Generazione Hashtag. Un libro innovativo, una guida utile per i genitori

Un testo innovativo che analizza con semplicità e competenza il mondo della generazione degli adolescenti che comunicano con un #, che vivono sui social e che parlano attraverso le chat di messaggistica istantanea. Oltre il 95% di loro ha almeno un profilo su almeno un social network e la maggior parte è impegnato nella gestione di più profili e di più chat. Una integrazione della tecnologia nella struttura di personalità, un’interferenza nel processo di pensiero, un condizionamento nella sfera emotiva e comportamentale, è il risultato del connubio tecnologia-adolescenti.

Risorse e potenzialità enormi ed indubbie, accompagnate da rischi e pericoli, altrettanto evidenti, come per il circa 20% dei minori che viene adescato online. Comportamenti tecno-mediati che stanno diventando una piaga sociale come il cyberbullismo, messo in atto da circa DUE adolescenti per classe, il sexting da quasi 1 ragazzo su 10, la vendetta pornografica che ha portato anche in alcuni casi al suicidio e le social mode che favoriscono l’abuso di alcol e i disturbi alimentari, a cui partecipano oltre il 20% dei ragazzi. Selfie a rischio per 2 adolescenti su 10 che spesso perdono la vita pur di non staccare gli occhi dal cellulare, come testimoniano gli innumerevoli casi di cronaca e nuove patologie come la nomofobia (paura di rimanere senza cellulare) o la FOMO (paura di essere tagliati fuori).

Perché si arriva a tutto questo? Cosa è successo a questi adolescenti che si nascondono e si esprimono con un #? E i media, i modelli di riferimento, vip, blogger e youtuber, insieme all’informazione veicolata attraverso i social, che ruolo ha in tutto questo?


Fondamentalmente manca un’educazione tecnologica efficace, manca una scuola in grado di contenere questi adolescenti sempre più dis-connessi, che trascorrono dalle 7 alle 13 ore della loro giornata fuori dalla scuola attaccati ad uno smartphone. Una generazione di insonni e di ansiosi che sfuggono al controllo genitoriale, cresciuti con uno smartphone in mano al posto del ciuccio. C’è un gap intergenerazionale troppo evidente e marcato tra genitori, insegnanti e figli/alunni. Gli adulti, i nativi cartacei, per prima cosa devono informarsi, formarsi e conoscere per poter educare, senza dimenticare di dare il buon esempio perché i figli imparano soprattutto attraverso ciò che vedono. Per questa ragione nel testo è dedicato ampio spazio ai consigli per i genitori in base all’età dei figli, una sorta di vademecum per educare i figli alla consapevolezza in rete fin da piccoli. Un valido aiuto per comprendere cosa accade nella loro testa e nel loro mondo, per comprendere cosa è cambiato e come intervenire nel modo più immediato ed efficace. Non è demonizzando la tecnologia e sequestrando i mezzi tecnologici che si risolve il problema, è prendendo i figli per mano, rendendoli responsabili delle loro azioni e delle conseguenze dei loro comportamenti.

F come Facebook

Genitori educati da Facebook ?  Nella settimana  del Safe Internet Day, giornata celebrata a livello globale il 7 febbraio con pubblicazione di vademecum, notizie di progetti attivati nelle scuole e in altri contesti, di suggerimenti instant e di interviste agli esperti, portiamo l’attenzione sul  portale ideato da Facebook lanciato a dicembre e disponibile in 55 lingue con  linee guida al funzionamento di Facebook e consigli per parlare con i figli di come rimanere al sicuro online.

Per lo psicoterapeuta Pellai intervistato da Vita.it : “«continuiamo a sentir raccontare le meraviglie e le precauzioni da avere sui social da chi quel sistema lo fa. E lancia una sfida a Zuckerberg: «mettete storie andate male, spiegando dove e come i genitori potevano intervenire»”

Ecco l’intervista integrale :

Facebook ha un nuovo “portale per i genitori”: che le pare?
L’ho guardato, mi è sembrato molto basico. Nel video parlano solo dipendenti di Facebook, è già un limite, è tantissimo tempo che sentiamo raccontare le meraviglie e le precauzioni da avere sui social da chi quel sistema lo fa. La piattaforma non ha una reale indipendenza, sostiene la modalità proattiva di stare con e per i figli, è vero è definito bene il concetto dell’età limite però andrebbero rinforzati alcuni elementi.

Quali?
La dimensione proattiva va bene, ma va detto ai genitori anche ciò che è importante che non venga fatto. Inoltre, forse perché me ne sono occupato molto, trovo molto carente l’aspetto relativo alla sessualità, al sexting, tutto quell’incrocio fra l’online e le sfide evolutive collegate alla sessualità. Di tutto questo non c’è traccia alcuna. Mi sembra un prodotto a costo zero, standard, che dà a Facebook visibilità e gli consente di dire “noi ce ne stiamo occupando”.

Cosa inserirebbe?
Io utilizzerei delle case history, farei vedere percorsi andati male, problematici, indicando bene ai genitori i punti critici, nei quali un genitore presente avrebbe potuto fare la differenza, intervenendo.

Noi abbiamo una legge sul cyberbullismo all’esame del Senato, dopo profondi cambiamenti apportati alla Camera: che ne pensa?
Aver inventato una legge che tratta indifferentemente ragazzi e adulti – sono questi gli aspetti critici – è un autogol. Il concetto di cyberbullismo va tenuto dentro a un reato per adulti mentre per i minori deve restare dentro un’area preventiva, certo con valutazioni specifiche: quando c’è cronicità e reiterazione allora come per il bullismo anche il cyberbullismo può essere un reato minorile, ma vanno fatte valutazioni specifiche. Sui minori pesano varabili legate alle sfide evolutive, per come funziona il loro cervello – le neuroscienze lo dicono – essi fanno in due minuti cose terribili senza pensarci sù, non c’è intenzione strategica. Sono due minuti che non hanno pregresso, due minuti di azioni maldestre, non due minuti dentro un percorso criminale. Per questo hanno bisogno di interventi educativi. È fondamentale contestualizzare le storie, non confondere l’immaturità di un minore che fa cose anche terribili ma in modo non strategico con la consapevolezza strategica di un adulto.

“Caro Facebook, stringere amicizia con i figli non basta” di Sara De Carli 14 dicembre 2016 Vita.it

Lo smartphone è una dipendenza?

Lo smartphone crea dipendenza?
Siamo più efficienti quando usiamo il cellulare?
Circondati da così tanti schermi non riusciamo più a concentrarci?

Sono alcuni dei quesiti affrontati in un interessante articolo di Celine Mordant pubblicato su Le Monde del 10.01.17 e ora apparso tradotto  su ADUC.it http://droghe.aduc.it/ photo di Ian Robinson cortesi Unsplash

Sono dieci anni, era il 9 gennaio 2007, che il patron dell’Apple, Steve Jobs, presentava il primo iPhone. Dopo, il “telefono intelligente” si e’ imposto nella nostra quotidianita’, nelle nostre tasche, nelle nostre mani. Sebbene raramente, non lo si lascia piu’… Ha modificato il nostro modo di pensare? Che dicono le neuroscienze sugli effetti di questa iperconnessione sul nostro cervello?
La moltitudine di studi e pubblicazioni talvolta contraddittori dice ci sia una interminabile lista di danni, che sia un’ode troppo ottimista alle facolta’ di adattamento dell’essere umano, difficile da raggiungere. La ricerca e’ ancora stentorea sugli effetti di un fenomeno ancora recente nella scala della storia dell’umanita’.
Si puo’ diventare dipendenti dal proprio smartphone?
La maggior parte di noi ha il sentimento di sposare interamente il proprio rapporto con lo smartphone. In un sondaggio BVA Orange-Psycologie (1.000 persone sondate online a giugno del 2016), il 58% dichiara di avere di continuo con se’ il proprio smartphone e il 36% di avere la sensazione di esserne dipendente. Lo si usa piu’ di 200 volte al giorno e sempre piu’ spesso come una sveglia; per molti e’ diventato un’estensione di se stessi, una sorta di coltello svizzero multiuso senza il quale si e’ perduti.
“Lo smartphone agisce come una coperta virtuale, stima Laurent Karila, tossicologo, portavoce dell’associazione SOS Addiction. A tal punto che quando non lo si ha, si puo’ provare angoscia, un sentimento di abbandono”. “Una sensazione di mancanza comparabile a quella provata con le droghe”. La nomofobia, o paura di separarsi dal proprio telefono portatile, e’ diventata per alcuni un’affezione molto reale, dei veri e propri centri di disintossicazione sono stati aperti in Cina e Giappone. Per la comunita’ scientifica internazionale, la dipendenza allo smartphone non e’ pero’ riconosciuta come tale. Ad oggi, solo la dipendenza dal gioco d’azzardo fa parte del Diagnostic and Statiscal Manual of Mental Disorders, manuale di riferimento della psichiatria mondiale. Gli psichiatri preferiscono parlare di pratiche eccessive. Il sociologo Francis Jauréguiberry, che svolge indagini da diversi anni sul nostro rapporto col portatile, spiega queste pratiche come incontrollabili per la paura di perdere qualcosa, o “Fear of missing out” (FOMO): “e’ qualcosa a cui e’ difficile rinunciate, e’ esattamente la stessa cosa che spinge a chiedere in modo frenetico qualcosa al proprio programma di messaggi o ai social network. E’ come un’attesa diffusa ma costante di farsi sorprendere dall’inedito e dall’imprevisto, grazie ad una chiamata o un SMS che puo’ cambiare il corso della giornata o della propria serata rendendola piu’ piena o diversificandola, e rendendo, finalmente, la propria vita piu’ interessante e piu’ intensa”.
Il telefono portatile rende piu’ efficiente?
Come abbiamo potuto lasciare che il nostro smartphone si immischiasse cosi’ tanto nella nostra intimita’? Perche’ ci rende un numero incommensurabili di servizi, tutti piu’ utili gli uni rispetto agli altri. Sempre secondo il sondaggio BVA-Psychologie. Piu’ di nove sui dieci interpellati dicono che il digitale permette un accesso piu’ facile all’informazione, i due terzi dichiarano di non avere piu’ il tempo di annoiarsi col digitale, il 60% giustifica che il digitale gli permette di fare piu’ cose contemporaneamente.
Gestire dei problemi personali in ufficio e rispondere ad una domanda urgente mentre si guardano in contemporanea i propri bambini in una piazza… tutto diventa piu’ facile. Al punto che questa liberta’ e’ talvolta diventata un peso per alcuni impiegati sollecitati in permanenza al di fuori degli orari di lavoro, nei fine settimana, durante le vacanze. Ma per molti, l’importanza di efficienza accresciuta e’ una sorta di servitu’ volontaria. Siamo pertanto realmente piu’ efficienti grazie agli smartphone? Il nostro cervello e’ in grado di realizzare diverse cose in contemporanea?
Non proprio. Scrivere una E-mail e telefonare nello stesso tempo? “Nel momento in cui si scrive la fine di una E-mail, si perde le fine di cio’ che dice il proprio interlocutore al telefono. Il cervello si satura ed una delle attivita’ in corso ne soffre per forza”, sottolinea la neuroscienziata Aurélie Bidet Caullet, nel documentario “Iperconnessione, il cervello in overdose”, diffuso sul canale tv Arte: le due azioni che chiedono alla medesima rete cerebrale entrano in conflitto.
Quello che noi consideriamo come un trattamento parallelo e’, in effetti, per il nostro cervello, un trattamento seriale, salta da un’attivita’ ad un’altra piuttosto che dividersi tra di esse. Il medico militare Stéphane Buffat, che studia le performance dei piloti dell’esercito mentre sono in volo, compara il nostro cervello impegnato in un’azione ad una palla di bowling lanciata durante il gioco. Descrive la sua reazione in una situazione di molteplici azioni in contemporanea: “Se si interrompe l’azione in corso, bisogna prepararsi ad una nuova azione, questo chiede un preavviso. Elementi dell’azione precedente agiscono come distraenti nella realizzazione di quella successiva, si e’ meno bravi, meno efficaci. Se si cambia di continuo azione, succede che non non si faccia niente bene, e in estremo non si e’ piu’ in grado di realizzare nessuna azione, la capacita’ del cervello che e’ stata impegnata a fare tutte queste cose, diminuisce”.
Senza contare la fatica indotta da queste interruzioni.

