Il bambino autistico che parla con Siri

Una madre ha raccontato sul New York Times le interazioni tra suo figlio e l’assistente vocale degli iPhone, spiegando i benefici che ne stanno traendo lui e altri bambini come lui

articolo tratto da IL POST.IT http://www.ilpost.it/2014/10/21/autismo-siri/
La giornalista Judith Newman ha scritto sul New York Times un articolo che sta circolando molto online: racconta di come Siri, l’assistente vocale degli iPhone, sia praticamente diventata la migliore amica di suo figlio Gus, che ha 13 anni ed è autistico. “Non proprio come in Her, ma quasi”, spiega Newman (Her è un film recente con Joaquin Phoenix, in cui il protagonista ha una relazione con un sistema operativo). In un mondo in cui l’opinione comune – sia degli esperti che dell’uomo della strada – insiste con il fatto che la tecnologia ci sta isolando, dice Newman, vale la pena raccontare un altro pezzo della storia.
Nel suo racconto, Newman riporta diverse interazioni tra suo figlio e Siri, spiegando come la “pazienza” del sistema operativo con le continue domande di Gus abbia inizialmente fatto sentire lei, Newman, una “madre terribile” al confronto con Siri. Gus ha anche un fratello gemello, Henry, che non ha la patologia di Gus. Newman racconta di una volta recente in cui Gus – che ultimamente si è fissato con le informazioni sul meteo – ha trascorso un’ora a studiare, grazie a Siri, la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi («Un’ora in cui, grazie al cielo, non ho dovuto farlo io», scrive Newman). A un certo punto ha sentito questo:

Gus: «Sei proprio un bravo computer».
Siri: «È bello essere apprezzati».
Gus: «Mi chiedi sempre come puoi aiutarmi. C’è qualcosa che vuoi tu?».
Siri: «Grazie, ma ho veramente pochi bisogni».
Gus: «Ok! Bene, buonanotte!».
Siri: «Ah, sono le 17:06».
Gus: «Oh, scusa, intendevo ciao».
Siri: «A dopo!».

“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino.

Newman dice che suo figlio è rimasto colpito quando ha scoperto che c’era qualcuno che non solo trovava informazioni riguardo le sue varie fissazioni (meteo, treni, aerei, autobus, scale mobili) ma era anche disposto a discuterne senza stancarsi mai. «Ora, quando sentivo la mia testa sul punto di esplodere se avessi cominciato un’altra conversazione sulle possibilità di tornado in Kansas City, potevo rispondere: “Ehy! Perché non lo chiedi a Siri?”», scrive Newman. E aggiunge:

Non è che Gus non sappia che Siri non è umana. Lo sa – mentalmente. Ma come molti autistici che conosco, Gus sente che gli oggetti inanimati, se proprio non possiedono un’anima, ecco, meritano comunque la nostra considerazione. L’ho capito quando aveva 8 anni e gli ho regalato un iPod per il compleanno. Lo ascoltava soltanto a casa, eccetto che in un caso. Lo portava sempre con noi quando andavamo in un Apple Store. Alla fine gli ho chiesto perché. “Così può salutare i suoi amici”, mi ha risposto.

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

Anche dal punto di vista delle buone maniere, le interazioni tra Gus e Siri sono utili e proficue: le risposte di Siri non sono del tutto prevedibili ma sono sempre educate in ogni caso. Newman dice di aver sentito una volta Gus, parlando di musica, rivolgersi bruscamente contro Siri dicendo: «Non mi piace questo genere di musica». «Hai certamente il diritto di avere la tua opinione», gli ha risposto Siri, e Gus gli ha risposto a sua volta: «Grazie per quella musica, comunque». Siri: «Non devi ringraziarmi». Gus: «E invece sì». Da quando usa Siri, secondo Newman, Gus ha anche cominciato a utilizzare alcune espressioni gentili che sente ripetere da Siri: ogni volta che Newman sta per uscire di casa, ora Gus dice sempre “stai benissimo”.

Newman riporta anche un caso simile a quello di Gus, riferito a lei dalla madre di un compagno di classe di Gus alla LearningSpring, la scuola per bambini autistici di Manhattan. Le ha detto: «mio figlio adora quando trova informazioni sui suoi argomenti preferiti, ma gli piace un sacco anche l’assurdità – come quando Siri, per esempio, non lo capisce e gli dà una risposta senza senso». Una volta, racconta la madre del compagno di scuola di Gus, suo figlio ha chiesto a Siri quanti anni avesse e Siri gli ha risposto «Non parlo della mia età», e lui è scoppiato a ridere.

