N come NO (dei genitori ai figli)

Non esiste, per un genitore, parola più difficile da pronunciare con un figlio: no. Eppure il no (e se, come e quando saperlo dire) è essenziale per una buona educazione dei figli, all’interno di un dialogo serrato, ma sempre costruttivo. Il libro dello psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, con il significativo titolo “Abbiamo bisogno di genitori autorevoli” (Mondadori), mette sul tavolo proprio il tema delle regole saltate nell’educazione dei figli e di questa strisciante incapacità dei genitori a pronunciare il fatidico no.Convincente, perché non si può dire no a un figlio senza, in qualche modo, convincerlo, o almeno provarci. E quanto al rigore, i sì sono certo più comodi e più semplici del no.

Vi proponiamo interessante articolo pubblicato sul sito web del centro Dedalus attivo a Bologna come spunti di riflessione formulato da operatori esperti

Genitori in ostaggio – Dire di no ai figli (http://www.dedalusbologna.it/)

Negli ultimi tempi ogni sera su Rai Due va in onda una nuova sit com dal titolo “madri imperfette” che racconta con ironia e leggerezza le difficoltà, gli impegni, le paure e i dubbi della madri moderne. In uno degli episodi andati in onda, viene posta una questione che ascoltiamo molto frequentemente quando i genitori  domandano aiuto, in altre parole consiste nella difficoltà di non riuscire a dire di no ai propri figli, a non porre dei limiti. I genitori chiamano in Dedalus quando i figli presentano dei sintomi, che non si riescono più a gestire come l’uso di sostanze, la trasgressione della legge attraverso atti di bullismo o ancora le ripetute bocciature scolastiche

 Come mai non si riesce più a dire di no?

I genitori lamentano di avere delle mancanze con i figli, hanno difficoltà a gestire tutto, a far quadrare la vita familiare, il lavoro e per questo allora impartiscono poche restrizioni e regole, sono indulgenti davanti alle trasgressioni della legge, non vietano nulla ai ragazzi perché le madri e i padri hanno paura di perdere il loro amore. In questo modo i genitori eliminano ogni possibile conflitto, preferendo occupare un posto alla pari, facendo “l’amico o l’amica” che ascolta ogni segreto, che non si arrabbia mai, che lascia passare tutto. Per assicurarsi l’amore del figlio, i genitori cercano di soddisfare ogni capriccio giustificano ripetuti insuccessi scolastici, prendendosela piuttosto con i professori troppo severi,  pur di non intaccare in nessun modo il rapporto idilliaco e pacifico con il figlio adolescente.

Nell’epoca contemporanea emerge un appiattimento dei ruoli, non c’è più distanza generazionale perché i genitori indaffarati, impegnati, in difficoltà hanno troppo paura di essere odiati,  di perdere la troppa vicinanza con i loro figli che consente di sapere ogni segreto e controllare ogni spostamento per dormire sonni tranquilli. Se al contrario assumessero una posizione più autorevole, se pronunciassero dei no, andrebbero incontro al giusto rischio di essere un po’ tagliati fuori dalla vita dei loro figli adolescenti.

I genitori diventano ostaggio dei bisogni e delle richieste dei figli per non perdere l’amore.Tutto ciò provoca numerose conseguenze.

Per il figlio adolescente non avere un adulto con cui confrontarsi, discutere, rallenta e blocca il processo di separazione e autodeterminazione del giovane. I ragazzi si trovano a non comprendere cosa desiderano, a non assumersi mai una responsabilità sulle loro azioni mostrando di conseguenza dei forti disagi perchè smettono di domandarsi e di cercare ciò che li muove, in altre parole per cosa davvero soggettivamente valga la pena vivere. Per il genitore, trovarsi messo in scacco dal figlio fa aumentare la propria fragilità, il senso di fallimento e la percezione di sentirsi incapaci di occupare per il figlio il posto di guida, di essere un adulto di riferimento quando il ragazzo mostra delle reali difficoltà. Quando la situazione precipita i genitori si permettono finalmente di domandare aiuto alla psicoanalisi perché non sanno più che madre o padre vogliono essere per i loro figli. Varcano la porta di Dedalus intraprendendo un lavoro su di sé e su quell’amore che hanno tanto paura di perdere, ma che, come  sperimentano sulla loro pelle, ha  un prezzo davvero alto.

 

 

F come FUGA

Capita spesso che i ragazzi decidano di allontanarsi volontariamente dalla propria casa, a volte per poche ore o altre volte per qualche giorno, a volte si cerca un posto sicuro, magari un amico di estrema fiducia o comunque un posto significativo per loro, studiato e di protezione.

Generalmente si tratta di allontanamenti provocatori messi in atto per spaventare il genitore, o di allontanamenti difensivi legati alle problematiche di gestione di una situazione  stressante, esempio classico esiti negativi e problemi scolastici.  Molti figli hanno paura di affrontare i genitori , di essere puniti e la fuga spesso  è il frutto di una serie di scontri precedenti . Quando gli adolescenti non sono capaci di dialogo puo succedere di pensare che andare via da casa sia la soluzione migliore. Ci sono anche casi in cui annunciano la fuga sui social network e cercano di attirare una maggiore attenzione…

Cosa succede quando un figlio scappa di casa (Donna Moderna)

Famiglie tranquille, andamento scolastico nella norma e con gli amici tutto ok. Perché allora Roberto, Anto, Ivan e Lorenzo decidono di scappare di casa, senza dire nulla neanche ai compagni di classe? E perché l’unico che torna si chiude in un mutismo inattaccabile? I protagonisti del libro di Giorgio Scianna, La regola dei pesci (Einaudi), pongono interrogativi che varcano i confini del romanzo e approdano nelle nostre vite, quando guardiamo i figli adolescenti e arrabbiati e ci chiediamo cosa stia passando loro per la testa.

L’illusione del controllo

«Rispetto ai bambini rapiti o ai malati di Alzheimer che non ricordano più il loro nome, quelli degli adolescenti in fuga sono in genere casi che si risolvono in pochi giorni» spiega Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto?,programma di Rai 3. «Di solito, finiti i soldi, tornano da soli. Ma anche poche ore di vuoto per i genitori diventano un incubo, acuito dal fatto che oggi, con i cellulari, siamo abituati a un controllo costante sui nostri figli». Le ragioni di chi scappa sono spesso associate a un problema con mamma e papà: i brutti voti a scuola, un amore ostacolato o il permesso negato di andare a un concerto.

«I genitori si chiedono disperati dove hanno sbagliato, ma colpevolizzarsi non serve: nei casi che trattiamo non c’è differenza di ceto sociale né di impegno e cura nei confronti dei figli. Spesso è solo la follia del momento, un passaggio della vita, un assaggio di libertà». Può capitare, però, che dietro un gesto tanto forte si nasconda un malessere così intimo da non essere comunicato neppure agli amici. Intercettarlo non è facile, perché i possibili segnali, come il mutismo o gli scontri familiari, sono tratti tipici di ogni adolescenza.

La distanza tra adulti e giovani

«I genitori davvero “connessi” con i loro figli captano i prodromi di una fuga. Ma essere in sintonia non è facile» spiega Stefano Rossi, psicoterapeuta di Area G, un centro specializzato nel disagio adolescenziale che lavora nelle scuole. «Incontro ogni giorno ragazzi che mi parlano di genitori solo apparentemente presenti. E i problemi che oggi si trovano ad affrontare le famiglie, come l’instabilità lavorativa ed economica, acuiscono la distanza. Così la fuga diventa un modo per richiamare l’attenzione».

Ci sono casi poi in cui scappare è una reazione vitale, un modo per dimostrare a se stessi e agli altri di sapersela cavare.

«Succede perché spesso, anche senza accorgersene, i genitori di oggi, che sono figli del benessere e della fiducia nel futuro, inviano ai loro figli messaggi negativi: “Qui con noi sei al sicuro, fuori il mondo è diventato brutto, ci sono il terrorismo, l’inquinamento, la disoccupazione giovanile”. Un messaggio che va contro la necessità fisiologica degli adolescenti di imparare a diventare autonomi, protagonisti della loro vita».

Il doppio ruolo dei social media

Oggi il mondo è Internet, il mega spazio dove conoscere persone di tutto il mondo. «I social forniscono occasioni relazionali che abbattono le barriere di spazio e tempo, che vanno oltre l’entourage di casa, scuola e palestra» spiega Rosalba Ceravolo, coordinatrice e supervisore di 116000, il Numero unico europeo minori scomparsi, un servizio che in Italia è affidato a Telefono azzurro. «Sono tanti i casi di giovani che scappano per andare a trovare amici conosciuti online.

Oltre che un rischio, in questo caso i social rappresentano un aiuto per la ricerca: i like a situazioni e luoghi o una frase allusiva pubblicata qualche giorno prima forniscono indizi, così come i profili di amici stranieri.

Noi allertiamo i nostri omologhi negli altri Paesi che si mettono subito alla ricerca coinvolgendo le forze dell’ordine e risolvendo il caso in genere in 48, massimo 72 ore. Nel frattempo forniamo supporto psicologico alla famiglia in modo che possa gestire il dramma e darci indicazioni utili su quello che il ragazzo ha fatto o detto nei giorni precedenti». Sui social, però, possono circolare pericoli maggiori di una cotta virtuale per l’amichetto lontano. Dopo la conversione all’Islam del 14enne napoletano che adesso si fa chiamare Karim Abdul, i servizi segreti italiani hanno individuato nel nostro Paese cellule che sul web adescano reclute per l’Is. Il loro terreno di caccia sono i social network e le prede ragazzini con l’animo in fermento e le certezze labili.

«La sfiducia nel futuro e la mancanza di prospettive che continuiamo a trasmettere provocano negli adolescenti un grande vuoto che rischia di essere riempito da qualsiasi cosa. Per esempio da ideologie forti che criticano l’Occidente e il capitalismo, dai black bloc all’Is» dice Giorgio Scianna, che per il suo romanzo si è ispirato proprio a questo tema. «Gli “uomini in nero” esercitano fascino perché, paradossalmente, forniscono agli adepti un ruolo, una sicurezza, l’orgoglio di impegnarsi per qualcosa, un significato e un senso di appartenenza che oggi, nella società dell’incertezza, i ragazzi spesso non trovano».

Adolescenti e dipendenza da Internet

Le dipendenze da Internet saranno le malattie più diffuse a livello mondiale del prossimo decennio secondo il report del XVIII Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica tenutosi a Firenze in aprile.

Gli adolescenti italiani sono sempre più dipendenti dalla rete (stima  del 5%). L’accesso ad internet 24 ore su 24 attraverso gli smartphone ha aggravato il problema dello sviluppo di una dipendenza da internet. Uno studio della rivista Neuropsychiatry parla di dipendenza se si superano le 6 ore giornaliere di connessione  e conferma una maggiore predisposizione per i maschi.

Sul tema riportiamo un interessante articolo apparso su Data Manager Online che riporta l’analisi e le riflessioni della Società italiani dei Pediatri.

“Dipendenza da Internet, cresce il disagio emotivo tra gli adolescenti” La condizione attuale dei giovani è oggetto di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, presentata in occasione del Congresso Nazionale a Napoli, un lavoro che ha messo in luce soprattutto il disagio emotivo diffuso tra i giovanissimi, oltre ad a un distacco sempre maggiore dalle figure adulte di riferimento.Il Presidente della SIP Alberto Villani commenta così: ”I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Come Pediatri stiamo infatti osservando un’insorgenza sempre più precoce di alcuni problemi tipici dell’adolescenza. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori – spiega Villani in una nota pubblicata sul sito ufficiale della SIP – affrontando temi che si ritenevano propri dell’età adolescenziale, ma che si manifestano prima. E’ necessario elaborare strategie comunicative adatte ai bambini più piccoli e preparare i genitori ben prima dell’età adolescenziale”.

La ricerca si è avvalsa di un questionario informatizzato, che ha comportato in due mesi la risposta di più di 10 mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni, da tutte le regioni.Le domande spaziavano dall’alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Osservando i risultati della ricerca è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della condizione attuale degli adolescenti in Italia, che sono sempre più iperconnessi tanto che uno su quattro è sempre online; circa l’80% del campione ha sperimentato, a varie intensità, un disagio emotivo e l’84,2% non si è rivolto ad uno specialista. Gli amici rimangono il riferimento principale mentre il 46% si rivolge ai genitori in caso di problemi. I dati più preoccupanti riguardano l’autolesionismo, che interessa il 15% del campione.

A far riflettere è anche l’età media del primo smartphone, già tra 10 e 12 anni, mentre l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. Il 53% del campione si dedica ad attività multimediali per periodi prolungati. Un preadolescente su 2 dichiara di navigare su Internet durante la notte all’insaputa dei genitori, mentre uno su 3 è stato adescato da un adulto attraverso profili fake. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di Internet potrebbe essere dannoso per la salute degli adolescenti: almeno 25 ore a settimana aumentano il rischio di pressione alta.

Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile presso IRCCS Stella Maris di Pisa conclude così: ”Il dato dell’elevato numero di risposte al questionario proposto, più di 10.000 in meno di due mesi, ci obbliga a riflettere sul bisogno espresso e a cercare di passare ad una fase di costruzione di risposte efficaci, per non deludere la fiducia che gli adolescenti hanno rinnovato, anche in questa occasione, verso adulti e istituzioni”.

 

NON MANDARE L’ESTATE IN FUMO

Sole e relax aiutano a dire addio alle sigarette
È sempre il momento giusto per smettere di fumare. Ma la pausa estiva mette a disposizione alcune armi in più a chi vuole provarci. Le giornate lunghe, la possibilità di distrarsi con attività piacevoli, l’assenza di stress lavorativo possono essere potenti alleati delle buone intenzion

articolo di Vera Martinelli del 09.07.17 pubblicato su Corriere della Sera/Salute

Due bracciate a nuoto, una passeggiata su un sentiero in salita, un po’ di movimento per gioco con gli amici. Subito il fiato corto e un pensiero fulmineo, al pacchetto di sigarette in tasca. E se fosse ora il momento buono per dire basta?

«Smettere di fumare fa bene sempre, ma l’estate offre una serie di opportunità che la rendono uno dei momenti migliori per affrontare questo passo — dice Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano —. Le giornate sono più lunghe, permettendo di ritagliare spazi per fare attività piacevoli, salutari e gratificanti, ottimi alleati dello stop al fumo. La prospettiva di scoprire il corpo e l’alimentazione leggera e più ricca di frutta e verdura possono contribuire a rafforzare la volontà di mantenere una buona forma fisica. Infine, specie per chi fuma di più a causa dello stress lavorativo, la prospettiva delle vacanze offre relax e la libertà di organizzare l’addio alle sigarette nella maniera che meglio si adatta a ognuno».

In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), vivono 52,4 milioni di persone che hanno più di 15 anni: 34,1 milioni sono non fumatori, 6,6 sono ex tabagisti e 11,7 sono gli attuali fumatori. In pratica, nel nostro Paese, fuma un uomo su quattro e una donna su cinque.

«I numeri del Rapporto 2017 mostrano che continua a crescere la quota di fumatrici — commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss — che superano i maschi, specie nel Nord del Paese, soprattutto nella fascia d’età in cui s’accende la prima sigaretta (15-24 anni) e in quella in cui solitamente si smette (45-64). Altro dato preoccupante è l’aumento di fumatori medi (10-15 sigarette al giorno) e pesanti (oltre le 20) tra i giovanissimi».

A rincuorare, ci sono i dati sul fumo passivo: «I divieti legislativi hanno sortito l’effetto sperato — continua Ricciardi —. Sono pochi, e diventano sempre meno, gli italiani che hanno fumato in auto in presenza di minori e donne incinte. Solo 1 su 10 consente ai propri ospiti di accendersi una sigaretta in casa, e 9 su 10 dichiarano che il divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro è sempre o quasi rispettato, anche se esistono differenze regionali, con il Nord più virtuoso».

Ha funzionato anche la legge (in vigore da maggio 2016) sui nuovi pacchetti di sigarette: «Immagini shock, messaggi forti sul rischio e Numero Verde gratuito per smettere di fumare (800 554 088) hanno fatto pensare ai danni per la salute oltre l’83% dei tabagisti e fatto aumentare il desiderio di smettere in oltre il 60% — dice Roberta Pacifici, direttore dell’OssFAD —. Il 36%, inoltre, ha rinunciato ad accendersi una sigaretta e le telefonate al nostro servizio per la disassuefazione si sono quintuplicate».

Se le misure di contrasto si sono rivelate efficaci, resta da valutare la componente psicologica. Un recente studio americano condotto su tabagisti tra i 18 e i 39 anni indica, ad esempio, che sia meglio il sentimentalismo del salutismo.

La strategia “nostalgica” (associata a immagini che evocano sensazioni piacevoli e rilassanti) pare fare breccia nell’animo dei fumatori e riesce a influenzare pensieri e comportamenti più della paura di malattie future, dei sensi di colpa o delle “prediche”».

«Trovare il modo di fare leva sulla volontà di smettere è una sfida aperta da molti anni — commenta Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia —. La paura può funzionare, come dimostra l’esperienza dei Paesi (come l’Australia) in cui avverten- ze e immagini “forti” sono state adottate da più tempo: i fumatori sono diminuiti, specie fra i giovani. Ma serve anche la speranza di potercela fare, perché se vedi il cambiamento come troppo difficile o pensi di non riuscire, finisci per non provare neppure. Il suggerimento che viene dalla ricerca Usa, perciò, è che ci sia un duplice messaggio: quello sui danni da fumo e quello della strategia per venirne fuori (come il Numero Verde dell’Iss). Bisognerebbe poi trovare il modo di comunicare su larga scala che quando si è aiutati, si smette più facilmente».

Invece la maggioranza dei tabagisti prova da solo (porta a termine l’impresa senza aiuto il 6%) e, in media, fallisce almeno tre volte (secondo le statistiche il quarto tentativo è quello buono), mentre le probabilità di successo salgono molto se si chiede aiuto ai Centri antifumo, dove vengono offerte sia assistenza sia terapie, dai farmaci al sostegno psicologico.

Infine, gli esperti riuniti a Chicago durante l’ultimo convegno americano di oncologia, hanno ribadito l’imprescindibile importanza di aumentare sia il prezzo delle sigarette (i parlamentari Usa si sono espressi a favore ben 120 volte dal 2002) sia l’età del divieto, passando da 18 a 21 anni. Il metodo è risultato efficace su tre fronti: ridurre il numero medio di sigarette fumate, incentivare a smettere e scoraggiare i giovani dall’iniziare.

L come LIBERTA’

Quando i ragazzi entrano nell’età dell’adolescenza, la maggior parte dei conflitti in famiglia sorgono perché, non sentendosi più bambini, vogliono decidere da soli e ritengono di meritare più libertà e maggiori responsabilità, mentre i genitori sono ancora restii a soddisfare le loro richieste.

Per molti genitori, infatti, risulta difficile affrontare queste rivendicazioni, perché dopo aver preso per anni le decisioni per conto dei propri figli e aver messo i loro bisogni prima di ogni altra cosa, si trovano davanti dei giovani adulti che vorrebbero essere liberi di affrontare il mondo a modo loro.

Ovviamente, tutti i genitori comprendono il maggiore bisogno di libertà e di responsabilità dei loro figli. Del resto è una fase naturale del processo di sviluppo dei ragazzi. Allo stesso tempo, però, bisogna riconoscere che i genitori hanno ragioni più che valide per temere le conseguenze di questa maggiore libertà, ed è altrettanto comprensibile il loro desiderio di concederla con molta cautela. Oggi più che mai, infatti, i motivi di preoccupazione sono molti: Uso di sostanze, gravidanze indesiderate, atti violenti, e altri fenomeni che interessano il mondo giovanile, un mondo per alcuni aspetti sconosciuto agli adulti.

Ma rispondere alle richieste degli adolescenti sempre con un “no”, nel tentativo di proteggerli il più a lungo possibile, porta inevitabilmente all’insorgere di conflitti familiari;  i figli si chiudono in se stessi, smettono di confidarsi, oppure si procurano la libertà desiderata a insaputa dei loro genitori.

E allora, che fare? Una semplice soluzione per ridurre la conflittualità consiste nel migliorare la comunicazione con i vostri figli.

Un buon inizio può essere provare a spiegare loro come vi sentite e quali sono le vostre paure rispetto alla maggiore libertà che essi rivendicano. E anche se condividere le vostre preoccupazioni non vi farà guadagnare la loro piena accettazione e comprensione, sarà un modo efficace per instaurare un dialogo più profondo, e forse raggiungere anche dei compromessi accettabili.

Il passo successivo potrebbe consistere nel concedere gradualmente maggiore libertà e responsabilità, dando loro l’opportunità di dimostrare che sono pronti per quell’indipendenza che reclamano a gran voce.

Naturalmente, per orientarsi sul livello di libertà e di responsabilità da concedere ai propri figli non esistono delle regole precise, e ciascun genitore dovrà basarsi sulla personalità del proprio figlio e sui comportamenti avuti fino a quel momento.

Certo, i vostri figli commetteranno degli errori, ma la maggior parte delle volte le cose andranno per il meglio. Usate l’empatia per cercare di capire che è anche per loro una fase difficile e per alcuni versi di grande confusione. Del resto siamo stati tutti adolescenti – e figli – e se ogni tanto proverete a ricordare le sensazioni che provavate allora e ne parlerete con loro, questo ridurrà senza dubbio la distanza tra di voi.

Le preoccupazioni non svaniranno del tutto, e a volte le vostre decisioni faranno arrabbiare i vostri figli adolescenti, ma se vi sforzerete di concedere loro gradualmente maggiore libertà e di affidargli maggiori responsabilità, misurando costantemente come reagiscono al cambiamento, scoprirete che i conflitti a poco a poco si ridurranno.

Ragazzi e alcol: la famiglia è decisiva. I risultati di una ricerca nazionale condotta su duemila adolescenti.

Il «gruppo dei pari» può indurre al consumo di alcolici e alle ubriacature Ma per gli adolescenti il rapporto con i genitori è ancora l’argine fondamentale

Articolo di Maurizio Tucci pubblicato su Corriere della Sera – Salute , 

Aumenta, fortunatamente, l’età del primo contatto con le bevande alcoliche, e nella prima adolescenza la famiglia si conferma un importante elemento di protezione nei confronti degli eccessi.

Sul fronte opposto però, si conferma anche l’effetto di trascinamento del gruppo dei pari nell’indurre gli adolescenti a un consumo incontrollato di alcol. Questi, in estrema sintesi, i primi risultati dell’indagine biennale su Adolescenti e alcool realizzata da Osservatorio permanente giovani e alcol, Associazione laboratorio adolescenza e Società italiana di medicina dell’adolescenza.

Lo studio, arrivato alla sua terza edizione, è stato condotto su un campione nazionale di duemila adolescenti che frequentano la terza media (fascia d’età 12-14 anni).

In questa fascia d’età il rapporto con l’alcol non si è ancora strutturato e quindi si ha ancora la possibilità di intervenire con efficacia, per indurre i giovanissimi a comportamenti e abitudini corrette.

Gli adolescenti italiani, da quanto emerge dalla ricerca, appaiono tutt’altro che “bevitori”: ad avere un consumo più o meno quotidiano, essenzialmente durante i pasti, di bevande alcoliche (nei tre mesi precedenti l’intervista) è risultato essere poco più del 3% del campione considerato.

Le cose cambiano, purtroppo, quando il bere – all’interno del gruppo dei pari – diventa una questione di “look” : si beve perché gli altri lo fanno e chi non lo fa, in qualche modo, si “chiama fuori”.

Molti sono in grado di resistere, ma parecchi altri, in un momento in cui autostima e sicurezza di sé non sono merce che abbonda, si fanno trascinare.

Il dato che ci viene dall’esperienza dell’ubriacatura (il 13,7% del campione ha affermato di aver avuto questa esperienza una sola volta e il 7,1% più volte) è indicativo: più gli amici bevono ed eccedono, più si beve e ci si ubriaca.

A non essere mai “andato oltre” è il 56% degli adolescenti che hanno detto di non avere amici che si ubriacano, mentre tra chi frequenta in maggioranza amici che si ubriacano solo il 3% non ha mai avuto esperienza diretta di eccessi alcolici.

Viceversa se il consumo di

A casa I ragazzi che hanno rapporti familiari critici si ubriacano il doppio rispetto a chi è sereno Con gli amici All’aumentare dell’età, sarà invece il legame col partner a giocare un ruolo importante

più facile rifiutare una sigaretta che un chupito»: lo ha detto la maggioranza degli adolescenti nei focus group durante la ricerca su alcol e adolescenti. Le pressioni del gruppo a bere sono più insistenti di quelle a fumare ed è più difficile opporre resistenza. Alessandra Marazzani, psicologa di Laboratorio Adolescenza, spiega: «Bere è un rito collettivo, molto più di quanto lo sia fumare una sigaretta; la percezione dei danni da bevande alcoliche avviene prevalentemente in famiglia, anche solo occasionalmente (e comunque in modo controllato e scevro da connotati trasgressivi), la tendenza a provare l’esperienza dell’ubriacatura risulta nettamente meno frequente. Non si è mai ubriacato l’84% degli adolescenti che ha contatto con bevande alcoliche soprattutto in famiglia contro il 48% di chi si avvicina all’alcol prevalentemente con gli amici.

«Il problema maggiore relativo al consumo di alcol in età adolescenziale — afferma Gabriella Pozzobon, Presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza— è che i ragazzi considerano socialmente accettabile il bere alla loro età e, soprattutto, non pericoloso. Ubriacarsi, per loro, è fonte di evasione e divertimento, senza considerare tutti i gravi effetti che ne derivano e senza rendersi conto che il bere può rappresentare (e spesso rappresenta) un primo passo verso altri comportamenti Qui e ora Tutti gli adolescenti di si dicono convinti che l’alcol fa male, ma il tipo di “male” è circoscritto all’evento singolo. «Se esagero con l’alcol e non lo reggo posso sentirmi male e collassare, ma se so controllarmi non ci sono problemi». Una visione legata al “qui e ora”, senza riflettere sugli effetti nel tempo, un tipico tratto adolescenziale. fumo – frutto di provvidenziali campagne di comunicazione – è più alta della percezione dei danni da alcol. La scelta di fumare o non fumare è riconosciuta come difficilmente influenzabile dalle scelte del gruppo, molto più del bere o non bere (a meno che non si sia noti come astemi). La differenza tra le bevande alcoliche è poi maggiore di quella fra marche di sigarette, il che induce a proporle in alternativa e con maggiore insistenza. a rischio o vere e proprie dipendenze. Ed è a una sempre maggiore informazione, diretta specificatamente ai ragazzi, che la Società italiana di medicina dell’adolescenza e noi “pediatri -adolescentologi” ci stiamo dedicando e continueremo a dedicarci con sempre maggiori energie».

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono – secondo i diretti interessati e indipendentemente dal loro comportamento individuale – le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%).

E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. Dai dati dell’indagine emerge chiara questa correlazione: la percentuale di ragazzini che dichiara di essersi ubriacato più volte raddoppia passando da chi afferma di avere una vita familiare piacevole e serena (6,1% ) a chi riferisce di avere rapporti con i genitori critici o francamente conflittuali (11,8%).

«Un’esperienza singola di ubriacatura, benché mai apprezzabile, può essere considerata quasi una sorta di tappa obbligata per un adolescente – sostiene Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, referente per l’area psicologica di Laboratorio Adolescenza – e può verificarsi anche in contesti familiari assolutamente sereni. Se però ubriacarsi a quattordici anni comincia a non essere un evento isolato allora può essere espressione di un disagio conseguente a rapporti familiari critici. Genitori conflittuali tra loro, che quindi turbano la serenità familiare, o forti carenze affettive percepite dai ragazzi, possono indurre a ricercare altrove e con mezzi impropri, vie di fuga. All’aumentare dell’età, quando cambiano anche i pesi delle relazioni affettive, lo stesso può verificarsi in conseguenza a difficoltà di rapporti tra giovani pantere”.

Maurizio Tucci

TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

D come DIALOGO

Permettere ai figli di fare le proprie esperienze di crescita, di divertirsi con i coetanei secondo gli appuntamenti classici dell’eta adolescenziale, restando dei punti di riferimento stabili.

Il percorso di autonomia dei figli va favorito e costruito gradualmente, delimitandone man mano i giusti confini, senza essere né troppo permissivi né autoritari. Fondamentale il dialogo.

 Ecco qualche consiglio per i genitori  che riprendiamo un’articolo di  Adolescienza.it

I figli crescono e iniziano a fare richieste per stare più tempo fuori di casa, soprattutto in estate, rivendicando la propria autonomia.I genitori devono cercare di ammorbidire un po’ alla volta la presa, mantenendo sempre un occhio vigile, lasciandogli spazio per sperimentare, ma nei momenti opportuni essere in grado di recuperare la presa.

  1. STABILITE LE REGOLE INSIEME le regole devono essere chiare e definite in modo fermo e coerente. È importante anche che siano discusse e decise in maniera equilibrata per far sì che siano interiorizzate e comprese dal ragazzo.
  1. LE REGOLE VANNO RISPETTATE. Bisogna, specialmente all’inizio, monitorare le prime uscite e i comportamenti del figlio. È importante mantenere sempre una coerenza con quanto concordato ed essere un punto di riferimento stabile. Se il ragazzo infrange le regole, parlatene e confrontatevi con lui, cercate di capire le sue ragioni e ridefinite gli accordi.
  2. VALUTATE LE DIVERSE RICHIESTE. Le regole non devono essere assolute, vanno anche tarate in base al tipo di attività che chiede di fare il ragazzo. Ad esempio, mangiare una pizza con gli amici è diverso dal fare una festa in casa o andare in discoteca. Ricordate che, se da un lato le feste in casa con gli amici possano sembrare più innocue delle uscite fuori, dall’altro è bene non lasciare completamente carta bianca ai ragazzi e far sì che ci sia un adulto nei paraggi che possa monitorare la situazione.
  3. DATE SEMPRE DELLE SPIEGAZIONI. Piuttosto che vietare o punire, spiegate il motivo per cui vi aspettate un certo comportamento: le regole sono date per tutelare la crescita dei figli ed evitare che possano mettersi nei guai. È importante che non ci sia rigidità nel darle e che il ragazzo comprenda realmente il motivo per cui prendete delle decisioni, parlando anche dei rischi che si possono correre nelle diverse situazioni.
  4. FIDUCIA RECIPROCA. Spiegate la necessità di definire gli orari, di conoscere i luoghi frequentati e di essere avvertiti in caso di imprevisto o problema. Le concessioni devono essere graduali, con il tempo le regole possono essere ridefinite ma, se la fiducia si incrina, è possibile anche fare dei passi indietro rispetto a quanto previsto inizialmente.
  5. NO AL CONTROLLO ECCESSIVO. Se si dà fiducia, si deve dare la possibilità al ragazzo di sperimentare l’autonomia. Evitate di attaccarvi al telefono e chiamarlo ogni 10 minuti durante la serata o ad andare in ansia se ritarda qualche minuto. Rischiate in questo modo di ottenere il risultato opposto. Definite le regole con chiarezza e fidatevi di loro, se dimostrano di essere in grado di rispettare gli accordi.
  6. MANTENETE APERTA LA COMUNICAZIONE. Solitamente a quest’età, i ragazzi si chiudono nel silenzio e comunicano per lo più con i gesti. È importante cogliere i segnali e mantenere aperto il dialogo rispetto a ciò che vive il figlio: evitate il terzo grado e fate domande che mostrino un reale interesse per le loro esperienze. I ragazzi hanno bisogno di allontanarsi ma di essere certi che, quando hanno bisogno, voi sarete lì ad ascoltarli.

 

 

 

 

V come VACCINI

Dal 14 giugno il Ministero alla Salute ha attivato un numero di pubblica utilità, il 1500 per rispondere  ai dubbi dei genitori riguardo al nuovo decreto legge e alla circolare appena pubblicata  sulle vaccinazioni obbligatorie da 0 a 16 anni (nati dal 2001 al 2017) per frequentare la scuola.

Il numero 1500 è  attivo dalle 10 alle 16 dal lunedì al venerdì.

La circolare riassume le dodici vaccinazioni obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita:
– anti-poliomielitica
– anti-difterica
– anti-tetanica
– anti-epatite B
– anti-pertosse
– anti-Haemophilus influenzae tipo b
– anti-meningococcica B
– anti-meningococcica C
– anti-morbillo
– anti-rosolia
– anti-parotite
– anti-varicella

Le vaccinazioni per le quali è introdotto l’obbligo sono gratuite in quanto già incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza, si sottolinea inoltre che l’obbligo riguarda anche i richiami.

Cosa prevede la nuova normativa:

Obbligo di presentare il certificato vaccinale o l’attestato di esonero o differimento per l’iscrizione a scuola
Il certificato vaccinale, o la documentazione per l’esonero o il differimento rilasciate dal medico di famiglia o dal pediatra di libera scelta, dovrà essere presentata all’atto di iscrizione alle scuole del sistema nazionale di istruzione e ai servizi educativi per l’infanzia, ai centri di formazione professionale regionale e alle scuole private non paritarie.
La semplice presentazione alla Asl della richiesta di vaccinazione consente l’iscrizione a scuola, in attesa che la Asl provveda ad eseguire la vaccinazione (o a iniziarne il ciclo, nel caso questo preveda più dosi) entro la fine dell’anno scolastico.

Si parte a settembre. Tutti a scuola con il libretto vaccinale
Per l’Aa 2017/2018 il termine per la presentazione della documentazione è fissato al 10 settembre 2017. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione. In tal caso  ha tempo per presentare copia del libretto vaccinale sino al 10 marzo 2018. Per gli anni successivi il termine sarà il 10 luglio di ogni anno.
I dirigenti scolastici comunicano all’Asl competente, entro il 31 ottobre di ogni anno, le classi nelle quali sono presenti più di due alunni non vaccinati.

Cosa accade se il genitore non presenta la documentazione a scuola
Ai bambini da 0 a 6 anni non sarà permesso frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia.
Nella fascia di età dai 6 ai 16 anni si potrà comunque accedere a scuola.

Il dirigente scolastico segnalerà alla Asl i genitori che non vaccinano i figli
In caso di violazione dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori, sia nel caso di figli nella fascia di età 0-6 anni che nel caso di figli nella fascia di etò 6-16 anni, il dirigente scolastico o il responsabile dei servizi educativi è tenuto a segnalare la violazione alla Asl. La Asl contatta i genitori/tutori per un appuntamento e un eventuale colloquio informativo indicando le modalità e i tempi nei quali effettuare le vaccinazioni prescritte
Se i genitori/tutori non si presentano all’appuntamento oppure, a seguito del colloquio informativo, non provvedano a far somministrare il vaccino al bambino, l’Asl contesta formalmente l’inadempimento dell’obbligo.

Sanzioni fino a 7.500 euro per i genitori che non vaccinano
Ai genitori e tutori segnalati dalla Asl per la mancata vaccinazione per i proprio figli sarà applicata una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 euro a 7.500 euro, proporzionata alla gravità dell’inadempimento (ad esempio: al numero di vaccinazioni omesse). Le sanzioni saranno comminate ogni anno di mancata vaccinazione.
Non incorrono in sanzione quando provvedono a far somministrare al minore il vaccino o la prima dose del ciclo vaccinale nel termine indicato dalla Asl nell’atto di contestazione, a condizione che completino il ciclo vaccinale nel rispetto delle tempistiche stabilite dalla Asl.

Segnalazione al Tribunale dei minori
La Asl sarà chiamata anche a segnalare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni l’inadempimento dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori. A seguito della segnalazione, sarà il magistrato a valutare se sussistono i presupposti per l’eventuale apertura di un procedimento.

Chi è esonerato dai vaccini
Sono esonerati dall’obbligo di vaccinazione i minori già immunizzati per effetto della malattia naturale. Ad esempio i bambini che hanno già contratto la varicella non dovranno vaccinarsi contro tale malattia. L’immunizzazione dovrà essere comprovata dalla notifica effettuata dal medico curante o dagli esiti dell’analisi sierologica.
Sono esonerati anche i soggetti che si trovano in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio per i soggetti che abbiano avuto pregresse gravi reazioni allergiche al vaccino o ad uno dei suoi componenti.
In questo caso i minori saranno inseriti in classi nelle quali sono presenti solo minori vaccinati o immunizzati.
Quando si può posticipare il vaccino
I soggetti possono ritardare di sottoporsi a vaccinazione in caso si trovino in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio, quando versino in una malattia acuta, grave o moderata, con o senza febbre.

T come Tormentoni

La pizzata di fine anno con i compagni di scuola. Cui si aggiunge il saggio di musica, la partita di fine corso della squadra di calcio… Accompagnare i figli agli eventi di fine scuola , un tormentone che si ripete ogni anno .. I genitori devono sempre partecipare?

Vi proponiamo un articolo apparso su La Stampa in cui si propongono ” buone regole per evitare stress inutili e mettere d’accordo tutta la famiglia”

«L’affetto non si sviluppa con una performance: il saggio è una prova di un’abilità, non una prova d’amore. Si può essere un ottimo genitore anche saltando la recita di fine anno».

Sì, tiriamo un sospiro di sollievo: ai saggi di fine anno si può sopravvivere. Anche non andandoci! Parola di Luigi Ballerini, psicanalista e scrittore, vincitore del Premio Bancarellino 2015, con il libro «Io sono zero». Quattro figli e un lungo curriculum di presenze ai saggi alle spalle. «E pure di assenze. Senza drammi: in questi casi è fondamentale la chiarezza e il dialogo. E una premessa: non caricare di significati eccessivi queste esibizioni. Nessuno dei nostri figli è Mozart: crederlo, o farglielo, credere crea solo angoscia». Incubo. Tormento. Ultima fatica prima dell’arrivo delle vacanze.

Che sia di musica o di danza, di teatro o di nuoto sincronizzato non fa nulla: ogni scuola ha il suo appuntamento, ogni corso ha il suo show finale. Con un’ansia da prestazione che, con facce diverse, avvolge tutti gli attori di questa messa in scena: figli, genitori, docenti e istruttori vari. «Ai bambini piace essere guardati nel loro diventare capaci – spiega Ballerini -. Quando imparano ad andare in bicicletta chiedono subito di essere osservati. Non basta dirci da soli che siamo bravi, serve un riconoscimento, vogliamo che qualcun altro ce lo verbalizzi. Se il saggio aiuta a dimostrare cosa ho appreso e a trarre soddisfazione dal “bravo” detto dagli adulti di riferimento, siamo in una dinamica positiva. Quando, invece, la prestazione è un mezzo per dimostrare quello che valgo, perché questo è l’unica via praticabile per conquistare l’orgoglio dei genitori, la dinamica è scorretta. Esporre il figlio come un trofeo o provare vergogna in caso di errore fa diventare il saggio sinonimo di frustrazione e insicurezza».

Macchine parcheggiate in seconda e terza fila, appuntamenti saltati all’ultimo istante per sfrecciare (in ritardo) verso palestre scolastiche trasformate in improbabili teatrini, cellulari che suonano nel bel mezzo dell’«Inno alla gioia» faticosamente intonato da un quartetto di flauti, spartiti sgualciti usati per coprire lo smartphone con cui mandare mail di lavoro o continuare una riunione via Whatsapp. E poi lo sguardo, inconfondibile, dei papà che entrano di soppiatto in sala con tre domande stampate a caratteri cubitali in fronte: «Sono un po’ in ritardo: mio figlio si sarà già esibito? Se dopo l’esibizione di mio figlio me ne vado, pare brutto? Siamo sicuri che sia lo spettacolo di mio figlio o, come l’ultima volta, ho sbagliato classe?».

La stagione dei saggi non lascia scampo: arriva, travolge e se ne va. Come un monsone che spariglia agende, calendari, ritmi. Imperterrita, ciclica e inevitabile. «Se un genitore non può presentarsi all’appuntamento deve dirlo, spiegarlo, far capire al figlio che non è disinteresse il suo. Il genitore deve percepire quanto il figlio davvero ci tiene a quell’evento. In assoluta serenità. La mamma o il papà non sono cattivi, se non possono essere nel pubblico, proprio perché è “solo” un saggio, non la prova della vita. E l’assenza può diventare l’occasione per riscoprire il valore del racconto: meglio di una foto, meglio di un video. Le parole di un bambino che esternano una trama di azioni ed emozioni. Per narrare, e far rivivere, un proprio vissuto».

L’ultima raccomandazione, invece, riguarda il giudizio. «I ragazzi soffrono sia dell’eccesso di critica che dell’eccesso di elogio: se vengono sottolineati solo gli sbagli o le imprecisioni la prossima volta la paura prenderà il sopravvento su tutto il resto. I troppi elogi, e l’esagerazione di complimenti, generano invece fastidio e imbarazzo. Quasi una vergogna nei confronti delle proprie capacità».

La Stampa – autore Federico Taddia

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