Il bambino e gli schermi

È vero che il web è pericoloso per i bambini? Genitori e insegnanti, che si servono spesso della rete a casa propria e nella vita privata, pare che ne abbiano paura quando si tratta dei loro figli o dei loro allievi. Gli adulti amano la tecnologia, i bambini e gli adolescenti anche, ma, paradossalmente, non riescono mai a usarla insieme. Come uscire da questo «blocco comunicativo» intergenerazionale e riuscire a far sedere genitori e figli e insegnanti attorno allo stesso «desco tecnologico»? In primo luogo sfatando, con una rigorosa analisi scientifica, pregiudizi e timori che non hanno ragione di essere.
Questo libro, a cura della prestigiosa Académie des Sciences, è l’equivalente di un insieme coordinato di Linee guida ai problemi che può comportare la progettazione e la gestione di servizi rivolti ai bambini e ai preadolescenti che utilizzino tecnologie digitali. Integrando i dati scientifici più recenti della neurobiologia, della psicologia, delle scienze cognitive, della psichiatria e della medicina, allo stesso tempo propone agli insegnanti, agli educatori – ma anche ad esempio al personale sanitario o a quello delle istituzioni museali – raccomandazioni semplici e operative che possano essere di aiuto nei differenti contesti. Uno strumento di straordinaria efficacia che risponde con chiarezza e scientificità alle domande che gli adulti si pongono ogni volta che un bambino entri in contatto con il mondo digitale, dallo smartphone al videogioco, all’ambiente di apprendimento virtuale.

Raccomandazioni per genitori e insegnanti 

Edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi

Anno: 2016 | Pagine: 223 | Edizione: Guerini Scientifica

http://guerini.it/index.php/il-bambino-e-gli-schermi.html

La generazione senza sesso

I Millennial hanno molti meno partner sessuali dei giovani degli ultimi decenni, dice un paper. È un problema di aspettative, più che di smartphone.

Di Davide Piacenza http://www.rivistastudio.com/
 Negli ultimi anni, a intervalli di tempo regolari, il circuito dei media internazionali freme per una notizia riassumibile – con molto rasoio di Occam – in: i giovani non fanno più sesso. Questa settimana uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha riportato la questione alla più stretta attualità: i dati raccolti da Jean Twenge, principale nome dietro al paper e autore di Generation Me dicono che, in media, per una persona nata negli anni Novanta non avere rapporti sessuali è due volte più comune rispetto a quanto avveniva ai ventenni della generazione precedente. E anche che i Millennial odierni, il quasi mitico target di riferimento di plot basati sul sesso come quello della serie tv Girls, hanno meno incontri amorosi dei baby boomer e degli appartenenti alla Generazione X, che li hanno preceduti.

Negli ultimi trent’anni, spiega il Washington Post presentando i risultati della ricerca, la porzione di “young adults” – ovvero persone di età compresa tra i 20 e i 24 anni – che non fanno sesso è più che raddoppiata, passando dal 6% al 15% di coetanei che non hanno avuto rapporti sessuali dopo aver raggiunto la maggiore età. Sembra istintivamente di stare parlando di una realtà alternativa a quella che conosciamo: siamo o non siamo la “hookup generation”, noi nati tra gli anni Ottanta e i Novanta, quella cresciuta con il sesso occasionale come riferimento onnipresente e definitivamente normalizzato nella tv che guardiamo, nelle canzoni che ascoltiamo e nei discorsi che facciamo? Possibile che la generazione che è diventata grande con Erotica di Madonna o Britney Spears sia meno sessualmente attiva di quella che ascoltava Gigliola Cinquetti cantare «non ho l’età per amarti»?

La spiegazione più semplice, e quindi più percorsa, come il sentiero più breve da cui raggiungere la vetta della comprensione, è che i venti-qualcosenni odierni sono troppo presi a controllare il proprio smartphone (anche e soprattutto per giocare a Pokemon Go, ultimamente) per occuparsi di cose “reali” che succedono nel mondo “reale”. Una generazione di debosciati, si dirà, di «sdraiati» per qualcun altro, che non è in grado di provvedere nemmeno ai suoi bisogni fisiologici. Eppure c’è molto altro da dire, e non tutto rassicurante come deridere un ventenne a suon di gomitatine: ad esempio, che «i Millennial sono stati terrorizzati dal sesso», come commenta Daisy Buchanan in un pezzo sul Guardian molto condiviso. In altre parole, fare l’amore (espressione che sa di antico, per un motivo credo più eloquente e utile a spiegare la questione di quanto non si potrebbe pensare) è diventato una dimensione puramente estetizzata, un’aspettativa a cui attenersi più che una via regolarmente praticabile per essere appagati o felici. «Abbiamo urgentemente bisogno di un’altra rivoluzione sessuale», scrive Buchanan, «dobbiamo celebrare il sesso, parlare di tenerezza e di stare insieme, e affrontare il fatto che un’intera generazione è così ansiosa di apparire bene da non riuscire a permettere a se stessa di stare bene».

