Bullismo a scuola : non rimanere in silenzio e farsi delle domande

Il vittimismo non aiuta .  Bianca Chiabrando sedicenne liceale milanese, autrice di due libri sui rapporti in ambito scolastico, racconta ad un settimanale la sua esperienza di isolamento vissuto a scuola mettendo l’accento su due aspetti chiave : l’importanza dell’autocritica e la necessità di parlare a scuola e in famiglia (e di far parlare anche i bulli) .

Giornali, televisione, web, dibattiti, libri. Il bullismo è da sempre un argomento all’ordine del giorno, spesso associato in modo spontaneoalla scuola. Come studentessa, e come adolescente, cercherò di dare una visione “dall’interno” attraverso le mie esperienze personali. L’infanzia, e in particolare l’adolescenza, sono periodi molto delicati. Si è soggetti a continui mutamenti, esteriori e interiori, che possono spaventare e destabilizzare. Tutti subiscono questi cambiamenti, nessuno escluso. Persino i bulli. Forse, soprattutto i bulli. Sentire il bisogno di essere prepotenti è indubbiamente segno di grande insicurezza; è una cosa che capita anche agli adulti, è come tentare di portare l’attenzione sui difetti altrui per occultare i propri. Equivale a puntare i riflettori su chi è più debole per evitare il tanto temuto giudizio degli altri e mostrarsi più forti. Come un animale, che, quando è spaventato, decide di attaccare. Volendo identificare il bullismo con un oggetto, un’arma, mi immagino un grande megafono, usato non per amplificare la propria voce bensì le paure degli altri.
Le immagini stereotipate – trasmesse da film, serie tv e libri – del ragazzo grande e grosso che intima a un compagno gracile e timido di consegnargli la merenda, e al suo rifiuto, decide di picchiarlo, sono nelle menti di tutti noi. Spesso, si associa al bullismo un abuso di tipo fisico. lo penso che il bullismo psicologico sia altrettanto grave, e sicuramente più diffuso. Una madre nota se suo figlio rientra a casa con un occhio pesto, ma non potrà mai sapere se a scuola qualcuno lo ha insultato, finché non sarà lui a farne parola spontaneamente. Eppure gli insulti, in particolare quelli mirati, hanno un peso non indifferente e lasciano ferite dolorose, proprio come un calcio o un pugno. Penso che a scuola non si parli abbastanza di tutto questo.

Per quanto riguarda me, non posso dire di essere stata mai stata vittima diretta di un episodio di bullismo, piuttosto, in alcuni periodi, di una sorta di emarginazione. Ciò che ho imparato da questa esperienza è che non bisogna mai rassegnarsi a subire, pensando non ci sia modo di cambiare le cose. Durante i primi 2 anni delle medie, ho riversato tutta la responsabilità per il mio senso di esclusione sui miei compagni di classe. La verità – ma me ne rendo conto solo ora che è passato un po’ di tempo – è che era anche colpa mia. Trovando i miei compagni tanto, troppo diversi da me, mi sono chiusa pensando di non avere speranze. Presuntuosamente ho pensato che fossero loro in torto, che dovessero maturare, convinta che non mi volessero perché avevano paura del diverso. Non mi rendevo conto che anche io stavo commettendo lo stesso errore: attendevo che facessero il primo passo senza accorgermi però che, come io aspettavo gli altri, gli altri aspettavano me.

Partire dal presupposto di essere una vittima è forse il modo peggiore di reagire. Insomma, secondo me per uscirne è più costruttivo provare a mettersi nei panni del bullo. Quali sono le motivazioni che lo spingono a comportarsi così? Perché sente il bisogno di sfogarsi su altri? Forse sta soffrendo ma non ha il coraggio di parlarne. E qui arriviamo al punto in comune tra i bulli e le loro vittime. Il silenzio. Tacere può solo nuocere, da entrambe le parti. Non basta spingere chi subisce a parlare, perché i bulli ne hanno altrettanto bisogno. Non c’è niente che non si possa risolvere dialogando. Non serve la bacchetta magica per combattere il bullismo. Per risolvere un problema, è sufficiente capirlo.

“Il bullismo spiegato da un’adolescente” di Bianca Chiabrando DONNA MODERNA 9 dicembre 2016

 

Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

ecco come funziona il bullismo femminile

A essere presi di mira sono soprattutto gli inestetismi fisici, come il sovrappeso, i capelli unti, i foruncoli, vestirsi in modo difforme ma anche primeggiare, come la “secchiona” o la preferita dalla maestra

Silvia Vegetti Finzi psicoterapeuta su IO DONNA                  http://www.iodonna.it/attualita/famiglie/2016/09/16/ immagine copyright Getty-Images

Di che cosa stiamo parlando quando diciamo “bullismo femminile”? Di un processo di omologazione che rende le ragazze simili ai ragazzi? Certi comportamenti aggressivi sembrano indubbiamente gli stessi ma le intenzioni e lo stile restano profondamente differenti. Innanzitutto è diversa la nostra storia: da sempre gli uomini hanno gestito l’aggressività incanalandola in forme di competizione regolata – la guerra, l’agonismo sportivo, la concorrenza- e sublimandola nell’ideale dell’amicizia.

