V come VACCINI

Dal 14 giugno il Ministero alla Salute ha attivato un numero di pubblica utilità, il 1500 per rispondere  ai dubbi dei genitori riguardo al nuovo decreto legge e alla circolare appena pubblicata  sulle vaccinazioni obbligatorie da 0 a 16 anni (nati dal 2001 al 2017) per frequentare la scuola.

Il numero 1500 è  attivo dalle 10 alle 16 dal lunedì al venerdì.

La circolare riassume le dodici vaccinazioni obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni (ovvero 16 anni e 364 giorni), in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita:
– anti-poliomielitica
– anti-difterica
– anti-tetanica
– anti-epatite B
– anti-pertosse
– anti-Haemophilus influenzae tipo b
– anti-meningococcica B
– anti-meningococcica C
– anti-morbillo
– anti-rosolia
– anti-parotite
– anti-varicella

Le vaccinazioni per le quali è introdotto l’obbligo sono gratuite in quanto già incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza, si sottolinea inoltre che l’obbligo riguarda anche i richiami.

Cosa prevede la nuova normativa:

Obbligo di presentare il certificato vaccinale o l’attestato di esonero o differimento per l’iscrizione a scuola
Il certificato vaccinale, o la documentazione per l’esonero o il differimento rilasciate dal medico di famiglia o dal pediatra di libera scelta, dovrà essere presentata all’atto di iscrizione alle scuole del sistema nazionale di istruzione e ai servizi educativi per l’infanzia, ai centri di formazione professionale regionale e alle scuole private non paritarie.
La semplice presentazione alla Asl della richiesta di vaccinazione consente l’iscrizione a scuola, in attesa che la Asl provveda ad eseguire la vaccinazione (o a iniziarne il ciclo, nel caso questo preveda più dosi) entro la fine dell’anno scolastico.

Si parte a settembre. Tutti a scuola con il libretto vaccinale
Per l’Aa 2017/2018 il termine per la presentazione della documentazione è fissato al 10 settembre 2017. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione. In tal caso  ha tempo per presentare copia del libretto vaccinale sino al 10 marzo 2018. Per gli anni successivi il termine sarà il 10 luglio di ogni anno.
I dirigenti scolastici comunicano all’Asl competente, entro il 31 ottobre di ogni anno, le classi nelle quali sono presenti più di due alunni non vaccinati.

Cosa accade se il genitore non presenta la documentazione a scuola
Ai bambini da 0 a 6 anni non sarà permesso frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia.
Nella fascia di età dai 6 ai 16 anni si potrà comunque accedere a scuola.

Il dirigente scolastico segnalerà alla Asl i genitori che non vaccinano i figli
In caso di violazione dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori, sia nel caso di figli nella fascia di età 0-6 anni che nel caso di figli nella fascia di etò 6-16 anni, il dirigente scolastico o il responsabile dei servizi educativi è tenuto a segnalare la violazione alla Asl. La Asl contatta i genitori/tutori per un appuntamento e un eventuale colloquio informativo indicando le modalità e i tempi nei quali effettuare le vaccinazioni prescritte
Se i genitori/tutori non si presentano all’appuntamento oppure, a seguito del colloquio informativo, non provvedano a far somministrare il vaccino al bambino, l’Asl contesta formalmente l’inadempimento dell’obbligo.

Sanzioni fino a 7.500 euro per i genitori che non vaccinano
Ai genitori e tutori segnalati dalla Asl per la mancata vaccinazione per i proprio figli sarà applicata una sanzione amministrativa pecuniaria da 500 euro a 7.500 euro, proporzionata alla gravità dell’inadempimento (ad esempio: al numero di vaccinazioni omesse). Le sanzioni saranno comminate ogni anno di mancata vaccinazione.
Non incorrono in sanzione quando provvedono a far somministrare al minore il vaccino o la prima dose del ciclo vaccinale nel termine indicato dalla Asl nell’atto di contestazione, a condizione che completino il ciclo vaccinale nel rispetto delle tempistiche stabilite dalla Asl.

Segnalazione al Tribunale dei minori
La Asl sarà chiamata anche a segnalare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni l’inadempimento dell’obbligo vaccinale da parte dei genitori. A seguito della segnalazione, sarà il magistrato a valutare se sussistono i presupposti per l’eventuale apertura di un procedimento.

Chi è esonerato dai vaccini
Sono esonerati dall’obbligo di vaccinazione i minori già immunizzati per effetto della malattia naturale. Ad esempio i bambini che hanno già contratto la varicella non dovranno vaccinarsi contro tale malattia. L’immunizzazione dovrà essere comprovata dalla notifica effettuata dal medico curante o dagli esiti dell’analisi sierologica.
Sono esonerati anche i soggetti che si trovano in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio per i soggetti che abbiano avuto pregresse gravi reazioni allergiche al vaccino o ad uno dei suoi componenti.
In questo caso i minori saranno inseriti in classi nelle quali sono presenti solo minori vaccinati o immunizzati.
Quando si può posticipare il vaccino
I soggetti possono ritardare di sottoporsi a vaccinazione in caso si trovino in specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Ad esempio, quando versino in una malattia acuta, grave o moderata, con o senza febbre.

T come Tormentoni

La pizzata di fine anno con i compagni di scuola. Cui si aggiunge il saggio di musica, la partita di fine corso della squadra di calcio… Accompagnare i figli agli eventi di fine scuola , un tormentone che si ripete ogni anno .. I genitori devono sempre partecipare?

