U come UNICI (FIGLI)

Il sociologo Alberoni intervistato di recente sul tema ha messo in evidenza il circolo in qualche modo “vizioso” del figlio unico: con il crollo delle nascite i sempre piu numerosi figli unici soprattutto i maschi, sarebbero inclini – considerata anche la congiuntura economica-  a prolungare la fase adolescenziale e a ritardare quindi il fare famiglia . Anche molte donne a trent’anni non sono sicure di volere dei figli e spostano avanti la decisione verso quaranta ; spesso quindi i bambini saranno figli unici.

L’impatto sul piano sociale di questo fenomeno è la certezza di una vecchiaia in solitudine, per i tanti senza rete familiare con conseguente aumento del numero delle assistenti personali – neppure più assitenti familiari – con costi sociali elevati.

Per  le fasi dell’eta evolutiva infanzia e adolescenza  molte sono le analisi psicologiche del profilo individuale del figlio unico, fino a parlare di una vera e propria “sindrome” che riguarderebbe oltre ai giovani anche i loro genitori

Ma cosa significa nascere, crescere e vivere come figlio unico all’interno di una famiglia di oggi? Ecco un decalogo estratto da un articolo apparso su Io Donna – Corriere della Sera

Quali sono gli errori più comuni che si trovano ad affrontare i genitori con un figlio unico e in che modo evitarli? Scopriamoli con l’aiuto dell’esperta. Come crescerà senza fratelli e sorelle? Sarà viziato? Ecco i comportamenti da evitare e i consigli della psicologa Rosanna Schiralli per educare serenamente i bambini senza fratelli di Angela Altomare (Io Donna _Corriere della sera).

Figlio unico. Ecco i 10 errori da evitare

  1. Farlo diventare il piccolo tiranno di casa.
    Il bambino figlio unico tende ad essere al centro del mondo degli adulti di riferimento (genitori, nonni, zii, amici di famiglia etc.), assumendo il ruolo di chi dispone e decide quanto desidera. Questo va assolutamente evitato, mettendo limiti e confini sin da subito e dando gli opportuni “No” quando sia necessario. In questo modo si favorisce una struttura del cervello migliore per qualità e quantità di neuroni e un conseguente migliore funzionamento con una buona tolleranza alle frustrazioni.
  2. Non fargli frequentare amici o fargliene frequentare troppo pochi.
    Molto spesso i genitori dei figli unici temono l’esplorazione sociale da parte del figlio per un eccesso di protezione nei suoi riguardi. Questo alla lunga può comportare una incapacità di relazionarsi, misurarsi e confrontarsi con gli altri. Inoltre può comportare difficoltà a mettersi nei panni degli altri, con conseguente frustrazione, senso di solitudine e percezione di non essere adatti o, al contrario, di essere diversi (a volte superiori) ai propri coetanei”.
  3. Trattarlo come un adulto.
    Il bambino non è come una persona adulta in grado di capirvi, starvi a fianco, supportarvi e, a volte, consigliarvi. Occorre non cedere a questa tentazione, mantenendo il proprio ruolo di genitori e rapportandosi con il figlio in base all’età che ha, ricordandosi che si tratta di un bambino o di un adolescente che va comunque aiutato a crescere. Senza inversione di ruoli.
  4. Concentrare le aspettative sul figlio.
    Attenzione a non cadere in questo errore. Essendo l’unico figlio da cui vi aspettate la realizzazione di desideri che appartengono più a voi che a lui. Perciò, quando il figlio si trova a dovere scegliere una strada o a prendere una decisione, cercate sempre di chiedervi se quello che pensate sia un suo desiderio o non appartenga invece a voi o al vostro essere stati bambini o adolescenti. Un piccolo esercizio importante che può “salvare” la vita di vostro figlio.
  5. Esagerare nelle lodi e nelle gratificazioni.
    Il figlio potrebbe cercare sempre la vostra approvazione per farvi contenti, per poi rimanere deluso di fronte a frustrazioni e fallimenti. Quindi cercate un equilibrio tra lo spronarlo gratificandolo e offrendogli le giuste critiche.
  6. Essere iperprotettivi.
    Un eccesso di protezione inibisce l’esplorazione e quindi il processo di costruzione dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’autostima. Evitate perciò di sostituirvi al suo gesto spontaneo e di dare subito un giudizio o fare una critica, senza avere prima consentito che lui sperimenti o vi spieghi il suo punto di vista, se è più grandicello.
  7. Avere nonni che assumono comportamenti educativi e relazionali diversi dai vostri.
    Cercate di parlare con loro per far capire che, proprio perché figlio unico, va fatta attenzione a che non si senta al centro di tutti. Anche i nonni dovrebbero evitare di viziarlo o di sostituirsi troppo a lui, proteggendolo da ogni frustrazione o elogiandolo all’infinito.
  8. Rendere troppo partecipe vostro figlio dei problemi di coppia.
    Un figlio unico tende ad essere adultizzato e molto responsabilizzato. La tentazione di considerarlo capace di comprendere le motivazioni del vostro problema di coppia e magari anche di prendere posizione è forte. Dovete assolutamente evitare di coinvolgerlo, dicendogli solo che sì, è vero, ci sono dei problemi, ma state cercando di risolverli da persone grandi.
  9. Dare troppe cose e troppi soldi.
    Non è mai educativo, anche se si è in situazioni economiche agiate. Ai figli, soprattutto se unici, va insegnata la parsimonia e il senso del sacrificio. Fin da quando sono piccoli. Non vale il “ho solo questo figlio … vorrei renderlo il più felice possibile”. Nell’orto del troppo il desiderio e la passione non possono crescere.
  10. E soprattutto: sentirsi in colpase vostro figlio non ha fratelli.
    Se vi chiede perché non ha fratelli, spiegate semplicemente che ci sono famiglie con un solo figlio e altre con più figli e che nella sua vita avrà magari più amici e qualche cugino.