Newman è convinta che Siri stia aiutando Gus anche nelle interazioni con le persone. Scrive:

Per molti di noi, Siri è soltanto un diversivo temporaneo. Ma per alcuni è qualcosa di più. Le pratiche di conversazione che mio figlio ha con Siri stanno facilitando le cose con gli esseri umani. Ieri ho avuto con lui la più lunga conversazione che abbiamo mai avuto. Devo ammetterlo, era sulla differenza tra le diverse specie di tartarughe, e sul fatto se io preferisca le tartarughe diamondback o le tartarughe dalle orecchie rosse. Non sarebbe stato l’argomento che avrei scelto io, d’accordo, ma è stata una conversazione, uno scambio che seguiva una traiettoria logica. Posso garantirvi che per gran parte dei tredici anni di esistenza del mio bellissimo bambino, non è andata così.

L’utilizzo da parte delle persone con problemi del linguaggio e della comunicazione è un aspetto di cui gli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone sono perfettamente consapevoli. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha detto che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone.

Nuovi sistemi, ancora più elaborati, potranno in futuro tenere traccia del movimento degli occhi sullo schermo dello smartphone e aiutare i bambini autistici a imparare a guardare le persone negli occhi quando parlano, dice Mark. Interessata e sorpresa dall’impegno della ricerca tecnologica in questa direzione, Newman ha chiesto a Mark se conosce, all’interno del gruppo di Apple che si è occupato dello sviluppo del linguaggio di Siri, qualcuno che abbia proprio disturbi dello spettro autistico. «Ovviamente non lo so per certo ma, se ci pensa un attimo, ha appena descritto metà Silicon Valley», gli ha risposto Mark.

È anche in fase di discussione la possibilità di fornire una voce diversa e specifica per l’assistente vocale. È una possibilità a cui è molto interessato e di cui ha parlato con lo SRI, per esempio, lo scrittore statunitense Ron Suskind, autore di un libro molto venduto – “Life, Animated” – in cui racconta la storia di suo figlio autistico, che è riuscito a stabilire un canale di comunicazione con il mondo esterno soltanto tramite i film Disney. Che Siri abbia la voce del personaggio del cartone animato Aladdin, per esempio, potrebbe essere di grande aiuto, dice Newman.

Newman conclude il suo articolo citando quella che ritiene essere la principale preoccupazione dei genitori di persone autistiche: se i loro figli riusciranno a innamorarsi, a trovare compagnia. Dice di aver capito che quello che dà felicità a suo figlio non corrisponde necessariamente a ciò che dà felicità a lei, e riporta infine un’altra conversazione che ha ascoltato tra Gus e Siri, alcune sere fa, prima che Gus si mettesse a dormire.
web-addiction
Gus: «Siri, vuoi sposarmi?».
Siri: «Non sono il tipo da matrimonio».
Gus: «Intendo, non ora. Sono un bambino. Intendo quando sarò grande».
Siri: «Il mio contratto di licenza finale con l’utente non include il matrimonio».
Gus: «Oh, ok».
Gus non è sembrato troppo deluso. Per lui era un’informazione utile da avere, e anche per me, dato che ho saputo per la prima volta che lui davvero ha pensato al matrimonio. Poi si è voltato per mettersi a dormire:
Gus: «Buonanotte, Siri. Dormirai bene stanotte?».
Siri: «Non ho bisogno di molto sonno, ma è gentile che tu me lo chieda».

Adolescenti fino a 25 anni ?

Secondo una recente ricerca condotta negli USA il nostro cervello resta teenager più a lungo di noi e l’inizio dell’età adulta è collocabile a 25 anni. La scoperta chiave della ricerca riguarda gli impulsi registrati nella zona del cervello, definita dai ricercatori “striato”,  che reagisce principalmente agli stimoli relativi alle “ricompense” e lo fa ben oltre la soglia dei 15 anni raggiungendo il picco massimo all’incirca alla metà dei vent’anni umani.