Vi proponiamo un articolo apparso su La Stampa in cui si propongono ” buone regole per evitare stress inutili e mettere d’accordo tutta la famiglia”

«L’affetto non si sviluppa con una performance: il saggio è una prova di un’abilità, non una prova d’amore. Si può essere un ottimo genitore anche saltando la recita di fine anno».

Sì, tiriamo un sospiro di sollievo: ai saggi di fine anno si può sopravvivere. Anche non andandoci! Parola di Luigi Ballerini, psicanalista e scrittore, vincitore del Premio Bancarellino 2015, con il libro «Io sono zero». Quattro figli e un lungo curriculum di presenze ai saggi alle spalle. «E pure di assenze. Senza drammi: in questi casi è fondamentale la chiarezza e il dialogo. E una premessa: non caricare di significati eccessivi queste esibizioni. Nessuno dei nostri figli è Mozart: crederlo, o farglielo, credere crea solo angoscia». Incubo. Tormento. Ultima fatica prima dell’arrivo delle vacanze.

Che sia di musica o di danza, di teatro o di nuoto sincronizzato non fa nulla: ogni scuola ha il suo appuntamento, ogni corso ha il suo show finale. Con un’ansia da prestazione che, con facce diverse, avvolge tutti gli attori di questa messa in scena: figli, genitori, docenti e istruttori vari. «Ai bambini piace essere guardati nel loro diventare capaci – spiega Ballerini -. Quando imparano ad andare in bicicletta chiedono subito di essere osservati. Non basta dirci da soli che siamo bravi, serve un riconoscimento, vogliamo che qualcun altro ce lo verbalizzi. Se il saggio aiuta a dimostrare cosa ho appreso e a trarre soddisfazione dal “bravo” detto dagli adulti di riferimento, siamo in una dinamica positiva. Quando, invece, la prestazione è un mezzo per dimostrare quello che valgo, perché questo è l’unica via praticabile per conquistare l’orgoglio dei genitori, la dinamica è scorretta. Esporre il figlio come un trofeo o provare vergogna in caso di errore fa diventare il saggio sinonimo di frustrazione e insicurezza».

Macchine parcheggiate in seconda e terza fila, appuntamenti saltati all’ultimo istante per sfrecciare (in ritardo) verso palestre scolastiche trasformate in improbabili teatrini, cellulari che suonano nel bel mezzo dell’«Inno alla gioia» faticosamente intonato da un quartetto di flauti, spartiti sgualciti usati per coprire lo smartphone con cui mandare mail di lavoro o continuare una riunione via Whatsapp. E poi lo sguardo, inconfondibile, dei papà che entrano di soppiatto in sala con tre domande stampate a caratteri cubitali in fronte: «Sono un po’ in ritardo: mio figlio si sarà già esibito? Se dopo l’esibizione di mio figlio me ne vado, pare brutto? Siamo sicuri che sia lo spettacolo di mio figlio o, come l’ultima volta, ho sbagliato classe?».

La stagione dei saggi non lascia scampo: arriva, travolge e se ne va. Come un monsone che spariglia agende, calendari, ritmi. Imperterrita, ciclica e inevitabile. «Se un genitore non può presentarsi all’appuntamento deve dirlo, spiegarlo, far capire al figlio che non è disinteresse il suo. Il genitore deve percepire quanto il figlio davvero ci tiene a quell’evento. In assoluta serenità. La mamma o il papà non sono cattivi, se non possono essere nel pubblico, proprio perché è “solo” un saggio, non la prova della vita. E l’assenza può diventare l’occasione per riscoprire il valore del racconto: meglio di una foto, meglio di un video. Le parole di un bambino che esternano una trama di azioni ed emozioni. Per narrare, e far rivivere, un proprio vissuto».

L’ultima raccomandazione, invece, riguarda il giudizio. «I ragazzi soffrono sia dell’eccesso di critica che dell’eccesso di elogio: se vengono sottolineati solo gli sbagli o le imprecisioni la prossima volta la paura prenderà il sopravvento su tutto il resto. I troppi elogi, e l’esagerazione di complimenti, generano invece fastidio e imbarazzo. Quasi una vergogna nei confronti delle proprie capacità».

La Stampa – autore Federico Taddia

Arriva #AVVISO AI NAVIGANTI – per parlare di social e cyberbullismo

Al via il progetto promosso dall’ Istituto Agrario di Firenze
per informare e creare consapevolezza nei confronti dei rischi che derivano dall’uso improprio della comunicazione sul web.
Ma soprattutto per favorire nei ragazzi un uso responsabile e consapevole dei Social, partendo dal sottile confine che c’è tra “scherzo” e reato legato al cyberbullismo.

Si chiama #avvisoainaviganti ed è un progetto che si pone come obiettivo finale la produzione di un film girato e interpretato da 20 studenti dell’Istituto Agrario contro gli atti di cyberbullismo e che sarà proiettato nelle scuole medie fiorentine e toscane. Oltre ai canali internet e social più utilizzati dagli adolescenti.

Verrà creato anche un vero e proprio brand #avviso ai naviganti, con un logo, una sorta di etichetta per identificare le scuole che sono impegnate nell’azione di lotta al bullismo, anche a livello territoriale.

L’iniziativa vede coinvolti a fianco dell’Istituto Agrario
Comune di Firenze (con i Progetti GemitoriInCorso e Youngle)
USL Centro Firenze (Ufficio Educazione alla Salute)
Polizia di Stato (Ufficio Minori della Questura) e Polizia Postale
Università di Firenze (Dipartimento Scienza della Educazione)
Fondazione Sistema Toscana – Sezione Cinema – Lanterne Magiche.