 

I figli di papà Pig. Più liberi, più fragili

I padri non sono più un modello, il confronto fisico troppo spesso viene confuso con la violenza.
Come si diventa grandi? Anche deludendo i genitori

Corriere della Sera, Daniela Monti, 21 maggio 2017

 «Non ho la ragazza da un anno, quando usciamo gli amici mi spingono a provarci con la prima che capita. Ma io non sono così e mi sento a disagio». Tu come sei? «Non riesco ad andare con una se non mi piace e se prima non l’ho conosciuta». È una cosa bella di te, non credi? «Non lo so. Mi pare che gli altri da un ventenne si aspettino altro. Non posso dirmi da solo che vado bene».

Stefania Andreoli — la psicoterapeuta che ha raccolto il dialogo — racconta la strada in salita dei giovani, adolescenti o poco più grandi: non solo non esiste più «il» modello maschile di riferimento, ma nemmeno altri modelli «realisticamente possibili», lasciando i ragazzi con la sensazione di essere sempre fuori fuoco. «Non se ne abbiano a male i padri — dice Andreoli —, ma oggi neppure loro sono un modello. I figli maschi li trovano goffi e in difficoltà, in equilibrio instabile tra matrimonio, carriera e vita. Da loro vorrebbero un’emotività nuova — che è sempre stata prerogativa materna —: sentirsi dire ti voglio bene, non solo intuirlo. Spesso poi i ragazzi, pur tra mille sfide, superano i padri, si fanno trovare pronti, dimostrano di non avere così tanto bisogno di loro». Riccardo, 18 anni, per pagarsi la terapia (ha problemi d’ansia) nel weekend fa i caffè in un bar: «Ha in sé sia il problema che la soluzione».

Lo sguardo dei ragazzi si è spostato: prima era puntato sui padri, ora su se stessi, sui coetanei («anche se la percezione del confronto è dolorosamente schiacciante per tutti»), sull’altro sesso. «Quanto invidio le ragazze, sembrano non avere bisogno di niente. Noi invece andiamo subito in crisi», racconta Gabriele, 15 anni. La fidanzata come esperienza per conoscere se stessi. Non solo: «È qualifica di accettazione — prosegue Andreoli —. Se ne ho una, è la prova che sono amabile, valgo».

Cosa significa diventare uomini? È tutto un grande caos. Di «vecchio» resiste l’idea machista di dover dimostrare di essere all’altezza, avere le spalle larghe, portare i pantaloni; di «nuovo» c’è il disagio di stare dentro questa richiesta sociale. «Non voglio essere socialmente adeguato. Se sto male, non voglio fingere e ridere anziché piangere» (Marco, 17 anni). «Non voglio scoprire chi sono. Così mi tengo delle porte aperte» (Michele, 16 anni). Il tentativo come valore assoluto.

La nuova virilità

Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del nuovo «Abbiamo bisogno di genitori autorevoli» (Mondadori), parte in salita utilizzando un termine (giustamente) sotto attacco: violenza. «Stiamo combattendo lo stereotipo della mascolinità machista, grazie a Dio. Ma la virilità non va confusa con la violenza», e racconta di genitori convocati dal consiglio di classe perché il figlio ha tirato un calcio a un pallone, che ha deviato ed è andato a colpire una compagna. Un diffuso allarme nei riguardi delle espressioni corporee aggressive dei maschi. «Abbiamo depotenziato le forme di virilità maschili vedendole come minacciose».

Così la confusione aumenta. «Oggi il corpo dei figli è molto più protetto, gli spazi in cui i ragazzi “battagliavano” con i coetanei si sono chiusi, ma gli adolescenti hanno bisogno di misurare la propria forza: le bambine si siedono sull’altalena, i maschi si arrampicano — continua Lancini —. Quello che una volta era considerato normale conflitto, fisio-

Non è dagli adulti che i ragazzi si fanno giudicare: il concorso di bellezza è durissimo, i giudici sono loro stessi e se ne intendono Gustavo Pietropolli Charmet psicoterapeuta

logico nella crescita, ora è interpretato come comportamento violento». Risultato: virilità troppo spesso confusa con aggressività. Recuperarne una visione «sana» sarebbe un passo avanti. L’operazione, in fondo, di Paolo Cognetti, che tanto successo sta avendo con il suo libro «Le otto montagne» (Einaudi): una virilità che recupera «vecchi» valori come la resistenza fisica alla fatica, il coraggio, la capacità di stare soli e dentro situazioni difficili, riuscendo a cavarsela, «non vorrei che tutte queste cose maschili (ma non solo maschili) andassero perdute», dice lo scrittore. C’è lo sport, ma «in adolescenza devi anche lavorare sul corpo fuori dal radar genitoriale», prosegue Lancini che, un po’ a sorpresa, indica come possibile soluzione i videogiochi, «ammazzi tutti, ma non fai male a nessuno; ti misuri con gli altri, ma la mamma è tranquilla perché non ti fai neppure un graffio». Come scrive Silvia Vegetti Finzi stiamo crescendo «la prima generazione senza ginocchia sbucciate».

Voti bassi e scarso impegno

L’adolescenza oggi si combatte non più sul piano della trasgressione e dell’opposizione agli adulti, «ma sul terreno del conflitto tra aspettative ideali di riuscita scolastica e sociale e la realizzazione di ciò che si è davvero», scrive Lancini. Alla contestazione si è sostituita la delusione: deludere le aspettative (sempre più alte) dei genitori è diventata una modalità per crescere, ragazzi brillanti e informati con voti bassi e scarso impegno nello studio popolano sempre di più le nostre scuole. È una chiave di lettura che aiuta a ricondurre situazioni apparentemente incomprensibili dentro un normale percorso di crescita e costruzione di sé, per tentativi.

Il ritiro sociale, il chiudersi dentro casa — fenomeno in crescita che lo psicoterapeuta presenta come corrispettivo maschile dell’anoressia femminile — testimonia una moderna forma di contestazione e insieme tutta la complessità del percorso di costruzione e definizione dell’identità di genere.

L’immaginario bloccato

«Con la onlus che presiedo a Milano (www.aliceonlus.org) portiamo nelle scuole un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità che a un certo punto chiede ai ragazzi di preparare, per un extraterrestre asessuato appena sbarcato sulla Terra, una presentazione sulle differenze tra i maschi e le femmine», riprende Stefania Andreoli. Risultato? «I maschi generalmente non portano la gonna e le femmine spesso hanno i capelli più lunghi, ma a parte questo? Alla distinzione maschio/femmina i ragazzi delle superiori arrivano, a quella più complicata tra uomini e donne, no». Barbara Mapelli, che insegna Pedagogia delle differenze di genere, racconta di una ricerca sui libri di testo per le elementari: non sempre succede, ma quando c’è una proposta di modifica di ruoli «riguarda sempre le bambine, come se i maschi andassero bene così come sono». La figura della madre è stata rivoluzionata: da destino a opzione fra altre. Quella del padre? Nella pubblicità si vedono uomini che scelgono un’auto non perché è veloce, ma perché dà maggiori garanzie di sicurezza per i figli seduti dietro. Poi però Papà Pig — padre di quella star dei cartoon che è Peppa Pig — non sa fare quasi nulla, è inconsistente: la famiglia lo dimentica addirittura al pic nic.

 

Vorrei ascoltarti ancora

Che cosa accade quando la morte di una persona che amiamo arriva nella nostra vita?

Che cosa succede quando questo accade a un bambino o a un adolescente?

GIC ha scelto di affrontare questo argomento con chi lo ha vissuto sulla propria pelle e ha visto sconvolgere la propria esistenza in pochi minuti.
Riuscendo però a farne un punto fermo dal quale ripartire ed offrendo la propria esperienza ad altri.

Incontriamo Flavia Buzzonetti, che ha contribuito alla progettazione e realizzazione di “Soli ma insieme”, un sito interattivo che aiuta bambini e ragazzi ad affrontare l’esperienza della perdita di una persona cara.

Vuoi presentarti ai nostri lettori e spiegare da chi e perché nasce l’iniziativa di “Soli ma insieme?

“Soli ma insieme” nasce dal lavoro di due enti non profit: “FILE- Fondazione Italiana di Leniterapia Onlus” di Firenze e “Gruppo Eventi – Formazione e Sostegno” di Roma, entrambe impegnate in attività di supporto alle famiglie nell’elaborazione delle perdite.
Il mio desiderio di collaborare a questo progetto, voluto fortemente da FILE, nasce dal mio vissuto personale…sei anni fa ho perso improvvisamente mio marito in un ‘incidente stradale e mi sono trovata con i miei due figli (all’epoca di sei e nove anni) a dovere gestire un terremoto emotivo che ha sconvolto le nostre vite nelle “fondamenta”.
L’amore per i figli dà molto coraggio ma “stare” nello stesso dolore può anche farti sentire fragile…perchè come genitore ti trovi, solo, ad avere la responsabilità di riuscire a trasmettere “comunque” fiducia, coraggio, fede nella vita.
Nella mia esperienza ho capito che molto poco si sa di quello che sentono dentro i bambini quando vivono una perdita e poche sono anche le “opportunità” che hanno per esprimere i loro sentimenti..
Da qui è nato il nostro desiderio di fare qualcosa per i bambini e i ragazzi, per farli sentire meno soli.

A chi si rivolge la vostra Fondazione?

FILE si occupa di cure palliative, o leniterapia, ossia le cure nate con lo scopo di lenire il dolore dei malati alla fine della loro vita e delle loro famiglie.
FILE si rivolge a chi ha bisogno di lenire il proprio dolore, del fisico e dell’anima.
Nel suo percorso accanto a coloro che vivono la fine della propria vita, FILE si è trovata a confrontarsi con le difficoltà che si vengono a creare in una famiglia quando una persona muore, lasciando i propri cari nel disorientamento, nella solitudine, nell’angoscia dell’assenza.

Cosa offrite?

Offriamo gratuitamente assistenza medica ed infermieristica specialistica in Cure Palliative sia a domicilio che in hospice.
Offriamo interventi di psicologi, consulenze, Gruppi di auto mutuo aiuto, ed una serie di strumenti ed iniziative volti ad alleviare le sofferenze dei più giovani.

Abbiamo realizzato il libro “Si Può” edito da Carthusia Edizioni, la storia di una perdita raccontata ai bambini, per farli sentire meno soli, per aiutare grandi e piccini a parlarne, a non temere di ascoltare. E poi il sito, per “stare accanto” ai bambini e ragazzi in lutto e per dare una mano agli adulti che sono loro vicini.
Su richiesta delle scuole lavoriamo con i docenti e i genitori per aiutarli ad affrontare il tema della malattia, del dolore, della morte.

Pochi mesi fa la decisione di aprire un sito web http://solimainsieme.it/ e quindi sperimentare anche la rete ed i social, perché e con quali risultati?

La rete oggi è uno dei punti di riferimento più forti per bambini e ragazzi…inutile negare, al di là delle varie considerazioni che si possono fare al riguardo, questa “realtà”.

Abbiamo pensato al sito (primo portale interattivo di questo tipo in Italia) come un luogo dove i bambini e i ragazzi possono navigare con i tempi e le modalità che preferiscono, uno spazio dove confrontarsi con testimonianze di coetanei che hanno vissuto la loro stessa esperienza di perdita, dove possono esplorare le emozioni (ad esempio anche tramite la musica), informarsi, chiedere un aiuto se lo vogliono, condividere un dubbio, un pensiero, il ricordo di chi amano e non c’è più.
Il sito, lo dico per i genitori, è comunque un luogo “protetto”, controllato ecc..

Spesso si pensa che per i più piccoli sia più facile dimenticare e rimuovere un lutto. Cosa ne pensi?

Ognuno ha la propria storia e quindi è difficile generalizzare…Io penso che le ferite subite nell’infanzia te le porti dietro tutta la vita se non ti è stata data la possibilità di elaborarle…con i tuoi tempi.

