MIAO MIAO SKUNK SHABOO, le nuove sostanze sintetiche dai danni imprevedibili

Ne parla Gianna Milano con lo psichiatra Sergio De Filippis in questa intervista pubblicata su DRepubblica http://d.repubblica.it/benessere/2013/06/28/news/droghe_sintetiche_adolescenza-1687408/

“Tommaso S. ha 16 anni. Quando lo ricoverano al servizio psichiatrico dell’ospedale la sua violenza, verso tutto e tutti, compreso se stesso, è tale da rendere necessario un contenimento fisico. Ogni volta che sciolgono i lacci, la sua furia riesplode. E, a malincuore, lo rilegano. Va avanti così per giorni. Troppi. I sedativi sembrano non avere alcun effetto e tanto meno gli antipsicotici usati in questi casi. Che cosa è mai successo a questo ragazzo, studente liceale, non proprio modello, con un rendimento nella norma, magari un po’ chiuso di carattere, che socializza a fatica, solitario, fanatico di computer, ma non violento? Possibile che non ci sia mai stato un segnale d’allarme al suo malessere? Possibile che sia impazzito così, d’un tratto, e i genitori, gli insegnanti non abbiano capito prima che qualcosa non andava? Tommaso aveva ammesso di farsi di tanto in tanto delle “canne”, per evadere, scacciare i problemi, provare nuove sensazioni e sentirsi anche più “figo”, come diceva lui con spavalderia. Una disinvoltura, la sua, solo apparente, come talora accade in questa ingrata età di passaggio, l’adolescenza, in cui la ricerca della propria identità spesso naviga in acque burrascose, con subbugli interni, conflitti, e angosce, prima tra tutte quella di crescere (e in latino “adolescere” significa appunto crescere). Tommaso, che passava le sue notti su internet, aveva scoperto il “Miao-Miao”, una droga sintetica comparsa nel 2008, nota sul mercato virtuale anche come Mefedrone, e l’aveva comprata di nascosto dai suoi genitori, in modo assolutamente legale. Lo aveva fatto più volte, non una. L’effetto era stimolante, simile a quello di cocaina, amfetamine ed ecstasy. Gli dava un senso di sicurezza, potenziava le sue percezioni sensoriali, lo rendeva più disponibile alle relazioni sociali e costava poco: 5 euro per una capsula da 250 mg. “Sempre più spesso l’abuso di sostanze stupefacenti, specie molecole di recente diffusione, che si sono aggiunte a quelle già presenti e largamente utilizzate come la cocaina, favorisce l’insorgere di episodi psicotici in adolescenti e giovani che le sperimentano, tanto da far temere un’emergenza medica, oltre che sociale, di proporzioni preoccupanti.

La correlazione tra uso di droghe e sintomi psichiatrici, con alterazioni dell’umore di tipo maniacale e perfino allucinazioni, è ormai dimostrata da numerosi studi” afferma Sergio De Filippis, docente di Psichiatria all’Università Sapienza di Roma che si occupa di doppia diagnosi, vale a dire della dipendenza da droghe a cui si accompagnano disturbi psichici. E prosegue: “Difficile tracciare un confine tra dipendenza e disagio mentale perché molti comportamenti sono riscontrabili in entrambe queste condizioni, come l’abuso di internet o tv, il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, problemi di tipo alimentare, come l’anoressia o la bulimia, tendenze autolesive. Ho ricoverato ragazzi che dopo aver assunto durante festini, sostanze come cannabis sintetica di nuova generazione (“Skunk”) insieme ad alcool o a ketamina (un anestetico usato molto in veterinaria con effetto dissociativo) hanno tentato di togliersi la vita buttandosi dalla finestra, in preda al panico che ‘un qualcuno di indefinito’ volesse fargli del male. Un ragazzo di 17 anni dopo aver preso durante un party ecstasy, LSD (allucinogeno di sintesi) e ketamina ha vagato per la campagna per circa tre giorni, in preda a terribili allucinazioni visive (le zolle di un campo arato erano per lui dei teschi), in uno stato d’animo che ha lasciato conseguenze visibili per molti mesi”.

Non è facile tenere il conto di tutte le sostanze stupefacenti di nuova generazione, non appena ne viene catalogata una, un’altra se ne aggiunge. Per lo più “legali” e che il droga-test non è in grado di individuare. Al massimo riesce a dire se “ti sei fatto” con cannabis e cocaina, ma la maggior parte delle sostanze in commercio sfugge ai controlli. Il Mefedrone, che ha mandato letteralmente in tilt Tommaso, è commercializzato come fertilizzante per piante o lo si spaccia come sale da bagno e negli ultimi tre anni la sua vendita online a scopo di abuso è così aumentata da spingere alcuni Paesi, come il Regno Unito, dove i casi identificati di morte legati al suo consumo sono numerosi, a vietarne il commercio anche come fertilizzante. Fabrizio Schifano, professore ordinario di farmacologia clinica all’Università inglese dello Hertfordshire, che si occupa di tossicodipendenze da circa trent’anni ha avviato nel 2002 il progetto internazionale “Psychonaut” per una mappatura delle droghe, tradizionali e non, e successivamente lo “Psychonaut Web Mapping System” e il REDNET Project, per raccogliere tutte le conoscenze sulle sostanze psicotrope, le più svariate e le più nuove, che a ritmo continuo vengono immesse sul mercato: si calcola siano 670 tra nuove molecole e composti, ma forse è una sottostima.

“Il mondo della dipendenza negli ultimi anni ha subìto una profonda trasformazione, di fatto è in continua evoluzione e segue, rispecchiandoli, i cambiamenti della società in cui viviamo. L’epidemia da eroina e il dramma Aids negli anni ‘80 lo aveva messo in crisi, così la criminalità organizzata ha scelto di diversificare le sostanze stupefacenti, riducendone il prezzo in modo da essere accessibili a un numero crescente di consumatori. Sono droghe da ricreazione, da weekend, che non dovrebbero dare dipendenza, e spopolano nelle discoteche: in Gran Bretagna tra sabato e domenica si vendono 500 mila compresse da sballo e in Italia 85 mila. Sto parlando di un mercato sommerso per cui fare calcoli che si avvicinano alla realtà non è semplice” ammette Schifano. “Negli anni ‘90 arrivarono ecstasy ed MDMA, e poi, via via, tutte le altre nuove molecole come catinoni, ketamina, khat, metamanfetamine, note come ‘Cristal Meth’, ‘Shaboo’, ‘Ice’. A essere molto diffusi oggi sono i cannabinoidi sintetici analoghi a quelli naturali, che si producono in laboratori clandestini e hanno un alto contenuto di THC, uno dei principi attivi della cannabis”. Chi vi ricorre crede di poter sfuggire allo stigma del “drogato”. E trova, o almeno cerca, in queste sostanze un sostegno effimero a stati d’animo che lo fanno sentire fragile e non all’altezza delle prestazioni che gli vengono richieste. E qual è il ragazzino che non si sente così? Ossia impreparato e spaventato all’idea di entrare nel mondo dei grandi?

Lorenzo, il quattordicenne protagonista introverso e nevrotico di Io e te, il libro di Niccolò Ammanniti diventato film con il regista Bernardo Bertolucci, si barrica in cantina con Coca-Cola e scatolette di tonno per fare credere alla madre che trascorre una settimana bianca con gli amici. Amici che lui non se la sente di affrontare, perché non ama stare con fastidiosi compagni di scuola e non ama le tensioni, e i conflitti famigliari. “La paura di diventare grandi può essere vissuta in modi diversi, a seconda del sostegno che si riceve in casa, dell’ascolto, e dell’ambiente sociale. L’accesso al mondo adulto è divenuto sempre meno appetibile per i giovani, per certi versi spaventoso. Sono molti gli ingredienti che possono rendere un adolescente più vulnerabile di altri nell’età del divenire. Se mancano saldi punti di riferimento in famiglia, il disagio e l’ansia possono sopraffare e la ricerca di una scorciatoia diventare la soluzione più semplice” sostiene De Filippis. Il giapponese Murakami in Kafka sulla spiaggia, descrive con una suggestiva metafora il passaggio dall’adolescenza al mondo “spietato”, come scrive lui, degli adulti: una violenta tempesta di sabbia bianca finissima che, per quanto metafisica e simbolica, lacera le carni. “E quando sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla”. Il protagonista del romanzo, il quasi quindicenne chiamato Corvo, uscito da quel vento non sarà più lo stesso di prima. Per non spaventare i consumatori, per lo più minorenni, a queste sostanze vengono dati nomignoli rassicuranti e fantasiosi.

Dalle “fly drugs” (tra cui l’allucinogeno bromo-dragon-FLY sintetizzato nel 1998) alle “spice drugs”. Queste ultime sono simili a piante essiccate, le si vende sul web come deodoranti per ambienti, all’interno di buste che contengono dosaggi variabili di cannabinoidi sintetici. Ci sono poi le piperazine, il GBL precursore ad uso industriale del GHB o liquid ecstasy (ne bastano pochi millilitri in una bibita per fa perdere a una ragazza la memoria di essere stata stuprata), le dimetiltriptamine, oppure altri prodotti di derivazione naturale come i semi di rosa arborea delle Hawaii, la Phalaris Arundinacea, l’Heimia salicifolia, il Poppy Straw, il kava-kava, la Yage, l’Ayahuasca, la Salvia divinorum, e ancora molecole come l’Ibogaina, l’Ivory Wave o Vanilla Sky, tutti con effetti psicotropici stimolanti o allucinogeni. Un elenco lungo a cui si aggiunge l’abuso di farmaci, dagli anticonvulsivanti agli antisettici (c’è chi beve il Tantum rosa perché contiene la benzidamina con effetto allucinogeno), ai sedativi, a medicinali utilizzati per il deficit di attenzione (come il metilfenidato) e perfino i colliri anticolinergici che iniettati in vena, provocano deliri. Un mercato variegato e un fenomeno sommerso che rendono ardua la battaglia delle istituzioni per contenerne i confini ed esercitare un controllo.

Se non è possibile rintracciare tutti i nuovi composti, che sfuggono ai test in uso, come fare un monitoraggio? “In Italia ci stanno provando diverse istituzioni, tra cui il Dipartimento Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri che riceve informazioni sull’abuso di nuove sostanze dalle Prefetture e dalle Questure, ma la raccolta di dati sul campo non è così efficace. Con internet ogni controllo diventa aggirabile e paradossalmente sono i nostri giovani pazienti a fornirci le informazioni più aggiornate sul tipo droghe in uso e sul loro commercio ” dice Alessandro E. Vento, Psichiatra dell’Osservatorio sulle Dipendenze e sui Disturbi Psichici Sottosoglia. Andrea, un ragazzo di 17 anni, già disinvolto consumatore di marijuana, va in gita a Tel Aviv e mentre fa visita a un chiostro gli offrono “Mister Chuck”, un cannabinoide sintetico non catalogato che quindi sfugge al drug-test. Andrea fuma “Mister Chuck”, così chiamato dal nome di un pupazzo per bambini, e con un ironico riferimento al senatore statunitense Chuck Hagel che si era battuto contro il dilagare dei cannabinoidi sintetici. “Andrea ha un episodio di tipo schizofrenico, molesta sessualmente un’anziana signora, finisce al pronto soccorso ma al test per la droga risulta negativo. Gli antipsicotici che gli vengono somministrati hanno scarsa efficacia e per lui inizia un lungo percorso di malessere psichico: una sorta di porta girevole da un ricovero all’altro” racconta Schifano. Va detto, ci tiene a precisarlo De Filippis, che la psichiatria si trova oggi ad affrontare in un certo senso impreparata un fenomeno nuovo e ha tardato a prevedere uno spazio in cui si affrontano le peculiarità di questa età critica, l’adolescenza, che va dai 14 ai 18 anni. “Un’età messa ora in gioco dal dilagare su internet, ma non solo, di sostanze disegnate ad hoc per rispondere al bisogno dei giovani di un autocontrollo delle loro emozioni e alla fatica di affrontare una realtà sociale che non tiene conto delle loro esigenze, e non offre loro validi modelli. Per non parlare di valori”. Spesso sono stati i libri e i film ad anticipare temi di cui la società fatica a prendere atto. Nel provocatorio romanzo uscito nel 2000, Niente, della danese Janne Teller, del quale alcune librerie in Spagna e in Francia hanno addirittura rifiutato la vendita, Pierre Anthon, un ragazzino delle scuole medie, decide di abbandonare gli studi e di rifugiarsi su un albero di prugne “quando scopre che non vale la pena di fare niente, dato che niente ha senso”. Una ribellione diversa, ma ugualmente radicale, che fa tornare in mente la fuga dalla civiltà moderna, con le sue ipocrisie e i suoi falsi miti, di Christopher, il giovane protagonista del film del 2007 di Sean Penn, Into the Wild, trasposizione cinematografica del romanzo Nelle terre estreme di Jon Krakauer. Nel suo itinerario di riscoperta di se stesso, nel suo rifiuto della società dei consumi e della carriera a tutti i costi, nella sua ricerca di libertà, oltre che di rapporti autentici senza le tensioni familiari, nella sua sfida alla natura, da cui viene infine sopraffatto, si esprime lo sgomento e il disagio, sovente inespressi e inascoltati, che accompagnano i giovani d’oggi.

“Il punto di contatto tra disagio adolescenziale e ‘addiction’ costituisce oggi un nuovo elemento critico, oltre che un’emergenza di cui i genitori sembrano essere poco consapevoli. E per affrontare questo fenomeno è necessario un impegno condiviso” afferma De Filippis. “Esserci per questi giovani è importante. Così come lo è diffondere, con l’aiuto delle istituzioni, gli strumenti culturali per contrastarlo. Con campagne di informazione nelle scuole, percorsi di aggiornamento per gli addetti ai lavori, e corsi anche universitari. In questa ottica di prevenzione, diventano indispensabili servizi clinici dedicati ai disagi adolescenziali, specie se associati a dipendenze”. Servizi clinici che per ora si stanno solo delineando”.

