non rifare le loro imprese, ma di questi avvisi non ho trovato traccia. Lo fanno per business, ci sono aziende che li sponsorizzano». Il suo ruolo di modello positivo

Rovazzi, 23 anni, milanese, autore di video diventati virali sul web, è esploso come cantante nell’estate del 2016 con «Andiamo a comandare» seguita da «Tutto molto interessante» risale al «non mi fumo canne/ sono anche astemio» di «Andiamo a comandare». «Vengo da una buona famiglia, non capisco chi fa il trasgressivo. Ho un pubblico di ragazzini e sento le responsabilità. Ho visto molti personaggi del web fare le Iene costruendo servizi simpatici. Non volevo fare cazzeggio, ma qualcosa di impegnato».

Da Dubai all’Italia. La «iena» è andata a incontrare dei teenager. «È una moda tra i ragazzini, non fra i miei coetanei. Ho chiesto agli studenti di spiegare cosa fa scattare la molla e mi hanno confermato che è la caccia al “like”. Alla fine li ho convinti a gridare che i selfie estremi sono una “stronz… enorme” e che è meglio fare “foto con i gattini”».

L’esperienza con «Le Iene» lo ha divertito. «Quando ancora facevo video per le discoteche, Andrea Pellizzari mi ha chiesto di lavorare con lui per delle convention in cui era mr. Brown, l’improbabile insegnate di inglese lanciato proprio dalle Iene».

Dalla vecchia coca alle nuove psicoattive: viaggio tra le droghe della generazione 2000

Cocaina ed eroina già alle scuole medie. Ma anche farmaci tradizionali e legali come Oki e Xanax. E composti chimici sconosciuti perfino alla polizia. Ecco quali sono le sostanze più usate dai minorenni

Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Le Inchieste de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/

e Nico il weekend aveva il suono sincopato della musica tekno e il sapore amaro di una striscia da sniffare. Una riga bianca composta da speed e ketamina. La prima è polvere di anfetamina, dall’odore di prato appena tagliato. La seconda è un anestetico per cavalli. Effetti opposti mischiati in un’unica botta. Come la speedball, eroina e cocaina insieme, un’altra delle tante ricette fai da te che girano oggi. I rave party tra le valli dell’Appennino tosco-emiliano sono stati per parecchio tempo l’unica ossessione per Nico, 17 anni appena compiuti.

Come per Gigi e Teo, che di anni ne hanno 16 e le feste hanno iniziato a frequentarle appena usciti dalle scuole medie. «Si tenevano in un luogo che rimaneva segreto fino a poche ore dall’inizio», raccontano, «poi iniziava il passaparola via smartphone». Nel buio dei boschi o in capannoni industriali abbandonati fuori città, il martellare dei bpm li accompagnava fino al giorno dopo. Notte, mattina, pomeriggio e ancora notte.

Le pasticche mandate giù come fossero caramelle. Eccitazione, risate, viaggi psichedelici. Oggi Gigi e Teo vivono in una struttura di recupero in provincia di Roma. È il lato oscuro del disagio giovanile. Il down, che quasi nessuno vuole vedere, dei ragazzi nati dopo il 2000. Minorenni fantasma, come lo sono stati gli eroinomani negli anni ’80. Ma con una differenza. Alla radice dello sballo di Nico, Gigi, Teo e di tanti altri adolescenti con cui L’Espresso ha parlato in giro per il Paese (il patto per farsi raccontare le loro storie è di usare rigorosamente nomi di fantasia) non c’è alcun punto di riferimento ideologico.

La maggior parte di loro è alla ricerca di una sostanza che possa farli eccitare o rilassare, prepararsi a fare sesso o a ballare per venti ore consecutive, sentirsi in pace con il mondo o più semplicemente – e molto spesso – dimenticare per qualche ora le emozioni dolorose. Facile, oggi più che mai. Perché la gamma a disposizione per raggiungere l’obiettivo è praticamente infinita. Dalle droghe tradizionali ai farmaci più comuni. Fino alle sigle da piccolo chimico, decine di composti che ogni anno entrano silenziosamente sul mercato, spesso sconosciuti persino alle forze di polizia.