I bambini rispetto a noi adulti nel vivere una perdita hanno dalla loro parte il futuro l’energia una certa incoscienza ma non basta…fanno più “fatica” a stare dentro un dolore e per questo hanno bisogno di tempo, di dolcezza e di profondo rispetto.

Qual è stato per i tuoi figli il momento più difficile?

E’ una domanda terribile per me…perché i momenti duri sono stati tanti.
Ricordo l’ espressione di quello più grande quando gli ho detto che il suo babbo aveva avuto un’incidente e che era grave, gravissimo..non ha detto niente, ho visto nel suo sguardo che qualcosa dentro di lui cedeva e ha fatto con il corpo un movimento all’indietro come se gli fosse stato lanciato addosso un’enorme pietra…ecco credo che in quel momento una parte di lui si è spezzata per sempre. E ora che è “grande”, un ragazzo ormai (16 anni), mi ha confessato che nella nuova scuola dove va e dove nessuno sa niente prova un senso di “vergogna” e timore che qualcuno possa scoprire il suo segreto..essere senza padre.

Vuoi dire qualcosa ai nostri lettori in chiusura di questa intervista?

So che la morte è un’ argomento che istintivamente provoca una chiusura, un senso di angoscia tale che tanto vale…non parlarne. E non serve dire che fa parte della vita…fa tanta paura lo stesso!

Ed è naturale che sia così…ma i “nostri” bambini , i “nostri” ragazzi hanno bisogno di noi quando si trovano a vivere una perdita…di noi che pure con le nostre fragilità e le nostre insicurezze possiamo aiutarli condividendo le emozioni, lasciandoli liberi di esprimere le loro paure, i loro pensieri, lo smarrimento.

L’esperienza del dolore è “un viaggio” molto faticoso ma che dà anche la possibilità di scoprire nuove risorse dentro e fuori di noi e di rimettere al centro quel sentimento aggrovigliato misterioso e grandissimo che è l’amore.

Educazione ai media per genitori e figli

“Educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat”

GIC intervista Marco Pini consulente SEO, formatore web e blogger di NetReputation.it con cui ha ideato un progetto di Educazione all’uso consapevole dei Media rivolto ad alunni, docenti e genitori degli istituti scolastici dell’area metropolitana fiorentina.

 

  1. Come nasce l’idea del Progetto ?
    In un’era dove imperversano i social network è impensabile poter evitare ogni contatto dei bambini e dei minori con i media digitali. Essi offrono infatti molte opportunità di sviluppo e di apprendimento ma, allo stesso tempo, nascondono molti rischi come ad esempio: dipendenza (anche patologica) da internet, cyberbullismo, violenza, pornografia, violazione dei propri dati, furto di identità, etc.

Per questo è fondamentale a nostro giudizio una attività di monitoraggio dell’uso che viene fatto da parte dei minori di questi strumenti, così da capire il livello di consapevolezza nell’uso di questi strumenti, in una parola fare MEDIA EDUCATION.

 

  1. Puoi spiegarci meglio cosa si intende per MEDIA EDUCATION?

Può essere declinata in vari modi, io penso che non significhi spiegare “dove cliccare” o come utilizzare uno specifico strumento software o una App su uno Smartphone. Ma invece sia necessario spiegare come utilizzare al meglio le enormi potenzialità offerte dalla rete ed indicare come utilizzare i social media comprendendone i rischi.

Un esempio al volo:
se una foto viene postata in rete – anche se molti social (o chat) promettono l’anonimato – in realtà la diffusione dell’immagine digitale non si ferma e può diffondersi anche contro la volontà di chi ha fatto, ingenuamente, il primo post.
Si tratta di educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat o magari capire come si può identificare un profilo Fake su Facebook. Può capitare che la famiglia (o la scuola) non siano formati su queste tematiche che invece dovrebbero essere al centro delle iniziative didattiche.

 

  1. Quali sono le attività previste dal vostro Progetto di Media Education?

Abbiamo intenzione di fare una analisi (nel corso del 2017) per comprendere l’uso della rete (e dei social) da parte degli studenti e dei docenti e capire, anche a livello di statistiche, come e quanto vengono percepiti i rischi dell’utilizzo di strumenti digitali e l’utilizzo che ne viene fatto.

Pensiamo di farlo somministrando un questionario, si tratta di un set di 10/15 domande, incentrato sui comportamenti nell’utilizzo di smartphone, computer, videogiochi ed Internet con l’obiettivo di intercettare eventuali criticità.

Le informazioni raccolte mediante il questionario verranno poi presentate e discusse sia sul nostro blog (NetReputation.it) ed in futuro, verranno pubblicate in un e-book. Intendiamo fornire anche consigli su come affrontare e gestire al meglio le tematiche legate alla sicurezza della navigazione dei minori in riferimento ai diversi aspetti di rischi (sexting, phishing, identità digitale, privacy, cyberbullismo).

 

  1. Gli OBIETTIVI del progetto in sintesi ?
    1) diffondere una migliore consapevolezza in termini di Media Education e sull’uso didattico delle reti;
    2) migliorare il livello di salute, igiene e qualità della vita dei Nativi Digitali;
    3) sensibilizzare insegnanti e genitori alla necessità di intercettare eventuali criticità e formarli per risolvere i problemi mettendo in pratica le best practise che apprendono.

Si tratta di usare la testa e di educare anche ad una lettura critica degli strumenti che abbiamo quotidianamente a disposizione e quindi anche a saper capire se una news, anche se magari è postata da migliaia di persone può rivelarsi una “bufala”, a capire che le parole sono importanti.