UNFRIENDED, come un horror scoperchia il tombino del cyberbullismo

Un film realizzato interamente con la videocamera del PC affronta un tema ancora poco esplorato come il cyberbullismo

Ne parla WIRED dopo il trailer del film in uscita il 18 giugno in Italia http://www.wired.it/play/cinema/2015/06/08/unfriended-horror-cyberbullismo-2/

“E’ mai possibile che una notifica sonora di Skype incuta più timore di una presenza demoniaca, di un’armata zombie o dell’inossidabile pagliaccio delle fogne? È la domanda che viene da farsi guardando il trailer di Unfriended – l’ultimo lavoro del regista russo-georgiano Levan Gabriadze, in uscita nei cinema italiani il prossimo 18 giugno. Per molti tra quelli che hanno già visto il film (negli States è uscito due mesi fa) la risposta sembra essere affermativa: sì, il trillo di una notifica social può metterti addosso una paura immonda.

A differenza di tanti altri horror sovrannaturali, Unfriended utilizza come elemento chiave i social media e la vita online in generale. È sostanzialmente la storia di un gruppo di liceali attivo in rete che ha la pessima idea di girare un video in cui Laura Barns, una loro amica, è sbronza fradicia (sbronza fradicia è un eufemismo, per capirci), per poi farlo circolare online trasformando la poveretta in una freak. La ragazza regge qualche giorno alla tempesta di fango, poi si suicida. Un anno dopo, mentre il gruppetto di fenomeni è in videoconferenza via Skype, alla conversazione si aggiunge un contatto sconosciuto che, in breve, dimostra di sapere tutto di loro e di volersi vendicare usando semplicemente una tastiera.

L’impostazione e la trama non si discostano da tanti altri horror che, da The Blair Witch Project in avanti, hanno fatto uso del found-footage come se non ci fosse un domani. Ma ormai il domani è arrivato, il found-footage esiste ancora, e per ovvie ragioni ha subito un pesante lavoro di ristrutturazione. Così, praticamente, l’unica telecamera accesa in Unfriended è quella del laptop della protagonista e l’intero film non è altro che un lungo screencast incorniciato in un display da 15 pollici.

Questa scelta, oltre a produrre tensione e a rendere l’atmosfera claustrofobica, permette al regista di utilizzare i vari strumenti social per allestire una sorta di multitasking narrativo, piazzando su schermo riferimenti visivi e sonori che qualunque spettatore sotto i quaranta riconoscerà come familiari,: c’è Facebook, ci sono le foto di Instagram e le videoconferenze su Skype, c’è persino Chatroulette e, naturalmente, c’è YouTube. Qualcuno ha chiamato in causa Black Mirror, ma in realtà il paragone calza poco: la serie di Charlie Brooker proietta la speculazione sulle nuove tecnologie in un futuro prossimo, mentre Unfriended è palesemente ambientato ai giorni nostri.

Se il film ha già conquistato pubblico e critica non è tanto merito di un’intuizione relativamente nuova, quanto del fatto che quell’intuizione va a disseppellire un contesto di inquietudini che appartengono unicamente ai giorni nostri. Parlo in particolare di fenomeni come il cyberbullismo e la cyberdiffamazione che, per quanto diffusi, sono ancora poco esplorati a livello cinematografico.

Del resto, tracciare una panoramica chiara sull’incidenza del cyberbullismo non è facile: il confine tra lo scherzo di cattivo gusto e la vera e propria persecuzione è spesso difficile da individuare, ma le ricerche condotte negli ultimi anni rivelano un marcato aumento dei casi di molestie online.

Lo scorso ottobre, uno studio pubblicato da Pew Research, ha rivelato che il 75% degli americani adulti afferma di essere stato vittima di stalking e diffamazione online. Per gli uomini questo significa soprattutto essere insultati, messi pubblicamente in imbarazzo e minacciati fisicamente; mentre per le donne prevalgono lo stalking e le molestie a sfondo sessuale. Il dato interessante mostrato dall’indagine Pew è che questi attacchi, lungi dall’avvenire in forma privata e nascosta, sono sotto gli occhi di gran parte dell’utenza social. Basti pensare che il 24% degli intervistati ammette di essere stato testimone di minacce fisiche a danno di altri utenti, mentre il 19% ha assistito a casi di molestie in forma di sexting.

Dunque il cyberbullismo è sotto gli occhi di tutti, eppure ben pochi intervengono in difesa delle vittime. Questo perché spesso e volentieri la Rete viene considerata come un territorio franco in cui vige una soglia del dolore più alta che nel mondo reale. Uno studio pubblicato in questi giorni sulla rivista Psychology of Violence rivela come il bullismo in Rete sarebbe meno emotivamente traumatico rispetto a quello tradizionale, in quanto le intimidazioni online sono meno soggette ad essere iterate ed è meno probabile che sfocino in atti violenti veri e propri.

Questi risultati entrano però in conflitto con quelli di altri studi che dimostrerebbero, invece, come il bullismo online comporti rischi maggiori di quello tradizionale, questo perché li pubblico potenziale di un episodio di cyberbullismo si allarga ben oltre la cerchia dei propri compagni di classe o di scuola, e spesso la vittima si sente nella condizione di non potersi sottrarre al supplizio sociale (la scuola a una certa ora finisce, la vita online no).

Gli studi psicologici condotti in materia indicano che le vittime di cyberbullismo tendono a sviluppare rabbiafrustrazionedepressione e, in generale, una minore auto-stima, risposte emotive che possono portare ad evitare gli amici e le attività sociali, fino a degenerare in tendenze suicide.

L’evento che fa da motore narrativo in Unfriended, insomma, è tutt’altro che campato per aria. Negli ultimi anni si sono registrati diversi casi di suicidio imputabili a molestie e persecuzioni online (il caso di Megan Meier è uno dei più noti), e in alcuni paesi, come la Corea del Sud, il tasso di suicidi imputabili al cyberbullismo è cresciuto a tal punto da indurre i governi a produrre leggi specifiche per arginare il fenomeno.

Per questi motivi, Unfriended ha le carte in regola per scoperchiare un tombino ormai pronto a traboccare. La speranza è che l’intuizione che consentito a Gabriadze di incassare oltre 40 milioni di dollari (a fronte di un solo milione di budget), funga da primer per altre pellicole capaci di indagare questo fenomeno, magari tenendosi alla larga dalla tecnofobia spicciola che ha penalizzato buona parte dei cyber-thriller dell’ultimo decennio”.

 

 

Giovani e social: perché Facebook You Tube e Google vogliono i nostri figli

SE LE POLICY sostengono una tesi, la pratica viaggia spesso nella direzione opposta. Semplicemente perché non c’è un controllo effettivo possibile. Ma anche perché spesso sono gli stessi genitori a trascinare in vario modo i figli nell’ecosistema delle piattaforme sociali. Col paradosso che, per esempio, su Facebook è vietata l’iscrizione ai minori di 13 anni ma le nostre bacheche sono invase di neonati o fra gli utenti ne spuntano evidentemente di giovanissimi. Se a questa situazione di fatto si aggiunge l’interesse delle big company che stanno alle spalle di questi strumenti – tenere a battesimo la prima generazione di autentici “nativi sociali” – il quadro è completo. E non del tutto rassicurante.
Tratto da Repubblica.it giovani&social
La situazione in teoria. Su Facebook servono almeno 13 anni per creare un profilo quasi in ogni parte del mondo. Solo in Spagna e Corea del Sud ce ne vuole uno in più. Ma da tempo si parla di una versione della piattaforma anche per i più piccoli, dove il profilo del bambino sarà in qualche modo collegato a quello di almeno un genitore. Il primo passo è stato compiuto pochi giorni fa con Scrapbook, niente più che una versione digitale del vecchio album fotografico di casa (che, in questi dieci anni di vita del sito, si è estinto per reincarnarsi proprio fra gli album del social): anziché taggarsi a vicenda nelle foto del piccolo, rendendole visibili agli amici e agli amici degli amici, i genitori possono catalogare l’immagine con un tag specifico per inserirla in un album del quale impostare poi le opzioni per la privacy. Una cosa del genere si poteva più o meno già fare lavorando a lungo sulle impostazioni di un singolo album, ma così è più semplice. “La creazione di un account con informazioni false costituisce una violazione delle nostre condizioni d’uso”, si legge sul Centro d’assistenza di Facebook, “lo stesso vale per gli account registrati per conto di persone sotto i 13 anni”.

