I meravigliosi racconti costruiti insieme in questo anno di scuola

Un professore dell’Isis Leonardo da Vinci scrive per il sito fiorentino di Repubblica un articolo per raccontare l’esperienza di un laboratorio speciale con alcuni scrittori: si parla di letteratura e di molto altro

di RINO GARRO, pubblicato su repubblica.it

Ora che l’ultima campanella è appena suonata al di sopra degli spruzzi d’acqua, degli scherzi e dei canti, tra le urla di gioia degli studenti e quelle strozzate in gola degli insegnanti, so che fra qualche giorno le lezioni già mi mancheranno. E come ogni anno, ormai da molti, mi chiederò che cosa sia la scuola, cosa sia veramente, cosa rappresenti. E’ il mio lavoro, dirò, quello dei colleghi e di tutto il personale, quello dei ragazzi. Sono le aule, le palestre, gli spazi aperti e quelli chiusi, spesso non adeguati. Sono le lezioni, quelle belle e quelle brutte; anche quelle mancate, durante le quali forse si impara di più. Sono le verifiche e le valutazioni; i consigli, gli scrutini. Dirò che è anche la ricreazione, soprattutto la ricreazione troppo breve. Sono le entrate e le uscite, le gite di un giorno e quelle più rischiose. Sono giovani che crescono e adulti che invecchiano, colleghi che rivedrò e colleghi che non potranno tornare, e tutti a trovare motivi di unione, accordi e disaccordi. Sono le riforme, le proteste, le discussioni in tv e a casa, le cose dette e stradette e non dette. Le famiglie, in più di un caso dimezzate, in là con gli anni; i nonni al posto dei genitori. Dirò che la scuola è la piazza centrale, priva di cancelli che si chiudono; è il duomo di Firenze, gli Uffizi. E’ il sangue, venoso e arterioso, che circola per molte ore al giorno, tutti i giorni tranne la domenica e le feste comandate e estive, ma neanche lì dopotutto si ferma mai. La scuola è il cuore che pulsa, sempre, in ogni caso. Sono vite che si legano ad altre vite per anni, forse in modo definitivo, anche quando ciascuna se ne andrà poi per conto proprio. Tutto questo mi dirò tra qualche ora. E penserò che naturalmente c’è altro ancora, quello che verrà in mente ad altri insegnanti, ai ragazzi che leggeranno i quadri, felici o delusi o piangenti; cose belle e cose brutte. Ma ciò che più mi stupirà sarà il fatto che ci avrò pensato solo adesso in modo così chiaro e al contempo confuso, come quando ti senti sommergere da tutta la fatica del mondo non appena tagli il traguardo della maratona. Non è che prima la fatica non la senti, è che devi continuare, devi correre, arrivare. E però è una fatica che ti piace.
La scuola è dunque quello che è e quello che non è, soprattutto quello che si fa già. E può essere divertimento, fantasia; studenti che devono dire e raccontare, dialogare. Così, fra qualche giorno ancora, mi dirò che se qualcosa di questo “piacere con fatica” passa, e rimane, anche fra gli studenti, allora il nostro lavoro ha davvero un senso.E’ questa l’idea sottostante al Laboratorio artigiano di Fantastica che da due anni propongo all’ISIS “da Vinci” di Firenze: un vagabondaggio fabulatorio destinato a gruppi-classe quasi sempre costituiti di ragazzi con vari tipi di disagio. Il progetto consiste in una serie di incontri durante i quali scrittori/capicantiere orientano il gruppo verso il progetto comune, la costruzione di racconti, di storie e poesie; e dalla felicità di una produzione propria e collettiva, il testo diviene in seguito il brano su cui procedere nelle varie analisi testuali, ma sempre a partire dall’esperienza concreta, partecipata, nella quale lo studente è insieme soggetto

e oggetto attivo: centrale, protagonista, gratificato. I capicantiere di quest’anno sono stati Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi che si sono divertiti a scrivere insieme agli studenti delle classi 1A, 1B, 2A, 2D.

