H come HIKIKOMORI

“Il problema dei NEEts e degli hikikomori ha, originariamente, una stessa radice: troppa protezione dei figli da parte dei genitori, mancanza di rapporti sociali, troppa pressione a livello della comunicazione. Questi tre fattori sono alla base della reazione di soggetti come i NEETs e gli hikikomori” (Linkiesta.it -intervista al Prof. Yuji Genda, sociologo Università di Tokyo. ” NEETs e hikikomori: cosa lega queste due fasce problematiche di giovani?”)

Chiudono le porte al mondo, sempre di più e sempre più giovani. Sono gli “hikikomori” italiani, detti anche “eremiti sociali”: preadolescenti – il rapporto tra maschi e femmine è 5 a 1 – che decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, e rifiutare ogni relazione, in primis la scuola. I motivi sono diversi: non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni e dei modelli imposti dai media, sono vittime di bullismo o percepiscono la mancanza di opportunità sociali. Il fenomeno è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ‘80 (“hikikomori” significa “rifiuto, isolarsi”, un termine riferito sia ai soggetti, sia alla scelta), dove coinvolge oggi circa 1 milione di giovani, che praticano una volontaria esclusione sociale. Non escono di casa, a volte nemmeno dalla propria camera, e rimangono isolati anche per mesi o anni. In Italia assume caratteristiche meno estreme con alcuni tratti simili, come l’allungarsi dell’età di permanenza dei figli nelle abitazioni dei genitori: fino a 28/30 anni secondo Eurostat. Da noi vivono soprattutto nelle grandi città del nord e sono stimati dai 30 ai 50mila (dati: Istituto Minotauro Milano), ma in trattamento sono ancora pochi. La dipendenza dal web, in questi casi, assume paradossalmente aspetti positivi, perché le relazioni virtuali diventano l’unica finestra sul mondo.

Sono dai 30 ai 50mila i giovani “hikikomori” italiani: iniziano già dalla preadolescenza a chiudersi in casa, spesso davanti al computer, rifiutando la scuola e le relazioni reali, perchè non si sentono all’altezza degli standard sociali, per mancanza di opportunità lavorative o per sfuggire al bullismo. In aumento le famiglie che chiedono aiuto agli esperti.

Gli “hikikomori” italiani. “In Italia per fortuna abbiamo forme più blande rispetto al Giappone – spiega Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario dell’associazione Gruppo Abele -: sono connesse sia ad una fobia scolare, dovuta all’angoscia di relazione rispetto ai compagni, sia a fenomeni strutturali, come la mancanza di opportunità di lavoro. L’Italia è inoltre fanalino di coda in Europa rispetto al tempo in cui i figli rimangono in casa”. I fattori psicologici sono dovuti principalmente, secondo Grosso, al “prevalere di una cultura narcisistica che ha alimentato la vulnerabilità individuale dei maschi rispetto alla definizione di sé e alla capacità di affrontare la competizione”. Ovunque, a livello scolastico, lavorativo, nei rapporti di amicizia, i ragazzi percepiscono un’ansia da prestazione che li fa sentire inadeguati. “Piuttosto di una brutta figura, preferiscono il ritiro”.

Tutto inizia nella pre-adolescenza, quando i ragazzi, spesso iper-protetti, lasciano i caldi nidi familiari e cominciano ad incontrare le prime difficoltà nel mondo dei pari. “Il debutto può essere fallimentare – spiega lo psicoterapeuta -: il proprio aspetto, modo di essere o comportamento, è oggetto di denigrazione, con quella crudeltà tipica che sanno usare i coetanei. Ogni piccolo o grande stigma viene ingigantito dallo sguardo dei compagni, che diventa giudicante”. Il bullismo diventa spesso l’episodio scatenante, i ragazzi non vogliono più andare a scuola. Quello però è solo il pretesto: “il testo si tesse molto prima ed è dovuto alla fragilità nel rapporto con gli altri, ai timori, alle timidezze”. Chiudersi in camera o in casa è una scelta difensiva: piuttosto che sentirsi denigrati ci si ritira e si compensa con internet, che permette di costruire altri mondi. “Il virtuale accusato di creare dipendenza – osserva l’esperto -, in queste situazioni invece aiuta molto. E’ l’unico modo per entrare in contatto con altri ragazzi, ad esempio attraverso i giochi di ruolo”.

Le strategie d’accompagnamento e di prevenzione. In Giappone, dove l’isolamento può durare in media anche sei anni, ci sono già tanti centri di recupero: prima si incontrano i genitori, poi si cerca un approccio con il ragazzo. Se non si riesce si utilizzano “finte sorelle o fratelli maggiori” che stazionano in casa e cercano di agganciare il ragazzo su qualche interesse comune. In Italia, ammette Grosso, “sono sempre di più i genitori che vengono a chiedere aiuto”. La strategia è quella “di aiutarli a capire gli atteggiamenti del figlio e non lottare contro il computer, altrimenti l’aggressività viene spostata verso di loro”. Al contrario è importante cercare di mantenere in casa, per quanto possibile, una comunicazione, per facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta o la ripresa di qualche attività a scuola e nel mondo. Strategie che richiedono però “un buon investimento di energie e almeno tre persone che si occupino dei genitori e del figlio; risorse che oggi i servizi pubblici non sono in grado di sorreggere”. La prevenzione invece si fa invitando i ragazzi a coltivare interessi e passioni, educandoli ad usare strumenti critici per non fondare la propria identità su modelli troppi alti e distanti. “Altrimenti diventano inevitabilmente perdenti”.(http://www.hikikomoriitalia.it/)

Il dibattito sul congedo di paternità obbligatorio .. continua

Sulla recente proposta dell’obbligo del congedo dal lavoro di 15 giorni per i padri  la sociologa Saraceno pone il problema della sostenibilità economica per le famiglie, e la necessita di fondi adeguati per sostenere i congedi parentali

“L’idea che sarebbe opportuno coinvolgere di più i padri nella cura dei figli fin dalla nascita incontra ancora molte resistenze nel nostro Paese. Come è emerso da un’indagine Istat del 2012, anche se la maggioranza della popolazione ritiene che una madre lavoratrice sia una madre altrettanto buona di una casalinga, e che i padri dovrebbero essere più coinvolti nella cura ed educazione dei figli, infatti, la maggioranza degli uomini e una sostanziosa minoranza di donne ritiene che sia il marito-padre a dover provvedere ai bisogni economici della famiglia, di fatto anche sacrificando la propria presenza in famiglia.
Non stupisce, quindi, che siano le madri e non i padri a prendere il congedo parentale (quando ne hanno diritto), nonostante la legge italiana preveda che nessuno dei due genitori possa prendere più di sei dei dieci mesi complessivi disponibili (in aggiunta ai cinque della maternità) e che quindi la maggioranza dei bambini fruisca nei primi anni di vita di un “tempo-genitore” inferiore a quello teoricamente disponibile. Non stupisce neppure che una madre lavoratrice su cinque lasci il lavoro entro i primi due anni di vita del figlio, costretta dai contratti di lavoro flessibili o a tutele crescenti e dalla mancanza di servizi (e di collaborazione consistente in famiglia).
È in questo contesto che si inserisce la proposta avanzata prima dalle giornaliste del Corriere della sera e poi dal presidente dell’Inps Boeri: portare da due a quindici i giorni di paternità obbligatoria. Una buona proposta.
Ma mentre condivido l’argomentazione favorevole di un ascoltatore radiofonico che ha fatto notare come esista il congedo matrimoniale di quindici giorni mentre poco o nulla è previsto per un passaggio ben più importante nella vita di un individuo e di una coppia: la nascita di un figlio. Mi convincono meno sia le argomentazioni (anche di Boeri) di chi sostiene che in questo modo gli uomini diverrebbero più simili alle donne, agli occhi delle aziende, dal punto di vista del costo,
sia quelle che propongono questo congedo come garanzia di una presenza sistematica dei padri lungo tutto il periodo della crescita.
Sulla prima argomentazione, osservo che porre la questione dell’uguaglianza in termini di costo, di svantaggio, rischia di spostare la discriminazione sui genitori nel loro complesso. Ed è anche poco realistica, visto che parliamo di quindici giorni a fronte dei cinque mesi per la maternità: una differenza di trattamento è necessaria, visto che, almeno finora, sono le madri ad essere incinte e a partorire. Quanto alla seconda argomentazione, certo più accattivante, segnalo che i padri diventano capaci di accudimento e se ne assumono autonomamente, ancorché collaborativamente, la responsabilità più facilmente se ne fanno l’esperienza quotidiana e per un tempo abbastanza lungo da soli, in assenza (diurna) della madre. Perciò, se si vogliono davvero incoraggiare i padri ad essere più presenti, occorre lavorare sul congedo genitoriale, che, per altro, già oggi, se volessero, potrebbero prendere alla nascita del figlio, senza aspettare che la madre esaurisca il congedo di maternità. In particolare, tutti gli studi comparativi mostrano che non basta che ci sia, come in Italia, una quota riservata e neppure un premio (un mese in più). Se il congedo è pagato poco (30% dello stipendio i primi sei mesi) o non pagato affatto (i quattro mesi successivi), è difficile che i padri (ed anche molte madri) lo prendano. Certo, c’è un problema di finanziamento. Ma vale la pena di valutare quali siano le misure più efficaci su cui investire non solo la propria capacità di pressione sociale, ma i fondi che già ora vengono dispersi in mille rivoli.”
Per una genitorialità condivisa,non basta qualche giorno di congedo in più di Chiara Saraceno* Rubrica Genitori e figli – Left 12 /11/2016

 

Il dibattito sul congedo di paternità obbligatorio

Obbligare  i neo papà a restare a casa  per 15 giorni come ha propsoto il presidente dell’Inps Boeri o garantire loro la possibilità di farlo lasciandoli liberi di sceglierle? per la filosofa Marzano si tratta di una misura opportuna per veicolare la responsabilità dei padri nel lavoro di genitori.

“CHI si occupa dei figli appena nati? In Italia, la domanda è retorica. Nelle coppie, sono da sempre le donne a farlo mentre gli uomini continuano a lavorare. Sono le donne che restano a casa, mettono tra parentesi la propria carriera, sono penalizzate a livello salariale, talvolta perdono anche il posto. È così. È un’abitudine. È un’evidenza. Nonostante non ci sia nulla di ovvio o di evidente e, all’estero, le cose vadano diversamente già da molto tempo. Forse perché gli uomini hanno pian piano imparato che la parità non è solo una parola vuota, ma una regola di condotta. Forse perché c’è meno paura che la virilità venga compromessa dall’accudimento dei figli.

Forse perché le donne hanno progressivamente imparato che le relazioni di coppia restano asimmetriche fino a che entrambi i partner non condividono esattamente gli stessi diritti e gli stessi doveri, gli stessi oneri e le stesse gioie. Allora ben venga, in Italia, la proposta avanzata ieri da Tito Boeri di rendere obbligatori 15 giorni di congedo di paternità nel primo mese dalla nascita di un figlio. Almeno, anche in Italia, la si smetterà di considerare automaticamente le donne con figli come un costo per le aziende oppure di appiccicare addosso alle madri che continuano a lavorare l’etichetta di “ cattive madri”. Almeno, anche in Italia, gli uomini si sentiranno responsabilizzati, e finiranno col prendere sul serio il “ lavoro” di padri. Una misura giusta, quindi. Cioè. Se non proprio giusta, almeno necessaria. Visto che talvolta, affinché la mentalità e i costumi di un paese evolvano, è necessario passare attraverso l’obbligatorietà della legge.

E la libertà individuale? E le scelte che ognuno di noi deve poter fare in maniera autonoma senza che lo Stato venga a spiegarci quello che è bene o meno fare? Certo, le obiezioni che possono essere sollevate quando si parla di “ obbligatorietà” sono numerose. E non è un caso che una donna come Emma Bonino, da sempre sensibile a ogni forma di ingerenza statale sulla vita privata, abbia reagito negativamente alla proposta del presidente dell’Inps. Non sono sicura, però, che questa volta si tratti realmente di “ dirigismo”, per utilizzare l’espressione usata da Emma Bonino. I “ margini di contrattualità” che esistono all’interno di una coppia sono sempre legati ai “ margini di contrattualità” che caratterizzano un’epoca o una cultura, un contesto sociale o una condizione economica. Quale margine di manovra ha oggi in Italia una madre? Quale potere contrattuale ha una donna incinta nei confronti del proprio datore di lavoro? Di quale autonomia gode quando il marito o il compagno non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di domandare un congedo di paternità, perché non è questo che si fa, non è questo che ha fatto il padre, non è questo che fanno i colleghi? In fondo, come spiegava l’amico di Montaigne, Etienne de la Boétie, è solo nel momento in cui le condizioni permettono l’esercizio della propria libertà che si è realmente liberi. E nonostante ogni essere umano abbia vocazione ad agire liberamente, quando non ha conosciuto altro che la servitù è volontariamente che si sottomette. È una questione di abitudine, appunto. Un’abitudine che, talvolta, può cambiare solo grazie all’obbligatorietà della legge.

Certo, non sono 15 giorni di congedo di paternità obbligatoria che metteranno fine alle discriminazioni o insegneranno agli uomini l’importanza del proprio ruolo genitoriale, esattamente come non sono le quote rosa che risolvono il problema della parità di genere.

Come spiegava Montesquieu, quando si vogliono cambiare i costumi di una società e modificare i comportamenti delle persone, si deve agire soprattutto a livello culturale. Ma non c’è anche il potere simbolico della legge che contribuisce a rimettere in discussione ataviche e inutili “abitudini”?”

“Il congedo dei papà che aiuta le donne” di Michela Marzano

La Repubblica del 06/11/2016

 

 

Rapporto Giovani 2016 – Generazione perduta? No: «disorientata, ma pragmatica e intraprendente». Nonostante tutto 

Non una «generazione perduta», come avvertiva  Mario Draghi . Piuttosto, una generazione «disorientata e dispersa». Ma non “disillusa” e tantomeno “disperata”. Al contrario: gli italiani che nel 2016 hanno tra 18 e 32 anni vivono con fastidio ( e giustamente) l’etichetta stereotipata dei perdenti. Si rivelano e si rivendicano dinamici, pronti a muoversi e a imparare, capaci di guardare (finalmente) a un futuro da progettare. Proprio quello che il Paese non è stato altrettanto capace di prospettare finora, indicando una strada di sviluppo personale e professionale e valorizzando (anche con una remunerazione adeguata) l’ energia delle nuove leve. Per crescere con e anche grazie a loro .

Rosanna Santonocito IlSole24H http://job24.ilsole24ore.com/news/

Volta in qualche modo pagina e racconta una storia diversa rispetto alle ultime edizioni il «Rapporto Giovani 2016 sulla condizione giovanile in Italia» che l’ Istituto Toniolo di Milano realizza dal 2012con il sostegno di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo e presentato all’Università Cattolica di Milano.

Niente ottimismo di maniera, visto che il punto di vista scelto come primo “assaggio” pubblico dei dati della corposa e tematicamente variegata rilevazione sull’universo giovanile (9mila intervistati su lavoro, felicità, istituzioni, Europa, figure di riferimento) è stato il nodo studio/lavoro.

Nelle parole e nei numeri di Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica che abitualmente fa da front man della ricerca di cui è uno dei curatori, a prevalere sono tuttora i bilanci con il segno meno. A partire dal dato demografico: in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under30, «e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che “non” si riescono a fare ». E qui Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29eni che non sono ancora
autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40% , «la più bassa in Europa».

Stante questo dei show record al negativo, i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal Rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti/perdenti, schiacciati dalla crisi , proprio non ci si ritrovano più. Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il Rapporto restituisce piuttosto«una generazione disorientata, perchè piena di progetti, commenta Alessandro Rosina – potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia ».
Il 55% considera proprio «la capacità di adattarsi » l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio. Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto .

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti. Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo. Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perchè ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perchè non guadagna abbastanza pee mantenersi. Alla domanda «che cos’è il lavoro per te», poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo : una propensioneche distingue ancora i Millennials dalla generazione precendente degli “X”, nota Rosina . «Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto».

Che cosa chiedono, in fin dei conti, i giovani italiani? Dal mondo della formazione si aspettano di trarre competenze avanzate che servono per trovare più facilmente un lavoro (41%) o averne uno migliore (52,8%), ma prima ancora a crescere come persone. L’80% a scuola vorrebbe infatti di accrescere le conoscenze e le abilità personali, il 76,6% imparare a stare con gli altri, il 63,8% ricevere strumenti per affrontare la vita.

Alle aziende, invece, i giovani domandano una maggiore valorizzazione del capitale umano e retribuzioni adeguate. Non a caso, tra quelli che hanno una occupazione gli scontenti dichiarati del lavoro sono il 29% , ma gli insoddisfatti del guadagno il 44 per cento. La percezione delle difficoltà e dell’incertezza lavorativa spinge al ribasso anche i progetti di vita futura. Come avere figli, per esempio: i 18-32enni del Rapporto Giovani ne desidererebbero – mediamente – due o più, ma pensano più realisticamente che ne avranno tra uno e due: il valore che emerge è poco oltre 1,5. Vicino alla media europea, e comunque più alto dell’1,35 dell’Italia di oggi.

Generazione Gap Year

Consigli ai genitori e ai ragazzi che dopo la conclusione della scuola superiore vogliono prendersi un anno “sabbatico” all’estero

Riportiamo i suggerimenti contenuti in un interessante articolo sull’esperienza di un anno all’estero sempre più diffusa  anche in Italia tra i giovani che dopo il diploma partono per un’esperienza in altro paese per lavorare , migliorare la conoscenza di una lingua straniera, mettersi alla prova….

Ecco i cinque consigli

  1. Quale progetto, quale paese? Per la scelta della destinazione è importante fermarsi un attimo e riflettere bene su se stessi. Bisogna valutare con attenzione il proprio grado di adattamento e darsi una risposta sincera rispetto alla scelta tra contesti metropolitani o realtà rurali, tra climi temperati e climi molto caldi, tra culture occidentali e culture differenti. Tra il semplice desiderio di affinare una lingua rispetto alla voglia di fare qualcosa di concreto, lavorare, essere agenti di cambiamento, immergersi in una realtà lontanissima. infine: la scintilla deve essere dei ragazzi. Il coinvolgimento dei genitori deve restare in una dimensione di supporto emotivo e fiducia. Inutile imporre esperienze non desiderate o ritagliate su sogni e aspettative che non appartengono ai protagonisti del viaggio.
  2. Informarsi bene per costruire il progetto “giusto” Sono molte le possibilità all’interno di un progetto di gap year: bisogna decidere quanto stare via (da un minimo di uno-tre mesi fino a un intero anno), dove andare, realizzarlo in proprio attraverso il fai-da-te o affidarsi a un’organizzazione (semplicemente linguistica oppure specializzata in esperienze di volontariato internazionale). Oltre alle informazioni istituzionali, è utile partecipare a info-day e ascoltare l’esperienza di chi l’ha già fatto.

3 . Come pagare (o ripagare alla famiglia) il gap year? A seconda del tipo di viaggio che si pianifica, cambiano le spese. I corsi prettamente linguistici, all’interno di un ente o college, sono più impegnativi (una permanenza di 3 mesi in Inghilterra o in Canada può attestarsi intorno ai 5mila euro, voli esclusi). Per ripagare il corso di lingue, in particolare in Inghilterra, è possibile trovare un lavoro part time. «In Gran Bretagna, Irlanda e Australia le scuole hanno job clubs per facilitare l’accesso al lavoro -, spiega Giovanni Moretti di ESL Italia -. Ci sono ragazzi, poi, che per ripagarsi la permanenza nell’ambitissima Australia si trattengono a fine corso a lavorare nelle farm». Un fai-da-te di lavoro e soggiorno può essere più abbordabile, così come un progetto di volontariato internazionale. «Il reperimento del budget necessario è un’esperienza formativa nell’esperienza: ci sono giovani che lavorano e risparmiano già negli ultimi mesi del liceo, ragazzi che organizzano eventi (tornei, concerti) di fundraising», spiega Alice Riva di YearOut.

  1. Meglio studiare e lavorare o semplicemente perdersi, vedere nuovi orizzonti? Questo è un grande dilemma all’interno del gap year. Gli ultimi anni vedono sempre più ragazzi impegnati in un progetto, di studio o lavorativo, più che giovani zaino in spalla alla ricerca di se stessi in giro per il mondo. Il consiglio più frequente è di prolungare il viaggio, alla conclusione del progetto o del corso, e prendersi del tempo per visitare il paese dove ci si trova».
  2. Davvero “fa curriculum”? Il gap year è sicuramente tenuto in considerazione nel curriculm «se viene spiegato bene-, Spiega Riva la responsabile di YearOut -. «È importante sottolineare non solo le capacità linguistiche, ma anche organizzative, di lavoro in team, di leadership acquisite durante l’esperienza. Quando la meta prescelta è particolarmente alternativa e multiculturale, può indicare anche una particolare intraprendenza, curiosità, apertura rispetto alle relazioni e alle sfide professionali».

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2016/06/07/generazione-gap-year/

di Benedetta Verrini _ IoDonna_ Corriere della sera

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita Job Act!

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Divina Commedia, I Canto dell’Inferno, Dante Alighieri

L’inferno di Dante come metafora del percorso che giovani uomini e donne devono affrontare per trovare la motivazione e la forza per partire o ripartire con il lavoro e la loro vita.

La due giorni di introduzione al metodo di pedagogia teatrale di JOBACT™ di ProjektFabrik, 22 e 23 ottobre, è stata un viaggio interiore per capire, esplorare, rischiare, riflettere, insieme ed in gruppo, sulla capacità formativa, taumaturgica e trasformatrice dell’arte.

Al laboratorio, organizzato da Vivaio per l’Intraprendenza, partner di ProjektFabrik, hanno partecipato gli attori delle compagnie “Il Genio della Lampada” di Firenze e “Il Bagatto” di Jesi, gli operatori del consorzio Kairós di Torino e del Provveditorato Regionale della Amministrazione Penitenziaria della Toscana, le Associazioni Sharing Europe e ArpaFirenze, studenti e professori dell’Università di Firenze, gli esperti di ASHOKA Italia, oltre allo staff del Vivaio.

La prima giornata si è tenuta all’interno della sala semiottagono dell’ex carcere delle Murate. Uno spazio molto suggestivo che ricorda i gironi infernali. Il laboratorio ha
alternato momenti di lavoro sulle tecniche teatrali, la presentazione del modello JOBACT™, scambio e confronto sulla trasferibilità del “concept” in Italia.

La seconda giornata ha avuto luogo nel Salone Brunelleschi del Palagio di Parte Guelfa. L’esercitazione teatrale ha introdotto la fase propositiva e motivazionale del percorso, prendendo spunto dal Faust di Goethe per lavorare sulla forza della volontà.

Sono intervenuti anche la dottoressa Francesca Rinaldi che ha presentato il progetto Giovanisì, buona prassi di politiche giovanili della Regione Toscana; la dottoressa Natalia Pazzaglia che ha presentato Ashoka, la rete degli imprenditori sociali, e i suoi progetti.

Ciascun partecipante si è interrogato ed ha condiviso le sue riflessioni su come innestare la pedagogia teatrale nei percorsi di formazione o di counseling più tradizio
nali.

Mettersi in proprio e avviare una impresa è prima di tutto l’assunzione di un ruolo nuovo. Il lavoro che la pedagogia teatrale permette di fare su se stessi, sulle proprie emozioni e motivazioni si coniuga perfettamente con la metodologia di lavoro del Vivaio per l’Intraprendenza, la rafforza, l’approfondisce e la rende più ricca.

Il laboratorio è stato realizzato grazie al co-finanziamento del progetto Advocate Europe e costituisce la prima tappa di un progetto che vedrà edizioni anche in Ungheria, Francia, Spagna e Grecia.

Un grande emozione recitare tutti insieme le prime terzine dell’Inferno, ma anche sapere che saranno lette anche in tedesco, francese, ungherese, spagnolo, greco nei prossimi laboratori internazionali JOBACT™.

Le sale sono state messe a disposizione dal servizio Europe Direct del Comune di Firenze.

OPEN DAY Istituto per il Turismo MARCO POLO

L’Istituto Tecnico per il Turismo “Marco Polo” di Firenze è la prima scuola ad indirizzo turistico nata in Toscana. Ha maturato quindi una profonda esperienza in questo settore e, da qualche anno, ha anche attivato un corso di Liceo Linguistico. Il Tecnico per il Turismo ed il Liceo Linguistico offrono una formazione che preparare gli studenti ad una società sempre più multiculturale e li aiuta ad inserirsi in ambiti lavorativi che mantengono buoni livelli occupazionali anche nel difficile periodo di crisi economica che stiamo attraversando.

SEDI

La scuola ha due sedi, entrambe a Firenze. Quella principale si trova in via San Bartolo a Cintoia 19/a (zona viale Talenti); la succursale è in Lungarno De Nicola 64 (Firenze Sud – zona Obihall).

Nella sede principale è presente un ampio parcheggio interno, una palestra, un auditorium, un’aula riunioni, un’aula polivalente, una biblioteca ed un bar interno con prodotti biologici.

In succursale sono presenti un piccolo parcheggio interno, un’aula multimediale ed una biblioteca

INNOVAZIONE TECNOLOGICA

La scuola fa dell’innovazione tecnologica uno dei suoi elementi caratterizzanti.

È una delle poche scuole superiori ad avere una LIM (Lavagna Multimediale) in ogni aula, installate tutte l’anno scorso.

Inoltre la sede principale dispone di due laboratori multimediali con 30 postazioni (di cui uno nuovissimo), un moderno laboratorio linguistico, un laboratorio di chimica attrezzato, e un‘aula in cui è possibile sperimentare una diddatica innovativa facendo lezioni con cuscini e tablet.

http://www.ittmarcopolo.gov.it/home/la-scuola

Il prossimo OpenDay in cui la scuola è aperta per presentare ad alunni e genitori la propria struttura ed i propri spazi è la seguente: Domenica 29 NOVEMBRE 2015 ore 10.00-13.00

Si comunicano inoltre tutte le date in cui la scuola sarà aperta:

NOVEMBRE 2015 

Domenica 29 Novembre 2015 ore 10.00-13.00

DICEMBRE 2015 

Venerdì 18 Dicembre 2015 ore 18.00-20.00  (con aperitivo)

Sabato 19 Dicembre 2015 ore 15.00-18.00

Domenica 20 Dicembre 2015 ore 10.00-13.00

GENNAIO 2016 

Sabato 16 Gennaio 2016 ore 15.00-18.00

Domenica 31 Gennaio 2016 ore 10.00-13.00

 

 

Senza prospettive e pronti a scappare: ecco gli adolescenti italiani del 2015

Aspettative? Zero. E dubbi su tutto. Tranne che sulla famiglia: il primo valore. Quando era il sesto trent’anni fa. Sono le risposte dei giovanissimi italiani a un sondaggio realizzato in esclusiva per “l’Espresso” dall’istituto Demopolis. Messo a confronto con un’identica indagine del 1983. Da cui emerge il futuro strappato ai millenials

Vogliono andarsene dall’Italia, pensano che in futuro saranno meno felici dei loro genitori, snobbano completamente i partiti. E indicano la famiglia come il valore più importante. Sono i giovanissimi dai 14 ai 18 anni, protagonisti del sondaggio realizzato dall’istituto Demopolis in esclusiva per l’Espresso in edicola.

Nell’inchiesta l’Espresso racconta i sogni, la morale, le idee, le speranze e le paure dei teenager del 2015, mettendoli a confronto con quelli del 1983 . Attraverso un sondaggio statistico realizzato nell’aprile di allora, e riproposto con poche modifiche ai ragazzi di oggi.

Il volto della generazione che emerge dall’indagine è una sorpresa amara. Per l’Italia. Perché da qui 4 teenager su 10 vorrebbero fuggire: erano soltanto l’11 per cento trent’anni fa. Per gli adolescenti del duemila sembra finito il futuro, qui: non lo vedono all’orizzonte né nel lavoro né negli ideali. Resta solo il presente. Un presente spalancato dalla globalizzazione e dalla voglia di viaggiare, ma in cui loro preferiscono non perdersi, rifugiandosi piuttosto nel proprio, nella casa, nelle coordinate del privato-sopra-tutto. Famiglia, matrimonio, fedeltà e verginità ricompaiono infatti come parole di riferimento. La cultura perde punti. Ne guadagna il sesso.

Dal sipario esce invece del tutto la politica, affossata nel disinteresse con la sola eccezione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Le personalità a cui guardano i ragazzi arrivano piuttosto dal mondo dello sport e dello spettacolo, con Maria de Filippi, Valentino Rossi e Fedez sul podio dei volti noti che ispirano più fiducia fra i teen.

In questo magma di infelicità, disillusione e sete di fuga emerge però anche un nucleo di domande grezze, una spinta al cambiamento ancora irrisolta: dalla voglia di “riformare in molti aspetti la società italiana” assai maggiore adesso rispetto a quella fotografata nel 1983, alla multiculturalità di fatto (il 62 per cento dei ragazzi ha amici sia italiani che stranieri) che non trova spazio nelle istituzioni.

di Francesca Sironi  espresso.repubblica.it/senza-prospettive-e-pronti-a-scappare-ecco-gli-adolescenti-italiani

 

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