Non solo, spesso l’utilizzo dei social network è per i giovani reso difficoltoso non tanto da problematiche “tecniche” ma dalla mancanza di attenzione nei confronti del “contesto” in cui ad esempio una determinata notizia viene riportata (come dimostra un bello studio dell’università di Standord, riportato da Wired su come i giovani non siano in grado di riconoscere bufale oppure di distinguere tra NOTIZIE VERE e NOTIZIE CHE INVECE SONO PUBBLICITA’. E’ infatti indubbio come sui social network, per esempio Facebook, il “pubblico” sia essenziale per le aziende che vendono pubblicità, a questo proposito qui un articolo che spiega come funziona l’algoritmo di Facebook EdgeRank che sceglie cosa mostrare sulle bacheche degli utenti.

Anche Twitter ha scelto quella soglia – 13 anni – legata all’osservanza di una legge statunitense (il Children’s Online Privacy Protection Act approvato nel 1998, che finisce dunque per imporre lo stesso limite a tutti i mercati in cui sono presenti servizi di società americane) ma la formulazione delle condizioni d’uso è addirittura meno perentoria di quella di Facebook: “I nostri servizi non sono diretti a persone di età inferiore ai 13 anni”, c’è scritto, “se vieni a sapere che il tuo bambino ci ha fornito informazioni personali senza il tuo consenso, ti preghiamo di contattarci all’indirizzo privacy@twitter.com. Non raccogliamo consapevolmente informazioni personali su bambini di età inferiore a 13 anni. Se veniamo a sapere che un bambino di età inferiore ai 13 anni ci ha fornito informazioni personali, ci attiviamo per rimuovere tali informazioni e cancellare l’account del bambino”. L’ultima moda, Periscope, segue le privacy policy della casa madre. Stesso discorso per Instagram, controllato da Facebook: “You must be at least 13 years old to use the Service” si legge in inglese, senza neanche la versione in italiano. Tanto chi la legge.

Idem per Google e per tutte le piattaforme incluse nella ricca gamma di servizi di Mountain View, incluse Google+, Gmail, YouTube e altri ancora: 13 anni negli Stati Uniti e nel resto del mondo eccetto 14 in Spagna e Corea del Sud e 16 nei Paesi Bassi.La situazione in pratica. La cronaca racconta infatti che queste indicazioni, più o meno rigide, non godono di alcun tipo di filtro utile a una loro seria implementazione. In altre parole, chiunque può aprire un profilo. Che oltre tutto è un passaggio perfino inutile su piattaforme per loro natura e grammatica pubbliche come Twitter e Instagram: lì, infatti, non occorre un account per visualizzare i contenuti degli altri utenti da web. Il filtro arriva semmai a posteriori, frutto del caso e delle segnalazioni degli altri utenti (qui, per esempio, si può fare su Facebook). Non è una coincidenza che milioni di piccoli utenti siano già impigliati nelle maglie dei social: non ci sono dati aggiornatissimi ma è semplice calcolare a mente come non possa che essere peggiorata la situazione rispetto ai numeri diffusi quattro anni fa da Danah Boyd del Microsoft Research e New York University e altri colleghi. Il 19% dei genitori di bambini di 10 anni, il 32% degli undicenni e il 55% dei dodicenni ammettevano che il loro figlio avesse già attivato un account sulla piattaforma di Menlo Park. Di più: il 60% delle mamme e dei papà ha addirittura riconosciuto di aver aiutato i miniutenti ad aprire il profilo. Lo spunto sembra essere quello di un maggior controllo, quasi come l’idea fosse replicare la famiglia in digitale, al prezzo dello sbarco su una piattaforma spalancata a chiunque.

Le colpe dei genitori. L’allarme di Valentina Sellaroli, pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni di Torino, ha fatto molto discutere: “Pubblicare su internet la foto dei propri bambini”, ha detto, “è di per sé atto che potenzialmente può raggiungere un numero di persone, conosciute e non, indiscutibilmente più ampio che non il semplice gesto di mettere la foto dei propri figli più o meno in mostra sulla propria scrivania. Significa esporli a un numero esponenzialmente maggiore di persone che possono anche non avere buone intenzioni e magari interessarsi a loro in maniera poco ortodossa”. La realtà sembra nascondersi anche in una carenza di problematizzazione delle proprie scelte in rete: “Il punto centrale è la difficoltà nel comprendere la contemporaneità”, racconta a Repubblica.it Alberto Rossetti, psicologo e psicoterapeuta torinese esperto di minori e dipendenze da social, “non solo in termini di legalità ma anche di ricadute. È apprezzabile condividere dei momenti di gioia con i propri contatti ma se si esagera si provocano almeno un paio di conseguenze. Anzitutto si catapultano contro la loro volontà i figli dentro ecosistemi che non conoscono ma dei quali saranno per forza sempre più interessati, domandando, chiedendo cosa si dice di loro e alla fine magari aprendo di nascosto un profilo per verificarlo di persona. D’altra parte ci si dimentica di fare in modo che, su queste piattaforme, la nostra vita torni a essere effettivamente ‘nostra’: mia moglie non sono io, perché allora dovrei sovrappormi a mio figlio? D’accordo che per molti la famiglia è tutto ma il proprio profilo personale è appunto individuale, non familiare. Bisogna sempre fermarsi a ragionare”.

L’interesse delle big company. Piattaforme per l’infanzia di questo tipo, ne raccontiamo l’evoluzione da circa un anno, continuano a spuntare come funghi. Con la faccia dolce del servizio cucito su misura per i più piccoli, aprono di fatto al loro ingresso attivo e ufficiale nella ragnatela sociale. L’idea, neanche troppo nascosta, è sdoganare Facebook, YouTube e tutti i servizi di Google, Vine (è partito di recente Vine Kids) e altri network, per iniziare dalla base il lavoro di “perimetrizzazione” tipico in particolare di Facebook. Fare cioè in modo che i nuovi utenti crescano nella consapevolezza d’uso convinti che non sia poi così necessario allontanarsi più di tanto da certi siti. Con le dovute proporzioni è un po’ quello che sta succedendo con gli utenti dei mercati emergenti (lo dimostrano alcuni studi recenti, fra cui un limitato ma significativo esperimento di Quartz) che hanno una storia di connettività più breve e in buona parte direttamente mobile: giovani o adulti che siano, ritengono che internet e Facebook siano quasi la stessa cosa, sovrapponendo quello sterminato universo che è il Web ai servizi, sempre più completi, del social di Mark Zuckerberg.