Per secoli invece i rapporti tra donne, considerati ovvi e naturali, sono stati limitati ai legami di parentela. Di conseguenza, mentre i ragazzi si relazionano tra loro seguendo un copione precostituito, alle ragazze non resta che imitarli o crearne uno proprio. I tentativi iniziano sin dall’infanzia, quando si formano le coppie delle “amiche del cuore”.
Per cementare il loro rapporto, può accadere che la più prepotente s’imponga e, con la complicità dell’altra, scelga con acume una vittima da respingere, isolare e perseguitare con insinuazioni e calunnie.
Intorno a loro si crea un gruppo di spettatrici che, pur rendendosi conto di assistere ad azioni malvagie, si rassicura dicendo: “Meno male che non capita a me! ”. Mentre i maschi impongono il loro potere colpendo soprattutto il fisico del malcapitato, le femmine utilizzano piuttosto la parola. Col risultato che, se i lividi del corpo sono evidenti, quelli dell’anima sono indelebili.

In conformità alle suggestioni mass-mediatiche, vengono presi di mira in particolare gli inestetismi per cui è  provocatorio essere grassa, avere i capelli unti, i foruncoli, vestirsi in modo difforme ma anche primeggiare, come la “secchiona” o la preferita dalla maestra.
Ma è con l’adolescenza che il bullismo femminile si fa più minaccioso. La difficoltà di delineare un’identità femminile sollecita la prepotente a proiettare su una compagna più debole ed esposta le parti inaccettabili di sé sino a farne un alter-ego negativo da emarginare e cancellare. Il coro che assiste a questi soprusi si chiude in un mutismo omertoso e persino la vittima tace, sino a convincersi che in lei qualcosa non va. La perdita dell’autostima è una delle conseguenze più preoccupanti del bullismo sistematico e prolungato.
In questi anni il danno è poi aggravato dalla possibilità di utilizzare la Rete per divulgare all’infinito, protetti dall’anonimato, le proprie bravate. Mentre la bulla sente il bisogno di riscuotere il più vasto consenso, una folla d’ignoti corrispondenti s’immedesima con lei infierendo sulla vittima con le peggiori ingiurie. Spesso queste dinamiche sfuggono all’attenzione dei genitori e al controllo degli insegnanti, che dovrebbero invece comunicare e collaborare.

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GENITORI OGGI. Ciclo di incontri a Villa Lorenzi dedicati ai genitori

L’associazione Villa Lorenzi promuove un ciclo di incontri dedicati ai genitori di adolescenti con alcuni esperti e professionisti del settore. GIC ne parla con Francesca Zatteri, operatrice di Villa.

Partiamo dal sottotitolo di questo ciclo di tre incontri che ci ha particolarmente intrigato “UN TEMPO E UNO SPAZIO PER RIFLETTERE INSIEME”. In che senso Francesca?

Nel “nuovo disegno” della società, caratterizzata dalla fretta, l’idea è offrire un tempo e luogo , un contesto strutturato, in cui recuperare l’importanza della condivisione e del confronto come dimensione umana e come strumento per farsi delle domande e trovare le risposte adeguate al proprio contesto e alla storia personale.

Veniamo al primo incontro: “MADRI E PADRI DEI NUOVI ADOLESCENTI: LA QUESTIONE DELLA GIUSTA DISTANZA”. Due domande in una: chi sono i nuovi adolescenti e cosa si intende per giusta distanza?

Non è certo nuovo il compito evolutivo dell’adolescente oggi, ma nuovo è il contesto in cui si muove e nuovo è lo stile educativo in cui è stato immerso fin da piccolo. Superata la “famiglia etica” e intravisti i limiti della cosiddetta “famiglia affettiva”, l’incontro si propone di riflettere su nuovi e più adeguati approcci educativi e di sostegno alla crescita dei nostri ragazzi.

Puoi darci qualche dettaglio anche sull’ultimo dei tre incontri: “NUOVE FRONTIERE DEL MONDO VIDEOLUDICO” quali gli argomenti affrontati dalla dr.ssa Nesti?

La dott.ssa Nesti è docente dell’Università di Firenze del Dipartimento di Scienza della Formazione e Psicologia, esperta di video giochi anche nella forma delle nuove applicazioni sugli smartphone. L’idea è quella di fornire suggerimenti ai genitori affinché i ragazzi possano fruire del gioco nei suoi aspetti positivi e senza rischi.

Questi sono i primi tre incontri, che vanno ad affiancare l’ormai consolidata rassegna di cinema e adolescenza che noi di GIC seguiamo e pubblicizziamo ormai da tempo. Ci saranno altre iniziative proposte da Villa Lorenzi?

Stiamo programmando i nuovi cicli di cineforum e i nuovi eventi che si svilupperanno a partire da Febbraio.

IL PROGRAMMA

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“Ma la famiglia è un parcheggio, il mondo è il web”

intervista di Elvira Serra Corriere della Sera 23 Oct 2016

Lo psichiatra Andreoli: mamma e papà sono distratti, la conflittualità andrebbe vissuta

Davvero lo dice sempre ai ragazzi?

“Si sempre: ricordatevi che la famiglia è l’unico posto dove c’è l’affetto, magari conflittuale, però c’è. Lì davvero si può sperimentare il volersi bene”.

Vittorino Andreoli, psichiatra, membro della New York Academy of Sciences: dalle risposte ai ricercatori della Sapienza e Campus Orienta sembrerebbe che gli studenti abbiano accolto la sua lezione. Scelgono i loro modelli nei genitori o nei parenti più stretti.

“Più che altro, nella mia esperienza, è vero che la famiglia viene identificata sempre di più nel luogo di sicurezza per eccellenza. Questa identificazione è persino compatibile con una grande conflittualità».

Cosa intende?

«Che la famiglia è una sorta di parcheggio, in cui la mamma è tollerante, il papà anche, e il figlio ha uno spazio suo per aprirsi ad altri mondi, soprattutto grazie a Internet».

Più che un parcheggio, a giudicare dalle risposte di duemila studenti degli ultimi due anni delle superiori, la famiglia sembra un nido.

“E lo è infatti, è un rifugio. Ma perché la conflittualità è poco vissuta, i genitori lavorano tanto, sono distrutti. L’attività più rilevante, per quella seconda adolescenza che è l’età tra i sedici e i diciannove anni, è di stabilire rapporti con i coetanei attraverso il telefono e i social network.

A scuola non si può fare, mentre a casa, in camera propria, sì».

Il nonno, dopo la madre e il padre, è il modello di riferimento principale.

«Non mi sorprende, io sono un nonno e lo capisco bene: i ragazzi stanno meglio con i nonni che con i padri, per via del nostro atteggiamento di grande comprensione e tolleranza».

Un’altra ricerca, questa volta Eurostat con giovani adulti sotto i 34 anni, dice che sette su dieci vivono ancora con i genitori. Un po’ come succedeva ai nostri padri, che lasciavano la famiglia soltanto nel momento in cui cominciavano a costruirsene una propria.

“Oggi la convivenza sarebbe positiva se la società non fosse così accelerata: il mondo del giovani adesso è lontanissimo da quello di una madre. La dinamica sociale ci sta dicendo che la vita in famiglia è più difficile, gli appartamenti sono da cinquanta metri quadrati, i nonni vivono da un’altra parte. È molto difficile che si creino condizioni di comprensione reciproca».

Che cosa potrebbe rendere accettabile questa situazione?

«La comunicazione interpersonale: tolleranza e comprensione reciproca creano unità. A un certo punto, però, bisogna andar via».

 

MINORI E GIOCO: LE APP COME ESCA ALL’AZZARDO?

Sabrina Molinaro, responsabile della Sezione di Epidemiologia e Ricerca servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica-CNR Pisa, lancia l’allerta rispetto a una nuova tendenza in materia di gioco. Ciò che desta, sulla base delle ultime ricerche e rilevazioni nazionali, preoccupazione è l’estrema dimestichezza dei minori verso giochi gratuiti e applicazioni (in gergo, “app”) online, che, sebbene non prevedano vincite in denaro, includono sistemi di incentivi per prolungare il gioco. Si tratta, insomma, dal punto di vista dei produttori di app e giochi online, di classiche strategie  di fidelizzazione del cliente. Ciò non toglie la preoccupazione legata al fatto che i clienti in questo caso sono minori, che rischiano così di sviluppare forme di dipendenza ai giochi, propedeutiche all’azzardo: con una formula inglese, si potrebbe dire che siamo di fronte al passaggio dal gambling al gaming.

Illustrazione di Paola Formica

“Lo studio ESPAD Italia, realizzato nel 2015, ha evidenziato che il 49% degli studenti di 15-19 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e il 42% lo ha fatto nell’anno antecedente la rilevazione. Fino al 2013, le percentuali erano rimaste invariate per il gioco nella vita (con prevalenze del 51-52%) e fino al 2011 per quelle riferite all’anno precedente a quello di rilevazione (47%). Nel 2014, addirittura, la prevalenza del gioco nella vita era scesa al 47% e quella riferita all’anno al 39%. L’anno scorso, dunque, si è registrato un aumento. Sessantamila ragazzi in più hanno detto di aver giocato, il 42% della popolazione studentesca, cioè 1 milione di giovani. «La percentuale rilevata preoccupa – sottolinea Sabrina Molinaro, che ha presentato i dati a fine giugno nell’ultima riunione dell’Osservatorio Nazionale contro il gioco d’azzardo -, anche perché fa segnare un’inversione di tendenza per la prima volta dopo cinque anni».

Leggi l’articolo http://www.corriere.it/salute/pediatria/16_luglio_14/ragazzi-prigionieri-dell-azzardo

Ma se i genitori tornano adolescenti, perché i figli dovrebbero diventare adulti?

Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. È la famiglia adolescente. Nessuno vuole emanciparsi, nessuno sembra volerlo davvero, perché la famiglia adolescente ha natura vischiosa e il distacco è molto più complesso che nel passato. Si mangia tutti assieme, insieme si guarda la tv. I nostri figli ci seguono quando viaggiamo, quando si va fuori con gli amici. Discutiamo di fronte a loro di quasi ogni argomento e, talvolta, li coinvolgiamo nei nostri contrasti coniugali. Condividiamo con loro i modi di vestire, i gusti, i comportamenti. Li difendiamo con i professori, parliamo con loro delle prime esperienze amorose e sessuali.
A prima vista sembra una condizione ideale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Intwervista allo psicoanalista Massimo Ammanniti in occasione dell’uscita da Laterza del suo libro “La Famiglia Adolescente” e pubblicata sul Il Post Libri http://www.ilpost.it/

«L’adolescenza è una ‘malattia’ normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare». Qualunque genitore dovrebbe imparare a memoria la massima dello psicoanalista inglese Donald Winnicott, perché quando parliamo di «famiglia adolescente» è soprattutto ai genitori che bisogna guardare. Quando i nostri figli diventano adolescenti, l’effetto è ambivalente: siamo felici di vederli crescere, ma allo stesso tempo abbiamo paura di non riuscire a fornire loro tutto il sostegno di cui hanno bisogno. Abbiamo paura che possano prendere una strada indesiderata e pericolosa.
L’adolescenza non è il semplice passaggio dall’incantevole meraviglia del bambino alla rassicurante indipendenza dell’adulto, come vorremmo che fosse. Di certo non lo è mentre la si vive. La sottrazione dell’intimità, fisica ancor prima che comunicativa, ci disorienta. Giorno dopo giorno, fatichiamo sempre di più a capire quello che passa per la mente dei nostri figli, anche perché sono molto abili a evitare ogni confronto e a ritirarsi nella propria stanza, magari appendendo sulla porta il cartello «Non disturbare!». E così, quando a noi genitori la sera capita di trovarci nel silenzio della camera da letto, continuiamo a pensare a loro. «Perché è ancora fuori?». «Aveva detto che sarebbe ritornato a casa presto!». «Se continua a non studiare, che cosa succederà a scuola?». «Perché è diventata così cupa?». «Ha problemi con i suoi amici?». Nostro figlio e nostra figlia diventano un puro mistero ai nostri occhi, che non riescono più a leggere dentro i loro.
E finiamo per comportarci come amanti traditi, ci scopriamo a rovistare nello zaino dei nostri figli, a origliare qualche telefonata dietro la porta della loro stanza, rigorosamente chiusa a marcare il territorio, a carpire qualche sms agli amici, a entrare sotto falso nome nella loro pagina Facebook. Escamotage, ingenui e indiscreti, che testimoniano il nostro smarrimento di fronte a figli che non siamo più sicuri di saper comprendere, di cui non riusciamo a controllare i sentimenti, a lenire i dolori, a prevenire gli errori che, per la prima volta, stanno compiendo in autonomia.
Ricordo una coppia di genitori che si rivolse a me per affrontare il caso di una figlia che, dopo essere stata una bambina modello, capace di ripagare tutti gli sforzi della famiglia, era diventata intrattabile. Compiuti i tredici anni, aveva iniziato a passare intere giornate ascoltando gli One Direction con le amiche, parlando in continuazione di un ragazzo del gruppo, Niall, che sognava di sposare. Una vera e propria ossessione. I genitori, due funzionari pubblici entrambi oltre i cinquant’anni, all’improvviso non erano più in grado di comunicare con lei. E quando la band sbarcò in Italia per un concerto a Torino, Olga si mise in testa di andare ad ascoltarli, a tutti i costi, nonostante la contrarietà dei genitori: «Hai solo tredici anni, come fai ad andare a Torino? Dove pensi di dormire? E poi con chi?». La ferma ostinazione di Olga mise i genitori con le spalle al muro. Mettendo i genitori l’uno contro l’altro, la minaccia della figlia di scappare di casa fu risolutiva: la madre decisa a impedire la trasferta, il padre disposto a trattare. Nonostante la madre non smettesse di rimproverare al marito di avere una reazione debole di fronte al comportamento ostinato della figlia, fu la seconda la linea vincente. Il padre finì per accompagnare la figlia a Torino, con il preciso accordo di aspettarla in albergo.
La storia di Olga è solo una delle tante storie che ci raccontano come l’ingresso dei figli nell’adolescenza getti scompiglio tra gli stessi coniugi. Ciascuno di loro sperimenta singolarmente l’inedito rifiuto del figlio e cerca di scaricare sul partner la propria impotenza. Eccole, allora, le accuse: «Sei troppo debole». «Sei tu che gli permetti di essere come è», oppure «Ma perché sei così ottuso e non capisci come si sente?». Insomma, capita di non sentirsi sostenuti dall’altro in un momento di così grande timore e smarrimento, e la vita familiare viene messa inevitabilmente a dura prova.
Queste dinamiche, tuttavia, non sono certo nuove. E allora? Dove sta il fatto nuovo? Che cos’è cambiato per i genitori di un figlio adolescente?
Parafrasando la battuta di Curt Valentin, il futuro dei nuovi cinquantenni non è più quello di una volta. A cinquant’anni tutto sembra poter ancora cambiare, persino la famiglia, che – come abbiamo detto – non è più un’entità data una volta per tutte. Persino l’identità personale non è più concepita in modo rigido: è qualcosa che, sì, porta i segni delle scelte passate, ma è ancora aperta a metamorfosi future. I cinquantenni di oggi sentono di avere ancora una parte della vita da giocarsi pienamente. Il senso delle possibilità offerte dalla vita, tipico della giovinezza, resta spiccato. Ed ecco che, in qualche modo strambo, genitori e figli si trovano a vivere una vita parallela. Diversamente giovani e adolescenti entrambi. E così, anche quando hanno dei figli, i cinquantenni attuali non si sentono più soltanto genitori, ma persone con davanti una vita piena di opportunità che possono coinvolgerli a tutto tondo. Insomma, genitori, sì, ma genitori «moderni».
Le ricerche più recenti nel campo della neurobiologia forniscono evidenza scientifica a questa condizione. Hanno dimostrato, infatti, che a quest’età il nostro cervello non subisce l’involuzione che un tempo si pensava, ma va incontro ad un’ulteriore crescita. L’aumento della mielina, l’involucro lipidico che avvolge le fibre nervose, stimola un atteggiamento più riflessivo. Un atteggiamento che però non si traduce più in una tranquilla e saggia rielaborazione del nostro passato, come accade quando ci si sente alla fine del gioco e non ci resta altro che guardare indietro e rimpiangere quello che siamo o non siamo stati.
Dunque, la prima trasformazione si misura sull’autopercezione dei genitori. Che ha come conseguenza che, almeno psicologicamente, la figura uomo/padre e donna/madre coincidano solo in parte, seppure per una parte importante; in altri termini, pur essendo importante il ruolo di genitore, si ricerca una realizzazione personale come uomo o donna.
La seconda trasformazione, alla prima collegata poiché ha sempre a che fare con la convinzione, o piuttosto la rigidità, con cui si interpreta il proprio ruolo, è il senso di insicurezza che ci invade nel rapporto con i nostri figli. E un ruolo importante qui gioca l’età avanzata in cui si hanno i figli. Si era abituati a pensare che, con il passare degli anni, la percezione di sé si stabilizza e ci libera dalle influenze e dal ricatto del giudizio altrui. Il che equivale a pensare che i genitori adulti sono più in grado di affrontare le critiche e i rimproveri dei figli, non facendosi condizionare e tantomeno ferire. Ma non è così, o almeno non più. Perché, a dispetto delle intenzioni, dell’entusiasmo, della vitalità, avere cinquant’anni non è la stessa cosa che averne venti in meno. Quando si è più giovani, si affronta la genitorialità con maggiore naturalezza e con un certo grado di spensieratezza, mentre quando gli anni passano, paradossalmente, ci si interroga di più sull’educazione dei figli e si ha più bisogno di rassicurazioni: faccio bene, faccio male…
Nelle famiglie adolescenti, insomma, il tasso di insicurezza è fortemente aumentato. Anche perché gli ultimi decenni hanno via via smantellato i modelli educativi di riferimento. E in una contemporaneità segnata dall’assenza sia dell’etica del dovere sia della società patriarcale, i genitori crescono i propri figli senza potere – e soprattutto volere –, poggiando come avveniva in passato su una tradizione indiscussa e indiscutibile.
Ecco che allora noi genitori, insicuri, in crisi d’identità, cerchiamo conforto nei nostri figli per le scelte che li riguardano. Non sono rimasti soli a sentire il bisogno dell’approvazione familiare. Il rapporto genitori-figli ha cambiato completamente di segno. Non sono più soltanto i figli ad aver bisogno della legittimazione dei genitori, ma sono anche i genitori che hanno bisogno delle conferme dei figli. A differenza che in passato, noi genitori ci immedesimiamo malamente nel nostro ruolo. È come se il riconoscimento e il valore stesso del ruolo genitoriale dipendessero in misura importante dall’approvazione filiale. E questo provoca un rapporto talvolta rovesciato: alimentiamo, nei casi più complicati, un rapporto di sudditanza nei confronti dei nostri figli.
continua su IlPostLibri http://www.ilpost.it/2015/11/23/la-famiglia-adolescente/

“Dottoressa, questo pomeriggio ci sarebbe per parlare con mia mamma?”

GIC incontra gli operatori del servizio dipendenze del Ser.D. B Firenze di Lungarno Santa Rosa, che offre un percorso dedicato ai giovani con problemi di dipendenza da sostanze.

Entriamo da una porta laterale che poi sapremo essere l’accesso protetto con apertura pomeridiana per un particolare tipo di utenza: giovani consumatori di sostanze.
Protetto perché ancora siamo lontani dalla tossicodipendenza come la conosciamo, ma – purtroppo – siamo sulla buona strada.
E quindi percorsi separati per chi è accolto da questo servizio e vuole, accompagnato dai propri genitori o dagli amici, affrontare la propria dipendenza da sostanze.

Chiediamo a Susanna Falchini (responsabile del Ser.D. B da cui dipende questo percorso) e a Caterina Borrello (psicoterapeuta e responsabile del programma per adolescenti e giovani ) a chi è dedicato questo servizio.

Susanna Falchini
Partiamo sempre dal territorio. Da anni alterniamo il nostro lavoro di prevenzione all’interno del Quartiere 4 in collaborazione con la Coop. CAT, e le scuole dove abbiamo sportelli informativi e di consulenza ormai ben conosciuti ed utilizzati da insegnanti, studenti e i loro familiari.

GIC
Proprio dai vostri sportelli di consulenza presenti nelle scuole fiorentine, abbiamo ricevuto (e pubblicato) uno degli articoli più letti sulla nostra pagina Facebook “FirenzeGenitoriInCorso”: “Lettera a Lui” una toccante testimonianza su cosa significa oggi essere vittima di bullismo.

Susanna Falchini
Spesso è grazie alla scuola e agli incontri con professori e studenti, che riusciamo ad entrare in contatto con ragazzi problematici o a rischio di abuso di sostanze.

GIC
Cosa offre il vostro percorso?

Caterina Borrello
Offriamo un primo intervento definito “light”:
breve ed a termine (circa due mesi), dove spesso la valutazione è anche l’intervento.
Uno degli aspetti più importanti forse risiede nella domanda che facciamo spesso ai ragazzi che incontro le prime volte: “cosa puoi e vuoi fare per negoziare con la tua famiglia?” – ”Cosa sei disposto a fare per rassicurarli?”
E’ una contrattazione molto utile per iniziare stabilendo dei patti semplici ma chiari e che il ragazzo deve impegnarsi a rispettare.
Il rispetto delle regole e la verifica sono tappe molto importanti di questo percorso.
In questo, come negli altri programmi, la presenza dei genitori è fondamentale e necessaria per una valutazione precoce ed efficace del rischio: sono i genitori a segnalarci, ad esempio, i segnali di difficoltà e di disagio all’interno dell’andamento scolastico del figlio.
Abbiamo poi un intervento “medium” che accoglie la fragilità anche sociale della famiglia e quindi non causata solo dall’uso di sostanze di uno dei suoi membri più a rischio.
Questo percorso prevede l’ inserimento in progetti già presenti sul territorio fiorentino o interventi attivati ex novo: attività sportive, laboratori, pet therapy.
Terzo ed ultimo intervento quello che definiamo “hard”.
Ovvero un programma che attiviamo quando siamo in presenza di una vera e propria tossicodipendenza.
In questi casi è necessaria una presa in carico veloce e tempestiva del ragazzo, senza stravolgere particolarmente le sue attività e le sue abitudini, se sono ancora risorse su cui far leva.
No quindi all’interruzione del percorso scolastico o all’allontanamento dal nucleo familiare, se non nei casi in cui si ritenga che questo sia utile.
Si invece ad un accesso privilegiato e protetto a servizi – come il nostro – che lo possono curare e aiutare.
Per questo ad esempio abbiamo deciso un’apertura pomeridiana per la somministrazione del metadone ed un accesso privilegiato e riservato al paziente.

GIC
Immaginiamo però che al centro di questo percorso non ci sia solo la cura farmacologica.

Susanna Falchini
I ragazzi che usano eroina non hanno la percezione della drammaticità della propria dipendenza, perchè, ad esempio non la usano endovena, ma solo sniffata.
“Sono in astinenza e pensavo di non provarla mai…” è una delle prime frasi che sentiamo quando arrivano.
Per questo ci sforziamo di fargli comprendere la drammaticità del problema tenendo sempre presente che sono affetti da una malattia di cui stanno imparando la cura.
Una cura che ha un nome difficile ma estremamente efficace se compreso: resilienza.
E per questo abbiamo attivato un laboratorio che si chiama PER-CORSI INSIEME
nell’ambito del quale lavoriamo per aiutare i ragazzi a fortificarsi per cambiare.

Caterina Borrello
La durata del programma, è variabile a seconda della tipologia e della gravità delle situazioni che si presentano.
Molte sono le attività che proponiamo e condividiamo con i ragazzi:
gruppi di incontro fisici e digitali (abbiamo un attivissimo e seguitissimo gruppo Wapp),
attività condivise con la struttura comunitaria per minori di Villa Lorenzi, collaborazioni con varie realtà per realizzare progetti di formazione e inserimento lavoro.
Oltre alla stesura di un libretto personale “Guida la Mia Cura” dove viene annotato da parte del ragazzo tutto: appuntamenti sanitari, gruppi terapeutici, successi e insuccessi, vittorie e fallimenti. In relazione al percorso di cura o in relaziona alla propria vita personale ed affettiva .

GIC
Ed i genitori? Qual è il loro ruolo?

Susanna Falchini
Per un ragazzo il coinvolgimento familiare è sempre fondamentale.
Ma per quello che ha problemi di sostanze, la presenza di un adulto affidabile e presente è un requisito imprescindibile per il buon esito della cura.
Abbiamo quindi anche un gruppo per i genitori, parallelo a quello dei figli.
Il loro è un ruolo attivo di osservazione, ad esempio sullo svolgimento della settimana dei ragazzi, su come viene concordato e gestito il week end, ecc.

Caterina Borrello
Se il percorso funziona spesso si sentono così coinvolti che sono loro stessi ad un certo punto a chiedere una consulenza per i genitori, quasi rendendosi conto che il loro cambiamento è un cambiamento che deve riguardare anche la famiglia.
Il problema che portano riesce ad attivare cambiamenti positivi anche nella famiglia.
“Dottoressa questo pomeriggio ci sarebbe per parlare con mia mamma?” è una frase che mi sento spesso fare ad un certo punto del programma.

GIC
Quanti sono i ragazzi che avete incontrato dall’inizio delle vostro progetto?

Caterina Borrello
In due anni abbiamo seguito 57 casi delle tre tipologie di cui 21 casi definiti “hard”, in età compresa fra i 17 e i 24 anni.
Quali le sostanze utilizzate dai ragazzi in trattamento?
Eroina, cannabis. Sostanze psicoattive di nuova generazione (smart drugs).
Più raramente cocaina.

Come ci si può rivolgere al vostro percorso?
Ecco i nostri contatti: 055 6935667 – 055 6935575 – 055 6935729, oppure via email: caterina.borrello@uslcentro.toscana.it

“Giovanna, Massimo e gli altri minorenni caduti nella trappola delle foto hot in Rete”

Lo psicoterapeuta Pellai racconta i suoi pazienti                            

di Antonella De Gregorio Corriere della Sera 18 Sep 2016 photo c.right Carolina Mizrahi

Ci si entra per il bisogno di lasciare una traccia. Per parlare e condividere, appartenere o emergere. Tutti sono su Facebook. O usano Whatsapp e Instagram per filmarsi, fotografarsi, postare a caccia di condivisioni e “like”. Un far west dove si dicono cose intelligenti, ma più spesso si scambiano banalità o filmati da vergogna.

Com’è successo a Giovanna, figlia dodicenne di una psicopedagogista.

“Intellligente, vivace, tanto sport, coccolata e un pò viziata, in quarta elementare aveva già in mano un cellulare. In quinta un computer, in prima media un Ipad”, racconta Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva che ha pubblicato per DeAgostini “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet”, in cui parla delle nuove generazioni e del loro rapporto «fluido, possibile, accessibile, normalizzato» con il sesso. Quando Giovanna informa la famiglia che vuole aprire un profilo Facebook, i genitori non si oppongono: la maggior parte delle sue compagne lo ha già fatto. Diventata social, la ragazza colleziona amicizie virtuali e in rete incontra «Beautiful Prince», un 35enne che la aggancia millantando un’amicizia con il suo idolo, Justin Bieber. La tempesta di messaggi, conquista la sua fiducia e arriva a chiederle foto «con gli slip soltanto»; poi si passa ai video e al sesso via webcam. Solo quando parte il ricatto Giovanna trova la forza di confidarsi con un’amica, che la convince a parlare con i genitori. Poi la denuncia, la polizia postale, e il percorso con il terapeuta. La mamma? «Quando le ho chiesto se aveva mai parlato di sesso con la figlia mi ha risposto: “Non avevo ancora fatto nulla, perché non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale. Mi sembrava troppo piccola e lei non chiedeva”».