 

 

 

Genitori in corso …… Ecco i dati del nostro sondaggio

Dopo un po’ più di un anno dal lancio del sito web abbiamo proposto nel mese di febbraio ai nostri lettori affezionati e anche ai  lettori occasionali un questionario di gradimento per capire cosa piace di GIC e quali sono i possibili sviluppi più graditi del nostro servizio di comunicazione , informazione e counselling

Ecco in sintesi i risultati

Chi sono i nostri lettori:

In maggioranza donne (tra i compilatori del questionario sono 7 su 10) e residenti prevalentemente nel Comune di Firenze la stragrande maggioranza sono genitori (i più numerosi quelli con figli adolescenti e/o preadolescenti) . Molti gli “informati tecnologici” ovvero coloro che si informano sul web tutti i giorni (43%) e che utilizzano di frequente i social (42%)

Cosa dicono di GIC

Quasi la metà ci segue tutti i giorni o spesso : 2 su 5 solo attraverso il sito web, poco meno numerosi i follower attraverso entrambi i canali (web e pagina Facebook).

Internet con una netta prevalenza e, a seguire, Scuola e Famiglia sono i temi più votati per uno spazio maggiore nelle nostre comunicazioni;
tra i nuovi servizi attivabili la più richiesta è una APP dedicata; al secondo posto la pubblicazione in chiaro delle risposte (dati sensibili a parte ovviamente) dei nostri esperti a coloro che ci scrivono per consulenze individuali.
Infine – e questo è un dato davvero soddisfacente per noi – ben 7 su 10 ritengono possibile inviare una personale richiesta di consulenza, e qualcuno in più di poter segnalare il nostro servizio ad altri per una richiesta di aiuto alcuni; ben il 20% lo ha già fatto !

La redazione di GIC ringrazia tutti coloro che hanno partecipato !!

Continuate a seguirci ….

 

M come Mindfulness

Lo stress infantile è in aumento. E spesso è l’anticamera del disagio adolescenziale. Un libro insegna a prevenirlo e curarlo con esercizi di mindfulness, utili anche agli adulti

Cosa rende felici i bambini? La stessa cosa che li rende intelligenti: la concentrazione. È un insegnamento impartitoquasi settant’anni fa da Maria Montessori, e da allora nessun risultato raggiunto dalla psicologia e dalla neurologia infantile ne ha smentito la validità. È cambiata, invece, la condizione dei bambini. Uno dei primi a preoccuparsene è stato il sociologo americano Neil Postman, che nel 1982 preconizzava la «scomparsa dell’infanzia»: un livellamento delle differenze tra bambini e adulti come effetto della massificazione mediatica. Da allora, una parola torna con insistenza nella letteratura scientifica: stress infantile. Ha dei segnali precisi (tra questi, mal di testa, mal di stomaco, disturbi del sonno, aggressività), si associa a una specifica produzione di ormoni (che incidono negativamente sul ragionamento, le emozioni e il processo d’attenzione) e può avere dei risvolti patologici. Non è un caso, secondo gli esperti, se stiamo assistendo a un’inarrestabile crescita delle malattie psichiatriche in età evolutiva. In Italia, stando alla Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia), i bambini e i ragazzi che soffrono di disturbi psichici (oggi quasi quattro milioni) sono in costante aumento. Una tendenza già denunciata dall’Oms su scala globale, e che preannuncia un futuro difficile, visto che più del 50 per cento dei disturbi degli adulti ha un esordio in età evolutiva.
Ultimamente, nell’oceano di approcci indicati da educatori, psicologi e medici, qualcuno sta proponendo come metodo terapeutico e preventivo la mindfulness, pratica di «piena consapevolezza» elaborata dal biologo molecolare statunitense Jon Kabat-Zinn per portare in ambito clinico, laico e occidentale l’esperienza della meditazione. Oggi la mindfulness è usata con successo nella cura di diversi disturbi dell’età adulta, ma anche come pratica di equilibrio e liberazione dallo stress, e negli Stati Uniti psicologi e insegnanti cominciano ad adoperarla anche nel contesto dell’infanzia. In Italia il saggio di una psicoterapeuta, Maria Beatrice Toro, si propone di informare il grande pubblico sui benefici di una meditazione a misura di bambino: Crescere con la mindfulness. Guida per bambini (e adulti) sotto pressione (Franco Angeli).
Si parte da un principio cardine delle discipline orientali: una mente distratta è una mente infelice. Così recitava anche il titolo di uno studio apparso su Science nel 2010, nel quale alcuni psicologi di Harvard sostenevano che esiste una stretta relazione tra il nostro livello di felicità e la capacità di vivere il momento presente. Scopo della meditazione è proprio seguire ciò che fa la mente mentre lo sta facendo, liberandosi da ciò che gli psicologi chiamano deriva attenzionale, l’innata tendenza del pensiero a volare altrove, a preoccuparsi di ciò che non c’è e, di conseguenza, a soffrire. Perciò lo «sforzo senza sforzo», come lo definiscono i buddhisti, è stato indagato ormai in oltre tremila studi scientifici e oggi viene anche monitorato grazie alle tecnologie di neuroimmagine.

