Da scuola a casa da soli : cosa pensano i fiorentini?

Al sondaggio svolto online da La Nazione  (si può ancora votare su www.lanazione.it)  hanno risposto per ora un migliaio di persone. Prevale l’opinione secondo cui gli studenti delle scuole medie (e le loro famiglie) possano continuare come previsto fino ad ora ad  optare per l’autonomo riento a casa, previa autorizzazione dei genitori.

`La strada? Palestra di vita. No agli eterni bamboccioni’  Nazione.it

«In alcuni quartieri ci vogliono gli adulti». «Macchè. I ragazzi vanno responsabilizzati. Se li facciamo crescere sotto una campana di vetro non facciamo il loro bene».
Il popolo della rete si divide tra chi pensa che alle medie sia giusto che i ragazzini tornino a casa da soli e chi invece, «visti i tempi che corrono», è dalla parte di quei presidi che hanno emanato circolari per imporre la presenza dei genitori all’uscita.

E oltre  il 70% dei lettori ha detto che no, alle medie gli studenti devono poter tornare a casa in autonomia. Il 24% appoggia invece i dirigenti più inflessibili.
«Sarebbe un disastro – digita più di una mamma, inorridita -. Se così fosse, dovrei lasciare il lavoro». Già, perché un conto è arrivare, col fiatone, alle 16,30 di fronte alla scuola elementare. Un altro correre a perdifiato per essere, alle 14, puntuali di fronte ai cancelli della scuola media. Sui social, il dibattito si amplia. E le posizioni contrapposte si sfidano a colpi di like e di commenti su commenti.
«IL MONDO che circonda i nostri ragazzi non è certo semplice – osserva Tiziana -. Proviamo però a dar loro gli strumenti per cavarsela da soli, altrimenti saranno sempre degli eterni bambini».
Immancabile il fascino dell’amarcord: «Se penso a quando ero piccola…», scrive Franca. «Già alle
elementari si andava a scuola da soli. Mi vengono i brividi nel pensare a quanto sia peggiorata l’Italia». Ecco che i più timorosi tirano subito in ballo bullismo e pedofilia. «Meglio andare a riprendere i nostri figli», la posizione di chi vive il presente con una massiccia dose d’ansia.

«BULLISMO, pedofili e spacciatori c’erano anche prima – ribatte Leonardo -. Facciamo camminare i ragazzi sulle proprie gambe. Sennò tireremo su una generazione di bambocci che, lontana dalle gonne della mamma, non saprà fare niente». Parola d’ordine: «Responsabilizzare». Più pratica Annalisa: «Mi pare una proposta assurda. Pensiamo a chi ha due o tre figli, divisi tra elementari e medie».

GIÀ, anche i nonni finora hanno tirato un sospiro di sollievo. Appena il nipote arriva in prima media, è sufficiente aspettarlo a casa per accoglierlo con una bella pastasciutta fumante. Adesso, invece? «Ci manca solo che mi obblighino ad andare a prendere mio figlio – si sfoga Roberta -. Non ho più l’aiuto dei nonni. Dovrei prendere il part-time».

Nubi nerissime si addensano sulle famiglie, già costrette a mille equilibrismi. «Via, ragazzi – tranquillizza tutti Simone -. Siamo in Italia: non cambierà mai nulla. Possibile che ci cascate sempre?».

H come HIKIKOMORI

“Il problema dei NEEts e degli hikikomori ha, originariamente, una stessa radice: troppa protezione dei figli da parte dei genitori, mancanza di rapporti sociali, troppa pressione a livello della comunicazione. Questi tre fattori sono alla base della reazione di soggetti come i NEETs e gli hikikomori” (Linkiesta.it -intervista al Prof. Yuji Genda, sociologo Università di Tokyo. ” NEETs e hikikomori: cosa lega queste due fasce problematiche di giovani?”)

Chiudono le porte al mondo, sempre di più e sempre più giovani. Sono gli “hikikomori” italiani, detti anche “eremiti sociali”: preadolescenti – il rapporto tra maschi e femmine è 5 a 1 – che decidono di chiudersi in casa, spesso davanti al computer, e rifiutare ogni relazione, in primis la scuola. I motivi sono diversi: non si sentono all’altezza degli standard fisici, delle prestazioni e dei modelli imposti dai media, sono vittime di bullismo o percepiscono la mancanza di opportunità sociali. Il fenomeno è nato in Giappone nella seconda metà degli anni ‘80 (“hikikomori” significa “rifiuto, isolarsi”, un termine riferito sia ai soggetti, sia alla scelta), dove coinvolge oggi circa 1 milione di giovani, che praticano una volontaria esclusione sociale. Non escono di casa, a volte nemmeno dalla propria camera, e rimangono isolati anche per mesi o anni. In Italia assume caratteristiche meno estreme con alcuni tratti simili, come l’allungarsi dell’età di permanenza dei figli nelle abitazioni dei genitori: fino a 28/30 anni secondo Eurostat. Da noi vivono soprattutto nelle grandi città del nord e sono stimati dai 30 ai 50mila (dati: Istituto Minotauro Milano), ma in trattamento sono ancora pochi. La dipendenza dal web, in questi casi, assume paradossalmente aspetti positivi, perché le relazioni virtuali diventano l’unica finestra sul mondo.

Sono dai 30 ai 50mila i giovani “hikikomori” italiani: iniziano già dalla preadolescenza a chiudersi in casa, spesso davanti al computer, rifiutando la scuola e le relazioni reali, perchè non si sentono all’altezza degli standard sociali, per mancanza di opportunità lavorative o per sfuggire al bullismo. In aumento le famiglie che chiedono aiuto agli esperti.

Gli “hikikomori” italiani. “In Italia per fortuna abbiamo forme più blande rispetto al Giappone – spiega Leopoldo Grosso, psicologo e psicoterapeuta, presidente onorario dell’associazione Gruppo Abele -: sono connesse sia ad una fobia scolare, dovuta all’angoscia di relazione rispetto ai compagni, sia a fenomeni strutturali, come la mancanza di opportunità di lavoro. L’Italia è inoltre fanalino di coda in Europa rispetto al tempo in cui i figli rimangono in casa”. I fattori psicologici sono dovuti principalmente, secondo Grosso, al “prevalere di una cultura narcisistica che ha alimentato la vulnerabilità individuale dei maschi rispetto alla definizione di sé e alla capacità di affrontare la competizione”. Ovunque, a livello scolastico, lavorativo, nei rapporti di amicizia, i ragazzi percepiscono un’ansia da prestazione che li fa sentire inadeguati. “Piuttosto di una brutta figura, preferiscono il ritiro”.

Tutto inizia nella pre-adolescenza, quando i ragazzi, spesso iper-protetti, lasciano i caldi nidi familiari e cominciano ad incontrare le prime difficoltà nel mondo dei pari. “Il debutto può essere fallimentare – spiega lo psicoterapeuta -: il proprio aspetto, modo di essere o comportamento, è oggetto di denigrazione, con quella crudeltà tipica che sanno usare i coetanei. Ogni piccolo o grande stigma viene ingigantito dallo sguardo dei compagni, che diventa giudicante”. Il bullismo diventa spesso l’episodio scatenante, i ragazzi non vogliono più andare a scuola. Quello però è solo il pretesto: “il testo si tesse molto prima ed è dovuto alla fragilità nel rapporto con gli altri, ai timori, alle timidezze”. Chiudersi in camera o in casa è una scelta difensiva: piuttosto che sentirsi denigrati ci si ritira e si compensa con internet, che permette di costruire altri mondi. “Il virtuale accusato di creare dipendenza – osserva l’esperto -, in queste situazioni invece aiuta molto. E’ l’unico modo per entrare in contatto con altri ragazzi, ad esempio attraverso i giochi di ruolo”.

Le strategie d’accompagnamento e di prevenzione. In Giappone, dove l’isolamento può durare in media anche sei anni, ci sono già tanti centri di recupero: prima si incontrano i genitori, poi si cerca un approccio con il ragazzo. Se non si riesce si utilizzano “finte sorelle o fratelli maggiori” che stazionano in casa e cercano di agganciare il ragazzo su qualche interesse comune. In Italia, ammette Grosso, “sono sempre di più i genitori che vengono a chiedere aiuto”. La strategia è quella “di aiutarli a capire gli atteggiamenti del figlio e non lottare contro il computer, altrimenti l’aggressività viene spostata verso di loro”. Al contrario è importante cercare di mantenere in casa, per quanto possibile, una comunicazione, per facilitare l’ingresso di un giovane terapeuta o la ripresa di qualche attività a scuola e nel mondo. Strategie che richiedono però “un buon investimento di energie e almeno tre persone che si occupino dei genitori e del figlio; risorse che oggi i servizi pubblici non sono in grado di sorreggere”. La prevenzione invece si fa invitando i ragazzi a coltivare interessi e passioni, educandoli ad usare strumenti critici per non fondare la propria identità su modelli troppi alti e distanti. “Altrimenti diventano inevitabilmente perdenti”.(http://www.hikikomoriitalia.it/)

Cara figlia che vai a Parigi per l’Erasmus continua a non avere paura del mondo

di MASSIMO GIANNINI Repubblica.it http://www.repubblica.it/politica/2017/08/21/news/cara_figlia

Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere

Ci siamo: la valigia è pronta. Manca giusto il beauty, con i tuoi mascara e i tuoi rossetti. Il volo è domani da Fiumicino: EasyJet con destinazione Parigi. Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere, che cresce e istruisce i suoi figli ai valori eterni dei Lumi: libertà, uguaglianza, fraternità.

Ma c’è una cosa che non avevo previsto, prima della strage delle Ramblas: c’è inquietudine, in questa vigilia del tuo primo Erasmus. Vai sei mesi a studiare a Science Politique. E dentro di noi ci sentiamo come se invece tu stessi partendo per un fronte militare, esposto alla minaccia di un “nemico” invisibile e irriducibile.

Le parole d’ordine che ripetiamo in queste ore sono sempre le stesse. Le nostre democrazie sono più forti. Stiamo distruggendo i tagliagole del Califfo Nero negli avamposti dove la guerra si combatte sul serio, da Mosul ad Aleppo. E le cellule impazzite dell’Isis, così come i terroristi in franchising arruolati su Internet o i disperati kamikaze fai-da-te, non cambieranno il nostro stile di vita. Continueremo a viaggiare e a studiare, a uscire la sera e ad ascoltare concerti, a mangiare nei ristoranti e a bere nei bar, a visitare musei e a fare shopping. Perché noi siamo tutto questo, perché questa è la straordinaria “normalità occidentale” che abbiamo conquistato e che abbiamo insegnato a voi, i nostri ragazzi.

Ti ho sempre detto: qualunque cosa accada, continua a essere cittadina del mondo, nessun criminale fondamentalista, abusando del nome di Allah, potrà farti cambiare idea. Possiamo gridarlo in piazza, nelle 35 lingue parlate da tutte le vittime della mattanza di Barcellona: non ho paura, no fear, no tiengo miedo, no tinc por. Ma dentro di noi, purtroppo, sappiamo che non è così. Io ho paura, mentre osservo già pronto all’ingresso di casa il bagaglio che ti accompagnerà nella Villa Lumière.

Pensando ai tanti padri che soffrono la mia stessa ansia, mi chiedo: posso fermarti, mentre ti accingi a prendere in mano il tuo destino e a condividerlo con quelli della tua generazione, abituata molto più della mia a mettersi in gioco valicando confini e buttando giù muri? Mi sfiora la tentazione di dirti «resta qui, è più sicuro». Dall’Apocalisse dell’11 settembre 2001, sotto i colpi degli assassini di Daesh sono “cadute” New York e Londra, Bruxelles e Parigi, Berlino e Manchester, Madrid e Barcellona, Stoccolma e Turku. L’Italia è stata risparmiata. Il perché resta un virtuoso mistero. Si dice: la nostra intelligence è la migliore, la mafia e la camorra controllano il territorio. In realtà io ho sempre pensato che questo Paese è una perfetta “base logistica” per trafficare in uomini e armi utili a organizzare attentati altrove. Gli strateghi del terrore non hanno interesse ad “esporsi” qui. E dunque dovrei dirti: sì, resta a Roma perché è meno rischiosa di Parigi.

Poi ragiono, e mi rendo conto che anche questa certezza non c’è più. Non tanto per le minacce islamiste sulla chat di Telegram («ora tocca all’Italia»). Non solo perché anche nelle nostre città tutto sta cambiando (la polizia di Roma già invita a «evitare gli assembramenti della movida»). Il “nuovo” terrorismo dei lupi solitari, ai quali basta un’automobile per fare una strage, sfugge a ogni previsione e quindi a ogni prevenzione. Non c’è Grande Vecchio che possa dirigerli, da una grotta di Raqqa o una madrassa di Riyad.

Quindi il mio “consiglio” non serve. Fermarti è una sciocchezza. Ma se parti, da cosa dovrai guardarti, nella metropoli dell’assimilazionismo e delle banlieue? Dovrei dirti «guardati dai ragazzi come te», perché questa è la tragica novità rivelata dal sangue versato sulle Ramblas. Stavolta gli attentatori non sono consumati professionisti della jihad e dell’odio anti-occidentale, già inutilmente noti alle “intelligence”, né vittime inferocite della ghettizzazione razziale e dell’esclusione sociale. Hanno le facce giovani e sorridenti della Generazione Jihad, uguale e contraria alla nostra Generazione Erasmus.
I “ragazzi di Ripoll” che hanno annientato quindici vite sul marciapiede più multietnico di Spagna studiavano in buone scuole e con ottimi voti, come i nostri. Giocavano nelle squadre di calcetto del loro paese, come i nostri. Tifavano il Marsiglia, come i nostri tifano la Juventus. Si guadagnavano qualche soldo come babysitter o baristi, come i nostri. È la loro “normalità”, e stavolta è sorprendentemente simile alla nostra. E allora, come possiamo disarmare questi “bravi ragazzi” del ceto medio, che non incubano la loro rabbia nelle periferie degradate? Come li riconoscerai, figlia mia, tra le migliaia di ragazzi che come te frequenteranno i corsi a Rue de l’Université, a due passi dalla Sorbonne? Un altro “consiglio” inutile, che tengo per me.

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Q come Quindicenni

Quindici anni, un’età  se non problematica, complessa, spesso resa più difficile dall’atteggiamento educativo e relazionale degli adulti che non riescono a comprenderne le dinamiche.

Ansiosi e iperconnessi …un po’ mammoni . L’ultimo studio dell’Ocse ha tracciato questo l’identikit dei quindicenni italiani. Rispetto ai coetanei degli altri Paesi, sono meno soddisfatti della propria vita quotidiana e soffrono di più lo stress. Con i compagni di classe fanno amicizia facilmente, ma la maggioranza soffre di ansia scolastica per compiti in classe e voti Tra i passatempo ovviamente spicca il web. Circa uno su quattro naviga oltre 6 ore al giorno, in un normale giorno della settimana, ed è pertanto ritenuto “consumatore estremo di internet” e quasi la metà dichiara di “sentirsi proprio male se non c’è una connessione a internet”.

I genitori risultano molto presenti nella vita dei figli. Gli studenti italiani componenti del campione intervistato, dichiarano nella stragrande maggioranza  di ricevere un grado elevato di sostegno da parte della famiglia: per il  96%  mamma e papà sono interessati alle loro attività scolastiche , anche se nelle difficoltà questo supporto familiare vacilla un po’.

Tutta l’adolescenza è un’età disturbata da grandi cambiamenti – e anche disturbante, spesso, il clima e le relazioni familiari  –  durante la quale vengono fatti gli sforzi psicologici più azzardati per affrontare le tante novità in corso, riguardanti corpo, pensieri, passioni, istinti. Una rivoluzione interiore espressa anche dall’instabilità e incoerenza, dal vacillare e ciondolare tra posizioni estreme. Del resto ci vuole tempo prima che si strutturi una personalità adulta. Sensazioni, sentimenti e stati d’animo ingarbugliati che, forse, i genitori tendono a enfatizzare o banalizzare, dimenticando come si sentivano loro, all’età dei figli. Possiamo dire che in adolescenza la normalità (per quanto risulti stretta come parola) è definita da uno stato di disarmonia.

