Adolescenti che non si piacciono e si mettono a dieta: come reagire?

Il 42% degli adolescenti dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app

La fase dell’adolescenza è un momento della vita di ognuno di noi bello e importante: ci porta progressivamente alla maturità fisica e psicologica. Tuttavia si sa quanto sia anche problematico questo periodo per via delle insicurezze che il giovane ragazzo vive e che deve saper affrontare per crescere. Insomma: se poco prima eravamo pressoché in armonia col mondo attorno a noi e con noi stessi, in questa fase invece vediamo difetti a non finire. Ma da dove nascono se prima non esistevano? Il nostro corpo è soggetto a un cambiamento di grande portata e molto veloce: ciò induce nel ragazzo preoccupazioni e ansie, in quanto non si riconosce più e teme di non piacere agli altri.

Uno degli aspetti da curare in questo periodo è la relazione che ha il ragazzo col cibo e con il modo di mangiare perché è risaputo che un modo erroneo per superare la crisi dell’adolescente verso il proprio aspetto fisico è l’affidamento a diete, fai da te o prese dal web, o anche solamente la rassicurazione che viene da consigli su come perdere peso, diventare più muscolosi, ridurre la circonferenza vita o avere gambe più magre.
I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza parlano chiaro: del 42% degli adolescenti che dichiara di aver seguito una dieta almeno una volta nella vita, il 35% segue una dieta ‘fai da te’ e circa 1 su 10 si affida a quelle trovate in rete o ai consigli delle app.

La dottoressa Maura Manca ci aiuta a capire come i genitori dei ragazzi devono comportarsi per aiutarli a ritrovare fiducia in sé stessi, ed eliminare poco alla volta quella loro fissa, tenendo in considerazione il fatto che “il cibo e il modo di mangiare dei figli è un importante veicolo di comunicazione di significati e messaggi che i genitori devono saper cogliere e decifrare per farli sentire compresi e aiutarli in caso di bisogno.”

Questi sono i consigli:

1. NON SMINUIRE E ATTENZIONE AL SARCASMO.

Di fronte ad un figlio che inizia a ridurre le porzioni e a non piacersi, può venire automatico rispondergli“Non sei grasso/a, sei tu che ti vedi così”, “Dai mangia, ti stai fissando”, “Stai esagerando, sei bello/a così”. Non ascoltare le sue parole, non comprendere il suo disagio, lo fa sentire incompreso, non riconosciuto e lo porta a chiudersi maggiormente in se stesso. Le prediche non portano a nulla, bisogna prima di tutto ascoltare e rispettare il suo vissuto per creare vicinanza e non alzare un muro tra voi.

2. NON INCORAGGIARE LE DIETE.

Fate attenzione a non assecondare subito le sue richieste, trasmettendogli il messaggio che, in effetti, deve perdere peso o che dovrebbe migliorare il fisico. Si rischia di favorire l’insoddisfazione corporea e rinforzare condotte sbagliate, diete “fai da te” e metodi pericolosi per perdere peso. Una famiglia in cui si dà molta importanza alla perfezione fisica e alle diete, non fa altro che favorire comportamenti di controllo del peso. È importante piuttosto crescere i figli puntando sulle abitudini sane, dieta equilibrata e attività fisica, aiutandoli a crearsi un’immagine salutare del corpo.

3. NON ANDARE SU TUTTE LE FURIE.

Cercate di mantenere la calma e di non arrabbiarvi ogni volta che lascia qualcosa nel piatto o non mangia un alimento. Se lo rimproverate o assumete un atteggiamento controllante e invadente, sortite l’effetto contrario, entrate in opposizione col rischio che vostro figlio si chiuda ancora più in se stesso o che non mangi più insieme a voi. L’ultima cosa che si deve fare è creare un clima di ostilità a tavola, una distanza tra voi e inutili bracci di ferro incentrati solo sul cibo.