L’idea di molti psicologi è che anche il bambino, attraverso una serie di giochi e di esercizi, possa imparare a soffermarsi sul qui e ora, sulle sensazioni corporee e sulle emozioni. Ma, come precisa Maria Beatrice Toro, «nessuno vuole mettere i bambini a meditare come degli adulti. Si tratta di favorire in loro (e nei genitori) un atteggiamento mindful, cioè consapevole, attraverso una serie di giochi ed esercizi che inducono naturalmente uno stato di calma concentrata. Uno di questi è il decluttering, cioè la liberazione, sia fisica che psicologica, di spazio vitale. I nostri figli hanno vite e stanze ingombre di cose superflue. Eliminarle è già un esercizio di meditazione. Si comincia invitando il bambino a mettere degli oggetti a cui può rinunciare in una scatola trasparente; dopo un po’ si può foderare la scatola di carta e, se in un mese niente di quello che c’è dentro è stato toccato, gli oggetti si possono dare via».
Altri giochi sviluppano l’autoregolazione dell’attenzione, che è il meccanismo che sottende alla mindfulness. «Se chiedo a mio figlio “secondo te che ingredienti ho usato per fare i biscotti?”, lo aiuto ad assaporare invece che trangugiare, e in questo modo stimolo in lui la consapevolezza dei cinque sensi. Ma posso anche invitarlo a osservare un oggetto come se fosse la prima volta che lo vede: un frutto, un paesaggio da riscoprire partendo dai dettagli. Mentre, per dirigere l’attenzione sulle emozioni, si può proporre il gioco del barometro interiore. Si comincia prendendo coscienza del tempo meteorologico per poi arrivare allo stato d’animo: oggi che tempo fa dentro di te? C’è un bel calore? Tristezza con qualche lacrima di pioggia? C’è nebbia perché non sai cosa fare? Invece, per insegnare ai bambini come focalizzarsi sul respiro (requisito fondamentale in ogni pratica meditativa), si può proporre loro di fare delle bolle di sapone le più grandi possibile: questo porterà automaticamente a controllare la respirazione».
Anche solo tre minuti di esercizio, magari prima dei compiti, possono dare grandi risultati, specie nei bambini con diagnosi di Adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) o in quelli che hanno difficoltà a concentrarsi e gestire le emozioni. «Soprattutto, la mindfulness consente di ridurre i livelli di stress e prevenirne i cosiddetti effetti a lungo termine, cioè tutti quei disagi, grandi o piccoli, provocati da un’infanzia piena di tensione». Il saggio della Toro analizza le cause di questa tensione: sovrabbondanza di stimoli, diminuzione del tempo libero, l’invadenza generata dall’iperprotettività (sia dei genitori che della società). Gli studi più recenti, in questo senso, tratteggiano un quadro inquietante: i no stribambini sono sempre più banali, stanno perdendo la creatività, la capacità di concentrarsi, e con questa ancheil loro punto di vista sul mondo. Ha fatto discutere a riguardo un recente studio del College of William and Mary inVirginia, che ha analizzato l’andamento degli scolari americani nel Test di Torrance, che serve per valutare il pensiero creativo. Dopo una prima, brusca caduta tra il 1984 e il 1990, le prestazioni degli intervistati hanno seguito un trend negativo che arriva fino ai nostri giorni. Quindi, per contrastare questo declino, ben venga la mindfulness. Che però, ovviamente, non è la sola strada percorribile.
Secondo Anna Oliverio Ferraris, psicoterapeuta e docente di Psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, la chiave della creatività, dell’intelligenza e della salute psichica del bambino è nell’educazione senso-motoria. «L’approccio della mindfulness suggerisce esperienze che vengono dall’adulto, guidate dall’adulto, mentre i bambini hanno bisogno di gioco e libertà» spiega la psicologa. «Sono anni che lavoro con loro, e vedo che il problema più grande è la riduzione dei giochi di movimento, da fare all’aria aperta, spontaneamente, con i coetanei, lasciando spazio all’improvvisazione. Il gioco non è solo scarico di energie, è apprendimento e crescita del sistema nervoso. Attraverso i giochi di movimento i bambini diventano più intelligenti».MEDITATE BAMBINI MEDiTATE di Giulia Villoresi – Venerdì di Repubblica

Z come Zeta Generation

Gli studiosi  parlano dei nuovi teen , i veri nativi digitali, nati  tra il 1996 e il 2010. A differenze dei  fratelli maggiori , i Millenials , cresciuti nella relativa pace e prosperità degli anni Novanta, la Gen Z ha mosso i primi passi nel post Undici Settembre del terrorismo e delle crisi economiche mondiali  . Risultato:  maggiore pragmaticità  e minore auto-indulgenza. vi proponiamo una interessante intervista apparsa su un quotidiano nazionale

ODIANO IL PRESSAPOCHISMO. Adorano la privacy e le regole. Sono immersi nella tecnologia, ma la considerano niente più che uno strumento. Sono pragmatici e scettici. Affilano i coltelli per il loro d i ritto al denaro, alla carriera, al benessere dei figli che vogliono avere. Hanno la faccia paffuta di Kayla Nevvman, la sedicenne nera di Chicago che si è vista “scippare” da Ariana Grande e Nicki Minaj le sue invenzioni di slang (baciate da 36 milioni di loop su Vine, app gratuita di video-sharing in “ripensamento” per scarso appeal pubblicitario). Kayla, diventata un’icona per i coetanei di colore, ha raccontato la sua storia per filo e per segno, studi compresi. Vuole diventare ostetrica: grazie, con i social ci so fare, ma penso al mio futuro. Un altro idolo supertech ha i lineamenti mediterranei del diciannovenne italiano Luca Todesco, hacker globale che fin dall’adolescenza si batte per la sicurezza informatica e la denuncia delle falle”. La Apple non ha potuto f are altro che ingraziarselo, e lo ha invitato a Cupertino come”cacciatore di bug. Eccoli i teen che stanno facendo invecchiare alla velocità della luce i Millennial della Generazione Y (i giovani adulti ormai più che ventenni). Eccoli, gli ossi duri del riscatto prossimo. Nel rispetto dell’ordine alfabetico, li chiamano Generazione Zeta: “‘burocraticamente” hanno tra i 5 e i 20 anni, ma i loro ambasciatori più interessanti sono i 14-15enni nati e cresciuti nel digitale, sotto le Torri Gemelle in fiamme e nel cono d’ombra di un’economia in subbuglio. E se i “Millennial hanno fatto le acrobazie per sembrare poveri ma belli (e innocenti ex bambini coccolati degli anni ’90), gli `’Zers” si accettano per quel che sono con lucidità: le nuove leve di un periodo di guerra, vaccinate contro la malattia subacuta del mondo evoluto. Che peraltro non hanno mai visto in salute. «Gli Zeta vogliono partecipare, esserci, competere. E. il cambio di passo si sente proprio nelle scuole superiori: là dove trovi, preparati per tempo, i figli delle famiglie attrezzate all’emergenza», racconta Graziella Mazzoli, sociologa della comunicazione d’impresa all’Università di Urbino Carlo Bo, nonché direttrice dell’Istituto per la formazione al giornalismo. «Questi adolescenti sono già predisposti a non aspettarsi nulla. Ad andarsele a cercare da soli, le tutele. Per dire, l’articolo 18 per loro non ha un significato logico Sono etici e disponibili a mettersi in gioco, ma non li devi mai menare per il naso. Perché sono sgamatissimi: non si fidano di nessuno, tanto meno della rete», continua Mazzolí, consapevole delle implicazioni anche politiche di questa generazione “glaciale” e forte (2 miliardi nel mondo; 60 milioni negli Usa, un milione in più dei Millennial: sul milione e mezzo in Italia; il 40% del mercato dei paesi sviluppati nel 2020).