Rino Garro è docente del Laboratorio di scrittura  –  ISIS “L. Da Vinci” Firenze. Ha creato il progetto  con Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi

W L’AMORE

Materiale

Il Progetto della Regione Emilia-Romagna W l’amore vuole offrire ai ragazzi e alle ragazze delle scuole secondarie di primo grado la possibilità di affrontare con gli adulti di riferimento i temi legati alla crescita, alle relazioni, all’affettività e alla sessualità.

W l’amore prende ispirazione da Long live love, a cura di Soa Aids Nederland e Rutger WFP, attivo già da 20 anni nelle scuole dei Paesi Bassi. Il progetto, monitorato e valutato nella sua efficacia, propone un ruolo attivo dei docenti nella trattazione di questi temi con le classi. Il percorso formativo con adulti e ragazzi/e e i materiali del progetto olandese (rivista per studenti e manuale per insegnanti) sono stati rivisti e adattati al contesto localee sperimentati nell’anno scolastico 2013-2014 in tre scuole di Bologna, Forlì e Reggio Emilia. Il lavoro di sperimentazionevalutazione e revisione effettuato con i docenti, i genitori e i ragazzi e le ragazze delle scuole coinvolte ha portato all’attuale formulazione del progetto, che nell’anno scolastico 2014-2015 si sta realizzando in 17 Distretti della Regione, con un coordinamento e monitoraggio regionale.

L’obiettivo di W l’amore è quello di promuovere la salute e il benessere psicologico e relazionale dei preadolescenti, per aiutarli a vivere in modo consapevole e rispettoso di sé e degli altri le proprie emozioni e relazioni, favorendo l’espressione dell’affettività nelle relazioni interpersonali. Ponendosi in un’ottica formativa, il progetto vuole fornire informazioni corrette sui temi della sessualità per incoraggiare comportamenti preventivi, attraverso il potenziamento delle competenze relazionali ed emotive (life skills) quali l’autoconsapevolezza, l’empatia, la capacità di prendere decisioni, fattori determinanti per il benessere e la salute.

Seguendo le indicazioni di documenti e linee guida nazionali e internazionali (OMS 2010UNESCO 2009Guadagnare salute in Adolescenza 2010), ci si rivolge ai preadolescenti in quanto un percorso di informazione e riflessione su queste tematiche è utile a partire dalla pubertà , periodo di profondi cambiamenti nel corpo, nella mente e nelle relazioni. La sessualità a questa età diventa una componente centrale dell’identità personale e del rapporto con gli altri. Inoltre, una percentuale sempre più significativa di preadolescenti inizia ad avere i primi rapporti sessuali, spesso vissuti con scarsa consapevolezza e insufficienti informazioni. Le conseguenze di comportamenti sessuali non protetti, quali gravidanze indesiderate o infezioni sessualmente trasmissibili, sono fenomeni abbastanza diffusi in adolescenza e spesso sottovalutati nel loro possibile impatto nella vita dei più giovani.

Gli obiettivi di salute riguardano non solo questi contenuti, ma un benessere psicologico e relazionale più complessivo, che si potenzia attraverso il confrontoe la riflessione su modelli, valori e scelte che hanno a che fare con le relazioni, l’affettività e la sessualità affinché ciascuno/a possa avere maggior consapevolezza della propria identità e dimensione personale e di genere. W l’amore vuole tutelare e valorizzare la pluralità delle scelte e dei modelli identitari e di comportamento, in modo da prevenire discriminazioni, pregiudizi e violenze che riguardano il genere, l’orientamento sessuale, i riferimenti socio-culturali di ciascuno. Intende inoltre aiutare i ragazzi e le ragazze ad acquisire informazioni e competenze per evitare comportamenti sessuali a rischio. Riteniamo che fenomeni come l’omonegatività o la violenza di genere possano essere contrastati attraverso percorsi formativi realizzati all’interno della scuola, che ha fra i suoi compiti anche educare alla legalità, al rispetto e alla convivenza civile.

È fondamentale quindi che siano gli adulti di riferimento (famiglie, insegnanti, operatori) ad affrontare con i ragazzi e le ragazze questi temi, per affiancarli nella comprensione e gestione di una realtà che si presenta più complessa e diversificata rispetto al passato. La famiglia rappresenta la prima e fondamentale realtà in cui vengono trasmessi, sia con le parole che attraverso l’esempio, valori e modelli di comportamento. La scuola affronta, all’interno delle diverse materie, contenuti inerenti l’affettività, le relazioni, l’adolescenza, la sessualità. I servizi socio-sanitari hanno fra i loro obiettivi la tutela e la promozione della salute e del benessere delle nuove generazioni, mentre associazioni ed enti del privato sociale svolgono diverse attività in queste aree.

In questa pluralità di voci e di presenze si ritiene che la scuola possa essere un punto fondamentale di questo percorso formativo: gli insegnanti, dopo una fase di formazione relativa ai contenuti e alle metodologie di W l’amore, realizzano in classe le prime quattro unità inerenti i cambiamenti nell’adolescenza, i modelli maschili e femminili, le relazioni affettive e amorose, l’autodeterminazione, l’assertività e il rispetto nelle relazioni. L’ultima unità didattica viene realizzata dagli operatori degli Spazi Giovani o dei Consultori, per affrontare gli argomenti legati a sessualità, contraccezione e prevenzione di infezioni sessualmente trasmissibili. Si ritiene che la collaborazione fra scuola e servizi socio-sanitari, comprendendo anche gli educatori che affiancano i ragazzi in attività socio-educative pomeridiane, rappresenti uno dei punti forti del progetto e offra ai preadolescenti e agli adulti la possibilità di conoscere gli Spazi Giovani a loro dedicati, a cui rivolgersi in caso di bisogno di informazioni o consulenze.

L’altra componente fondamentale e imprescindibile è rappresentata dai genitori, ai quali viene presentato il progetto a inizio anno scolastico, affinché ne conoscano i principi e i contenuti e possano esprimere valutazioni e domande. Questi incontri sono spesso occasione di confronto sui temi della crescita e dei cambiamenti dei figli e del ruolo educativo della famiglia in questa fase di vita, con la possibilità, su richiesta, di approfondire tali tematiche con ulteriori incontri.

W l’amore ritiene quindi indispensabile ed efficace la realizzazione di una rete fra i diversi soggetti che sono a contatto con i giovani al fine di promuovere una sinergia e un confronto, pur nei differenti ruoli e competenze, fornendo informazioni corrette e aiutando tutti e tutte a crescere con maggior consapevolezza, rispettando scelte, orientamenti e valori, nella loro pluralità. È una sfida importante che richiede apertura e disponibilità al confronto, per costruire una realtà dove possano coesistere esperienze, percorsi e scelte personali diversificate.

http://www.wlamore.it

NOI SIAMO INFINITO

Tratto da un romanzo diventato un cult generazionale, il film, diretto dallo stesso autore Stephen Chbosky, si incentra sul difficile percorso di crescita di Charlie, adolescente intelligente e insicuro, segnato da un passato doloroso.

Boris Sollazzo my movies.it

Charlie Kelmeckis è un nerd che legge tanto e parla poco. Sguardo triste, due dolori, due perdite scavano dietro quel sorriso dolce di chi forse non sa aprirsi alla vita, ma ci prova con tutte le sue forze. Charlie è intelligente, ma la sua testa, a volte, vaga. Forse per non tornare dov’è stata. Charlie è soprattutto un adolescente, uno che sta vivendo un’età in cui tutto è drammatico ed entusiasmante. Soprattutto se davvero hai una tragedia che ti cova dentro mentre stai vivendo qualcosa di meraviglioso.
Della prima, non vi diremo. Potreste saperla solo se aveste letto “The Perks of Being a Wallflower”, romanzo cult oltreoceano uscito nel 1999 a firma di Stephen Chbosky. Struggente racconto epistolare di un anno vissuto pericolosamente che diventa tredici anni dopo un film. E a dirigerlo è quello scrittore che sapeva far vibrare ogni corda, dell’animo e musicale, dei suoi lettori. Risultato: un gioiello, un film che aderisce a tutti e cinque i sensi, perché ti porta, se sei stato Charlie, al profumo della tappezzeria delle feste come a quello del tuo primo amore, alla vista terribile e straordinaria di quella scuola che è tutta contro di te, al gusto che hanno le prime esperienze, anche e soprattutto quelle proibite. All’ascolto della tua musica (da Bowie agli Smiths), quella che tu, ragazzo nato negli anni ’70 hai riunito o regalato nelle compilation su audiocassetta, perché eri costretto a scegliere, selezionare, amare non avendo la playlist infinita e troppo facile di un iPod. E aderisce al tatto: perché un tappeto può essere troppo soffice in certe serate. E se sei fortunato, in un tunnel, tutto questo si riassume in pochi, indimenticabili secondi di una canzone che dovrete indovinare senza Shazam. E che è la hit della colonna sonora della vita di questo ragazzo, uno che lega la sua vita precedente e quella attuale con un vinile dei Beatles. Uno giusto, insomma.
Charlie vive i suoi 16 anni alla grande e lo deve a Patrick e Sam. Loro sono all’ultimo anno: lui è gay, lei quand’era matricola ha provato ogni esperienza, stupefacente e non. Insieme sono una squadra meravigliosa. In tutti i sensi: perché vuoi loro bene da subito, così fragili e coraggiosi, divertenti e improvvisamente sensibili. Perché i tre attori che li interpretano sono il meglio della loro generazione: l’anticarisma di Logan Lerman (lo sapevamo che Chris Columbus non poteva essersi sbagliato a sceglierlo per Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo) è frutto di un talento che passa per i suoi occhi e la sua postura, che magari sbocciano in una festa in cui decide di ballare, eroe di tutti gli sfigati del mondo perché vince la paura, e lo fa perché con lei ci convive ogni giorno. E con lui c’è Ezra Miller, uno che ha tenuto testa a Tilda Swinton in E ora parliamo di Kevin, che si è fatto notare in Afterschool e che qui è straordinario persino quando è la diva del Rocky Horror Picture Show. E che dire di Emma Watson? Già nella saga di Harry Potter era l’unica attrice vera tra gli interpreti minorenni, qui si consacra: con quella bellezza inusuale che ti mette spalle al muro, con l’inquietudine di chi ha deciso di reagire e farcela, quando tutti la schiacciavano sotto il peso dei suoi errori. Con quella dolcezza che non è mai mielosa, ma necessaria, naturale, irresistibile.
Noi siamo infinito è un film d’amore, nel senso più nobile del termine. Di quanto possa far male se dato nel modo sbagliato, di come possa unire anime gemelle e affinità elettive altrimenti destinate a rimanere divise, di quante forme abbia e soprattutto, come dice il prof di Charlie, un Paul Rudd come sempre perfetto anche in un piccolo ruolo, sul fatto che “accettiamo l’amore che pensiamo e crediamo di meritare”. E se sei come Charlie, è sempre troppo poco. Se sei come lui, vivi pensando che lo meritino solo quelli che ami. Ma non il tuo. E quando cerchi di prendertelo o di dare quel sentimento puro (e duro) a qualcuno, lo fai ferendo qualcuno. Perché non sei abituato, perché non sai come essere felice.
C’è Alta fedeltà e c’è John Hughes dentro le parole e le immagini di Chbosky, ma c’è anche l’urlo allegro e malinconico di una generazione speciale, che ha vissuto il progresso, la musica a portata di mano, senza perdere quel gusto che la faceva rimanere un privilegio e non qualcosa che potevi avere solo con un clic del dito su una tastiera. Ed è la metafora di quel mondo, di questo cinema, di una storia che racconta che, come tutte le rivoluzioni, ogni adolescenza è diversa e originale, ma allo stesso tempo rimane una malattia endemica ed epidemica. Da cui peraltro, lo dimostrano le lacrime e i sorrisi che dedicherete a questa pellicola, nessuno vuole davvero staccarsi. Pur senza volerci tornare mai.

“Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”

Si chiama “cutting”, è la non recentissima ma ora dilagante nuova frontiera dell’autolesionismo giovanile, c’è chi utilizza lamette, chi vetri, chi addirittura lattine usate, gli psicologi di solito cauti con le cifre, parlano di “epidemia” di giovanissimi che si tagliano. “Quanti? Sempre di più, almeno quelli che vediamo nel nostro consultorio, e la prevalenza è femminile, ma il fenomeno è talmente in evoluzione che è impossibile avere numeri certi”, conferma lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, fondatore del gruppo “Minotauro”, una grande esperienza clinica tra i giovanissimi.

Le Inchieste di Repubblica http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/06/24/news/allarme_cutting-89899322/

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Benedetta dice che quelle cicatrici sono le sue ferite di guerra. Lunghi fili sottili come corde di violino sulle braccia e sulle gambe. “Quando esce il sangue la pelle brucia, ma dentro, nel cuore, arriva la tranquillità”. Per tagliarsi Benedetta utilizza sempre la stessa “arma”: il suo vecchio coltellino da scout rigorosamente disinfettato e pulito, custodito con cura nella tasca dello zaino. Poi il taglio diventa un “selfie” che Benedetta invia e condivide con le altre, le ragazze “cutter”, adolescenti come lei che si feriscono e si fanno male, che martirizzano la propria pelle con un’infinità di piccole e grandi lesioni, unico anestetico, spiegano, a qualcosa che duole ancora di più.

Alcune stime ipotizzano il 10% dei teenager tra i 13 e i 16 anni, dunque oltre duecentomila adolescenti. Spiega Charmet: “Tagliarsi è un rito ipnotico e catartico. Il coltello che scava nella pelle, la vista del sangue, il batuffolo d’ovatta che si macchia, la ferita che diventerà una cicatrice e dunque un trofeo. Può essere la rabbia contro un’ingiustizia subita, un rifiuto amoroso, un fallimento a scuola: si volge il coltello contro se stessi quando ci si sente impotenti di fronte ad un dolore, un sopruso, una delusione. Attenzione però: anche se i ragazzi fanno di tutto per nascondere quei segni coprendoli con i pantaloni, sotto le maniche lunghe, l’autolesionismo è un gesto contro di sé che vuole parlare agli altri. Un grido d’aiuto insomma”.

Come quello di Benedetta. Che ha diciassette anni e da due anni si taglia. Si fa male. Infiniti segni sulla pelle. “Ho iniziato quando i miei genitori si sono separati. Soffrivo ma lo nascondevo. Volevo restare la ragazza più-che-perfetta di cui erano sempre andati fieri. Ma nello studio perdevo colpi, e tagliarmi mi dava sollievo. Il dolore della lama, il sangue caldo: chiudevo la porta del bagno della scuola, l’ansia scompariva e alle interrogazioni vincevo di nuovo…”. Fino ad una notte d’estate quando Benedetta nel sonno “perde il controllo”, scopre un braccio e sua madre vede per la prima volta le cicatrici. “Mi sono svegliata e l’ho sentita piangere accanto a me: pensava che quei segni fossero i buchi dell’eroina. Le ho raccontato tutto: ho accettato di curarmi, capisco di avere un problema, ma non ho ancora smesso”.

E sono proprio gli psicologi che hanno i centri di ascolto nelle scuole ad aver lanciato l’allarme sulla diffusione “epidemica” del cutting, e sulla sua replicazione virale attraverso ogni tipo di social e in particolare su “Tumblr”. Dove però Aurelia, 16 anni, invece scrive: “Mi ferivo perché non ne potevo più di essere sola. Perché le altre mi avevano isolata. Adesso quando ho voglia di tagliarmi invece di prendere la lametta mi disegno una farfalla sulle braccia, sui polsi, sono piena di farfalle dappertutto…”.

In realtà “The butterfly project” è una vera e propria disintossicazione dall’autolesionismo, un percorso complesso dove il disegno della farfalla è soltanto il primo passo per tornare a prendersi cura di sé. E di quella farfalla da non uccidere e da non ferire si occupa l’Asif, “Adolescent Self Injury Foundation“, team formato da medici, psichiatri, psicoterapeuti ma anche da genitori di ragazzi “cutter” ed ex pazienti oggi guariti, prezioso riferimento per chiunque tenti di uscire dalla dipendenza del farsi male. Le ragazze soprattutto. Sembra strano infatti, ma nell’età in cui è più forte l’esaltazione estetica, aggiunge Charmet, “le adolescenti maltrattano il proprio corpo con tagli, cicatrici, piercing, sfogano la propria rabbia contro quel fisico a cui tanto tengono, così come da piccole riversavano le proprie sofferenze sulla bambola più amata, tagliandole i capelli o magari facendola a pezzi”.

Seduta ai tavolini di un caffè-bistrot nel parco romano di Villa Pamphili, Maria Teresa, 15 anni, accompagnata dalla madre Sara, mostra i “disegni” sulle sue braccia. Una specie di scacchiera di graffi e croste, il segno nitido della lametta o di qualche punta aguzza, tagli recenti, freschi, terribili. “Parlo soltanto perché me l’ha chiesto mia madre e perché ho deciso di smettere. Mi ferisco quando sto male, quando il mondo mi rifiuta, quando mi sento brutta, quando i ragazzi non mi invitano ad uscire, quando tutto mi sembra inutile. E’ una liberazione, sapete? Il sangue è rosso, è vita… Lo faccio qui, al parco, con le forbicine, il rasoio, con quello che capita. Ma per il resto sono normalissima, vado bene a scuola, se non avessi chiesto aiuto io a mia madre, nessun a casa si sarebbe accorto di nulla”.

La pelle, diaframma tra il dentro e il fuori. Sara annuisce, con tristezza. “La verità è che da tempo Teresa non faceva più vedere il suo corpo a nessuno, nemmeno a me. Maniche lunghe, pantaloni, calze scure. Forse perché è un po’ tonda, mi dicevo, un po’ in sovrappeso, capita che molte ragazze nell’adolescenza entrino in crisi con la propria immagine. Ripassavamo insieme la sera, mi raccontava della scuola, delle amiche… Quanto sono stata superficiale. Poi qualche settimana fa Teresa è corsa da me in lacrime: una delle ferite si era infettata, il braccio era gonfio e lei scottava. Ci siamo abbracciate e l’ho portata di corsa al pronto soccorso. Adesso Teresa è in terapia. E anch’io”.

Federico Bianchi di Castelbianco, dirige l’Ido, l’Istituto italiano di ortofonologia, storico centro per i disturbi del linguaggio e di psicoterapia dell’età evolutiva. Ed è proprio degli psicologi dell’Ido che lavorano nelle scuole secondarie l’ultimo allarme sul “cutting” tra gli adolescenti. “Sono decine i ragazzi che rivelano questa pratica nascosta nei nostri centri di ascolto, con fenomeni di emulazione sempre più diffusi. Dicono che quei tagli tolgono il dolore e restituiscono la vita. Spesso è un senso di inadeguatezza che li tormenta. Molti per fortuna smettono da soli… Ma noi intercettiamo soltanto una piccola parte del fenomeno, soltanto i ragazzi che scelgono di bussare alla porta dello psicologo scolastico. E quei pochi sono già disponibili a farsi aiutare. Il problema sono tutti gli altri che continuano a farsi del male”.

Scrive sul profilo Facebook “Rosso sangue” autolesionista anonima: “Non chiedermi perché mi taglio, non farmi domande stupide. Quando non ce la fai più in quale modo devi abbandonare il dolore… E a volte non hai scelta di fronte a quella dannata lametta”.

ADHD e compiti a casa. Sopravvivere in 4 fasi

di Anna La Prova http://www.forepsy.it/index.php/adhd-e-compiti-a-casa-sopravvivere-in-4-fasi/

“Marco si alza dalla scrivania, perchè per la terza volta ha fatto cadere la matita, dopo averla raccolta dice che deve temperarla e dopo che la mamma gli fa notare che è abbastanza appuntita, sbuffa e si accascia sul quaderno … La mamma si spazientisce ‘Vogliamo andare avanti o vuoi stare qua tutta la sera!’, Marco sicuramente non ha voglia di stare lì tutta la sera, ma quell’operazione di matematica è troppo frustrante e faticosa da affrontare in quel momento, soprattutto con la prospettiva di dover fare anche tutti i compiti di italiano e di inglese … Marco passerà un altro pomeriggio seduto alla scrivania, senza concludere nulla, piangendo e litigando con la mamma … “

I bambini ADHD hanno una difficoltà specifica nell’organizzazione e nella gestione dei compiti complessi, ecco perchè fare i compiti è una sfida piuttosto difficile per loro, perchè significa dover tenere in considerazione una miriade di informazioni contemporaneamente, come quali materie hanno per il giorno dopo, che compiti gli sono stati assegnati, con quali materiali devono realizzarli e molto altro.