4. METTERSI NEI SUOI PANNI.

Mostrate un atteggiamento di apertura e di comprensione del problema, ascoltate e accogliete le sue difficoltà per farlo sentire sostenuto e amato. Portate anche la vostra esperienza di quando eravate adolescenti, del disagio che si può provare nel non piacersi e di come nel tempo si impara ad accettarsi per come si è. Create vicinanza e dialogo su questo, facendo anche la spesa e cucinando insieme, così che possiate anche accettare che preferiscano alcuni cibi rispetto ad altri, a patto però che sia un’alimentazione sana e completa.
5. VALORIZZARE E RINFORZARE LA SUA PERSONA. I ragazzi si trovano in una fase piena di insicurezze, in cui hanno bisogno di essere rinforzati e valorizzati. Fate attenzione a non fare commenti sempre incentrati sull’estetica, facendo confronti e paragoni con gli altri. Aiutate vostro figlio a non focalizzarsi solamente sulle parti che non accetta di lui, altrimenti rischia di vedere solo i difetti, perdendo la visione di insieme. Cercate di parlare, anche a tavola, di aspetti che non riguardano il corpo o il cibo, come i suoi interessi, le sue passioni e rinforzatelo su questi campi: ha bisogno di essere rinforzato, di sentire che lui è importante e valorizzato nella sua unicità.
Tuttavia se l’atteggiamento nei confronti del cibo non è transitorio, ma dura nel tempo allora ci si deve insospettire ed è necessario indagare meglio. Bisogna drizzare le antenne quando i figli perdono troppo peso, riducono sempre più alimenti, sono silenziosi, irritabili, hanno sbalzi d’umore, i loro pensieri rispetto al non piacersi o ai difetti fisici diventano troppo ossessivi, c’è un vissuto di ansia e preoccupazione e continue lamentele sul fisico.

Si abbassa l’età e aumentano le femmine: il nuovo bullismo

di JESSICA CHIA, La Lettura – Corriere della Sera. Copyright immagine Adobe Stock

Quando ha aperto, dieci anni fa, nel 2008, è stato il primo Centro multidisciplinare sul disagio adolescenziale dedicato alle vittime di bullismo, all’interno del reparto di Pediatria dell’Azienda ospedaliera Fatebenefratelli, oggi «Casa Pediatrica» dell’Asst Fatebenefratelli Sacco di Milano. All’epoca, il centro diretto dal pediatra Luca Bernardo, è frequentato da poco più di un centinaio di giovani pazienti, soprattutto maschi adolescenti. Per la prima volta in Italia si cerca di dare una risposta a un fenomeno non nuovo, ma dal profilo allarmante perché in crescita. E, per la prima volta, si prova a intervenire su vittima e su bullo, entrambi accomunati dallo stesso disagio: fragilità emotiva e debolezza.

«Il bullo c’è sempre stato — spiega a “la Lettura” Luca Bernardo — ma negli ultimi cinque anni abbiamo riscontrato nei ragazzi maggiore rabbia, aggressività, mancanza di empatia. Prima il bullo aveva dai 14 ai 16 anni; oggi è un bambino tra i 7 e gli 8 anni». Il fenomeno si affaccia dunque su un nuovo contesto sociale, in cui dilaga un malessere diffuso dovuto alla crisi dei ruoli e alla caduta dei modelli di riferimento, oltre al rifiuto delle autorità e delle istituzioni. E poi ci sono il web e le tecnologie che là dove non sono utilizzate correttamente hanno amplificato il problema.

Oggi il centro, che dopo due protocolli d’intesa con il Miur diventa il primo Centro di Coordinamento nazionale cyberbullismo (Conacy), ha cambiato volto: i pazienti superano il migliaio e si è pericolosamente abbassata la fascia d’età di vittime e di bulli (l’età prescolare nel 2008 non era quasi contemplata). Il fenomeno dei baby bulli è piuttosto recente. «Al centro stiamo iniziando a ricevere bimbi di 4-5 anni che non sanno di essere bulli ma stanno utilizzando gli stessi metodi che produrranno bullismo e successivamente cyberbullismo», afferma Bernardo. Da un convegno sul bullismo tenuto a Milano nel novembre 2017 ( Hot Topics in Pediatria e Neonatologia) è emerso un altro dato inquietante: nella scuola dell’infanzia, è vittima di bullismo un bimbo su due e l’età non supera i 5 anni. Luca Bernardo e Francesca Maisano in L’età dei bulli (Sperling & Kupfer) spiegano così il fenomeno: tra i 3 e i 5 anni il bambino è già in grado di fronteggiare diverse situazioni relazionali. Ma se nei primi anni di vita non è stato sostenuto dai genitori nel processo di regolazione delle emozioni, può sviluppare un bullismo precoce: non prova empatia, non sa chiedere aiuto e un’emotività incontrollata può sfociare in dinamiche offensive.