Ma come: svezzati con lo smartphone e le pappine bio, e non si fidano del web ? Ride Mazzoli: «Per loro la rete è la rete Punto. Ne fanno un uso più ridotto dei cinquantenni. Non telefonano, niente tariffe flat, non vanno su Facebook e nemmeno sii Twitter, che ormai è un’agenzia di stampa. Le loro conversazioni, e sono conversazioni “vere”, le fanno su WhatsApp e Snapchat. Perché non costano. E qui si tocca il punto fondamentale del loro ragionare: ciò che non costa, é buono. Su questo non cederanno mai, e la cosa mi impensierisce. La gratuità li sta legando mani e piedi alle tech corporation».
Certo, ma la generazione alle porte è svelta e attenta alla reputazione. Sua e altrui. Mazzoli riflette sul facto che, parlando di “Zers” o di Centennial, o di Homeland Generation, le differenze di censo sono ormai più culturali che economiche. Grazie a loro andranno riformulate le categorie del privilegio e del degrado: oggi stanno economicamente `male sia le famiglie a basso livello di istruzione (dove i teen, allora, osano i media in modo invasivo e “vecchio’, sia quelle più acculturate, che ai figli stanno dando un educazione spartana ma ricca di libri, musica, senso della comunità, del risparmio, del sacrificio. Ed è nelle seconde che assisto a un simulacro di borghesia contemporanea. A un’ipotesi su dove e se scaturirà una nuova sfera pubblica, più coerente con l’economia che stiamo vivendo».
Non c’è solo la sociologia più sensibile a radiografare questi ragazzini che mettono un punto e vanno a capo della modernità. Saggi, risparmiatori («meno consumisti e attaccati al logo, si vestono in triodo grigio», aggiunge Mazzoli), incuriosiscono i potentati finanziari del pianeta: i quali, appena scansati come se niente fosse i raduni di Occupy Wall Street, cominciano a intravedere negli “Zers” un qualcosa che ricorda la gioventù uscita dagli anni 30-’40, la cosiddetta Generazione Silenziosa. Perché i piccini manifestano una rude sobrietà che li fa simili ai genitori dei Boomer: non bevono, non si drogano, non si lamentano, tanto è inutile, al mondo ci sono i vincitori e i vinti, meglio vincere. Le società di consulenza e i think thank internazionali, dalla Ketchum alla Goldman Sachs, al Pew Research Center, si spingono oltre nelle analogie: “Zeta la formica”, sgobbona com’è, non sa che farsene delle esperienze e delle narrazioni. Preferisce i risultati. Non se lo sogna neanche di salvare il mondo, ma, resa parsimoniosa e tollerante dal multiculturalismo, dalle povertà globali, dall’agnosticismo, dalla fluidità sessuale, s’è messa in testa di ricostruirlo daccapo. Sente dentro di sé l’etica del lavoro e lo spirito ímprenditoriale. E’ disponibile ad affrontare l’allungarsi dei tempi pensionistici e ad affiancare, con le dovute garanzie, le altre 4 generazioni su piazza (Veterans, Boomer, X-Gen, Millennial). In cambio pretende capi talentuosi e onesti, grandi aziende innovative, soldi “veri”, successo personale e non di facciata, flessibilità, una buona vita e qualcosa di simile a un posto fisso. Altrimenti la ‘ditta” se la fa su misura, correndo rischi oculati e realistici, e disseminando il mondo di tante Pmi, piccole medie imprese nuove di pacca. La rivista Forbes li ha già riconosciuti harbinger: precursori del cambiamento generale e di una frugale normalità. A noi ricordano un’Italia lontana e vicina: approfittiamone.

Zeta giovani formiche .L’ULTIMA LETTERA DELL’ALFABETO PER I NUOVI TEEN : smaliziati, concreti e risparmiatori. di Elisabetta Muritti D Repubblica 7 gennaio

 

R come Regole

All’indomani dell’uccisione dei genitori da parte del figlio adolescente e dell’amico con un piano premeditato vi proponiamo una sintesi di alcuni contributi  apparsi sui quotidiani nazionali attraverso i quali gli esperti riflettono sulla condizione esistenziale in cui si trovano oggi tanti giovani, persi in un mondo ormai privo di punti di riferimento e di regole, spesso abbandonati a loro stessi, quasi sempre incapaci di proiettarsi nel futuro.

Lo psicologo Massimo Recalcati ha evidenziato il rapporto (inesistente) con il senso di  colpa: “nel delitto di Codigoro non emerge nessuna esperienza autentica della colpa. La fredda frivolezza con la quale vengono messi a morte i genitori non sembra avere più alcun rapporto con il senso della tragedia. Il figlio che, con la complicità di un amico reclutato a pagamento, ha macchinato il delitto, non mostra, infatti, al termine degli interrogatori, alcun segno di pentimento…egli ha ucciso semplicemente per coltivare l’illusione di una vita facile e spensierata – letteralmente: senza pensiero . La violenza furiosa che rende impossibile ogni parola si configura così come il suo strumento più immediato: per raggiungere l’obbiettivo di una libertà spensierata bisogna eliminare fisicamente l’insopportabile presenza dei propri genitori e delle loro prediche”.