Un caso singolare e freschissimo è quello di YouTube Kids, la versione del sito di videosharing nata per proporre solo contenuti adeguati ai bambini e criticata aspramente negli Stati Uniti dalle associazioni dei consumatori e in difesa dei bambini fra cui il Center for Digital Democracy e Consumer Watchdog. L’accusa? Nella denuncia alla US Federal Trade Commission si cita la sovrabbondanza di pubblicità. L’applicazione cercherebbe di “trarre vantaggio dalla vulnerabilità di sviluppo dei bambini e viola le regole dei media sulla pubblicità che proteggono i bambini quando guardano la televisione”.

“YouTube Kids è l’ambiente mediatico per bambini più ipercommercializzato che abbia mai visto”, ha raccontato Dale Kunkel, docente di comunicazione all’università dell’Arizona. In fondo, lo insegnano i manuali di marketing vecchi e nuovi, i bambini – anche in età preadolescenziale – sono consumatori ambitissimi per la loro capacità di orientare con fermezza gli acquisti dei genitori, che spesso cedono per i sensi di colpa o per sedare le piagnucolanti richieste (il cosiddetto “pester power” dei piccoli bombardati dalle pubblicità più o meno martellanti e subliminali), decretando così il successo di prodotti e servizi. Non solo: saranno i futuri padri e madri, i consumatori del futuro. Iniziare da subito, spesso prima ancora che possano davvero rendersene conto, quel puntuale e sempre più completo processo di profilazione che accompagna le nostre navigazioni quotidiane non può che aumentare il valore dell’utenza che popola i social network. E della pubblicità che attraverso di essi viene distribuita.

I rischi. Sono due facce della stessa medaglia. Da una parte c’è l’obiettivo delle società: coinvolgere, trattenere, profilare e vendere pubblicità e servizi. Dall’altra “c’è l’aspetto di legalità”, conclude Rossetti, “e quello legato alle ricadute psicologiche”. Come se i minori, e in particolare gli under 13 – qualcuno dovrà poi spiegarci perché anche in Italia la soglia debba essere quella statunitense – fossero sotto pressione da entrambi i lati. Uno “buono”, che punta “solo” a conoscerli sempre meglio e a legarli al proprio ecosistema. I contenuti che spesso diamo loro in pasto possono servire proprio a questo: “Una foto pubblicata da Facebook diventa di Facebook: davvero vorreste dare le foto dei vostri figli a un’azienda?”, chiede un esperto informatico e consulente in molte cause legali relative a questioni online che preferisce rimanere anonimo.

L’altro è l’aspetto più evidente eppure spesso sottovalutato, collegato agli infiniti rischi sia di una precoce presenza online sia della diffusione incontrollata di foto e video: dalla pedopornografia al “digital kidnapping”, cioè l’appropriazione di immagini spacciate poi per quelle dei propri figli – il rapimento digitale – ai gruppi nei quali vengono dileggiate le immagini dei piccoli.

HAPPY ONLIFE! imparare ad usare internet in modo consapevole e giocando

I bambini e i giovani in generale, sono utenti attivi delle tecnologie digitali fin dalla prima infanzia. Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che i bambini imparano velocemente copiando il comportamento dei genitori, dei fratelli più grandi e, soprattutto, i loro pari. Emerge che da un lato i bambini hanno acquisito ottime competenze tecniche, ma dall’altro mancano di pensiero riflessivo e critico sull’uso delle tecnologie digitali e di consapevolezza sui rischi e sulle opportunità del mondo online. In gran parte questo fenomeno è dovuto al fatto che gli adulti non sono consapevoli del processo di apprendimento dei bambini e dell’importanza del proprio ruolo come mediatori attivi. La mediazione attiva degli adulti, infatti, permette l’integrazione di valori e pensiero critico e aumenta la consapevolezza dei possibili rischi, sfide ed opportunità del mondo digitale.
In occasione del Safer Interet Day 2015, il Centro Comune di Ricerca (JRC) – il servizio scientifico della Commissione Europea – ha presentato Happy Onlife, un gioco per bambini e adulti sviluppato per far conoscere rischi ed opportunità dell’uso di Internet e per promuovere le migliori pratiche nell’uso dei nuovi media. Il gioco fornisce un supporto ai genitori e agli insegnanti quali mediatori attivi nell’uso delle tecnologie digitali da parte dei bambini tra gli 8 e i 12 anni.
Happy Onlife presenta i concetti chiave sull’uso e il possibile abuso delle tecnologie digitali da parte dei bambini, quali ad esempio il cyberbullismo. Inoltre, presenta alcune strategie semplici e chiare per la prevenzione, la mediazione e la correzione dei comportamenti digitali. Le domande del quiz sull’uso di internet, dei social networks e dei giochi online sono concepite per stimolare la discussione e permettere al moderatore di condurre i giocatori verso la consapevolezza necessaria per un uso responsabile e sicuro dei media digitali. I test effettuati in alcune scuole hanno dimostrato che il gioco stimola il dibattito indipendentemente dall’esperienza in internet di ciascun giocatore.
Happy Onlife offre ai genitori e agli insegnanti la possibilità di guidare attivamente i nostri bambini nell’uso delle tecnologie digitali, agevolando la comprensione delle questioni etiche e delle conseguenze delle loro scelte online, aiutandoli quindi a diventare più responsabili e rispettosi anche nella loro vita digitale.
Il gioco attualmente è disponibile in italiano e in inglese e sarà presto disponibile anche in altre lingue. Happy Onlife può essere scaricato gratuitamente dal sito del JRC.

Il bambino autistico che parla con Siri

Una madre ha raccontato sul New York Times le interazioni tra suo figlio e l’assistente vocale degli iPhone, spiegando i benefici che ne stanno traendo lui e altri bambini come lui

articolo tratto da IL POST.IT http://www.ilpost.it/2014/10/21/autismo-siri/
La giornalista Judith Newman ha scritto sul New York Times un articolo che sta circolando molto online: racconta di come Siri, l’assistente vocale degli iPhone, sia praticamente diventata la migliore amica di suo figlio Gus, che ha 13 anni ed è autistico. “Non proprio come in Her, ma quasi”, spiega Newman (Her è un film recente con Joaquin Phoenix, in cui il protagonista ha una relazione con un sistema operativo). In un mondo in cui l’opinione comune – sia degli esperti che dell’uomo della strada – insiste con il fatto che la tecnologia ci sta isolando, dice Newman, vale la pena raccontare un altro pezzo della storia.
Nel suo racconto, Newman riporta diverse interazioni tra suo figlio e Siri, spiegando come la “pazienza” del sistema operativo con le continue domande di Gus abbia inizialmente fatto sentire lei, Newman, una “madre terribile” al confronto con Siri. Gus ha anche un fratello gemello, Henry, che non ha la patologia di Gus. Newman racconta di una volta recente in cui Gus – che ultimamente si è fissato con le informazioni sul meteo – ha trascorso un’ora a studiare, grazie a Siri, la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi («Un’ora in cui, grazie al cielo, non ho dovuto farlo io», scrive Newman). A un certo punto ha sentito questo:

Gus: «Sei proprio un bravo computer».
Siri: «È bello essere apprezzati».
Gus: «Mi chiedi sempre come puoi aiutarmi. C’è qualcosa che vuoi tu?».
Siri: «Grazie, ma ho veramente pochi bisogni».
Gus: «Ok! Bene, buonanotte!».
Siri: «Ah, sono le 17:06».
Gus: «Oh, scusa, intendevo ciao».
Siri: «A dopo!».