Non esiste luogo migliore dei rave per studiare i mutamenti delle droghe. Proprio sulle feste illegali a base di musica tekno e goa si sta infatti concentrando un progetto finanziato dalla Commissione europea. Si chiama Baonps, è stato avviato quasi due anni fa e punta a scoprire, attraverso l’analisi chimica, quali sono le sostanze che girano tra i giovani.

In gergo tecnico si chiamano nsp: “Nuove sostanze psicoattive”. Composti talvolta nemmeno inclusi nelle tabelle ufficiali del ministero della Salute. E dunque ufficialmente legali. Proprio come nel film Smetto quando voglio, in cui un gruppo di ricercatori universitari precari inonda le discoteche romane con una sostanza non ancora classificata come droga, in tutta Italia si stanno moltiplicando casi di questo genere. Una tendenza preoccupante, perché gli effetti a lungo termine sulla mente e sul corpo di chi le assume sono ignoti. I risultati della ricerca – di cui fanno parte tra gli altri la onlus Alice e il Cnca – dicono che su oltre 300 campioni di droga analizzati la maggior parte conteneva mdma e ketamina. Non certo delle novità per chi conosce il mondo dello sballo.

Più preoccupante è stato scoprire che in un caso su tre la droga non corrispondeva a quella che il consumatore pensava di aver acquistato. È il caso per esempio della 4-fluoroamfetamina, spacciata al posto della più classica anfetamina. O del 25I-NBOMe , venduto come se fosse Lsd. La differenza non è banale. Mentre gli acidi non hanno mai causato morti dirette, quest’ultimo composto ha già provocato 25 vittime fra Europa e Stati Uniti. «Il mercato della droga è in continuo aggiornamento, produce sempre nuove sostanze», ricorda Riccardo De Facci, vicepresidente del Cnca, che tiene a sottolineare: «Analizzando le sostanze diamo la possibilità ai ragazzi di sapere cosa assumono. Infatti, in oltre il 50 per cento dei casi, chi scopre di aver comprato qualcosa che non si aspettava decide di buttare via la sostanza».

La chimica resta in fondo alla classifica delle droghe più utilizzate dai ragazzi italiani. In cima alla lista svettano di gran lunga hashish e marijuana. Anche qui però ci sono alcune novità rispetto al passato. L’età a cui si inizia a fumare, sempre più precoce. La potenza del thc (principio attivo della cannabis), che secondo l’ultimo rapporto dell’Unione europea sul tema è aumentato di oltre il 50 per cento fra il 2006 e il 2014. E la velocità con cui molti ragazzi passano a droghe più pesanti.

Nella casa di recupero La Torre, a Modena, incontriamo cinque minorenni disposti a raccontarci la loro storia. Hanno dai 15 ai 17 anni e tutti sostengono di aver iniziato a fumare canne già alle medie. Alberto dice di aver cominciato a 13 anni. «Hashish e marijuana sono state la mia risposta al bullismo, un modo per non pensare alle prese in giro continue e alle minacce che ho subìto», ci confida. In terza media fumava già 10 grammi al giorno, un anno dopo andava ai rave e si mangiava gli acidi. Poi è arrivato l’oppio, la ketamina, la speed, la cocaina, la mescalina. «Ho provato quasi tutto», racconta con un certo orgoglio davanti ai suoi compagni di comunità. Marco Sirotti, psicologo, di casi come quello di Alberto ne ha visti a decine.

È il coordinatore dell’Area Dipendenze Patologiche del Ceis, un consorzio che raggruppa associazioni e cooperative attive in tutta l’Emilia Romagna. «Alla base dello sballo c’è quasi sempre un trauma, una personalità fragile, e questa è una caratteristica indipendente dall’epoca in cui viviamo. Lavorando qui da 20 anni, però, posso dire che qualcosa è cambiato nel rapporto fra minorenni e droga. Prima le sostanze erano legate quasi sempre alla ribellione nei confronti della società considerata bigotta e borghese, oggi invece vengono usate spesso per vincere la noia, per migliorare le prestazioni. Infatti i ragazzi che seguiamo sono quasi sempre poliassuntori, cioè usano droghe diverse a seconda dell’effetto di cui hanno bisogno».

Faceva così anche Martino, classe 2000, da oltre un anno entrato in una comunità di recupero alle porte di Bologna. Anche la sua è stata un’escalation rapidissima. «Fino alla seconda media si dedicava anima e corpo all’atletica leggera, andava all’oratorio, poi ha iniziato a uscire con alcuni amici, figli di buone famiglie bolognesi, e sono cominciati i problemi». Angela, la mamma di Martino, ci racconta la sua storia seduta in un bar di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano. A solo un anno di distanza dalla prima canna, il ragazzo era già passato all’eroina, fumata e sniffata, che oggi si compra per circa quaranta euro al grammo e viene venduta anche in dosi minime, in alcuni casi anche da 10 euro. Come la madre del sedicenne di Lavagna suicidatosi dopo la perquisizione in casa della Guardia di Finanza, anche Angela ha deciso di denunciare il figlio.

«Appena ho avuto il sospetto che oltre alle canne avesse iniziato a usare altro ho deciso di farmi aiutare», ricorda: «Sono andata dalle forze dell’ordine, loro mi hanno consigliato di sottoporlo a un controllo in ospedale e così ho fatto: i medici hanno riscontrato un uso di oppiacei, il Sert lo ha preso in carico e da lì è andato in comunità». Angela lo racconta con gli occhi velati dalle lacrime, ma ci tiene a sottolineare che non se ne vergogna affatto: «Bisogna agire con cautela, il figlio deve capire che il genitore sta soffrendo e non l’ha tradito. È inoltre fondamentale trovare dei poliziotti intelligenti e sensibili, capaci di capire la delicatezza della situazione. Detto questo, la cosa più importante è farsi aiutare».

Ragazzini che, in fondo, vorrebbero soltanto essere ascoltati. E non c’è differenza di ceto. Nelle comunità si ritrovano fianco a fianco figli di professionisti e ragazzi di vita. Da Bologna a Roma. «Il mio Toni ha iniziato a drogarsi a 14 anni», racconta con la voce spezzata dall’emozione Giulio, manager di un’importante multinazionale italiana. Ai suoi ragazzi non è mancato mai nulla, figli della upper class bolognese. Eppure il più grande dei due ha imboccato una strada senza ritorno: «Nel suo gruppo avevano iniziato a fumare e sniffare l’eroina. A soli 15 anni. A quel punto ho fatto una scelta dolorosa, l’ho denunciato ai carabinieri per la droga trovata a casa. E dopo l’ennesimo ricovero in pronto soccorso è entrato in comunità».

I giovanissimi che l’eroina la sniffano o la fumano non si identificano però con il tossicomane che si buca. Nonostante i danni siano identici e la dipendenza comunque immediata, tutti i ragazzi incontrati da L’Espresso ci hanno tenuto a precisare che loro mai avrebbero osato usare una siringa. Un metodo soft di assunzione, spesso suggerito dagli stessi spacciatori, che crea l’illusione di poter mantenere il controllo. Giulio è convinto, ci spiega, che dietro l’assunzione compulsiva di sostanze non ci sia alcun movente politico o trasgressivo: «È un abuso figlio del consumismo, una bulimica ricerca di effetti diversi. In più di fronte a modelli che tendono alla perfezione, i nostri ragazzi vivono con una bassissima autostima, e credono che lo sballo sia la soluzione più rapida».

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Potresti essere vittima di cyberstalking e non saperlo