“Beatriz Luna, psichiatra della Pittsburgh School of Medicine, è a capo del gruppo di ricerca che ha rivoluzionato il concetto di “periodo adolescenziale”. I desideri degli adolescenti e la voglia di novità caratteristici del periodo di pre-maturità, in passato considerati al picco più alto possibile a 15 anni, si sono rivelati in realtà più attivi e presenti nel cervello umano quando si lascia casa e si inizia a provvedere a sé stessi.Nei teenagers la parte del cervello più sensibile alla ricerca di sensazioni e esperienze lavora insieme alla “corteccia prefrontale” per spingere l’individuo a sperimentare e provare curiosità:

“L’età in cui si diventa adulti è probabilmente attorno ai 25 anni – ha dichiarato Beatriz Luna – La ricerca di nuove sensazioni, che in realtà è ricerca d’informazioni, è una caratteristica peculiare della specie e della società umana. Combinandola con gli impulsi della corteccia prefrontale, possiamo comprendere come la possibilità di pianificare la propria vita da adulti sia spinta da quella ricerca di novità che una volta era considerata prerogativa dei più giovani.”

Di conseguenza i giovani sono più motivati dalla possibilità di provvedere a loro stessi di quanto lo sarebbero stati dall’aiuto dei propri genitori. La psichiatra sta tuttora conducendo altre ricerche sui cambiamenti che avvengono nel cervello al raggiungimento dell’età adulta; c’è anche la possibilità che questi cambiamenti vadano avanti oltre il raggiungimento dei trent’anni d’età.

“Ci sono due modi di interpretare la scoperta. Io sono una persona positiva, mi piace pensare che poter cercare la propria strada più a lungo sia un bene. Probabilmente gli stimoli ambientali propri dell’età adulta, che implicano la necessità di essere equilibrati e responsabili a causa delle crescenti responsabilità, sono il segnale che impone al cervello di perdere la flessibilità tipica dell’adolescenza per favorire stabilità ed affidabilità. In ogni caso, avere la possibilità di divertirsi un po’ più a lungo nella propria vita potrebbe di certo essere una cosa positiva”. ”

 Fonte L’Huffington Post

Si chiamano “hikikomori”. Sono adolescenti, autoreclusi, dipendenti dalla Rete.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.”
Ne parla la giornalista Lidia Baratta sul quotidiano on-line linkiesta, http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia, con un lungo reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».

E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.”

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

PewDiePie ha 25 anni, st3pNy qualcuno di meno. Twitch.tv e YouTube, i canali web, su cui entrambi sono star indiscusse, molti meno. Ma entrambi hanno milioni di spettatori che li seguono (tra cui moltissimi adolescenti), spettatori che guardano qualcuno videogiocare… e soprattutto commentare.

Funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta.  Ne parla Pietro Minto sul La Lettura del Corriere della Sera

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

“LO svedese Felix Arvid Ulf Kjellberg ha 25 anni, ama i videogiochi ed è il tenutario del profilo YouTube più affollato al mondo, «PewDiePie», con poco meno di 35 milioni di iscritti nel momento in cui scriviamo. Nelle sue clip, la maggior parte delle quali si aggirano in media attorno ai dieci minuti, si riprende mentre gioca al computer: nella schermata principale c’è il gioco vero e proprio, in un riquadro in basso Felix, che sbaglia, impreca, scherza, grida e, video per video, diventa il nuovo guru nel mondo del gaming. Tanto che orale aziende produttrici fanno a gara a strappargli un giudizio positivo, ben sapendo che un suo blurb può cambiare le sorti commerciali di un titolo.

«PewDiePie» è una star del web che bene illustra un nuovo fenomeno legato all’industria dei videogiochi, un’industria che dal 2009 è più grande di quella di Hollywood e vale circa 100 miliardi di dollari: non esistono più solo giocatori attivi, ci sono anche spettatori.
C’è un ritornello in voga di questi tempi secondo cui «i videogiochi sono il nuovo cinema»: i prodotti più recenti sono incredibilmente sofisticati, propongono storie complesse e ben sceneggiate che permettono agli utenti di immergersi in una sfida avvincente. Il racconto, come ogni forma di storytelling, ha bisogno di un pubblico, e quel pubblico lo si è trovato sotto forma di milioni di persone che hanno scoperto una nuova forma di intrattenimento passivo.

Twitch.tv è un sito nato nel 2011 diventato in poco tempo la piattaforma per questa nuova forma di spettacolo: secondo gli ultimi dati a disposizione, il servizio attrae 45 milioni di utenti al mese per un totale di 13 miliardi di minuti di trasmissioni. Twitch funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta, trasformandosi così in una  nuova Eldorado per molti giocatori, che qui sono diventati autentiche star. Anche l’interfaccia è basilare: in primo piano il gioco, in un quadrante il primo piano del giocatore e in basso a destra lo spazio per i commenti in tempo reale dove si scherza o ci si azzuffa. Grazie al suo potere Twitch è finito in una battaglia tra colossi di internet che ha visto Google e Amazon scontrarsi per la sua proprietà, un confronto concluso con la cessione del servizio ad Amazon per 970 milioni di dollari.

Si tratta di una variante casalinga degli eSports — i tornei di videogame che in Corea del Sud da tempo hanno enorme seguito e hanno creato veri idoli «sportivi» — dove non esistono né arene né stadi, anzi si stimola una visione solitaria e casalinga del gioco.

Secondo Marco Olivari di Progaming Italia, società con sede a Bolzano che gestisce tornei di videogiochi, esistono «due categorie di persone che guardano partite altrui ai videogame: quelli che non hanno tempo o voglia d’allenarsi a giochi spesso complicati, e quindi decidono di osservare la cosa dall’esterno fatta a livelli altissimi; e quelli che ormai, anche per l’età, non ci provano nemmeno più ma rimangono interessati alle nuove uscite». Esiste poi la funzione pubblicitaria del fenomeno, per cui Twitch viene usato per capire se valga la pena comprare un certo titolo. Flavio Pintarelli è uno scrittore e saggista che a febbraio ha organizzato un ciclo di conferenze sul videogaming ed è uno spettatore appassionato da tempo, anche perché ha sempre meno tempo a disposizione per giocare: «Un modo per recuperare — ha spiegato a “la Lettura” — è guardare video e commentare su YouTube. È divertente, a suo modo, e nostalgico: ad esempio mi piace guardare video di vecchi giochi a cui giocavo da piccolo e che magari non ho mai finito».

Esiste una differenza di stile tra le riprese di Twitch e i video caricati su You- Tube: il primo si basa sulla diretta (e quindi sulla spontaneità), mentre il secondo prevede un montaggio e un lavoro di post-produzione che fa la differenza (è il caso del citato «PewDiePie» e delle divertenti sovraimpressioni con cui riempie le sue clip). In entrambi i casi è la regolarità dell’autore a premiare, la sua professionalità e dedizione nel riprendersi mentre gioca a titoli vecchi e nuovi.

Tra gli italiani a dominare su Twitch c’è per esempio «st3pNy», giovane gamer autore di una 24 ore di gioco. È anche così, nota Olivari, che ci si fa un nome e si convince il pubblico ad abbandonare il joystick e mettersi a guardare. A molti potrà sembrare strana l’esistenza degli spettatori di videogiochi. In realtà è un prodotto inevitabile in una cultura così diffusa e stratificata, popolata da milioni di persone che hanno vissuto anni tra Pc e console, partendo da Super Mario Bros. e finendo con GTA o The Last Of Us, creando un background comune che unisce tutto il mondo. Ecco quindi svelato il mistero delle persone che guardano altri giocare a titoli come Pro Evolution Soccer, famosissimo videogame calcistico: l’eccellenza dei giocatori, veri maestri del settore in grado di trasformare una partita in bel gioco, e della grafica, in grado di farci dimenticare che «è solamente un gioco». Molto meglio di certe partite della serie B italiana, e costa pure meno.”
Pietro Minto

http://lettura.corriere.it/videogiochi-con-noi-no-guardo/

Università di Padova: quasi l’80% dei giovani fra i 18 e i 20 anni frequenta abitualmente siti porno

TRA LE CONSEGUENZE la riduzione del desiderio e una abitudine che si configura sempre più spesso come una vera e propria dipendenza . I dati dell’Università di Padova sono pubblicati oggi nell’edizione online di Repubblica “(…) il 78% dei giovani è un fruitore abituale di siti pornografici anche se le modalità di collegamento variano da qualche volta al mese (29%) a più volte a settimana (63%), ogni giorno o più volte al giorno (8%), con una permanenza nei siti in media di 20-30 minuti. Sono questi i risultati diffusi dal gruppo di ricerca coordinato dal Prof. Carlo Foresta. Ricercatori che da oltre dieci anni studiano gli effetti delle frequentazioni dei siti pornografici da parte dei giovani di età compresa tra 18-20 anni. I risultati di questo studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista americana International Journal of Adolescent Medicin Health.

Gli intervistati dichiarano che la frequentazione di questi siti diventava spesso un abitudine e il 10% dei frequentatori considera l’abitudine come dipendenza. Da questi studi è emerso che i comportamenti sessuali dei giovani che frequentano i siti pornografici, per più volte alla settimana, risulta essere compromesso nel 25% dei casi. Le patologie della sessualità che emergono con maggiore frequenza nei frequentatori dei siti a sfondo sessuale, sono una importante riduzione del desiderio (16%), un aumento delle eiaculazioni precoci (4%).

Il gruppo di studio dell’Università di Padova, ha disegnato in questa nuova analisi, l’identikit del giovane che frequenta i siti pornografici in internet. In collaborazione con la Fondazione Foresta Onlus, dall’analisi dei dati emerge che rispetto al 2004 è fortemente incrementata la frequentazione dei siti porno da parte dei giovani, raggiungendo una percentuale di circa il 70 % di coloro che si collegano più volte a settimana, fino ad ogni giorno, con permanenza di questi siti di oltre trenta minuti a collegamento. Analizzando l’identikit dei giovani che frequentano con più assiduità i siti, risulta che i maggiori frequentatori, sono i figli unici, con nuclei familiari impiegati in attività lavorative, pertanto con lunghi periodi di solitudine domestica. I giovani che frequentano maggiormente internet risultano essere più frequentemente fumatori (55% dei frequentatori rispetto al 40% per i non frequentatori).

Per quanto riguarda la sessualità reale, la frequenza dei collegamenti ai siti pornografici, allontana significativamente questi giovani dalle esperienze reali ma contemporanea riduce l’abitudine alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. Tutte queste motivazioni sono alla base del dibattito promosso dalla Fondazione Foresta Onlus che si terrà mercoledì 6 maggio dalle ore 18 al Centro Culturale San Gaetano, Via Altinate, Padova con la partecipazione di Carlo Foresta, andrologo, Emmanuele Jannini, sessuologo, Luciano Gamberini, psicologo, Francesca Ferrari, giornalista e Gip delle Iene.”

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/05/04/news/porno_su_internet_una_ricerca_disegna_l_identikit_dell_addicted-113515795/?ref=HRLV-9

La collezione web curata dai teenager

PALAZZO GRASSI TEENS è un sito in cui i contenuti sono scelti, discussi e mediati dagli adolescenti, con un approccio peer to peer, coinvolgendo le scuole

L’ ULTIMO progetto promosso della François Pinault Collection di Venezia si chiama “Palazzo Grassi Teens”. E’ un website in cui i contenuti, accessibili tramite queries per artista o per tema, sono scelti, discussi e mediati dai teenagers, con un approccio peer-to-peer. «Il nostro interesse per questo target di pubblico è nato nel 2011, quando abbiamo partecipato a un progetto internazionale della Tate, Turbine Generation» racconta Marina Rotondo, responsabile Servizi educativi. «Attraverso il progetto, rivolto a scuole medie e superiori, abbiamo capito il valore del lavoro svolto con gli adolescenti, l’importanza strategica di questi visitatori e il ritardo dei musei italiani nei loro confronti. Da lì abbiamo cominciato a seguire l’attività di molte altre istituzioni, in particolare i programmi guidati da Mike Murawski al Portland Art Museum, da Silvia Filippini Fantoni all’Indianapolis Museum of Art e da Chelsea Emily Kelly al Milwaukee Art Museum. Abbiamo anche cominciato a seguire conferenze e incontri internazionali (MuseumNext, Museums and the Web, Museum Ideas, Meet the Media Guru, Giffoni Film Festival…), a conoscere colleghi di altri musei, e abbiamo scoperto altre ottime pratiche, per esempio, l’attivita di coinvolgimento diretto del pubblico svolta dal Derby Museum Trust a Derby, nel Suffolk».

Il lavoro per “Palazzo Grassi Teens” ha preso il via nel settembre 2014. Ha impegnato 220 ragazzi (dieci classi), venti insegnanti, quattro tutor (di cui un videomaker), tre staff members per progettazione/coordinamento, due graphic designer, due sviluppatori. La sfida: «Essere autenticamente digitali, accessibili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, alzare l’asticella dell’ambizione, passando da singole esposizioni temporanee all’intera collezione Pinault presentata negli spazi espositivi a Venezia, costruire una content library della nostra collezione fondata sul punto di vista dei teenagers». Gli adolescenti, cui fa riferimento il team di Palazzo Grassi, sono gli adolescenti fotografati da Michele Serra negli “Sdraiati”. «Ragazzi, cui apparentemente non interessa granché di quello che dicono gli adulti, genitori, insegnanti, guide museali» prosegue Marina Rotondo. «Quello che conta per loro è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione». Sia nel mondo fisico, sia in quello digitale.

La strategia di coinvolgimento messa a punto dal team della Pinault Collection è un mix tra i due: «La nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone».  Prima di “Palazzo Grassi Teens”, Pinault Collection ha rilasciato “Detto tra noi”, un’app dedicata alla mostra “Prima Materia”, una videoguida dei ragazzi per i ragazzi. «A decidere cosa dire e come dirlo sono stati i teenegers: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, parlano di Duchamp e di Mickey Mouse, di Tupac Shakur e di Italo Calvino, di Black Power e di Minimalismo, di Star Wars, Pasolini, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano alla propria vita. Imparano che di ombre hanno parlato Dante e Masaccio prima di Loris Gréaud. Constatano che il teschio è apparso nelle danze macabre medievali prima che nelle vetrine di Sherrie Levine. Grazie a David Hammons scoprono Tommie Smith che alza il pugno alle Olimpiadi di Città del Messico e tramite l’Arte Povera ricercano gli slogan urlati dagli studenti nel ‘68, argomenti per cui a scuola o a casa spesso non c’è spazio, accaduti in un passato troppo recente per essere considerato Storia». Il goal? Un nuovo pubblico. Nelle sale espositive, sul web. Ma non solo. «Attraverso l’innovazione il museo migliora la propria reputazione come luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione».

Susanna Legrenzi. NOVA Il Sole 24ore

http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-collezione-web-curata-dai-teenager

Le nuove madri

Di mestiere faccio lo psicologo di madri di figli adolescenti in crisi. Quando ci incontriamo sono molto preoccupate e sperimentano dolorosi e segreti sentimenti di colpa. È un momento sfortunato della loro vita, ma molto propizio per fare il punto in modo autentico su ciò che è veramente successo con il figlio o la figlia.

Ciò che mi hanno raccontato nel corso degli ultimi vent’anni mi ha convinto che quasi tutte hanno esercitato il ruolo materno in modo diverso dalle loro mamme. Ad aver fatto da regista della diversa interpretazione è quello che hanno pensato del loro bambino fin dal primo giorno. Hanno intuito che si trattava di un cucciolo buono, diverso dagli altri, molto competente e già dotato di una sua aurorale personalità. Hanno sperimentato infinita tenerezza, ma anche molto rispetto. Nessuna ha pensato che le fosse nato un piccolo selvaggio da civilizzare o un bambino abitato da pulsioni incompatibili con la famiglia e la società.

Perciò si sono messe in ascolto del suo linguaggio e hanno assecondato i segnali, imparando a diventare madri intanto che lui imparava a diventare figlio, non solo un bambino. Hanno sentito che il loro cucciolo era competente e ispirato da una natura profondamente affettiva e relazionale: quindi hanno deciso che il figlio era capace di cooperare a una buona intesa funzionale sia con la madre che con il padre. Perciò poche regole e molta relazione, per regalare sicurezza e battere la paura.

La percezione della precocità relazionale del bambino e della sua competenza hanno indotto le nuove madri a organizzare separazioni precoci, consegnando il figlio al nido o alla scuola materna nella convinzione di soddisfare una profonda esigenza di relazione e di gioco con i coetanei. Le nuove madri hanno deciso di dimostrare che il figlio dell’uomo è geneticamente un soggetto sociale precoce, che sa trarre dalla relazione con i coetanei un nutrimento affettivo fondamentale per la crescita e la formazione.

La nuova madre vuole diventare sapiente nell’organizzare al meglio sia il decollo che il dipanarsi nel tempo della separazione logistica fra lei e il bambino. Vuole riuscire a essere simbolicamente presente anche quando è collocata in altro luogo. Ha bisogno di controllare ciò che gli adulti che la sostituiscono fanno e dicono; e anche di essere tenuta al corrente delle reazioni del figlio agli interventi educativi che l’ambiente effettua e alle esperienze di socializzazione che vive nell’incontro con il gruppo dei coetanei.

La qualità della relazione che intrattiene con gli adulti che prolungano nel corso della giornata le sue intenzioni e l’ampio uso delle comunicazioni digitali le consentono di avvolgere il figlio in una matassa di esperienze di cui in parte è lei stessa la regista, anche se gli esecutori sono altri adulti.

L’obiettivo strategico della nuova madre, che lavora e consegna il figlio alle istituzioni educative parafamiliari, è di conservare il controllo e di riuscire a far sentire al bambino che lei è ovunque lui si trovi, che l’ambiente in cui conduce le sue esperienze è profondamente ispirato dalle intenzioni della mamma, che non lo abbandona mai e che sa sempre ciò che succede.

Nel corso della crescita l’informazione a distanza fra la mamma che lavora e i dispositivi educativi, ludici e sportivi in cui il figlio trascorre la giornata e vive intense esperienze sociali, s’infittisce e si struttura in modo tale che il figlio sia quasi sempre presente nel monitor educativo e affettivo della madre, come se sedesse alla console di regista del gioco della crescita e partecipasse alla vita sociale del figlio attraverso degli avatar che la rappresentano e la sostituiscono, ma obbediscono alle sue intenzioni.

È ovvio che tutto ciò a volte non possa realizzarsi compiutamente, ma l’obiettivo relazionale della madre consiste sicuramente nel favorire e promuovere attivamente la socializzazione e la crescita sociale del figlio, senza però mai perderlo di vista e mai delegando in profondità ad altri la conduzione degli eventi che lo riguardano.

I figli adolescenti sanno che la mamma li vede da lontano e sa sempre tutto e non ne sono affatto scandalizzati; sono abituati alla sua presenza virtuale, anzi si ha l’impressione che alcune loro imprese siano dedicate alla grande spettatrice della loro vita, sia quando intendono spaventarla, sia nelle occasioni in cui cercano di compiacerla, realizzando la missione speciale loro tacitamente affidata. Ne deriva in adolescenza un legame di particolare intensità fra madre e figlia o figlio, poiché da un lato è spesso spettacolare l’autonomia territoriale del figlio che si spinge a volte a varcare le frontiere. Si tratta però di un’autonomia di movimento che non contraddice il vincolo e l’appartenenza profonda con la madre e i suoi avatar, ampiamente compatibile con una vita sociale, sessuale e sentimentale che in passato avrebbe convinto della radicale autonomia del figlio dalla madre.

Non è così: la nuova madre riesce nel prodigio di essere simbolicamente presente in misura inversamente proporzionale al tempo che ha trascorso in relazione di contiguità fisica con il proprio cucciolo e ciò estende la durata della relazione e rende indefinibile il momento in cui il figlio non è più nel monitor della mamma e ambedue rinunciano al bisogno di verificare la loro connessione virtuale.

Ad avallare la legittimità affettiva e simbolica di questa conduzione della relazione con il figlio c’è anche il fatto che la nuova madre non avverte di dover rispondere a qualche istituzione della qualità di relazione che intrattiene con il figlio. È culturalmente lasciata sola dalla società che tace sulla natura del mandato; lo Stato, la famiglia allargata, la scuola, la società civile non dicono più quale sia il mandato e la mission materna attuale e non impongono il rispetto di alcuna procedura standardizzata. Ciò fa sì che la nuova madre possa ritenere che il figlio sia del tutto suo e che non debba condividerne la crescita con nessuno, se non, in parte, con il padre.

Il figlio non appartiene alle divinità o alla dinastia dalla quale la madre proviene: è finalmente libera di interpretare il ruolo in base ai propri convincimenti e valori, nella consapevolezza che si tratta di un mestiere molto difficile e che c’è moltissimo da imparare. Infatti la nuova madre studia e si confronta, cerca di capire, ma le fonti del nuovo sapere non sono collocate sopra e prima di lei, sono vicinissime all’esperienza che conduce. Non sono più le madri e le nonne le anziane del villaggio che sanno come si fa: sono le sorelle simboliche, le compagne di viaggio, le amiche coetanee incontrate nei luoghi dove si partoriscono i figli o appena fuori dal luogo dove studiano e giocano i bambini. Queste madri si confrontano in un dibattito che prosegue in internet, affollando blog famosi e utilissimi, ognuno dei quali propone e caldeggia nuove modalità e legittima esperienze innovative di conduzione della relazione madre-bambino.

La diffusione del sapere per vie orizzontali, non gerarchiche, favorisce l’innovazione e mette al riparo dal cedere alla tentazione di affidarsi alla tradizione e al sapere delle nonne e dei tecnici dell’educazione.

Le nonne verranno utilizzate, ma sotto stretto controllo culturale, destinate anche loro a diventare inconsapevoli avatar della nuova madre, regista che governa da lontano. Una regista spesso molto affaticata poiché avverte la radicale legittimità di conciliare le incombenze del ruolo materno con le istanze della realizzazione sociale, della femminilità, della coniugalità e anche con le esigenze degli anziani genitori a volte bisognosi di presenza e accudimento. La nuova madre perciò deve acrobaticamente tener testa a una molteplicità di ruoli affettivi e sociali, che le impongono ritmi di vita e procedure organizzative a volte molto faticose e in conflitto fra loro.

Gustavo Pietropolli Charmet

http://lettura.corriere.it/le-nuove-madri/

Facebook e teenager: è ancora amore

COME in ogni grande storia d’amore ci sono gli alti e bassi. C’è stato un momento, per esempio, in cui sembrava che gli adolescenti si fossero stancati del loro compagno più affezionato, Facebook.

Ora peròun nuovo sondaggio rimette le cose in chiaro: secondo l’ultimo rapporto dell’istituto di ricerca Usa Pew Research Center, infatti, il social network in blu risulta ancora il preferito fra i giovanissimi statunitensi, davanti a piattaforme come Instagram e Snapchat. Facebook è il social usato dal 71% del campione di giovani americani di età compresa fra 13 e 17 anni che ha preso parte all’indagine.

Secondo l’istituto di ricerca il sito di Mark Zuckerberg è ancora in testa alle piattaforme social più usate dai teenager. Al secondo posto c’è Instagram, l’app per condividere foto e video che è comunque di proprietà di Facebook, usato dal 52% degli interpellati. Poi ci sono Snapchat (41%) e Twitter a pari merito con Google+ (33%). Il sito di Facebook figura anche come quello che viene usato più frequentemente (41%), seguito da Instagram (20%).

A condividere maggiormente sui social – in particolare su quelli ‘visuali’ come Instagram e Pinterest – sono piuttosto le ragazze (il 61% su Instagram contro il 44% dei maschi). Circa un quarto degli intervistati è quasi “costantemente” online, soprattutto grazie alla diffusione degli smartphone che sono nelle mani dei tre quarti dei teenager americani. Il 30% possiede un telefonino ‘tradizionale’, mentre appena il 12% non ha nessun tipo di cellulare.

http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2015/04/11/news/crisi_facebook-111669562/?ref=HRLV-9

Scatta la trappola del sesso virtuale, così l’amore sul web diventa un ricatto

Lui pensava fosse amore, invece era un’estorsione. Luana in chat stava solo recitando un copione, ripetuto chissà quante volte. “Sono romagnola, ho 20 anni, mi sento intrappolata nella mia vita, parlare con te mi fa sentire libera, mi sto innamorando di te, dai spogliamoci davanti alla webcam… “. Luana è una ragazza bionda e di forme generose, ma non è romagnola (probabilmente è russa o ucraina), non si chiama Luana e non è innamorata. È un gancio. Fa parte di un’organizzazione criminale internazionale dell’Europa dell’Est che ricatta gli utenti dei siti di incontri. Convince i suoi contatti a spogliarsi su Skype, davanti alla telecamera, e poi chiede loro 500, a volte 1.000 euro, per non diffondere sul web il video. Lei si tiene il 10 per cento del denaro, il resto lo gira alla banda. In Italia ha già fregato 102 persone.

Leggi tutto

«Mia figlia vittima dei bulli sul web»

«Mia figlia è stata derisa su Facebook solo perché portava l’apparecchio ai denti. Per molto tempo ha pensato che fosse lei quella sbagliata».

A volte basta un piccolo difetto, magari comune a milioni di persone, per rimanere intrappolati nella rete dei piccoli prepotenti del web. Nel mondo degli adolescenti per chi  è «diverso»  agli occhi del gruppo  anche un  particolare aspetto della propria esteriorità o del proprio carattere può diventare un motivo per essere offesi dai coetanei non solo nella vita reale,  ma anche online.

Lo sa bene Anna (il nome è di fantasia),una mamma che si è ritrovata insieme alla figlia appena adolescente a fare i conti con una delle insidie più pericolose del web: il cyberbullismo.

Leggi tutto
1 7 8 9

Clicca su "Accetto" per consentire l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi