Da vittima a testimonial contro i bulli: “Denunciate per tornare a ridere”

La storia di Flavia presa di mira dai compagni di scuola.  Ha trovato il coraggio di ribellarsi e partecipa alla campagna della polizia

ROMA. “Balena, balena, sei una grassa balena”. Ci sono bambini che dell’infanzia ricordano le filastrocche, e altri, come Flavia, che ricordano gli insulti. Flavia cicciona, Flavia secchiona, Flavia che ha paura di prendere l’autobus perché i compagni la spingono giù dal marciapiede, la strattonano, la scherniscono. “Sono stata un bersaglio fin dalle scuole elementari, se un giorno non avessi trovato il coraggio di raccontare tutto a mia madre, e poi di denunciare i bulli, adesso non sarei qui”. Flavia Rizza ha 17 anni, gli occhi profondi e la determinazione di chi ha deciso di riprendersi la giovinezza. Flavia, ex vittima, è diventata oggi testimonial della grande campagna contro il bullismo e il cyberbullismo “Una vita da social”, che la Polizia Postale sta portando avanti da tre anni e di cui oggi saranno presentati i risultati. Una campagna itinerante, condotta in giro per l’Italia con un grosso truck per incontrare ragazzi, genitori e insegnanti e spezzare il silenzio che circonda vittime e carnefici. Nella sede della Polpostale, Flavia racconta i suoi dieci anni inferno.

Tutto è cominciato in prima elementare?
“Quando ho iniziato ad ingrassare. Mi prendevano in giro. Soprattutto un mio compagno di classe. Mi picchiava, rubava le mie cose, il diario, i quaderni, l’astuccio. Avevo paura di lui”.
E le maestre?
“Lo sgridavano, ma poi lasciavano correre… Cose da bambini, dicevano. Invece no, era un bullo fin da piccolo”.
Ma non riuscivi a difenderti?
“Ci provavo, ma ero spaventata, insicura. Una bambina grassa che soffre e si chiude in se stessa. Il peggio è che alle Medie ci siamo ritrovati nella stessa classe. E la persecuzione è ricominciata, anzi peggio”.
Però tu eri bravissima a scuola.
“Sì, ma agli occhi di quei bulli ero soltanto una secchiona da sfruttare per farsi passare i compiti. Mi aspettavano alla fermata, mi chiamavano “balena” e mi spingevano in mezzo alla strada mentre passavano le auto. Avevo così paura che per anni sono tornata a casa a piedi”.
Ti sei mai chiesta perché fossi diventata un bersaglio?
“Forse perché ero grassa, forse perché ero troppo brava a scuola e spesso parlavo con i professori? Ma in realtà poi ho capito che non c’è una vera ragione quando si diventa vittime di bullismo”.
E i tuoi genitori?
“Mia madre era preoccupata, vedeva che perdevo la voglia di andare a scuola, di uscire di casa. Mi vergognavo però di dirle quanto male mi facevano i compagni. Poi sono successe due cose terribili”.
Riguardano i social?
“Un giorno qualcuno mi ha fotografato di spalle mentre ero appoggiata alla cattedra, per far vedere quanto era grosso il mio sedere. Immaginate i commenti. E come mi sono sentita quando ho visto sul cellulare di una compagna quanto mi prendevano in giro”.
Avevi delle amiche?
“Alcune dicevano di esserlo ma poi si schieravano coi bulli per paura. Era come se mi volessero annientare. Fino a che qualcuno ha aperto un profilo Facebook falso con il mio nome. Scrivendo cose terribili ai pochi amici che mi rimanevano. Da un giorno all’altro mi sono ritrovata sola, tutti mi voltavano le spalle”.
Quel giorno hai deciso di reagire?
“Sì, aiutata da mia madre ho scritto alla Polizia Postale. Avevo letto di Andrea, quel ragazzo che si era ucciso… Ho avuto paura. Ma la svolta è arrivata con il truck”.

Il camion della Postale.
“Erano sulla piazza di Ostia. Sono entrata e ho capito che potevo reagire.

Così ho scritto la mia storia sulla loro bacheca Facebook. Mi hanno cercata, aiutata, e mi hanno fatto capire che potevo essere utile a tanti altri ragazzi”.

Qualcuno di quei bulli ti ha chiesto scusa?
“No, mai e nemmeno i loro genitori “.

 

di MARIA NOVELLA DE LUCA – La Repubblica.it

 

Il fascino del gioco in aumento tra giovani e bambini- Lo scenario

Aumentano i giovani che provano l’esperienza della scommessa.  Più che l’attrazione della vincita e del denaro secondo gli esperti il richiamo più forte proprio è la possibilità di trascorrere più tempo giocando

Ragazzi prigionieri dell’azzardo (ma senza l’esca della vincita) di Ruggiero Corcella – corriere.it

Dal gambling al gaming, il passo è breve: nei prossimi cinque anni, il nuovo paradigma della dipendenza da gioco per i ragazzi in età scolare non sarà più – o soltanto – l’alea, l’azzardo per vincere soldi, quanto il gioco in sé. Ne è convinta Sabrina Molinaro, responsabile della Sezione di Epidemiologia e Ricerca servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica-CNR Pisa, che dal 2008, attraverso gli studi IPSAD e ESPAD, monitora l’andamento delle dipendenze in Italia. «L’attenzione dei ragazzi si sta spostando sempre di più sulle app di gioco da utilizzare sui telefonini. Non si vincono soldi, ma la possibilità di giocare per più tempo». Si tratta del cosiddetto gioco con ticket redemption, dove la vincita consiste appunto in ticket (biglietti) che possono successivamente essere convertiti in premi. Il fenomeno è già stato segnalato in passato. In base alle previsioni degli esperti, tuttavia, adesso rischia di esplodere. La tipologia degli strumenti di gioco utilizzate varia dalle app di telefonini e tablet, alle macchinette del tutto simili alle slot machine che ormai popolano anche aree apposite nei centri commerciali. I produttori di questi dispositivi le definiscono di «puro intrattenimento» e sottolineano che si servono dei ticket come per una normale raccolta punti. Insomma nient’altro che un modo per fidelizzare i clienti.

Slot machine per bambini

«Ma perché un minorenne dovrebbe giocare alle slot?» si chiede Matteo Iori, presidente del Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo (Conagga) e dell’associazione Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia. «Eppure se facciamo una ricerca su un app store, inserendo le parole “slot machine” troveremo circa 2.200 app gratuite da scaricare. Se poi digitiamo “slot machine e bambini”, è possibile scaricare app pensate per bambini dai 4 agli 8 anni. Sono legali, non si vince denaro. Da un punto di vista culturale, però, questo dice qualcosa, perché da grande quel bambino si avvicinerà alle slot nei bar con una familiarità maggiore di quella di chi non ha mai giocato. Quindi non stupisce che i ragazzini giochino e noi lo constatiamo in moltissime scuole». Lo studio ESPAD Italia, realizzato nel 2015, ha evidenziato che il 49% degli studenti di 15-19 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e il 42% lo ha fatto nell’anno antecedente la rilevazione. Fino al 2013, le percentuali erano rimaste invariate per il gioco nella vita (con prevalenze del 51-52%) e fino al 2011 per quelle riferite all’anno precedente a quello di rilevazione (47%). Nel 2014, addirittura, la prevalenza del gioco nella vita era scesa al 47% e quella riferita all’anno al 39%. L’anno scorso, dunque, si è registrato un aumento. Sessantamila ragazzi in più hanno detto di aver giocato, il 42% della popolazione studentesca, cioè 1 milione di giovani.

Inversione di tendenza

«La percentuale rilevata preoccupa – sottolinea Sabrina Molinaro, che ha presentato i dati a fine giugno nell’ultima riunione dell’Osservatorio Nazionale contro il gioco d’azzardo -, anche perché fa segnare un’inversione di tendenza per la prima volta dopo cinque anni». Per avere la certezza di questo cambiamento di rotta sarà necessario aspettare i dati consolidati del 2016 e del 2017. Il campanello d’allarme comunque resta e non va sottovalutato. «Come associazione Centro Sociale Papa Giovanni XXIII abbiamo fatto un progetto con il Ministero dell’Istruzione – aggiunge Matteo Iori -, andando a parlare nelle scuole, dalle medie alle prime classi delle superiori. Abbiamo incontrato tanti giovani e ho visto esattamente qual è il loro grado di vicinanza ai giochi d’azzardo. In teoria non dovrebbero neanche conoscerli perché sono vietati a ai minorenni. In pratica, la stragrande maggioranza ha già giocato d’azzardo almeno qualche volta e l’ha già fatto soprattutto con i giochi che non destano particolare allarme sociale da parte degli adulti come ad esempio il Gratta e vinci, il Lotto e il Super Enalotto , anzi a volte anche con l’accompagnamento “culturale” dei genitori».

Maggiore consapevolezza

«Dopo decenni di “martellamento” pubblicitario, la crescita del gioco e la diffusione di proposte di gioco d’azzardo in ogni luogo – aggiunge Iori -, credo però ci vorrà del tempo prima che i genitori si rendano conto di quanto possa essere importante anche il loro esempio». Sembra tuttavia di percepire qualche timido segnale di una maggiore consapevolezza dei pericoli che il gioco d’azzardo comporta nello sviluppo dei ragazzi, sia da parte dei genitori che degli esercenti. Resta da superare anche l’ambiguità di fondo dello Stato, che continua a operare in evidente “conflitto di interessi”: dal gioco d’azzardo legalizzato, l’erario ha incassato 9 miliardi nel 2015, su un totale di 88 miliardi spesi dalle famiglie italiane, e non è in grado di rinunciare all’introito. D’altro canto, all’interno della Legge di stabilità sono stati destinati dal fondo sanitario 50 milioni di euro per intervenire sulla patologia del gioco.

Bulli in famiglia: come gestire un figlio che “schiaccia” l’altro

La prevaricazione fra le mura domestiche è più frequente di quella fra pari. Ma cosa possono fare i genitori che si trovano a farei i conti con questo scenario? Tre cose: accorgersi per tempo del problema, affrontare i comportamenti di prevaricazione e tutelare i più deboli. La psicoterapeuta Lucia Portella spiega come

DI STEFANIA MEDETTI  DRepubblica 

Un bullo in famiglia crea tre tipi di problemi: ai fratelli che ne sono vittima, ai genitori che devono gestirlo e a se stesso, perché affermarsi schiacciando gli altri non è mai una buona strategia. “Partiamo da qui: il danno che il bullo fa a stesso è notevole, in quanto intraprendere la strada della prepotenza e dell’affermazione di sé a tutti i costi gli impedisce di conoscersi e accettarsi nelle proprie reali caratteristiche, positive e negative”, esordisce da Milano la dottoressa Lucia Portella, psicoterapeuta (www.luciaportella.it). Dunque, proprio perché si proietta nel mondo in un modo non corrispondente alla realtà, il bullo è costretto a replicare il proprio copione e a dimostrare sempre di essere forte e invicibile. “Il risultato è che la vita familiare si trasforma in un campo di battaglia”. E non si tratta di casi isolati.

I contrasti sfuggono al radar
Secondo una recente ricerca condotta dall’Università del Nebraska-Lincoln, il bullismo fra fratelli è la forma più frequente del fenomeno, superiore nei numeri a quello che avviene fra pari, a scuola o nel quartiere. Con l’aggravante che gli autori e le vittime, ma spesso anche i genitori, non lo riconoscono in quanto tale. Il campionario del bullismo domestico, in realtà, è ampio e variegato e va da commenti sarcastici all’ignorare e ostracizzare la vittima, dalla diffusione di pettegolezzi e bugie fino alla violenza fisica vera e propria, il tutto condito da ripetitività e volontà di ferire. “Il problema è che, molto spesso, questo insieme di comportamenti viene etichettato semplicemente come rivalità fra fratelli”, spiega Lori Hoetger, uno dei ricercatori che hanno realizzato lo studio. Il tempo, in questi casi, non sana le ferite. L’Università di Oxford, per esempio, ha scoperto che le vittime del bullismo domestico sono doppiamente a rischio di depressione e di gesti autolesionistici, rispetto agli altri giovani adulti che non sono stati tormentati dai fratelli durante l’infanzia.

Soluzioni su tre fronti
Ma cosa possono fare i genitori che si trovano a farei i conti con questo scenario? Tre cose, innazitutto: accorgersi per tempo del problema, affrontare i comportamenti di prevaricazione e tutelare i più deboli. “I segnali da non sottovalutare sono un bambino spesso capriccioso, scontento, richiedente in modo assillante. I bambini, infatti, dovrebbero trovare il loro modo di essere appagati almeno nella maggior parte delle loro attività, ma se così non fosse, può essere sintomo di un problema”. Perché bulli, di solito, non si nasce, ma si diventa. E questo avviene quando l’aggressività, che la maggior parte dei bambini possiede, non è ben amministrata e direzionata, ma viene usata per raggiungere i propri scopi a discapito di altri. I genitori, dunque, devono sorvegliare le modalità che il bambino escogita per affermarsi, rifiutando quelle tendenti alla prevaricazione: “Fin da quando cominciano a esprimersi con gesti e prime parole, i bambini imparano che possono essere compresi, ma che anche loro devono sforzarsi di considerare il volere altrui”. Insegnare l’empatia e instaurare rapporti sulla parità – io rispetto te, tu rispetti me – aiutano a evitare che il bambino si consideri il re assoluto e lo stimolano a trovare un posto nella comunità familiare.

Non essere passivi
Nell’equazione, però, non c’è solo il bullo e una cosa assolutamente da evitare è la passività: “Il genitore ha il dovere di intervenire nel momento in cui si accorge che i rapporti fra i bambini sono rapporti di forza bruta, dove il più forte sovrasta regolarmente il più debole”. In presenza di forze sproporzionate, la politica del lasciare che i figli si arrangino fra di loro, infatti, non è praticabile: “I bambini vittime di un fratello prepotente, infatti, vivono un fortissimo senso di ingiustizia e di rabbia nei confronti di genitori che se ne lavano le mani”. In molti casi, a fronte di un fratello prepotente, i bambini imparano a difendersi, ma c’è anche chi si ritira in se stesso, modifica comportamenti in relazione al cibo o al sonno: “Quando un bambino pensa di non doversi esporre per non incorrere in reazioni aggressive, la fiducia verso il mondo può diminuire e la dose di diffidenza può raggiungere livelli pericolosi”.

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Sicuro che fosse tutto uno scherzo? (Lettera a LUI)

Cari lettori di GIC, desideriamo condividere con tutti voi la lettera che un ragazzo fiorentino vittima di bullismo ha voluto, tramite il nostro sito, rendere pubblica e i cui genitori ne hanno autorizzato la pubblicazione chiedendoci di darle la massima visibilità.

Ciao, ti ricordi di me?
Io non ti ho mai dimenticato… ma ti starai chiedendo come mai ti scrivo.
Ebbene, voglio farti capire la gravità di quello che hai fatto e del bullismo in generale.

So già cosa stai pensando: “Non era bullismo, stai esagerando, come sempre: erano solo innocenti scherzetti”. D’altronde è quello che dicevi ogni volta che tu e gli altri mi facevate qualcosa: è una caratteristica tipica del bullismo, si tende a sminuire i fatti rendendoli insignificanti persino agli occhi dei professori, ma le vostre angherie non sono mai diminuite. A causa tua ogni giorno tornavo da scuola esasperato e stanco, non ce la facevo più, mentre quasi tutti credevano che fosse uno scherzo.

Io, come molte persone vittime di questo grave problema, sono molto suscettibile (e alle medie lo ero ancora di più), e mi arrabbiavo per ogni minima insinuazione. Questo è il fattore che mi rendeva la vittima ideale ai tuoi occhi. Ogni giorno non smettevi di offendermi fino al suono della campanella, e quando io, ingenuamente, mi arrabbiavo e cercavo di reagire, voi ridevate. Ancora non riesco a capire come questo possa essere uno spettacolo. Può essere divertente vedere una persona soffrire? Evidentemente sì, e tu ne sei la prova.

Come se le parole non bastassero, ero sempre costretto a comprare nuovo materiale, poiché la mia cartellina, il mio astuccio o la mia intera cartella venivano usate per partite di calcio o altri “giochi”. Mi ricordo ancora di un pomeriggio in cui mi avevate nascosto ogni cosa tra i cespugli del cortile e avevo passato mezz’ora dopo la fine dell’ultima lezione per ritrovarli.

Tutto questo mi scatenava tantissima rabbia, che vi divertiva e quindi vi spingeva a continuare: era un circolo vizioso. Tutto ciò mi ha provocato un netto abbassamento dell’autostima, di cui soffro ancora, con conseguenti crisi ansiose e vari altri problemi.

Le dinamiche del bullismo tuttavia non sono adeguatamente riconosciute.
Ci sono i “carnefici”, una categoria formata da persone fisse che ripetono continuamente gli atti, e persone casuali che a volte si uniscono: possono contri-buire in qualsiasi modo, dalla violenza alla risata, ma sono comunque colpevoli.
Poi ci sono le “statue”, persone che guardano immobili la scena e continuano con un atteggiamento omertoso, considerando la cosa poco grave o pericolosa nel caso iniziassero a parlarne. Spesso fanno parte di questa categoria anche i professori: anche se qualcuno è contrario, di solito la maggioranza tende a sminuire gli avvenimenti. Se infatti una di queste condizioni non si verifica e non è possibile classificare gli alunni in queste categorie, allora il bullismo non esiste in quell’ambiente.

Immagino tu già sappia a quale categoria appartieni.

La guerra in classe avviene quando la vittima non è a sua volta omertosa e quindi denuncia i fatti. A questo punto ci sono due possibilità: o qualcuno si schiera dalla parte della vittima o tutti fanno finta di niente. Quest’ultimo era il mio caso.

La cosa peggiore di questa soluzione è che di solito i compagni tentano di convincere anche il perseguitato che la cosa è normale, e che è lui a esagerare la situazione: io stesso ho iniziato a dubitare che questo fosse bullismo.

La conferma è arrivata con il primo caso riconosciuto all’unanimità: quando mi avete trascinato in bagno, mi avete spinto contro il muro, fatto un video e messo su youtube. Quello era un fatto troppo grave per essere ignorato, e avete cominciato a incolparvi a vicenda, cercando anche di mascherare i fatti. Purtroppo per voi è stata chiesta la mia testimonianza. La punizione è stata minima e totalmente inutile: pulire la scuola durante le ore di lezione.

PERCHÉ LA SCUOLA HA COSÌ POCA AUTORITÀ?

Per fortuna l’incubo finiva fuori dai cancelli scolastici: per me un’offesa su un social network si può eliminare, si può ignorare, può essere bloccata. È quello che ho fatto quando hai provato a offendermi anche sul web.
Ma per molte vittime non è così: un messaggio può essere qualcosa di indelebile, spesso visibile a tutti, o, alcune volte, anonimo. Penso che essere perseguitati anche in casa provochi un senso di oppressione tale da sfociare persino nel suicidio. Sotto questo punto di vista mi ritengo molto fortunato.

Spesso ti difendevano dicendo “Non vedi che ha problemi familiari, non puoi provare a sopportarlo?”. Ma questa è una giustificazione assolutamente insensata: non è giusto che una persona che ha una situazione familiare difficoltosa sia autorizzata a compiere atti di questo tipo. Inoltre tu eri l’unico fra i carnefici con questo tipo di problema, infatti molti bulli non hanno particolari disagi. Trovo che dovresti andare da uno psicologo, uno molto bravo, invece di sfogarti su qualcuno.

“Sono ragazzi” è una delle giustificazioni più odiose inventate dai genitori dei prepotenti, spesso pensando che il loro figlio sia un “angioletto”, quando in realtà cambia comportamento da quando è a casa a quando si trova a scuola.
Questo è uno dei fattori scatenanti del bullismo: i genitori incompetenti.
Non dico che tutti i genitori dei bulli non siano bravi, a volte dipende solo dai figli, ma a volte questi non sono adeguatamente seguiti. Mi ricordo che era la frase preferita da tua madre quando i miei la chiamavano per denunciare i tuoi soprusi.

Un’altra frase simile, anche se spesso detta per buoni fini, è “E tu non arrabbiarti”. Ma è una delle frasi che mi faceva arrabbiare di più: come ho già detto le vittime sono solitamente molto suscettibili e i bulli sfruttano questo loro punto debole, facendo inoltre aumentare l’irascibilità.
Dire questa frase può sembrare di aiuto, ma alle mie orecchie suonava come “Hai un problema? Risolvilo!”.

Spero di averti fatto riflettere con questa lettera, su quello che hai fatto a me e non so se anche ad altri. Ti volevo far capire come il bullismo sia un atto crudele; perciò se stai ora stai facendo a qualcun altro la stessa cosa che hai fatto a me ti prego di smettere.

Mi auguro inoltre di non vederti mai più.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

La settimana di Carey al Meyer, per il nuovo libro

Lo scrittore inglese starà coi bimbi dell’ospedale da lunedì. Oggi al via la sua mostra

Chiara Dino su Corriere Fiorentino

Ha uno sguardo sornione, porta degli occhiali alla Harry Potter ed è dotato di un’immaginazione fuori dal comune. Edward Carey: chi ha dei figli lo conosce già o potrebbe cogliere questa occasione per conoscerlo e dunque leggere i suoi libri. E la cosa vale anche per gli adulti. Perché lui, l’autore della saga degli Iremonger, famiglia inglese dell’Inghilterra vittoriana che vive in un mondo parallelo fatto di oggetti parlanti, discariche e misteri, parla a tutti. Tutta la settimana prossima sarà a Firenze per un progetto che farà parlare di sé, ed è organizzato insieme con la Milanesiana di Elisabetta Sgarbi. Ma non solo. Oggi, dalle 17,30 inaugura alla Tornabuoni Arte Contemporary Art (via Maggio, 58 r), la sua mostra interamente dedicata alle illustrazioni dei suoi Iremonger. Carey, infatti, è uno che i suoi libri li illustra anche, anzi a esser precisi sostiene che i suoi racconti partano proprio dal disegno di un o più personaggi. E prima, alle 16,30, passerà dalla libreria Clichy (via Maggio, 13 r) per firmare l’ultimo volume della saga, Lombra.

L’occasione per la full immersion fiorentina dello scrittore inglese, che qualcuno paragona a Dickens e che in Italia è pubblicato da Bompiani, però arriva a partire da lunedì 4. Quando Carey entrerà all’ospedale Meyer dove starà in residenza per una settimana intera. L’iniziativa s’intitola «Edward Carey incontra Lucy e Clod all’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze» dai nomi degli eroi dei suoi libri, ed è nata su input del presidente del Centro Studi Fondazione Gianpaolo Donzelli e di Elisabetta Sgarbi. Quello che ne verrà fuori sarà probabilmente del materiale per il suo prossimo romanzo. Ma non solo. Perché la sua presenza tra corsie, bimbi, medici, infermieri potrà fare da stimolo per accostarsi alle malattie dei piccoli pazienti con occhio nuovo, dando alla potenza della narrazione, dell’osservazione e dell’ascolto il giusto spazio in un contesto come quello dove a soffrire sono i bambini. « La Pediatria in particolare — è l’idea della fondazione Meyer — è una scienza che si basa su pratiche comunicative e narrative: ascoltare e partecipare alla storia di malattia di un bambino è un aspetto fondamentale della vita professionale del pediatra di ogni giorno. Ed è su questa linea, che prende corpo l’idea della residenza all’interno dell’Ospedale e la scelta di uno scrittore come Edward Carey. Nei suoi libri e nelle sue illustrazioni, dimostra una grande capacità di entrare nei meccanismi di quel mondo che sta tra l’adolescenza e l’essere adulto, cupo, pieno di disagi; di saper esplorare e raccontare il confine tra normalità e patologia». La residenza di Carey nell’ospedale pediatrico fiorentino è in assoluto la prima in contesti simili.

Molto forte e incredibilmente vicino (il Cinema)

“Utilizzare il linguaggio cinematografico come strumento per stimolare il dialogo all’interno della famiglia”

GIC intervista l’Associazione CO-CO’ che ha ideato la rassegna di film e laboratori per bambini “Cinema in Famiglia” appuntamento domenicale allo Stensen di Firenze.

L’iniziativa dedicata alle famiglie ha proposto da novembre 2015 ad aprile 2016 otto film per genitori con, in contemporanea,  altrettanti laboratori per i figli sul medesimo tema a partire da brani di film di animazione.

L’Associazione offre il primo spazio di coworking con area baby a Firenze, in cui i genitori ritrovano l’accoglienza di una casa e la funzionalità di un ufficio.

1. Quali sono gli obiettivi di questa formula innovativa di intrattenimento che ha proposto laboratori e film su temi quali tra gli altri intercultura, consumi, alimentazione e affettività ?

Utilizzare il linguaggio cinematografico come strumento per stimolare il dialogo all’interno della famiglia. Abbiamo voluto offrire un’occasione unica, rivolta all’intera famiglia, per riflettere su un tema specifico, con attività svolte in parallelo, nello stesso luogo, declinate secondo l’età dei partecipanti: per i grandi la visione di un film e il dibattito a seguire con esperti, per i bambini un laboratorio in cui venivano proiettati estratti da film di animazione, affini alla tematica scelta per gli adulti, e stimolati a riflettere e a confrontarsi sullo stesso argomento attraverso giochi e attività manuali. Centrale nel progetto è la sala cinematografica, in quanto, fin dalle sue origini, è luogo di incontro, di dialogo e di socialità.
Abbiamo infatti pensato che l’attività non si concludesse al termine dell’incontro, ma che tornati a casa adulti e bambini, potessero confrontarsi sullo stesso argomento grazie alle esperienze vissute in parallelo.

2. Le “fonti di ispirazione” della rassegna sono stati determinati film da proporre o piuttosto alcuni temi per i quali avete scelto la proiezione adatta ?

Da un punto di vista operativo, il primo passo è stato quello di scegliere delle tematiche che fossero di valore per le famiglie (integenerazione, affido e accoglienza, alimentazione, ambiente, scuola, gravidanza e maternità, la coppia)  ; successivamente sono stati individuati i film e le attività che meglio potessero essere di aiuto per veicolare il contenuto. Il progetto nasce come un unicuum ed è stato sviluppato grazie alla sinergia tra la Fondazione Stensen e due operatori dell’Associazione Co-Cò Spazio Co-stanza, Ilaria Di Milla e Jacopo Sgroi, professionisti della comunicazione che lavorano nel settore cinematografico oltre ad avere un’esperienza in ambito didattico in progetti legati al cinema e all’infanzia;  hanno sviluppato la proposta dei titoli dei film per la rassegna e gestito i laboratori con i bambini.

3. Quali finalità hanno le attività laboratoriali scelte per i bambini ?

Per i bambini abbiamo scelto quella che riteniamo essere una formula efficace:
“FRUZIONE – AZIONE > RIELABORAZIONE”; da un lato abbiamo il film (FRUIZIONE),  le immagini in movimento, con la loro forza espressiva, capaci di stimolare la fantasia dei piccoli spettatori e di trasmettere un contenuto “alto”, utilizzando il linguaggio filtrato della favola o del racconto di immaginazione; dall’altro, il laboratorio manuale (AZIONE), che segue la filosofia del maestro Bruno Munari dell’imparare facendo; questo ha permesso ai bambini di rielaborare il contenuto veicolato dal film, diventando protagonisti in prima persona di un’azione creativa, confrontandosi contestualmente con gli altri partecipanti del laboratorio, prima di tornare dalle proprie famiglie e confrontarsi infine con loro.

4. Il cinema quindi come mezzo con potenzialità educative per i modelli di comportamento e delle relazioni familiari?

La prima edizione di Cinema in Famiglia ci ha dato conferma del fatto che non si è trattato solo di una rassegna cinematografica ma di un percorso di crescita personale, per adulti e bambini, partendo dall’esperienza cinematografica per diventare esperienza di vita. Il cinema, infatti, ispirando modelli, comportamenti, scelte e visioni del mondo – che non solo rappresentano la vita, ma la trasformano – può incidere profondamente nei processi di apprendimento e crescita di ognuno, anche e soprattutto dei più piccoli.

5. Come si inserisce la rassegna Cinema in Famiglia nelle finalità della fondazione Stensen?

Lo Stensen da sempre cerca di utilizzare il cinema (anche) come spunto di riflessione e confronto, attraverso rassegne tematiche, iniziative singole e con la programmazione giornaliera. La possibilità di costruire assieme all’Associazione Co-Cò uno spazio dedicato al pubblico delle famiglie, con bambini fino ai dieci anni, riuscendo a costruire un percorso parallelo ma separato per genitori e bambini, è stato considerato affascinante fin da subito e tuttora si è convinti che possa essere perseguito con i dovuti aggiustamenti organizzativi. Per come si sta profondamente modificando la fruizione cinematografica questa iniziativa, come altre in ponte, può servire a rafforzare il cinema come momento di incontro, socializzante e collettivo, e come occasione di dialogo e confronto intergenerazionale. L’unica pecca rimane il fatto che la sostenibilità economica di un percorso del genere è assai difficile, viste le risorse che tutti devono mettere in campo.

6. Qual è l’obiettivo della Associazione CO-CO’ nella collaborazione a questa iniziativa?

L’Associazione CO-CO’ pone tra i suoi principali obiettivi: la conciliazione delle esigenze di adulti e bambini in termini di spazi e di tempi; la facilitazione dell’accesso alla cultura da parte di adulti e bambini – partendo dal presupposto che non si può vivere di solo lavoro ;la sensibilizzazione su tematiche di attualità importanti come l’ambiente e i grandi mutamenti sociali (migrazioni, intercultura, integenerazione, ecc.)
Cinema in Famiglia costituisce pertanto uno strumento assolutamente paradigmatico di come questi tre obiettivi prioritari possono essere perseguiti attraverso l’organizzazione di una rassegna capace di mettere insieme il piacere del tempo libero e al contempo la possibilità di informare e sensibilizzare fornendo importanti spunti di confronto a grandi e piccini.

7. Infine un bilancio della prima edizione di Cinema in famiglia : che risposta avete ricevuto in termini di presenze e con quale livello di gradimento ?

Il bilancio è complessivamente positivo, nonostante l’orario della domenica mattina scelto per esigenze di programmazione (e che in inverno ha funzionato bene, ma nelle belle giornate decisamente meno) – c’è stato un buon riscontro da parte del pubblico e diverse famiglie che sono tornate più volte, confermando il gradimento dell’esperienza sia degli adulti che dei bambini.
Un altro apprezzabile segnale di gradimento è costituito dalla partecipazione del pubblico ai dibattiti che seguivano la proiezione del film, infatti a prescindere dal numero delle persone in sala, il confronto tra i relatori e il pubblico è sempre stato molto vivace e riteniamo che proprio questo confronto abbia un elevato valore sociale per la capacità di informare e sensibilizzare su tematiche di attualità molto importanti in uno spazio, il cinema, e in un momento, la domenica, dedicati al tempo libero.
Vedere tornare i bambini è stato un segnale importante per capire che, al di là dei titoli proposti e che molte volte i bambini già conoscevano, i temi erano trattati con l’approccio giusto e la familiarità con gli operatori ha permesso loro di fare un vero e proprio percorso di crescita.
Il limite principale, ad oggi, risiede senz’altro nella difficoltà di poter garantire la sostenibilità economica della rassegna.

8. Il riscontro positivo comunque vi orienta a proporre una nuova edizione. Ci sono novità che state pensando per la prossima programmazione?

La seconda edizione si terrà fine settembre/inizio ottobre 2016 a fine febbraio/inizio marzo 2017, ogni 3 settimane.
Il luogo è ancora in via di definizione, l’idea è quella di cambiare giorno spostando la rassegna al pomeriggio della domenica o del sabato, e questo anche in base alle osservazioni arrivate – tramite social e sito – dai nostri potenziali utenti.
Stiamo anche verificando la possibilità di avere finanziamenti ad hoc e patrocini tali da poter garantire la diffusione dell’evento su più larga scala.

Arrivederci a settembre con Cinema in Famiglia!

Come “sopravvivere” all’adolescenza dei figli

Letto per voi  da GIC

Un’analisi delle problematiche e i consigli ai genitori di autorevoli esperti in un interessante articolo su Elle.it

Adolescenza e genitori: come sopravvivere ai figli . Dai diari dell’umore per ragazze all’attività fisica per i ragazzi, ecco come sopravvivere all’adolescenza dei figli.  di Daniela Ovadia  Elle.it

Ansiosi, tormentati, scontrosi, dipendenti dal computer e dal cellulare, sempre più bisognosi dell’aiuto dello psicologo per superare gli scogli della vita: sono gli adolescenti di oggi, divisi tra scuola e famiglia, strattonati tra genitori portatori di valori d’altri tempi e un mondo in vorticoso mutamento.

«Mai le richieste di supporto psicoterapeutico per adolescenti sono state così alte», spiega Andrea Cortesi, psicologo del Centro di Terapia famigliare e psicoterapia infantile di Milano. «E alla base del disagio c’è spesso l’ansia, motore principale di tutte le altre manifestazioni, dalla depressione ai disturbi dell’alimentazione come l’anoressia e la bulimia».

Non a caso la fase più critica si manifesta intorno ai 14 anni, con l’ingresso nella scuola superiore: «I ragazzi non reggono l’impatto con una scuola selettiva e la loro ansia è da prestazione. Siamo una società basata sulla conoscenza: per stare al passo bisogna sapere molte più cose che in passato. In famiglia spesso assistiamo alla completa assenza della figura paterna, il cui ruolo genitoriale viene supplito in toto dalla madre. Manca quindi un equilibrio necessario al contenimento dell’ansia», spiega ancora Cortesi.

Che sia davvero così lo confermano i dati di una recente indagine promossa da Eurispes e Telefono Azzurro su oltre 1.500 adolescenti dai 12 ai 19 anni. La maggioranza degli intervistati (oltre il 56 per cento) teme di deludere i genitori, mentre quasi il 53 per cento ha paura, in generale, di fare brutta figura. Non a caso cominciano ad abbondare i reality tv sul tema, come per esempio quelli andati in onda su Real Time, Extra Large, adolescenti, sui ragazzi obesi, o ancora Tesoro, salviamo i ragazzi!, su Fox Life, su teenager fuori controllo e incapaci di rispettare paletti o senso del limite.

E quanti di noi non si sono sentiti rispondere dai figli, gli occhi al cielo, mamma, non mi asciugare!, stai scialla!, uffa, che sbatti!, davanti alle forme più elementari di richiesta? Mentre i genitori rimangono spiazzati di fronte a sintomi che vanno dai problemi di sonno alla nausea mattutina, legata alla scuola, fino a difficoltà di concentrazione, irritabilità e sbalzi d’umore inspiegabili,con una certa facilità al pianto. E le più insicure sono le ragazze, che alle comuni insicurezze su coetanei, scuola e vita sociale, sommano anche quelle sull’aspetto fisico e sulla propria stabilità emotiva, come spiega bene Erin A. Munroe, counselor di Boston, negli Stati Uniti, specializzata nella salute mentale degli adolescenti e autrice di un best seller ora tradotto anche in italiano da Franco Angeli, Ragazze, controlliamo l’ansia!.

Le ragazze? Più vulnerabili

«Perché l’ansia colpisce proprio le ragazze? Le ipotesi sono molte: ci potrebbe essere una componente genetica, quando anche la madre è un tipo ansioso. Oppure una causa ormonale o, infine, una componente sociale, perché ci si aspetta che le donne prendano a cuore ogni cosa. Ci sono studi a sostegno di ciascuna di queste teorie, ma la sostanza è che l’ansia, se da un lato può essere una benzina formidabile che permette di ottenere il meglio da sé, quando supera una certa soglia diventa controproducente», spiega la Munroe. Ragazze più vulnerabili, dunque; ma anche ai maschi non viene risparmiato il disagio, anche se a volte lo manifestano con minore intensità oppure lo condividono solo con i coetanei, spesso attraverso internet e i social media.

«Non dobbiamo però temere le nuove tecnologie, ma comprenderle, specie per quel che riguarda il loro impatto sull’evoluzione dei ragazzi», spiega Matteo Lancini, psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano e docente presso la Scuola di formazione in psicoterapia dell’adolescente. Insieme alla collega Laura Turuani ha scritto Sempre in contatto-Relazioni virtuali in adolescenza (Franco Angeli), dove affronta con lo sguardo del terapeuta il mondo emotivo dei nativi digitali, constatando che i cellulari e le chat vengono spesso lasciati perennemente accesi per non sentirsi soli in una casa dalla quale i genitori sono assenti per molte ore. E Facebook aiuta anche a mitigare le paure legate all’amore, al proprio corpo e alle prime storie sentimentali.

«Ma non sempre è un bene», spiega un guru della psicosomatica, Riccardo Marco Scognamiglio, direttore dell’Istituto di psicoterapia integrata di Milano. «Corpo e mente non vanno disgiunti. Internet e i media “mentalizzano” troppo. Il problema degli adolescenti oggi è che sono bombardati e mancano di consapevolezza del proprio corpo. E di emozioni vissute in modo reale. Sempre iperconnessi, intossicati da telefonini, iPod, iPad…, ingorgati da stimoli mediatici, perdono la componente concreta della relazione. Ciò favorisce la comparsa di una sorta di ingorgo somato-psichico: un eccesso di emozioni virtuali che si trasforma in ansia, e quindi in disturbi psicosomatici (come il mal di testa o di pancia). E insieme un corpo che manda segnali che si trasformano in sintomi psichici. È un po’ quel che accade nelle persone che soffrono di attacchi di panico quando hanno un calo di zuccheri».

Per evitare tale ingorgo è fondamentale che i genitori stimolino sia la sfera fisica sia quella emotiva dei ragazzi, coltivando interessi nel mondo reale, invitandoli a provare sensazioni piacevoli e a sperimentare nuovi contesti. «Educare alla realtà. Sembra facile, vero? Eppure pare che le famiglie abbiano perso questa capacità. Imparare a usare la tecnologia per crescere, senza demonizzarla o diventarne schiavi. Molti adulti sono incapaci di trasmettere cultura, emozioni e, così facendo, creano adolescenti sofferenti e futuri adulti insicuri», conclude Scognamiglio.

La paura di non essere all’altezza

Non solo il corpo dell’adolescente è in subbuglio ma anche il cervello. «Dare il giusto peso agli eventi. Esprimere giudizi razionali. Una difficoltà di tutti i teenager che è conseguenza della incompleta maturazione dei sistemi neurali nel loro cervello», spiega Gabriella Bottini, docente di neuropsicologia all’Università di Pavia. «Diversi studi che hanno usato tecniche di imaging funzionale – cioè che hanno valutato il cervello di adolescenti mentre prendevano decisioni o affrontavano problemi – hanno mostrato un’immaturità dei lobi frontali, le strutture cerebrali che governano il nostro comportamento e svolgono il ruolo di controllori delle pulsioni per renderci adatti alle regole sociali».

Questa è la ragione per cui gli adolescenti sono inclini a prendere più rischi rispetto agli adulti. «Ovviamente ambiente e cultura mitigano i fenomeni biologici. Nel comportamento dell’adolescente contano molto educazione e contesto sociale, ma un certo grado di instabilità emotiva è pressoché inevitabile», conclude Bottini. Tutto sta nel non superare certi limiti e, soprattutto, nell’identificare precocemente chi ha bisogno di aiuto perché il disagio è diventato malattia.

«Un adolescente gravemente ansioso o depresso, affetto da attacchi di panico o, viceversa, tendenzialmente ossessivo, non manifesta questi sintomi all’improvviso», conclude Andrea Cortesi alla luce della sua esperienza clinica. «Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che mostrano disturbi fin dall’infanzia». Quali sono, quindi i campanelli d’allarme? «Sono da tenere d’occhio i piccoli che si ammalano spesso e hanno frequenti febbriciattole, per le quali non si trova una spiegazione medica». Secondo lo psicoterapeuta è questa la prima forma di fuga dagli obblighi sociali e scolastici per timore di non essere all’altezza delle aspettative. Ma c’è un altro tipo di bambino considerato ad alto rischio, anche se inizialmente la descrizione lascia interdetti: «Attenzione alle bambine e ai bambini perfetti. Quando fanno esattamente ciò che ci aspettiamo da loro, si assumono tutte le responsabilità, sono bravi a scuola, ordinati nella vita… significa che non hanno incontrato ancora un genitore che dia loro abbastanza sicurezza da consentire di sbagliare. Non parlo dei bambini bravi ma periodicamente monelli, che sono invece sani e felici. Parlo proprio di quelli perfetti: sono loro che, una volta cresciuti e giunti alle soglie del liceo, subiranno una brusca e dolorosa battuta d’arresto».

I diari dell’umore per le ragazze

Attraverso un approccio molto pragmatico e un linguaggio rivolto direttamente alle giovanissime, la terapeuta Erin Munroe propone esercizi e stratagemmi per non farsi sopraffare dall’agitazione e per mantenere il controllo sui fattori stressogeni. Come? per esempio imparando a conoscersi, attraverso speciali “diari dell’umore” che aiutano le ragazze a individuare le situazioni più a rischio ansia. Utili anche altri “trucchi” come il controllo dei pensieri oscuri: qual è la cosa che si teme di più? Come si potrebbe rimediare se accadesse? A volte cercare in anticipo una soluzione anche al peggiore dei propri incubi serve a ridurne la portata ansiogena.

Infine, coerentemente con il filone prettamente americano della “psicologia positiva”, del “pensare in rosa”, Munroe suggerisce esercizi di autostima: se l’adolescente ha come problema principale quello di sentirsi brutta e inadeguata, è necessario addestrarla a pensare diversamente, anche attraverso tecniche di autoipnosi ed esercizi fisici. Questi ultimi, in particolare, hanno una grande importanza nell’adolescenza: «Le ragazze di oggi tendono a essere sedentarie, quando è noto che la ginnastica o la corsa favoriscono il rilascio di neurotrasmettitori del benessere.

Inoltre un’attività equilibrata serve anche a regolare il rapporto col cibo. Ma attenzione, per una minoranza di ragazze l’attività fisica può diventare una sorta di ossessione, spesso accompagnata da disturbi alimentari. In quei casi è bene rivolgersi a un medico», conclude l’esperta americana. Come intervenire? L’errore maggiore dei “grandi” è quello di imporsi: l’intervento non deve essere intrusivo ma propositivo. Suggerite strategie, offrite la vostra presenza e, soprattutto, ascoltate quando vi parlano, anche se siete di fretta o avete un impegno improrogabile, perché le aperture degli adolescenti sono preziose e vanno colte al volo. E se la situazione sta degenerando, potete regalare alle vostre figlie il libro della Munroe, senza dimenticare che nessun libro sostituisce uno psicoterapeuta se la ragazza ne ha davvero bisogno.

I maschi e il panico da prestazione

Anche i maschi possono soffrire intensamente nell’età del passaggio alla vita adulta, in particolare di fronte alla richiesta di assumersi responsabilità individuali, spiega lo psicoterapeuta Andrea Cortesi: «La connettività a cui sono abituati i cosiddetti nativi digitali fa sì che non si sentano mai soli o, meglio, che non possano reggere la solitudine. Vivono in un mondo che è sempre pullulante di gente e rumore, mentre il diventare adulti, l’assumersi responsabilità, presuppone la capacità di pensare e decidere in autonomia».

Spesso il disturbo d’ansia si manifesta con preoccupazioni eccessive che riguardano la scuola e le relazioni affettive o di amicizia. da non trascurare anche i disagi nei confronti degli impegni sportivi: se un ragazzo non vuol più praticare uno sport o si sente inadeguato, forse soffre di ansia da prestazione, legata anche ai propri cambiamenti fisici che è incapace di gestire. nei maschi (ma anche nelle ragazze) compare mal di testa, accompagnato da difficoltà a concentrarsi e irrequietezza. «si parla di vero e proprio disturbo d’ansia quando i sintomi durano almeno sei mesi», spiega cortesi. come intervenire? A volte lavorare sui maschi è più difficile: sono meno portati ad aprirsi e non parlano. Nel contempo, però, se un genitore riesce a fare breccia troverà meno opposizione che nelle ragazze.

Anche in questo caso le soluzioni sono l’ascolto e la condivisione emotiva, nonché l’offerta di soluzioni. Non bisogna insistere se il giovane vuole interrompere uno sport o un’attività extrascolastica, ma è bene proporre di cambiare con qualcosa che sente più affine. Drammatizzare gli insuccessi scolastici non è utile: meglio fornire supporto, con l’aiuto di professionisti.

Daniela Ovadia  Elle.it

Ascoltare i pazienti in un posto speciale. Casa loro.

GIC incontra Barbara Manzini e Angela Salina, entrambe psicologhe e psicoterapeute, con formazione a orientamento sistemico relazionale e che lavorano tra Firenze, Prato, Val di Sieve e Chianti, occupandosi prevalentemente di disagi legati alla coppia, alla famiglia ed all’’adolescenza.

 

1. Potete parlarci del vostro lavoro?

Nel corso della nostra esperienza con le famiglie abbiamo messo a punto un metodo d’intervento che coinvolge, in un prima fase insieme e poi separati secondo il sottosistema figlio e genitori, il sistema familiare.

Barbara Manzini:
Inizialmente incontro la famiglia per raccoglierne la storia e oltre allo strumento del colloquio, utilizzo anche quello del gioco e del disegno. Nel primo caso osservo la famiglia mentre inventano una storia fantastica con i giochi a disposizione nella stanza e nel secondo caso mentre disegnano una scena che li rappresenti insieme . Lo scopo di utilizzare questi strumenti oltre a quello del colloquio, e’ di fare emergere in una forma piu’ ludica e leggera quello che la famiglia ha difficolta’ ad esprimere a parole, indagando soprattutto il non verbale e le dinamiche d’interazione tra le persone in questione.
Una volta individuato il cuore della questione viene fatta una restituzione per ricontestualizzare il disagio del bambino come un disagio di tutta la famiglia, iniziando così a valutare la situazione da un’altra prospettiva.

Angela Salina:
Alla luce di ciò entro in scena io, con un lavoro incentrato sul minore e quindi in parallelo a quello di Barbara, che continua a lavorare con la coppia genitoriale. Il lavoro sul minore soddisfa vari tipi di esigenze. In primo luogo consente notevoli vantaggi e la possibilità di un intervento efficace in tutte quelle situazioni in cui parte del problema è proprio rappresentato dalla difficoltà di lasciare la casa o di passare da un luogo, percepito come sicuro, ad un altro, spesso la scuola, sentito come minaccioso.

2. Uscire dallo studio per andate a casa dei pazienti, perché?

Angela Salina:
L’intervento domiciliare consente di toccare con mano le dinamiche operanti all’interno del sistema familiare e può aiutare a ristabilire confini anche di tipo logistico, ad esempio a tutti quei ragazzi che non hanno alcuno spazio privato al’interno della casa. In tal senso, oltre a permettere di definire confini di tipo fisico, questo tipo di modalità d’intervento consente di creare per i ragazzi spazi di autonomia, interna ed esterna, rispetto ad aree importanti della vita come ad esempio la cura personale, la gestione delle proprie cose, la scuola.

Barbara Manzini:
Tale suddivisione del lavoro garantisce una presa in carico a 360° della famiglia, permettendo ai cambiamenti in itinere di essere metabolizzati, sia dalla coppia genitoriale, sia dal minore, in sincronia e dando un senso alle diverse modalità di gestione del disagio.
A seconda del caso, la Dr.ssa Salina valuta se iniziare il lavoro con il minore al suo studio o a casa, con interventi domiciliari, perché in presenza di situazioni più delicate si e’ dimostrato produttivo muoversi nell’’ambiente del minore per creare una buona relazione ed alleanza terapeutica. Una volta consolidata la relazione è possibile spostarsi allo studio, per lavorare sull’autonomia.

Angela Salina:
Il nostro è un lavoro di equipe e in quanto tale prevede anche momenti di riflessione congiunta, includendo supervisioni, utili sia a progettare il lavoro da svolgere, sia ad interrogarci sui nostri vissuti in merito. Inoltre poter fare affidamento su un team di esperti permette di vedere in azione il modo in cui il sistema familiare va ad agire sul sistema terapeutico. Ad esempio ognuna di noi coglie aspetti diversi di quella specifica realtà familiare e questo può permetterci di capire che cosa sente ciascun membro della famiglia nella posizione che si trova ad occupare. Lavorando su noi stesse e sul sistema terapeutico è possibile poi ristrutturare anche quello familiare.

3. La famiglia non è l’unico spazio dove ci sono problemi, ad esempio la scuola rappresenta una risorsa o un ostacolo?

Barbara Manzini:
Spesso le famiglie arrivano con una richiesta di tipo scolastico, certamente reale, ma dietro alla quale si celano altre richieste che la famiglia non riesce a verbalizzare, perchè temute o perchè in quel momento non ancora comprese.
La scuola è spesso un terreno che attiva molto i genitori e li spinge a chiedere aiuto, anche perché gli permette di sentirsi meno “colpevoli”.
La presa in carico scolastica si traduce in un rapporto costante con la scuola e in una rete protettiva che coinvolge ragazzo-famiglia-scuola. L’intervento, nell’ambito domiciliare, si traduce invece, a seconda del tipo di bisogno, nella strutturazione di metodi e strategie volte a migliorare la prestazione scolastica e ad accrescere la motivazione del ragazzo. Nel caso di disturbi dell’apprendimento si effettua invece un potenziamento degli apprendimenti attraverso metodologie, digitali e/o cartacee, di vario tipo.

Angela Salina:
Nella nostra esperienza spesso vediamo che dietro a un disagio del bambino si cela un disagio della coppia genitoriale, che per svariati motivi può incorrere in difficoltà ad accordarsi sulle regole da trasmettere al figlio e sullo stile genitoriale da seguire.
Spesso il disagio del bambino impatta anche la scuola, il luogo delle regole, e se necessario ci attiviamo anche su questo fronte, incontrando gli insegnanti e mediando sul rapporto tra l’istituzione e la famiglia. Dove vi è necessità si prende parte alla preparazione di un pdp per tutelare il minore nel percorso scolastico.

Barbara Manzini:
Una volta risolta o contenuta l’emergenza scolastica, emergono le dinamiche relazionali profonde che contribuivano a rendere problematica la situazione.
Abbiamo notato che questo tipo di presa in carico da’ buoni risultati su tutto il contesto familiare, perché deresponsabilizza il minore, permettendo la sana fruizione delle sue emozioni ed aiuta anche i genitori a dare un senso a quanto accade, ritrovando un dialogo comune.

(intervista a cura di Stefano Alemanno)

Le interviste di GIC:

Cibo Adolescenti Genitori – seconda parte

“ASSAGGIARE E’ LA PAROLA MAGICA,
INSISTERE QUELLA CHE L’ACCOMPAGNA”

GIC intervista Francesca Denoth, nutrizionista, ricercatrice presso il CNR di Pisa, sul rapporto CIBO ADOLESCENTI GENITORI
(SECONDA PARTE).

 

1. Quale di questi aspetti secondo lei è più importante in una corretta alimentazione?
– Numero dei pasti
– Apporto calorico corretto
– Varietà del menu
Difficile scegliere….. direi che tutti e tre gli aspetti sono importanti, però se dovessi metterli in ordine di importanza partirei dalla qualità, non menzionata nell’elenco, poi la varietà, quindi il rispetto del numero dei pasti (almeno 5 al giorno) ed in fine l’apporto calorico. Per quanto riguarda quest’ultimo, proprio perché ci stiamo rivolgendo ad adolescenti, parlerei piuttosto di bilanciamento energetico adeguato, ovvero introdurrei il concetto di dispendio energetico. La questione è molto semplice: se introduco più calorie di quelle che consumo ingrasso, se ne introduco meno dimagrisco se ne introduco tante quante ne consumo il mio peso rimane stabile. In queste equazioni devono rimanere come premesse essenziali la qualità e il numero dei pasti.

Vorrei che fosse chiaro che non sono tanto le calorie ingerite in assoluto che determinano l’aumento o il calo ponderale, ma piuttosto quante calorie introduciamo rispetto a quelle che consumiamo, tenendo conto anche del metabolismo basale, cioè quelle calorie necessarie all’organismo per mantenere le funzioni vitali. Ma la salute non è fatta solo di calorie e massa grassa, ma principalmente dalla qualità delle calorie e il corretto bilanciamento di macro e micro nutrienti.

2. Ad ogni fase della vita corrispondono particolari esigenze.
Le esigenze da soddisfare per mantenersi in salute variano a seconda dell’età ma quando si tratta di adolescenti ci sono alimenti più importanti che si sente di consigliare?
Quale tipo di dieta consiglierebbe?
Le tabelle LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia) redatti e aggiornati dalla Società Italiana di Nutrizione Umana, forniscono informazioni dettagliate al milligrammo rispetto ai fabbisogni per sesso ed età. Chi ha esigenze nutrizionali particolari dovrebbe essere seguito da personale esperto. In ogni caso, in fase di crescita, le diete fai da te sono sempre sconsigliabili.

Sono una forte sostenitrice della Dieta Mediterranea che purtroppo è divenuta una ‘grande sconosciuta’ proprio in un Paese come il nostro che si affaccia sul bacino mediterraneo e che ne è stato la culla, esattamente a Nicotera. Spesso le nozioni su questo stile alimentare sono confuse e richiamano l’immagine di un grande piatto di pasta al pomodoro, ma è solo un travisamento di una cultura alimentare con provati effetti benefici sulla salute e di prevenzione di molte malattie cronico degenerative, in particolare quelle cardio vascolari.

3. Prodotti freschi vs prodotti confezionati
Esistono cibi assolutamente off-limits?
I prodotti freschi sono senz’altro da preferire a quelli confezionati, ma nella fretta quotidiana, si può optare anche per un confezionato di qualità, quindi bisogna leggere l’etichetta e osservare soprattutto a quali trattamenti e procedimenti è stato sottoposto il prodotto.

Alimenti off-limits? Personalmente direi di no, ma alcuni vanno considerati come gratificazione del palato, comunque fondamentale in quanto esseri umani, ma consapevoli che il valore nutrizionale e scarso, quindi, ok al consumo ma occasionale e con moderazione. Perché, poi, non riscoprire tante vecchie merende o dilettarsi in cucina preparando qualcosa di sfizioso? Gli stimoli da parte dei Media non mancano.

4. I bambini e gli adolescenti italiani sono fra i più obesi d’Europa: la percentuale di ragazzini più che sovrappeso è intorno al 6 per cento nel Nord Italia e oltrepassa il 17 per cento al Sud. Ma che cosa c’è dietro i chili di troppo, nella vita di questi ragazzi? Come vivono in famiglia, hanno altre “debolezze” oltre al cibo?
Sicuramente le abitudini delle famiglie italiane sono cambiate e spesso i ragazzi consumano pasti fuori casa, difficile trovare genitori o nonni che preparano il pranzo. Alcuni studi basati sull’osservazione confermano che la famiglia si ritrova intorno alla tavola per consumare la cena, ma spesso gli spuntini fuoripasto sono costituiti da pizza e altri alimenti acquistati nei fast-food che spesso contribuiscono a sbilanciare la dieta.

Le influenze culturali nel nostro Paese radicano profondamente anche nell’alimentazione. Inutile girarci intorno: al Sud si mangia ancora rispettando maggiormente i criteri della Dieta Mediterranea e la disponibilità di prodotti ortofrutticoli freschi (e maturati sulla pianta) è migliore. Tuttavia si eccede nella quantità, e una parte dell’eccesso è dovuta alla cultura. Basta pensare che fino a 70 anni fa, si doveva mangiare perché le fatiche fisiche da affrontare durante la giornata erano molte. L’idea di “mangia che ti fa bene” aveva tutta la sua ragione di esistere, anche perché in ogni caso difficilmente si arrivava a mangiare troppo. Se si leggono i libri sulla storia della Dieta Mediterranea ci si rende subito conto che la carne era un lusso per pochi e si mangiava un paio di volte alla settimana, i pescatori potevano far conto sul pesce, tutti i cereali e derivati erano integrali, si utilizzavano molti legumi ma soprattutto frutta e verdura. Il fabbisogno energetico degli adolescenti di oggi è decisamente inferiore rispetto a quello dei loro bisnonni soprattutto perché si muovono di meno.

Senza entrare nel merito di eventuali disturbi del comportamento alimentare che devono essere attentamente valutati da esperti, la prima “debolezza” in assoluto è la sedentarietà: bambini e adolescenti hanno la tendenza a dedicare il tempo libero ad attività sedentarie (televisione, intrattenimenti elettronici). La scuola italiana non ci viene in aiuto, due ore settimanali di educazione motoria non sono sufficienti ai fini del conseguimento e mantenimento di un buono stato di salute. Studi recenti parlano di 1 ora al giorno per osservare una efficacia sul benessere e la prevenzione di sovrappeso e obesità. Non tutte le famiglie possono permettersi di far praticare sport ai propri figli e non parlo solo di eventuali problemi economici, ma anche della mancanza di tempo per accompagnare e riprendere dalla struttura sportiva, non sempre le strutture possono essere raggiunte a piedi in bicicletta o con mezzi pubblici. Infine, la progettazione urbana porta all’utilizzo delle automobili invece di mezzi che richiedono movimento fisico e la ristrettezza degli spazi pubblici per svolgere attività. fisica all’aria aperta mancano soprattutto nelle zone urbane. La famiglia ha quindi un ruolo importante anche nel trasmettere l’educazione al movimento, ma come per il gusto, l’intervento deve essere precoce e l’adolescente dovrebbe già aver consolidato il concetto che l’esercizio fisico fa parte di uno stile di vita corretto.

(intervista a cura di Stefano Alemanno)

La prima parte dell’intervista:
Cibo adolescenti genitori (prima parte)

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