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto. I messaggi di cyberstalking si distinguono dallo spam ordinario perché il cyberstalker attacca una vittima specifica con messaggi spesso minacciosi, mentre lo spammer si rivolge a un gran numero di destinatari con messaggi semplicemente fastidiosi. Questo non vuol dire però necessariamente che il cyberstalker debba conoscere la sua vittima. Può contattare casualmente persone online e poi iniziare a fare stalking. “Il cyberstalker opera attraverso una scrematura”, spiega a TPI il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo clinico, responsabile di un corso online sull’argomento. “Contatta online più persone e quando una di queste risponde lui inizia la vessazione”. Lo stalker online vede la vittima solo come un oggetto da denigrare. “La sua attenzione è puntata solo su se stesso e sull’interrogativo ‘qual è la prossima mossa che posso fare’?”, spiega il professore. Il desiderio è quello di essere visibile anche senza mostrare la propria vera identità”. “Si tratta di un narcisismo perverso”, dice Mastronardi. “È tipico di una persona caratterizzata da pochezza esistenziale e da un comportamento avulso da agili contatti sociali. Lo scopo è ottenere attenzione”. Nell’ordinamento italiano lo stalking è punito perché integra il delitto di atti persecutori previsto all’art. 612-bis del codice penale. La soglia oltre la quale questo comportamento diventa punibile è il danno provocato alla vittima. Se la condotta provoca un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, “un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”, o costringe la persona ad alterare le proprie abitudini di vita, allora lo stalking è punibile. Quali sono i tipi di cyberstalker e come ci si può difendere In base alla tipologia di messaggi con cui si aggancia la vittima online possono essere distinti diversi tipi di stalker. Si può trattare di un troll, cioè di chi mira a provocare la vittima prescelta e ingaggia una sfida con se stesso per suscitare reazioni nella vittima prescelta. Il twink vuole solo infastidire. Per questo mira a creare situazioni di tensione che poi allenta e sminuisce dopo averle create. Il cheese player è quello che aggancia la vittima sfruttando i bug dei videogiochi e la invita a giocare in maniera seriale. Tra i cyberstalker può essere inserito anche lo snert, acronimo per “snot-nosed egoistical rude teenager”, cioè l’adolescente maleducato ed egoista. Infine c’è il griefer, il guastafeste maleducato e offensivo che prova piacere nel causare problemi agli altri. Per evitare che messaggi indesiderati online si trasformino in vero e proprio cyberstalking, è fondamentare riconoscere le tecniche utilizzate per agganciare le vittime. “Chi è ben informato su queste strategie di ‘uncinamento’ è immune, perché riesce a denudare i comportamenti altrui prima ancora che siano messi in funzione”, dice il professor Mastronardi. “Se non offre risposta a questi atteggiamenti interrompe la comunicazione, e questo smonta l’intento dello stalker online”. Un altro scudo importante è quello costituito dal medico e dalle persone che stanno vicino alla vittima. “Quando una persona, soprattutto un adolescente, comincia a soffrire di depressione, è giusto sospettare di possibili nemici virtuali che possono inficiare l’equilibrio della vittima”, spiega Mastronardi. “In altri casi, ai genitori può capitare di accorgersi che sono proprio i figli a fare stalking online. In questi casi va fatta una distinzione per chiarire se si tratta di una persona con una semplice immaturità emotivo-affettiva o se occorre fare valutazioni psicopatologiche”. TPI

fonte http://www.cesdop.it/news.php?cod=2073

Arriva #AVVISO AI NAVIGANTI – per parlare di social e cyberbullismo

Al via il progetto promosso dall’ Istituto Agrario di Firenze
per informare e creare consapevolezza nei confronti dei rischi che derivano dall’uso improprio della comunicazione sul web.
Ma soprattutto per favorire nei ragazzi un uso responsabile e consapevole dei Social, partendo dal sottile confine che c’è tra “scherzo” e reato legato al cyberbullismo.

Si chiama #avvisoainaviganti ed è un progetto che si pone come obiettivo finale la produzione di un film girato e interpretato da 20 studenti dell’Istituto Agrario contro gli atti di cyberbullismo e che sarà proiettato nelle scuole medie fiorentine e toscane. Oltre ai canali internet e social più utilizzati dagli adolescenti.

Verrà creato anche un vero e proprio brand #avviso ai naviganti, con un logo, una sorta di etichetta per identificare le scuole che sono impegnate nell’azione di lotta al bullismo, anche a livello territoriale.

L’iniziativa vede coinvolti a fianco dell’Istituto Agrario
Comune di Firenze (con i Progetti GemitoriInCorso e Youngle)
USL Centro Firenze (Ufficio Educazione alla Salute)
Polizia di Stato (Ufficio Minori della Questura) e Polizia Postale
Università di Firenze (Dipartimento Scienza della Educazione)
Fondazione Sistema Toscana – Sezione Cinema – Lanterne Magiche.

Il progetto parte l’8 di aprile e dopo vari incontri formativi, che i ragazzi condivideranno con operatori e coetanei che già lavorano online sul problema bullismo, a maggio verrà girato un cortometraggio con il regista Domenico Costanzo.

A settembre il lancio del film #avvisoainaviganti e del brand relativo.

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