continua a leggere su ADUC.it http://droghe.aduc.it/

La paura di “essere tagliati fuori” che spinge gli adolescenti ad abbuffarsi di video e serie TV

Smartphone e connessione internet rappresentano ormai elementi indispensabili nella giornata di adolescenti e adulti: tutte le comunicazioni e le relazioni sono in qualche modo mediate dalla tecnologia ed è forte il bisogno di una connessione sempre attiva. Ciò permette di essere aggiornati su ciò che sta accadendo in rete, ciò che stanno facendo i propri amici, le conversazioni che più vanno di moda sui social ed essere sempre pronti a commentare l’hashtag del momento, soprattutto se riguarda programmi o video con protagonisti i propri idoli.

di Francesca Sangineto, Psicologa Redazione AdoleScienza.it http://www.adolescienza.it/tecnologia-web-social

Senza smartphone sembra impossibile comunicare con gli altri

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, rilevati sul territorio italiano su oltre 7.000 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 19 anni, rivelano come la cosa più importante per i ragazzi sia assicurarsi di avere sempre un credito sufficiente per utilizzare internet e social network. Più di 9 adolescenti su 10 (94%) utilizza internet per parlare con gli amici, tramite chat e messaggistica istantanea; la comunicazione tecnologica, dunque, è alla base del dialogo e della maggior parte degli scambi di informazioni tra i ragazzi.

Il bisogno di essere costantemente online è fortissimo, tanto che quando finiscono i megabyte l’8% dei ragazzi sperimenta una sensazione di disagio e insofferenza e un altro 8% vive sentimenti di rabbia e fastidio. Così, per oltre 5 ragazzi su 10 (55%) la soluzione possibile è una sola: ricercare costantemente una rete wi-fi (a scuola, a casa o tramite hotspot dal cellulare degli amici) pur di non sentirsi esclusi o tagliati fuori.

La paura di essere tagliati e la nuova moda del binge watching

Uno studio americano (Conlin et al., 2016) ha recentemente esplorato il possibile collegamento tra il fenomeno della F.O.M.O. (Fear of Missing Out, letteralmente “paura di essere tagliati fuori”), ossia la preoccupazione eccessiva e ossessiva che gli altri facciano esperienze gratificanti nelle quali non si è presenti, e la nuova moda del binge watching (da binge, abbuffata, e watching, visione), ossia guardare programmi televisivi o video, in diretta o in streaming, per un periodo di tempo eccessivamente prolungato, consecutivamente e senza soste.