C’è poi un altro aspetto su cui riflettere: il bullo si sta trasformando in una bulla (il 55% delle femmine rispetto al 45% dei maschi; mentre dieci anni fa le ragazze erano solo il 25%, come indicato nel grafico accanto).

«L’aumento di bulle è legato soprattutto all’aspetto virtuale delle violenze — spiega Francesca Maisano, psicoterapeuta dell’età evolutiva e referente al Conacy della prevenzione e del contrasto sul bullismo e cyberbullismo e di tutti i fenomeni illegali in rete sul disagio adolescenziale — perché sul web le offese sono verbali, e questo tipo di attacco è tipico delle ragazze». Mentre le aggressioni del bullo sono soprattutto dirette, sia fisiche che verbali, la bulla «tende ad agire con modalità più subdole». Ma anche la violenza fisica è aumentata tra le ragazze, perché legata a modelli violenti (come situazioni familiari che tendono a imitare)». Oggi una ragazza su tre è presa di mira da una coetanea, che subisce una violenza psicologica molto più devastante di quella fisica. «Il cyberbullismo passa attraverso lo smartphone — aggiunge Maisano — che agisce su visioni e immagini. Anche le vittime sono in prevalenza femmine: siamo in una società narcisista dove conta l’aspetto esteriore e i corpi delle ragazze sono messi più alla berlina (basti pensare al fenomeno del sexting, la condivisione di contenuti a sfondo sessuale)».

Tra i tipi di violenza, è sicuramente il cyberbullismo a essere in crescita: «Il bullo ha capito che la piazza del paese, la palestra o la classe, è una piazza molto modesta — prosegue Bernardo — e la persecuzione in rete ora avviene 24 ore su 24. Ma chi dà a questi ragazzi la patente per navigare?». Questo è il bullismo, non ci sono vincitori: perde la vittima, il bullo, perdono i genitori e la scuola. Per questo la prevenzione è fondamentale, «ma non solo» — conclude Bernardo — «ci sono delle responsabilità che nessuno vuole prendere. Sono due anni che abbiamo intrapreso una battaglia per ottenere una corresponsabilità da parte di chi gestisce i social. Qualcosa deve cambiare».

Famiglie mediattive, restrittive, luddiste, …relazioni familiari e digitale

Come amarsi ed educare i figli nella nuova era digitale? In che modo Internet e social cambiano la vita delle famiglie e le relazioni tra i loro componenti? Dal Rapporto Cisf 2017, l’indagine empirica curata dal Centro internazionale studi sulla famiglia  con   interviste a quasi 4mila soggetti, emerge la fotografia di una famiglia in divenire, in cui l’assimilazione della tecnologia più lenta che in altri Paesi non è meno potente nell’inesorabile cambiamento delle abitudini: dai profili sui social network che forgiano nuove identità, al tempo trascorso davanti allo schermo, dalle fake news “più reali del reale”, alle relazioni esclusivamente virtuali, diventati “i tanti piccoli focolari silenziosi in cui si trasforma il salotto di casa

Se da una parte essere costantemente connessi non sempre significa ‘essere in relazione’, dall’altro l’uso delle tecnologie digitali in famiglia può rivelarsi un valido supporto per coltivare le relazioni familiari: ad esempio, per il 60% dei casi presi in esame dalla ricerca, le chat e i social network sono ormai diventati canali privilegiati di comunicazione quando un figlio, per un certo periodo, si trova lontano da casa.

“Le famiglie tendono spesso a sovrarappresentare i rischi del web. Hanno molta paura, sono timorose di quello che potrebbero fare i ragazzi online” dice Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’educazione all’Università Cattolica e curatore del rapporto. Il quale però sottolinea come a questo non sempre corrisponda una capacità educativa altrettanto elevata.

Emerge una particolare attenzione da parte delle famiglie, dove più della metà (il 54,1%) parla con i figli di ciò che si fa sul web, e il 53,2% ha disposto delle regole sui tempi di utilizzo.

L’ibridazione delle relazioni interpersonali con la rete sembra avere più effetti positivi che negativi a riguardo di quasi tutti gli indicatori della coesione familiare e, in parte, anche rispetto alla partecipazione civica nella sfera pubblica”.

