AMICI? PIU’ FACILE. LE RELAZIONI FLUIDE.

Uomini e donne possono essere amici? Ora è più facile: le reazioni sono diventate «fluide»
La quotidianità ha avvicinato uomini e donne: si vive e si lavora di più insieme. Da «Harry ti presento Sally» è cambiato tutto: è caduta (per sempre) la barriera del sesso

di Gaia Piccardi e Massimo Rebotti Corriere della Sera http://www.corriere.it/cronache/uomini-cambiamento/
«Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo, perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente: vuole sempre portarsela a letto». È il 1989. In Italia s’insedia il sesto governo Andreotti, a Berlino cade il Muro e tra Chicago e New York, nell’arco di un lungo viaggio in auto, Harry illustra a Sally la sua teoria sull’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. Quasi trent’anni dopo, «Harry ti presento Sally» è ancora la pietra angolare per decifrare il groviglio di emozioni che nasce da un incontro? Da allora — insieme al mondo — sono cambiate molte cose: oggi più che mai maschi e femmine socializzano, lavorano insieme, condividono interessi e a volte il materasso senza necessariamente essere in coppia, in uno scenario di relazioni fluidificate dalla rivoluzione dei costumi e delle convenzioni sociali.

«Ai miei tempi c’era il sesso oppure no — ricorda la scrittrice e psicoterapeuta Gianna Schelotto —. Non esistevano vie di mezzo. Chi s’immaginava che sarebbe nata la categoria dei trombamici?». Prego dottoressa…? «Quando il sesso non è più barriera né impedimento, l’amicizia tra uomo e donna diventa possibile. Ho pazienti che usano il sesso come mutuo soccorso. In tempi di rimescolamento di ruoli e generi, con una soglia del pudore più bassa, le divisioni rigide — amore o amicizia — non hanno più ragione di esistere». È la fascia degli adolescenti il grande laboratorio degli esperimenti intersessuali. Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e grande conoscitore dei giovani, spiega: «Le pari opportunità puntavano proprio a questo: smussare la rigidità degli stereotipi. Oggi all’Erasmus i ragazzi dormono nello stesso letto senza obbligo di relazione intima». E se il sesso c’è, è ginnastica priva di implicazioni emotive: «Ha perso l’alone di tabù e proibito. Le femmine si sono virilizzate, i maschi femminilizzati. In questo contesto è più facile che si formino coppie di amici misti». Se maschi e femmine ormai hanno imparato a stare insieme, se diminuisce il potenziale erotico e si scopre che si può avere un rapporto nuovo, chissà quale campo minato sono diventate le relazioni tra adulti.

Esploratore dell’animo femminile, ancora pieno della lunga storia con la sublime Mariangela Melato, Renzo Arbore è il nostro Caronte nelle acque agitate di un tema mai risolto. Arbore non ha dubbi: «L’amicizia tra uomo e donna non solo è possibile, ma io l’ho sperimentata tante volte. Ho avuto amiche vere senza altre implicazioni, rapporti paritari con femmine intelligenti e colleghe bravissime». Alla fine degli Anni Settanta, in tv, conduce «L’altra domenica». Al suo fianco Milly Carlucci, Isabella Rossellini, Stella Pende, Irene Bignardi. «Le chiamavano le donne parlanti perché in quegli anni le donne facevano solo le vallette. Di ciascuna di esse sono rimasto profondamente amico». E poi c’è Mariangela. L’amore, on/off, di una vita. «Con lei il rapporto era speciale. Quando in un primo tempo è finito l’amore, che poi non era finito, siamo stati molto amici. C’era tra noi una profondissima stima. Non ho mai smesso di ragionare con lei, di chiamarla, di farle dei regali, di farmi consigliare. Le indicavo persino con chi, secondo me, dovesse fidanzarsi. Poi abbiamo riscoperto che eravamo fatti l’uno per l’altra ed è tornato ad essere amore. Che però è anche amicizia, stima e sentimento».

Un sentiero che, nello sport, hanno percorso anche la campionessa degli Open Usa 2015 Flavia Pennetta e Fabio Fognini, collega tennista. Amici sin da ragazzi, si sono piaciuti a rispettosa distanza per anni prima di ritrovarsi d’incanto liberi da fidanzamenti. È a quel punto che l’attrazione non ha più avuto ostacoli. Racconta Flavia, neomamma di Federico: «Ci siamo messi insieme con alle spalle vent’anni di consolidata amicizia. Quando ci siamo scambiati il primo bacio, sapevamo già tutto l’uno dell’altra». Una relazione, infatti, può iniziare fraternamente, diventare sessuale e poi ritornare fraterna: «Sono solo le convenzioni a dirci che tutto ciò non va bene» interviene Rosa Maria Vijogini, terapeuta al centro milanese Cuore di Smeraldo: «Tra un uomo e una donna c’è sempre un’attrazione. Può essere fisica o intellettuale. In ogni caso alla base di una relazione c’è un bisogno profondo: quello di un’unione che ci completi. Sull’altro, in pratica, proiettiamo ciò che pensiamo ci manchi». A questo proposito il filosofo Massimo Cacciari raccontò al Corriere della Sera di una grande sintonia con una donna che non sfociò mai in una relazione sentimentale, spiegando così l’occasione mancata: «L’affinità era tale che era come se ti specchiassi nell’altro; e se vedi te stesso nell’altro ti ritiri, non vai dentro alla fonte come Narciso: non puoi fare, in pratica, l’amore con te stesso!».

A dimostrazione del fatto che la materia è incandescente, sul tema si sono esibiti poeti (Borges: «L’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente»), scrittori (Wilde: «Fra uomo e donna non può esservi amicizia: passione, ostilità, adorazione, amore, ma mai amicizia»), cantanti (Venditti: «Amici mai, per chi si cerca come noi, non è possibile»). Attraverso la loro amicizia speciale, poi, Sophia Loren e Marcello Mastroianni hanno creato quell’alchimia che dalla vita si è trasferita sul grande schermo («Fu sintonia immediata, senza mai un’incrinatura: un gigantesco amore cinematografico» scrive Sophia nella biografia) e Monica e Chandler l’esilarante complicità che ha reso immortale la serie televisiva «Friends». Tra le infinite variabili di una relazione uomo-donna c’è anche quella di genere: «Per sua fisiologia — dice la psicoterapeuta di coppia Roberta De Bellis — il maschio ha un tipo di impulso sessuale che lo rende più incline a cadere in tentazione, mentre nella donna prevale la componente emotiva: il mondo si evolve, insomma, ma le dinamiche interpersonali rimangono ferme al discorso che Harry fa a Sally nel film».

Marco Columbro a Lorella Cuccarini la tesi di Harry non l’ha mai esposta però — forse — un pensiero ce l’ha fatto: «Io stavo a Milano, Lorella a Roma e tutti ci dicevano: dai ditelo, siete fidanzati, siete una coppia». Il conduttore ricorda bene la percezione del pubblico negli anni del loro sodalizio: «Io e lei avevamo un’alchimia rarissima, quando capita è un dono. Artistico e umano. C’era un rispetto profondo e un affetto amicale. Ma non c’è mai stato niente». Con qualche rimpianto: «Bella donna, simpatica, intelligente. Però era fidanzata con l’amore della sua vita, continuava a ripetere. Due palle… Qualsiasi voglia te la faceva passare». Giusto o sbagliato che sia il discorso di Harry, l’amicizia rimane un’esigenza: «Ci si specchia nell’altro per capire che tipo di uomo o donna vogliamo diventare» chiosa Pietropolli Charmet. «È come una danza o una lotta — spiega Vijogini —. Dentro a una relazione di amicizia c’è sempre una possibilità evolutiva». E alla fine di quel famoso film, per non sbagliare, Harry si fidanza con Sally.

Q come Quindicenni

Quindici anni, un’età  se non problematica, complessa, spesso resa più difficile dall’atteggiamento educativo e relazionale degli adulti che non riescono a comprenderne le dinamiche.

Ansiosi e iperconnessi …un po’ mammoni . L’ultimo studio dell’Ocse ha tracciato questo l’identikit dei quindicenni italiani. Rispetto ai coetanei degli altri Paesi, sono meno soddisfatti della propria vita quotidiana e soffrono di più lo stress. Con i compagni di classe fanno amicizia facilmente, ma la maggioranza soffre di ansia scolastica per compiti in classe e voti Tra i passatempo ovviamente spicca il web. Circa uno su quattro naviga oltre 6 ore al giorno, in un normale giorno della settimana, ed è pertanto ritenuto “consumatore estremo di internet” e quasi la metà dichiara di “sentirsi proprio male se non c’è una connessione a internet”.

I genitori risultano molto presenti nella vita dei figli. Gli studenti italiani componento del camione intervistati dichiarano nella stragrande maggioranza  di ricevere un grado elevato di sostegno da parte della famiglia: per il  96%  mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche , anche se nelle difficoltà questo supporto familiare vacilla un po’.

Tutta l’adolescenza è un’età disturbata da grandi cambiamenti – e anche disturbante, spesso, il clima e le relazioni familiari  –  durante la quale vengono fatti gli sforzi psicologici più azzardati per affrontare le tante novità in corso, riguardanti corpo, pensieri, passioni, istinti. Una rivoluzione interiore espressa anche dall’instabilità e incoerenza, dal vacillare e ciondolare tra posizioni estreme. Del resto ci vuole tempo prima che si strutturi una personalità adulta. Sensazioni, sentimenti e stati d’animo ingarbugliati che, forse, i genitori tendono a enfatizzare o banalizzare, dimenticando come si sentivano loro, all’età dei figli. Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia.

Ecco un decalogo di cose che possono apparire strane a un adulto ma che in realtà rassicurano del fatto che il proprio figlio 15enne è “del tutto normale” (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli) :

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell’olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall’agonia all’estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale.

U come UNICI (FIGLI)

Il sociologo Alberoni intervistato di recente sul tema ha messo in evidenza il circolo in qualche modo “vizioso” del figlio unico: con il crollo delle nascite i sempre piu numerosi figli unici soprattutto i maschi, sarebbero inclini – considerata anche la congiuntura economica-  a prolungare la fase adolescenziale e a ritardare quindi il fare famiglia . Anche molte donne a trent’anni non sono sicure di volere dei figli e spostano avanti la decisione verso quaranta ; spesso quindi i bambini saranno figli unici.

L’impatto sul piano sociale di questo fenomeno è la certezza di una vecchiaia in solitudine, per i tanti senza rete familiare con conseguente aumento del numero delle assistenti personali – neppure più assitenti familiari – con costi sociali elevati.

Per  le fasi dell’eta evolutiva infanzia e adolescenza  molte sono le analisi psicologiche del profilo individuale del figlio unico, fino a parlare di una vera e propria “sindrome” che riguarderebbe oltre ai giovani anche i loro genitori

Ma cosa significa nascere, crescere e vivere come figlio unico all’interno di una famiglia di oggi? Ecco un decalogo estratto da un articolo apparso su Io Donna – Corriere della Sera

Quali sono gli errori più comuni che si trovano ad affrontare i genitori con un figlio unico e in che modo evitarli? Scopriamoli con l’aiuto dell’esperta. Come crescerà senza fratelli e sorelle? Sarà viziato? Ecco i comportamenti da evitare e i consigli della psicologa Rosanna Schiralli per educare serenamente i bambini senza fratelli di Angela Altomare (Io Donna _Corriere della sera).

Figlio unico. Ecco i 10 errori da evitare

  1. Farlo diventare il piccolo tiranno di casa.
    Il bambino figlio unico tende ad essere al centro del mondo degli adulti di riferimento (genitori, nonni, zii, amici di famiglia etc.), assumendo il ruolo di chi dispone e decide quanto desidera. Questo va assolutamente evitato, mettendo limiti e confini sin da subito e dando gli opportuni “No” quando sia necessario. In questo modo si favorisce una struttura del cervello migliore per qualità e quantità di neuroni e un conseguente migliore funzionamento con una buona tolleranza alle frustrazioni.
  2. Non fargli frequentare amici o fargliene frequentare troppo pochi.
    Molto spesso i genitori dei figli unici temono l’esplorazione sociale da parte del figlio per un eccesso di protezione nei suoi riguardi. Questo alla lunga può comportare una incapacità di relazionarsi, misurarsi e confrontarsi con gli altri. Inoltre può comportare difficoltà a mettersi nei panni degli altri, con conseguente frustrazione, senso di solitudine e percezione di non essere adatti o, al contrario, di essere diversi (a volte superiori) ai propri coetanei”.
  3. Trattarlo come un adulto.
    Il bambino non è come una persona adulta in grado di capirvi, starvi a fianco, supportarvi e, a volte, consigliarvi. Occorre non cedere a questa tentazione, mantenendo il proprio ruolo di genitori e rapportandosi con il figlio in base all’età che ha, ricordandosi che si tratta di un bambino o di un adolescente che va comunque aiutato a crescere. Senza inversione di ruoli.
  4. Concentrare le aspettative sul figlio.
    Attenzione a non cadere in questo errore. Essendo l’unico figlio da cui vi aspettate la realizzazione di desideri che appartengono più a voi che a lui. Perciò, quando il figlio si trova a dovere scegliere una strada o a prendere una decisione, cercate sempre di chiedervi se quello che pensate sia un suo desiderio o non appartenga invece a voi o al vostro essere stati bambini o adolescenti. Un piccolo esercizio importante che può “salvare” la vita di vostro figlio.
  5. Esagerare nelle lodi e nelle gratificazioni.
    Il figlio potrebbe cercare sempre la vostra approvazione per farvi contenti, per poi rimanere deluso di fronte a frustrazioni e fallimenti. Quindi cercate un equilibrio tra lo spronarlo gratificandolo e offrendogli le giuste critiche.
  6. Essere iperprotettivi.
    Un eccesso di protezione inibisce l’esplorazione e quindi il processo di costruzione dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’autostima. Evitate perciò di sostituirvi al suo gesto spontaneo e di dare subito un giudizio o fare una critica, senza avere prima consentito che lui sperimenti o vi spieghi il suo punto di vista, se è più grandicello.
  7. Avere nonni che assumono comportamenti educativi e relazionali diversi dai vostri.
    Cercate di parlare con loro per far capire che, proprio perché figlio unico, va fatta attenzione a che non si senta al centro di tutti. Anche i nonni dovrebbero evitare di viziarlo o di sostituirsi troppo a lui, proteggendolo da ogni frustrazione o elogiandolo all’infinito.
  8. Rendere troppo partecipe vostro figlio dei problemi di coppia.
    Un figlio unico tende ad essere adultizzato e molto responsabilizzato. La tentazione di considerarlo capace di comprendere le motivazioni del vostro problema di coppia e magari anche di prendere posizione è forte. Dovete assolutamente evitare di coinvolgerlo, dicendogli solo che sì, è vero, ci sono dei problemi, ma state cercando di risolverli da persone grandi.
  9. Dare troppe cose e troppi soldi.
    Non è mai educativo, anche se si è in situazioni economiche agiate. Ai figli, soprattutto se unici, va insegnata la parsimonia e il senso del sacrificio. Fin da quando sono piccoli. Non vale il “ho solo questo figlio … vorrei renderlo il più felice possibile”. Nell’orto del troppo il desiderio e la passione non possono crescere.
  10. E soprattutto: sentirsi in colpase vostro figlio non ha fratelli.
    Se vi chiede perché non ha fratelli, spiegate semplicemente che ci sono famiglie con un solo figlio e altre con più figli e che nella sua vita avrà magari più amici e qualche cugino.

 

N come NO (dei genitori ai figli)

Non esiste, per un genitore, parola più difficile da pronunciare con un figlio: no. Eppure il no (e se, come e quando saperlo dire) è essenziale per una buona educazione dei figli, all’interno di un dialogo serrato, ma sempre costruttivo. Il libro dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, con il significativo titolo “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli” (Mondadori), mette sul tavolo proprio il tema delle regole saltate nell’educazione dei figli e di questa strisciante incapacità dei genitori a pronunciare il fatidico no.Convincente, perché non si può dire no a un figlio senza, in qualche modo, convincerlo, o almeno provarci. E quanto al rigore, i sì sono certo più comodi e più semplici del no.

Vi proponiamo interessante articolo pubblicato sul sito web del centro Dedalus attivo a Bologna come spunti di riflessione formulato da operatori esperti

Genitori in ostaggio – Dire di no ai figli (http://www.dedalusbologna.it/)

Negli ultimi tempi ogni sera su Rai Due va in onda una nuova sit com dal titolo “madri imperfette” che racconta con ironia e leggerezza le difficoltà, gli impegni, le paure e i dubbi della madri moderne. In uno degli episodi andati in onda, viene posta una questione che ascoltiamo molto frequentemente quando i genitori  domandano aiuto, in altre parole consiste nella difficoltà di non riuscire a dire di no ai propri figli, a non porre dei limiti. I genitori chiamano in Dedalus quando i figli presentano dei sintomi, che non si riescono più a gestire come l’uso di sostanze, la trasgressione della legge attraverso atti di bullismo o ancora le ripetute bocciature scolastiche

 Come mai non si riesce più a dire di no?

I genitori lamentano di avere delle mancanze con i figli, hanno difficoltà a gestire tutto, a far quadrare la vita familiare, il lavoro e per questo allora impartiscono poche restrizioni e regole, sono indulgenti davanti alle trasgressioni della legge, non vietano nulla ai ragazzi perché le madri e i padri hanno paura di perdere il loro amore. In questo modo i genitori eliminano ogni possibile conflitto, preferendo occupare un posto alla pari, facendo “l’amico o l’amica” che ascolta ogni segreto, che non si arrabbia mai, che lascia passare tutto. Per assicurarsi l’amore del figlio, i genitori cercano di soddisfare ogni capriccio giustificano ripetuti insuccessi scolastici, prendendosela piuttosto con i professori troppo severi,  pur di non intaccare in nessun modo il rapporto idilliaco e pacifico con il figlio adolescente.

Nell’epoca contemporanea emerge un appiattimento dei ruoli, non c’è più distanza generazionale perché i genitori indaffarati, impegnati, in difficoltà hanno troppo paura di essere odiati,  di perdere la troppa vicinanza con i loro figli che consente di sapere ogni segreto e controllare ogni spostamento per dormire sonni tranquilli. Se al contrario assumessero una posizione più autorevole, se pronunciassero dei no, andrebbero incontro al giusto rischio di essere un po’ tagliati fuori dalla vita dei loro figli adolescenti.

I genitori diventano ostaggio dei bisogni e delle richieste dei figli per non perdere l’amore.Tutto ciò provoca numerose conseguenze.

Per il figlio adolescente non avere un adulto con cui confrontarsi, discutere, rallenta e blocca il processo di separazione e autodeterminazione del giovane. I ragazzi si trovano a non comprendere cosa desiderano, a non assumersi mai una responsabilità sulle loro azioni mostrando di conseguenza dei forti disagi perchè smettono di domandarsi e di cercare ciò che li muove, in altre parole per cosa davvero soggettivamente valga la pena vivere. Per il genitore, trovarsi messo in scacco dal figlio fa aumentare la propria fragilità, il senso di fallimento e la percezione di sentirsi incapaci di occupare per il figlio il posto di guida, di essere un adulto di riferimento quando il ragazzo mostra delle reali difficoltà. Quando la situazione precipita i genitori si permettono finalmente di domandare aiuto alla psicoanalisi perché non sanno più che madre o padre vogliono essere per i loro figli. Varcano la porta di Dedalus intraprendendo un lavoro su di sé e su quell’amore che hanno tanto paura di perdere, ma che, come  sperimentano sulla loro pelle, ha  un prezzo davvero alto.

 

 

F come FUGA

Capita spesso che i ragazzi decidano di allontanarsi volontariamente dalla propria casa, a volte per poche ore o altre volte per qualche giorno, a volte si cerca un posto sicuro, magari un amico di estrema fiducia o comunque un posto significativo per loro, studiato e di protezione.

Generalmente si tratta di allontanamenti provocatori messi in atto per spaventare il genitore, o di allontanamenti difensivi legati alle problematiche di gestione di una situazione  stressante, esempio classico esiti negativi e problemi scolastici.  Molti figli hanno paura di affrontare i genitori , di essere puniti e la fuga spesso  è il frutto di una serie di scontri precedenti . Quando gli adolescenti non sono capaci di dialogo puo succedere di pensare che andare via da casa sia la soluzione migliore. Ci sono anche casi in cui annunciano la fuga sui social network e cercano di attirare una maggiore attenzione…

Cosa succede quando un figlio scappa di casa (Donna Moderna)

Famiglie tranquille, andamento scolastico nella norma e con gli amici tutto ok. Perché allora Roberto, Anto, Ivan e Lorenzo decidono di scappare di casa, senza dire nulla neanche ai compagni di classe? E perché l’unico che torna si chiude in un mutismo inattaccabile? I protagonisti del libro di Giorgio Scianna, La regola dei pesci (Einaudi), pongono interrogativi che varcano i confini del romanzo e approdano nelle nostre vite, quando guardiamo i figli adolescenti e arrabbiati e ci chiediamo cosa stia passando loro per la testa.

L’illusione del controllo

«Rispetto ai bambini rapiti o ai malati di Alzheimer che non ricordano più il loro nome, quelli degli adolescenti in fuga sono in genere casi che si risolvono in pochi giorni» spiega Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto?,programma di Rai 3. «Di solito, finiti i soldi, tornano da soli. Ma anche poche ore di vuoto per i genitori diventano un incubo, acuito dal fatto che oggi, con i cellulari, siamo abituati a un controllo costante sui nostri figli». Le ragioni di chi scappa sono spesso associate a un problema con mamma e papà: i brutti voti a scuola, un amore ostacolato o il permesso negato di andare a un concerto.

«I genitori si chiedono disperati dove hanno sbagliato, ma colpevolizzarsi non serve: nei casi che trattiamo non c’è differenza di ceto sociale né di impegno e cura nei confronti dei figli. Spesso è solo la follia del momento, un passaggio della vita, un assaggio di libertà». Può capitare, però, che dietro un gesto tanto forte si nasconda un malessere così intimo da non essere comunicato neppure agli amici. Intercettarlo non è facile, perché i possibili segnali, come il mutismo o gli scontri familiari, sono tratti tipici di ogni adolescenza.

La distanza tra adulti e giovani

«I genitori davvero “connessi” con i loro figli captano i prodromi di una fuga. Ma essere in sintonia non è facile» spiega Stefano Rossi, psicoterapeuta di Area G, un centro specializzato nel disagio adolescenziale che lavora nelle scuole. «Incontro ogni giorno ragazzi che mi parlano di genitori solo apparentemente presenti. E i problemi che oggi si trovano ad affrontare le famiglie, come l’instabilità lavorativa ed economica, acuiscono la distanza. Così la fuga diventa un modo per richiamare l’attenzione».

Ci sono casi poi in cui scappare è una reazione vitale, un modo per dimostrare a se stessi e agli altri di sapersela cavare.

«Succede perché spesso, anche senza accorgersene, i genitori di oggi, che sono figli del benessere e della fiducia nel futuro, inviano ai loro figli messaggi negativi: “Qui con noi sei al sicuro, fuori il mondo è diventato brutto, ci sono il terrorismo, l’inquinamento, la disoccupazione giovanile”. Un messaggio che va contro la necessità fisiologica degli adolescenti di imparare a diventare autonomi, protagonisti della loro vita».

Il doppio ruolo dei social media

Oggi il mondo è Internet, il mega spazio dove conoscere persone di tutto il mondo. «I social forniscono occasioni relazionali che abbattono le barriere di spazio e tempo, che vanno oltre l’entourage di casa, scuola e palestra» spiega Rosalba Ceravolo, coordinatrice e supervisore di 116000, il Numero unico europeo minori scomparsi, un servizio che in Italia è affidato a Telefono azzurro. «Sono tanti i casi di giovani che scappano per andare a trovare amici conosciuti online.

Oltre che un rischio, in questo caso i social rappresentano un aiuto per la ricerca: i like a situazioni e luoghi o una frase allusiva pubblicata qualche giorno prima forniscono indizi, così come i profili di amici stranieri.

Noi allertiamo i nostri omologhi negli altri Paesi che si mettono subito alla ricerca coinvolgendo le forze dell’ordine e risolvendo il caso in genere in 48, massimo 72 ore. Nel frattempo forniamo supporto psicologico alla famiglia in modo che possa gestire il dramma e darci indicazioni utili su quello che il ragazzo ha fatto o detto nei giorni precedenti». Sui social, però, possono circolare pericoli maggiori di una cotta virtuale per l’amichetto lontano. Dopo la conversione all’Islam del 14enne napoletano che adesso si fa chiamare Karim Abdul, i servizi segreti italiani hanno individuato nel nostro Paese cellule che sul web adescano reclute per l’Is. Il loro terreno di caccia sono i social network e le prede ragazzini con l’animo in fermento e le certezze labili.

«La sfiducia nel futuro e la mancanza di prospettive che continuiamo a trasmettere provocano negli adolescenti un grande vuoto che rischia di essere riempito da qualsiasi cosa. Per esempio da ideologie forti che criticano l’Occidente e il capitalismo, dai black bloc all’Is» dice Giorgio Scianna, che per il suo romanzo si è ispirato proprio a questo tema. «Gli “uomini in nero” esercitano fascino perché, paradossalmente, forniscono agli adepti un ruolo, una sicurezza, l’orgoglio di impegnarsi per qualcosa, un significato e un senso di appartenenza che oggi, nella società dell’incertezza, i ragazzi spesso non trovano».

Adolescenti e dipendenza da Internet

Le dipendenze da Internet saranno le malattie più diffuse a livello mondiale del prossimo decennio secondo il report del XVIII Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica tenutosi a Firenze in aprile.

Gli adolescenti italiani sono sempre più dipendenti dalla rete (stima  del 5%). L’accesso ad internet 24 ore su 24 attraverso gli smartphone ha aggravato il problema dello sviluppo di una dipendenza da internet. Uno studio della rivista Neuropsychiatry parla di dipendenza se si superano le 6 ore giornaliere di connessione  e conferma una maggiore predisposizione per i maschi.

Sul tema riportiamo un interessante articolo apparso su Data Manager Online che riporta l’analisi e le riflessioni della Società italiani dei Pediatri.

“Dipendenza da Internet, cresce il disagio emotivo tra gli adolescenti” La condizione attuale dei giovani è oggetto di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, presentata in occasione del Congresso Nazionale a Napoli, un lavoro che ha messo in luce soprattutto il disagio emotivo diffuso tra i giovanissimi, oltre ad a un distacco sempre maggiore dalle figure adulte di riferimento.Il Presidente della SIP Alberto Villani commenta così: ”I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Come Pediatri stiamo infatti osservando un’insorgenza sempre più precoce di alcuni problemi tipici dell’adolescenza. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori – spiega Villani in una nota pubblicata sul sito ufficiale della SIP – affrontando temi che si ritenevano propri dell’età adolescenziale, ma che si manifestano prima. E’ necessario elaborare strategie comunicative adatte ai bambini più piccoli e preparare i genitori ben prima dell’età adolescenziale”.

La ricerca si è avvalsa di un questionario informatizzato, che ha comportato in due mesi la risposta di più di 10 mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni, da tutte le regioni.Le domande spaziavano dall’alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Osservando i risultati della ricerca è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della condizione attuale degli adolescenti in Italia, che sono sempre più iperconnessi tanto che uno su quattro è sempre online; circa l’80% del campione ha sperimentato, a varie intensità, un disagio emotivo e l’84,2% non si è rivolto ad uno specialista. Gli amici rimangono il riferimento principale mentre il 46% si rivolge ai genitori in caso di problemi. I dati più preoccupanti riguardano l’autolesionismo, che interessa il 15% del campione.

A far riflettere è anche l’età media del primo smartphone, già tra 10 e 12 anni, mentre l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. Il 53% del campione si dedica ad attività multimediali per periodi prolungati. Un preadolescente su 2 dichiara di navigare su Internet durante la notte all’insaputa dei genitori, mentre uno su 3 è stato adescato da un adulto attraverso profili fake. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di Internet potrebbe essere dannoso per la salute degli adolescenti: almeno 25 ore a settimana aumentano il rischio di pressione alta.

Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile presso IRCCS Stella Maris di Pisa conclude così: ”Il dato dell’elevato numero di risposte al questionario proposto, più di 10.000 in meno di due mesi, ci obbliga a riflettere sul bisogno espresso e a cercare di passare ad una fase di costruzione di risposte efficaci, per non deludere la fiducia che gli adolescenti hanno rinnovato, anche in questa occasione, verso adulti e istituzioni”.

 

NON MANDARE L’ESTATE IN FUMO

Sole e relax aiutano a dire addio alle sigarette
È sempre il momento giusto per smettere di fumare. Ma la pausa estiva mette a disposizione alcune armi in più a chi vuole provarci. Le giornate lunghe, la possibilità di distrarsi con attività piacevoli, l’assenza di stress lavorativo possono essere potenti alleati delle buone intenzion

articolo di Vera Martinelli del 09.07.17 pubblicato su Corriere della Sera/Salute

Due bracciate a nuoto, una passeggiata su un sentiero in salita, un po’ di movimento per gioco con gli amici. Subito il fiato corto e un pensiero fulmineo, al pacchetto di sigarette in tasca. E se fosse ora il momento buono per dire basta?

«Smettere di fumare fa bene sempre, ma l’estate offre una serie di opportunità che la rendono uno dei momenti migliori per affrontare questo passo — dice Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano —. Le giornate sono più lunghe, permettendo di ritagliare spazi per fare attività piacevoli, salutari e gratificanti, ottimi alleati dello stop al fumo. La prospettiva di scoprire il corpo e l’alimentazione leggera e più ricca di frutta e verdura possono contribuire a rafforzare la volontà di mantenere una buona forma fisica. Infine, specie per chi fuma di più a causa dello stress lavorativo, la prospettiva delle vacanze offre relax e la libertà di organizzare l’addio alle sigarette nella maniera che meglio si adatta a ognuno».

In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), vivono 52,4 milioni di persone che hanno più di 15 anni: 34,1 milioni sono non fumatori, 6,6 sono ex tabagisti e 11,7 sono gli attuali fumatori. In pratica, nel nostro Paese, fuma un uomo su quattro e una donna su cinque.

«I numeri del Rapporto 2017 mostrano che continua a crescere la quota di fumatrici — commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss — che superano i maschi, specie nel Nord del Paese, soprattutto nella fascia d’età in cui s’accende la prima sigaretta (15-24 anni) e in quella in cui solitamente si smette (45-64). Altro dato preoccupante è l’aumento di fumatori medi (10-15 sigarette al giorno) e pesanti (oltre le 20) tra i giovanissimi».

A rincuorare, ci sono i dati sul fumo passivo: «I divieti legislativi hanno sortito l’effetto sperato — continua Ricciardi —. Sono pochi, e diventano sempre meno, gli italiani che hanno fumato in auto in presenza di minori e donne incinte. Solo 1 su 10 consente ai propri ospiti di accendersi una sigaretta in casa, e 9 su 10 dichiarano che il divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro è sempre o quasi rispettato, anche se esistono differenze regionali, con il Nord più virtuoso».

Ha funzionato anche la legge (in vigore da maggio 2016) sui nuovi pacchetti di sigarette: «Immagini shock, messaggi forti sul rischio e Numero Verde gratuito per smettere di fumare (800 554 088) hanno fatto pensare ai danni per la salute oltre l’83% dei tabagisti e fatto aumentare il desiderio di smettere in oltre il 60% — dice Roberta Pacifici, direttore dell’OssFAD —. Il 36%, inoltre, ha rinunciato ad accendersi una sigaretta e le telefonate al nostro servizio per la disassuefazione si sono quintuplicate».

Se le misure di contrasto si sono rivelate efficaci, resta da valutare la componente psicologica. Un recente studio americano condotto su tabagisti tra i 18 e i 39 anni indica, ad esempio, che sia meglio il sentimentalismo del salutismo.

La strategia “nostalgica” (associata a immagini che evocano sensazioni piacevoli e rilassanti) pare fare breccia nell’animo dei fumatori e riesce a influenzare pensieri e comportamenti più della paura di malattie future, dei sensi di colpa o delle “prediche”».

«Trovare il modo di fare leva sulla volontà di smettere è una sfida aperta da molti anni — commenta Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia —. La paura può funzionare, come dimostra l’esperienza dei Paesi (come l’Australia) in cui avverten- ze e immagini “forti” sono state adottate da più tempo: i fumatori sono diminuiti, specie fra i giovani. Ma serve anche la speranza di potercela fare, perché se vedi il cambiamento come troppo difficile o pensi di non riuscire, finisci per non provare neppure. Il suggerimento che viene dalla ricerca Usa, perciò, è che ci sia un duplice messaggio: quello sui danni da fumo e quello della strategia per venirne fuori (come il Numero Verde dell’Iss). Bisognerebbe poi trovare il modo di comunicare su larga scala che quando si è aiutati, si smette più facilmente».

Invece la maggioranza dei tabagisti prova da solo (porta a termine l’impresa senza aiuto il 6%) e, in media, fallisce almeno tre volte (secondo le statistiche il quarto tentativo è quello buono), mentre le probabilità di successo salgono molto se si chiede aiuto ai Centri antifumo, dove vengono offerte sia assistenza sia terapie, dai farmaci al sostegno psicologico.

Infine, gli esperti riuniti a Chicago durante l’ultimo convegno americano di oncologia, hanno ribadito l’imprescindibile importanza di aumentare sia il prezzo delle sigarette (i parlamentari Usa si sono espressi a favore ben 120 volte dal 2002) sia l’età del divieto, passando da 18 a 21 anni. Il metodo è risultato efficace su tre fronti: ridurre il numero medio di sigarette fumate, incentivare a smettere e scoraggiare i giovani dall’iniziare.

L come LIBERTA’

Quando i ragazzi entrano nell’età dell’adolescenza, la maggior parte dei conflitti in famiglia sorgono perché, non sentendosi più bambini, vogliono decidere da soli e ritengono di meritare più libertà e maggiori responsabilità, mentre i genitori sono ancora restii a soddisfare le loro richieste.

Per molti genitori, infatti, risulta difficile affrontare queste rivendicazioni, perché dopo aver preso per anni le decisioni per conto dei propri figli e aver messo i loro bisogni prima di ogni altra cosa, si trovano davanti dei giovani adulti che vorrebbero essere liberi di affrontare il mondo a modo loro.

Ovviamente, tutti i genitori comprendono il maggiore bisogno di libertà e di responsabilità dei loro figli. Del resto è una fase naturale del processo di sviluppo dei ragazzi. Allo stesso tempo, però, bisogna riconoscere che i genitori hanno ragioni più che valide per temere le conseguenze di questa maggiore libertà, ed è altrettanto comprensibile il loro desiderio di concederla con molta cautela. Oggi più che mai, infatti, i motivi di preoccupazione sono molti: Uso di sostanze, gravidanze indesiderate, atti violenti, e altri fenomeni che interessano il mondo giovanile, un mondo per alcuni aspetti sconosciuto agli adulti.

Ma rispondere alle richieste degli adolescenti sempre con un “no”, nel tentativo di proteggerli il più a lungo possibile, porta inevitabilmente all’insorgere di conflitti familiari;  i figli si chiudono in se stessi, smettono di confidarsi, oppure si procurano la libertà desiderata a insaputa dei loro genitori.

E allora, che fare? Una semplice soluzione per ridurre la conflittualità consiste nel migliorare la comunicazione con i vostri figli.

Un buon inizio può essere provare a spiegare loro come vi sentite e quali sono le vostre paure rispetto alla maggiore libertà che essi rivendicano. E anche se condividere le vostre preoccupazioni non vi farà guadagnare la loro piena accettazione e comprensione, sarà un modo efficace per instaurare un dialogo più profondo, e forse raggiungere anche dei compromessi accettabili.

Il passo successivo potrebbe consistere nel concedere gradualmente maggiore libertà e responsabilità, dando loro l’opportunità di dimostrare che sono pronti per quell’indipendenza che reclamano a gran voce.

Naturalmente, per orientarsi sul livello di libertà e di responsabilità da concedere ai propri figli non esistono delle regole precise, e ciascun genitore dovrà basarsi sulla personalità del proprio figlio e sui comportamenti avuti fino a quel momento.

Certo, i vostri figli commetteranno degli errori, ma la maggior parte delle volte le cose andranno per il meglio. Usate l’empatia per cercare di capire che è anche per loro una fase difficile e per alcuni versi di grande confusione. Del resto siamo stati tutti adolescenti – e figli – e se ogni tanto proverete a ricordare le sensazioni che provavate allora e ne parlerete con loro, questo ridurrà senza dubbio la distanza tra di voi.

Le preoccupazioni non svaniranno del tutto, e a volte le vostre decisioni faranno arrabbiare i vostri figli adolescenti, ma se vi sforzerete di concedere loro gradualmente maggiore libertà e di affidargli maggiori responsabilità, misurando costantemente come reagiscono al cambiamento, scoprirete che i conflitti a poco a poco si ridurranno.

Ragazzi e alcol: la famiglia è decisiva. I risultati di una ricerca nazionale condotta su duemila adolescenti.

Il «gruppo dei pari» può indurre al consumo di alcolici e alle ubriacature Ma per gli adolescenti il rapporto con i genitori è ancora l’argine fondamentale

Articolo di Maurizio Tucci pubblicato su Corriere della Sera – Salute , 

Aumenta, fortunatamente, l’età del primo contatto con le bevande alcoliche, e nella prima adolescenza la famiglia si conferma un importante elemento di protezione nei confronti degli eccessi.

Sul fronte opposto però, si conferma anche l’effetto di trascinamento del gruppo dei pari nell’indurre gli adolescenti a un consumo incontrollato di alcol. Questi, in estrema sintesi, i primi risultati dell’indagine biennale su Adolescenti e alcool realizzata da Osservatorio permanente giovani e alcol, Associazione laboratorio adolescenza e Società italiana di medicina dell’adolescenza.

Lo studio, arrivato alla sua terza edizione, è stato condotto su un campione nazionale di duemila adolescenti che frequentano la terza media (fascia d’età 12-14 anni).

In questa fascia d’età il rapporto con l’alcol non si è ancora strutturato e quindi si ha ancora la possibilità di intervenire con efficacia, per indurre i giovanissimi a comportamenti e abitudini corrette.

Gli adolescenti italiani, da quanto emerge dalla ricerca, appaiono tutt’altro che “bevitori”: ad avere un consumo più o meno quotidiano, essenzialmente durante i pasti, di bevande alcoliche (nei tre mesi precedenti l’intervista) è risultato essere poco più del 3% del campione considerato.

Le cose cambiano, purtroppo, quando il bere – all’interno del gruppo dei pari – diventa una questione di “look” : si beve perché gli altri lo fanno e chi non lo fa, in qualche modo, si “chiama fuori”.

Molti sono in grado di resistere, ma parecchi altri, in un momento in cui autostima e sicurezza di sé non sono merce che abbonda, si fanno trascinare.

Il dato che ci viene dall’esperienza dell’ubriacatura (il 13,7% del campione ha affermato di aver avuto questa esperienza una sola volta e il 7,1% più volte) è indicativo: più gli amici bevono ed eccedono, più si beve e ci si ubriaca.

A non essere mai “andato oltre” è il 56% degli adolescenti che hanno detto di non avere amici che si ubriacano, mentre tra chi frequenta in maggioranza amici che si ubriacano solo il 3% non ha mai avuto esperienza diretta di eccessi alcolici.

Viceversa se il consumo di

A casa I ragazzi che hanno rapporti familiari critici si ubriacano il doppio rispetto a chi è sereno Con gli amici All’aumentare dell’età, sarà invece il legame col partner a giocare un ruolo importante

più facile rifiutare una sigaretta che un chupito»: lo ha detto la maggioranza degli adolescenti nei focus group durante la ricerca su alcol e adolescenti. Le pressioni del gruppo a bere sono più insistenti di quelle a fumare ed è più difficile opporre resistenza. Alessandra Marazzani, psicologa di Laboratorio Adolescenza, spiega: «Bere è un rito collettivo, molto più di quanto lo sia fumare una sigaretta; la percezione dei danni da bevande alcoliche avviene prevalentemente in famiglia, anche solo occasionalmente (e comunque in modo controllato e scevro da connotati trasgressivi), la tendenza a provare l’esperienza dell’ubriacatura risulta nettamente meno frequente. Non si è mai ubriacato l’84% degli adolescenti che ha contatto con bevande alcoliche soprattutto in famiglia contro il 48% di chi si avvicina all’alcol prevalentemente con gli amici.

«Il problema maggiore relativo al consumo di alcol in età adolescenziale — afferma Gabriella Pozzobon, Presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza— è che i ragazzi considerano socialmente accettabile il bere alla loro età e, soprattutto, non pericoloso. Ubriacarsi, per loro, è fonte di evasione e divertimento, senza considerare tutti i gravi effetti che ne derivano e senza rendersi conto che il bere può rappresentare (e spesso rappresenta) un primo passo verso altri comportamenti Qui e ora Tutti gli adolescenti di si dicono convinti che l’alcol fa male, ma il tipo di “male” è circoscritto all’evento singolo. «Se esagero con l’alcol e non lo reggo posso sentirmi male e collassare, ma se so controllarmi non ci sono problemi». Una visione legata al “qui e ora”, senza riflettere sugli effetti nel tempo, un tipico tratto adolescenziale. fumo – frutto di provvidenziali campagne di comunicazione – è più alta della percezione dei danni da alcol. La scelta di fumare o non fumare è riconosciuta come difficilmente influenzabile dalle scelte del gruppo, molto più del bere o non bere (a meno che non si sia noti come astemi). La differenza tra le bevande alcoliche è poi maggiore di quella fra marche di sigarette, il che induce a proporle in alternativa e con maggiore insistenza. a rischio o vere e proprie dipendenze. Ed è a una sempre maggiore informazione, diretta specificatamente ai ragazzi, che la Società italiana di medicina dell’adolescenza e noi “pediatri -adolescentologi” ci stiamo dedicando e continueremo a dedicarci con sempre maggiori energie».

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono – secondo i diretti interessati e indipendentemente dal loro comportamento individuale – le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%).

E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. Dai dati dell’indagine emerge chiara questa correlazione: la percentuale di ragazzini che dichiara di essersi ubriacato più volte raddoppia passando da chi afferma di avere una vita familiare piacevole e serena (6,1% ) a chi riferisce di avere rapporti con i genitori critici o francamente conflittuali (11,8%).

«Un’esperienza singola di ubriacatura, benché mai apprezzabile, può essere considerata quasi una sorta di tappa obbligata per un adolescente – sostiene Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, referente per l’area psicologica di Laboratorio Adolescenza – e può verificarsi anche in contesti familiari assolutamente sereni. Se però ubriacarsi a quattordici anni comincia a non essere un evento isolato allora può essere espressione di un disagio conseguente a rapporti familiari critici. Genitori conflittuali tra loro, che quindi turbano la serenità familiare, o forti carenze affettive percepite dai ragazzi, possono indurre a ricercare altrove e con mezzi impropri, vie di fuga. All’aumentare dell’età, quando cambiano anche i pesi delle relazioni affettive, lo stesso può verificarsi in conseguenza a difficoltà di rapporti tra giovani pantere”.

Maurizio Tucci

TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

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