I risultati hanno evidenziato il ruolo che la FOMO può svolgere nel determinare i comportamenti di adolescenti e adulti rispetto all’utilizzo di tv e piattaforme di streaming e nella visione di programmi, video o serie televisive. L’associazione sembra dimostrarsi più forte nella visione di un programma, un video o un evento televisivo particolarmente rilevante, di cui si discute in tempo reale e nei giorni successivi sui diversi social network e nelle chat di messaggistica istantanea con i propri amici.

 

continua a leggere su Adolescienza http://www.adolescienza.it/tecnologia-web-social/la-paura-di-essere-tagliati-fuori-che-spinge-gli-adolescenti-ad-abbuffarsi-di-video-e-serie-tv/

 

Bullismo in crescita. Oltre agli episodi aumenta anche la percezione “mediale”

Dalle aule scolastiche ai social network un adolescente su 3 vittima di violenza. Il sondaggio Demos per Repubblica documenta la crescita del problema sia come numero di episodi  che  come diffusione della percezione sociale del fenomeno anche dovuto all’avvento della Rete. Secondo il sociologo Ilvo Diamanti Il “bullismo mediale rischia di suscitare più paura di quello “digitale”.

IL bullismo è un fenomeno serio e odioso. Ma solo da pochi anni ha ottenuto un’attenzione pubblica adeguata. Anche se ha una storia lunga. Narrata dal cinema e dalla letteratura. Oggi, però, è oggetto di preoccupazione diffusa. E, per questo, numerosi istituti di ricerca conducono analisi e ricerche sistematiche, sul fenomeno. Dall’Istat all’Istituto Toniolo dell’Università Cattolica, al Centro di ascolto di Telefono Azzurro.

Tanta attenzione riflette l’effettiva crescita del fenomeno, ma anche il diverso significato che ha assunto. In passato, infatti, era “accettato” come una sorta di rito di passaggio all’età adulta. Pochi lo definivano come un sopruso o un abuso. A scuola, ma anche nella vita quotidiana, nei gruppi, nei quartieri, il bullo era, spesso, la figura dominante. Il bullismo: un metodo di affermarsi attraverso l’umiliazione di altri giovani. Più deboli o, comunque, meno capaci di reagire. Meno disposti ad agire nello stesso modo. Tuttavia, per quanto serio e grave, il fenomeno appariva “circoscritto”. O almeno localizzato, non solo nello spazio, ma ancor più nel tempo. Passati alcuni anni, il contesto cambiava. Tanto più e soprattutto se si cambiava, appunto, contesto. Residenza, località. E soprattutto: scuola. Perché la scuola ne è sempre stato l’ambiente privilegiato.
Oggi non è più così. Perché, da un lato, la “giovinezza” si è allungata. Come gli anni di studio. E, soprattutto, perché le distanze territoriali non contano più come un tempo. Anzi: non contano più. Perché l’avvento della rete, dei social media le ha vanificate. E, anzi, ha delineato e costruito un nuovo “territorio” nel quale il bullismo, anzi, il cyber-bullismo, si è affermato. E diffuso. Senza più limiti.
Secondo un’indagine Doxa Kids svolta su tutto il territorio italiano, il35%dei ragazzi dagli 11 ai 19 anni è stato vittima di episodi di bullismo. E il fenomeno appare in aumento, soprattutto negli ultimi anni. Anche se bisogna tener conto che, ormai, ogni “atto violento” commesso da giovani ai danni di altri giovani, presso l’opinione pubblica, tende a venir catalogato come “bullismo”. Senza ulteriore specificazione.
Le vittime coinvolte, comunque, sono principalmente femmine (nel 56,3% dei casi), tra gli 11 e i 14 anni (nel 40,6% dei casi). Infine, il 10,2% dei bambini e adolescenti coinvolti è di nazionalità straniera.
L’Istat traccia un profilo ancor più pesante del fenomeno. Secondo le sue indagini, infatti, nel 2014, oltre metà dei giovani(e giovanissimi) compresi fra 11 e 17 è stato oggetto di episodi violenti ad opera di altri ragazzi o ragazze. Due su dieci, inoltre si dichiarano bersaglio di “offese” ripetute. Più volte al mese. Circa il 6% è stato vittima di questi episodi per via digitale. Sui social network. In questo caso si tratta, soprattutto, di ragazze. Il bersaglio privilegiato (si fa per dire) di cyber-bullismo.
Se questa è la “realtà” del fenomeno, il sondaggio di Demos, condotto nelle scorse settimane in Italia, ne conferma la gravità e la diffusione, nella “percezione” sociale. Infatti, 7 persone su 10 considerano il bullismo “inaccettabile”. Rispetto al 2007 (cioè, quasi 10 anni fa) si tratta di oltre 5 punti percentuali in più. Nello stesso tempo, fra gli italiani, è cresciuta la convinzione che il fenomeno sia diffuso nella maggioranza delle scuole. Lo pensa, infatti, quasi un quarto della popolazione. Ed è interessante osservare come questa idea non sia concentrata in una specifica coorte d’età. Risulta, invece, trasversale. Distribuita ed estesa in diversi settori sociali e generazionali. Certo, la preoccupazione appare molto elevata soprattutto fra i giovani da 15 a 24 anni. E fra gli studenti. In entrambi i casi, la convinzione che il bullismo sia diffuso in gran parte delle scuole è condivisa da circa il 30% degli intervistati. Giovanissimi e studenti, d’altronde, in larga parte coincidono. E sono, per questo, il bersaglio (ma, spesso, anche gli autori principali) del fenomeno.
Tuttavia, la diffusione del bullismo viene denunciata dai “giovani-adulti”, fra 25e 34 anni, in misura perfino più ampia: 33%. Si tratta dei “fratelli maggiori”, che, presumibilmente, hanno appena concluso la loro “carriera” di studenti. E, per questo, percepiscono l’esperienza del bullismo in misura più intensa e diretta. Perché l’hanno lasciata alle spalle. Ma la diffusione del bullismo è denunciata, in misura esplicita ed estesa anche presso le generazioni successive. Soprattutto fra le persone fra 55 e 64 anni. Mentre fra gli “anziani” (oltre 65 anni) la percezione del fenomeno risulta decisamente limitata (12%). Probabilmente perché è stata metabolizzata nel tempo. Oppure perché, come si è detto, viene ritenuta inevitabile. Quasi un passaggio obbligato oltre l’adolescenza.

Infine, l’influenza esercitata dalla rete e dal social network sulla crescita degli atti di bullismo appare “data per scontata” da una quota maggioritaria della popolazione. Ne sembrano convinte, soprattutto, le persone più anziane, con oltre 65 anni d’età e livello di istruzione meno elevato. Le componenti sociali, dunque, che hanno meno confidenza e meno pratica rispetto ai media digitali. Cosi si conferma l’idea che il bullismo “spaventi” soprattutto chi ne ha notizia solo – o soprattutto attraverso la radio e la TV.
Il “bullismo mediale”, insomma, rischia di suscitare più paura di quello “digitale”.

 

Allarme bullismo di Ilvo Diamanti – La Repubblica 28 novembre 2016

MINORI E GIOCO: LE APP COME ESCA ALL’AZZARDO?

Sabrina Molinaro, responsabile della Sezione di Epidemiologia e Ricerca servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica-CNR Pisa, lancia l’allerta rispetto a una nuova tendenza in materia di gioco. Ciò che desta, sulla base delle ultime ricerche e rilevazioni nazionali, preoccupazione è l’estrema dimestichezza dei minori verso giochi gratuiti e applicazioni (in gergo, “app”) online, che, sebbene non prevedano vincite in denaro, includono sistemi di incentivi per prolungare il gioco. Si tratta, insomma, dal punto di vista dei produttori di app e giochi online, di classiche strategie  di fidelizzazione del cliente. Ciò non toglie la preoccupazione legata al fatto che i clienti in questo caso sono minori, che rischiano così di sviluppare forme di dipendenza ai giochi, propedeutiche all’azzardo: con una formula inglese, si potrebbe dire che siamo di fronte al passaggio dal gambling al gaming.

Illustrazione di Paola Formica

“Lo studio ESPAD Italia, realizzato nel 2015, ha evidenziato che il 49% degli studenti di 15-19 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e il 42% lo ha fatto nell’anno antecedente la rilevazione. Fino al 2013, le percentuali erano rimaste invariate per il gioco nella vita (con prevalenze del 51-52%) e fino al 2011 per quelle riferite all’anno precedente a quello di rilevazione (47%). Nel 2014, addirittura, la prevalenza del gioco nella vita era scesa al 47% e quella riferita all’anno al 39%. L’anno scorso, dunque, si è registrato un aumento. Sessantamila ragazzi in più hanno detto di aver giocato, il 42% della popolazione studentesca, cioè 1 milione di giovani. «La percentuale rilevata preoccupa – sottolinea Sabrina Molinaro, che ha presentato i dati a fine giugno nell’ultima riunione dell’Osservatorio Nazionale contro il gioco d’azzardo -, anche perché fa segnare un’inversione di tendenza per la prima volta dopo cinque anni».

Leggi l’articolo http://www.corriere.it/salute/pediatria/16_luglio_14/ragazzi-prigionieri-dell-azzardo

“Giovanna, Massimo e gli altri minorenni caduti nella trappola delle foto hot in Rete”

Lo psicoterapeuta Pellai racconta i suoi pazienti                            

di Antonella De Gregorio Corriere della Sera 18 Sep 2016 photo c.right Carolina Mizrahi

Ci si entra per il bisogno di lasciare una traccia. Per parlare e condividere, appartenere o emergere. Tutti sono su Facebook. O usano Whatsapp e Instagram per filmarsi, fotografarsi, postare a caccia di condivisioni e “like”. Un far west dove si dicono cose intelligenti, ma più spesso si scambiano banalità o filmati da vergogna.

Com’è successo a Giovanna, figlia dodicenne di una psicopedagogista.

“Intellligente, vivace, tanto sport, coccolata e un pò viziata, in quarta elementare aveva già in mano un cellulare. In quinta un computer, in prima media un Ipad”, racconta Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva che ha pubblicato per DeAgostini “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet”, in cui parla delle nuove generazioni e del loro rapporto «fluido, possibile, accessibile, normalizzato» con il sesso. Quando Giovanna informa la famiglia che vuole aprire un profilo Facebook, i genitori non si oppongono: la maggior parte delle sue compagne lo ha già fatto. Diventata social, la ragazza colleziona amicizie virtuali e in rete incontra «Beautiful Prince», un 35enne che la aggancia millantando un’amicizia con il suo idolo, Justin Bieber. La tempesta di messaggi, conquista la sua fiducia e arriva a chiederle foto «con gli slip soltanto»; poi si passa ai video e al sesso via webcam. Solo quando parte il ricatto Giovanna trova la forza di confidarsi con un’amica, che la convince a parlare con i genitori. Poi la denuncia, la polizia postale, e il percorso con il terapeuta. La mamma? «Quando le ho chiesto se aveva mai parlato di sesso con la figlia mi ha risposto: “Non avevo ancora fatto nulla, perché non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale. Mi sembrava troppo piccola e lei non chiedeva”».

Massimo invece, 11 anni, suo piccolo paziente, uno che a scuola «spacca» — come dice lui — sportivo e boy scout, ha scoperto Youporn attraverso un compagno, che un giorno durante l’intervallo, di nascosto dai professori, ha tirato fuori lo smartphone e ha mostrato alcuni filmini pornografici scaricati da lì. Prima andava su Internet per tenersi informato su sport e squadra del cuore. Da quel momento gli è successa una cosa pazzesca, «per la prima volta ha provato un piacere incredibile», come ha poi raccontato al medico. Ed è diventato un assiduo frequentatore del sito. Ma in breve si è trovato preda di un disturbo «che aveva tutte le caratteristiche di una sindrome da stress post-traumatico. Solo che l’evento traumatico non era qualcosa che aveva messo a repentaglio la sua vita — spiega Pellai — bensì la quantità di materiale pornografico a disposizione. Stimoli e sensazioni che hanno saturato le sue fantasie e che lui non era ancora in grado di gestire ed elaborare». Massimo è uno dei tanti: «Uno dei modi con cui i giovanissimi provano a socializzare e a scambiarsi informazioni intorno al tema del sesso è la condivisione di immagini e materiali hot — prosegue Pellai —. Oggi è quanto mai frequente, perfino tra bambini delle elementari, e molto pericolosa».

Molti, padri soprattutto, pensano che «si diventa grandi anche così».

Ma è evidente che qualcosa manca. A una dozzina d’anni dalla loro nascita, non è nato un bon ton dell’uso dei social, un’educazione civica digitale. I genitori non sono più consapevoli, gli insegnanti non sono più attenti. «Vedo tanti figli orfani nella loro vita online — dice Pellai —. L’unica cosa che i genitori fanno per loro è accompagnarli nel negozio di telefonia, per regalargli, sempre più presto, un cellulare che abbia più gigabyte possibili».

Pellai parla di una sessualità «facile, immediata e di pronto consumo», favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Di giovanissimi che mostrano atteggiamenti connotati sessualmente fin dalla seconda infanzia, quando dovrebbero pensare al proprio corpo in termini ludici e motori, e non seduttivi.

Come Alessandra, 16 anni, brava a scuola, diverse amiche e la sensazione di «non valere» perché i ragazzi si accorgono di lei. Quando decide di «cambiare il copione», pensa che per essere popolare deve «provare a portarsi a letto un po’ di ragazzi», racconterà, una volta arrivata in terapia.

Lucia, 11 anni, invece, arriva a chiedere aiuto dopo mesi di vita parallela e allucinata in compagnia del suo smartphone, dal quale non si separa mai e che contiene una sequela di messaggi espliciti e volgari che scambia con un ragazzo di 16 anni. E i genitori lasciano fare.

«C’è uno scollamento sempre più frequente — dice Pellai — tra lo sviluppo biologico, il corpo dei bambini e quello che in realtà stanno pensando e facendo. E c’è il mondo virtuale che non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i nostri figli all’interno di un territorio così vasto e complesso. Ma oggi c’è una voragine dove si dovrebbe fare educazione alla sessualità e all’affettività.

E mentre i genitori stanno zitti, il mondo, fuori, urla».