La ricerca classifica sei tipi di famiglia contraddistinte da maggiore o minore capacità di tenuta educativa:

La famiglia lassista è una famiglia che lascia fare, confida che i propri ragazzi abbiano strumenti sufficienti per cavarsela, rinunciando così a mediare il rapporto dei figli con le tecnologie digitali che secondo loro non rappresenterebbero un problema educativo;

la famiglia permissiva è caratterizzata da un basso livello di educazione e da un basso livello di controllo;

la famiglia restrittiva, al contrario, si caratterizza per un alto livello di controllo da parte dei genitori, che leggono mail e messaggi dei figli, controllano la navigazione sul web (il che però non si traduce in un alto livello di educazione) ;

la famiglia luddista, poco frequente, è quella che elimina i media dall’universo familiare (pensando così di non dover più esercitare alcuna mediazione), cerca di rimandare al più tardi possibile l’acquisto del primo smartphone ai figli e il suo atteggiamento di controllo in questo caso è spinto alle estreme conseguenze;

la famiglia affettiva, in cui i genitori controllano poco quello che fanno i figli nel digitale ma hanno un alto livello di presenza educativa, che si manifesta attraverso l’aiuto costante nei confronti del figlio, la condivisione del consumo, la forte convivialità;

la famiglia mediattiva  simile a quella affettiva ma molto più attenta alle pratiche mediali dei figli, fornendo loro strumenti per diventare fruitori critici. Ed è proprio quest’ultima che, secondo gli autori della ricerca, sembrerebbe centrare gli obiettivi educativi in maniera efficace.

Meno Facebook per sfuggire ai genitori. I social piu amati dagli adolescenti

Meglio trasmettere immagini che le parole quindi  tutti su Instagram, Snapchat, e la “bomba” ThisCrush. Scende Facebook.

in un articolo su Il Messaggero si legge “Troppi adulti sul social network. Gli adolescenti preferiscono le nuove app”.  Le ragioni sembrano essere social-familiari. La prima è che su Fb, o anche su Twitter, ci sono gli adulti. Tanti adulti e, dunque, tanti genitori che “spiano” e controllano quello che fanno i propri figli. La seconda è che, stando agli esperti, il messaggio preferito dai giovanissimi è far circolare la loro immagine piuttosto che il loro pensiero, perché a differenza dei “grandi” non hanno messaggi che vogliono veicolare.
Il panorama cambia, così come gli interessi delle nuove generazioni. Ed è il momento dei cosiddetti “Founders”, appena identificati ed etichettati da Mtv: 14-15 anni, più pragmatici e indipendenti dei Millenials. A Fb preferiscono WhatsApp per comunicare tra loro. Alle parole preferiscono le immagini: selfie, video. Da qui l’enorme successo di Instangram, così come di Snapchat, il servizio che consente di inviare agli utenti della propria rete messaggi di testo, foto e video visualizzabili solo per 24 ore. 0 anche di Hunt e We heart it, social commerce site in cui si comunica con tag e immagini

Snapchat ultimamente è arrivata a superare Fb anche nella fascia di età tra i 13 e i 24 anni, dove il sistema di messaggistica che scompare, raggiunge quotidianamente un pubblico maggiore in termini di pubblicità con più di 26 milioni di utenti, a fronte dei 25-26 di Facebook. E per gli analisti, questo sorpasso mostra la crescente pressione su Fb che a breve registrerà il suo primo calo tra tutti i gruppi di età.”

La vera novità che preoccupa gli esperti è però  la diffusione e  di ThisCrush, una piattaforma che permette di spedire messaggi del tutto anonimi, e che ha finito per il favorire episodi di cyberbullismo.

ThisCrush è infatti un social che permette di postare, anche in forma anonima, messaggi con contenuti prevalentemente di insulti, violenze e sfera sessuale in forma molto volgare.

Una volta creato l’account su ‘ThisCrush’ gli adolescenti inseriscono il link nella loro biografia di Instagram E così ha inizio una vera e propria ‘gogna’ mediatica, gli adolescenti ricevono centinaia e centinaia di insulti, quasi sempre in forma anonima. Utilizzando il social ThisCrush i ragazzi possono anche rispondere agli insulti pubblicando sulle loro storie di Instagram sia lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo ThisCrush e sia le loro repliche ai messaggi diffamatori.

Il controllo dei genitori per vedere se effettivamente il ragazzo divenga oggetto di bersaglio “facile” da parte del social è essenziale. Il consiglio è di vigilare, con il monito «per educare è necessario controllare, non è sufficiente comunicare»: al netto di qualche dubbio a livello personale sulla forma “adatta” di educazione è certo che con ThisCrush il pericolo dell’insulto e della presa di mira e quindi della vittimizzazione è assai presente.