“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino.

Newman dice che suo figlio è rimasto colpito quando ha scoperto che c’era qualcuno che non solo trovava informazioni riguardo le sue varie fissazioni (meteo, treni, aerei, autobus, scale mobili) ma era anche disposto a discuterne senza stancarsi mai. «Ora, quando sentivo la mia testa sul punto di esplodere se avessi cominciato un’altra conversazione sulle possibilità di tornado in Kansas City, potevo rispondere: “Ehy! Perché non lo chiedi a Siri?”», scrive Newman. E aggiunge:

Non è che Gus non sappia che Siri non è umana. Lo sa – mentalmente. Ma come molti autistici che conosco, Gus sente che gli oggetti inanimati, se proprio non possiedono un’anima, ecco, meritano comunque la nostra considerazione. L’ho capito quando aveva 8 anni e gli ho regalato un iPod per il compleanno. Lo ascoltava soltanto a casa, eccetto che in un caso. Lo portava sempre con noi quando andavamo in un Apple Store. Alla fine gli ho chiesto perché. “Così può salutare i suoi amici”, mi ha risposto.

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

Anche dal punto di vista delle buone maniere, le interazioni tra Gus e Siri sono utili e proficue: le risposte di Siri non sono del tutto prevedibili ma sono sempre educate in ogni caso. Newman dice di aver sentito una volta Gus, parlando di musica, rivolgersi bruscamente contro Siri dicendo: «Non mi piace questo genere di musica». «Hai certamente il diritto di avere la tua opinione», gli ha risposto Siri, e Gus gli ha risposto a sua volta: «Grazie per quella musica, comunque». Siri: «Non devi ringraziarmi». Gus: «E invece sì». Da quando usa Siri, secondo Newman, Gus ha anche cominciato a utilizzare alcune espressioni gentili che sente ripetere da Siri: ogni volta che Newman sta per uscire di casa, ora Gus dice sempre “stai benissimo”.

Newman riporta anche un caso simile a quello di Gus, riferito a lei dalla madre di un compagno di classe di Gus alla LearningSpring, la scuola per bambini autistici di Manhattan. Le ha detto: «mio figlio adora quando trova informazioni sui suoi argomenti preferiti, ma gli piace un sacco anche l’assurdità – come quando Siri, per esempio, non lo capisce e gli dà una risposta senza senso». Una volta, racconta la madre del compagno di scuola di Gus, suo figlio ha chiesto a Siri quanti anni avesse e Siri gli ha risposto «Non parlo della mia età», e lui è scoppiato a ridere.

Newman è convinta che Siri stia aiutando Gus anche nelle interazioni con le persone. Scrive:

Per molti di noi, Siri è soltanto un diversivo temporaneo. Ma per alcuni è qualcosa di più. Le pratiche di conversazione che mio figlio ha con Siri stanno facilitando le cose con gli esseri umani. Ieri ho avuto con lui la più lunga conversazione che abbiamo mai avuto. Devo ammetterlo, era sulla differenza tra le diverse specie di tartarughe, e sul fatto se io preferisca le tartarughe diamondback o le tartarughe dalle orecchie rosse. Non sarebbe stato l’argomento che avrei scelto io, d’accordo, ma è stata una conversazione, uno scambio che seguiva una traiettoria logica. Posso garantirvi che per gran parte dei tredici anni di esistenza del mio bellissimo bambino, non è andata così.

L’utilizzo da parte delle persone con problemi del linguaggio e della comunicazione è un aspetto di cui gli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone sono perfettamente consapevoli. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha detto che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone.

Nuovi sistemi, ancora più elaborati, potranno in futuro tenere traccia del movimento degli occhi sullo schermo dello smartphone e aiutare i bambini autistici a imparare a guardare le persone negli occhi quando parlano, dice Mark. Interessata e sorpresa dall’impegno della ricerca tecnologica in questa direzione, Newman ha chiesto a Mark se conosce, all’interno del gruppo di Apple che si è occupato dello sviluppo del linguaggio di Siri, qualcuno che abbia proprio disturbi dello spettro autistico. «Ovviamente non lo so per certo ma, se ci pensa un attimo, ha appena descritto metà Silicon Valley», gli ha risposto Mark.

È anche in fase di discussione la possibilità di fornire una voce diversa e specifica per l’assistente vocale. È una possibilità a cui è molto interessato e di cui ha parlato con lo SRI, per esempio, lo scrittore statunitense Ron Suskind, autore di un libro molto venduto – “Life, Animated” – in cui racconta la storia di suo figlio autistico, che è riuscito a stabilire un canale di comunicazione con il mondo esterno soltanto tramite i film Disney. Che Siri abbia la voce del personaggio del cartone animato Aladdin, per esempio, potrebbe essere di grande aiuto, dice Newman.

Newman conclude il suo articolo citando quella che ritiene essere la principale preoccupazione dei genitori di persone autistiche: se i loro figli riusciranno a innamorarsi, a trovare compagnia. Dice di aver capito che quello che dà felicità a suo figlio non corrisponde necessariamente a ciò che dà felicità a lei, e riporta infine un’altra conversazione che ha ascoltato tra Gus e Siri, alcune sere fa, prima che Gus si mettesse a dormire.
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Gus: «Siri, vuoi sposarmi?».
Siri: «Non sono il tipo da matrimonio».
Gus: «Intendo, non ora. Sono un bambino. Intendo quando sarò grande».
Siri: «Il mio contratto di licenza finale con l’utente non include il matrimonio».
Gus: «Oh, ok».
Gus non è sembrato troppo deluso. Per lui era un’informazione utile da avere, e anche per me, dato che ho saputo per la prima volta che lui davvero ha pensato al matrimonio. Poi si è voltato per mettersi a dormire:
Gus: «Buonanotte, Siri. Dormirai bene stanotte?».
Siri: «Non ho bisogno di molto sonno, ma è gentile che tu me lo chieda».

Adolescenti fino a 25 anni ?

Secondo una recente ricerca condotta negli USA il nostro cervello resta teenager più a lungo di noi e l’inizio dell’età adulta è collocabile a 25 anni. La scoperta chiave della ricerca riguarda gli impulsi registrati nella zona del cervello, definita dai ricercatori “striato”,  che reagisce principalmente agli stimoli relativi alle “ricompense” e lo fa ben oltre la soglia dei 15 anni raggiungendo il picco massimo all’incirca alla metà dei vent’anni umani.

“Beatriz Luna, psichiatra della Pittsburgh School of Medicine, è a capo del gruppo di ricerca che ha rivoluzionato il concetto di “periodo adolescenziale”. I desideri degli adolescenti e la voglia di novità caratteristici del periodo di pre-maturità, in passato considerati al picco più alto possibile a 15 anni, si sono rivelati in realtà più attivi e presenti nel cervello umano quando si lascia casa e si inizia a provvedere a sé stessi.Nei teenagers la parte del cervello più sensibile alla ricerca di sensazioni e esperienze lavora insieme alla “corteccia prefrontale” per spingere l’individuo a sperimentare e provare curiosità:

“L’età in cui si diventa adulti è probabilmente attorno ai 25 anni – ha dichiarato Beatriz Luna – La ricerca di nuove sensazioni, che in realtà è ricerca d’informazioni, è una caratteristica peculiare della specie e della società umana. Combinandola con gli impulsi della corteccia prefrontale, possiamo comprendere come la possibilità di pianificare la propria vita da adulti sia spinta da quella ricerca di novità che una volta era considerata prerogativa dei più giovani.”