Il progetto parte l’8 di aprile e dopo vari incontri formativi, che i ragazzi condivideranno con operatori e coetanei che già lavorano online sul problema bullismo, a maggio verrà girato un cortometraggio con il regista Domenico Costanzo.

A settembre il lancio del film #avvisoainaviganti e del brand relativo.

Educazione ai media per genitori e figli

“Educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat”

GIC intervista Marco Pini consulente SEO, formatore web e blogger di NetReputation.it con cui ha ideato un progetto di Educazione all’uso consapevole dei Media rivolto ad alunni, docenti e genitori degli istituti scolastici dell’area metropolitana fiorentina.

 

  1. Come nasce l’idea del Progetto ?
    In un’era dove imperversano i social network è impensabile poter evitare ogni contatto dei bambini e dei minori con i media digitali. Essi offrono infatti molte opportunità di sviluppo e di apprendimento ma, allo stesso tempo, nascondono molti rischi come ad esempio: dipendenza (anche patologica) da internet, cyberbullismo, violenza, pornografia, violazione dei propri dati, furto di identità, etc.

Per questo è fondamentale a nostro giudizio una attività di monitoraggio dell’uso che viene fatto da parte dei minori di questi strumenti, così da capire il livello di consapevolezza nell’uso di questi strumenti, in una parola fare MEDIA EDUCATION.

 

  1. Puoi spiegarci meglio cosa si intende per MEDIA EDUCATION?

Può essere declinata in vari modi, io penso che non significhi spiegare “dove cliccare” o come utilizzare uno specifico strumento software o una App su uno Smartphone. Ma invece sia necessario spiegare come utilizzare al meglio le enormi potenzialità offerte dalla rete ed indicare come utilizzare i social media comprendendone i rischi.

Un esempio al volo:
se una foto viene postata in rete – anche se molti social (o chat) promettono l’anonimato – in realtà la diffusione dell’immagine digitale non si ferma e può diffondersi anche contro la volontà di chi ha fatto, ingenuamente, il primo post.
Si tratta di educare ad usare con consapevolezza gli strumenti di accesso alla rete, di conoscerne i rischi che si possono annidare dietro una semplice chat o magari capire come si può identificare un profilo Fake su Facebook. Può capitare che la famiglia (o la scuola) non siano formati su queste tematiche che invece dovrebbero essere al centro delle iniziative didattiche.

 

  1. Quali sono le attività previste dal vostro Progetto di Media Education?

Abbiamo intenzione di fare una analisi (nel corso del 2017) per comprendere l’uso della rete (e dei social) da parte degli studenti e dei docenti e capire, anche a livello di statistiche, come e quanto vengono percepiti i rischi dell’utilizzo di strumenti digitali e l’utilizzo che ne viene fatto.

Pensiamo di farlo somministrando un questionario, si tratta di un set di 10/15 domande, incentrato sui comportamenti nell’utilizzo di smartphone, computer, videogiochi ed Internet con l’obiettivo di intercettare eventuali criticità.

Le informazioni raccolte mediante il questionario verranno poi presentate e discusse sia sul nostro blog (NetReputation.it) ed in futuro, verranno pubblicate in un e-book. Intendiamo fornire anche consigli su come affrontare e gestire al meglio le tematiche legate alla sicurezza della navigazione dei minori in riferimento ai diversi aspetti di rischi (sexting, phishing, identità digitale, privacy, cyberbullismo).

 

  1. Gli OBIETTIVI del progetto in sintesi ?
    1) diffondere una migliore consapevolezza in termini di Media Education e sull’uso didattico delle reti;
    2) migliorare il livello di salute, igiene e qualità della vita dei Nativi Digitali;
    3) sensibilizzare insegnanti e genitori alla necessità di intercettare eventuali criticità e formarli per risolvere i problemi mettendo in pratica le best practise che apprendono.

Si tratta di usare la testa e di educare anche ad una lettura critica degli strumenti che abbiamo quotidianamente a disposizione e quindi anche a saper capire se una news, anche se magari è postata da migliaia di persone può rivelarsi una “bufala”, a capire che le parole sono importanti.

 

 

 

Bullismo a scuola : non rimanere in silenzio e farsi delle domande

Il vittimismo non aiuta .  Bianca Chiabrando sedicenne liceale milanese, autrice di due libri sui rapporti in ambito scolastico, racconta ad un settimanale la sua esperienza di isolamento vissuto a scuola mettendo l’accento su due aspetti chiave : l’importanza dell’autocritica e la necessità di parlare a scuola e in famiglia (e di far parlare anche i bulli) .

Giornali, televisione, web, dibattiti, libri. Il bullismo è da sempre un argomento all’ordine del giorno, spesso associato in modo spontaneoalla scuola. Come studentessa, e come adolescente, cercherò di dare una visione “dall’interno” attraverso le mie esperienze personali. L’infanzia, e in particolare l’adolescenza, sono periodi molto delicati. Si è soggetti a continui mutamenti, esteriori e interiori, che possono spaventare e destabilizzare. Tutti subiscono questi cambiamenti, nessuno escluso. Persino i bulli. Forse, soprattutto i bulli. Sentire il bisogno di essere prepotenti è indubbiamente segno di grande insicurezza; è una cosa che capita anche agli adulti, è come tentare di portare l’attenzione sui difetti altrui per occultare i propri. Equivale a puntare i riflettori su chi è più debole per evitare il tanto temuto giudizio degli altri e mostrarsi più forti. Come un animale, che, quando è spaventato, decide di attaccare. Volendo identificare il bullismo con un oggetto, un’arma, mi immagino un grande megafono, usato non per amplificare la propria voce bensì le paure degli altri.
Le immagini stereotipate – trasmesse da film, serie tv e libri – del ragazzo grande e grosso che intima a un compagno gracile e timido di consegnargli la merenda, e al suo rifiuto, decide di picchiarlo, sono nelle menti di tutti noi. Spesso, si associa al bullismo un abuso di tipo fisico. lo penso che il bullismo psicologico sia altrettanto grave, e sicuramente più diffuso. Una madre nota se suo figlio rientra a casa con un occhio pesto, ma non potrà mai sapere se a scuola qualcuno lo ha insultato, finché non sarà lui a farne parola spontaneamente. Eppure gli insulti, in particolare quelli mirati, hanno un peso non indifferente e lasciano ferite dolorose, proprio come un calcio o un pugno. Penso che a scuola non si parli abbastanza di tutto questo.