La nuova missione per i genitori …. diventare detective su ThisCrush …..  ??

Le chat segrete dei ragazzi

di Silvia Morosi Corriere della Sera http://bit.ly/2DlLXNF
Nell’epoca del cellulare in classe (acceso) si moltiplicano le app per comunicazioni a prova di spia: sono anonime e si autodistruggono

Gli sms sono ormai un ricordo. E anche WhatsApp non è l’ultima frontiera di comunicazione degli adolescenti. Ora che il cellulare ha avuto il «via libera» a entrare in classe, seguendo le regole previste dal Decalogo per l’uso dello smartphone in classe del Ministero, tra i giovani ha già preso piede una nuova moda. Sicuri di non lasciare tracce, inviano messaggi, foto e video nelle cosiddette «chat segrete». Inventate per condividere dati sensibili, hanno trovato spazio su Facebook, Telegram e Snapchat, per citare le più note. Ma come funzionano? Basta impostare un timer per decidere in quanti giorni, ore o (addirittura) secondi quello che abbiamo scritto deve sparire. Alcuni sistemi sono legati a un’identità definita (vera o finta che sia, ndr ), altri permettono di chiacchierare senza svelare chi siamo. Non sapendo, però, nemmeno chi si nasconde dall’altra parte dello schermo.

«Le chat segrete sono connaturate al desiderio degli adolescenti, che ancora devono definire la propria identità, di scoprire i propri limiti e oltrepassare l’ambiente protetto in cui vivono», spiega Alessandro Rosina, docente di Statistica Sociale alla Cattolica di Milano. Il primo allarme era suonato con Snapchat, usato anche per inviare immagini private, intime e sessualmente esplicite, «concedendo» pochi secondi per visualizzarle. Non tutte le «chat segrete» sono usate, però, per il sexting. Tra i ragazzini è diventata popolare Kik Messenger — nata nel 2010 — dove, a differenza di Whatsapp, non serve un numero di telefono per accedere, ma basta una mail. E per crearne in Rete, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sarahah, invece, è stata una delle app anonime più virali del 2017: ideata da un 29enne saudita come «cassetta dei consigli», permette di ricevere messaggi senza sapere chi li ha scritti e di scriverne, senza dire che siamo stati noi. Il risultato? Presto è stata introdotta la possibilità di impedire di essere trovati nelle ricerche, dato che molti utenti sono stati travolti da insulti e volgarità. C’è, poi, Telegram, che usa un sistema di crittografia end-to-end. Il problema resta quello dell’ambiguità della Rete: «Sono i giovani a decidere cosa far conoscere e cosa resta avvolto dal mistero. Si nascondono dietro una maschera, cosa che in passato era possibile solo a Carnevale. Con la peculiarità che queste chat si fondano sull’autodistruzione». Gli adulti si interrogano ancora sull’uso o meno dei device, ma mancano strumenti formativi: «L’arrivo dei genitori sui social ha spinto i ragazzi a cercare nuovi spazi. In fondo, il desiderio di sperimentare senza controllo c’è sempre stato. Una volta uscivamo con gli amici, senza dire dove», ricorda Rosina. «Il non essere scoperti favorisce comportamenti legati a un uso distorto di strumenti nati per avvicinare, non per fare del male». Serve una risposta educativa e di conoscenza. «Non possiamo controllare i ragazzi in tutto, non ci siamo mai riusciti, figuriamoci in Rete. Bisogna spiegare i rischi a cui vanno incontro e stabilire dei codici. Il telefono in classe va presentato come strumento di ricerca. Il web è il loro mondo, non ha senso tenerlo fuori dalle aule».

Dipendenza dalla tecnologia: come riconoscerla e come intervenire sui figli

l parere dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo

articolo di FABIO DI TODARO pubblicato su La Stampa http://bit.ly/2ASKbCH
Da una parte c’è la smania irrefrenabile che ci porta a controllare fino a 75 volte al giorno lo smartphone: a caccia di notifiche, email, messaggi e telefonate. Dall’altra ci sono le vittime e i carnefici del cyberbullismo, i cui numeri cominciano ad assumere le sembianze dell’emergenza sociale.

I due fenomeni non sono così separati. Il filo conduttore è dato dall’eccessivo ricorso alla tecnologia, alla base tanto del primo quanto del secondo comportamento: due peculiarità dei nostri tempi. Temi a cui è stata dedicata la prima giornata internazionale sulle dipendenze tecnologiche. «Impariamo a usare la rete, non a farci usare», ha dichiarato lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo.

Quante e quali sono le nuove dipendenze?
«Sono tante e di molte stiamo ancora studiando le loro implicazioni. Il legame con la tecnologia, però, è ormai indiscutibile. Si va dalla nomofobia alla cosiddetta «Fomo»: ovvero le paure di non avere con sé il cellulare e di non poter controllarlo e quella di essere tagliati fuori da qualcosa. Le compulsioni legate al web tengono le persone incollate agli strumenti digitali: un comportamento di cui la vita di relazione risente in modo compromettente. A ci sono poi le sindromi multidimensionali, vale a dire quelle che portano ai giochi di ruolo online con assiduità o a crearsi un’identità virtuale».

Quali sono i segnali che dovrebbero metterci in allerta?
«Dovremmo parlare di ogni singola dipendenza, perché hanno sfaccettature diverse. In generale, però, ci sono dei segni caratteristici uguali per tutte: l’alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Rischioso è l’isolamento sociale: quando si arriva all’alienazione fino a rinchiudersi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico».

Ci sono persone più predisposte a diventare dipendenti dalle tecnologie?
«L’esperienza clinica ci fa dire che chi ha un’identità meno strutturata, tendenzialmente, è più a rischio. Ecco perché gli adolescenti corrono un pericolo maggiore. Chi ha una diagnosi psichiatrica di un disturbo depressivo, di ansia sociale o dell’umore può cadere vittima di una nuova dipendenza perché crede di trovare nella tecnologia un rimedio a una fobia. Anche se non esiste un vero e proprio tratto predisponente, notiamo che le persone che tendono ad avere un tratto di personalità più introverso, sono più soggette. Così come lo è chi è più impulsivo: le nuove tecnologie hanno la caratteristica di soddisfare i bisogni di queste persone permettendo loro di fare tutto e subito».

Come sono cambiati i giovani 3.0?
«Sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia e la solitudine, e sono orientati al tutto e subito. Sono meno creativi, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero. Stiamo andando verso un’identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all’uso che fanno della rete. Dovremmo insegnare il valore dell’impiego del tempo».

Dobbiamo pensarci in fretta, perché questi ragazzi saranno i nuovi genitori.
«I ragazzi insegnano ciò che hanno imparato e la modalità relazionale che stanno apprendendo passa sempre più dai racconti fatti con le nuove tecnologie e non dai vissuti offline. Già i genitori di oggi hanno molte difficoltà da quando sono arrivati gli strumenti tecnologici. Se volessimo azzardare un’ipotesi, si potrebbe immaginare che in futuro si visiteranno tanti luoghi stando comodamente sul divano di casa e davanti a uno schermo. Ma fare previsioni sul domani genitoriale è azzardato: dobbiamo attendere che la situazione si evolva. Una cosa però urge farla: riportare all’attenzione. La tecnologia è basata sul paradosso, su ipertesti che fanno approdare ad altro senza mai raggiungere un quadro d’insieme che porta a una riflessione più profonda e alla stimolazione del pensiero critico».

Quali strategie dovrebbero mettere in atto i genitori per sensibilizzare i figli all’empatia e alla condivisione nella vita reale?
«Dovrebbero prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti. Dovrebbero inoltre stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto racconto».

Uno dei pericoli più temuti dai genitori è il bullismo e la sua declinazione social: il cyberbullismo. Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni già in famiglia?
«Tra bullismo e cyberbullismo non c’è una grande differenza. È una forma di violenza che spaventa più che in passato perché oggi tramite la rete ne abbiamo più visione. Ma il fenomeno esiste da sempre: non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti. Se i primi non sono in grado di accettarlo, i secondi, invece lo potrebbero essere avendo una personalità più strutturata. La prima forma di bullismo è l’esclusione sociale dai gruppi e questa la esercitano in molti, sia grandi sia piccoli. Le nuove tecnologie permettono di bloccare qualcuno, eliminarlo da una chat ecc cliccando su un tasto. Dal bullismo ci si difende tornando a una grammatica emotiva, che si può insegnare ai figli a partire dall’infanzia, allenandoli all’empatia e alla memoria storica».

Si può arrivare a un uso intelligente delle nuove tecnologie?
«Sì, se condividiamo delle regole e le rispettiamo tutti. A tavola si va senza cellulare a portata di mano, per esempio. Dobbiamo ritornare anche a momenti di silenzio, quello della solitudine costruttiva, senza demonizzare questi strumenti che sono utilissimi».

Se ci si accorge che una persona vicina ha una dipendenza, come si può aiutarla?
«Bisogna capire se si tratta davvero di una dipendenza, di un approccio scorretto alle rete o di una cattiva abitudine: l’Associazione ha istituto da poco un numero verde, per dare supporto a chi ha dubbi e incontra difficoltà, a cui risponde uno psicologo e o un educatore esperto nel settore. Se si è un genitore, per esempio, si potrebbe iniziare una terapia per poi coinvolgere il figlio. L’approccio che si utilizza è sistemico e si basa sull’idea che se cambia atteggiamento chi ha un coinvolgimento con la persona che ha un problema ne beneficerà anche quest’ultima».

Genitori adolescenti

L’adolescenza è l’inizio cruciale della costruzione della autonomia personale – con vere e proprie sofferenze sia per i figli che per i genitori – ma oggi figli e genitori sono sempre più legati da un rapporto simile all’amicizia, una relazione d’intimità e di reciproca condivisione di comportamenti che avvicina, e al tempo stesso rende rischiosamente inafferrabile e confusa la distinzione generazionale.

Il professor Massimo Ammaniti ha dedicato nel 2015 un libro a “La Famiglia Adolescente” proprio per la diffusione di un fenomeno di questi anni , nell’era digitale e dei Social Media: “Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. Un universo vischioso in cui nessuno vuole emanciparsi”.

La componente genitoriale di questa “famiglia liquida”  in un recente articolo apparso su Hufftington Post viene  identificata con il termine “adultescenti” con  considerazioni  interessanti sulle possibili ombre nelle relazioni familiari apparantemente positive nella fase piu delicata della vita dei figli.

“L’adolescenza dei figli avviene quando i genitori si avvicinano ai 50 anni e la crisi dei genitori si interseca con quelle del figlio. Lo spazio privato del figlio è costantemente invaso da genitori onnipresenti, che si reincarnano nei figli diventando amici, confidenti, complici. Per i figli è difficile conquistare la propria autonomia anche perché la loro sessualità si realizza davanti agli occhi spesso complici dei genitori. Il processo di separazione-individuazione viene ostacolato perché gli adolescenti non hanno dei genitori contro cui opporsi e contrapporsi.

La rete diventa la vera ribalta nella quale gli adolescenti fanno le loro esperienze sociali confrontandosi coi coetanei che amplificano il senso di sé. I social media sono spesso l’unico modo di avere una vita personale. I messaggi nella rete si diffondono rapidamente contribuendo ad un senso grandioso di sé, ma anche col rischio di perdere la propria privacy. In ogni caso è uno spazio di difficile accesso per gli adulti e i genitori. Questo comporta avere anche molte amicizie, senza una vera intimità. Ne consegue che non ci si deve più annoiare. Emerge un’organizzazione del sé autocentrata in cui le capacità di empatia e di mentalizzazione sono limitate, con il frequente ricorso a strategie dissociative.

È tipico di questo periodo correre dei rischi e ricercare sensazioni forti che favoriscono il distacco dalla famiglia e la sperimentazione.

Anche il rapporto famiglia-scuola è cambiato rispetto al passato. Quando esisteva una continuità di regole e di orientamenti educativi per cui i bambini e i ragazzi si confrontavano con una coerenza di valori che favoriva la loro identificazione.

Oggi il figlio rappresenta più del passato un investimento familiare e si verifica un rapporto di complicità fra genitori e figlio a scapito della scuola, accusata di non valorizzare abbastanza il proprio figlio.

La condizione adolescenziale si è fatta estremamente complessa anche perché i genitori hanno difficoltà ad assumere un ruolo di guida, trovandosi spesso sullo stesso piano dei figli.

Ancora oggi è valido quello che scrisse Donald Winnicott “l’adolescenza è una malattia normale, il problema è dei genitori e della società se sono abbastanza sani da poterla sopportare.”

tratto da La famiglia adolescente e la fuga verso i social _ Hufftington Post

Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

O come ODIO

Secondo gli esperti stiamo assistendo a un incremento dell’aggressività percepita e della crudeltà. Forse si commettono più o meno lo stesso numero di aggressioni, ma sono più crudeli. In particolare, c’è una sorprendente crudeltà e aggressività nei bambini e negli adolescenti.