Massimo invece, 11 anni, suo piccolo paziente, uno che a scuola «spacca» — come dice lui — sportivo e boy scout, ha scoperto Youporn attraverso un compagno, che un giorno durante l’intervallo, di nascosto dai professori, ha tirato fuori lo smartphone e ha mostrato alcuni filmini pornografici scaricati da lì. Prima andava su Internet per tenersi informato su sport e squadra del cuore. Da quel momento gli è successa una cosa pazzesca, «per la prima volta ha provato un piacere incredibile», come ha poi raccontato al medico. Ed è diventato un assiduo frequentatore del sito. Ma in breve si è trovato preda di un disturbo «che aveva tutte le caratteristiche di una sindrome da stress post-traumatico. Solo che l’evento traumatico non era qualcosa che aveva messo a repentaglio la sua vita — spiega Pellai — bensì la quantità di materiale pornografico a disposizione. Stimoli e sensazioni che hanno saturato le sue fantasie e che lui non era ancora in grado di gestire ed elaborare». Massimo è uno dei tanti: «Uno dei modi con cui i giovanissimi provano a socializzare e a scambiarsi informazioni intorno al tema del sesso è la condivisione di immagini e materiali hot — prosegue Pellai —. Oggi è quanto mai frequente, perfino tra bambini delle elementari, e molto pericolosa».

Molti, padri soprattutto, pensano che «si diventa grandi anche così».

Ma è evidente che qualcosa manca. A una dozzina d’anni dalla loro nascita, non è nato un bon ton dell’uso dei social, un’educazione civica digitale. I genitori non sono più consapevoli, gli insegnanti non sono più attenti. «Vedo tanti figli orfani nella loro vita online — dice Pellai —. L’unica cosa che i genitori fanno per loro è accompagnarli nel negozio di telefonia, per regalargli, sempre più presto, un cellulare che abbia più gigabyte possibili».

Pellai parla di una sessualità «facile, immediata e di pronto consumo», favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Di giovanissimi che mostrano atteggiamenti connotati sessualmente fin dalla seconda infanzia, quando dovrebbero pensare al proprio corpo in termini ludici e motori, e non seduttivi.

Come Alessandra, 16 anni, brava a scuola, diverse amiche e la sensazione di «non valere» perché i ragazzi si accorgono di lei. Quando decide di «cambiare il copione», pensa che per essere popolare deve «provare a portarsi a letto un po’ di ragazzi», racconterà, una volta arrivata in terapia.

Lucia, 11 anni, invece, arriva a chiedere aiuto dopo mesi di vita parallela e allucinata in compagnia del suo smartphone, dal quale non si separa mai e che contiene una sequela di messaggi espliciti e volgari che scambia con un ragazzo di 16 anni. E i genitori lasciano fare.

«C’è uno scollamento sempre più frequente — dice Pellai — tra lo sviluppo biologico, il corpo dei bambini e quello che in realtà stanno pensando e facendo. E c’è il mondo virtuale che non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i nostri figli all’interno di un territorio così vasto e complesso. Ma oggi c’è una voragine dove si dovrebbe fare educazione alla sessualità e all’affettività.

E mentre i genitori stanno zitti, il mondo, fuori, urla».

 

Educare bambini ed adolescenti alla corporeità (anche) in classe

promuovere una complementarietà positiva tra scuola, famiglia e servizi per educare i ragazzi evitando rivalità educative e conseguenti equivoci e ambiguità su temi complessi.

Le parole per dirlo

GIC intervista gli operatori della Educazione alla Salute (Monica Rosselli) e del Servizio Coordinamento Centri Consulenza Giovani e Salute Mentale Infanzia e Adolescenza della Usl Toscana Centro – Ambito Firenze (Patricia Bettini) a conclusione del corso di formazione su affettività e sessualità rivolto agli insegnanti del territorio fiorentino.

1. Qual è l’obiettivo formativo in ambito scolastico sui temi della corporeità-affettività-sessualità di bambini e ragazzi?

Il corso di formazione appena concluso è frutto della collaborazione pluridecennale fra servizi dell’Azienda Sanitaria e le scuole di ogni ordine e grado del territorio fiorentino ed attua le raccomandazioni internazionali, europee, italiane e regionali, in tema di promozione della salute nell’infanzia e nell’adolescenza nei contesti scolastici.
L’obiettivo formativo è la necessità di veicolare nelle scuole un linguaggio comune e scientificamente corretto su temi complessi e condividere metodologie didattiche utili al lavoro con i bambini e ragazzi nei gruppi classe sul tema della corporietà e affettività promuovendo fra gli insegnanti una “complementarietà positiva” con le famiglie, evitando rivalità educative e conseguenti equivoci e ambiguità su temi complessi.

2. Quali sono i punti nodali della formazione agli insegnanti su questi temi?

– Il riconoscimento che nel Corpo e attraverso il Corpo ogni persona vive i processi di apprendimento psico-fisici-sociali, cognitivi, emotivi e relazionali che, nelle interazioni con l’ambiente, determinano la promozione o meno dei fattori protettivi (fiducia, autostima, esplorazione e sicurezza) e delle competenze personali e sociali  (life skills) implicate nella progressiva acquisizione di consapevolezza, autodeterminazione e scelta in merito alla salute e al progetto di vita.
– Il riconoscimento che apprendimenti positivi su questi temi promuovono globalmente uno sviluppo più armonico e sicuro e contribuiscono a contrastare fattori di rischio e prevenire varie forme di disagio nell’infanzia e nell’adolescenza: isolamenti, discriminazioni e violenza nelle sue ampie accezioni (abusi, maltrattamenti, molestie, violenza sessuale, bullismo), dismorfofobie, autolesionismo, disordini del comportamento alimentare, comportamenti a rischio (relazioni non paritarie, concepimenti non desiderati, dipendenze, ludopatie,…).
– Il riconoscimento che tutti gli adulti di riferimento sono implicati in questi processi di apprendimento e che la scuola è una occasione formativa dove (in complementarietà positiva con le famiglie) si apprendono, all’interno della didattica, i contenuti scientifici che riorganizzano informazioni corrette e promuovono fattori protettivi e abilità funzionali allo sviluppo positivo ed armonico di bambine/i e adolescenti, nelle loro varie fasi evolutive.
– Il riconoscimento che il lavoro con il gruppo classe, attraverso un metodo educativo partecipato e collaborativo, è la modalità più appropriata per riconoscimenti reciproci ed arricchimenti utili agli apprendimenti per tutti.

3. La formazione ha offerto specifici strumenti educativi agli insegnanti sui temi della corporeità-affettività-sessualità ?

Molto utile è la nostra proposta all’inizio della formazione di un questionario di autoriflessione per fissare negli insegnati la consapevolezza delle proprie conoscenze, opinioni e valori, attitudini e controattitudini, bisogni formativi in merito ai temi e agli obiettivi proposti dal corso.

Per il lavoro con la classe agli insegnanti proponiamo una Griglia di osservazione dei bisogni didattici-formativi e alcuni strumenti utili alla progettazione e al lavoro in classe (stimoli teorici, giochi ed attivazioni che promuovano il senso di cooperazione nei gruppi classe) calibrati per le diverse fasce di età
Inoltre offriamo supporto degli operatori-formatori ASL per incontri nelle scuole con gli stessi insegnanti e i genitori delle classi coinvolti in progetti di educazione all’affettività
Per le III classi delle scuole secondarie di I° grado è previsto il coinvolgimento dei Centri Consulenza Giovani dell’Azienda Sanitaria al fine di approfondire e/o integrare alcuni aspetti tematici ritenuti importanti per la fascia d’età,  tramite anche le domande dei ragazzi/e, conoscere un servizio specifico che potrebbero in futuro utilizzare.

4 – Quali i vissuti degli insegnati  che hanno partecipato al corso sull’ educazione affettiva dei ragazzi ?

Al corso hanno partecipato complessivamente 90 insegnanti delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria con una presenza attenta ed attiva e una condivisione unanime di intenti ed obiettivi.
I vissuti emersi sono stati estremamente eterogenei, rispecchiando la consapevolezza della complessità e della delicatezza di questi argomenti, connotati da valori culturali e vissuti personali, che possono interferire a livello didattico ed educativo anche a propria insaputa.
Come comprensibile, la discussione maggiore si è concentrata sui seguenti punti:
La necessità di acquisire, all’interno della loro professionalità di insegnanti, una competenza didattica (non psicologica ma strettamente pedagogica-educativa) che permetta loro di trasmettere contenuti scientifici e messaggi positivi, attraverso un linguaggio verbale e non verbale congruente con i contenuti e gli obiettivi didattici e formativi prefissati.
Il bisogno (valido sempre) della collaborazione con le famiglie, per promuovere una “complementarietà positiva”, affinchè gli esiti nei gruppi classe siano maggiori, senza incorrere in equivoci, ambiguità, rivalità educative e conflitti ideologici che, oltre che ostacolare ed inficiare i progetti, rischiano di minare i rapporti di fiducia esistenti o di incrementare diffidenze già presenti e, nei confronti dei bambini/e e adolescenti stessi.

5 – Quali le aspettative degli insegnati sul ritorno operativo della formazione sul lavoro in classe ?

Alcune insegnanti hanno esplicitato di voler seguire quanto proposto, altre/i si sono riservati di darsi tempo per analizzarne la fattibilità nei propri contesti scolastici. La maggioranza ha però espresso che il corso permetterà loro di:
– Vedere con occhi diversi e con visione allargata sia i bisogni evolutivi dei bambini/e e adolescenti delle loro classi, sia i bisogni dei genitori, sia le proprie attitudini e contrattitudini sui temi trattati
-Cogliere le risorse e opportunità didattiche, tener conto dei limiti ma non per questo “immobilizzarsi” e provare a “smussare” criticità affrontabili.
– Documentarsi in merito al materiale che abbiamo condiviso e provare a mettere in pratica ciò che per loro e per il loro contesto è realizzabile.
– Sapere che, se lo ritengono, nelle modalità concordate, possono confrontarsi con noi operatori ASL per avere supporto, monitoraggio, orientamento e valutazione di strategie integrative possibili.

6 – Quali sono i punti chiave dell’alleanza scuola e famiglie nell’educazione dei ragazzi sulle tematiche Corporeità-Affettività-Sessualità?

Mettere “al centro” i bisogni evolutivi e di sviluppo dei bambini/e e degli adolescenti

Mantenere l’ascolto, la premura ed il rispetto affinchè lo sviluppo di ogni bambino/a e adolescente proceda esplorando con fiducia e speranza

Riconoscersi reciprocamente come “tutti importanti tasselli di un tutto” per evitare disconferme reciproche con la conseguenza di lasciare campo su questi temi a contenuti veicolati dai mass media e dalla comunicazione on line.

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