Per quanto riguarda me, non posso dire di essere stata mai stata vittima diretta di un episodio di bullismo, piuttosto, in alcuni periodi, di una sorta di emarginazione. Ciò che ho imparato da questa esperienza è che non bisogna mai rassegnarsi a subire, pensando non ci sia modo di cambiare le cose. Durante i primi 2 anni delle medie, ho riversato tutta la responsabilità per il mio senso di esclusione sui miei compagni di classe. La verità – ma me ne rendo conto solo ora che è passato un po’ di tempo – è che era anche colpa mia. Trovando i miei compagni tanto, troppo diversi da me, mi sono chiusa pensando di non avere speranze. Presuntuosamente ho pensato che fossero loro in torto, che dovessero maturare, convinta che non mi volessero perché avevano paura del diverso. Non mi rendevo conto che anche io stavo commettendo lo stesso errore: attendevo che facessero il primo passo senza accorgermi però che, come io aspettavo gli altri, gli altri aspettavano me.

Partire dal presupposto di essere una vittima è forse il modo peggiore di reagire. Insomma, secondo me per uscirne è più costruttivo provare a mettersi nei panni del bullo. Quali sono le motivazioni che lo spingono a comportarsi così? Perché sente il bisogno di sfogarsi su altri? Forse sta soffrendo ma non ha il coraggio di parlarne. E qui arriviamo al punto in comune tra i bulli e le loro vittime. Il silenzio. Tacere può solo nuocere, da entrambe le parti. Non basta spingere chi subisce a parlare, perché i bulli ne hanno altrettanto bisogno. Non c’è niente che non si possa risolvere dialogando. Non serve la bacchetta magica per combattere il bullismo. Per risolvere un problema, è sufficiente capirlo.

“Il bullismo spiegato da un’adolescente” di Bianca Chiabrando DONNA MODERNA 9 dicembre 2016

 

PINOCCHIO DEVE MORIRE E I CIUCHI SON TUTTI MANNARI – GIC incontra Cantiere OBRAZ al Cestello

La vita a Verona dopo la morte di Giulietta… e di Romeo.

La vita dei Montecchi e dei Capuleti immersi in una pace di piombo. I vecchi tutti puniti, annullati. I giovani senza pace.

Potrebbe succedere a Verona, ma anche a Edimburgo, Dublino, New York, Liverpool.

“After Juliet” è un testo scritto con lo scopo di diffondere drammaturgie per giovani interpreti. S’incrociano al suo interno, così come nel testo shakespeariano i temi dell’amore, dell’odio e della rivalità fra bande di adolescenti.

Collegato alla formazione dei giovani attori della Scuola Teatrale – Cantiere Obraz, il gruppo dei Ciuchi Mannari, dopo essersi confrontato con il testo di Pinocchio e con la drammaturgia di Beckett, ha l’occasione di misurarsi con il materiale testuale più noto al mondo: “Romeo e Giulietta” di Shakespeare e mettere in scena il testo “After Juliet” di Sharman Macdonald.

Lo spettacolo è l’ulteriore tappa di un articolato percorso, fatto di incontri, seminari, laboratori teatrali che indaga le relazioni di conflitto, di rivalità e di amore fra adolescenti.

Dove accade tutto questo? Presso Cantiere Obraz

CANTIERE OBRAZ è un’associazione culturale attiva sul territorio fiorentino dal 2007 che si occupa di formazione e produzione teatrale. Ha iniziative in vari spazi teatrali fiorentini e, dal 2010, ha residenza artistica presso il Teatro di Cestello.

Attiva da sempre a Firenze concentra la maggior parte della sua attività nella zona dell’Oltrarno.

L’attività della compagnia si muove sotto una duplice spinta: il legame con una tradizione teatrale internazionale, prioritariamente di matrice russa (Cantiere Obraz è stata fondata da Nikolaij Karpov e Maria Shmaevich e i suoi componenti sono formati sul metodo biomeccanico di Mejerchol’d) e un’intensa attività di formazione e produzione teatrale radicata sul territorio fiorentino e, principalmente, rivolta alle giovani generazioni.

LO scorso anno Cantiere Obraz, attraverso il progetto CESTELLO FORMAZIONE, si è rivolto a oltre centoventi fra allievi e associati con lo scopo di usare l’insegnamento del teatro come strumento di conoscenza e crescita personale del singolo; in particolare, in questi anni, Cantiere Obraz ha sviluppato un’ attenzione ai giovani attraverso il progetto Scuoletta di teatro”, un programma di formazione finalizzato alla formazione del pubblico e all’apprendimento culturale, tramite il teatro.