Di conseguenza i giovani sono più motivati dalla possibilità di provvedere a loro stessi di quanto lo sarebbero stati dall’aiuto dei propri genitori. La psichiatra sta tuttora conducendo altre ricerche sui cambiamenti che avvengono nel cervello al raggiungimento dell’età adulta; c’è anche la possibilità che questi cambiamenti vadano avanti oltre il raggiungimento dei trent’anni d’età.

“Ci sono due modi di interpretare la scoperta. Io sono una persona positiva, mi piace pensare che poter cercare la propria strada più a lungo sia un bene. Probabilmente gli stimoli ambientali propri dell’età adulta, che implicano la necessità di essere equilibrati e responsabili a causa delle crescenti responsabilità, sono il segnale che impone al cervello di perdere la flessibilità tipica dell’adolescenza per favorire stabilità ed affidabilità. In ogni caso, avere la possibilità di divertirsi un po’ più a lungo nella propria vita potrebbe di certo essere una cosa positiva”. ”

 Fonte L’Huffington Post

Si chiamano “hikikomori”. Sono adolescenti, autoreclusi, dipendenti dalla Rete.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.”
Ne parla la giornalista Lidia Baratta sul quotidiano on-line linkiesta, http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia, con un lungo reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».

E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.”

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

PewDiePie ha 25 anni, st3pNy qualcuno di meno. Twitch.tv e YouTube, i canali web, su cui entrambi sono star indiscusse, molti meno. Ma entrambi hanno milioni di spettatori che li seguono (tra cui moltissimi adolescenti), spettatori che guardano qualcuno videogiocare… e soprattutto commentare.

Funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta.  Ne parla Pietro Minto sul La Lettura del Corriere della Sera

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

“LO svedese Felix Arvid Ulf Kjellberg ha 25 anni, ama i videogiochi ed è il tenutario del profilo YouTube più affollato al mondo, «PewDiePie», con poco meno di 35 milioni di iscritti nel momento in cui scriviamo. Nelle sue clip, la maggior parte delle quali si aggirano in media attorno ai dieci minuti, si riprende mentre gioca al computer: nella schermata principale c’è il gioco vero e proprio, in un riquadro in basso Felix, che sbaglia, impreca, scherza, grida e, video per video, diventa il nuovo guru nel mondo del gaming. Tanto che orale aziende produttrici fanno a gara a strappargli un giudizio positivo, ben sapendo che un suo blurb può cambiare le sorti commerciali di un titolo.

«PewDiePie» è una star del web che bene illustra un nuovo fenomeno legato all’industria dei videogiochi, un’industria che dal 2009 è più grande di quella di Hollywood e vale circa 100 miliardi di dollari: non esistono più solo giocatori attivi, ci sono anche spettatori.
C’è un ritornello in voga di questi tempi secondo cui «i videogiochi sono il nuovo cinema»: i prodotti più recenti sono incredibilmente sofisticati, propongono storie complesse e ben sceneggiate che permettono agli utenti di immergersi in una sfida avvincente. Il racconto, come ogni forma di storytelling, ha bisogno di un pubblico, e quel pubblico lo si è trovato sotto forma di milioni di persone che hanno scoperto una nuova forma di intrattenimento passivo.

Twitch.tv è un sito nato nel 2011 diventato in poco tempo la piattaforma per questa nuova forma di spettacolo: secondo gli ultimi dati a disposizione, il servizio attrae 45 milioni di utenti al mese per un totale di 13 miliardi di minuti di trasmissioni. Twitch funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta, trasformandosi così in una  nuova Eldorado per molti giocatori, che qui sono diventati autentiche star. Anche l’interfaccia è basilare: in primo piano il gioco, in un quadrante il primo piano del giocatore e in basso a destra lo spazio per i commenti in tempo reale dove si scherza o ci si azzuffa. Grazie al suo potere Twitch è finito in una battaglia tra colossi di internet che ha visto Google e Amazon scontrarsi per la sua proprietà, un confronto concluso con la cessione del servizio ad Amazon per 970 milioni di dollari.

Si tratta di una variante casalinga degli eSports — i tornei di videogame che in Corea del Sud da tempo hanno enorme seguito e hanno creato veri idoli «sportivi» — dove non esistono né arene né stadi, anzi si stimola una visione solitaria e casalinga del gioco.

Secondo Marco Olivari di Progaming Italia, società con sede a Bolzano che gestisce tornei di videogiochi, esistono «due categorie di persone che guardano partite altrui ai videogame: quelli che non hanno tempo o voglia d’allenarsi a giochi spesso complicati, e quindi decidono di osservare la cosa dall’esterno fatta a livelli altissimi; e quelli che ormai, anche per l’età, non ci provano nemmeno più ma rimangono interessati alle nuove uscite». Esiste poi la funzione pubblicitaria del fenomeno, per cui Twitch viene usato per capire se valga la pena comprare un certo titolo. Flavio Pintarelli è uno scrittore e saggista che a febbraio ha organizzato un ciclo di conferenze sul videogaming ed è uno spettatore appassionato da tempo, anche perché ha sempre meno tempo a disposizione per giocare: «Un modo per recuperare — ha spiegato a “la Lettura” — è guardare video e commentare su YouTube. È divertente, a suo modo, e nostalgico: ad esempio mi piace guardare video di vecchi giochi a cui giocavo da piccolo e che magari non ho mai finito».

Esiste una differenza di stile tra le riprese di Twitch e i video caricati su You- Tube: il primo si basa sulla diretta (e quindi sulla spontaneità), mentre il secondo prevede un montaggio e un lavoro di post-produzione che fa la differenza (è il caso del citato «PewDiePie» e delle divertenti sovraimpressioni con cui riempie le sue clip). In entrambi i casi è la regolarità dell’autore a premiare, la sua professionalità e dedizione nel riprendersi mentre gioca a titoli vecchi e nuovi.