Ecco un decalogo di cose che possono apparire strane a un adulto ma che in realtà rassicurano del fatto che il proprio figlio 15enne è “del tutto normale” (tratti dal libro Distacchi di Judith Viorst, Ed. Frassinelli) :

1. Un adolescente normale è così inquieto e distratto da riuscire a farsi male alle ginocchia non giocando a pallone ma cadendo dalla sedia nel mezzo di una lezione di francese.

2. Un adolescente normale ha il sesso nella testa e spesso in mano.

3. Un adolescente normale elenca come obiettivi principali della sua vita: 1) porre fine alla minaccia dell’olocausto nucleare; 2) possedere cinque camicie firmate.

4. Un adolescente normale passa dall’agonia all’estasi e ritorno in meno di trenta secondi.

5. Un adolescente normale può utilizzare cognizioni per meditare su profondi temi filosofici ma può dimenticare regolarmente di vuotare la spazzatura.

6. Un adolescente normale pensa che i propri genitori abbiano sempre torto oppure che non abbiano mai ragione.

7. Un adolescente normale è imbarazzato nel salutare la madre poi però ha bisogno di parlare con lei a cuore aperto.

8. Un adolescente normale imita gli altri, si identifica con i coetanei, desidera, ad esempio, vestirsi come loro ma contemporaneamente cerca la propria identità, vuole essere originale e unico.

9. Un adolescente normale è egocentrico, egoista, calcolatore e allo stesso tempo generoso, idealista e altruista.

10. Un adolescente normale non è un adolescente normale se agisce in modo normale.

V come VACCINI

Dal 14 giugno il Ministero alla Salute ha attivato un numero di pubblica utilità, il 1500 per rispondere  ai dubbi dei genitori riguardo al nuovo decreto legge e alla circolare appena pubblicata  sulle vaccinazioni obbligatorie da 0 a 16 anni (nati dal 2001 al 2017) per frequentare la scuola.

Il numero 1500 è  attivo dalle 10 alle 16 dal lunedì al venerdì.

La circolare riassume le dodici vaccinazioni obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita:
– anti-poliomielitica
– anti-difterica
– anti-tetanica
– anti-epatite B
– anti-pertosse
– anti-Haemophilus influenzae tipo b
– anti-meningococcica B
– anti-meningococcica C
– anti-morbillo
– anti-rosolia
– anti-parotite
– anti-varicella

Le vaccinazioni per le quali è introdotto l’obbligo sono gratuite in quanto già incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza, si sottolinea inoltre che l’obbligo riguarda anche i richiami.

Cosa prevede la nuova normativa:

Obbligo di presentare il certificato vaccinale o l’attestato di esonero o differimento per l’iscrizione a scuola
Il certificato vaccinale, o la documentazione per l’esonero o il differimento rilasciate dal medico di famiglia o dal pediatra di libera scelta, dovrà essere presentata all’atto di iscrizione alle scuole del sistema nazionale di istruzione e ai servizi educativi per l’infanzia, ai centri di formazione professionale regionale e alle scuole private non paritarie.
La semplice presentazione alla Asl della richiesta di vaccinazione consente l’iscrizione a scuola, in attesa che la Asl provveda ad eseguire la vaccinazione (o a iniziarne il ciclo, nel caso questo preveda più dosi) entro la fine dell’anno scolastico.

Si parte a settembre. Tutti a scuola con il libretto vaccinale
Per l’Aa 2017/2018 il termine per la presentazione della documentazione è fissato al 10 settembre 2017. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione. In tal caso  ha tempo per presentare copia del libretto vaccinale sino al 10 marzo 2018. Per gli anni successivi il termine sarà il 10 luglio di ogni anno.
I dirigenti scolastici comunicano all’Asl competente, entro il 31 ottobre di ogni anno, le classi nelle quali sono presenti più di due alunni non vaccinati.

Cosa accade se il genitore non presenta la documentazione a scuola
Ai bambini da 0 a 6 anni non sarà permesso frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia.
Nella fascia di età dai 6 ai 16 anni si potrà comunque accedere a scuola.

Il dirigente scolastico segnalerà alla Asl i genitori che non vaccinano i figli
In caso di violazione dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori, sia nel caso di figli nella fascia di età 0-6 anni che nel caso di figli nella fascia di etò 6-16 anni, il dirigente scolastico o il responsabile dei servizi educativi è tenuto a segnalare la violazione alla Asl. La Asl contatta i genitori/tutori per un appuntamento e un eventuale colloquio informativo indicando le modalità e i tempi nei quali effettuare le vaccinazioni prescritte
Se i genitori/tutori non si presentano all’appuntamento oppure, a seguito del colloquio informativo, non provvedano a far somministrare il vaccino al bambino, l’Asl contesta formalmente l’inadempimento dell’obbligo.