PINOCCHIO IL TRAILER

CANTIERE OBRAZ & GLI ADOLESCENTI

Cantiere Obraz, all’interno della Scuoletta Di Teatro, dedica una particolare attenzione agli adolescenti, e in particolare a quella fascia di età, che va dai 12 ai 19 anni. Per questa fascia di età ha creato ben due corsi, uni propedeutico, per chi si avvicina al teatro, e un corso avanzato, a cui si accede su selezione.

Gli adolescenti che da anni lavorano con la Compagnia, hanno formato a loro volta una Compagnia, I CIUCHI MANNARI che hanno lavorato per molto tempo su “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi, fino al debutto definitivo nel Febbraio 2016, PINOCCHIO DEVE MORIRE, vero e proprio spettacolo teatrale. è stato inserito come evento artistico all’interno della Rassegna DISAGIO VS SALUTE MENTALE organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale di Firenze.

“Pinocchio è un mito moderno di portata internazionale, ma è anche una delle più forti immagini della toscanità nel mondo e soprattutto è una figura emblematica per i ragazzi; infatti Pinocchio attraversa una fase di crescita, di trasformazione, passando dall’essere un burattino a essere un bambino vero, come i ragazzi passano dall’ adolescenza all’età adulta e per estensione si può dire che in un certo senso anche Pinocchio è adolescente. ci dice Alessandra Comanducci Attrice e insegnante di recitazione. Direttrice della scuola di Recitazione presso il Teatro di Cestello di Firenze –  E’ interessante, quindi, indagare come e sotto quali spinte avvenga questo passaggio. La parola adolescente, viene dal verbo latino adolescere che significa aumentare, crescere, incrementare, ingrandire, nutrire. Adolescescente è il participio presente di adolescere, quindi è “colui che si sta nutrendo per crescere”, mentre adulto è il participio passato dello stesso verbo e vuol dire “colui che si è nutrito, che ha concluso la sua crescita”. Dal percorso di studio su Pinocchio è emersa, da parte dei ragazzi, la necessità di uno stato di adolescenza continua che non porti mai alla conclusione di un percorso di crescita, ma anzi porti in primo piano un costante desiderio di apprendere e nutrirsi. Da qui il titolo dello spettacolo, “Pinocchio deve morire” perchè Pinocchio è continuamente spinto dagli altri personaggi verso un’età adulta che vuol dire smettere di crescere, di apprendere attraverso le esperienze e quindi morire.”

Cantiere Obraz svolge la sua attività di formazione teatrale rivolgendosi a tre tipologie di utenti:

  • Bambini e ragazzi dai 4 ai 19 anni col progetto “SCUOLETTA DI TEATRO”.
  • Adulti amatori del teatro dai 20 in su col progetto “SCUOLA DI TEATRO TRIENNALE CANTIERE OBRAZ”
  • Allievi-attori o attori professionisti col progetto “CANTIERE OBRAZ_LABORATORIO PERMANENTE”

Cantiere Obraz | Borgo Tegolaio 18, 50125 | Firenze|info@cantiereobraz.it | formazione@cantiereobraz.it| 389 5058252

 

INFO https://www.facebook.com/cantiere.obraz/

ecco come funziona il bullismo femminile

A essere presi di mira sono soprattutto gli inestetismi fisici, come il sovrappeso, i capelli unti, i foruncoli, vestirsi in modo difforme ma anche primeggiare, come la “secchiona” o la preferita dalla maestra

Silvia Vegetti Finzi psicoterapeuta su IO DONNA                  http://www.iodonna.it/attualita/famiglie/2016/09/16/ immagine copyright Getty-Images

Di che cosa stiamo parlando quando diciamo “bullismo femminile”? Di un processo di omologazione che rende le ragazze simili ai ragazzi? Certi comportamenti aggressivi sembrano indubbiamente gli stessi ma le intenzioni e lo stile restano profondamente differenti. Innanzitutto è diversa la nostra storia: da sempre gli uomini hanno gestito l’aggressività incanalandola in forme di competizione regolata – la guerra, l’agonismo sportivo, la concorrenza- e sublimandola nell’ideale dell’amicizia.

Per secoli invece i rapporti tra donne, considerati ovvi e naturali, sono stati limitati ai legami di parentela. Di conseguenza, mentre i ragazzi si relazionano tra loro seguendo un copione precostituito, alle ragazze non resta che imitarli o crearne uno proprio. I tentativi iniziano sin dall’infanzia, quando si formano le coppie delle “amiche del cuore”.
Per cementare il loro rapporto, può accadere che la più prepotente s’imponga e, con la complicità dell’altra, scelga con acume una vittima da respingere, isolare e perseguitare con insinuazioni e calunnie.
Intorno a loro si crea un gruppo di spettatrici che, pur rendendosi conto di assistere ad azioni malvagie, si rassicura dicendo: “Meno male che non capita a me! ”. Mentre i maschi impongono il loro potere colpendo soprattutto il fisico del malcapitato, le femmine utilizzano piuttosto la parola. Col risultato che, se i lividi del corpo sono evidenti, quelli dell’anima sono indelebili.

