Da scuola a casa da soli : cosa pensano i fiorentini?

Al sondaggio svolto online da La Nazione  (si può ancora votare su www.lanazione.it)  hanno risposto per ora un migliaio di persone. Prevale l’opinione secondo cui gli studenti delle scuole medie (e le loro famiglie) possano continuare come previsto fino ad ora ad  optare per l’autonomo riento a casa, previa autorizzazione dei genitori.

`La strada? Palestra di vita. No agli eterni bamboccioni’  Nazione.it

«In alcuni quartieri ci vogliono gli adulti». «Macchè. I ragazzi vanno responsabilizzati. Se li facciamo crescere sotto una campana di vetro non facciamo il loro bene».
Il popolo della rete si divide tra chi pensa che alle medie sia giusto che i ragazzini tornino a casa da soli e chi invece, «visti i tempi che corrono», è dalla parte di quei presidi che hanno emanato circolari per imporre la presenza dei genitori all’uscita.

E oltre  il 70% dei lettori ha detto che no, alle medie gli studenti devono poter tornare a casa in autonomia. Il 24% appoggia invece i dirigenti più inflessibili.
«Sarebbe un disastro – digita più di una mamma, inorridita -. Se così fosse, dovrei lasciare il lavoro». Già, perché un conto è arrivare, col fiatone, alle 16,30 di fronte alla scuola elementare. Un altro correre a perdifiato per essere, alle 14, puntuali di fronte ai cancelli della scuola media. Sui social, il dibattito si amplia. E le posizioni contrapposte si sfidano a colpi di like e di commenti su commenti.
«IL MONDO che circonda i nostri ragazzi non è certo semplice – osserva Tiziana -. Proviamo però a dar loro gli strumenti per cavarsela da soli, altrimenti saranno sempre degli eterni bambini».
Immancabile il fascino dell’amarcord: «Se penso a quando ero piccola…», scrive Franca. «Già alle
elementari si andava a scuola da soli. Mi vengono i brividi nel pensare a quanto sia peggiorata l’Italia». Ecco che i più timorosi tirano subito in ballo bullismo e pedofilia. «Meglio andare a riprendere i nostri figli», la posizione di chi vive il presente con una massiccia dose d’ansia.

«BULLISMO, pedofili e spacciatori c’erano anche prima – ribatte Leonardo -. Facciamo camminare i ragazzi sulle proprie gambe. Sennò tireremo su una generazione di bambocci che, lontana dalle gonne della mamma, non saprà fare niente». Parola d’ordine: «Responsabilizzare». Più pratica Annalisa: «Mi pare una proposta assurda. Pensiamo a chi ha due o tre figli, divisi tra elementari e medie».

GIÀ, anche i nonni finora hanno tirato un sospiro di sollievo. Appena il nipote arriva in prima media, è sufficiente aspettarlo a casa per accoglierlo con una bella pastasciutta fumante. Adesso, invece? «Ci manca solo che mi obblighino ad andare a prendere mio figlio – si sfoga Roberta -. Non ho più l’aiuto dei nonni. Dovrei prendere il part-time».

Nubi nerissime si addensano sulle famiglie, già costrette a mille equilibrismi. «Via, ragazzi – tranquillizza tutti Simone -. Siamo in Italia: non cambierà mai nulla. Possibile che ci cascate sempre?».

H come HIKIKOMORI

“Il problema dei NEEts e degli hikikomori ha, originariamente, una stessa radice: troppa protezione dei figli da parte dei genitori, mancanza di rapporti sociali, troppa pressione a livello della comunicazione. Questi tre fattori sono alla base della reazione di soggetti come i NEETs e gli hikikomori” (Linkiesta.it -intervista al Prof. Yuji Genda, sociologo Università di Tokyo. ” NEETs e hikikomori: cosa lega queste due fasce problematiche di giovani?”)

Chiudono le porte al mondo, sempre di più e sempre più giovani. Sono gli “hikikomori” italiani, detti anche “eremiti sociali”: preadolescenti – il rapporto tra maschi e femmine è 5 a 1 – che decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, e rifiutare ogni relazione, in primis la scuola. I motivi sono diversi: non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni e dei modelli imposti dai media, sono vittime di bullismo o percepiscono la mancanza di opportunità sociali. Il fenomeno è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ‘80 (“hikikomori” significa “rifiuto, isolarsi”, un termine riferito sia ai soggetti, sia alla scelta), dove coinvolge oggi circa 1 milione di giovani, che praticano una volontaria esclusione sociale. Non escono di casa, a volte nemmeno dalla propria camera, e rimangono isolati anche per mesi o anni. In Italia assume caratteristiche meno estreme con alcuni tratti simili, come l’allungarsi dell’età di permanenza dei figli nelle abitazioni dei genitori: fino a 28/30 anni secondo Eurostat. Da noi vivono soprattutto nelle grandi città del nord e sono stimati dai 30 ai 50mila (dati: Istituto Minotauro Milano), ma in trattamento sono ancora pochi. La dipendenza dal web, in questi casi, assume paradossalmente aspetti positivi, perché le relazioni virtuali diventano l’unica finestra sul mondo.

Sono dai 30 ai 50mila i giovani “hikikomori” italiani: iniziano già dalla preadolescenza a chiudersi in casa, spesso davanti al computer, rifiutando la scuola e le relazioni reali, perchè non si sentono all’altezza degli standard sociali, per mancanza di opportunità lavorative o per sfuggire al bullismo. In aumento le famiglie che chiedono aiuto agli esperti.

Gli “hikikomori” italiani. “In Italia per fortuna abbiamo forme più blande rispetto al Giappone – spiega Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario dell’associazione Gruppo Abele -: sono connesse sia ad una fobia scolare, dovuta all’angoscia di relazione rispetto ai compagni, sia a fenomeni strutturali, come la mancanza di opportunità di lavoro. L’Italia è inoltre fanalino di coda in Europa rispetto al tempo in cui i figli rimangono in casa”. I fattori psicologici sono dovuti principalmente, secondo Grosso, al “prevalere di una cultura narcisistica che ha alimentato la vulnerabilità individuale dei maschi rispetto alla definizione di sé e alla capacità di affrontare la competizione”. Ovunque, a livello scolastico, lavorativo, nei rapporti di amicizia, i ragazzi percepiscono un’ansia da prestazione che li fa sentire inadeguati. “Piuttosto di una brutta figura, preferiscono il ritiro”.

Tutto inizia nella pre-adolescenza, quando i ragazzi, spesso iper-protetti, lasciano i caldi nidi familiari e cominciano ad incontrare le prime difficoltà nel mondo dei pari. “Il debutto può essere fallimentare – spiega lo psicoterapeuta -: il proprio aspetto, modo di essere o comportamento, è oggetto di denigrazione, con quella crudeltà tipica che sanno usare i coetanei. Ogni piccolo o grande stigma viene ingigantito dallo sguardo dei compagni, che diventa giudicante”. Il bullismo diventa spesso l’episodio scatenante, i ragazzi non vogliono più andare a scuola. Quello però è solo il pretesto: “il testo si tesse molto prima ed è dovuto alla fragilità nel rapporto con gli altri, ai timori, alle timidezze”. Chiudersi in camera o in casa è una scelta difensiva: piuttosto che sentirsi denigrati ci si ritira e si compensa con internet, che permette di costruire altri mondi. “Il virtuale accusato di creare dipendenza – osserva l’esperto -, in queste situazioni invece aiuta molto. E’ l’unico modo per entrare in contatto con altri ragazzi, ad esempio attraverso i giochi di ruolo”.

Le strategie d’accompagnamento e di prevenzione. In Giappone, dove l’isolamento può durare in media anche sei anni, ci sono già tanti centri di recupero: prima si incontrano i genitori, poi si cerca un approccio con il ragazzo. Se non si riesce si utilizzano “finte sorelle o fratelli maggiori” che stazionano in casa e cercano di agganciare il ragazzo su qualche interesse comune. In Italia, ammette Grosso, “sono sempre di più i genitori che vengono a chiedere aiuto”. La strategia è quella “di aiutarli a capire gli atteggiamenti del figlio e non lottare contro il computer, altrimenti l’aggressività viene spostata verso di loro”. Al contrario è importante cercare di mantenere in casa, per quanto possibile, una comunicazione, per facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta o la ripresa di qualche attività a scuola e nel mondo. Strategie che richiedono però “un buon investimento di energie e almeno tre persone che si occupino dei genitori e del figlio; risorse che oggi i servizi pubblici non sono in grado di sorreggere”. La prevenzione invece si fa invitando i ragazzi a coltivare interessi e passioni, educandoli ad usare strumenti critici per non fondare la propria identità su modelli troppi alti e distanti. “Altrimenti diventano inevitabilmente perdenti”.(http://www.hikikomoriitalia.it/)

E come EMPATIA

Quante volte avete provato a intavolare un discorso con vostro figlio adolescente? Spesso sembra di parlare con extraterrestri: saccenti, assenti, arroganti, mugugnanti esseri che vivono su un altro pianeta e faticano a raccontare la loro giornata. Figurarsi a esternare ciò che provano. Sanno provare empatia, se non riescono a esprimere come si sentono? L’empatia può prevenire fenomeni come il cyberbullismo ? Una bella sfida! Un altro grande compito per i genitori…

La capacità di mostrare empatia si perfeziona proprio nella fase dell’adolescenza ed è connessa allo sviluppo cognitivo. non è del tutto scontato per un tredicenne o un quattordicenne, comprendere il suo compagno in difficoltà. E questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, alcuni di loro tendono a minimizzare le conseguenze: “era solo un gioco”, “ho solo fatto un video”, “scherzavamo” …E qui entra in gioco il ruolo educativo. Tocca al genitore offrire una spiegazione, commentare le conseguenze, sensibilizzare il proprio figlio senza giustificarne sempre i comportamenti. Nella rete come nella vita reale ci sono regole di buon senso e prima fra tutte è il RISPETTO, per se stessi, ma anche per l’altro. Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo rappresentano la negazione dell’empatia: faccio ciò che mi rende più forte e figo agli occhi del mio mondo di riferimento e non provo alcuna compassione.

Adolescenti ed emozioni nell’era dei social network

Con le tecnologie entrano poi in gioco altri fattori. I ragazzi sono abituati a stare davanti a uno schermo, per mandare messaggi, rapportarsi con amici e compagni, e questo non favorisce l’affinamento delle loro capacità empatiche, oltre che relazionali. In altre parole, con l’intermediazione del mezzo – smartphone, monitor – i ragazzi si sentono più protetti e l’altro non rappresenta più il confine che autoregola il loro comportamento. Se insultano, lo fanno dietro lo schermo e non vivono in modo diretto e acceso la risposta dell’altro.

È fondamentale, in questo senso, che i genitori pongano attenzione e tempo a far capire ai figli  le conseguenze di ogni loro azione e a imparare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono. E questo non è sempre chiaro, nella vita reale, come in quella virtuale. questa competenza va appresa e, affinché i ragazzi la facciano propria, devono esercitarsi aiutandoli fin da piccoli a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni.

Come ?

Creando con loro un dialogo costante e aperto, rispettando i loro silenzi e i loro tempi

Commentando ad alta voce situazioni capitate ai coetanei

Guidandoli nell’interpretazione del linguaggio non verbale, anche in modo divertente, osservando i toni, le espressioni del volto e le posture del corpo

Dando il buon esempio, rispettando gli altri e dimostrando di essere altruisti

Sintonizzandosi sul loro sentire

Promuovendo vacanze in campi estivi per lavori socialmente utili

Sollecitando la comprensione e la cooperazione nell’aiuto reciproco, in casa come a scuola.

I genitori che  svolgono il loro ruolo educativo sostenendo nei ragazzi la maturazione dell’empatia  smettono anche di giustificare comportamenti sbagliati che, specie attraverso i social, rischiano di depotenziare e disattivare funzioni vitali per una società fondata sul rispetto dell’altro.

(Empatia: cos’è e perché va allenata negli adolescenti Redazione Family Health)

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

O come ODIO

Secondo gli esperti stiamo assistendo a un incremento dell’aggressività percepita e della crudeltà. Forse si commettono più o meno lo stesso numero di aggressioni, ma sono più crudeli. In particolare, c’è una sorprendente crudeltà e aggressività nei bambini e negli adolescenti.

Di recente a proposito della proliferazione dentro e fuori la Rete i cosiddetti ‘haters‘ è stato affermato che la recrudescenza dell’aggressività si lega al frantumarsi delle reti umane, sociali, affettuose e solidali. Un mix di individualismo e incertezza due cose che messe insieme rendono tutto istantaneo, rapido, immediato e singolo.
L’altro lato della medaglia e’ la depressione. Rabbia e depressione sono due facce di una stessa problematica: il frantumarsi dei network umani, delle reti solidali.
La tecnologia digitale favorirebbe gli haters in due modi: abbassando la soglia del pudore (per questo si comunicano cose intime con più facilità)  e alzando il grado di deumanizzazione delle persone odiate, facilitando l’espressione di sentimenti negativi, aggressivi e rabbiosi. Inoltre, l’immersione nei videogiochi sembra correlarsi a una minore percezione degli effetti dell’agire reale con una conseguente diminuzione della percezione del grado di responsabilità

Ma sebbene Internet rappresenti un canale che disinibisce e al tempo stesso amplifica la portata di un messaggio ostile, l’odio non è un problema della rete, non nasce con la rete, non si risolve guardando solo alla rete. E se davvero vogliamo proteggere bambini e adolescenti dalla violenza verbale, forse dovremmo interrogarci maggiormente su cosa accade fuori dalla Rete, negli altri contesti in cui vivono. Quali parole ascoltano a casa e a scuola?

L’odio in Rete? Inizia a casa e nelle scuole di Barbara Forresi Alley Oop – sole24ore.it

Da qualche anno gli studi mostrano come gli abusi verbali in famiglia siano molto diffusi. A dispetto della scarsa attenzione mediatica che ricevono, gli abusi psicologici, di cui quelli verbali fanno parte, costituiscono la forma di maltrattamento su bambini e adolescenti più diffusa nei paesi occidentali. Come le altre tipologie di abuso, possono condizionare negativamente lo sviluppo e il benessere emotivo di bambini e adolescenti. Bambini figli di genitori verbalmente aggressivi, più degli altri, sviluppano sintomi di ansia, depressione, dissociazione, abuso di droghe e, ovviamente, rabbia-ostilità, in un ciclo della violenza che si ripete, come dimostrano diverse ricerche. L’abuso verbale, insomma, non è meno grave di quello fisico o di quello sessuale.

Con “abuso verbale”, poi, non si intendono solo le situazioni in cui un genitore urla e sbraita contro un figlio, alzando la voce e magari brandendo qualcosa tra le mani. Psychology Today ne ha parlato pochi giorni fa  in un interessante articolo sulle “altre” forme di violenza verbale, sui danni che possono essere inflitti ad un bambino senza mai alzare la voce, su quei silenzi armati e crudeli che lo mettono in ridicolo, lo fanno vergognare, lo fanno sentire inutile e invisibile. L’ostilità in assenza di rabbia è un segnale misto, ambivalente, difficile da decifrare per un bambino: la confusione emotiva che prova in questi casi è un grave fattore di rischio per la sua salute mentale.

Quanto alla scuola, in uno studio appena pubblicato sulla rivista Child Abuse & Neglect, studenti israeliani di prima media hanno raccontato di essere esposti alle grida degli insegnanti, ad insulti – a volte particolarmente crudeli – e ad umiliazioni pubbliche quando siano disattenti, non portino a termine un compito o prendano un brutto voto. Come affrontano queste esperienze? In silenzio: alcuni ripetendosi in monologhi interiori che non lo meritano (soprattutto le femmine), altri insultando l’insegnante a bassa voce (soprattutto i maschi), i più evitando di riferire ad altri adulti l’accaduto.Inutile quindi accanirsi con la Rete, perché i bambini possono incontrare parole ostili in ogni contesto che frequentano, a casa, a scuola, nei contesti sportivi e di socializzazione, nel web. Non esistono antidoti o facili soluzioni, né online né offline. Mi è molto piaciuto, però, che nel manifesto delle parole ostili vi fosse un invito al silenzio, ad ascoltare con onestà e apertura, prima ancora di parlare. In un’epoca di iperproduzione di parole e immagini, mi è parso pregno di una saggezza d’altri tempi. Pensando ai genitori, agli educatori e agli adulti che si trovano di fronte un bambino credo sia un punto essenziale: i bambini vanno prima di tutto ascoltati e solo nel silenzio può maturare il vero ascolto.

P come PARLARE

Parlare con i figli adolescenti spesso non è  facile. Suscettibili, spesso prevenuti nei confronti del genitore, si infastidiscono se non si assecondano su tutto e tendono a  lamentarsi di mamma e papà che sono pesanti, rompono, non gli va mai bene niente….

Bisogna quindi trovare un modo di comunicare con loro per essere prima di tutto ascoltati e poi per essere efficaci in ciò che si dice,  sempre allo scopo di supportarli nel percorso di crescita che è pieno di passaggi complessi e di fragilità.

Vi proponiamo l’intervista recentemente pubblicata su Repubblica.it allo psichiatra Eugenio Borgna che nell’ultimo libro Le passioni fragili parla del  male di vivere di teenager aggressivi, pieni di rabbia, insicuri.  Il primo consiglio ai genitori è parlare con i figli,  e farli parlare.

 (Intervista di VALERIA PINI R.It _Salute “Gioventù bruciata, come aiutare gli adolescenti tristi ammalati di fragilità”) Adolescenti tristi e inadeguati. In bilico fra infanzia ed età adulta. Stretti in un dolore che può diventare malattia. Perché crescere è un “mestiere” che non vogliono affrontare. Almeno non subito.  Secondo Borgna : «È un’età difficile, perché cambia l’esperienza del corpo. Nell’infanzia è un elemento spontaneo, non rappresentabile. In seguito, subentra l’ansia della relazione con gli altri, con i quali entriamo in competizione. Se in un momento come questo l’adulto non si immedesima nelle richieste del ragazzo, può nascere un dolore, a volte lancinante e senza speranza. Diventa disagio psichico».

Gli adulti non sanno rispondere alle esigenze dei figli?«Non sono capaci di riconoscere quello che fanno i ragazzi, perché non ricordano errori e fantasie della loro gioventù. Bisogna scendere lungo il cammino del mondo creativo dei giovani. Altrimenti può nascere dolore e solitudine. Senza comunicazione gli adolescenti più fragili si ammalano, nei casi più gravi si isolano, fino a scegliere il suicidio ».

Lei parla di società autistica, senza solidarietà. «L’esigenza di essere in connessione con gli altri è importante. Oggi nelle famiglie non si comunica, non c’è spazio per l’altro. Tv e tecnologia hanno peggiorato le cose. Viviamo all’interno di “cellule chiuse”, come i nostri cellulari».

Anche la famiglia è cambiata «Siamo tutti più soli. Spesso i ragazzi vivono con un solo genitore, stretto tra lavoro e precarietà della vita. Non rimane spazio per il rapporto con il figlio. Le famiglie non riescono più a riconoscere quello che fanno i figli. Si crea un distacco, mentre è fondamentale rimanere connessi con il loro mondo».

Come gestire un momento delicato come la separazione dei genitori? «Anche se è giusto che i genitori che non vanno d’accordo si lascino, questo influisce sui ragazzi. In questi casi gli adulti devono evitare di coinvolgerli nei conflitti e, anzi, proteggerli. Le parole con cui si descrivono i conflitti sono importanti; possono ferire i figli».

A volte anche i genitori sono ‘bambini-adulti’ che non vogliono crescere. «C’è una generazione che non vuole invecchiare. Donne e uomini alla ricerca dell’eterna giovinezza, che dedicano più tempo a quest’illusione che ai figli ».

Sono aumentate le dipendenze: da droghe, tecnologia, quelle alimentari. Perché?«I modelli imposti dai media comunicano immagini asettiche, che mettono in primo piano solo il successo. Il condizionamento psicologico è forte. Alcuni giovani sanno individuare il percorso giusto, ma chi vive in situazioni a rischio ha difficoltà a sottrarsi ai modelli dominanti. E così nasce l’ossessione per il corpo come ancora di salvezza, come nell’anoressia, o l’attaccamento alla tecnologia. L’unica forma di dialogo è quella in rete. Genitori e insegnanti devono essere consapevoli di questi problemi ».

Cosa possono fare gli insegnanti? «A volte i docenti non si accorgono delle doti degli allievi, perché sono oscurate dalla timidezza. Non si occupano di emozioni, che avrebbero un ruolo importante nella crescita e nel rendimento. L’assenza di emozioni è pericolosa, porta alla fuga dei ragazzi».

Come fermare chi fugge? «Gli adulti devono recuperare tempo per ascoltare i figli. Non tutto del malessere e della vita psicologica dei ragazzi può essere capito. Abbiamo bisogno di fare loro domande profonde, dobbiamo ascoltarli, liberarli da silenzio e solitudine. Se un adolescente ci allontana e non parla, anche un sorriso o una lacrima possono creare empatia. Senza cura il nostro mondo diventa sempre più autistico e desertico ».

Gli adolescenti sono spaventati, ansiosi. «La complessità delle conoscenze si è accentuata e questo li rende più ansiosi. L’ansia è un’esperienza umana e va conosciuta. Significa anche attenzione agli altri, ci fa capire cosa accade in noi e nell’altro. Può avere un ruolo positivo. Vederla come qualcosa che distrugge è un mito da mettere fuori gioco. Quando l’ansia si trasforma in angoscia invece va curata».

Anche previsioni negative sul futuro e sul lavoro non aiutano i ragazzi.«I messaggi dei media sono pieni di pessimismo. Si insiste sull’assenza di prospettive, sulla precarietà, sulla violenza. Questo spaventa e toglie ogni speranza ».

Come aiutare gli adolescenti in crisi? «Gli adulti non devono considerare la condanna come unica forma di risposta. Questo chiude la comunicazione. Serve comprensione verso la sofferenza che i ragazzi “fragili” esprimono con aggressività. Serve amore».

Cosa si deve fare quando i giovani affrontano comportamenti a rischio?«In questi casi tutto cambia. Se il ragazzo si droga o assume comportamenti pericolosi, serve l’aiuto di un esperto, uno psicologo o uno psichiatra. Insegnanti e genitori devono farsi sostenere, senza entrare in competizione con lo specialista».

 

 

 

AMICI? E’ PIU’ FACILE. LE RELAZIONI FLUIDE.

Uomini e donne possono essere amici? Ora è più facile: le reazioni sono diventate «fluide»
La quotidianità ha avvicinato uomini e donne: si vive e si lavora di più insieme. Da «Harry ti presento Sally» è cambiato tutto: è caduta (per sempre) la barriera del sesso

di Gaia Piccardi e Massimo Rebotti Corriere della Sera http://www.corriere.it/cronache/uomini-cambiamento/
«Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo, perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente: vuole sempre portarsela a letto». È il 1989. In Italia s’insedia il sesto governo Andreotti, a Berlino cade il Muro e tra Chicago e New York, nell’arco di un lungo viaggio in auto, Harry illustra a Sally la sua teoria sull’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. Quasi trent’anni dopo, «Harry ti presento Sally» è ancora la pietra angolare per decifrare il groviglio di emozioni che nasce da un incontro? Da allora — insieme al mondo — sono cambiate molte cose: oggi più che mai maschi e femmine socializzano, lavorano insieme, condividono interessi e a volte il materasso senza necessariamente essere in coppia, in uno scenario di relazioni fluidificate dalla rivoluzione dei costumi e delle convenzioni sociali.

«Ai miei tempi c’era il sesso oppure no — ricorda la scrittrice e psicoterapeuta Gianna Schelotto —. Non esistevano vie di mezzo. Chi s’immaginava che sarebbe nata la categoria dei trombamici?». Prego dottoressa…? «Quando il sesso non è più barriera né impedimento, l’amicizia tra uomo e donna diventa possibile. Ho pazienti che usano il sesso come mutuo soccorso. In tempi di rimescolamento di ruoli e generi, con una soglia del pudore più bassa, le divisioni rigide — amore o amicizia — non hanno più ragione di esistere». È la fascia degli adolescenti il grande laboratorio degli esperimenti intersessuali. Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e grande conoscitore dei giovani, spiega: «Le pari opportunità puntavano proprio a questo: smussare la rigidità degli stereotipi. Oggi all’Erasmus i ragazzi dormono nello stesso letto senza obbligo di relazione intima». E se il sesso c’è, è ginnastica priva di implicazioni emotive: «Ha perso l’alone di tabù e proibito. Le femmine si sono virilizzate, i maschi femminilizzati. In questo contesto è più facile che si formino coppie di amici misti». Se maschi e femmine ormai hanno imparato a stare insieme, se diminuisce il potenziale erotico e si scopre che si può avere un rapporto nuovo, chissà quale campo minato sono diventate le relazioni tra adulti.

Esploratore dell’animo femminile, ancora pieno della lunga storia con la sublime Mariangela Melato, Renzo Arbore è il nostro Caronte nelle acque agitate di un tema mai risolto. Arbore non ha dubbi: «L’amicizia tra uomo e donna non solo è possibile, ma io l’ho sperimentata tante volte. Ho avuto amiche vere senza altre implicazioni, rapporti paritari con femmine intelligenti e colleghe bravissime». Alla fine degli Anni Settanta, in tv, conduce «L’altra domenica». Al suo fianco Milly Carlucci, Isabella Rossellini, Stella Pende, Irene Bignardi. «Le chiamavano le donne parlanti perché in quegli anni le donne facevano solo le vallette. Di ciascuna di esse sono rimasto profondamente amico». E poi c’è Mariangela. L’amore, on/off, di una vita. «Con lei il rapporto era speciale. Quando in un primo tempo è finito l’amore, che poi non era finito, siamo stati molto amici. C’era tra noi una profondissima stima. Non ho mai smesso di ragionare con lei, di chiamarla, di farle dei regali, di farmi consigliare. Le indicavo persino con chi, secondo me, dovesse fidanzarsi. Poi abbiamo riscoperto che eravamo fatti l’uno per l’altra ed è tornato ad essere amore. Che però è anche amicizia, stima e sentimento».

Un sentiero che, nello sport, hanno percorso anche la campionessa degli Open Usa 2015 Flavia Pennetta e Fabio Fognini, collega tennista. Amici sin da ragazzi, si sono piaciuti a rispettosa distanza per anni prima di ritrovarsi d’incanto liberi da fidanzamenti. È a quel punto che l’attrazione non ha più avuto ostacoli. Racconta Flavia, neomamma di Federico: «Ci siamo messi insieme con alle spalle vent’anni di consolidata amicizia. Quando ci siamo scambiati il primo bacio, sapevamo già tutto l’uno dell’altra». Una relazione, infatti, può iniziare fraternamente, diventare sessuale e poi ritornare fraterna: «Sono solo le convenzioni a dirci che tutto ciò non va bene» interviene Rosa Maria Vijogini, terapeuta al centro milanese Cuore di Smeraldo: «Tra un uomo e una donna c’è sempre un’attrazione. Può essere fisica o intellettuale. In ogni caso alla base di una relazione c’è un bisogno profondo: quello di un’unione che ci completi. Sull’altro, in pratica, proiettiamo ciò che pensiamo ci manchi». A questo proposito il filosofo Massimo Cacciari raccontò al Corriere della Sera di una grande sintonia con una donna che non sfociò mai in una relazione sentimentale, spiegando così l’occasione mancata: «L’affinità era tale che era come se ti specchiassi nell’altro; e se vedi te stesso nell’altro ti ritiri, non vai dentro alla fonte come Narciso: non puoi fare, in pratica, l’amore con te stesso!».

A dimostrazione del fatto che la materia è incandescente, sul tema si sono esibiti poeti (Borges: «L’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente»), scrittori (Wilde: «Fra uomo e donna non può esservi amicizia: passione, ostilità, adorazione, amore, ma mai amicizia»), cantanti (Venditti: «Amici mai, per chi si cerca come noi, non è possibile»). Attraverso la loro amicizia speciale, poi, Sophia Loren e Marcello Mastroianni hanno creato quell’alchimia che dalla vita si è trasferita sul grande schermo («Fu sintonia immediata, senza mai un’incrinatura: un gigantesco amore cinematografico» scrive Sophia nella biografia) e Monica e Chandler l’esilarante complicità che ha reso immortale la serie televisiva «Friends». Tra le infinite variabili di una relazione uomo-donna c’è anche quella di genere: «Per sua fisiologia — dice la psicoterapeuta di coppia Roberta De Bellis — il maschio ha un tipo di impulso sessuale che lo rende più incline a cadere in tentazione, mentre nella donna prevale la componente emotiva: il mondo si evolve, insomma, ma le dinamiche interpersonali rimangono ferme al discorso che Harry fa a Sally nel film».

Marco Columbro a Lorella Cuccarini la tesi di Harry non l’ha mai esposta però — forse — un pensiero ce l’ha fatto: «Io stavo a Milano, Lorella a Roma e tutti ci dicevano: dai ditelo, siete fidanzati, siete una coppia». Il conduttore ricorda bene la percezione del pubblico negli anni del loro sodalizio: «Io e lei avevamo un’alchimia rarissima, quando capita è un dono. Artistico e umano. C’era un rispetto profondo e un affetto amicale. Ma non c’è mai stato niente». Con qualche rimpianto: «Bella donna, simpatica, intelligente. Però era fidanzata con l’amore della sua vita, continuava a ripetere. Due palle… Qualsiasi voglia te la faceva passare». Giusto o sbagliato che sia il discorso di Harry, l’amicizia rimane un’esigenza: «Ci si specchia nell’altro per capire che tipo di uomo o donna vogliamo diventare» chiosa Pietropolli Charmet. «È come una danza o una lotta — spiega Vijogini —. Dentro a una relazione di amicizia c’è sempre una possibilità evolutiva». E alla fine di quel famoso film, per non sbagliare, Harry si fidanza con Sally.

Q come Quindicenni

Quindici anni, un’età  se non problematica, complessa, spesso resa più difficile dall’atteggiamento educativo e relazionale degli adulti che non riescono a comprenderne le dinamiche.

Ansiosi e iperconnessi …un po’ mammoni . L’ultimo studio dell’Ocse ha tracciato questo l’identikit dei quindicenni italiani. Rispetto ai coetanei degli altri Paesi, sono meno soddisfatti della propria vita quotidiana e soffrono di più lo stress. Con i compagni di classe fanno amicizia facilmente, ma la maggioranza soffre di ansia scolastica per compiti in classe e voti Tra i passatempo ovviamente spicca il web. Circa uno su quattro naviga oltre 6 ore al giorno, in un normale giorno della settimana, ed è pertanto ritenuto “consumatore estremo di internet” e quasi la metà dichiara di “sentirsi proprio male se non c’è una connessione a internet”.

I genitori risultano molto presenti nella vita dei figli. Gli studenti italiani componenti del campione intervistato, dichiarano nella stragrande maggioranza  di ricevere un grado elevato di sostegno da parte della famiglia: per il  96%  mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche , anche se nelle difficoltà questo supporto familiare vacilla un po’.

Tutta l’adolescenza è un’età disturbata da grandi cambiamenti – e anche disturbante, spesso, il clima e le relazioni familiari  –  durante la quale vengono fatti gli sforzi psicologici più azzardati per affrontare le tante novità in corso, riguardanti corpo, pensieri, passioni, istinti. Una rivoluzione interiore espressa anche dall’instabilità e incoerenza, dal vacillare e ciondolare tra posizioni estreme. Del resto ci vuole tempo prima che si strutturi una personalità adulta. Sensazioni, sentimenti e stati d’animo ingarbugliati che, forse, i genitori tendono a enfatizzare o banalizzare, dimenticando come si sentivano loro, all’età dei figli. Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia.

Ecco un decalogo di cose che possono apparire strane a un adulto ma che in realtà rassicurano del fatto che il proprio figlio 15enne è “del tutto normale” (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli) :

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell’olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall’agonia all’estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale.

U come UNICI (FIGLI)

Il sociologo Alberoni intervistato di recente sul tema ha messo in evidenza il circolo in qualche modo “vizioso” del figlio unico: con il crollo delle nascite i sempre piu numerosi figli unici soprattutto i maschi, sarebbero inclini – considerata anche la congiuntura economica-  a prolungare la fase adolescenziale e a ritardare quindi il fare famiglia . Anche molte donne a trent’anni non sono sicure di volere dei figli e spostano avanti la decisione verso quaranta ; spesso quindi i bambini saranno figli unici.

L’impatto sul piano sociale di questo fenomeno è la certezza di una vecchiaia in solitudine, per i tanti senza rete familiare con conseguente aumento del numero delle assistenti personali – neppure più assitenti familiari – con costi sociali elevati.

Per  le fasi dell’eta evolutiva infanzia e adolescenza  molte sono le analisi psicologiche del profilo individuale del figlio unico, fino a parlare di una vera e propria “sindrome” che riguarderebbe oltre ai giovani anche i loro genitori

Ma cosa significa nascere, crescere e vivere come figlio unico all’interno di una famiglia di oggi? Ecco un decalogo estratto da un articolo apparso su Io Donna – Corriere della Sera

Quali sono gli errori più comuni che si trovano ad affrontare i genitori con un figlio unico e in che modo evitarli? Scopriamoli con l’aiuto dell’esperta. Come crescerà senza fratelli e sorelle? Sarà viziato? Ecco i comportamenti da evitare e i consigli della psicologa Rosanna Schiralli per educare serenamente i bambini senza fratelli di Angela Altomare (Io Donna _Corriere della sera).

Figlio unico. Ecco i 10 errori da evitare

  1. Farlo diventare il piccolo tiranno di casa.
    Il bambino figlio unico tende ad essere al centro del mondo degli adulti di riferimento (genitori, nonni, zii, amici di famiglia etc.), assumendo il ruolo di chi dispone e decide quanto desidera. Questo va assolutamente evitato, mettendo limiti e confini sin da subito e dando gli opportuni “No” quando sia necessario. In questo modo si favorisce una struttura del cervello migliore per qualità e quantità di neuroni e un conseguente migliore funzionamento con una buona tolleranza alle frustrazioni.
  2. Non fargli frequentare amici o fargliene frequentare troppo pochi.
    Molto spesso i genitori dei figli unici temono l’esplorazione sociale da parte del figlio per un eccesso di protezione nei suoi riguardi. Questo alla lunga può comportare una incapacità di relazionarsi, misurarsi e confrontarsi con gli altri. Inoltre può comportare difficoltà a mettersi nei panni degli altri, con conseguente frustrazione, senso di solitudine e percezione di non essere adatti o, al contrario, di essere diversi (a volte superiori) ai propri coetanei”.
  3. Trattarlo come un adulto.
    Il bambino non è come una persona adulta in grado di capirvi, starvi a fianco, supportarvi e, a volte, consigliarvi. Occorre non cedere a questa tentazione, mantenendo il proprio ruolo di genitori e rapportandosi con il figlio in base all’età che ha, ricordandosi che si tratta di un bambino o di un adolescente che va comunque aiutato a crescere. Senza inversione di ruoli.
  4. Concentrare le aspettative sul figlio.
    Attenzione a non cadere in questo errore. Essendo l’unico figlio da cui vi aspettate la realizzazione di desideri che appartengono più a voi che a lui. Perciò, quando il figlio si trova a dovere scegliere una strada o a prendere una decisione, cercate sempre di chiedervi se quello che pensate sia un suo desiderio o non appartenga invece a voi o al vostro essere stati bambini o adolescenti. Un piccolo esercizio importante che può “salvare” la vita di vostro figlio.
  5. Esagerare nelle lodi e nelle gratificazioni.
    Il figlio potrebbe cercare sempre la vostra approvazione per farvi contenti, per poi rimanere deluso di fronte a frustrazioni e fallimenti. Quindi cercate un equilibrio tra lo spronarlo gratificandolo e offrendogli le giuste critiche.
  6. Essere iperprotettivi.
    Un eccesso di protezione inibisce l’esplorazione e quindi il processo di costruzione dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’autostima. Evitate perciò di sostituirvi al suo gesto spontaneo e di dare subito un giudizio o fare una critica, senza avere prima consentito che lui sperimenti o vi spieghi il suo punto di vista, se è più grandicello.
  7. Avere nonni che assumono comportamenti educativi e relazionali diversi dai vostri.
    Cercate di parlare con loro per far capire che, proprio perché figlio unico, va fatta attenzione a che non si senta al centro di tutti. Anche i nonni dovrebbero evitare di viziarlo o di sostituirsi troppo a lui, proteggendolo da ogni frustrazione o elogiandolo all’infinito.
  8. Rendere troppo partecipe vostro figlio dei problemi di coppia.
    Un figlio unico tende ad essere adultizzato e molto responsabilizzato. La tentazione di considerarlo capace di comprendere le motivazioni del vostro problema di coppia e magari anche di prendere posizione è forte. Dovete assolutamente evitare di coinvolgerlo, dicendogli solo che sì, è vero, ci sono dei problemi, ma state cercando di risolverli da persone grandi.
  9. Dare troppe cose e troppi soldi.
    Non è mai educativo, anche se si è in situazioni economiche agiate. Ai figli, soprattutto se unici, va insegnata la parsimonia e il senso del sacrificio. Fin da quando sono piccoli. Non vale il “ho solo questo figlio … vorrei renderlo il più felice possibile”. Nell’orto del troppo il desiderio e la passione non possono crescere.
  10. E soprattutto: sentirsi in colpase vostro figlio non ha fratelli.
    Se vi chiede perché non ha fratelli, spiegate semplicemente che ci sono famiglie con un solo figlio e altre con più figli e che nella sua vita avrà magari più amici e qualche cugino.

 

N come NO (dei genitori ai figli)

Non esiste, per un genitore, parola più difficile da pronunciare con un figlio: no. Eppure il no (e se, come e quando saperlo dire) è essenziale per una buona educazione dei figli, all’interno di un dialogo serrato, ma sempre costruttivo. Il libro dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, con il significativo titolo “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli” (Mondadori), mette sul tavolo proprio il tema delle regole saltate nell’educazione dei figli e di questa strisciante incapacità dei genitori a pronunciare il fatidico no.Convincente, perché non si può dire no a un figlio senza, in qualche modo, convincerlo, o almeno provarci. E quanto al rigore, i sì sono certo più comodi e più semplici del no.

Vi proponiamo interessante articolo pubblicato sul sito web del centro Dedalus attivo a Bologna come spunti di riflessione formulato da operatori esperti

Genitori in ostaggio – Dire di no ai figli (http://www.dedalusbologna.it/)

Negli ultimi tempi ogni sera su Rai Due va in onda una nuova sit com dal titolo “madri imperfette” che racconta con ironia e leggerezza le difficoltà, gli impegni, le paure e i dubbi della madri moderne. In uno degli episodi andati in onda, viene posta una questione che ascoltiamo molto frequentemente quando i genitori  domandano aiuto, in altre parole consiste nella difficoltà di non riuscire a dire di no ai propri figli, a non porre dei limiti. I genitori chiamano in Dedalus quando i figli presentano dei sintomi, che non si riescono più a gestire come l’uso di sostanze, la trasgressione della legge attraverso atti di bullismo o ancora le ripetute bocciature scolastiche

 Come mai non si riesce più a dire di no?

I genitori lamentano di avere delle mancanze con i figli, hanno difficoltà a gestire tutto, a far quadrare la vita familiare, il lavoro e per questo allora impartiscono poche restrizioni e regole, sono indulgenti davanti alle trasgressioni della legge, non vietano nulla ai ragazzi perché le madri e i padri hanno paura di perdere il loro amore. In questo modo i genitori eliminano ogni possibile conflitto, preferendo occupare un posto alla pari, facendo “l’amico o l’amica” che ascolta ogni segreto, che non si arrabbia mai, che lascia passare tutto. Per assicurarsi l’amore del figlio, i genitori cercano di soddisfare ogni capriccio giustificano ripetuti insuccessi scolastici, prendendosela piuttosto con i professori troppo severi,  pur di non intaccare in nessun modo il rapporto idilliaco e pacifico con il figlio adolescente.

Nell’epoca contemporanea emerge un appiattimento dei ruoli, non c’è più distanza generazionale perché i genitori indaffarati, impegnati, in difficoltà hanno troppo paura di essere odiati,  di perdere la troppa vicinanza con i loro figli che consente di sapere ogni segreto e controllare ogni spostamento per dormire sonni tranquilli. Se al contrario assumessero una posizione più autorevole, se pronunciassero dei no, andrebbero incontro al giusto rischio di essere un po’ tagliati fuori dalla vita dei loro figli adolescenti.

I genitori diventano ostaggio dei bisogni e delle richieste dei figli per non perdere l’amore.Tutto ciò provoca numerose conseguenze.

Per il figlio adolescente non avere un adulto con cui confrontarsi, discutere, rallenta e blocca il processo di separazione e autodeterminazione del giovane. I ragazzi si trovano a non comprendere cosa desiderano, a non assumersi mai una responsabilità sulle loro azioni mostrando di conseguenza dei forti disagi perchè smettono di domandarsi e di cercare ciò che li muove, in altre parole per cosa davvero soggettivamente valga la pena vivere. Per il genitore, trovarsi messo in scacco dal figlio fa aumentare la propria fragilità, il senso di fallimento e la percezione di sentirsi incapaci di occupare per il figlio il posto di guida, di essere un adulto di riferimento quando il ragazzo mostra delle reali difficoltà. Quando la situazione precipita i genitori si permettono finalmente di domandare aiuto alla psicoanalisi perché non sanno più che madre o padre vogliono essere per i loro figli. Varcano la porta di Dedalus intraprendendo un lavoro su di sé e su quell’amore che hanno tanto paura di perdere, ma che, come  sperimentano sulla loro pelle, ha  un prezzo davvero alto.

 

 

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