Sanzioni fino a 7.500 euro per i genitori che non vaccinano
Ai genitori e tutori segnalati dalla Asl per la mancata vaccinazione per i proprio figli sarà applicata una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 euro a 7.500 euro, proporzionata alla gravità dell’inadempimento (ad esempio: al numero di vaccinazioni omesse). Le sanzioni saranno comminate ogni anno di mancata vaccinazione.
Non incorrono in sanzione quando provvedono a far somministrare al minore il vaccino o la prima dose del ciclo vaccinale nel termine indicato dalla Asl nell’atto di contestazione, a condizione che completino il ciclo vaccinale nel rispetto delle tempistiche stabilite dalla Asl.

Segnalazione al Tribunale dei minori
La Asl sarà chiamata anche a segnalare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni l’inadempimento dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori. A seguito della segnalazione, sarà il magistrato a valutare se sussistono i presupposti per l’eventuale apertura di un procedimento.

Chi è esonerato dai vaccini
Sono esonerati dall’obbligo di vaccinazione i minori già immunizzati per effetto della malattia naturale. Ad esempio i bambini che hanno già contratto la varicella non dovranno vaccinarsi contro tale malattia. L’immunizzazione dovrà essere comprovata dalla notifica effettuata dal medico curante o dagli esiti dell’analisi sierologica.
Sono esonerati anche i soggetti che si trovano in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio per i soggetti che abbiano avuto pregresse gravi reazioni allergiche al vaccino o ad uno dei suoi componenti.
In questo caso i minori saranno inseriti in classi nelle quali sono presenti solo minori vaccinati o immunizzati.
Quando si può posticipare il vaccino
I soggetti possono ritardare di sottoporsi a vaccinazione in caso si trovino in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio, quando versino in una malattia acuta, grave o moderata, con o senza febbre.

T come Tormentoni

La pizzata di fine anno con i compagni di scuola. Cui si aggiunge il saggio di musica, la partita di fine corso della squadra di calcio… Accompagnare i figli agli eventi di fine scuola , un tormentone che si ripete ogni anno .. I genitori devono sempre partecipare?

Vi proponiamo un articolo apparso su La Stampa in cui si propongono ” buone regole per evitare stress inutili e mettere d’accordo tutta la famiglia”

«L’affetto non si sviluppa con una performance: il saggio è una prova di un’abilità, non una prova d’amore. Si può essere un ottimo genitore anche saltando la recita di fine anno».

Sì, tiriamo un sospiro di sollievo: ai saggi di fine anno si può sopravvivere. Anche non andandoci! Parola di Luigi Ballerini, psicanalista e scrittore, vincitore del Premio Bancarellino 2015, con il libro «Io sono zero». Quattro figli e un lungo curriculum di presenze ai saggi alle spalle. «E pure di assenze. Senza drammi: in questi casi è fondamentale la chiarezza e il dialogo. E una premessa: non caricare di significati eccessivi queste esibizioni. Nessuno dei nostri figli è Mozart: crederlo, o farglielo, credere crea solo angoscia». Incubo. Tormento. Ultima fatica prima dell’arrivo delle vacanze.

Che sia di musica o di danza, di teatro o di nuoto sincronizzato non fa nulla: ogni scuola ha il suo appuntamento, ogni corso ha il suo show finale. Con un’ansia da prestazione che, con facce diverse, avvolge tutti gli attori di questa messa in scena: figli, genitori, docenti e istruttori vari. «Ai bambini piace essere guardati nel loro diventare capaci – spiega Ballerini -. Quando imparano ad andare in bicicletta chiedono subito di essere osservati. Non basta dirci da soli che siamo bravi, serve un riconoscimento, vogliamo che qualcun altro ce lo verbalizzi. Se il saggio aiuta a dimostrare cosa ho appreso e a trarre soddisfazione dal “bravo” detto dagli adulti di riferimento, siamo in una dinamica positiva. Quando, invece, la prestazione è un mezzo per dimostrare quello che valgo, perché questo è l’unica via praticabile per conquistare l’orgoglio dei genitori, la dinamica è scorretta. Esporre il figlio come un trofeo o provare vergogna in caso di errore fa diventare il saggio sinonimo di frustrazione e insicurezza».

Macchine parcheggiate in seconda e terza fila, appuntamenti saltati all’ultimo istante per sfrecciare (in ritardo) verso palestre scolastiche trasformate in improbabili teatrini, cellulari che suonano nel bel mezzo dell’«Inno alla gioia» faticosamente intonato da un quartetto di flauti, spartiti sgualciti usati per coprire lo smartphone con cui mandare mail di lavoro o continuare una riunione via Whatsapp. E poi lo sguardo, inconfondibile, dei papà che entrano di soppiatto in sala con tre domande stampate a caratteri cubitali in fronte: «Sono un po’ in ritardo: mio figlio si sarà già esibito? Se dopo l’esibizione di mio figlio me ne vado, pare brutto? Siamo sicuri che sia lo spettacolo di mio figlio o, come l’ultima volta, ho sbagliato classe?».

La stagione dei saggi non lascia scampo: arriva, travolge e se ne va. Come un monsone che spariglia agende, calendari, ritmi. Imperterrita, ciclica e inevitabile. «Se un genitore non può presentarsi all’appuntamento deve dirlo, spiegarlo, far capire al figlio che non è disinteresse il suo. Il genitore deve percepire quanto il figlio davvero ci tiene a quell’evento. In assoluta serenità. La mamma o il papà non sono cattivi, se non possono essere nel pubblico, proprio perché è “solo” un saggio, non la prova della vita. E l’assenza può diventare l’occasione per riscoprire il valore del racconto: meglio di una foto, meglio di un video. Le parole di un bambino che esternano una trama di azioni ed emozioni. Per narrare, e far rivivere, un proprio vissuto».

L’ultima raccomandazione, invece, riguarda il giudizio. «I ragazzi soffrono sia dell’eccesso di critica che dell’eccesso di elogio: se vengono sottolineati solo gli sbagli o le imprecisioni la prossima volta la paura prenderà il sopravvento su tutto il resto. I troppi elogi, e l’esagerazione di complimenti, generano invece fastidio e imbarazzo. Quasi una vergogna nei confronti delle proprie capacità».

La Stampa – autore Federico Taddia

Arriva #AVVISO AI NAVIGANTI – per parlare di social e cyberbullismo

Al via il progetto promosso dall’ Istituto Agrario di Firenze
per informare e creare consapevolezza nei confronti dei rischi che derivano dall’uso improprio della comunicazione sul web.
Ma soprattutto per favorire nei ragazzi un uso responsabile e consapevole dei Social, partendo dal sottile confine che c’è tra “scherzo” e reato legato al cyberbullismo.

Si chiama #avvisoainaviganti ed è un progetto che si pone come obiettivo finale la produzione di un film girato e interpretato da 20 studenti dell’Istituto Agrario contro gli atti di cyberbullismo e che sarà proiettato nelle scuole medie fiorentine e toscane. Oltre ai canali internet e social più utilizzati dagli adolescenti.

Verrà creato anche un vero e proprio brand #avviso ai naviganti, con un logo, una sorta di etichetta per identificare le scuole che sono impegnate nell’azione di lotta al bullismo, anche a livello territoriale.

L’iniziativa vede coinvolti a fianco dell’Istituto Agrario
Comune di Firenze (con i Progetti GemitoriInCorso e Youngle)
USL Centro Firenze (Ufficio Educazione alla Salute)
Polizia di Stato (Ufficio Minori della Questura) e Polizia Postale
Università di Firenze (Dipartimento Scienza della Educazione)
Fondazione Sistema Toscana – Sezione Cinema – Lanterne Magiche.

Il progetto parte l’8 di aprile e dopo vari incontri formativi, che i ragazzi condivideranno con operatori e coetanei che già lavorano online sul problema bullismo, a maggio verrà girato un cortometraggio con il regista Domenico Costanzo.

A settembre il lancio del film #avvisoainaviganti e del brand relativo.

Educazione ai media per genitori e figli

“Educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat”

GIC intervista Marco Pini consulente SEO, formatore web e blogger di NetReputation.it con cui ha ideato un progetto di Educazione all’uso consapevole dei Media rivolto ad alunni, docenti e genitori degli istituti scolastici dell’area metropolitana fiorentina.

 

  1. Come nasce l’idea del Progetto ?
    In un’era dove imperversano i social network è impensabile poter evitare ogni contatto dei bambini e dei minori con i media digitali. Essi offrono infatti molte opportunità di sviluppo e di apprendimento ma, allo stesso tempo, nascondono molti rischi come ad esempio: dipendenza (anche patologica) da internet, cyberbullismo, violenza, pornografia, violazione dei propri dati, furto di identità, etc.

Per questo è fondamentale a nostro giudizio una attività di monitoraggio dell’uso che viene fatto da parte dei minori di questi strumenti, così da capire il livello di consapevolezza nell’uso di questi strumenti, in una parola fare MEDIA EDUCATION.

 

  1. Puoi spiegarci meglio cosa si intende per MEDIA EDUCATION?

Può essere declinata in vari modi, io penso che non significhi spiegare “dove cliccare” o come utilizzare uno specifico strumento software o una App su uno Smartphone. Ma invece sia necessario spiegare come utilizzare al meglio le enormi potenzialità offerte dalla rete ed indicare come utilizzare i social media comprendendone i rischi.

Un esempio al volo:
se una foto viene postata in rete – anche se molti social (o chat) promettono l’anonimato – in realtà la diffusione dell’immagine digitale non si ferma e può diffondersi anche contro la volontà di chi ha fatto, ingenuamente, il primo post.
Si tratta di educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat o magari capire come si può identificare un profilo Fake su Facebook. Può capitare che la famiglia (o la scuola) non siano formati su queste tematiche che invece dovrebbero essere al centro delle iniziative didattiche.

 

  1. Quali sono le attività previste dal vostro Progetto di Media Education?

Abbiamo intenzione di fare una analisi (nel corso del 2017) per comprendere l’uso della rete (e dei social) da parte degli studenti e dei docenti e capire, anche a livello di statistiche, come e quanto vengono percepiti i rischi dell’utilizzo di strumenti digitali e l’utilizzo che ne viene fatto.

Pensiamo di farlo somministrando un questionario, si tratta di un set di 10/15 domande, incentrato sui comportamenti nell’utilizzo di smartphone, computer, videogiochi ed Internet con l’obiettivo di intercettare eventuali criticità.

Le informazioni raccolte mediante il questionario verranno poi presentate e discusse sia sul nostro blog (NetReputation.it) ed in futuro, verranno pubblicate in un e-book. Intendiamo fornire anche consigli su come affrontare e gestire al meglio le tematiche legate alla sicurezza della navigazione dei minori in riferimento ai diversi aspetti di rischi (sexting, phishing, identità digitale, privacy, cyberbullismo).

 

  1. Gli OBIETTIVI del progetto in sintesi ?
    1) diffondere una migliore consapevolezza in termini di Media Education e sull’uso didattico delle reti;
    2) migliorare il livello di salute, igiene e qualità della vita dei Nativi Digitali;
    3) sensibilizzare insegnanti e genitori alla necessità di intercettare eventuali criticità e formarli per risolvere i problemi mettendo in pratica le best practise che apprendono.

Si tratta di usare la testa e di educare anche ad una lettura critica degli strumenti che abbiamo quotidianamente a disposizione e quindi anche a saper capire se una news, anche se magari è postata da migliaia di persone può rivelarsi una “bufala”, a capire che le parole sono importanti.

 

 

 

Bullismo a scuola : non rimanere in silenzio e farsi delle domande

Il vittimismo non aiuta .  Bianca Chiabrando sedicenne liceale milanese, autrice di due libri sui rapporti in ambito scolastico, racconta ad un settimanale la sua esperienza di isolamento vissuto a scuola mettendo l’accento su due aspetti chiave : l’importanza dell’autocritica e la necessità di parlare a scuola e in famiglia (e di far parlare anche i bulli) .

Giornali, televisione, web, dibattiti, libri. Il bullismo è da sempre un argomento all’ordine del giorno, spesso associato in modo spontaneoalla scuola. Come studentessa, e come adolescente, cercherò di dare una visione “dall’interno” attraverso le mie esperienze personali. L’infanzia, e in particolare l’adolescenza, sono periodi molto delicati. Si è soggetti a continui mutamenti, esteriori e interiori, che possono spaventare e destabilizzare. Tutti subiscono questi cambiamenti, nessuno escluso. Persino i bulli. Forse, soprattutto i bulli. Sentire il bisogno di essere prepotenti è indubbiamente segno di grande insicurezza; è una cosa che capita anche agli adulti, è come tentare di portare l’attenzione sui difetti altrui per occultare i propri. Equivale a puntare i riflettori su chi è più debole per evitare il tanto temuto giudizio degli altri e mostrarsi più forti. Come un animale, che, quando è spaventato, decide di attaccare. Volendo identificare il bullismo con un oggetto, un’arma, mi immagino un grande megafono, usato non per amplificare la propria voce bensì le paure degli altri.
Le immagini stereotipate – trasmesse da film, serie tv e libri – del ragazzo grande e grosso che intima a un compagno gracile e timido di consegnargli la merenda, e al suo rifiuto, decide di picchiarlo, sono nelle menti di tutti noi. Spesso, si associa al bullismo un abuso di tipo fisico. lo penso che il bullismo psicologico sia altrettanto grave, e sicuramente più diffuso. Una madre nota se suo figlio rientra a casa con un occhio pesto, ma non potrà mai sapere se a scuola qualcuno lo ha insultato, finché non sarà lui a farne parola spontaneamente. Eppure gli insulti, in particolare quelli mirati, hanno un peso non indifferente e lasciano ferite dolorose, proprio come un calcio o un pugno. Penso che a scuola non si parli abbastanza di tutto questo.

Per quanto riguarda me, non posso dire di essere stata mai stata vittima diretta di un episodio di bullismo, piuttosto, in alcuni periodi, di una sorta di emarginazione. Ciò che ho imparato da questa esperienza è che non bisogna mai rassegnarsi a subire, pensando non ci sia modo di cambiare le cose. Durante i primi 2 anni delle medie, ho riversato tutta la responsabilità per il mio senso di esclusione sui miei compagni di classe. La verità – ma me ne rendo conto solo ora che è passato un po’ di tempo – è che era anche colpa mia. Trovando i miei compagni tanto, troppo diversi da me, mi sono chiusa pensando di non avere speranze. Presuntuosamente ho pensato che fossero loro in torto, che dovessero maturare, convinta che non mi volessero perché avevano paura del diverso. Non mi rendevo conto che anche io stavo commettendo lo stesso errore: attendevo che facessero il primo passo senza accorgermi però che, come io aspettavo gli altri, gli altri aspettavano me.

Partire dal presupposto di essere una vittima è forse il modo peggiore di reagire. Insomma, secondo me per uscirne è più costruttivo provare a mettersi nei panni del bullo. Quali sono le motivazioni che lo spingono a comportarsi così? Perché sente il bisogno di sfogarsi su altri? Forse sta soffrendo ma non ha il coraggio di parlarne. E qui arriviamo al punto in comune tra i bulli e le loro vittime. Il silenzio. Tacere può solo nuocere, da entrambe le parti. Non basta spingere chi subisce a parlare, perché i bulli ne hanno altrettanto bisogno. Non c’è niente che non si possa risolvere dialogando. Non serve la bacchetta magica per combattere il bullismo. Per risolvere un problema, è sufficiente capirlo.

“Il bullismo spiegato da un’adolescente” di Bianca Chiabrando DONNA MODERNA 9 dicembre 2016

 

PINOCCHIO DEVE MORIRE E I CIUCHI SON TUTTI MANNARI – GIC incontra Cantiere OBRAZ al Cestello

La vita a Verona dopo la morte di Giulietta… e di Romeo.

La vita dei Montecchi e dei Capuleti immersi in una pace di piombo. I vecchi tutti puniti, annullati. I giovani senza pace.

Potrebbe succedere a Verona, ma anche a Edimburgo, Dublino, New York, Liverpool.

“After Juliet” è un testo scritto con lo scopo di diffondere drammaturgie per giovani interpreti. S’incrociano al suo interno, così come nel testo shakespeariano i temi dell’amore, dell’odio e della rivalità fra bande di adolescenti.

Collegato alla formazione dei giovani attori della Scuola Teatrale – Cantiere Obraz, il gruppo dei Ciuchi Mannari, dopo essersi confrontato con il testo di Pinocchio e con la drammaturgia di Beckett, ha l’occasione di misurarsi con il materiale testuale più noto al mondo: “Romeo e Giulietta” di Shakespeare e mettere in scena il testo “After Juliet” di Sharman Macdonald.

Lo spettacolo è l’ulteriore tappa di un articolato percorso, fatto di incontri, seminari, laboratori teatrali che indaga le relazioni di conflitto, di rivalità e di amore fra adolescenti.

Dove accade tutto questo? Presso Cantiere Obraz

CANTIERE OBRAZ è un’associazione culturale attiva sul territorio fiorentino dal 2007 che si occupa di formazione e produzione teatrale. Ha iniziative in vari spazi teatrali fiorentini e, dal 2010, ha residenza artistica presso il Teatro di Cestello.

Attiva da sempre a Firenze concentra la maggior parte della sua attività nella zona dell’Oltrarno.

L’attività della compagnia si muove sotto una duplice spinta: il legame con una tradizione teatrale internazionale, prioritariamente di matrice russa (Cantiere Obraz è stata fondata da Nikolaij Karpov e Maria Shmaevich e i suoi componenti sono formati sul metodo biomeccanico di Mejerchol’d) e un’intensa attività di formazione e produzione teatrale radicata sul territorio fiorentino e, principalmente, rivolta alle giovani generazioni.

LO scorso anno Cantiere Obraz, attraverso il progetto CESTELLO FORMAZIONE, si è rivolto a oltre centoventi fra allievi e associati con lo scopo di usare l’insegnamento del teatro come strumento di conoscenza e crescita personale del singolo; in particolare, in questi anni, Cantiere Obraz ha sviluppato un’ attenzione ai giovani attraverso il progetto Scuoletta di teatro”, un programma di formazione finalizzato alla formazione del pubblico e all’apprendimento culturale, tramite il teatro.

PINOCCHIO IL TRAILER

CANTIERE OBRAZ & GLI ADOLESCENTI

Cantiere Obraz, all’interno della Scuoletta Di Teatro, dedica una particolare attenzione agli adolescenti, e in particolare a quella fascia di età, che va dai 12 ai 19 anni. Per questa fascia di età ha creato ben due corsi, uni propedeutico, per chi si avvicina al teatro, e un corso avanzato, a cui si accede su selezione.

Gli adolescenti che da anni lavorano con la Compagnia, hanno formato a loro volta una Compagnia, I CIUCHI MANNARI che hanno lavorato per molto tempo su “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi, fino al debutto definitivo nel Febbraio 2016, PINOCCHIO DEVE MORIRE, vero e proprio spettacolo teatrale. è stato inserito come evento artistico all’interno della Rassegna DISAGIO VS SALUTE MENTALE organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale di Firenze.

“Pinocchio è un mito moderno di portata internazionale, ma è anche una delle più forti immagini della toscanità nel mondo e soprattutto è una figura emblematica per i ragazzi; infatti Pinocchio attraversa una fase di crescita, di trasformazione, passando dall’essere un burattino a essere un bambino vero, come i ragazzi passano dall’ adolescenza all’età adulta e per estensione si può dire che in un certo senso anche Pinocchio è adolescente. ci dice Alessandra Comanducci Attrice e insegnante di recitazione. Direttrice della scuola di Recitazione presso il Teatro di Cestello di Firenze –  E’ interessante, quindi, indagare come e sotto quali spinte avvenga questo passaggio. La parola adolescente, viene dal verbo latino adolescere che significa aumentare, crescere, incrementare, ingrandire, nutrire. Adolescescente è il participio presente di adolescere, quindi è “colui che si sta nutrendo per crescere”, mentre adulto è il participio passato dello stesso verbo e vuol dire “colui che si è nutrito, che ha concluso la sua crescita”. Dal percorso di studio su Pinocchio è emersa, da parte dei ragazzi, la necessità di uno stato di adolescenza continua che non porti mai alla conclusione di un percorso di crescita, ma anzi porti in primo piano un costante desiderio di apprendere e nutrirsi. Da qui il titolo dello spettacolo, “Pinocchio deve morire” perchè Pinocchio è continuamente spinto dagli altri personaggi verso un’età adulta che vuol dire smettere di crescere, di apprendere attraverso le esperienze e quindi morire.”

Cantiere Obraz svolge la sua attività di formazione teatrale rivolgendosi a tre tipologie di utenti:

  • Bambini e ragazzi dai 4 ai 19 anni col progetto “SCUOLETTA DI TEATRO”.
  • Adulti amatori del teatro dai 20 in su col progetto “SCUOLA DI TEATRO TRIENNALE CANTIERE OBRAZ”
  • Allievi-attori o attori professionisti col progetto “CANTIERE OBRAZ_LABORATORIO PERMANENTE”

Cantiere Obraz | Borgo Tegolaio 18, 50125 | Firenze|info@cantiereobraz.it | formazione@cantiereobraz.it| 389 5058252

 

INFO https://www.facebook.com/cantiere.obraz/

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