FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo per genitori e insegnanti. Firenze febbraio/marzo 2018

In Italia il fenomeno della dispersione scolastica interessa oggi più del 17% (OCSE 2015) dei giovani mentre in Europa la media è circa del 12%. Il tasso di dispersione non è uniforme nel paese; il tasso in Toscana è uno dei più alti in Italia (17%).

FRAGILE COME LA BELLEZZA

un percorso formativo per genitori e insegnanti in collaborazione con I.I.S.S. PEANO e Liceo CASTELNUOVO, promosso da OXFAM Italia in collaborazione con GENITORI IN CORSO – Comune di Firenze  e Azienda USL Toscana Centro.

Il Progetto coinvolge due scuole di Firenze, che pur nelle loro differenze, vivono situazioni simili in termini di rischio di dispersione. Sia il liceo Castelnuovo che l’Istituto Peano rilevano una richiesta di trasferimento da parte degli studenti verso un altro istituto. Tale indicatore, più evidente presso il liceo Castelnuovo, nella letteratura sul tema è notoriamente un preoccupante segnale. I ragazzi che cambiano scuola o indirizzo sono spesso a rischio di dispersione, sia in termini di possibile bocciatura che di abbandono.

Le richieste di trasferimento sono spesso giustificate per motivi familiari, disagio ed errata scelta del corso di studi, ma si ritiene fondamentale approfondire queste informazioni per acquisire consapevolezza e dare risposte concrete ed efficaci.

Le due scuole hanno sviluppato progetti ad hoc, come percorsi di formazione per insegnanti centrati sul fenomeno, ma attualmente entrambe le scuole e i partner ritengono che sia importante ripartire dalla voce degli studenti, attori chiave poco coinvolti nella riflessione, per acquisire consapevolezza e trovare soluzioni, massimizzando e diffondendo le loro raccomandazioni attraverso la produzione di una ricerca di un video in modalità story telling..

Da queste riflessioni nasce FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo pratico-esperienziale con genitori e insegnanti per rafforzare capacitàe life skills, prevenire la dispersione scolastica e comprendere i bisogni degli adolescenti.

GLI APPUNTAMENTI 

Martedì 13 febbraio, ore 17.30-20.30, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  L’adolescenza: caratteristiche, bisogni e obiettivi

Lunedì 19 febbraio, ore 18.00-20.00, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione

Martedì 27 febbraio, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione

Lunedì 5 marzo, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Insegnanti e genitori: una collaborazione necessaria

Gli incontri saranno condotti dalle Dott.sse Elena Pierozzi e Monica Rosselli, Promozione della Salute USL Toscana Centro e dallo psicologo Dott. Alessandro Garuglieri.

IL PERCORSO

Il percorso offre a genitori e insegnanti uno spazio di riflessione sul proprio ruolo di adulti che hanno in carico la crescita di un giovane adolescente. Sarà uno spazio condiviso e costruito insieme, per entrare in contatto con i bisogni profondi dei nostri ragazzi e poterli così accompagnare nella fragilità di questo momento di vita, cercando di capire quando quest’ultima è troppo pesante per le loro spalle.

Questa formazione ha l’obiettivo di rafforzare capacità e life skills di insegnanti e genitori per prevenire il fenomeno della dispersione scolastica, cogliere indicatori che possano preludere a situazioni a rischio per intervenire tempestivamente e adeguatamente in caso si manifestino segnali di allarme.

LA METODOLOGIA

Gli argomenti che verranno affrontati saranno coerentemente riproposti attraverso una modalità esperienziale: il contenuto illustrato e il processo di apprendimento diventano così coerenti e la loro efficacia è reale e potente. Il percorso utilizzerà il coinvolgimento in prima persona dei partecipanti, confrontando esperienze reali e concrete. Ogni partecipante sarà libero di condividere quello che desidera della propria esperienza all’interno di uno spazio accogliente e riservato.

Durante il percorso di 9 ore (il primo incontro sarà di 3 ore), verranno affrontati aspetti teorici e pratici e verranno offerti a noi che siamo gli adulti di riferimento, strumenti per saper riconoscere le fragilità e attivare le risorse dei nostri ragazzi.

INFO 

Costanza Mattesini – Oxfam Italia costanza.mattesini@oxfam.it/Prof.ssa Anna Pentimone – I.I.S.S. Peano annapentimone@hotmail.it/Prof. Stefano Guigli – Liceo Castelnuovo       stefano.guigli@hotmail.it

 Con il contributo di Fondazione CR Firenze

 

Baby gang : perché e come parlarne ai figli

Secondo lo  psicoanalista Massimo Recalcati commentando i fatti di cronaca di questi giorni, gli episodi di violenza in gruppo di pre-adolescenti ai danni di coetanei o anche adulti mostrano  che in primo piano nella vita di questi giovani esiste un vuoto di parole e di bagaglio educativo : “L’educazione è un processo che porta alla rinuncia alla violenza, perché in primo piano c’è la legge della parola “.

Anche  Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva,   ritiene che la violenza cieca di giorni non arriva per caso: è figlia di una “mala educación”.

Per questo , per prevenire la violenza educando i ragazzi alla forza della parola i genitori dovrebbero  parlare di questi episodi con i figli:  pensare che sia un fenomeno che  non riguarda da vicino è una superficialità di giudizio ma anche  un’occasione mancata per educare . Ecco i suoi consigli che riprendiamo da un’intervista al Corriere della Sera:

  1. Nessuno è escluso.«Colleghiamo i fatti di cronaca di questi giorni al tema del bullismo che spesso i ragazzi conoscono e affrontano a scuola su fatti e situazioni molto più lievi: facciamo loro capire che chi non ha la capacità di stare alle regole e ai paletti proposti dagli adulti, regole che esistono non per inibire ma per sostenere la crescita, rischia di fare davvero male agli altri».
  2. Body-building emotivo. «Non avere la percezione delle conseguenze delle proprie azioni è un aspetto tipico del cervello dei preadolescenti. Ce lo dicono le neuroscienze: agiscono sull’onda pulsionale, seguono ciò che li diverte, che è eccitante o che dà sensazioni forti mentre la parte del cervello deputata alla riflessione e a valutare le conseguenze delle azioni, una parte che si trova nei lobi frontali, è ipotonica, si sviluppa solo dopo i 14 anni. I ragazzi tendono a fare delle sciocchezze, a volte anche gravi, e quando sono messi dagli adulti davanti alle loro azioni alla domanda ‘Ma ti rendi conto di ciò che hai fatto?’ la risposta è un disarmanteNon ci avevo pensato’. Il ruolo di noi adulti è stimolarli nell’uso del lobo frontale con domande: spingerli a mettersi nei panni degli altri, delle vittime delle azioni violente, ma anche dei bulli. ‘Che cosa diranno a se stessi quei ragazzi che hanno fatto così male ad altri? Che cosa faranno ora che non avranno più libertà né autonomia, ora che un tribunale deciderà sul loro futuro?’ Sono domande che possiamo lanciare in famiglia, è una sorta di ‘body-building’ emotivo per allenare il cervello dei ragazzi, per allenarli a gestire situazioni complesse»
  3. Il buon esempio: sì alla potenza, non alla prepotenza. «Un antidoto alla violenza e al bullismo minorile è l’esempio dei genitori: noi adulti dobbiamo a testimoniare nella vita di tutti i giorni come si reagisce e come si comunica in modo potente, cioè efficace, ma non prepotente. I bulli spesso provengono da famiglie in cui la violenza è il codice per la gestione del potere: le mani alzate, la voce alta, gli scatti d’ira…Invece bisogna insegnare ai ragazzi che gli abusi quotidiani possono essere gestiti in modo maturo: può capitare in macchina, con un parcheggio soffiato all’ultimo, un sorpasso azzardato…Sappiamo reagire in modo misurato?
  4. A me gli occhi. «Lo sguardo è lo strumento educativo più importante: dobbiamo educare i ragazzi allo sguardo e al contatto con gli occhi. Se sbagliano deve bastare loro un nostro sguardo per capire in automatico: questo serve a sviluppare empatia, che la caratteristica di cui i bulli sono privi perché sottopongono un loro simile a un tipo di violenza, fisica o verbale, senza avere la percezione di ciò che l’altro sente. L’empatia va coltivata tanto più che oggi vince il modello del “chi se ne frega”. Proviamo a osservare i video su youtube che seguono i nostri ragazzi: sono infarciti di scherzi, a volte anche feroci, in cui si ride tantissimo, si banalizza l’umiliazione di chi li subisce. Per non parlare dei tanti ‘prepotenti di successo’, politici compresi…»
  5. Il gruppo fa la differenza. «In ogni azione violenta, in ogni atto di bullismo non c’è solo la vittima e il carnefice ma il gruppo: può essere gregario se rafforza le azioni dell’aggressore oppure spettatore, conferendo comunque al bullo il potere narcisistico che va cercando. Dobbiamo educare i ragazzi alla dimensione della corresponsabilità: spieghiamo loro che rimane passivi e silenziosi davanti a un fatto che riguarda un’altra persona ha delle precise conseguenze così come tutelare e proteggere chi viene maltrattato fa davvero la differenza, cambia davvero le cose. Possono diventare loro per primi agenti di cambiamento».

 

 

 

Ragazze selvagge Identikit delle adolescenti

di Maria Teresa Veneziani Corriere della Sera corriere.it

Non sono una mamma. E non ho mai capito fino in fondo perché la mia amica Angelica abbia deciso di non rispondermi al telefono quando è con sua figlia 14enne che, tra l’altro, io adoro. «Per la pace famigliare – dice lei -. Altrimenti mia figlia poi protesta, dice che sto troppo al telefono…». Ho cominciato ad afferrare meglio il concetto quando, durante un viaggio di lavoro ad Hong Kong (partenza a mezzogiorno in punto), ho incontrato Brenda Bizzi, 47enne, ceo del salone milanese White. Dodici ore di volo completamente spiaggiata a dormire, senza mai sollevare la testa. Come fai?, le ho chiesto all’arrivo, prendi pastiglie? «Macché, ne approfitto per riposare. Tu non hai idea di che cosa voglia dire avere una figlia in piena esplosione ormonale». Mi racconta di Siria, 14 anni tra poco, che è un mito quando scrive (tanto che i professori si sono raccomandati di farle fare studi classici, anche se lei, per puro spirito da bastian contrario, si è iscritta allo Scientifico. Altra madre, altra teenager: Maria Pia mi dice di quella mattina in cui si è svegliata alle 5 e ha trovato un ragazzo seminudo nel letto della figlia. «Mandalo fuori prima che lo veda tuo padre», le ha intimato lei. La replica: «Quante storie, aveva bevuto, aveva bisogno di dormire…», le ha risposto Giulia con quella semplicità spiazzante che noi adulti invidiamo ai ragazzi . Ricordando Oscar Wilde, «Per riacquistare la giovinezza basta solo ripeterne le follie».

Piccole guerriere

Le ragazze selvagge nate nel nuovo millennio sono così, guerriere e romantiche, appassionate ma più realiste che languide e sognanti. «Non sai mai chi ti si presenterà in cucina la mattina. Un giorno è tutta sorrisi e piena di complimenti, il giorno dopo è muta, accigliata e pure un po’ sprezzante. La maggior parte delle volte vuole sedersi sulle ginocchia come una bambina, ma se per caso tenti di abbracciarla tu, si ritrae e ti chiede i soldi per uscire» , si sfogava Kevin Davies su The Telegraph, aggiungendo che «avere una figlia adolescente può diventare un inferno». Il rapporto idilliaco con la figlia si trasforma improvvisamente in una partita infinita. «I 13/14 anni corrispondono al menarca, sono l’età del trapasso, quella dei conflitti» — spiega la psicologa Silvia Vegetti Finzi — . Cominciano le battaglie fatte di urla e alterchi e il bersaglio prediletto è la madre, che soffre perché fino a ieri era felice di essere l’amica del cuore della sua figliola. Le mamme vogliono sempre essere amate dai figli, fanno fatica ad accettare che l’aggressività è necessaria per staccarsi dal genitore».

Mamme, imparate a dire: “Ho sbagliato, mi spiace”

Che fare? «Dovrebbero capire che non si è mai speculari alle figlie. Facciano le madri e si assumano le proprie responsabilità, anche a costo di essere detestate. Devono fare quello che credono giusto, ricordando che la figlia non si aprirà se non sentirà che può fidarsi, anche imparando a dire “mi dispiace, ho sbagliato”». Una figlia è più problematica di un figlio per una madre? «Sì, ma è anche un’opportunità – sottolinea l’esperta, che all’Età incerta ha dedicato il libro scritto con Anna Maria Battistin (Mondadori) -. Il maschio ti adora, la femmina invece ti giudica anche con ironia, ma le critiche della figlia ti servono per perfezionare le tue posizioni». In Storie della Buona Notteper bambine ribelli (Mondadori), Elena Favilli e Francesca Cavallo raccontano le favole di quelle pioniere che hanno cambiato il mondo e che mai hanno sognato il principe azzurro desiderando, semmai, andare su Marte o scoprire la metamorfosi delle farfalle, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo. «La vita delle adolescenti di oggi non è più facile — assicura comunque la psicologa —. Sono più libere e indipendenti, ma massima libertà vuole anche dire conflittualità interna ed esterna. Le ragazze non sanno neppure che cosa vogliono, sono subito consapevoli che è molto difficile avere prospettive e quindi fanno molta più fatica a manifestare delle scelte. La loro strada non è più fissata come un tempo quando la famiglia e la società ti indicava il modello: il fidanzamento, il matrimonio, i figli, il lavoro. Adesso il ventaglio di opportunità si è fatto più ampio, sanno che potrebbero dedicarsi alla ricerca scientifica o viaggiare; la fantasia è molto più sollecitata ma l’orizzonte è incerto».

Nella testa dei giovani

Il risultato è che sono contraddittorie e possono andare fuori controllo.«Tendono a manipolarti o a influenzarti per ottenere quello che vogliono e se non ci riescono con te, ci provano con l’altro genitore». Colpa della mente. Gli adolescenti sono biologicamente portati a pensare e a comportarsi in modo diverso dagli adulti, possono essere impulsivi, irrazionali e pericolosi perché in loro la corteccia frontale che controlla il ragionamento non è completamente sviluppata», scrive Alia Butler citando l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry («Come gestire una figlia adolescente fuori controllo») . La 13enne Siria la spiega così: «provare tante sensazioni tutte insieme, essere felice e triste e non capire neanche io, sono una persona abbastanza particolare e difficile ma è tutto bellissimo, stare con i miei genitori, fuori con g li amici e andare a scuola. L’assurdità è che è vivi tutto al massimo, le tristezze le felicità, perché hai ancora quell’animo da bambino che vuole giocare ma hai già un aspetto da adulta, insomma sei nell’età di mezzo». Mamma Brenda si scioglie: «Iper-possessive e insofferenti al tempo stesso, chiedono di essere indipendenti e poi di essere un po’ bambine. Io alla sua età avevo il fidanzatino. Siria non mi pare interessata, vede i suoi coetanei piccoli, le ragazzine sono più sveglie ed evolute. Io voglio vivere con te tutta la vita mamma, mi dice». «Ma è difficile prendere le distanze da una madre emancipata ancora giovane che sembra aver realizzato tutto – conclude la psicologa -. L’irruenza diventa l’arma necessaria per emanciparsi. E alla madre non resta che fare la madre. Ed è solo l’inizio del viaggio della vita. La situazione tra madre e figlia è fluida: si rischia sempre di essere troppo lontane o troppe vicine, la distanza viene contrattata con il bilancino, sempre».

Adolescenza e volontariato durante l’anno scolastico: giusto o sbagliato?

Impegnarsi per una giusta causa è un sentimento nobile, arricchisce i ragazzi e li prepara alla vita adulta. Occorre però non perdere di vista le loro responsabilità di studenti e in famiglia. Come accompagnarli in questo percorso di crescita?
Ne parlano con la psicologa Marta Sortino su NOSTRO FIGLIO.it

Ci sono le responsabilità di tutti i giorni: studiare, rifare il letto, aiutare i genitori in piccole faccende domestiche o portare fuori il cane secondo i turni stabiliti.

Fin qui i doveri che più o meno tutti gli adolescenti riconoscono nella vita quotidiana. Ma si può immaginare – o chiedere loro – di più? Può essere troppo presto per vederli alle prese con forme di volontariato che li impegnino fuori dall’orario scolastico per cause per loro importanti? Ne abbiamo parlato con le psicoterapeute e psicologhe Marta Sortino e Laura Vaschetti Longo dell’associazione Aquiloni, che si occupa di percorsi di accompagnamento per ragazzi e famiglie a Torino.

Adolescenza e volontariato: perché è importante

Approcciarsi al volontariato è uno dei passi che i ragazzi fanno per iniziare a definire la loro identità: «Nel nostro Paese il volontariato sociale è un fenomeno importante, che coinvolge tante persone in ambiti molto diversi tra loro: un fenomeno basato su un forte senso di solidarietà verso l’altro, sullo scambio reciproco e sulla gratuità. Gli adolescenti che si avvicinano a queste realtà lo fanno in un momento importante della loro vita in cui strutturano sia la loro identità, sia una nuova rete relazionale che permette loro di rivolgere lo sguardo a contesti extrafamiliari ed in particolare alla comunità in cui vivono».

L’età giusta per iniziare questo tipo di esperienze potrebbe essere intorno ai 16 anni: «Dai 13 ai 15 anni i ragazzi attraversano la fase della pubertà in cui l’attenzione è volta allo sviluppo sessuale e alla ricerca di un forma identitaria definita. Successivamente si entra nella piena adolescenza, periodo nel quale il gruppo dei pari assume una notevole importanza: comincia a prender forma il processo di uscita dalla famiglia e di conquista della propria autonomia.

Nella maggioranza dei casi dai 16 anni in su, raggiungono dunque la consapevolezza giusta ed un senso critico solido necessari per poter far scelte personali ed essendo in via di definizione la sfera morale e sociale possono a questo punto del loro sviluppo avvicinarsi più facilmente al mondo del volontariato.

«Il vivere questo tipo di esperienze in ambito sociale, scelte spontaneamente, favorisce l’insorgenza ed il consolidamento di atteggiamenti altruistici e comportamenti volti alla prosocialità con ricadute significative sullo sviluppo dell’autostima e della fiducia in sé, limitando la possibilità di intraprendere percorsi volti all’antisocialità».

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Genitori adolescenti

L’adolescenza è l’inizio cruciale della costruzione della autonomia personale – con vere e proprie sofferenze sia per i figli che per i genitori – ma oggi figli e genitori sono sempre più legati da un rapporto simile all’amicizia, una relazione d’intimità e di reciproca condivisione di comportamenti che avvicina, e al tempo stesso rende rischiosamente inafferrabile e confusa la distinzione generazionale.

Il professor Massimo Ammaniti ha dedicato nel 2015 un libro a “La Famiglia Adolescente” proprio per la diffusione di un fenomeno di questi anni , nell’era digitale e dei Social Media: “Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. Un universo vischioso in cui nessuno vuole emanciparsi”.

La componente genitoriale di questa “famiglia liquida”  in un recente articolo apparso su Hufftington Post viene  identificata con il termine “adultescenti” con  considerazioni  interessanti sulle possibili ombre nelle relazioni familiari apparantemente positive nella fase piu delicata della vita dei figli.

“L’adolescenza dei figli avviene quando i genitori si avvicinano ai 50 anni e la crisi dei genitori si interseca con quelle del figlio. Lo spazio privato del figlio è costantemente invaso da genitori onnipresenti, che si reincarnano nei figli diventando amici, confidenti, complici. Per i figli è difficile conquistare la propria autonomia anche perché la loro sessualità si realizza davanti agli occhi spesso complici dei genitori. Il processo di separazione-individuazione viene ostacolato perché gli adolescenti non hanno dei genitori contro cui opporsi e contrapporsi.

La rete diventa la vera ribalta nella quale gli adolescenti fanno le loro esperienze sociali confrontandosi coi coetanei che amplificano il senso di sé. I social media sono spesso l’unico modo di avere una vita personale. I messaggi nella rete si diffondono rapidamente contribuendo ad un senso grandioso di sé, ma anche col rischio di perdere la propria privacy. In ogni caso è uno spazio di difficile accesso per gli adulti e i genitori. Questo comporta avere anche molte amicizie, senza una vera intimità. Ne consegue che non ci si deve più annoiare. Emerge un’organizzazione del sé autocentrata in cui le capacità di empatia e di mentalizzazione sono limitate, con il frequente ricorso a strategie dissociative.

È tipico di questo periodo correre dei rischi e ricercare sensazioni forti che favoriscono il distacco dalla famiglia e la sperimentazione.

Anche il rapporto famiglia-scuola è cambiato rispetto al passato. Quando esisteva una continuità di regole e di orientamenti educativi per cui i bambini e i ragazzi si confrontavano con una coerenza di valori che favoriva la loro identificazione.

Oggi il figlio rappresenta più del passato un investimento familiare e si verifica un rapporto di complicità fra genitori e figlio a scapito della scuola, accusata di non valorizzare abbastanza il proprio figlio.

La condizione adolescenziale si è fatta estremamente complessa anche perché i genitori hanno difficoltà ad assumere un ruolo di guida, trovandosi spesso sullo stesso piano dei figli.

Ancora oggi è valido quello che scrisse Donald Winnicott “l’adolescenza è una malattia normale, il problema è dei genitori e della società se sono abbastanza sani da poterla sopportare.”

tratto da La famiglia adolescente e la fuga verso i social _ Hufftington Post

Cattive ragazze. L’esclusione sociale tra coetanee

Un dato che emerge nei tanti studi sul bullismo riguarda il fatto che tra i ragazzi sono piuttosto frequenti le aggressioni fisiche mentre tra le ragazze la violenza è meno evidente e molto spesso le vittime sono oggetto di pettegolezzi e derisioni con l’obiettivo di  escluderle dal gruppo. Tutto ciò ha un impatto molto negativo in questa fase di crescita, quando la cosa più importante è la creazione di relazioni sociali.

Un interessante approfondimento sulle ragioni e le modalità di questi comportamenti è proposto in un articolo apparso in Ubiminor che vi proponiamo:

Chi ha una figlia può facilmente osservare, tra le ragazze della sua scuola, manifestazioni di esclusione sociale. Può anche scoprire che, nonostante l’educazione in famiglia sia di segno contrario, lei stessa metta in atto comportamenti tesi ad escludere socialmente alcune compagne.

Perché le giovani adolescenti, in particolare, adottano questo comportamento da “cattiva ragazza”?

L’esclusione sociale è una manifestazione di aggressività relazionale, una modalità sottile e indiretta di esercitare il bullismo, spesso utilizzata dalle ragazze contro altre ragazze.

L’esclusione sociale è l’atto di “scartare” qualcuno dalle proprie interazioni interpersonali. La vittima può essere esclusa dagli inviti alle feste, può non esserle permesso di unirsi alle compagne durante il pranzo, o anche completamente evitata in ogni situazione sociale.

L’esclusione sociale può anche avvenire in forme più subdole, ad esempio quando si diffondono voci spiacevoli sulla vittima, cosa che può essere fatta sia attraverso il cyberbullismo che nella vita reale. Mentre le voci circolano, la vittima perde sempre di più gli amici e tutti gli altri la evitano. La vittima, inoltre, potrebbe essere stata in precedenza amica delle ragazze che ora la escludono dalle loro interazioni, o potrebbe essere stata esclusa fin dall’inizio.

L’esclusione sociale è una propensione innata? Secondo una ricerca, le ragazze potrebbero semplicemente agire “naturalmente” quando escludono socialmente altre compagne. La ricerca, pubblicata dalla rivista Psychological Science, ha dimostrato che quando le ragazze si sentivano minacciate da una possibile esclusione sociale, tendevano ad escludere qualcun altro prima che potessero loro stesse essere lasciate da parte.

I maschi, d’altra parte, non hanno la stessa propensione a farlo. La ricerca è stata condotta tra studenti universitari, ma siccome i picchi di aggressività relazionale si manifestano tra i teenagers, i risultati sarebbero stati probabilmente solo più marcati se questi comportamenti fossero stati esaminati tra gli adolescenti. Occorre comunque tenere presente che questa ricerca non prova che l’esclusione sociale sia una tendenza “innata”, piuttosto che culturale o appresa nel corso della crescita. Le ragazze escludono socialmente più dei ragazzi

Perché le ragazze ricorrono all’esclusione sociale quando si sentono minacciate mentre i ragazzi non lo fanno? Probabilmente questo ha a che fare con le differenze esistenti tra scene sociali maschili e femminili, dicono i ricercatori. I maschi tendono ad avere gruppi di amici, mentre le femmine tendono a favorire l’amicizia una a una.

Quando un maschio viene socialmente escluso, ha ancora molti altri amici nel suo gruppo su cui contare. Una ragazza, invece, potenzialmente, perde il suo grande alleato quando viene socialmente esclusa da un’amica. Gli studi poi dimostrano che le ragazze sono davvero più gelose quando le loro pari fanno nuove amicizie rispetto a quanto non accada ai ragazzi. Perdere un amico cui si è molto vicini è non solo doloroso, ma può anche impattare con le paure evolutive di essere lasciati indifesi e vulnerabili. Piuttosto che essere escluse, allora, le ragazze attaccano e escludono gli altri in modo preventivo. Dato questo, non c’è da meravigliarsi che l’esclusione sociale sia parte integrante della scena sociale nelle scuole superiori femminili.

L’esclusione sociale può essere devastante per le ragazze. Se una giovane si trova in questa situazione, occorre aiutarla e sostenerla in modo che riesca ad affrontarla, portandola a comprendere che anche questa è una forma di bullismo, un comportamento socialmente inaccettabile.

Perché alcune ragazze usano l’esclusione sociale? www.ubiminor.org 27 ottobre 2017

La sfida educativa con un preadolescente

La preadolescenza è l’età del cambiamento o “eta dello tsunami” e per questo spesso gli educatori si possono trovare disorientati di fronte all’educazione dei ragazzi. L’obiettivo dell’intervento educativo è favorire un equilibrio, rimettendo in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia consapevole per superare i momenti di difficoltà.

Come ci si può comportare? Non sono più bambini, ma non sono ancora adolescenti. Il consiglio di Alberto Pellai – medico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva – è quello di partire da una riflessione:

«Qual è stata l’ultima volta che avete affidato a un ragazzo un compito nuovo, che per lui rappresentava una sfida? Come se l’è cavata? In questa delicata fase il preadolescente si trasforma: da cucciolo da proteggere si trasforma in ragazzo sempre più autonomo» e quindi gli adulti – insegnanti e genitori – devono affrontare i propri figli senza lasciarsi travolgere da atteggiamenti educativi lassisti, discontinui o troppo permissivi, che convincerebbero il ragazzo che nella vita ha diritto a tutto, senza alcuna conseguenza.

In aggiunta, lo sviluppo dei ragazzi e delle ragazze di oggi, il più delle volte, non si compie in maniera organica. Come il corpo del preadolescente cresce in maniera disarmonica ed è soggetto a ritardi e anticipi, così l’intera crescita del ragazzo avviene in maniera scompensata: mentre alcune dimensioni dello sviluppo sono anticipate, altre sono posticipate, non si evolvono in modo sincronico – ossia in contemporanea le une con le altre -, ma si stabilisce una disparità (asincronia) tra alcuni aspetti dello sviluppo. In particolare: mentre lo sviluppo fisico e quello sessuale nella società di oggi sono sempre più precoci, quello sociale e quello cognitivo sono posticipati rispetto ai primi.

Secondo le neuroscienze, ha senso parlare di percorso verso la maturità durante la preadolescenza, una conquista che si fonda su profonde trasformazioni del Sistema Nervoso Centrale con un preponderante sbilanciamento della parte emotiva del cervello rispetto a quella cognitiva. È davvero una questione scientifica: il cervello è in mutazione e l’equilibrio si raggiunge dopo qualche anno. Il “cervello che pensa” (cognitivo) è molto più immaturo del “cervello che sente” (emotivo). Per questo le azioni dei preadolescenti sono fortemente orientate alla ricerca di emozioni forti e intense. Il cervello emotivo usa infatti il suo “potere” nel funzionamento intrapsichico del giovanissimo per dirigerlo verso i propri obiettivi. Quindi, niente di anomalo se il ragazzo preadolescente esplode in comportamenti rabbiosi: è la parte emotiva a prevalere. Il compito degli adulti – come sottolinea Pellai – dovrà essere quello di bilanciare questo dissidio. L’obiettivo dell’intervento educativo è infatti quello di rimettere in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia “consapevole” per superare i momenti di difficoltà. «Gli adulti devono imparare a gestire la rabbia, ascoltare, regolare, obbligare, motivare, ma anche coccolare, spronare, discutere e soprattutto imparare a dire di no».

Da scuola a casa da soli : cosa pensano i fiorentini?

Al sondaggio svolto online da La Nazione  (si può ancora votare su www.lanazione.it)  hanno risposto per ora un migliaio di persone. Prevale l’opinione secondo cui gli studenti delle scuole medie (e le loro famiglie) possano continuare come previsto fino ad ora ad  optare per l’autonomo riento a casa, previa autorizzazione dei genitori.

`La strada? Palestra di vita. No agli eterni bamboccioni’  Nazione.it

«In alcuni quartieri ci vogliono gli adulti». «Macchè. I ragazzi vanno responsabilizzati. Se li facciamo crescere sotto una campana di vetro non facciamo il loro bene».
Il popolo della rete si divide tra chi pensa che alle medie sia giusto che i ragazzini tornino a casa da soli e chi invece, «visti i tempi che corrono», è dalla parte di quei presidi che hanno emanato circolari per imporre la presenza dei genitori all’uscita.

E oltre  il 70% dei lettori ha detto che no, alle medie gli studenti devono poter tornare a casa in autonomia. Il 24% appoggia invece i dirigenti più inflessibili.
«Sarebbe un disastro – digita più di una mamma, inorridita -. Se così fosse, dovrei lasciare il lavoro». Già, perché un conto è arrivare, col fiatone, alle 16,30 di fronte alla scuola elementare. Un altro correre a perdifiato per essere, alle 14, puntuali di fronte ai cancelli della scuola media. Sui social, il dibattito si amplia. E le posizioni contrapposte si sfidano a colpi di like e di commenti su commenti.
«IL MONDO che circonda i nostri ragazzi non è certo semplice – osserva Tiziana -. Proviamo però a dar loro gli strumenti per cavarsela da soli, altrimenti saranno sempre degli eterni bambini».
Immancabile il fascino dell’amarcord: «Se penso a quando ero piccola…», scrive Franca. «Già alle
elementari si andava a scuola da soli. Mi vengono i brividi nel pensare a quanto sia peggiorata l’Italia». Ecco che i più timorosi tirano subito in ballo bullismo e pedofilia. «Meglio andare a riprendere i nostri figli», la posizione di chi vive il presente con una massiccia dose d’ansia.

«BULLISMO, pedofili e spacciatori c’erano anche prima – ribatte Leonardo -. Facciamo camminare i ragazzi sulle proprie gambe. Sennò tireremo su una generazione di bambocci che, lontana dalle gonne della mamma, non saprà fare niente». Parola d’ordine: «Responsabilizzare». Più pratica Annalisa: «Mi pare una proposta assurda. Pensiamo a chi ha due o tre figli, divisi tra elementari e medie».

GIÀ, anche i nonni finora hanno tirato un sospiro di sollievo. Appena il nipote arriva in prima media, è sufficiente aspettarlo a casa per accoglierlo con una bella pastasciutta fumante. Adesso, invece? «Ci manca solo che mi obblighino ad andare a prendere mio figlio – si sfoga Roberta -. Non ho più l’aiuto dei nonni. Dovrei prendere il part-time».

Nubi nerissime si addensano sulle famiglie, già costrette a mille equilibrismi. «Via, ragazzi – tranquillizza tutti Simone -. Siamo in Italia: non cambierà mai nulla. Possibile che ci cascate sempre?».

H come HIKIKOMORI

“Il problema dei NEEts e degli hikikomori ha, originariamente, una stessa radice: troppa protezione dei figli da parte dei genitori, mancanza di rapporti sociali, troppa pressione a livello della comunicazione. Questi tre fattori sono alla base della reazione di soggetti come i NEETs e gli hikikomori” (Linkiesta.it -intervista al Prof. Yuji Genda, sociologo Università di Tokyo. ” NEETs e hikikomori: cosa lega queste due fasce problematiche di giovani?”)

Chiudono le porte al mondo, sempre di più e sempre più giovani. Sono gli “hikikomori” italiani, detti anche “eremiti sociali”: preadolescenti – il rapporto tra maschi e femmine è 5 a 1 – che decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, e rifiutare ogni relazione, in primis la scuola. I motivi sono diversi: non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni e dei modelli imposti dai media, sono vittime di bullismo o percepiscono la mancanza di opportunità sociali. Il fenomeno è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ‘80 (“hikikomori” significa “rifiuto, isolarsi”, un termine riferito sia ai soggetti, sia alla scelta), dove coinvolge oggi circa 1 milione di giovani, che praticano una volontaria esclusione sociale. Non escono di casa, a volte nemmeno dalla propria camera, e rimangono isolati anche per mesi o anni. In Italia assume caratteristiche meno estreme con alcuni tratti simili, come l’allungarsi dell’età di permanenza dei figli nelle abitazioni dei genitori: fino a 28/30 anni secondo Eurostat. Da noi vivono soprattutto nelle grandi città del nord e sono stimati dai 30 ai 50mila (dati: Istituto Minotauro Milano), ma in trattamento sono ancora pochi. La dipendenza dal web, in questi casi, assume paradossalmente aspetti positivi, perché le relazioni virtuali diventano l’unica finestra sul mondo.

Sono dai 30 ai 50mila i giovani “hikikomori” italiani: iniziano già dalla preadolescenza a chiudersi in casa, spesso davanti al computer, rifiutando la scuola e le relazioni reali, perchè non si sentono all’altezza degli standard sociali, per mancanza di opportunità lavorative o per sfuggire al bullismo. In aumento le famiglie che chiedono aiuto agli esperti.

Gli “hikikomori” italiani. “In Italia per fortuna abbiamo forme più blande rispetto al Giappone – spiega Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario dell’associazione Gruppo Abele -: sono connesse sia ad una fobia scolare, dovuta all’angoscia di relazione rispetto ai compagni, sia a fenomeni strutturali, come la mancanza di opportunità di lavoro. L’Italia è inoltre fanalino di coda in Europa rispetto al tempo in cui i figli rimangono in casa”. I fattori psicologici sono dovuti principalmente, secondo Grosso, al “prevalere di una cultura narcisistica che ha alimentato la vulnerabilità individuale dei maschi rispetto alla definizione di sé e alla capacità di affrontare la competizione”. Ovunque, a livello scolastico, lavorativo, nei rapporti di amicizia, i ragazzi percepiscono un’ansia da prestazione che li fa sentire inadeguati. “Piuttosto di una brutta figura, preferiscono il ritiro”.

Tutto inizia nella pre-adolescenza, quando i ragazzi, spesso iper-protetti, lasciano i caldi nidi familiari e cominciano ad incontrare le prime difficoltà nel mondo dei pari. “Il debutto può essere fallimentare – spiega lo psicoterapeuta -: il proprio aspetto, modo di essere o comportamento, è oggetto di denigrazione, con quella crudeltà tipica che sanno usare i coetanei. Ogni piccolo o grande stigma viene ingigantito dallo sguardo dei compagni, che diventa giudicante”. Il bullismo diventa spesso l’episodio scatenante, i ragazzi non vogliono più andare a scuola. Quello però è solo il pretesto: “il testo si tesse molto prima ed è dovuto alla fragilità nel rapporto con gli altri, ai timori, alle timidezze”. Chiudersi in camera o in casa è una scelta difensiva: piuttosto che sentirsi denigrati ci si ritira e si compensa con internet, che permette di costruire altri mondi. “Il virtuale accusato di creare dipendenza – osserva l’esperto -, in queste situazioni invece aiuta molto. E’ l’unico modo per entrare in contatto con altri ragazzi, ad esempio attraverso i giochi di ruolo”.

Le strategie d’accompagnamento e di prevenzione. In Giappone, dove l’isolamento può durare in media anche sei anni, ci sono già tanti centri di recupero: prima si incontrano i genitori, poi si cerca un approccio con il ragazzo. Se non si riesce si utilizzano “finte sorelle o fratelli maggiori” che stazionano in casa e cercano di agganciare il ragazzo su qualche interesse comune. In Italia, ammette Grosso, “sono sempre di più i genitori che vengono a chiedere aiuto”. La strategia è quella “di aiutarli a capire gli atteggiamenti del figlio e non lottare contro il computer, altrimenti l’aggressività viene spostata verso di loro”. Al contrario è importante cercare di mantenere in casa, per quanto possibile, una comunicazione, per facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta o la ripresa di qualche attività a scuola e nel mondo. Strategie che richiedono però “un buon investimento di energie e almeno tre persone che si occupino dei genitori e del figlio; risorse che oggi i servizi pubblici non sono in grado di sorreggere”. La prevenzione invece si fa invitando i ragazzi a coltivare interessi e passioni, educandoli ad usare strumenti critici per non fondare la propria identità su modelli troppi alti e distanti. “Altrimenti diventano inevitabilmente perdenti”.(http://www.hikikomoriitalia.it/)

E come EMPATIA

Quante volte avete provato a intavolare un discorso con vostro figlio adolescente? Spesso sembra di parlare con extraterrestri: saccenti, assenti, arroganti, mugugnanti esseri che vivono su un altro pianeta e faticano a raccontare la loro giornata. Figurarsi a esternare ciò che provano. Sanno provare empatia, se non riescono a esprimere come si sentono? L’empatia può prevenire fenomeni come il cyberbullismo ? Una bella sfida! Un altro grande compito per i genitori…

La capacità di mostrare empatia si perfeziona proprio nella fase dell’adolescenza ed è connessa allo sviluppo cognitivo. non è del tutto scontato per un tredicenne o un quattordicenne, comprendere il suo compagno in difficoltà. E questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, alcuni di loro tendono a minimizzare le conseguenze: “era solo un gioco”, “ho solo fatto un video”, “scherzavamo” …E qui entra in gioco il ruolo educativo. Tocca al genitore offrire una spiegazione, commentare le conseguenze, sensibilizzare il proprio figlio senza giustificarne sempre i comportamenti. Nella rete come nella vita reale ci sono regole di buon senso e prima fra tutte è il RISPETTO, per se stessi, ma anche per l’altro. Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo rappresentano la negazione dell’empatia: faccio ciò che mi rende più forte e figo agli occhi del mio mondo di riferimento e non provo alcuna compassione.

Adolescenti ed emozioni nell’era dei social network

Con le tecnologie entrano poi in gioco altri fattori. I ragazzi sono abituati a stare davanti a uno schermo, per mandare messaggi, rapportarsi con amici e compagni, e questo non favorisce l’affinamento delle loro capacità empatiche, oltre che relazionali. In altre parole, con l’intermediazione del mezzo – smartphone, monitor – i ragazzi si sentono più protetti e l’altro non rappresenta più il confine che autoregola il loro comportamento. Se insultano, lo fanno dietro lo schermo e non vivono in modo diretto e acceso la risposta dell’altro.

È fondamentale, in questo senso, che i genitori pongano attenzione e tempo a far capire ai figli  le conseguenze di ogni loro azione e a imparare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono. E questo non è sempre chiaro, nella vita reale, come in quella virtuale. questa competenza va appresa e, affinché i ragazzi la facciano propria, devono esercitarsi aiutandoli fin da piccoli a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni.

Come ?

Creando con loro un dialogo costante e aperto, rispettando i loro silenzi e i loro tempi

Commentando ad alta voce situazioni capitate ai coetanei

Guidandoli nell’interpretazione del linguaggio non verbale, anche in modo divertente, osservando i toni, le espressioni del volto e le posture del corpo

Dando il buon esempio, rispettando gli altri e dimostrando di essere altruisti

Sintonizzandosi sul loro sentire

Promuovendo vacanze in campi estivi per lavori socialmente utili

Sollecitando la comprensione e la cooperazione nell’aiuto reciproco, in casa come a scuola.

I genitori che  svolgono il loro ruolo educativo sostenendo nei ragazzi la maturazione dell’empatia  smettono anche di giustificare comportamenti sbagliati che, specie attraverso i social, rischiano di depotenziare e disattivare funzioni vitali per una società fondata sul rispetto dell’altro.

(Empatia: cos’è e perché va allenata negli adolescenti Redazione Family Health)

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