Di recente a proposito della proliferazione dentro e fuori la Rete i cosiddetti ‘haters‘ è stato affermato che la recrudescenza dell’aggressività si lega al frantumarsi delle reti umane, sociali, affettuose e solidali. Un mix di individualismo e incertezza due cose che messe insieme rendono tutto istantaneo, rapido, immediato e singolo.
L’altro lato della medaglia e’ la depressione. Rabbia e depressione sono due facce di una stessa problematica: il frantumarsi dei network umani, delle reti solidali.
La tecnologia digitale favorirebbe gli haters in due modi: abbassando la soglia del pudore (per questo si comunicano cose intime con più facilità)  e alzando il grado di deumanizzazione delle persone odiate, facilitando l’espressione di sentimenti negativi, aggressivi e rabbiosi. Inoltre, l’immersione nei videogiochi sembra correlarsi a una minore percezione degli effetti dell’agire reale con una conseguente diminuzione della percezione del grado di responsabilità

Ma sebbene Internet rappresenti un canale che disinibisce e al tempo stesso amplifica la portata di un messaggio ostile, l’odio non è un problema della rete, non nasce con la rete, non si risolve guardando solo alla rete. E se davvero vogliamo proteggere bambini e adolescenti dalla violenza verbale, forse dovremmo interrogarci maggiormente su cosa accade fuori dalla Rete, negli altri contesti in cui vivono. Quali parole ascoltano a casa e a scuola?

L’odio in Rete? Inizia a casa e nelle scuole di Barbara Forresi Alley Oop – sole24ore.it

Da qualche anno gli studi mostrano come gli abusi verbali in famiglia siano molto diffusi. A dispetto della scarsa attenzione mediatica che ricevono, gli abusi psicologici, di cui quelli verbali fanno parte, costituiscono la forma di maltrattamento su bambini e adolescenti più diffusa nei paesi occidentali. Come le altre tipologie di abuso, possono condizionare negativamente lo sviluppo e il benessere emotivo di bambini e adolescenti. Bambini figli di genitori verbalmente aggressivi, più degli altri, sviluppano sintomi di ansia, depressione, dissociazione, abuso di droghe e, ovviamente, rabbia-ostilità, in un ciclo della violenza che si ripete, come dimostrano diverse ricerche. L’abuso verbale, insomma, non è meno grave di quello fisico o di quello sessuale.

Con “abuso verbale”, poi, non si intendono solo le situazioni in cui un genitore urla e sbraita contro un figlio, alzando la voce e magari brandendo qualcosa tra le mani. Psychology Today ne ha parlato pochi giorni fa  in un interessante articolo sulle “altre” forme di violenza verbale, sui danni che possono essere inflitti ad un bambino senza mai alzare la voce, su quei silenzi armati e crudeli che lo mettono in ridicolo, lo fanno vergognare, lo fanno sentire inutile e invisibile. L’ostilità in assenza di rabbia è un segnale misto, ambivalente, difficile da decifrare per un bambino: la confusione emotiva che prova in questi casi è un grave fattore di rischio per la sua salute mentale.

Quanto alla scuola, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Child Abuse & Neglect, studenti israeliani di prima media hanno raccontato di essere esposti alle grida degli insegnanti, ad insulti – a volte particolarmente crudeli – e ad umiliazioni pubbliche quando siano disattenti, non portino a termine un compito o prendano un brutto voto. Come affrontano queste esperienze? In silenzio: alcuni ripetendosi in monologhi interiori che non lo meritano (soprattutto le femmine), altri insultando l’insegnante a bassa voce (soprattutto i maschi), i più evitando di riferire ad altri adulti l’accaduto.Inutile quindi accanirsi con la Rete, perché i bambini possono incontrare parole ostili in ogni contesto che frequentano, a casa, a scuola, nei contesti sportivi e di socializzazione, nel web. Non esistono antidoti o facili soluzioni, né online né offline. Mi è molto piaciuto, però, che nel manifesto delle parole ostili vi fosse un invito al silenzio, ad ascoltare con onestà e apertura, prima ancora di parlare. In un’epoca di iperproduzione di parole e immagini, mi è parso pregno di una saggezza d’altri tempi. Pensando ai genitori, agli educatori e agli adulti che si trovano di fronte un bambino credo sia un punto essenziale: i bambini vanno prima di tutto ascoltati e solo nel silenzio può maturare il vero ascolto.

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