In conformità alle suggestioni mass-mediatiche, vengono presi di mira in particolare gli inestetismi per cui è  provocatorio essere grassa, avere i capelli unti, i foruncoli, vestirsi in modo difforme ma anche primeggiare, come la “secchiona” o la preferita dalla maestra.
Ma è con l’adolescenza che il bullismo femminile si fa più minaccioso. La difficoltà di delineare un’identità femminile sollecita la prepotente a proiettare su una compagna più debole ed esposta le parti inaccettabili di sé sino a farne un alter-ego negativo da emarginare e cancellare. Il coro che assiste a questi soprusi si chiude in un mutismo omertoso e persino la vittima tace, sino a convincersi che in lei qualcosa non va. La perdita dell’autostima è una delle conseguenze più preoccupanti del bullismo sistematico e prolungato.
In questi anni il danno è poi aggravato dalla possibilità di utilizzare la Rete per divulgare all’infinito, protetti dall’anonimato, le proprie bravate. Mentre la bulla sente il bisogno di riscuotere il più vasto consenso, una folla d’ignoti corrispondenti s’immedesima con lei infierendo sulla vittima con le peggiori ingiurie. Spesso queste dinamiche sfuggono all’attenzione dei genitori e al controllo degli insegnanti, che dovrebbero invece comunicare e collaborare.

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Il dilemma dei compiti a casa. Noi e gli altri: chi studia di più? Mamma, prof e studenti a confronto

Le mamme di Varese che hanno mandato una petizione al sindaco per chiedere una scuola senza compiti sono solo l’ultimo caso. Impossibile star dietro al diluvio di appelli in rete di genitori affranti per il dopo lavoro pomeridiano dei propri figli. Sì, perché i compiti sono diventati un affare di famiglia: con i piccoli che, già stremati dal tempo pieno, implorano l’aiuto di mamma e papà, e loro, i grandi, che rientrando a casa alle sette di sera si ritrovano ostaggio delle divisioni a due cifre o delle invasioni doriche in Grecia nel XII secolo avanti Cristo. Una materia incandescente dove l’emotività rischia di prendere il sopravvento sulla ragione. Mentre di compiti bisognerebbe parlarne non per chiedere unilateralmente degli sconti, come quel babbo che non ha fatto fare quelli delle vacanze al figlio tredicenne perché «quest’estate gli ho insegnato a vivere» ma per cercare di valutarne i pro e i contro da un punto di vista pedagogico.
Gianna Fregonara e Orsola Riva http://www.corriere.it/scuola/primaria/

Gli italiani, che sgobboni

L’obiezione più comune è che un problema ci dev’essere se i quindicenni italiani fanno il triplo – nove ore alla settimana – dei compiti dei ragazzi finlandesi dai quali vengono surclassati nei test Pisa: in Finlandia si studia a casa per una mezzoretta al giorno salvo negli ultimi due anni di superiori quando i compiti fanno parte del programma. Ma è pure vero che gli studenti più bravi al mondo, cioè i cinesi di Shanghai, sono anche i più sgobboni (17 ore alla settimana). E quindi? Quindi studiare serve ma in generale i risultati dei ragazzi dipendono molto più dalla qualità dell’offerta formativa e dalla preparazione dei docenti che della mole dei compiti. Un’ora in più chini sui libri vale in media 5 punti in più nei test di matematica, in Italia addirittura il triplo: 15 punti, il che vuol dire che con due ore di studio in più alla settimana si assiste a un miglioramento del rendimento scolastico equivalente a 9 mesi di lezione in classe. Tuttavia il beneficio dello studio a casa tende a diminuire – lo sostengono gli analisti dell’Ocse – se l’impegno giornaliero supera i 60 minuti: il massimo rendimento si ottiene con quattro ore alla settimana, poi comincia a calare. Oltre un certo limite di ore il miglioramento dovuto al lavoro pomeridiano diventa impercettibile.

L’Ocse: i compiti servono ma aumentano la forbice fra ricchi e poveri

Non va dimenticato infine che i compiti hanno una grande controindicazione nei sistemi scolastici: accentuano la diseguaglianza fra ricchi e poveri e dunque diventano discriminatori. Un argomento cavalcato con forza dal presidente francese François Hollande nei primi mesi all’Eliseo quando, richiamandosi a una vecchia normativa repubblicana, aveva proposto di vietare i compiti almeno alle elementari in nome dell’égalité. Fu anche uno dei suoi primi passi falsi visto che i francesi si ribellarono a quest’eventualità: giù le mani dai dévoirs à la maison – gli mandarono a dire soprattutto i giovani e laureati -: i compiti s’hanno da fare, ora e sempre. Soprattutto alle superiori : «Continuiamo ad alleggerire la scuola da ogni fatica – dice la scrittrice Paola Mastrocola, professoressa di liceo –. Ma la scuola esige studio e concentrazione, vorrei sapere che cosa diremmo di un atleta che si presenta ad una gara senza allenamento. La scuola è lo stesso, pretende allenamento quotidiano della mente».

La giusta distanza dei genitori

D’altra parte, mentre l’Ocse benedice i compiti nella misura in cui dovrebbero servire a promuovere l’autonomia dei ragazzi, la loro capacità di organizzare il tempo e mettere a punto un metodo di studio individuale, oggi purtroppo i genitori tendono a sostituirsi ai figli. Non solo in Italia. Qualche mese fa ha suscitato scalpore una ricerca inglese da cui risultava che due genitori su tre aiutano i figli nei compiti mentre in un caso su sei addirittura li fanno al posto loro. Niente di più sbagliato. Come ha dimostrato una volta per tutte lo studio americano The broken compass (La bussola rotta: coinvolgimento parentale nell’educazione dei figli), i genitori che assillano i propri figli non li aiutano a migliorare le proprie performance, al contrario li danneggiano rendendoli più insicuri. Non che si debbano fare da parte, tutt’altro: ma quello che conta semmai è comunicare ai propri figli l’importanza dello studio e della scuola.