La filosofa Michela Marzano ha scritto che è necessario “ripensare i rapporti che esistono oggi tra giovani e adulti, e chiedersi se i veri problemi ce li abbiano gli adolescenti – che sono certamente sempre più incapaci di distinguere il mondo reale da quello virtuale; che sembrano un po’ tutti alla ricerca di senso; che manifestano sempre più spesso segni di malessere, facendo del male agli altri e a loro stessi – oppure gli adulti – forse non più in grado di insegnare ai ragazzi che la vita, in fondo, è il risultato delle scelte che si fanno giorno dopo giorno”.

Nell’analisi del giornalista Antonio Polito gli adolescenti spesso ce l’hanno con i genitori, con la generazione incapace di garantire loro un livello accettabile di benessere, ma soprattutto sconfitta spesso nella  trasmissione di  valori. “I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori e nessun rifiuto, nessun limite, nessun no che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori”.

Vogliamo quindi richiamare il pensiero del pedagogista Daniele Novara che  in “Punire non serve a nulla” (Bur Rizzoli) ha scritto: “ Sostenere l’educazione dei figli vuol dire (piuttosto) conoscerne le fasi di sviluppo, accettarne la naturale immaturità, saper individuare le loro risorse, vedere il bicchiere mezzo pieno, essere rigorosi senza mai diventare mortificanti”.

A suo avviso ai protagonisti di questo ultimo delitto “è mancata una vera educazione che contempli regole ben costruite e un’adeguata formazione socio relazionale che abbia saputo aiutarli nella capacità di litigare bene. Saper affrontare i conflitti rappresenta la competenza prioritaria per le nuove generazioni, quella padronanza relazionale che permette alle persone di vivere le divergenze, le contrarietà, i dissapori reciproci non come una funesta minaccia da sanare col sangue ma come normali episodi della vita di tutti i giorni”.

Mettere in dubbio il tipo di educazione che stiamo dando ai nostri figli è  il primo passo per cominciare a scrivere un personale e familiare “libretto di istruzioni” con regole condivise.

 

Bullismo a scuola : non rimanere in silenzio e farsi delle domande

Il vittimismo non aiuta .  Bianca Chiabrando sedicenne liceale milanese, autrice di due libri sui rapporti in ambito scolastico, racconta ad un settimanale la sua esperienza di isolamento vissuto a scuola mettendo l’accento su due aspetti chiave : l’importanza dell’autocritica e la necessità di parlare a scuola e in famiglia (e di far parlare anche i bulli) .

Giornali, televisione, web, dibattiti, libri. Il bullismo è da sempre un argomento all’ordine del giorno, spesso associato in modo spontaneoalla scuola. Come studentessa, e come adolescente, cercherò di dare una visione “dall’interno” attraverso le mie esperienze personali. L’infanzia, e in particolare l’adolescenza, sono periodi molto delicati. Si è soggetti a continui mutamenti, esteriori e interiori, che possono spaventare e destabilizzare. Tutti subiscono questi cambiamenti, nessuno escluso. Persino i bulli. Forse, soprattutto i bulli. Sentire il bisogno di essere prepotenti è indubbiamente segno di grande insicurezza; è una cosa che capita anche agli adulti, è come tentare di portare l’attenzione sui difetti altrui per occultare i propri. Equivale a puntare i riflettori su chi è più debole per evitare il tanto temuto giudizio degli altri e mostrarsi più forti. Come un animale, che, quando è spaventato, decide di attaccare. Volendo identificare il bullismo con un oggetto, un’arma, mi immagino un grande megafono, usato non per amplificare la propria voce bensì le paure degli altri.
Le immagini stereotipate – trasmesse da film, serie tv e libri – del ragazzo grande e grosso che intima a un compagno gracile e timido di consegnargli la merenda, e al suo rifiuto, decide di picchiarlo, sono nelle menti di tutti noi. Spesso, si associa al bullismo un abuso di tipo fisico. lo penso che il bullismo psicologico sia altrettanto grave, e sicuramente più diffuso. Una madre nota se suo figlio rientra a casa con un occhio pesto, ma non potrà mai sapere se a scuola qualcuno lo ha insultato, finché non sarà lui a farne parola spontaneamente. Eppure gli insulti, in particolare quelli mirati, hanno un peso non indifferente e lasciano ferite dolorose, proprio come un calcio o un pugno. Penso che a scuola non si parli abbastanza di tutto questo.

Per quanto riguarda me, non posso dire di essere stata mai stata vittima diretta di un episodio di bullismo, piuttosto, in alcuni periodi, di una sorta di emarginazione. Ciò che ho imparato da questa esperienza è che non bisogna mai rassegnarsi a subire, pensando non ci sia modo di cambiare le cose. Durante i primi 2 anni delle medie, ho riversato tutta la responsabilità per il mio senso di esclusione sui miei compagni di classe. La verità – ma me ne rendo conto solo ora che è passato un po’ di tempo – è che era anche colpa mia. Trovando i miei compagni tanto, troppo diversi da me, mi sono chiusa pensando di non avere speranze. Presuntuosamente ho pensato che fossero loro in torto, che dovessero maturare, convinta che non mi volessero perché avevano paura del diverso. Non mi rendevo conto che anche io stavo commettendo lo stesso errore: attendevo che facessero il primo passo senza accorgermi però che, come io aspettavo gli altri, gli altri aspettavano me.

Partire dal presupposto di essere una vittima è forse il modo peggiore di reagire. Insomma, secondo me per uscirne è più costruttivo provare a mettersi nei panni del bullo. Quali sono le motivazioni che lo spingono a comportarsi così? Perché sente il bisogno di sfogarsi su altri? Forse sta soffrendo ma non ha il coraggio di parlarne. E qui arriviamo al punto in comune tra i bulli e le loro vittime. Il silenzio. Tacere può solo nuocere, da entrambe le parti. Non basta spingere chi subisce a parlare, perché i bulli ne hanno altrettanto bisogno. Non c’è niente che non si possa risolvere dialogando. Non serve la bacchetta magica per combattere il bullismo. Per risolvere un problema, è sufficiente capirlo.

“Il bullismo spiegato da un’adolescente” di Bianca Chiabrando DONNA MODERNA 9 dicembre 2016

 

Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

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