Tra gli italiani a dominare su Twitch c’è per esempio «st3pNy», giovane gamer autore di una 24 ore di gioco. È anche così, nota Olivari, che ci si fa un nome e si convince il pubblico ad abbandonare il joystick e mettersi a guardare. A molti potrà sembrare strana l’esistenza degli spettatori di videogiochi. In realtà è un prodotto inevitabile in una cultura così diffusa e stratificata, popolata da milioni di persone che hanno vissuto anni tra Pc e console, partendo da Super Mario Bros. e finendo con GTA o The Last Of Us, creando un background comune che unisce tutto il mondo. Ecco quindi svelato il mistero delle persone che guardano altri giocare a titoli come Pro Evolution Soccer, famosissimo videogame calcistico: l’eccellenza dei giocatori, veri maestri del settore in grado di trasformare una partita in bel gioco, e della grafica, in grado di farci dimenticare che «è solamente un gioco». Molto meglio di certe partite della serie B italiana, e costa pure meno.”
Pietro Minto

http://lettura.corriere.it/videogiochi-con-noi-no-guardo/

Università di Padova: quasi l’80% dei giovani fra i 18 e i 20 anni frequenta abitualmente siti porno

TRA LE CONSEGUENZE la riduzione del desiderio e una abitudine che si configura sempre più spesso come una vera e propria dipendenza . I dati dell’Università di Padova sono pubblicati oggi nell’edizione online di Repubblica “(…) il 78% dei giovani è un fruitore abituale di siti pornografici anche se le modalità di collegamento variano da qualche volta al mese (29%) a più volte a settimana (63%), ogni giorno o più volte al giorno (8%), con una permanenza nei siti in media di 20-30 minuti. Sono questi i risultati diffusi dal gruppo di ricerca coordinato dal Prof. Carlo Foresta. Ricercatori che da oltre dieci anni studiano gli effetti delle frequentazioni dei siti pornografici da parte dei giovani di età compresa tra 18-20 anni. I risultati di questo studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista americana International Journal of Adolescent Medicin Health.

Gli intervistati dichiarano che la frequentazione di questi siti diventava spesso un abitudine e il 10% dei frequentatori considera l’abitudine come dipendenza. Da questi studi è emerso che i comportamenti sessuali dei giovani che frequentano i siti pornografici, per più volte alla settimana, risulta essere compromesso nel 25% dei casi. Le patologie della sessualità che emergono con maggiore frequenza nei frequentatori dei siti a sfondo sessuale, sono una importante riduzione del desiderio (16%), un aumento delle eiaculazioni precoci (4%).

Il gruppo di studio dell’Università di Padova, ha disegnato in questa nuova analisi, l’identikit del giovane che frequenta i siti pornografici in internet. In collaborazione con la Fondazione Foresta Onlus, dall’analisi dei dati emerge che rispetto al 2004 è fortemente incrementata la frequentazione dei siti porno da parte dei giovani, raggiungendo una percentuale di circa il 70 % di coloro che si collegano più volte a settimana, fino ad ogni giorno, con permanenza di questi siti di oltre trenta minuti a collegamento. Analizzando l’identikit dei giovani che frequentano con più assiduità i siti, risulta che i maggiori frequentatori, sono i figli unici, con nuclei familiari impiegati in attività lavorative, pertanto con lunghi periodi di solitudine domestica. I giovani che frequentano maggiormente internet risultano essere più frequentemente fumatori (55% dei frequentatori rispetto al 40% per i non frequentatori).

Per quanto riguarda la sessualità reale, la frequenza dei collegamenti ai siti pornografici, allontana significativamente questi giovani dalle esperienze reali ma contemporanea riduce l’abitudine alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. Tutte queste motivazioni sono alla base del dibattito promosso dalla Fondazione Foresta Onlus che si terrà mercoledì 6 maggio dalle ore 18 al Centro Culturale San Gaetano, Via Altinate, Padova con la partecipazione di Carlo Foresta, andrologo, Emmanuele Jannini, sessuologo, Luciano Gamberini, psicologo, Francesca Ferrari, giornalista e Gip delle Iene.”

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/05/04/news/porno_su_internet_una_ricerca_disegna_l_identikit_dell_addicted-113515795/?ref=HRLV-9

La collezione web curata dai teenager

PALAZZO GRASSI TEENS è un sito in cui i contenuti sono scelti, discussi e mediati dagli adolescenti, con un approccio peer to peer, coinvolgendo le scuole

L’ ULTIMO progetto promosso della François Pinault Collection di Venezia si chiama “Palazzo Grassi Teens”. E’ un website in cui i contenuti, accessibili tramite queries per artista o per tema, sono scelti, discussi e mediati dai teenagers, con un approccio peer-to-peer. «Il nostro interesse per questo target di pubblico è nato nel 2011, quando abbiamo partecipato a un progetto internazionale della Tate, Turbine Generation» racconta Marina Rotondo, responsabile Servizi educativi. «Attraverso il progetto, rivolto a scuole medie e superiori, abbiamo capito il valore del lavoro svolto con gli adolescenti, l’importanza strategica di questi visitatori e il ritardo dei musei italiani nei loro confronti. Da lì abbiamo cominciato a seguire l’attività di molte altre istituzioni, in particolare i programmi guidati da Mike Murawski al Portland Art Museum, da Silvia Filippini Fantoni all’Indianapolis Museum of Art e da Chelsea Emily Kelly al Milwaukee Art Museum. Abbiamo anche cominciato a seguire conferenze e incontri internazionali (MuseumNext, Museums and the Web, Museum Ideas, Meet the Media Guru, Giffoni Film Festival…), a conoscere colleghi di altri musei, e abbiamo scoperto altre ottime pratiche, per esempio, l’attivita di coinvolgimento diretto del pubblico svolta dal Derby Museum Trust a Derby, nel Suffolk».

Il lavoro per “Palazzo Grassi Teens” ha preso il via nel settembre 2014. Ha impegnato 220 ragazzi (dieci classi), venti insegnanti, quattro tutor (di cui un videomaker), tre staff members per progettazione/coordinamento, due graphic designer, due sviluppatori. La sfida: «Essere autenticamente digitali, accessibili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, alzare l’asticella dell’ambizione, passando da singole esposizioni temporanee all’intera collezione Pinault presentata negli spazi espositivi a Venezia, costruire una content library della nostra collezione fondata sul punto di vista dei teenagers». Gli adolescenti, cui fa riferimento il team di Palazzo Grassi, sono gli adolescenti fotografati da Michele Serra negli “Sdraiati”. «Ragazzi, cui apparentemente non interessa granché di quello che dicono gli adulti, genitori, insegnanti, guide museali» prosegue Marina Rotondo. «Quello che conta per loro è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione». Sia nel mondo fisico, sia in quello digitale.

La strategia di coinvolgimento messa a punto dal team della Pinault Collection è un mix tra i due: «La nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone».  Prima di “Palazzo Grassi Teens”, Pinault Collection ha rilasciato “Detto tra noi”, un’app dedicata alla mostra “Prima Materia”, una videoguida dei ragazzi per i ragazzi. «A decidere cosa dire e come dirlo sono stati i teenegers: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, parlano di Duchamp e di Mickey Mouse, di Tupac Shakur e di Italo Calvino, di Black Power e di Minimalismo, di Star Wars, Pasolini, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano alla propria vita. Imparano che di ombre hanno parlato Dante e Masaccio prima di Loris Gréaud. Constatano che il teschio è apparso nelle danze macabre medievali prima che nelle vetrine di Sherrie Levine. Grazie a David Hammons scoprono Tommie Smith che alza il pugno alle Olimpiadi di Città del Messico e tramite l’Arte Povera ricercano gli slogan urlati dagli studenti nel ‘68, argomenti per cui a scuola o a casa spesso non c’è spazio, accaduti in un passato troppo recente per essere considerato Storia». Il goal? Un nuovo pubblico. Nelle sale espositive, sul web. Ma non solo. «Attraverso l’innovazione il museo migliora la propria reputazione come luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione».

Susanna Legrenzi. NOVA Il Sole 24ore

http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-collezione-web-curata-dai-teenager

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