Elementari, medie e scuole superiori

Nella classifica stilata da John Hattie in “Visible Learning” (monumentale raccolta di oltre 50 mila ricerche che hanno coinvolto 80 milioni di studenti) su quali fattori hanno un maggior impatto nell’apprendimento dei ragazzi, gli “homeworks” stanno all’88esimo posto su 138 voci: ciò che più conta invece è quello che succede a scuola, la dinamica dei rapporti fra docente e studenti e degli studenti fra loro. E comunque ci sono compiti e compiti. “Lo studio – spiega Raffaele Mantegazza – docente di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano – non può sostituire il lavoro in classe. Ha senso che un bambino delle elementari faccia le divisioni a casa? No, la didattica si fa a scuola. Se dopo 8 ore in classe, devi ancora studiare, vuol dire che il tempo pieno ha fallito il suo obiettivo”. Alle medie si può incominciare a dare pochi compiti mirati, ma per non più di un’ora al giorno. E anche alle superiori è assurdo caricarli come dei muli costringendoli magari ad abbandonare gli sport o lo studio di uno strumento musicale che fino a quel momento li aveva appassionati.

Ci sono compiti e compiti

“Ma soprattutto i compiti devono rappresentare un momento di riflessione, non di ripetizione meccanica. Ma lo sanno o no i professori che quando danno una versione di latino a casa, i ragazzi ci mettono meno di dieci minuti a procurarsi la traduzione in quella fogna che è Internet? Molto meglio allora proporre una riflessione sull’attualità di Tacito. Quando lui dice “Dove hanno fatto il deserto, ora lo chiamano pace” sta parlando anche della tragedia di Aleppo di questi ultimi mesi”. Esistono anche soluzioni più radicali, come per esempio il modello della “scuola capovolta” – flipped classroom – che, nato negli Stati Uniti, si è diffuso velocemente in Francia, soprattutto alle medie, e che anche da noi in Italia viene sperimentato ormai in poco meno di mille istituti. Le lezioni si seguono da casa, via pc o tablet, mentre i compiti si fanno in classe lavorando insieme, divisi per gruppi, con la supervisione del docente.

prosegue su Corriere della Sera http://www.corriere.it/scuola/primaria

Il dibattito dopo l’alt dei presidi sui gruppi WhatsApp dei genitori

Su La Repubblica il parere dello scrittore e insegnante Marco Lodoli,
Le chat dei genitori  un’occasione mancata perché su WhatsApp vincono rabbia e rancori

Per molti decenni il conflitto nella scuola è stato tra studenti e insegnanti, tra la giovinezza e
l’autorità, tra il desiderio fisiologico di libertà e il richiamo all’ordine, al dovere, alla responsabilità. Pinocchio contro la scuola, la spensieratezza contro la pesantezza. Poi, negli anni 70, questo contrasto generazionale ha preso una dimensione politica. Gli studenti sentivano di incarnare istanze rivoluzionarie, di essere protagonisti di un mondo nuovo e percepivano gli insegnanti come difensori dell’ordine costituito, della conservazione, di un passato ingiusto e decrepito. Ma anche questo periodo è ormai finito, oggi viviamo nell’epoca della competizione, della lotta durissima per emergere dalla palude. E così il conflitto ha cambiato gli schieramenti: oggi da una parte della barricata ci sono gli insegnanti e dall’altra i genitori, che pretendono per i loro figlioli trattamenti di riguardo, ottimi voti, medaglie che scintilleranno fuori della scuola, nel mercato del lavoro. I genitori intuiscono che la selezione sarà feroce e dunque cercano in ogni modo di proteggere i loro ragazzi, di far guadagnare loro crediti e punteggi buoni da spendere più avanti.

Chi parte male rischia di finire peggio. Così gli insegnanti vengono pressati, a volte criticati o addirittura contestati. E la piazza della ribellione è WhatsApp, un mezzo che doveva unire, favorire gli scambi, allargare l’informazione e che invece diventa la cassa di risonanza di un risentimento incontrollato. Madri e padri si fomentano reciprocamente, la palla che rotola in breve diventa una valanga, il primo disappunto si trasforma in rancorosa ostilità verso l’insegnante che mette voti troppo bassi o che non sta svolgendo il programma così come i genitori pretendono. WhatsApp diventa una sorta di portineria fiammeggiante di pettegolezzi e irritazioni. La professoressa severa viene additata come un’isterica, il professore benevolo come un mollusco, un perdigiorno. Sembra che ogni forma di collaborazione tra il corpo docente e le famiglie venga meno. Un tempo l’intesa era garantita, il padre ascoltava in silenzio i giudizi negativi dell’insegnante e a casa caricava di rimproveri il figlio lavativo. Oggi non più, oggi su WhatsApp si intrecciano i commenti crudeli contro l’insegnante che non esalta il valore, spesso assai ben nascosto, quasi invisibile, dello studente. WhatsApp diventa un’arena infuocata, una raccolta di malumori che rasentano l’invettiva.
Capita anche che si creino partiti opposti, scambi di opinioni tra difensori e attaccanti che iniziano garbatamente e in breve si trasformano in litigi pesanti. Il fondamento è sempre lo stesso: la speranza o la pretesa che i propri figli siano spinti verso un futuro radioso. E allora l’insegnante che impone troppi compiti viene visto come un massacratore, quello che ne assegna troppo pochi come un sabotatore. Lo scontro su WhatsApp non conosce tregua, ogni giorno può venir fuori una nuova questione, una rogna da grattare a sangue. Sembra che i genitori, direi soprattutto quelli che hanno i figli nei migliori licei della città, siano perennemente collegati e non riposino mai. Hanno investito tanto, tutto, sui loro figli e adesso non possono sopportare che un professorucolo di greco odi matematica si metta di traverso per impedire la marcia trionfale verso un avvenire vincente. Su WhatsApp i genitori si preparano ai ricorsi, qualora i risultati siano pessimi. Si caricano, imbufaliscono. Tutti uniti contro il prof che pretende troppo, che non sta al posto suo, che non si allinea alle richieste delle famiglie. WhatsApp è l’accolita dei rancorosi, la grancassa delle speranze deluse che batte forte contro l’indipendenza d gli insegnanti, contro ogni sgradevole verità.
La Repubblica 12 ottobre