 

Il bambino e gli schermi

È vero che il web è pericoloso per i bambini? Genitori e insegnanti, che si servono spesso della rete a casa propria e nella vita privata, pare che ne abbiano paura quando si tratta dei loro figli o dei loro allievi. Gli adulti amano la tecnologia, i bambini e gli adolescenti anche, ma, paradossalmente, non riescono mai a usarla insieme. Come uscire da questo «blocco comunicativo» intergenerazionale e riuscire a far sedere genitori e figli e insegnanti attorno allo stesso «desco tecnologico»? In primo luogo sfatando, con una rigorosa analisi scientifica, pregiudizi e timori che non hanno ragione di essere.
Questo libro, a cura della prestigiosa Académie des Sciences, è l’equivalente di un insieme coordinato di Linee guida ai problemi che può comportare la progettazione e la gestione di servizi rivolti ai bambini e ai preadolescenti che utilizzino tecnologie digitali. Integrando i dati scientifici più recenti della neurobiologia, della psicologia, delle scienze cognitive, della psichiatria e della medicina, allo stesso tempo propone agli insegnanti, agli educatori – ma anche ad esempio al personale sanitario o a quello delle istituzioni museali – raccomandazioni semplici e operative che possano essere di aiuto nei differenti contesti. Uno strumento di straordinaria efficacia che risponde con chiarezza e scientificità alle domande che gli adulti si pongono ogni volta che un bambino entri in contatto con il mondo digitale, dallo smartphone al videogioco, all’ambiente di apprendimento virtuale.

Raccomandazioni per genitori e insegnanti 

Edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi

Anno: 2016 | Pagine: 223 | Edizione: Guerini Scientifica

http://guerini.it/index.php/il-bambino-e-gli-schermi.html

La generazione senza sesso

I Millennial hanno molti meno partner sessuali dei giovani degli ultimi decenni, dice un paper. È un problema di aspettative, più che di smartphone.

Di Davide Piacenza http://www.rivistastudio.com/
 Negli ultimi anni, a intervalli di tempo regolari, il circuito dei media internazionali freme per una notizia riassumibile – con molto rasoio di Occam – in: i giovani non fanno più sesso. Questa settimana uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha riportato la questione alla più stretta attualità: i dati raccolti da Jean Twenge, principale nome dietro al paper e autore di Generation Me dicono che, in media, per una persona nata negli anni Novanta non avere rapporti sessuali è due volte più comune rispetto a quanto avveniva ai ventenni della generazione precedente. E anche che i Millennial odierni, il quasi mitico target di riferimento di plot basati sul sesso come quello della serie tv Girls, hanno meno incontri amorosi dei baby boomer e degli appartenenti alla Generazione X, che li hanno preceduti.

Negli ultimi trent’anni, spiega il Washington Post presentando i risultati della ricerca, la porzione di “young adults” – ovvero persone di età compresa tra i 20 e i 24 anni – che non fanno sesso è più che raddoppiata, passando dal 6% al 15% di coetanei che non hanno avuto rapporti sessuali dopo aver raggiunto la maggiore età. Sembra istintivamente di stare parlando di una realtà alternativa a quella che conosciamo: siamo o non siamo la “hookup generation”, noi nati tra gli anni Ottanta e i Novanta, quella cresciuta con il sesso occasionale come riferimento onnipresente e definitivamente normalizzato nella tv che guardiamo, nelle canzoni che ascoltiamo e nei discorsi che facciamo? Possibile che la generazione che è diventata grande con Erotica di Madonna o Britney Spears sia meno sessualmente attiva di quella che ascoltava Gigliola Cinquetti cantare «non ho l’età per amarti»?

La spiegazione più semplice, e quindi più percorsa, come il sentiero più breve da cui raggiungere la vetta della comprensione, è che i venti-qualcosenni odierni sono troppo presi a controllare il proprio smartphone (anche e soprattutto per giocare a Pokemon Go, ultimamente) per occuparsi di cose “reali” che succedono nel mondo “reale”. Una generazione di debosciati, si dirà, di «sdraiati» per qualcun altro, che non è in grado di provvedere nemmeno ai suoi bisogni fisiologici. Eppure c’è molto altro da dire, e non tutto rassicurante come deridere un ventenne a suon di gomitatine: ad esempio, che «i Millennial sono stati terrorizzati dal sesso», come commenta Daisy Buchanan in un pezzo sul Guardian molto condiviso. In altre parole, fare l’amore (espressione che sa di antico, per un motivo credo più eloquente e utile a spiegare la questione di quanto non si potrebbe pensare) è diventato una dimensione puramente estetizzata, un’aspettativa a cui attenersi più che una via regolarmente praticabile per essere appagati o felici. «Abbiamo urgentemente bisogno di un’altra rivoluzione sessuale», scrive Buchanan, «dobbiamo celebrare il sesso, parlare di tenerezza e di stare insieme, e affrontare il fatto che un’intera generazione è così ansiosa di apparire bene da non riuscire a permettere a se stessa di stare bene».

Cuddle Party Held In New York City

Certo, gli schermi dei nostri smartphone c’entrano, eccome. Hanno un ruolo innegabile nel confinamento del sesso ad attività marginale non solo nella misura in cui diminuiscono la necessità (e quindi la frequenza) degli incontri di persona, ma anche in maniere più sottili e indirette, rendendo i potenziali partner persone che esistono solo in un etere-limbo in cui possono sparire da un momento all’altro, e senza grandi complicazioni affettive di sorta. Twenge, che insegna Psicologia alla San Diego State University, ha dichiarato al Washington Post che questo stato di cose «finisce per porre molto risalto sull’aspetto fisico, e credo che questo penalizzi gran parte della popolazione. Per tanti individui di aspetto nella media, il matrimonio e le relazioni stabili sono state il modo attraverso cui fare sesso regolarmente». Ma le relazioni stabili sono soltanto una delle possibilità, delle «opzioni» di cui parla il comico Aziz Ansari nel suo ultimo libro per definire le nuove (infinite?) possibilità di rapporto, e nemmeno la più incensata. Una congiuntura fatta di scarse prospettive economiche e cambiamenti dei costumi ha fatto sì che nel 2014, per la prima volta nella storia, c’erano più americani tra i 18 e i 34 anni che vivevano coi genitori rispetto a quanti convivevano con il compagno o la compagna.

prosegue su http://www.rivistastudio.com/standard/millennial-non-fanno-sesso/

Qualcuno salvi la generazione dell’azzardo

I numeri sono spaventosi. L’11,5% degli adolescenti fra i 14 e i 17 anni intervistati nel nono rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia dice di giocare regolarmente d’azzardo online. Il 13% spiega di scommettere in rete (le opzioni erano ovviamente molteplici e dunque le percentuali, evidentemente, si accavallano l’una all’altra) per il 77% sul calcio e per il 10,4% su altri sport.

di Simone Cosimi pubblicato su http://www.wired.it/attualita/politica/

Il 29% ha invece fatto il passo fuori di casa e punta nei centri scommesse, buchi neri della società contemporanea spesso puntellate da videolottery e macchinette varie. Luoghi in cui specie i 17-19enni entrano in contatto con un diverso paradigma del denaro e dei valori, legandosi a contesti poco raccomandabili.

Il report, che ci dà una fotografia preoccupante, disegna una generazione dell’eccesso. Fatta non solo di azzardo online e offline ma di alcol, fumo, troppa tv e disinibizione sui social network. Il 63,4% ha detto di aver consumato una sostanza fra tabacco, alcol e cannabis nei trenta giorni precedenti la rilevazione.

Nonostante le tante chiacchiere sulla mutazione delle abitudini, il 24,5% si blocca davanti al piccolo schermo fra due e quattro ore al giorno, il 6,2% vi trascorre più di quattro ore. Il 92,6% è sostanzialmente sempre connesso tramite smartphone, il 67,8% lo utilizza quotidianamente già tra gli 11 e i 13 anni.

Ancora, il 23,6% usa il pc da due a quattro ore al giorno e il 12% oltre questa seconda soglia. Sballa insomma qualsiasi routine familiare: la tecnologia invade ogni momento, pasti inclusi. Tanto che qualcuno pensa addirittura a delle correlazioni fra l’abuso e i disturbi alimentari.

Ma saltano anche, come il rapporto col denaro, anche quello con la propria sfera individuale e la sua proiezione verso un esterno ancora forse poco chiaro nelle sue potenziali conseguenze. Per il 60% il concetto di privacy online è infatti assai fumoso: sostiene infatti che condividere le proprie foto a sfondo sessuale sia una scelta individuale.

Ma affettività ed emozioni non si sa cosa siano e quando quegli scatti innescano magari fenomeni di cyberbullismo (secondo altre indagini il 10% dei presidi ha dovuto gestire situazioni simili, senza che – nel 25% dei casi – i genitori riuscissero a comprenderne la gravità) allora tutto cambia. Sono solo alcuni dei numeri ricavati dalla ricerca che ha coinvolto una novantina di organizzazioni del terzo settore guidate da Save The Children ed effettuata su quattromila giovani.

Nonostante tutto, è il dato sul gioco d’azzardo online e nelle sale che colpisce di più. Perché segnala un’alienità rispetto alle tendenze comprensibili che si possono vivere nel corso dell’adolescenza. Le sostanze, la tv, la pervasività della tecnologia, il sesso: con fatica, ma neanche troppa, si riescono a cogliere ragioni e dinamiche di certi atteggiamenti sotto il profilo psicologico e sociologico. Più complicato spiegarsi questa dipendenza da scommessa, certo alimentata e sostenuta dalle legislazioni criminali che consentono la proliferazione di (orridi) esercizi commerciali dedicati che a loro volta distruggono il tessuto urbano, degli spot pubblicitari, delle sponsorizzazioni sportive, dei faccioni di campioni e vip assortiti.

continua su http://www.wired.it/attualita/

 

1 2 3 4 5 10

Clicca su "Accetto" per consentire l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi