CONSENSO E MINOR ETA’: alcuni aspetti del problema

Consenso e minor età, responsabilità dei genitori, minori e diritto alla privacy, trattamenti psicologici e psichiatrici sono alcuni dei temi affrontati da Elisa Valesio – Regione Piemonte e Grazia Bertiglia – DoRS in un articolo pubblicato dal Centro Regionale di Documentazione per la Promozione della Salute della Regione Piemonte.

il sito DORS con l’intervista integrale

 LA RESPONSABILITA’ DEI GENITORI
 MINORENNI SENZA GENITORI
 TRATTAMENTI PSICOLOGICI, PSICOTERAPEUTICI E PSICHIATRICI
 QUANDO IL MINORE PUO’ FARE DA SE’
 MINORI E DIRITTO ALLA PRIVACY
 IMMAGINI E INFORMAZIONI DEI MINORI SUL WEB

 

LA RESPONSABILITA’ DEI GENITORI

Recentemente – con il d.lgs. n. 154/2013 – il termine potestà è stato sostituito con quello di “responsabilità genitoriale”.

Secondo la legge, le decisioni di maggiore interesse per i figli – relative all’istruzione, all’educazione e alla salute – sono esercitate di comune accordo da entrambi i genitori, anche in caso di genitori separati o divorziati o non conviventi. In situazioni di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice.

Ad esempio, nei casi di comuni trattamenti medici (visite, medicazioni, controllo della vista, ecc.) è sufficiente il consenso di uno solo dei genitori in applicazione del principio generale che gli atti di ordinaria amministrazionepossono essere compiuti disgiuntamente da ciascun genitore (art. 320 Codice Civile). In questi casi il consenso dell’altro è considerato implicito.

Si devono invece considerare come atti di straordinaria amministrazione operazioni chirurgiche, trattamenti continuativi e prolungati, psicoterapia, ecc. per i quali quindi è necessario il consenso esplicito di entrambi i genitori.

In caso di disaccordo, la decisione è rimessa al giudice, ma il medico può (e deve) procedere all’erogazione dell’atto sanitario, se ricorre lo stato di necessità (art. 54 Codice Penale).
In tali casi, si prescinde dal consenso per scongiurare gravi pericoli per la vita o l’integrità fisica della persona – e questo vale per chiunque, non importa l’età.

In casi meno urgenti, in presenza di diniego del consenso dei genitori, il medico può ricorrere al parere del Tribunale per i minorenni. Si richiede un provvedimento che precluda ai genitori l’esercizio della potestà limitatamente a quello specifico atto sanitario e autorizzi tale atto, anche a prescindere dal loro consenso.

Può accadere, e spesso accade, che un genitore sia assente per ragioni, quali: lontananza, impedimento, sua incapacità naturale o legale. Occorre allora valutare la situazione specifica, tenendo conto dell’urgenza dell’atto sanitario e dei tempi che apparirebbero necessari per far intervenire il genitore assente. Per chi acquisisce il consenso, il problema diventa quello della prova che l’altro genitore sia effettivamente lontano, impedito o incapace e per questo non abbia potuto prestare il consenso.

Al fine di semplificare e snellire questa fase, è possibile che il genitore presente compili e sottoscriva, sotto la sua responsabilità, un’autocertificazione, attestante la condizione di lontananza o impedimento dell’altro genitore; l’autocertificazione deve essere conservata insieme al modulo di consenso. (rif art. 317, comma 1 Codice Civile).

MINORENNI SENZA GENITORI

Minorenne in affidamento, in comunità o in istituto penale.

L’affidatario, il responsabile della comunità o dell’istituto, fa le veci dei genitori in relazione agli ordinari rapporti con le autorità sanitarie, in cui rientrano i comuni trattamenti medici (art. 5, commi 1 e 3, legge n. 184/1983). Il medico può pertanto procedere all’atto sanitario con il loro consenso. In tali situazioni è necessario che l’affidatario dichiari per iscritto la sua qualità.

Per gli atti sanitari di straordinaria amministrazione, è necessario richiedere il consenso dei genitori (secondo le indicazioni dei precedenti punti) o del tutore, se c’è, oppure ottenere un provvedimento del Tribunale per i minorenni.

Minorenne che vive in strada senza reperibilità dei genitori o minore straniero non accompagnato senza un un tutore legale

In questa situazione – salvo i casi urgenti – occorre la segnalazione alla Procura della Repubblica per i minorenni che presenterà il ricorso per ottenere un provvedimento autorizzativo dal Tribunale per i minorenni. Si dovrà inoltre segnalare il caso al giudice tutelare per l’apertura di tutela e la nomina di un tutore.

Minorenne che ha un tutore

In questa situazione – salvo i casi urgenti – occorre la segnalazione alla Procura della Repubblica per i minorenni che presenterà il ricorso per ottenere un provvedimento autorizzativo dal Tribunale per i minorenni. Si dovrà inoltre segnalare il caso al giudice tutelare per l’apertura di tutela e la nomina di un tutore.

TRATTAMENTI PSICOLOGICI, PSICOTERAPEUTICI E PSICHIATRICI

Per ciò che riguarda il caso specifico del consenso alla prestazione psicologica, l’articolo 31 del Codice Deontologico degli Psicologi così cita: “Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà  genitoriale o la tutela. Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l’intervento professionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l’autorità tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale. Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.” 

Sulla base delle indicazioni dell’articolo 31, il consenso informato deve essere firmato da entrambi i genitori in presenza dello psicologo o psicoterapeuta, salvo che vi sia un provvedimento del Giudice.

La responsabilità resta di entrambi i genitori anche nel caso di affidamento esclusivo, volendo la legge assicurare il diritto del minore di ricevere cura ed educazione da entrambi i genitori.

Per i trattamenti di neuro-psichiatria, essendo l’assistito minorenne, il consenso deve essere espresso da chi è titolare ed esercita la responsabilità genitoriale, ovvero, di norma, da entrambi i genitori.

Sul piano giuridico,  tale consenso rientra tra gli atti di straordinaria amministrazione. Occorre, quindi, acquisire il consenso di entrambi i genitori (sposati o non, separati o conviventi) prima di qualsiasi attività con il minore.

È anche necessario poter provare il consenso di entrambi i genitori in caso di prima certificazione di handicapper il sostegno scolastico e, specialmente, per certificazioni o relazioni cliniche che, descrivendo i rapporti con le figure genitoriali, potrebbero essere utilizzate in tribunale con possibili ripercussioni nei rapporti del minore con i genitori.

E’ bene quindi che ogni richiesta di certificazione o relazione sia firmata da entrambi i genitori e che, nel caso di genitori separati, la documentazione sia rilasciata in duplice copia (una a ciascun genitore).

Ciascun genitore conserva il diritto di revocare in qualsiasi momento il suo consenso. Questo comporta l’obbligo di sospendere ogni attività.

QUANDO IL MINORE PUO’ FARE DA SE’

Il minore ha il diritto di essere ascoltato, di esprimere la propria opinione e di essere coinvolto in tutte le situazioni che lo riguardano.

Norme di diritto internazionale  – nonché la Costituzione italiana –  specificano questo diritto e sottolineano che gli Stati devono promuovere e sostenere la partecipazione dei minori a qualsiasi livello:
– la UN Resolutionon the Rights of the Child, detta Omnibus Resolution, adottata dall’ONU nel 1989,
– la Convenzione europea di Strasburgo per l’esercizio dei Diritti dei minori del 1996,
– la Convenzione di Oviedo del 1997,
– la Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea proclamata a Nizza nel 2000.
– la Costituzione italiana, in particolare  gli artt. 2, 3, 13, 32.

Per alcuni atti sanitari,il medico, su richiesta del minorenne, può procedere all’atto sanitario a prescindere dal consenso o dissenso e anche  all’insaputa dei genitori o del tutore.

Si tratta precisamente:

  • degli accertamenti diagnostici, anche di laboratorio, e delle cure per malattie trasmesse sessualmente. art. 4 legge 25 luglio 1956, n. 837 sulla riforma della legislazione per la profilassi delle malattie veneree e artt. 9 e 14 del relativo regolamento di attuazione emanato con d.p.r. 27 ottobre 1962, n. 2056,
  • dei trattamenti di prevenzione, cura e riabilitazione della tossicodipendenza previsti dalla legge 22 dicembre 1975 n. 685 e poi dal DPR 9 ottobre 1990 n. 309. Soltanto nel caso in cui il medico accerti l’incapacità dell’interessato di comprendere il significato dell’accertamento o del trattamento da praticare, nonché le possibili conseguenze, l’intervento richiede necessariamente il consenso dei genitori la cui volontà, comunque, non prevale su quella del minore,
  • dell’interruzione della gravidanza e delle scelte in ordine alla procreazione responsabile (legge 27 maggio 1978 n. 194) per le quali la legge prevede che la minore possa accedere ai consultori per ottenere la prescrizione medica di esami, farmaci  e dispositivi contraccettivi escludendo ogni ingerenza dei genitori e, anche per l’interruzione della gravidanza delle minori, prevede che “quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione delle persone esercenti la potestà, oppure qualora  queste, interpellate, rifiutino il loro assenso o esprimano pareri difformi”  sia possibile far intervenire il giudice tutelare a sostegno della volontà della minore: la decisione sull’interruzione volontaria della gravidanza, entro i 90 giorni, è rimessa soltanto alla responsabilità della donna, anche se minore.

Ogni altro atto medico va condiviso con il minore interessato, che va informato e coinvolto nelle scelte. Così sostiene il Magistrato Augusta Tognoni, in un articolo che illustra in modo più completo il delicato equilibrio fra norme giuridiche e etiche in tema di trattamenti sanitari ai minorenni:
La materia è delicata e complessa e va interpretata alla luce del dovere del medico di agire solo per il bene del paziente. Il minore deve essere coinvolto nel processo terapeutico, ma non può essere caricato di una responsabilità superiore alle sue forze e costretto a operare scelte che potrebbero essere causa di lacerazioni difficilmente assorbibili; il coinvolgimento non può diventare richiesta di “corresponsabilità” ma non si può prescindere dal coinvolgimento
(in Quaderni acp 2013; 20(2): 84-87.  Articolo disponibile in allegato)

MINORI E DIRITTO ALLA PRIVACY

Il diritto alla riservatezza dei dati personali riguarda ogni individuo a prescindere dall’età. (art 1 d.lgs. 196/2003: “Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano”).

Interviste, questionari e diritto di cronaca  

Il Codice per la protezione dei dati personali richiama il divieto di pubblicazione e divulgazione con qualsiasi mezzo di notizie o immagini idonee a consentire l’identificazione di un minore anche in caso di coinvolgimento a qualunque titolo del minore in procedimenti giudiziari in materie diverse da quella penale (art. 50 d.lgs. 196 /2003 e art. 13 DPR 22 settembre 1988, n. 448).

Ecco perché ogni volta che si pubblica un’immagine di minore, in mancanza di un’autorizzazione specifica, l’immagine dev’essere resa irriconoscibile.

In ambito sanitario, in primo luogo va ricordato il divieto di diffusione di dati personali che rivelano stati di salute e la vita sessuale (divieto generale). Va quindi evitata l’identificazione anche indiretta di soggetti che rilasciano dichiarazioni sulle loro condizioni di salute e malattia; vanno evitate riprese di stati patologici di soggetti identificati o identificabili.

Nel raccogliere dati sensibili da soggetti minori di età, ad esempio con un questionario, occorre prevedere sempre informativa e consenso di almeno un genitore (o del tutore) e conservarne traccia agli atti. Si ritiene generalmente sufficiente il consenso di un solo genitore in quanto il questionario  è considerato atto di ordinaria amministrazione che non implica modifiche nei diritti o nella sfera economica del soggetto minore.

Se si vuole raccogliere in un video una “storia di salute”, bisognerà evitare riprese in primo piano di chi racconta le sue vicende, ritratti a tutta persona di soggetti con evidenti menomazioni o didascalie con le generalità dei soggetti, salvo che ciò sia strettamente pertinente alle finalità che si intendono perseguire e che si sia ottenuto lo specifico consenso scritto dei genitori.

Pur in assenza di dati personali sensibili, occorre ricordare che anche le norme sul diritto d’autore impongono, a chi intende diffondere l’immagine di una persona, in particolare di un minore, di acquisirne il consenso specifico espresso dai genitori o tutore legale (art. 96 legge n. 633/1941). Sarà quindi necessario indicare per iscritto le finalità di raccolta dell’immagine e dove verrà pubblicata (sito, pubblicazione, film,…).

In tema di diritto di cronaca e di informazione, è stato recentemente ribadito dalla Corte di Cassazione (cass. pen.n. 7504/14) che debba comunque prevalere, per espresso dettato legislativo, l’interesse oggettivo del minore alla riservatezza e a esso deve richiamarsi il senso di responsabilità del giornalista nella valutazione dell’interesse oggettivo del minore a che la notizia o i dati che lo possano riguardare siano pubblicati.

La tutela del minore prevale sul diritto di cronaca e, come tale, deve essere salvaguardata.

A scuola

In ambito scolastico, per ovvie ragioni, è stata dedicata particolare attenzione al trattamento dei dati dei minori e nel 2007 una circolare dava indicazioni  di dettaglio a tutti gli operatori dell’istruzione. Il Garante ha raccolto in un opuscolo  tutti gli aspetti e gli adempimenti necessari nell’ambito scolastico.  Fra questi, ade sempio, è prassi comune richiedere, all’inizio dell’anno scolastico, la cosiddetta “liberatoria” ai genitori per ritrarre e poter pubblicare foto e video degli allievi, oltre che per trattare i loro dati personali ai fini didattici e scolastici.
Problema del tutto simile si pone quando si svolgono interventi di promozione della salute oeducazione sanitaria rivolti direttamente ai ragazzi. È bene verificare con i dirigenti scolastici che gli interventi siano ricompresi nell’autorizzazione ottenuta dai genitori o, diversamente, chiederne una nuova, più esplicita.

In ambito sanitario

Riguardo all’ambito sanitario si applicano le regole sopra descritte per il consenso informato.

Un solo articolo cita esplicitamente il caso del consenso prestato dagli esercenti la potestà (ora “responsabilità”) genitoriale o dai tutori, (art 82 d.lgs. 196/2003  sia per indicare i casi in cui esso può essere successivo alla prestazione sia per dire che, una volta compiuti i 18 anni, il consenso dei genitori precedentemente espresso va confermato dal soggetto diventato maggiorenne.

Va ricordato che tutte le prescrizioni – previste, per ogni individuo, dal Codice Privacy – valgono anche per i minori di età e per i luoghi di cura a loro dedicati. L’art .83  d.lgs. 196/2003  impegna gli esercenti attività sanitarie a garantire, nell’organizzazione delle prestazioni e dei servizi, idonee misure per il rispetto dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità degli interessati, nonché del segreto professionale.

Riguardo ai dati custoditi dalle strutture sanitarie, due articoli riguardano la comunicazione di dati sanitari all’interessato e il rilascio delle cartelle cliniche (artt. 84 e  92 d.lgs.196/2003).

Anche per questi casi, professionisti e strutture sanitarie devono mettere in atto opportune procedure per evitare di comunicare dati personali dei minori a persone non aventi diritto e documentare adeguatamente il motivo e la persona cui si rilasciano le informazioni

IMMAGINI E INFORMAZIONI DEI MINORI SUL WEB
L’enorme facilità di circolazione delle immagini e dei video in internet espone spesso i minori a situazioni illecite, potenzialmente anche dannose. Il Garante per la protezione dei dati personali è intervenuto più volte – con provvedimenti di divieto, con richiami e con materiale divulgativo – per proteggere i minori e renderli consapevoli dei pericoli sia in veste di vittime, talvolta anche inconsapevoli, sia in veste di autori inconsapevoli di atti illeciti.

L’aspetto più critico, legato alle nuove tecnologie, è l’impossibilità di garantire di fatto il cosiddetto diritto all’oblio: un’immagine può essere replicata facilmente e anche se il soggetto  si oppone sarà difficile cancellarla davvero dal web. Per questo, oggi più di ieri, è di cruciale importanza essere consapevoli della liceità di ciò che si pubblica.

Un’intervista recente, rilasciata da Soro, Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali,   si delinea un quadro di preoccupante inconsapevolezza e incompetenza al riguardo, anche da parte degli adulti a cui spetta la tutela e guida dei cybernauti minori.

In questi casi il problema è educativo e culturale, più ancora che di natura legale.

MATTEO LANCINI: Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali

Proseguono le interviste di GIC con operatori e professionisti che si occupano di adolescenza. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro  “Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali”, Centro Studi Erickson, ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, membro e presidente del Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro di Milano.

“Adolescenti navigati”, nato dalla lunga esperienza dell’autore come psicoterapeuta di numerosi ragazzi e delle loro famiglie, suggerisce, attraverso esempi e indicazioni estremamente pratiche, strategie educative autorevoli ed efficaci per rispondere alle esigenze evolutive dei nativi digitali. Rivolto a genitori, insegnanti, educatori e counselor, il libro aiuta a comprendere e sostenere preadolescenti e adolescenti nella fase più delicata della loro crescita, trovando soluzioni alle difficoltà più comuni e insegnando come: capire chi è, e come interagire con, un nativo digitale; rivedere le funzioni paterne e materne nell’era di internet; gestire i rapporti scolastici con insegnanti e dirigenti; trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di controllo e il bisogno di fiducia.

  • Quali sono le difficoltà che padri e madri incontrano oggi nell’esercitare la funzione paterna e materna?

Il passaggio a un nuovo modello educativo familiare, che ho chiamato “dal padre simbolico alla madre virtuale”, richiede una continua reinterpretazione dei ruoli genitoriali per nulla semplice nella complessità sociale odierna. Tra le tante difficoltà ci sono la necessità materna di coniugare distanza corporea e vicinanza emotiva e la difficile declinazione di una paternità che ha rinunciato alla violenza ma che fatica ad individuare una nuova e riconosciuta forma di autorevolezza. Madri e padri devono inoltre fare i conti con un contesto, come quello attuale, dove è aumentata la forza orientativa dei coetanei e l’influenza della cultura massmediatica e di internet. I genitori si costituiscono come modelli di identificazione sempre meno esclusivi, rispetto al passato, e già da piccolissimi i figli crescono immersi nelle relazioni con i propri coetanei e nelle animazioni televisive e in rete che scandiscono la quotidianità. Tra i tanti esempi possibili, si pensi al modello di padre evocato da Papà Pig, in uno dei format animati di maggior successo in Italia e nel mondo.

  • Nel suo libro, occupandosi del ruolo del padre di fronte ai compiti evolutivi del figlio adolescente, scrive che l’adolescenza è “l’epoca della funzione paterna per eccellenza”.

Prima delle ridistribuzione e ricontrattazione dei ruoli familiari, l’infanzia era scandita dall’appartenenza materna ed era con l’arrivo delle trasformazioni adolescenziali che entrava simbolicamente in scena il padre. Il padre sanciva la fine dell’infanzia e si faceva garante della nascita sociale dell’adolescente. Oggi viviamo in un contesto familiare e sociale molto diverso, frutto di conquiste e trasformazioni culturali oramai irrinunciabili, chiamato ad integrare altre straordinarie novità rese possibili dalle innovazioni tecnologiche. Tutto questo non deve farci dimenticare che i compiti evolutivi dell’adolescenza sono invarianti. La separazione dai miti dell’infanzia, la mentalizzazione del corpo naturale, la formazione di un sistema di valori e la propria nascita come soggetto sociale trovano nello sguardo di ritorno paterno e nella capacità del padre di non rinunciare alla propria funzione un riferimento importante. Il padre è chiamato a sostenere la realizzazione dei compiti evolutivi dell’adolescente e a offrire uno spiraglio sul futuro possibile per il figlio o la figlia. Un compito ancor più importante in una società che comunica alle nuove generazioni molta crisi e poca speranza. Il padre sostiene il futuro, anche nei momenti difficili.

  • Cosa rappresentano il web, i social, i videogiochi per gli adolescenti di oggi, in termini di rischi e opportunità, e qual è una possibile “strategia di accompagnamento” più adeguata per i genitori?

Gli adolescenti odierni sono cresciuti sin da piccolissimi in una condizione caratterizzata dalla distanza corporea e dalla vicinanza relazionale, in quella che è stata definita la società del “spesso distanti ma mai soli”. Inseriti all’asilo e in altri contesti organizzati hanno sperimentato, su mandato genitoriale, cosa significasse trascorrere la quotidianità distante da mamma e papà ma mai veramente soli. La diffusione delle “relazioni senza corpo” origina in ambito familiare e si trasferisce successivamente nelle relazioni con i coetanei. Se a questo aggiungiamo la chiusura degli spazi di socializzazione e gioco spontaneo, dovuta anche all’aumentata percezione di pericoli esterni, possiamo dare un nuovo significato alla diffusione delle “piazze e battaglie virtuali” in preadolescenza e adolescenza. Può sembrare un controsenso, ma nella società odierna, se le cose procedono bene, l’adolescente si allena attraverso il virtuale, sperimenta nuove parti di sé in un contesto meno rischioso della strada, dove il corpo dei figli è percepito come in balia dei malintenzionati. Quando il virtuale da “palestra sociale” diventa luogo di rifugio, dell’immersione quotidiana e della ripetizione dell’identico, le cose non procedono bene. Inoltre, ritengo siano auspicabili delle politiche educative e sociali che rimettano il corpo naturale, e le sue esigenze, al centro dello sviluppo adolescenziale. Riaprire, prima nella nostra mente e poi nelle nostre città, spazi di socializzazione spontanea e luoghi dove le pari opportunità possano essere sempre più affermate, senza negare le differenze di genere, ritengo sia l’operazione più utile per contrastare lo strapotere del marketing della virtualità.

  • Come si svolge la consultazione con i genitori e con gli adolescenti all’interno della Fondazione Minotauro di cui è membro e Presidente?

Il Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro si occupa di soggetti di tutte le età. E’ comunque vero che la storia del nostro Istituto è caratterizzata da una particolare attenzione all’adolescenza, fase dello sviluppo che richiede un dispositivo di intervento specifico. Il nostro approccio alla crisi adolescenziale si muove in una prospettiva evolutiva, in cui ampio spazio è dato alla voce dei ragazzi e delle ragazze ma anche a quella dei genitori. La nostra metodologia prevede dunque anche il coinvolgimento della madre e del padre, considerati come degli importanti collaboratori, dei co-terapeuti, dell’intero percorso di consultazione e psicoterapia. Questo perché riteniamo che la crisi adolescenziale dipenda da una situazione di stallo, da un blocco nella realizzazione dei compiti evolutivi propri di questa fase dello sviluppo e che la ripresa evolutiva possa avvenire attraverso il lavoro sul sistema di rappresentazioni dell’adolescente ma anche dei suoi genitori. Pur utilizzando un dispositivo flessibile, calibrato sulle singole richieste, il nostro modello di consultazione prevede dunque colloqui separati con l’adolescente, la madre e il padre, fino alla restituzione di quanto emerso nel lavoro della nostra équipe.

I meravigliosi racconti costruiti insieme in questo anno di scuola

Un professore dell’Isis Leonardo da Vinci scrive per il sito fiorentino di Repubblica un articolo per raccontare l’esperienza di un laboratorio speciale con alcuni scrittori: si parla di letteratura e di molto altro

di RINO GARRO, pubblicato su repubblica.it

Ora che l’ultima campanella è appena suonata al di sopra degli spruzzi d’acqua, degli scherzi e dei canti, tra le urla di gioia degli studenti e quelle strozzate in gola degli insegnanti, so che fra qualche giorno le lezioni già mi mancheranno. E come ogni anno, ormai da molti, mi chiederò che cosa sia la scuola, cosa sia veramente, cosa rappresenti. E’ il mio lavoro, dirò, quello dei colleghi e di tutto il personale, quello dei ragazzi. Sono le aule, le palestre, gli spazi aperti e quelli chiusi, spesso non adeguati. Sono le lezioni, quelle belle e quelle brutte; anche quelle mancate, durante le quali forse si impara di più. Sono le verifiche e le valutazioni; i consigli, gli scrutini. Dirò che è anche la ricreazione, soprattutto la ricreazione troppo breve. Sono le entrate e le uscite, le gite di un giorno e quelle più rischiose. Sono giovani che crescono e adulti che invecchiano, colleghi che rivedrò e colleghi che non potranno tornare, e tutti a trovare motivi di unione, accordi e disaccordi. Sono le riforme, le proteste, le discussioni in tv e a casa, le cose dette e stradette e non dette. Le famiglie, in più di un caso dimezzate, in là con gli anni; i nonni al posto dei genitori. Dirò che la scuola è la piazza centrale, priva di cancelli che si chiudono; è il duomo di Firenze, gli Uffizi. E’ il sangue, venoso e arterioso, che circola per molte ore al giorno, tutti i giorni tranne la domenica e le feste comandate e estive, ma neanche lì dopotutto si ferma mai. La scuola è il cuore che pulsa, sempre, in ogni caso. Sono vite che si legano ad altre vite per anni, forse in modo definitivo, anche quando ciascuna se ne andrà poi per conto proprio. Tutto questo mi dirò tra qualche ora. E penserò che naturalmente c’è altro ancora, quello che verrà in mente ad altri insegnanti, ai ragazzi che leggeranno i quadri, felici o delusi o piangenti; cose belle e cose brutte. Ma ciò che più mi stupirà sarà il fatto che ci avrò pensato solo adesso in modo così chiaro e al contempo confuso, come quando ti senti sommergere da tutta la fatica del mondo non appena tagli il traguardo della maratona. Non è che prima la fatica non la senti, è che devi continuare, devi correre, arrivare. E però è una fatica che ti piace.
La scuola è dunque quello che è e quello che non è, soprattutto quello che si fa già. E può essere divertimento, fantasia; studenti che devono dire e raccontare, dialogare. Così, fra qualche giorno ancora, mi dirò che se qualcosa di questo “piacere con fatica” passa, e rimane, anche fra gli studenti, allora il nostro lavoro ha davvero un senso.E’ questa l’idea sottostante al Laboratorio artigiano di Fantastica che da due anni propongo all’ISIS “da Vinci” di Firenze: un vagabondaggio fabulatorio destinato a gruppi-classe quasi sempre costituiti di ragazzi con vari tipi di disagio. Il progetto consiste in una serie di incontri durante i quali scrittori/capicantiere orientano il gruppo verso il progetto comune, la costruzione di racconti, di storie e poesie; e dalla felicità di una produzione propria e collettiva, il testo diviene in seguito il brano su cui procedere nelle varie analisi testuali, ma sempre a partire dall’esperienza concreta, partecipata, nella quale lo studente è insieme soggetto

e oggetto attivo: centrale, protagonista, gratificato. I capicantiere di quest’anno sono stati Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi che si sono divertiti a scrivere insieme agli studenti delle classi 1A, 1B, 2A, 2D.

Rino Garro è docente del Laboratorio di scrittura  –  ISIS “L. Da Vinci” Firenze. Ha creato il progetto  con Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi

RAPPORTO GIOVANI CNR-IFC: 600mila adolescenti fumano, quasi 60mila sniffano coca

La ricerca del  CNR-IFC di Pisa, svolta su un campione di 30.000 studenti italiani, parla  di oltre 600.00 adolescenti che consumano cannabis. Ma colpisce anche un altro dato: circa 50.000 giovani tra i 15 e i 19 anni provano sostanze psicotrope senza neppure conoscerle.

L’indagine, condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs,), nel 2014 come ogni anno dal 1999, riporta anche che sono 60mila i consumatori di cocaina, 27mila di eroina e circa 60mila di allucinogeni e stimolanti.

“La novità dello studio, che ha coinvolto 30mila studenti di 405 istituti scolastici superiori italiani, riguarda proprio il numero significativo di ragazzi che utilizzano sostanze senza conoscerle né sapere quali effetti procurano”, ha spiegato Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Ifc-Cnr e responsabile del progetto, in una intervista dello scorso marzo a “La Nazione”. Il 56 per cento circa di questi 54mila ha assunto senza sapere cosa fossero sostanze per non più di 2 volte, ma il 23 per cento di essi ha ripetuto l’esperienza piu’ di 10 volte. Il 53 per cento di questi studenti – ha continuato – ha utilizzato un miscuglio di erbe sconosciute, che si presentavano per il 47 per cento in forma liquida e per il 43 per cento sotto forma di pasticche o pillole. Questo consumo ‘alla cieca’ coinvolge il 3 per cento dei maschi e poco meno del 2 per cento delle ragazze, soprattutto tra coloro che hanno utilizzato anche altre sostanze illecite diverse”.

In qualche modo legato a questo fenomeno c’è quello degli psicofarmaci. “Sono quasi 400mila gli studenti che almeno una volta nella vita – ha detto Molinaro – li hanno utilizzati senza prescrizione e poco più di 200mila quelli che lo hanno fatto nell’ultimo anno. Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (8 per cento contro 4 per cento dei maschi). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3 per cento), per regolarizzare l’umore e per le diete (2,4 per cento ciascuno)”.

Passando alle sostanze tradizionali, è aumentato il consumo di cannabis. “Il 26 per cento degli studenti, oltre 600mila, ne ha utilizzata nel 2014, secondo una tendenza che parte dal 22 per cento degli anni 2009-2012 e passa per il 25 per cento del 2013”, ha detto la ricercatrice Ifc-Cnr. “In questo caso i ragazzi sono più coinvolti delle coetanee (31% contro 21%) e i consumatori aumentano in corrispondenza della età: tra i 15enni la percentuale risulta dell’11 per cento, tra i 18enni raggiunge il 32 per cento e tra i 19enni il 36. Per la maggior parte si tratta ancora di consumatori occasionali, quasi la metà l’ha utilizzata non più di 5 volte nell’anno e l’86 per cento non l’ha associata ad altre sostanze illegali”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la cocaina, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita il 4 per cento degli studenti italiani, cioè circa 90mila 15-19enni, mentre il 2,6 per cento la ha utilizzata nei dodici mesi precedenti lo studio, ossia poco più di 60mila studenti. Tornando alle sostanze di sintesi, le “smart drugs” “sono utilizzate da circa 40mila studenti, 26mila dei quali ne hanno fatto uso nel 2014). Circa 90mila hanno provato allucinogeni (LSD, francobolli, funghi allucinogeni) nella vita e 60mila nell’ultimo anno.

http://www.lanazione.it/cnr-droga-giovani-rapporto-2014-1.788386

Dipendenze ansia attacchi di panico adolescenza sballo. GenitoriInCorso ne parla con il neuropsichiatra Gilberto Di Petta

GENITORINCORSO intervista Gilberto Di Petta. Dirigente medico-neuropsichiatra, attivo presso il reparto di psichiatria (SPDC) dell’Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, nel Carcere femminile di Pozzuoli (Dipartimento di Salute Mentale ASL NA 2 nord) e consulente psichiatra nel SerT di Pozzuoli, già Responsabile dell’ UO Comorbilità Psichiatrica e del Centro Diurno “Giano”, Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL NA 2 Nord. Di Petta è autore di numerose pubblicazioni scientifiche in forma di articoli e di monografie su temi inerenti la psicopatologia e la psicoterapia fenomenologica. Relatore a congressi nazionali ed internazionali sul tema della psicopatologia delle tossicomanie, e’ vice-presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica, socio fondatore e membro del CDA della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-dinamica di Firenze. E’ anche supervisore e formatore di equipe multidisciplinari attive nell’ ambito della salute mentale e delle dipendenze patologiche.

Oggi possiamo parlare di tossicodipendenza o è più corretto parlare di dipendenze?

R.: Effettivamente il discorso primitivo sulla farmacotossicodipendenza (nato negli anni Settanta del secolo scorso) si è allargato oggi a macchia d’olio. Sono comparse le cosiddette dipendenze comportamentali, ovvero quelle dipendenze con non passano per i farmaci o per le droghe, cionondimeno condizionando pesantemente la vita dei soggetti coinvolti. Quindi sembra essersi azzerata la differenza tra dipendenza farmacotossicologica e dipendenza comportamentale, ripetto agli esiti, che sono entrambi catastrofici, nel senso che entrambe le forme di dipendenza conducono la persona all’isolamento e alla deriva sociale. Tuttavia questo equiparamento delle dipendenze farmacotossicologiche e delle dipendenze comportamentali sotto il comune ombrello delle Dipendenze Patologiche ad esito infausto rappresenta anche il pericolo di una diluizione dell’attenzione e di un abbassamento della guardia. Le dipendenze comportamentali in linea di massima sembrano essere maggiormente accettate socialmente, prova ne è il fatto che l’oggetto della dipendenza, come il gioco d’azzardo, di fatto è legale. Ad ogni modo le dipendenze comportamentali non producono alterazioni cerebrali con esiti psichiatrici. Una grossa spinta alla legalizzazione oggi, grazie alla”normalizzazione” del costrutto “Dipendenze” è in atto anche nei confronti delle sostanze d’abuso. Allo stato attuale, anche se non sono ancora legalizzate, comunque le sostanze stupefacenti seguono un percorso quasi alla luce del sole, tanto e vero che è facilissimo acquistarne dappertutto. I servizi per le tossicodipendenze (SERT-SERD), d’altro canto, e il sistema delle comunità terapeutiche, non si sono adeguati alle nuove dipendenze, spesso non offrono risposte idonee, e sono rimasti stigmatizzati come servizi deputati al contrasto e alla cura delle dipendenze da eroina, tuttalpiù da cocaina. Il discorso delle dipendenze comportamentali (da internet, da shopping, da sesso, affettive, da cibo, da gioco d’azzardo) sta prendendo molto spazio sui media e nell’opinione pubblica. Questo sta togliendo attenzione al fenomeno della dipendenza da sostanze, che subdolamente muta di segno. L’eroina da tempo non è più la principale sostanza d’abuso. Le nuove droghe sono di matrice chimica, difficilmente individuabili, spesso non ancora tabellate, non dosabili, e, utilizzate nei contesti del divertimento, finiscono per essere sdoganate come necessari coadiuvanti del divertimento organizzato di massa, soprattutto musicale. Queste sostanze sono invece proprio quelle che hanno maggiore impatto sulla sfera neuropsichiatrica.

Influenza e effetti dell’uso di sostanze sul percorso evolutivo in adolescenza. Può delinearci alcuni aspetti?

R.: E’ noto che l’encefalo umano completa la sua maturazione nel corso di tutta la vita. Quello adolescenziale in particolare è un periodo critico. Si struttura la personalità come schema abbastanza stabile di relazione con il mondo, si definiscono progetti di vita, si canalizzano gli interessi. Quando la sostanza occupa lo spazio del mondo, il soggetto si distacca e diventa apatico e indifferente, il tempo e lo spazio gli scivolano, accede ad una sorta di atemporalità, di eterno presente senza cura, senza memoria e senza progetto, sostenuto da un tipo di umore che sempre più ha bisogno delle sostanze per mantenersi euforico e positivo. Questo atteggiamento sprezzante e disingaggiato non consente al giovane di appropriarsi della propria vita e si porre in essere delle scelte fondamentali. Pertanto è possibile che l’impatto in adolescenza delle sostanze, anche quando non provoca effetti psichiatrici distinti, sia responsabile di modificare l’organizzazione personologica del soggetto. Spesso il tossicodipendente o l’utilizzatore problematico di sostanze finisce per essere, anche da adulto, una persona senza età, senza storia, poiché rimane in qualche modo fissato ad una dimensione atemporale, che è quella di quando ha incontrato la sostanza

Secondo lei quali bisogni gli adolescenti oggi cercano di soddisfare attraverso il consumo di sostanze?

R.: Uno dei bisogni fondamentali è rappresentato dalla necessità di colmare il senso di vuoto. Vuoto di identità o vuoto di essere. All’uscita dall’infanzia, quando il mondo perde il suo incantamento, il soggetto non trova più strutture portanti di ordine socioculturale o affettivo. Allora il senso di vuoto è bruciante. Le sostanze hanno la capacità di riempire immediatamente il vuoto. Poi, come effetto collaterale, comportano un incremento nella percezione di questo vuoto, per cui il soggetto è costretto a riempirsi ancora più di sostanze. La dipendeza si instaura non solo in base a meccanismi biologici che regolano il piacere e la gratificazione, ma anche in base alla fame semantica, ovvero alla fame di senso che prova chi ha un vuoto da riempire. E non può quindi lasciare che questo vuoto lo divori in assenza della sostanza, pertanto altra sostanza è chiamata a riempire il vuoto allargato dalla sostanza stessa. Un altro aspetto è caratterizzato dal fatto che le sostanze si prestano bene, con il loro carico di trasgressività e di ritualità, a fare da iniziazione per chi, come i ragazzi, ha bisogno di segnare il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Da questo punto di vista la nostra società ha progressivamente abolito ogni cerimoniale che abbia valore iniziatico, pertanto per sentirsi adulti e fare cose da adulti entrare nel gruppo di quelli che usano le sostanze è un appeal molto forte.

Può darci una definizione dello “sballo”?

R.: Lo sballo equivale ad una modificazione dello stato di coscienza, di tipo crepuscolare. La coscienza si restringe e si focalizza su pochi contenuti, lasciando fuori fuoco tutto ciò che è al margine del suo ristretto campo. Lo sballo si differenzia dal flash da oppiacei per via endovenosa, che coincide con unasensazione viscerale di piacere e di fusione con l’universo. Allo sballo si può arrivare utilizzando varie sostanze in combinazione. Ad esempio cannabinoidi più alcol, alcol più cocaina, cannabinoidi, pasticche ed alcol. Lo sballo è percepito come piacevole, poiché tutto il peso della cura, delle preoccupazioni, della responsabilità, svapora, si allontana. Lo stato d’animo di euforia (highness) riempie il campo di coscienza. Il soggetto si sente risucchiato in un istante eterno, atemporale, destinato dunque a durare all’infinito, in cui tutto è sfumato, onirico, soffice, possibile.

Esiste una correlazione fra l’età di inizio del consumo di sostanze e l’insorgenza di disturbi?

R.:Nei soggetti con una vulnerabilità, ovvero con una predisposizione verso i disturbi mentali, l’utilizzo di sostanze anticipa di molto l’esordio di una condizione psicotica. Ovvero la slatentizza. Anche in soggetti non predisposti, tuttavia, la precocità dell’inizio può andare a turbare il neurosviluppo e provocare una serie di disturbi. L’adolescenza è una fase molto delicata sotto il profilo neurobiologico. La strutturazione di un assetto encefalico definitivo è anche influenzata dai flussi ormonali. I recettori per i cannabinoidi sono diffusi in maniera abbastanza ubiquitaria, quindi non è da escludere che l’utilizzo di cannabinoidi ad alte concentrazioni possa interferire con lo sviluppo armonico. Generalmente, al di là dei casi di psicosi acute paranoidi, con sintomi allucinatori e deliranti, che per fortuna concernono una stretta minoranza di situazioni, in clinica si osservano sintomi caratterizzati da irritabilità e apatia. I ragazzi perdono la motivazione e la capacità di progettare. In linea di massima più è bassa l’età del consumo di sostanze e più è alta la possibilità di incorrere in disturbi mentali.

Può il THC scatenare negli adolescenti crisi di ansia e attacchi di panico che si ripresentano anche una volta interrotto l’uso?

R. Si. Il fenomeno del flashback, ovvero del ritorno di fiamma, non è esclusivamente tipico delle sostanze allucinogene. Il tetraidrocannabinolo (THC), se eccessivamente concentrato, può produrre dispercezioni. Le dispercezioni sono caratterizzate da sensazioni spesso sgradevoli, di tipo visivo, acustico o tattile, come l’impressione di essere toccati, o l’impressione che ci sia qualcuno, o che ci sia una voce che parli a noi. Queste sensazioni cacofoniche o egodistoniche, cioè che impattano negativamente sulla cenestesi, che è il senso di essere in equilibrio rispetto a se stessi, incrementano l’ansia fino a scatenare attacchi di ansia parossistica o di angoscia, che comunemente vengono definiti attacchi di panico. Un altro motivo per cui il THC può causare panico è il cosiddetto effetto boomerang, o rebound. In pratica accade che in una prima fase l’effetto della sostanza è ritenuto piacevole e rilassante, quindi antiansia, in una seconda fase invece subentra l’ansia, in proporzioni maggiori, poiché tutta l’ansia che è stata cacciata via dall’effetto della cannabis ritorna in maniera violenta. Il cervello funziona con un sistema di memorie molto articolate. Abbiamo non solo memorie cognitive, o affettive, ma anche memorie olfattive o memorie muscolari. La memoria di una attacco di angoscia è qualcosa che tende a non passare. Pertanto il soggetto può riviverla anche ad anni di distanza dall’interruzione dell’abitudine al fumo di cannabis. In alcuni casi, quando il fumo di cannabis provoca nel soggetto delle alterazioni mentali, queste possono non del tutto scomparire con la cessazione dell’abitudine al fumo. In altri termini possono essere proprio queste alterazioni basali o elementari che permangono ad innescare perodicamente dei vortici di ansia o di angoscia anche in assenza di cannabinoidi.

Quali sono il ruolo e l’efficacia della terapia di gruppo all’interno di un percorso di cura dei disturbi arrecati dal consumo di sostanze.

R.: Le sostanze appartengono a rituali perlopiù collettivi, e dunque il gruppo sembra possedere la chiave di volta del trattamento di questi disturbi. Nella tradizione fenomenologica il concetto di reciprocità, quello di intersoggettività e di intercorporeità sono stati molto enfatizzati. Ovvero l’idea che il ripristino, nel paziente, di una costituzione o di una considerazione dell’altro come soggetto vivo, cosciente, senziente, si associa ad un miglioramento delle condizioni patologiche, rappresenta l’architrave della terapia di gruppo. Esistono vari modelli di terapia di gruppo. Quella sviluppata in ambito fenomenologico si chiama Gruppoanalisi dell’Esserci. I soggetti coinvolti sono invitati ad esprimere lapropria esperienza emotiva. Viene favorito l’incontro diretto, all’interno del gruppo, tra due soggetti che di volta involta, alla presenza degli altri, cercano di stabilire un contatto tra di loro, anche toccandosi fisicamente. Le sostanza aboliscono la percezione dell’altro e, di riflesso, aboliscono la percezione di sé. Spesso gli abusatori di sostanze, dopo una fase calda, bruciante, irruenta e impulsiva, arrivano ad una fase fredda, ghiacciata, nella quale si percepisce il congelamento della loro esistenza svuotata di intenzionalità e di progetto. In questa fase il lavoro fenomenologico di gruppo, focalizzato sul pathos residuo, è utile a rivitalizzare i soggetti, a risvegliare dentro di loro l’intenzionalità di esistere.

 

 

Adolescenti fino a 25 anni ?

Secondo una recente ricerca condotta negli USA il nostro cervello resta teenager più a lungo di noi e l’inizio dell’età adulta è collocabile a 25 anni. La scoperta chiave della ricerca riguarda gli impulsi registrati nella zona del cervello, definita dai ricercatori “striato”,  che reagisce principalmente agli stimoli relativi alle “ricompense” e lo fa ben oltre la soglia dei 15 anni raggiungendo il picco massimo all’incirca alla metà dei vent’anni umani.

“Beatriz Luna, psichiatra della Pittsburgh School of Medicine, è a capo del gruppo di ricerca che ha rivoluzionato il concetto di “periodo adolescenziale”. I desideri degli adolescenti e la voglia di novità caratteristici del periodo di pre-maturità, in passato considerati al picco più alto possibile a 15 anni, si sono rivelati in realtà più attivi e presenti nel cervello umano quando si lascia casa e si inizia a provvedere a sé stessi.Nei teenagers la parte del cervello più sensibile alla ricerca di sensazioni e esperienze lavora insieme alla “corteccia prefrontale” per spingere l’individuo a sperimentare e provare curiosità:

“L’età in cui si diventa adulti è probabilmente attorno ai 25 anni – ha dichiarato Beatriz Luna – La ricerca di nuove sensazioni, che in realtà è ricerca d’informazioni, è una caratteristica peculiare della specie e della società umana. Combinandola con gli impulsi della corteccia prefrontale, possiamo comprendere come la possibilità di pianificare la propria vita da adulti sia spinta da quella ricerca di novità che una volta era considerata prerogativa dei più giovani.”

Di conseguenza i giovani sono più motivati dalla possibilità di provvedere a loro stessi di quanto lo sarebbero stati dall’aiuto dei propri genitori. La psichiatra sta tuttora conducendo altre ricerche sui cambiamenti che avvengono nel cervello al raggiungimento dell’età adulta; c’è anche la possibilità che questi cambiamenti vadano avanti oltre il raggiungimento dei trent’anni d’età.

“Ci sono due modi di interpretare la scoperta. Io sono una persona positiva, mi piace pensare che poter cercare la propria strada più a lungo sia un bene. Probabilmente gli stimoli ambientali propri dell’età adulta, che implicano la necessità di essere equilibrati e responsabili a causa delle crescenti responsabilità, sono il segnale che impone al cervello di perdere la flessibilità tipica dell’adolescenza per favorire stabilità ed affidabilità. In ogni caso, avere la possibilità di divertirsi un po’ più a lungo nella propria vita potrebbe di certo essere una cosa positiva”. ”

 Fonte L’Huffington Post

Telefono Azzurro: Periscope, non lasciamo bambini e adolescenti in balia della rete

L’Associazione interroga le istituzioni competenti sui rischi che la nuova App di Twitter comporta per i più piccoli.

Le istituzioni e le autorità competenti, a livello nazionale ed europeo, devono opportunamente regolamentare l’utilizzo di Periscope, la nuova App gratuita di Twitter che consente il live streaming attraverso smartphone. A lanciare l’appello è Telefono Azzurro.
Periscope, se usato correttamente, è uno strumento dalle enormi potenzialità, ad esempio nel campo della cultura, del giornalismo o dell’intrattenimento. Non possiamo però, spiega Telefono Azzurro nascondere i rischi che può comportare per bambini e adolescenti l’utilizzo indiscriminato dello streaming video, diffuso on line in tempo reale. Si stanno moltiplicando infatti le segnalazioni di giovanissimi ripresi a loro insaputa nelle aule di scuola, per strada e in altri luoghi pubblici da coetanei o da adulti, nella quasi totalità dei casi senza alcuna autorizzazione, calpestando così ogni diritto alla propria privacy.

Telefono Azzurro fa anche notare che Periscope, abbattendo la distanza temporale tra le realizzazione di un video e la sua diffusione, lascia intravvedere anche un suo rischioso utilizzo per atti di cyberbullismo. Le vittime dei bulli sono infatti esposte a umiliazioni in diretta, senza filtro, davanti agli occhi di un pubblico potenzialmente illimitato che può commentare e insultare senza alcun rischio. È necessario trovare al più presto, attraverso la collaborazione propositiva di associazioni, istituzioni e aziende, soluzioni nuove che possano conciliare il più possibile la libertà d’espressione con i diritti inviolabili delle persone, in particolare quelli dei più piccoli e dei più indifesi.

Per questo motivo Telefono Azzurro chiede a Twitter uno sforzo maggiore per tutelare tutti i ragazzini che possono iscriversi e usare sia il social, sia la App. In particolare, chiede a Twitter una maggiore chiarezza sulla policy e su ciò che ne costituisce una violazione e al Garante per la protezione dei dati personali di vigilare sui diritti dei soggetti più deboli.

Ai genitori chiede, invece, una maggiore responsabilità: essi hanno infatti il compito-dovere di informarsi su questi strumenti e di educare i propri figli a un uso attento e rispettoso della rete, anche attraverso il proprio esempio. Non lasciamo i ragazzi da soli con uno strumento che non possono essere in grado di gestire, anche se cattura la loro attenzione e accende la loro curiosità.

http://www.vita.it/it/article/2015/04/23/telefono-azzurro-periscope-non-lasciamo-bambini-e-adolescenti-in-balia/132906/

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