Mense scolastiche : panino sì panino no

Secondo la sociologa  Chiara Saraceno “si rischia di perdere non solo di vista, ma di fatto, alcune conquiste preziose in termini di solidarietà sociale e investimento nella crescita dei più piccoli”

L’inutile “guerra del panino” combattuta nelle mense dei bambini

Left – 1 ottobre 2016 – rubrica Diritti

“Come era prevedibile, la “guerra del panino” nelle scuole, iniziata a Torino e combattuta a colpi di ricorsi e sentenze, si allarga a macchia d’olio provocando vittime trai bambini, si allarga a macchia d’olio provocando vittime tra i bambini, mentre gli adulti, nei diversi ruoli che ricoprono – genitori, giudici, presidi, sovrintendenti scolastici, ministero, enti locali – non sembrano in grado di trovare una soluzione decente. E gli insegnanti che hanno a che fare ogni giorno con bambini che portano il pranzo da casa si trovano tra l’incudine e il martello. Il paradosso è che tutto ciò avviene in nome del “valore educativo” del tempo del pasto, un valore, tuttavia, declinato in modo diverso da ciascuna delle parti in causa.

L’antefatto: nelle scuole pubbliche esiste una norma (un regolamento, non una legge) che impone ai genitori che non desiderano che i loro figli mangino in mensa anche quando si devono fermare a scuola, perché iscritti al tempo pieno o al tempo prolungato, di portarli a casa per dare loro il pranzo e poi riportarli a scuola per le lezioni. La motivazione ufficiale è di tipo igienico: c’è rischio di contaminazione dei cibi e di scambio di alimenti tra bambini potenzialmente rischioso in caso di allergie. Si tratta di una norma indubbiamente pesante per i genitori (di fatto soprattutto le madri), specie se entrambi lavorano, tanto più che fino alla quinta elementare i bambini non possono, per legge, andare a casa da soli. Meno chiaro è se sia discriminatoria per i bambini che non possono stare con i compagni durante il pranzo. Alcuni, al contrario, potrebbero sentirsi privilegiati, specie se a casa c’è qualcuno che prepara il pranzo proprio per loro e con le cose che piacciono.

Una cinquantina di genitori torinesi, insoddisfatta della qualità della mensa e del suo costo elevato (oltre 7 euro) per chi non fruisce di qualche esenzione o riduzione, ha fatto così causa, vincendola. Una sentenza dei giudici della Corte d’appello di Torino del 22 giugno scorso ha, infatti, decretato che il “tempo mensa” fa parte del tempo educativo, quindi non possono esserne esclusi i bambini che si portano il pasto da casa. Una successiva sentenza ha respinto il ricorso del ministero dell’Istruzione e chiarito che la decisione riguarda non solo i bambini delle famiglie ricorrenti, ma tutti quelli i cui genitori che d’ora in poi decideranno di fornire direttamente il pasto, a Torino come altrove.

Se è comprensibile che i genitori sostenitori del cibo domestico chiedano che i propri figli possano stare a scuola insieme agli altri, per una legittima questione di comodità ammantata da valore educativo, non è chiaro che cosa i giudici abbiano inteso come “valore educativo del tempo-mensa”, se questo significa solo mangiare a scuola sotto la sorveglianza degli insegnanti, e non anche, come è stato nella tradizione italiana delle mense scolastiche, condividere lo stesso cibo, rispettando le tradizioni e bisogni di tutti, oltre a condividere le spese per garantire a tutti, anche ai più svantaggiati, almeno un pasto proteico al giorno. Ma è la reazione dei presidi, dei direttori didattici, degli enti locali e del ministero a lasciare perplessi. Invece di cogliere l’occasione per discutere con i genitori della qualità e del costo delle mense, per verificare la fondatezza delle lamentele, e lavorare con genitori, bambini e insegnanti (cosa che si è fatta in alcune città in modo sperimentale) per trovare menu il più possibile inclusivi, si sono accentuate le reazioni difensive sul piano igienico-sanitario. Così, mentre si denuncia giustamente che molti pasti portati da casa sono, non tanto a rischio igienico, ma squilibrati, non ci si preoccupa del fatto che molti bambini lasciano nel piatto tutto o buona parte del pasto fornito dalla mensa. E in molti casi si isolano fisicamente i bambini che si portano il pasto da casa, costringendoli a mangiare da soli. In tutto ciò si rischia di perdere il valore educativo non solo della mensa come condivisione del cibo, ma anche come “tempo mensa’, ed anzi di trasformare la mensa in un ennesimo campo di scontro tra genitori e scuola e tra genitori stessi, con ognuno per sé. Si rischia anche di perdere la mensa (e con essa magari anche il tempo pieno), svuotata della sua funzione sociale ed educativa e divenuta finanziariamente insostenibile se molti genitori “paganti” rifiutano di avvalersene per i propri figli”. Left – 1 ottobre 2016 – rubrica Diritti

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