Cuddle Party Held In New York City

Certo, gli schermi dei nostri smartphone c’entrano, eccome. Hanno un ruolo innegabile nel confinamento del sesso ad attività marginale non solo nella misura in cui diminuiscono la necessità (e quindi la frequenza) degli incontri di persona, ma anche in maniere più sottili e indirette, rendendo i potenziali partner persone che esistono solo in un etere-limbo in cui possono sparire da un momento all’altro, e senza grandi complicazioni affettive di sorta. Twenge, che insegna Psicologia alla San Diego State University, ha dichiarato al Washington Post che questo stato di cose «finisce per porre molto risalto sull’aspetto fisico, e credo che questo penalizzi gran parte della popolazione. Per tanti individui di aspetto nella media, il matrimonio e le relazioni stabili sono state il modo attraverso cui fare sesso regolarmente». Ma le relazioni stabili sono soltanto una delle possibilità, delle «opzioni» di cui parla il comico Aziz Ansari nel suo ultimo libro per definire le nuove (infinite?) possibilità di rapporto, e nemmeno la più incensata. Una congiuntura fatta di scarse prospettive economiche e cambiamenti dei costumi ha fatto sì che nel 2014, per la prima volta nella storia, c’erano più americani tra i 18 e i 34 anni che vivevano coi genitori rispetto a quanti convivevano con il compagno o la compagna.

prosegue su http://www.rivistastudio.com/standard/millennial-non-fanno-sesso/

Qualcuno salvi la generazione dell’azzardo

I numeri sono spaventosi. L’11,5% degli adolescenti fra i 14 e i 17 anni intervistati nel nono rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia dice di giocare regolarmente d’azzardo online. Il 13% spiega di scommettere in rete (le opzioni erano ovviamente molteplici e dunque le percentuali, evidentemente, si accavallano l’una all’altra) per il 77% sul calcio e per il 10,4% su altri sport.

di Simone Cosimi pubblicato su http://www.wired.it/attualita/politica/

Il 29% ha invece fatto il passo fuori di casa e punta nei centri scommesse, buchi neri della società contemporanea spesso puntellate da videolottery e macchinette varie. Luoghi in cui specie i 17-19enni entrano in contatto con un diverso paradigma del denaro e dei valori, legandosi a contesti poco raccomandabili.

Il report, che ci dà una fotografia preoccupante, disegna una generazione dell’eccesso. Fatta non solo di azzardo online e offline ma di alcol, fumo, troppa tv e disinibizione sui social network. Il 63,4% ha detto di aver consumato una sostanza fra tabacco, alcol e cannabis nei trenta giorni precedenti la rilevazione.

Nonostante le tante chiacchiere sulla mutazione delle abitudini, il 24,5% si blocca davanti al piccolo schermo fra due e quattro ore al giorno, il 6,2% vi trascorre più di quattro ore. Il 92,6% è sostanzialmente sempre connesso tramite smartphone, il 67,8% lo utilizza quotidianamente già tra gli 11 e i 13 anni.

Ancora, il 23,6% usa il pc da due a quattro ore al giorno e il 12% oltre questa seconda soglia. Sballa insomma qualsiasi routine familiare: la tecnologia invade ogni momento, pasti inclusi. Tanto che qualcuno pensa addirittura a delle correlazioni fra l’abuso e i disturbi alimentari.

Ma saltano anche, come il rapporto col denaro, anche quello con la propria sfera individuale e la sua proiezione verso un esterno ancora forse poco chiaro nelle sue potenziali conseguenze. Per il 60% il concetto di privacy online è infatti assai fumoso: sostiene infatti che condividere le proprie foto a sfondo sessuale sia una scelta individuale.

Ma affettività ed emozioni non si sa cosa siano e quando quegli scatti innescano magari fenomeni di cyberbullismo (secondo altre indagini il 10% dei presidi ha dovuto gestire situazioni simili, senza che – nel 25% dei casi – i genitori riuscissero a comprenderne la gravità) allora tutto cambia. Sono solo alcuni dei numeri ricavati dalla ricerca che ha coinvolto una novantina di organizzazioni del terzo settore guidate da Save The Children ed effettuata su quattromila giovani.

Nonostante tutto, è il dato sul gioco d’azzardo online e nelle sale che colpisce di più. Perché segnala un’alienità rispetto alle tendenze comprensibili che si possono vivere nel corso dell’adolescenza. Le sostanze, la tv, la pervasività della tecnologia, il sesso: con fatica, ma neanche troppa, si riescono a cogliere ragioni e dinamiche di certi atteggiamenti sotto il profilo psicologico e sociologico. Più complicato spiegarsi questa dipendenza da scommessa, certo alimentata e sostenuta dalle legislazioni criminali che consentono la proliferazione di (orridi) esercizi commerciali dedicati che a loro volta distruggono il tessuto urbano, degli spot pubblicitari, delle sponsorizzazioni sportive, dei faccioni di campioni e vip assortiti.

continua su http://www.wired.it/attualita/

 

Nomadi e hi-tech il mondo Millenials tra ideali e internet

Dalle interviste ai toscani emerge la fotografia di una generazione molto attenta al sociale

LAURA MONTANARI pubblicato su http://firenze.repubblica.it/cronaca/

Più riformatori che rivoluzionari, più viaggiatori che idealmente nomadi. Quasi mai proprietari di qualcosa — tipo una casa o una macchina — , quasi sempre fruitori, inquilini di passaggio: insomma sono la generazione che passa dal possesso all’accesso. Eccoli qui i Millenials, cioè quelli che vanno dai 18 ai 35 anni «la generazione più istruita della storia, quella che conosce l’inglese, che viaggia, che capisce la tecnologia e sa usare internet». La più internazionale, la meno affezionata ai confini, la più esposta ai venti della precarietà sul fronte del lavoro.

Esce dai fogli di uno studio — sui valori e non sui comportamenti — commissionato dalla Coop (più precisamente dall’Associazione delle Cooperative di Consumo del Distretto Tirrenico) e affidato alla società torinese Kkienn Connecting Customers and Companies. Il lavoro sarà presentato nel dettaglio domani pomeriggio all’Impact Hub di via Panciatichi a Firenze (a partire dalle ore 17,30). La ricerca è stata realizzata con sette focus group e una indagine web che ha coinvolto 600 giovani (18-35 anni) e 400 adulti in Toscana e in Umbria. Il confronto è fra i Millenials e quelli che li hanno preceduti, Generazione X (35-50 anni) e Baby Boomers (50-65).

«La rotta dei Millenials è segnata da due valori vettoriali — spiega Massimo Di Braccio, direttore di Kkienn ed ex docente dell’università di Torino — , le metamorfosi contro la conservazione e il sociale contro il privato». Quello che cercano i Millenials è «la felicità oggi, adesso, praticabile, individuabile e (possibilmente) per tutti, basata sulla capacità di adattarsi, cambiare, imparare, cogliendo le opportunità offerte dalla modernità: la possibilità di viaggiare ed emigrare, — riprende il ricercatore — di integrarsi e confrontarsi con popoli e culture, vivere la tecnologia digitale, espandere i diritti delle persone e le libertà individuali».

Dalle interviste ai giovani toscani emerge la foto di un’attenzione particolare al sociale: se i Baby Boomers invecchiando si sono chiusi nel privato, fra radici e identità, i Millenials al contrario sono aperti al mondo non tanto in direzione dei valori comunitari, quanto piuttosto nelle relazioni. «Possono sembrare in contrasto — riprende Di Braccio — ma i temi che stanno a cuore a questa generazione a cavallo fra i due secoli sono famiglia e libertà. Accettano i cambiamenti, le migrazioni, si schierano per l’espansione dei diritti».

La Coop è interessata a esplorare i loro stili di vita e i valori guida anche in relazione ai consumi. Così domani la presentazione della ricerca “Millenials. Le sfide, i valori, il ritratto del mondo che verrà” diventerà anche un momento di analisi e di confronto a cui parteciperanno il presidente dell’Associazione Coop di Consumo del Distretto Tirrenico, Stefano Bassi, il docente della Cattolica di Milano Alessandro Rosina (autore del libro “Neet” sui giovani che non studiano e non lavorano) e Luigi Cavallito autore di un singolare progetto: il giro del mondo in ottanta giorni per raccontare

i suoi coetanei a varie latitudini e poter rispondere dall’interno della categoria alla domanda: chi sono i Millenials? Chi sono questi giovani che si dibattono fra lavori precari e mondo allargato, fra leggerezza e velocità, «surfisti capaci di cavalcare l’onda di un mare sempre più mosso senza farsi travolgere»? Alle 21 interverrà anche il rettore dell’università di Firenze Luigi Dei intervistato dal direttore di Rtv38 Francesco Selvi.

OKKIO ALLA CACCA SUL WEB

CAPIRE IL MONDO DEL WEB CON COMPETENZA E SENZA PREGIUDIZIO PUÒ CAMBIARE RADICALMENTE IL RAPPORTO TRA GENITORI E FIGLI.
ECCO UN SITO CHE RAPPRESENTA UN PUNTO DI INFORMAZIONE E CONFRONTO PER L’EDUCAZIONE DIGITALE DEI GENITORI AFFINCHÉ SI POSSANO RIPRENDERE IL PROPRIO RUOLO EDUCATIVO ANCHE ONLINE
http://www.okkioallacaccasulweb.it
CON C.A.C.C.A. È FACILE INFORMARSI
Tutte le informazioni sono raccolte e organizzate in 5 categorie
di rischi a cui stare all’erta e quando possibile, semplificate
nel linguaggio per i non esperti in tecnologia!

C.ONTENUTI
rischio di accesso a contenuti non adatti o pericolosi.

A.TTENZIONE
effetti negativi sullo sviluppo cognitivo e neurologico.

C.OMPORTAMENTI
potenziali comportamenti a rischio dei ragazzi in rete.

C.ONTATTI
rischi legati all’entrare in contatto con persone pericolose.

ACQUISTI
possibilità di truffe, acquisti inconsapevoli o danni economici.

I genitori perfetti non esistono

Se la vita dei genitori dovesse essere misurata in base alla popolarità di un modo di dire, questo sarebbe senza dubbio “come fai sbagli”, vero mantra di una madre oggi. Come fai sbagli è anche il titolo di una fiction di Rai Uno: la prima puntata è andata in onda domenica 20 marzo ed è già campione di share nonché hashtag di successo.

Basata sul format francese Fais pas ci, fais pas ça, è la storia di due famiglie romane, una più liberal, gli Spinelli, che educano i figli all’insegna della fiducia reciproca, l’altra più conservatrice, i Piccardo. Gli uni si oppongono al modello di educazione severa ricevuta, gli altri lo riproducono. I primi si preoccupano che i figli siano “felici”, i secondi, come facevano i nostri genitori, esigono semplicemente che siano “bravi”. Le (apparenti?) differenze tra le due famiglie, vicine di casa, sono evidenti già dai nomi dei figli: Zoe e Diego da una parte; Giulio, Irene e Chiara dall’altra.

Ma è proprio così? Bastano dei nomi un po’ alternativi a fare la differenza? In ogni caso, il risultato non cambia: quando escono i quadri, i figli liceali di entrambe le famiglie hanno tutti tre debiti e decidono di lasciare la scuola per andare a lavorare. Il tema non è nuovo. Ricordate Carnage, il capolavoro di Roman Polanski in cui due coppie di genitori si incontrano e litigano per tutta la durata del film per colpa di un diverbio un po’ violento tra la loro prole?

Il film, del 2011, tratto da una pièce di Yasmina Reza, metteva in luce il grado di follia dell’essere genitori nella nostra società, con un finale che ne era la metafora perfetta: i quattro genitori affranti e immobili nel salotto e i bambini che scorrazzano al parco riappacificati. Tuttavia non stupisce che il tema dell’educazione dei figli e dei dilemmi che ne conseguono conquisti oggi una larga fetta di pubblico – oggi più che mai, verrebbe da dire.

Basta fare un giro su internet per capire che è una vera ossessione collettiva: si moltiplicano in maniera esponenziale i corsi per genitori, i manuali, le “10 dieci regole per crescere figli felici”. In Francia c’è un centro di sostegno in una clinica di Montpellier per aiutare i genitori di figli tirannici. Del resto anche il padre Spinelli della fiction, quello apparentemente più alternativo, di mestiere giornalista web squattrinato, si mette in testa di scrivere un libro: “Manuale di autodifesa per genitori disperati”.

Ma perché questi genitori (in altre parole noi) sono così ossessionati dalla felicità dei figli? Perché empatizzano con l’inadeguatezza, il vuoto esistenziale, le dipendenze dei loro ragazzi? “L’adolescenza è una malattia normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare”. A dirlo è stato nientemeno che lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, quello della “madre sufficientemente buona” e del “falso sé”. Insomma a volte il problema dei figli sono i genitori. Vediamo come e perché.

Come faccio a levare di mano a mio figlio quell’oggetto malefico che è il telefono?

Il 20 marzo al Maxxi di Roma si è svolto Famiglia punto zero, il primo Festival delle famiglie che cambiano, un’intera giornata dedicata a genitori e figli, con attività teatrali e creative pensate per i piccoli e incontri per i grandi su temi abbastanza roventi: la multigenitorialità, il rapporto dei ragazzi con il digitale, i nuovi padri, madri e lavoro.

Il festival era affollato, i laboratori per i bambini, nonostante costassero 5 euro, come anche gli incontri, hanno fatto il tutto esaurito. C’erano tanti relatori molto preparati e tante mamme belle un po’ affannate che rincorrevano i figli in quel tempio del contemporaneo che è il museo progettato da Zaha Hadid. Durante una delle conferenze, accanto a me c’era un bambino di sei o sette anni che sembrava ascoltare, in realtà dormiva perfettamente seduto, mentre l’antropologo Francesco Remotti spiegava con particolare accuratezza come il nostro modo di concepire la famiglia sia biocentrico e non sociocentrico come dovrebbe essere, e che la multigenitorialità in alcune società è la norma, da secoli.

Una delle principali preoccupazioni dei genitori di oggi sembra essere, per quel che ho visto al Maxxi, il rapporto con il digitale e l’eventuale “dipendenza” dei figli dai dispositivi elettronici. All’incontro intitolato “Genitori analogici con figli digitali” eravamo in molti, e sentivo che il pubblico era afflitto da un quesito pratico: come faccio a levare di mano a mio figlio quell’oggetto malefico che è il telefono che lo distrae dallo studio? Questa è la domanda che nessuno osa fare, anche perché la risposta non c’è.

Tra i relatori c’erano Giovanni Boccia Artieri, sociologo dei nuovi media, e Franco Lorenzoni, maestro elementare. I due hanno un’opinione agli antipodi sul rapporto con la tecnologia, ma in realtà convergono nel pensare che “l’importante è che i ragazzi abbiano qualcuno con cui parlare” o “qualcuno che gli faccia da specchio”. Essenziale per entrambi è introdurre elementi di dissenso nella frequentazione dei social network, ovvero evitare che i ragazzi seguano soltanto “amici” che la pensano come loro e fare in modo che escano un po’ dai loro microcosmi digitali (cosa che dovremmo fare anche noi adulti!).

prosegue su http://www.internazionale.it/

Sexting: come proteggi tuo figlio? 10 regole dell’educazione sessuale 2.0

I ragazzi credono che basti un clic per sapere tutto, e salvarsi dai pericoli. Non è così: dai messaggini bollenti sui social all’adescamento online, il libro “Tutto troppo presto” dello psicoterapeuta Alberto Pellai spiega i rischi che corrono sul web i nativi digitali. E il ruolo fondamentale degli adulti. In 10 punti
di Cristina Lacava articolo pubblicato su http://www.iodonna.it/attualita/ immagine copyr. “getty images”

L’educazione sessuale ai tempi di internet non è più quella di una volta. Ma resta indispensabile, anzi, forse lo è di più. Ma cambiano i rischi. Lo spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta e padre di 4 figli, in Tutto troppo presto (De Agostini). “La tecnologia rende accessibili in un attimo esperienze e contenuti che i giovanissimi fanno fatica a capire e a gestire. Fornisce un’idea della sessualità sbagliata, monodimensionale. Mentre la realtà è molto più sfaccettata. Le conseguenze degli errori? Gravi, in una fase di costruzione della personalità come l’adolescenza. Ci può essere un crollo dell’autostima, la difficoltà a costruire relazioni affettive. Senza contare che postare un’immagine incauta è un errore che si può scontare negli anni. Basta un esempio: una ragazzina manda una foto osé al fidanzatino. Quando poi lo lascia, lui si vendica mettendo la foto in rete, alla portata di tutti”. Secondo Pellai, i rischi principali di oggi sono 4: “La sessualizzazione precoce delle ragazze, la pornografia online, più accessibile e violenta di quella proposta dai giornalini di una volta, il sexting e infine l’adescamento, pericolosissimo anche perché nascosto.
Ecco, in 10 punti, come intervenire per un’educazione sessuale 2.0. Tenendo conto che la fascia più a rischio è quella tra gli 11 e i 14 anni, quando si fanno le prime prove di autonomia.

1. Non tirarsi indietro. Questa è la prima generazione di genitori che non può permettersi di non parlare di sesso. I nostri padri e madri non l’hanno fatto con noi e siamo sopravvissuti lo stesso? Oggi non è possibile.

2. Monitorare internet. Il web non ha confini e proprio per questo un genitore deve metterli, e aiutare un figlio a esplorare per gradi. I preadolescenti sono in balia del cervello emotivo, hanno voglia di divertimento e non controllano le conseguenze. Spetta all’adulto, che ha maggiore competenza cognitiva, essere presente.

3. Chiarire i rischi dei contatti online con gli sconosciuti, parlare dell’adescamento, anche partendo da casi di cronaca. Discutere: cosa avresti fatto se fosse successo a un tuo amico? Internet dà la falsa percezione di costruire un’intimità solidissima con gli interlocutori, e qui sta il pericolo. Molti genitori non credono che i figli chattino con gli adulti, dovrebbero controllare.

4. Essere sempre disponibili a parlare di tutto. I figli non devono avere paura di confidarsi, di deludere mamma e papà per un errore fatto. Si può partire anche da un film per confrontarsi (un titolo? American Beauty). Un esempio: una ragazzina ipersessualizzata, pensa che per aver successo nella vita bisogna seguire quel modello lì. Ma la realtà – per fortuna – non è così limitata. Il corpo non è tutto.

5. Proporre un contratto. Nel momento in cui si regala uno smartphone a un ragazzino, certi genitori si preoccupano solo del piano tariffario. Invece si devono dare regole sull’uso: cosa mi aspetto da questo strumento, quando lo voglio vedere acceso e spento. E soprattutto: una volta a settimana mi metto seduto accanto a te, guardo il tuo profilo, cosa fai online tu e soprattutto cosa fanno i tuoi amici. Non si dà una Ferrari a un neo patentato.

continua su http://www.iodonna.it/attualita/

Adolescenti pigri: 5 consigli per motivarli nello studio

Divisi tra smartphone e divano, molti ragazzi hanno messo lo studio all’ultimo posto. Ecco come aiutarli a ritrovare l’interesse verso l’apprendimento
di Angela Altomare pubblicato su http://www.iodonna.it/attualita/

Ragazzi svogliati e demotivati. Figli che passano le giornate non più sui libri, ma su tablet e smartphone. Privi di interessi verso l’apprendimento, non si impegnano nello studio e di conseguenza a scuola ottengono risultati insufficienti. L’inattività dei ragazzi è un problema comune a molti genitori. A dirlo sono anche i risultati del recente rapporto Save the Children Illuminiamo il futuro 2030 – Obiettivi per liberare i bambini dalla Povertà educativa.

Il 48,4% dei ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni nel 2014 non ha letto neanche un libro e rispettivamente il 69,4% e il 55,2% non ha visitato un sito archeologico e un museo. Il 25% dei quindicenni è carente in matematica. Uno su 5 lo è nella lettura. Dati e numeri che offrono uno spaccato degli adolescenti di oggi, sempre più pigri e lontani da impegno e fatica.

«Ai ragazzi- spiega lo psicologo Iacopo Casadei, autore del libro A Scuola. Come incoraggiare nei figli la motivazione, l’impegno e l’autonomia nello studio, edito da Red Edizioni- non mancano gli stimoli. Molte famiglie fanno del loro meglio per avvicinare i figli alla lettura o ad altre attività culturali o sportive, ma quello che rende tutto più difficile è la sovrabbondanza di alternative più facili alle quali i ragazzi hanno quotidianamente accesso: iPad, televisione, videogiochi e persino tutta quella serie di impegni come compleanni, pomeriggi al parco a tema, ecc. organizzati dagli stessi genitori».

Ciò che serve ai ragazzi invece suggerisce l’esperto è «un po’ di sana noia, quella che spinge a guardarsi dentro alla ricerca dei reali interessi o a prendere in mano un libro». «Purtroppo – spiega Casadei – i genitori tendono ad essere sempre meno esigenti nei confronti dei figli. Esitano a chiedere loro un piccolo contributo quotidiano come rifare il letto, lavare i piatti, ecc. o non hanno il coraggio di indurli ad alzare l’asticella dell’impegno o del senso di responsabilità. Genitori che si sacrificano per fare al posto dei figli, a volte persino i compiti di scuola, dimenticano che in questo modo fanno perdere ai loro ragazzi la straordinaria possibilità di imparare a ottenere sempre qualcosa in più da se stessi».

Per esempio un sano senso di responsabilità germoglia fin da quando i genitori attribuiscono al ragazzo la responsabilità dei propri risultati scolastici, evitando di scaricare la responsabilità sugli insegnanti. La capacità di resistere alle vicissitudini della vita nasce fin da quando i genitori, con pazienza, aiutano i figli a rialzarsi e a non abbattersi dopo le prime difficoltà scolastiche. Uno sviluppo armonico del carattere, e soprattutto educare i tratti che hanno un influsso positivo, come la tenacia, la costanza, la metodicità dello sforzo, risulta alla fine dei conti il miglior modo per far fruttare la stessa intelligenza».

Il rendimento a scuola, infatti, non è solo questione di talento. «La convinzione che le capacità, non solo scolastiche, siano innate- dice Casadei – è falsa. Fino a quando questo pregiudizio non verrà eroso, molti giovani continueranno a venire ostacolati o dissuasi a coltivare ambizioni che sono in realtà perfettamente realizzabili, a condizione che vengano fornite sufficienti opportunità e che venga assicurato il necessario sostegno e incoraggiamento».

E in questo i genitori hanno un ruolo fondamentale. «A volte – spiega l’esperto – si tratta di rivedere le aspettative e gli obiettivi, facendo sentire il ragazzo maggiormente gratificato. In altre circostanze bisogna invece riuscire ad imporsi con maggiore fermezza e indurre il ragazzo ad alzare l’asticella dell’impegno quotidiano, ponendo limiti, regole e restrizioni.Lavorare sulla motivazione è importante, ma quanti genitori ribadiscono quotidianamente ai loro figli l’importanza della scuola senza ottenere risultati? A un certo punto occorre anche spingere i figli ad agire, lavorando insieme a loro se necessario o utilizzando punizioni e gratificazioni, e la motivazione verrà di conseguenza con l’abitudine all’esercizio o come risultato di un lavoro ben svolto che dà soddisfazione anche al ragazzo».

Ma in che modo incoraggiare gli adolescenti a ritrovare la giusta motivazione nell’impegno quotidiano e lo stimolo nell’apprendimento? Ecco cosa suggerisce lo psicologo Iacopo Casadei.

L’obiettivo deve essere l’impegno
I genitori non devono porre ai figli obiettivi in termini di prestazione scolastica e di voti, ma viceversa esclusivamente in termini di impegno. Bisogna chiedere ai ragazzi di lavorare con concentrazione, di sforzarsi di apprendere, di dedicare alle attività scolastiche il giusto tempo, nient’altro. Porre limiti, se necessario allontanando ogni distrazione, rimane un caposaldo dal quale non si può prescindere. Soprattutto ad un’età, quella adolescenziale, in cui se un ragazzo non ha già maturato una spiccata coscienziosità farsi distrarre è molto facile.
No alla ricerca del talento a tutti i costi
In famiglia bisogna abituarsi ad utilizzare un linguaggio che valorizzi il lavoro e il sacrificio, anziché andare all’ossessiva ricerca di un qualche presunto talento precoce, una tendenza nociva della società attuale. Di fronte a un compito di matematica ben svolto, ad esempio, bisogna evitare definizioni come “sei stato bravo” o “ in questa materia sei un asso”. E’ importante invece gratificare i ragazzi dicendogli “hai lavorato con impegno”, “hai imparato”.
Trasformare l’imposizione in opportunità
Valorizzare l’apprendimento quotidianamente, anche con il buon esempio è fondamentale. Imparare ogni giorno cose nuove costituisce davvero un’opportunità da di vivere quotidianamente insieme ai figli, leggendo insieme a loro, insegnandogli ad esempio a coltivare l’orto o praticando un’attività istruttiva. Coltivare l’equilibrio interiore e la serenità dei figli è parimenti importante. Se la scuola è un problema, diventa giocoforza importante mollare la presa su altri aspetti, meno importanti, altrimenti si rischia di vivere un conflitto ininterrotto. Allo stesso modo quando si pongono dei limiti non bisogna ricorrere contemporaneamente al ricatto emotivo o mostrare eccessiva durezza.

prosegue su http://www.iodonna.it/attualita/famiglie/2015/10/23/adolescenti-pigri-5-modi-per-motivarli-nello-studio/

Le App segrete degli adolescenti

Si chiamano “finstagrams” e sono account privati per pochi follower, dove i teenager condividono tutto, brufoli compresi. Non si finge, ci si svela per come si è. Ma qualche rischio ancora c’è

di Costanza Rizzacasa d’Orsogna pubblicato su http://www.iodonna.it/attualita/ foto copyright gettyimages

Li chiamano “finstagrams”, crasi di “fake Instagrams”. Sono gli account privati dei teenager, con pseudonimi e pochissimi follower. Solo i veri amici, cui mostrarsi rigorosamente senza filtri: foto sfocate o poco lusinghiere, brufoli e rotolini, gaffe, storie di vite banalissime. Quello che in pubblico non posteresti mai. Gli stessi principi che governano Instagram, su Finstagram sono ignorati allegramente: il finto Instagram è più vero del vero. Un abisso dai Millennial, per cui il social era una specie di curriculum vitae: “Questa sono io. Gelosi?”. La vita come servizio fotografico: in autopromozione permanente tra Photoshop, luci perfette, filtri rosa. Perché il rapporto con l’hi-tech dei Generation Z – i nati tra il 1996 e il 2010 – è ben diverso. Per loro, Facebook è da vecchi (nel 2014 il 25 per cento dei 13-17enni l’ha lasciato), Instagram rischioso: un selfie audace può dar popolarità, ma danneggiare reputazione e prospettive di carriera. Meglio app non solo più veloci, ma che promettono la privacy. Secret, Whisper, per gossippare nell’anonimato; Snapchat, che elimina i messaggi dopo alcuni secondi; Telegram, criptato. Il loro incubo è la geolocalizzazione.

Spiega al New York Times Leora Trub, psicologa clinica che ha evidenziato il rapporto tra il numero di estranei seguiti su Instagram e sintomi della depressione come paura, affaticamento e solitudine: «Se i giovani di ogni generazione faticano ad affermare la propria identità, per i teenager del 2015, costretti a competere con coetanei che sembrano top model, è più difficile». Col 92% dei 13-17enni online, e più della metà su Instagram, è evidente quanto il problema sia diffuso.
Così, i “Finstas” sono una chance per essere se stessi. Creata da adolescenti affamati di realismo e intimità, stanchi di correre dietro ai propri avatar impeccabili. Come aveva fatto Essena O’Neill, la 18enne modella australiana ribellatasi alla tirannia delle immagini perfette, che ha cancellato tutte le sue foto e rinominato il proprio account “Social Media Is Not Real Life”. Limitare i follower agli amici veri, poi, che non ti giudicano né ti prendono in giro, incoraggia discussioni più profonde, garantendo che quanto postato non vada a foraggiare i troll.

Non sempre, però, la segretezza è senza rischi. Negli Stati Uniti, tra 2 e 10 milioni di teenager usano After School. Un’app per smartphone inaccessibile agli adulti che permette di postare nell’anonimato, su una bacheca dedicata alla propria scuola, ansie, paure, sbandate per coetanei. Nata un anno fa, era sembrata subito una bella alternativa alla finzione di Facebook e Instagram. Uno spazio protetto, dove affrontare i disagi dell’età senza temere di venir giudicati, chiedere aiuto per confessare ai genitori di esser gay. Purtroppo, è diventata presto anche un veicolo per bullismo e maldicenze.
E certo, il cyberbullismo non è nato ieri; app gossippare come Secret e Whisper fanno anche loro leva sull’invidia. Ma After School si rivolge ai minori. L’età è verificata, e genitori o insegnanti che vogliono accedere alla app per monitorarne l’uso devono mentire. Ma potrebbero lo stesso esser bloccati da un algoritmo che serve anche a tener fuori pedofili e altri malintenzionati.

È stato su After School, per dire, che un 17enne ha minacciato di portare un fucile in classe e sparare sui compagni. Rintracciato, è stato condannato a tre mesi di carcere e After School rimossa dall’App Store. In primavera è ritornata, all’apparenza più sicura. Un algoritmo blocca i post violenti, in caso d’intimidazioni le autorità sono informate e se un ragazzo scrive un messaggio turbato, gli viene proposto di rivolgersi a uno psicologo. Finora l’hanno fatto in 50mila.
Non basta. Insulti su ragazzi in sovrappeso o gay sono ancora all’ordine del giorno, come messaggi espliciti di abusi sessuali che si vorrebbero perpetrare su una ragazza. Una 14enne che si era vista pubblicare il numero di cellulare con emoji di bikini e fotocamere ha ricevuto così tante molestie che ha dovuto cambiar numero. Un altro utente ha postato l’immagine di armi da fuoco con l’avvertimento: “Se vi piace vivere, domani non andate a scuola”. L’istituto è stato chiuso, la polizia non è riuscita a risalire all’autore del messaggio.

Quei 650mila teenager nell’Italia degli stupefacenti

Allarme per i risultati dell’indagine Cnr con ragazzi tra i 15 e i 19 anni: dopo l’hashish, l’eroina seconda droga preferita. In Emilia record di sintetiche, in Sardegna di cocaina
di CATERINA PASOLINI http://www.repubblica.it/scuola/

Seicentocinquantamila studenti delle superiori. Sono i teenager che nell’ultimo anno hanno fumato  cannabis o sniffato cocaina, preso eroina, allucinogeni o stimolanti. Spesso più sostanze contemporaneamente, come se non ci fosse differenza. In un quadro che vede sempre più italiani consumare abitualmente hashish, sono oltre tre milioni sotto i 35 anni, la cocaina è in leggera  diminuzione ma usata da 430mila persone, in calo anche gli stimolanti  con 155 mila aficionados e gli allucinogeni con 120mila. Ma se alcuni stupefacenti registrano finalmente una flessione nei consumi, il dato inquietante riguarda il ritorno dell’eroina: ben 320mila persone che hanno fumato, sniffato o si sono iniettate il derivato dell’oppio che è in costante aumento. Soprattutto tra i quindicenni.
È quanto emerge dallo studio ESPAD Italia dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) che ha coinvolto  30mila studenti italiani tra i 15 e i 19 anni ed è condotto dalla Sezione di Epidemiologia e Ricerca sui Servizi Sanitari Ifc-Cnr

Emilia e Sardegna ai primi posti. Una ricerca che fotografia i consumi di stupefacenti in Italia, raccontando abitudini profondamente diverse a seconda del luogo. E così a livello regionale sono Sardegna ed Emilia Romagna ad occupare le prime posizioni per l’uso di quasi tutte le sostanze. In particolare l’Emilia detiene il primato per le droghe sintetiche (allucinogeni 3%, stimolanti 4%)  mentre la Sardegna per la cocaina (4%). Le 4 regioni dove più alta è la diffusione di cannabis sono Molise, Lazio, Sardegna e Marche (32%). Lazio, Sardegna, Campania hanno invece il record per la cannabis sintetica, la così detta Spice, Molise e Marche vedono i ragazzi preferire stimolanti ed eroina. La Toscana ha record per antidolorifici e psicofarmaci seguita dalla Basilicata, l’Umbria per gli stimolanti, inclusa cocaina di cui la regione principe resta però la Sardegna
E proprio a proposito di eroina, in testa alla classifica dei consumi ci sono Emilia, Toscana, Sardegna e Calabria.

Eroina, raddoppio dei consumi tra i quindicenni. “Tra i quindicenni l’eroina risulta essere la droga più popolare dopo la cannabis: il 2% dei maschi 15enni, circa 5.000 ragazzi, ha dichiarato di averne consumato almeno una volta nel mese precedente all’indagine. Ulteriore allarme viene dal fatto che 3.000 15enni se la sono iniettata. Dimentichi, inconsapevoli visti la mancanza di informazione in questi decenni, dei rischi, di una generazione di tossicodipendenti decimata dall’Aids”. Così spiega la dottoressa Sabrina Molinaro che ha condotto la ricerca dell’istituto di fisiologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa

continua su Repubblica http://www.repubblica.it/scuola/

 

1 2 3 4 5 6 10

Clicca su "Accetto" per consentire l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi