Estate in adolescenza, il periodo delle sfide

Per i genitori di adolescenti l’estate è un periodo dell’anno difficile da gestire. È il momento in cui incontrano più difficoltà soprattutto a proporre e stabilire regole e far sì che i figli le rispettino.

È il periodo degli amori, degli incontri, delle nuove emozioni ma anche dei pericoli . Lontano dall’influenza degli adulti, l’adolescente ha voglia di dimostrare le proprie capacità, di esplorare, di sfidare i limiti e i rischi, e cogliere le opportunità per allontanarsi dall’infanzia troppo lunga e ormai troppo stretta, è lo spazio dove si cercano risposte.

Spesso trovano risposte di tipo evasivo o di fuga dalla realtà attraverso l’uso di sostanze che sembrano offrire loro una risposta ai propri bisogni , sostanze che producono euforia ma anche depressione, stordimento, calo dell’attenzione e della vigilanza. Facilitano la disinibizione sociale anche se generalmente finiscono per aumentare il senso di  isolamento

Eccessi dunque, specie durante le vacanze, quando è più facile andare oltre i propri limiti. E’ quanto emerge anche da uno studio recente condotto su un campione di 8.000 adolescenti italiani.

Secondo l’indagine dell”Osservatorio nazionale adolescenza su 8.000 giovani italiani il 36% dei ragazzini tra gli 11 e i 13 anni dichiara di bere bevande alcoliche e uno su 10 si è già ubriacato. Fra  gli adolescenti la percentuale sale notevolmente: il 55% dei 14-19enni  beve alcolici e il 24% anche fino a stare male. L’uso di bevande alcoliche è quindi diffuso e il rischio di abusi  nel periodo estivo diventa ancora più grave perché i ragazzi sono più predisposti all’evasione, trascorrono più tempo in gruppo e in compagnia degli amici sentono meno il peso delle regole e dei doveri scolastici . Questa condizione facilita per alcuni ragazzi  la messa in atto di  comportamenti  che possono mettere a rischio la salute dei ragazzi stessi, come ad esempio i giochi e sfide a base di alcol,  con lo slogan “lo faccio perché lo fanno gli altri’. Circa un quarto del campione (2000 adolescenti) ha infatti dichiarato di aver bevuto, in genere nel fine settimana, più di 5 drink di seguito con l’intento di ubriacarsi.

Esistono anche delle mode selfie in cui l’alcol è protagonista, come per esempio il beer selfie che consiste nel fotografarsi da soli o in compagnia di amici, con in mano un bicchiere o una bottiglia di birra. Esistono però le varianti e una di quelle è il ‘Drelfie’ (da drunk e selfie), che consiste nel farsi fotografare ubriachi, mentre si vomita, sdraiati per terra in uno stato di semi incoscienza, nei bagni e in qualsiasi altra posizione. I rischi di questi selfie e di questa ricerca di approvazione e condivisione social sono l’intossicazione alcolica e in svariati casi anche il coma etilico.

Gli adolescenti non rinunciano poi a mettersi alla guida anche quando sono in una condizione di alterazione mettondo inevitabilmente a rischio la propria vita e quella degli altri. In più, oggi, oltre a guidare in stato di ebbrezza, riprendono con lo smartphone le bravate in auto o in moto, si scattano selfie mentre fanno le loro ‘prodezze’ per immortalare un momento che, a volte, li ha letteralmente immortalati per sempre. Si chiamano ‘kilfie’ o killer selfie, e sono quelle foto in cui si mette a rischio la propria vita.

Ma il dato allarmante è che l’80% di coloro che hanno abusato di alcol hanno dichiarato anche di aver fatto sesso promiscuo e con più persone nell’arco della stessa sera. In questo modo aumenta notevolmente il rischio di incorrere in malattie sessualmente trasmissibili dall’Hiv, sempre più diffuso tra i ragazzi, all’Hpv e tutte le varie infezioni batteriche e virali,  possibili gravidanze precoci e indesiderate, oltre a rapporti sessuali forzati e vere e proprie violenze.

Esiste quindi un’emergenza edicativa per contenere questi comportamenti a rischio . Gli adolescenti devono essere informati  sulla pericolosità e sulle conseguenze gravi che l’uso/abuso di bevande alcoliche può portare. Prevenzione quindi la parola d’ordine , insieme ad Educazione, in primis da parte dei genitori.

Ai genitori di adolescenti si consiglia di non perdere mai di vista l’importanza di dare i limiti, di insegnare le norme e stabilire le regole che i ragazzi devono seguire proprio per il bene e l’equilibrio psichico dell’adolescente stesso. I ragazzi chiedono ai genitori sempre più libertà, più spazio, più autonomia e più distanza. A tanti genitori capita di confondersi tra il ruolo di adulti autorevoli, adulti autoritari e adulti permissivi.

Durante il periodo della pre-adolescenza e dell’adolescenza figli e genitori dovrebbero imparare a stabilire un nuovo rapporto tra loro. Da una parte i genitori dovrebbero riconoscere di più il bisogno di autonomia dei figli, dall’altra necessario  insegnare loto i limiti e il rispetto delle regole perché questo vuol dire anche rispettare se stessi e il proprio ruolo.

 

Figli adolescenti e abuso di alcol, anche occasionale. Che fare?

I dati dicono che anche in Italia si inizia a bere sempre più precocemente, dall’età di 11-12 anni i giovani iniziano a fare uso di alcol, con rischio di  danni seri sia al cervello che al fegato. E’ stato riscontrato che i ragazzini che assumo alcol, soprattutto se mischiato, possono avere maggiori difficoltà di orientamento e di memoria, rispetto ai coetanei della stessa età, questo perché l’abuso di alcol provoca la distruzione delle fibre nervose, e come conseguenze nei casi estremi: delirio, allucinazioni, aggressività e diminuito controllo dei movimenti, neuropatie e tremori.

I genitori si rendono conto che i figli adolescenti fanno uso di alcol spesso in modo causale, attraverso una telefonata che li informa sulla presenza dei figli in ospedale per malori o talvolta per incidenti stradali . Queste esperienze, nei casi in cui l’esito è comunque  positivo, porta i genitori alla  consapevolezza che il loro figlio/a, che spesso sino ad allora non avevano manifestato particolari disagi o fragilità,  probabilmente nasconde un aspetto della propria vita di cui sono  rimasti fino ad allora ignari.

I motivi che spingono i ragazzi a provare questa esperienza sono nella maggior parte dei casi diversi da un disagio esistenziale grave e principalmente due, la noia e la voglia di divertirsi. Anche in Italia si parla da anni della moda del “binge drinking” in luoghi di aggregazione come parchi, discoteche, pub o locali notturni , dove i ragazzi programmano e organizzano bevute di alcolici di vario tipo, in grandi quantità e tutti in una volta questo con l’idea di favorire la socializzazione, sentirsi più forti superare la timidezza, e lasciarsi andare  alla trasgressione.

Molti ragazzi sono convinti di riuscire a gestire la sbronza e sottovalutano le conseguenze di questo loro comportamento, non riconoscendo che la capacità di tollerare l’alcol per un adolescente è minore rispetto a un adulto, possono arrivare rapidamente alla perdita di controllo e alla messa in atto di comportamenti irresponsabili che li portano a rischiare la vita, come guidare o camminare in mezzo alla strada senza valutare il pericolo , rischiare il coma etilico, assumere contemporaneamente altre sostanze.

Questi episodi possono diventare un’opportunità per dare la giusta attenzione a un malessere che subdolamente si sta facendo strada nella vita dei propri figli, nei casi più complessi diventa l’inizio di una difficile percorso dove il conflitto generazionale, la ribellione adolescenziale e il malessere familiare si confondono con una problematica più complessa, dove l’assunzione di alcol, non di rado accompagnato da altre sostanze che generano dipendenza, assume per i ragazzi chi ne fanno uso abituale una funzione medica e riparativa per un disagio più profondo, in tanti caso transitorio se viene accolto e gestito insieme in famiglia.

E’ intuibile, soprattutto nei casi di reiterazione di questi comportamenti, anche un intento autolesivo, una richiesta di attenzione, comunque un malessere che è necessario capire e gestire, perché se i ragazzi cercano nell’alcol la soluzione, significa che hanno difficoltà a chiedere aiuto in modo esplicito.

L’adolescenza è un momento particolare sia per i figli che per i genitori; se il gruppo dei pari è molto importante a questa età, non significa che i genitori non abbiano la loro influenza. Il loro è un compito difficile perché nella confusione della ribellione adolescenziale devono essere capaci di coniugare l’aspetto normativo con quello affettivo.  Essere fermi e chiari nelle regole e efficaci nelle punizioni, attenti e vigili su come stanno e cosa fanno i propri figli , chi frequentano, e mostrarsi accoglienti e amorevoli nel momento del bisogno.

Poiché  non è semplice essere “buoni” genitori,  laddove si dovesse presentare una problematica con figli adolescenti che abusano di alcol, la psicoterapia familiare potrebbe essere un buon punto di partenza per aiutare genitori e figli a ritrovare il dialogo e impostare un modo migliore di relazionarsi anche in situazioni critiche.

Mamma, che fame

adolescenti: dall’acne al peso i consigli pratici (e le ricette) della nutrizionista Stefania Ruggeri

http://www.sonzognoeditori.it/

“Diciamoci la verità: quando i figli diventano adolescenti, loro scoprono la vita da adulti, ma per i genitori cominciano i guai. Non basta la contestazione dell’autorità, o i segreti da cui i genitori sono esclusi: i nostri ragazzi devono costruire la propria identità, che passa attraverso l’accettazione di sé e del proprio corpo – e quindi anche del modo in cui lo curano e lo nutrono. L’alimentazione degli adolescenti, però, è un campo pieno di insidie e “mode” pericolose: dai cibi spazzatura alle diete vegane fai da te, dalle ragazze che vogliono pance piatte e cosce da Barbie ai maschietti che si imbottiscono di carne e proteine per mettere su massa muscolare, fino alle colazioni saltate e alle bevande gassate. Alla luce di tutto ciò, come possiamo nutrire correttamente i nostri ragazzi? Questo libro ci aiuta a fare chiarezza su molti dubbi che attanagliano i genitori. E lo fa con l’empatia di una madre alle prese con due figlie adolescenti, e il rigore di una nutrizionista affermata esperta in scienza degli alimenti. Grazie alle sue storie e ai suoi consigli, scopriremo come combattere l’acne con una sana alimentazione, o come organizzare colazioni salate che contrastino l’eccesso di zuccheri, o ancora come preparare merende che evitino l’abuso di salumi dopo l’attività fisica. Scopriremo quali sono i piani nutrizionali più equilibrati per figli ipersportivi, o come evitare le diete stop and go che le ragazze copiano dal web. Ma soprattutto capiremo che nutrirsi non è solo un atto biologico, ma il veicolo attraverso cui passa il legame familiare, l’impronta dell’amore materno al quale tutti noi torniamo, anche da adulti. Ed è questo il segreto più importante.”

Giornata mondiale senza tabacco: in Italia quasi uno su quattro fuma

Un minore su 10 è consumatore abituale di sigarette. Fra loro più della metà fuma anche cannabis

di VALERIA PINI http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/05/30/news/

SIGARETTE spente per 24 ore. Un gesto simbolico per salvare la salute visto che il tabagismo coinvolge quasi una persona su 4 e rappresenta una delle principali cause di morte nel nostro Paese: si contano ogni anno da 70.000 a 83.000 decessi e oltre il 25% avviene tra i 35 e i 65 anni di età. La Giornata mondiale senza tabacco, proclamata dall’Organizzazione mondiale della sanità, che quest’anno affronta il rapporto fra Tabacco e malattie cardiache, è l’occasione per fare il punto su questo tema.

Nel mondo il tabagismo è infatti la seconda causa principale di malattie cardiovascolari e l’uso di tabacco e l’esposizione al fumo passivo contribuiscono a circa il 12% di tutte le morti per malattie cardiache. Secondo l’Oms, inoltre, il consumo di tabacco rappresenta la seconda causa in generale di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile; quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo e fra le vittime oltre 600.000 sono non fumatori esposti al fumo passivo.

Nel nostro paese i fumatori sono il 22,3% della popolazione, in tutto 11,7 milioni di persone. Una dipendenza che riguarda anche i ragazzi: il numero di minori che fumano. Uno su dieci è consumatore abituale di sigarette, quasi il 50% lo ha fatto in passato o lo fa occasionalmente. Tra i fumatori abituali più della metà fuma anche cannabis. Non accenna a diminuire invece il numero totale dei tabagisti nel nostro paese che appare in leggero aumento. Questo ci dicono i dati presentati dall’Ossfad- Centro nazionale dipendenza e doping dell’Iss in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco, che si tiene oggi il 31 maggio. I ragazzi tra i 14 e i 17 anni, infatti, accendono la prima sigaretta alle scuole secondarie di secondo grado e una piccola percentuale inizia addirittura alle elementari.

• IL RAGAZZO CON LA SIGARETTA
“E’ necessario potenziare sistemi di prevenzione primaria per scongiurare questa nuova linea di tendenza che vede il consumo di tabacco anche tra i giovanissimi – spiega Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità – prima che a questa dipendenza se ne associno altre altrettanto o più pericolose”. Secondo l’indagine Explora, che ha realizzato l’identikit “del ragazzo con la sigaretta” su un campione di 15.000 ragazzi tra i 14 e i 17 anni, riguarda soprattutto i maschi. In genere frequentano istituti professionali e licei artistici, i genitori hanno un livello di istruzione medio-basso e non controllano le spese dei figli, risultano propensi al rischio e hanno una percezione del proprio rendimento scolastico mediocre o appena sufficiente. I giovani tabagisti abituali, inoltre, sono quelli che fanno meno sport e che bevono più energy drink. Il dato preoccupante, inoltre, fotografa un maggiore consumo di alcolici tra loro, fino a quattro consumazioni di birra e super alcolici a settimana. Addirittura un 12% dichiara di aver avuto episodi di binge drinking 3 o più volte nell’ultimo mese. Il dato cresce a dismisura sul consumo di droghe: più della metà dei fumatori abituali (il 65,6%) ha fumato almeno una volta anche cannabis nell’ultimo anno rispetto al 2% dei non fumatori.

• GLI ADULTI
Stabile il numero di fumatori tra gli adulti: sono 12,2 milioni (dati Doxa), il 23% della popolazione, in leggero aumento rispetto al 2017 (11,7 milioni). Si fumano in media 12,3 sigarette al giorno. Mentre aumenta invece il rispetto del divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro, anzi il rispetto a 15 anni dalla Legge Sirchia è quasi totale. “La situazione generale sulla prevalenza dei fumatori si è cristallizzata – spiega Roberta Pacifici, direttore dell’Ossfad e del Centro Nazionale Dipendenze e Doping – abbiamo registrato gli stessi dati del 2007, segno evidente che non si vede alcuna inversione di tendenza, anzi si registra un lieve incremento nella popolazione maschile. Per questo abbiamo acceso i riflettori sui giovani che rappresentano il serbatoio di riserva dei tabagisti, sono quelli cioè che continuano ad alimentare la popolazione dei fumatori che non accenna a diminuire”.

• IN CALO LE DONNE

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Allarme adolescenti: raddoppiati tentativi di suicidio

“Ho cercato di uccidermi, non ci sono riuscito, penso che lo rifarò, la mia vita non ha senso”: nel migliore dei casi tutta la sofferenza di un ragazzino disorientato, insicuro, incapace di gestire emozioni e conflitti arriva all’orecchio di uno psicologo. Ed è già un grande passo avanti. In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenza i tentativi di suicidio da parte dei teenager in due anni (dal 2015 al 2017) sono quasi raddoppiati: si è passati dal 3,3% al 5,9%, ovvero 6 su 100 di età tra i 14 e i 19 anni hanno provato a togliersi la vita. Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze (71%). Il 24% degli adolescenti ha invece pensato almeno una volta a un gesto estremo. Una fotografia che mette a nudo un crescente disagio giovanile: ragazzini già stanchi di vivere quando tutto è solo cominciato.

pubblicato da ADNKronos

Un giovane si lancia nel vuoto e muore: la notizia, letta su un giornale o passata in tv, è sempre un pugno allo stomaco. Fanno notizia i casi di bullismo, meno quelli i cui contorni restano sfocati. Quando in sostanza è il ‘malessere dell’anima’ a togliere l’ultimo respiro. “Circa la metà del campione che l’Osservatorio ha intervistato (10.300 adolescenti, ndr) si percepisce depresso: una sensazione di tristezza, di malumore che colpisce oggi il 53% dei ragazzi e delle ragazze, la percentuale nel 2015 era pari al 33%. Inoltre quasi il 36% ha dichiarato di avere frequenti crisi di pianto”, afferma all’Adnkronos la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, premettendo che la depressione nell’adolescente si presenta con caratteristiche ben diverse rispetto all’adulto. E che il fenomeno che porta talvolta a gesti disperati è “spesso sottovalutato”. “Bisogna fare più prevenzione, specie nelle scuole”, è l’invito della psicoterapeuta.

Secondo Manca “ci sono dei campanelli di allarme in famiglia e anche a scuola che non vanno mai sottovalutati: il suicidio non è un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale. Arrivano ad uccidersi perché nel momento in cui decidono di farlo non trovano nessun’altra risorsa interna a cui aggrapparsi. E’ come se fossero in una bolla isolante”

Ragazzi e ragazze che giorno dopo giorno si sentono sempre più oppressi da un senso di vuoto che difficilmente riescono a comunicare. “Sono sempre più piccoli – riflettiamo! – i ragazzi che tentano il suicidio per una sofferenza che spesso non riescono ad esprimere a casa, ad amici, insegnanti”, riferisce l’esperta. Ecco perché ai primi segnali – isolamento, cambio delle abitudini quotidiane e dell’umore, irritabilità, disinteresse, impulsività – i familiari “hanno il dovere di rivolgersi a uno specialista”, suggerisce la psicoterapeuta. “Per non parlare poi di quando hanno già provato a togliersi la vita, il rischio sale drasticamente. E non può rimanere un fatto privato, bisogna parlarne, confrontarsi, chiedere aiuto”.

“Sia chiaro – insiste Manca – non è un evento stressante, come per esempio la litigata con la fidanzatina o i brutti voti a scuola, la causa del comportamento suicidario. Il rischio è dentro una vulnerabilità già manifesta, che dipende da fattori diversi lungo un ‘vissuto depressivo’ mal gestito”. I più esposti sono gli ipersensibili e “coloro che non hanno strumenti per affrontare le sfide della vita”. Restano così incastrati in un tunnel che li isola dal mondo esterno. Si sentono incompresi, in realtà non sanno trovare risorse per lottare, per gestire i sentimenti, spesso non hanno direzioni cui guardare.

“La parola ‘solitudine’ – spiega la presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – è quella che sento più spesso da parte di questi ragazzi fragili, si tratta di ‘solitudine emotiva’ non fisica. Il dolore poi cresce quando l’aspettativa di chi dovrebbe comprendere o semplicemente ascoltarli – genitori, amici, amata – va delusa”. Cosa si può fare? “Primo passo non avere paura di guardarli, di ascoltarli. I genitori non si fermino al rendimento scolastico del figlio ma provino a squarciare silenzi. E in caso vengano colti determinati segnali, rivolgersi subito a centri specializzati, c’è un’ampia rete di accoglienza sul territorio. La scuola, da parte sua, faccia più prevenzione su autolesionismo e suicidio in adolescenza. L’alleanza scuola-famiglia su questi temi è di vitale importanza”, conclude Manca.

Adolescenti: circa 1 su 5 ha difficoltà relazionali in famiglia

ARTICOLO PUBBLICATO IN TUTTOSCUOLA

Il 18-20% degli adolescenti ha difficoltà relazionali in famiglia.Spesso i genitori, proprio per le difficoltà a confrontarsi con i figli, gestiscono il problema quando “ormai esplode”. A evidenziarlo – secondo quanto riporta Ansa – è Fulvio Giardina, presidente del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, in occasione della presentazione del documento “La salute mentale degli adolescenti“. E proprio questi ragazzi sarebbero quelli maggiormente esposti al rischio delle malattie mentali. A causare maggior rischio di psicosi? Il fumo.

“Sono in aumento le richieste di consulenza su questi aspetti – evidenzia Giardina – stiamo studiando una modifica del codice deontologico che attualmente prevede che l’adolescente, essendo minorenne, abbia il consenso di entrambi i genitori. Noi riteniamo che il ragazzo dai 16 anni in poi possa accedere individualmente almeno a un primo colloquio con uno psicologo“.

Stiamo cercando anche di collaborare col Miur – conclude Giardina – per avere una presenza dello psicologo a scuola che faccia da filtro, si abbia un codice di lettura non patologico. Parliamo di benessere e qualità della vita“.

Per non parlare del fatto che i ragazzi di oggi pare siano maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie mentali. Più vulnerabili sono i giovani autori di reato, con problemi di dipendenza, adottati con adozioni internazionali o minori stranieri non accompagnati per i quali il viaggio è una concausa dello stato di disturbo fortissimo psicologico.

Ma in senso generale un rischio di disagio riguarda ad esempio proprio i ragazzi che spesso hanno forti problemi relazionali in famiglia. Lo studio al centro de “La salute mentale degli adolescenti”, presentato dall’Autorità garante dell’infanzia a adolescenza, ha permesso comunque di registrare  buone pratiche e criticità, come la mancanza di integrazione e comunicazione tra gli operatori, carenza di servizi e strutture dedicati.

Dallo studio emerge, inoltre, la solitudine delle famiglie con adolescenti con disagio ed è stata manifestata l’esigenza di interventi tempestivi, di continuità nel passaggio dai percorsi residenziali a quelli territoriali e in quello alla maggiore età. Tra le raccomandazioni l’esigenza di una congrua assegnazione di risorse per la salute mentale in adolescenza, dell’attivazione di un raccordo tra istituzioni e professionisti coinvolti, della continuità dei percorsi dell’avvio un sistema di monitoraggio.

Abbiamo fiducia di poter di contribuire al miglioramento del sistema” spiega Filomena Albano, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, mentre Pietro Ferrara della Sip, Società italiana di pediatria, evidenzia che serve formazione dei pediatri, perché  “insieme ad altre categorie che hanno a che fare con l’universo di bambini e adolescenti sono quelli che hanno un primo contatto e possono capire i segnali che i ragazzi lanciano di disagio“.

Ad aumentare il rischio di psicosi e disagi mentali giovanili? Il fumo. Se si fumano almeno 10 sigarette al giorno aumenta infatti nei ragazzi il rischio di psicosi rispetto ai non fumatori. E il pericolo cresce se si inizia con il fumo prima dei 13 anni. È questa la conclusione di un altro studio, stavolta di matrice finlandese, svolto dalla Academy Research Fellow e pubblicato sulla rivista Acta Psychiatrica Scandinavica.

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Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

E come EMPATIA

Quante volte avete provato a intavolare un discorso con vostro figlio adolescente? Spesso sembra di parlare con extraterrestri: saccenti, assenti, arroganti, mugugnanti esseri che vivono su un altro pianeta e faticano a raccontare la loro giornata. Figurarsi a esternare ciò che provano. Sanno provare empatia, se non riescono a esprimere come si sentono? L’empatia può prevenire fenomeni come il cyberbullismo ? Una bella sfida! Un altro grande compito per i genitori…

La capacità di mostrare empatia si perfeziona proprio nella fase dell’adolescenza ed è connessa allo sviluppo cognitivo. non è del tutto scontato per un tredicenne o un quattordicenne, comprendere il suo compagno in difficoltà. E questo spiega perché, nella maggior parte dei casi, alcuni di loro tendono a minimizzare le conseguenze: “era solo un gioco”, “ho solo fatto un video”, “scherzavamo” …E qui entra in gioco il ruolo educativo. Tocca al genitore offrire una spiegazione, commentare le conseguenze, sensibilizzare il proprio figlio senza giustificarne sempre i comportamenti. Nella rete come nella vita reale ci sono regole di buon senso e prima fra tutte è il RISPETTO, per se stessi, ma anche per l’altro. Fenomeni come il bullismo e il cyberbullismo rappresentano la negazione dell’empatia: faccio ciò che mi rende più forte e figo agli occhi del mio mondo di riferimento e non provo alcuna compassione.

Adolescenti ed emozioni nell’era dei social network

Con le tecnologie entrano poi in gioco altri fattori. I ragazzi sono abituati a stare davanti a uno schermo, per mandare messaggi, rapportarsi con amici e compagni, e questo non favorisce l’affinamento delle loro capacità empatiche, oltre che relazionali. In altre parole, con l’intermediazione del mezzo – smartphone, monitor – i ragazzi si sentono più protetti e l’altro non rappresenta più il confine che autoregola il loro comportamento. Se insultano, lo fanno dietro lo schermo e non vivono in modo diretto e acceso la risposta dell’altro.

È fondamentale, in questo senso, che i genitori pongano attenzione e tempo a far capire ai figli  le conseguenze di ogni loro azione e a imparare ad assumersi la responsabilità delle scelte che compiono. E questo non è sempre chiaro, nella vita reale, come in quella virtuale. questa competenza va appresa e, affinché i ragazzi la facciano propria, devono esercitarsi aiutandoli fin da piccoli a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni.

Come ?

Creando con loro un dialogo costante e aperto, rispettando i loro silenzi e i loro tempi

Commentando ad alta voce situazioni capitate ai coetanei

Guidandoli nell’interpretazione del linguaggio non verbale, anche in modo divertente, osservando i toni, le espressioni del volto e le posture del corpo

Dando il buon esempio, rispettando gli altri e dimostrando di essere altruisti

Sintonizzandosi sul loro sentire

Promuovendo vacanze in campi estivi per lavori socialmente utili

Sollecitando la comprensione e la cooperazione nell’aiuto reciproco, in casa come a scuola.

I genitori che  svolgono il loro ruolo educativo sostenendo nei ragazzi la maturazione dell’empatia  smettono anche di giustificare comportamenti sbagliati che, specie attraverso i social, rischiano di depotenziare e disattivare funzioni vitali per una società fondata sul rispetto dell’altro.

(Empatia: cos’è e perché va allenata negli adolescenti Redazione Family Health)

NEL BOSCO DI ROBINIE, l’ hospice pediatrico di Piano a Bologna

Le robinie ci sono già, e sono la prima cosa che ho visto andando sul luogo. Per il momento sono solo sul bordo del rivo, poi, cammin facendo, sono diventate un vero e proprio bosco ceduo, con l’aggiunta di aceri, carpini ed altre essenze.

Tutti alberi che perdono le foglie. Non è una foresta oscura ma un bosco pieno di luce, ombroso d’estate. Poi ha preso forma l’idea di una casa sollevata da terra tra i rami degli alberi del bosco.

Tutti i bambini sognano di vivere in una casa sull’albero. L’edificio è sospeso così come è sospesa la drammatica condizione umana di questi bambini. Gli alberi sono essi stessi metafora di guarigione, anche di una guarigione che non potrà esserci.

È un progetto difficile, molto difficile per un architetto. Perché normalmente ci si salva mettendosi nei panni di chi vivrà l’edificio che si progetta. Facile quando si fa una scuola perché siamo tutti andati a scuola, facile quando si fa una biblioteca perché ci siamo stati tutti. Difficile è entrare nella sofferenza.

E qui, naturalmente, è la scienza medica, quella vera, quella faticosamente conquistata attraverso secoli illuminati dalla luce dell’intelligenza a venirci in soccorso. La scienza che protegge dal dolore e lascia intatta la capacità di apprendimento, di curiosità, di crescita, che sono l’essenza stessa dell’infanzia.

Ma la scienza medica non basta. Perché grande è la sofferenza, e sconvolgente l’essere quei genitori. Per questo, in questa casa tra gli alberi, ci sono 14 stanze per i pazienti ma anche 8 alloggi per i genitori. Alla scienza medica si aggiunge quella umana. Quella della bellezza. Della bellezza profonda, naturalmente, non quella di superficie, della bellezza che appartiene alla nostra cultura umanistica. Quella della natura, della luce, dei colori, dei materiali, degli spazi, quella della musica, la bellezza della solidarietà, dell’affetto e della convivialità.

Questo progetto vive sospeso in mezzo a queste due dimensioni: la scienza medica con le sue terapie e la scienza umana con la cura dell’istante che sfugge. Che è poi l’essenza dell’umanesimo.

Renzo Piano DOMENICA-SOLE 24 ORE, Luglio 2017

Adolescenti e dipendenza da Internet

Le dipendenze da Internet saranno le malattie più diffuse a livello mondiale del prossimo decennio secondo il report del XVIII Congresso Mondiale di Psichiatria dinamica tenutosi a Firenze in aprile.

Gli adolescenti italiani sono sempre più dipendenti dalla rete (stima  del 5%). L’accesso ad internet 24 ore su 24 attraverso gli smartphone ha aggravato il problema dello sviluppo di una dipendenza da internet. Uno studio della rivista Neuropsychiatry parla di dipendenza se si superano le 6 ore giornaliere di connessione  e conferma una maggiore predisposizione per i maschi.

Sul tema riportiamo un interessante articolo apparso su Data Manager Online che riporta l’analisi e le riflessioni della Società italiani dei Pediatri.

“Dipendenza da Internet, cresce il disagio emotivo tra gli adolescenti” La condizione attuale dei giovani è oggetto di un’indagine della Società Italiana di Pediatria, presentata in occasione del Congresso Nazionale a Napoli, un lavoro che ha messo in luce soprattutto il disagio emotivo diffuso tra i giovanissimi, oltre ad a un distacco sempre maggiore dalle figure adulte di riferimento.Il Presidente della SIP Alberto Villani commenta così: ”I risultati dell’indagine confermano che l’adolescenza è un’età difficile, la novità è che le difficoltà emotive e comportamentali emergono sempre più precocemente. Come Pediatri stiamo infatti osservando un’insorgenza sempre più precoce di alcuni problemi tipici dell’adolescenza. Il Pediatra può e deve svolgere un’importante attività di prevenzione con bambini e genitori – spiega Villani in una nota pubblicata sul sito ufficiale della SIP – affrontando temi che si ritenevano propri dell’età adolescenziale, ma che si manifestano prima. E’ necessario elaborare strategie comunicative adatte ai bambini più piccoli e preparare i genitori ben prima dell’età adolescenziale”.

La ricerca si è avvalsa di un questionario informatizzato, che ha comportato in due mesi la risposta di più di 10 mila ragazzi tra i 14 e i 18 anni, da tutte le regioni.Le domande spaziavano dall’alimentazione e rapporto con il proprio corpo, percezione dell’ascolto ricevuto, disagio psico-emotivo, bullismo, sessualità, dipendenze, uso di internet, famiglia.

Osservando i risultati della ricerca è possibile farsi un’idea piuttosto chiara della condizione attuale degli adolescenti in Italia, che sono sempre più iperconnessi tanto che uno su quattro è sempre online; circa l’80% del campione ha sperimentato, a varie intensità, un disagio emotivo e l’84,2% non si è rivolto ad uno specialista. Gli amici rimangono il riferimento principale mentre il 46% si rivolge ai genitori in caso di problemi. I dati più preoccupanti riguardano l’autolesionismo, che interessa il 15% del campione.

A far riflettere è anche l’età media del primo smartphone, già tra 10 e 12 anni, mentre l’1,4% lo ha avuto anche a 5 anni e il 26% tra 6 e 10. Il 53% del campione si dedica ad attività multimediali per periodi prolungati. Un preadolescente su 2 dichiara di navigare su Internet durante la notte all’insaputa dei genitori, mentre uno su 3 è stato adescato da un adulto attraverso profili fake. Inoltre recenti studi hanno dimostrato che l’uso eccessivo di Internet potrebbe essere dannoso per la salute degli adolescenti: almeno 25 ore a settimana aumentano il rischio di pressione alta.

Annarita Milone, Dirigente Neuropsichiatra Infantile presso IRCCS Stella Maris di Pisa conclude così: ”Il dato dell’elevato numero di risposte al questionario proposto, più di 10.000 in meno di due mesi, ci obbliga a riflettere sul bisogno espresso e a cercare di passare ad una fase di costruzione di risposte efficaci, per non deludere la fiducia che gli adolescenti hanno rinnovato, anche in questa occasione, verso adulti e istituzioni”.

 

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