Per alcuni bambini fare i compiti può risultare naturale o addirittura piacevole, per molti altri, la maggior parte, può diventare addirittura un incubo. Quello che manca, molto spesso, per riuscire, al di là di un problema reale di fragilità di autocontrollo e attenzione, è il saper impostare una serie di passi strategici da seguire. E’ fondamentale fornire al ragazzo, da subito un approccio strategico con cui affrontare il momento dei compiti, a partire dal chiedersi dove è meglio farli e in che modo. Di seguito descrivo 3 aspetti centrali su cui è utile ragionare ancor prima di “buttarsi” nella missione compiti: il Dove, il Cosa e il Come. Vediamoli nel dettaglio.

1) Dove. Iniziamo col dire che la prima cosa su cui riflettere nell’approcciare il momento dei compiti, per un bambino o ragazzo che abbia una fragilità nell’organizzazione, è di predisporre uno spazio adeguato. Quando parlo di spazio intendo anche la scelta della stanza più idonea, o della posizione in classe, in cui il bambino deve svolgere i compiti. E’ fondamentale che questo sia sempre lo stesso e che non venga modificato, ma è bene identificare una stanza ed anche una parte della stanza in cui posizionare la scrivania e fare in modo che il bambino faccia i compiti sempre in quel luogo.

Allo stesso modo, in classe, sarebbe opportuno evitare di far ruotare i bambini da un banco all’altro, ma garantire lo stesso tipo di posizione spaziale, in modo che il bambino abbia dei punti di riferimento fissi. Il secondo aspetto da curare, è l’assicurarsi che il bambino metta sul banco, o sulla scrivania dove è solito fare i compiti, solo il materiale che gli occorre per il tipo di compito specifico che sta per fare.

 2) COSA. La seconda cosa da fare è aiutare il bambino a chiedersi “Cosa devo fare oggi?” . A questa domanda sarà più facile rispondere se avrete già predisposto insieme un calendario della settimana, meglio se un cartellone ben visibile attaccato nei pressi della scrivania, con su scritti i vari compiti che in genere vengono assegnati per quel giorno specifico,Ad esempio il lunedì in genere mi assegnano i compiti di matematica per il venerdì; il martedì in genere ho da fare i compiti di italiano per il giovedì.

3) COME. A questo punto dovrai aiutare il bambino a rispondere alla domanda “Come lo posso fare?”, identificando insieme a lui dei passi per procedere nei compiti. Uno degli aspetti che spesso scoraggia i bambini (ed anche gli adulti) è visualizzare i compiti da fare come una quantità vaga ed indefinita di azioni, riuscire ad identificare un passo alla volta, può essere molto più incoraggiante per entrambi.

Una strategia che funziona molto, soprattutto coni bambini più piccoli, è quella di proporgli i passi per realizzare un compito, come le fasi di un piano speciale da completare. Può essere utile associare l’idea delle fasi ai passi che deve compiere un supereroe. Un eroe a cui io faccio riferimento spesso, quando lavoro con i più piccoli, è l’agente speciale OSO, un cartone animato in cui un orsetto deve riuscire a realizzare delle missioni speciali e per farlo deve seguire 3 fasi. In genere propongo al bambino le seguenti fasi :

  • fase 1: capire cosa fare;
  • fase 2 : capire come lo posso fare
  • fase 3: realizzare il come
  • fase 4: controllare se ho fatto bene.

L’idea di realizzare delle fasi, come un eroe in una missione speciali, piace molto, risulta motivante e “allena” alla capacità di affrontare un problema in modo ordinato e strategico, piuttosto che ad agire per tentativi ed errori senza un piano preciso.

Poichè le immagini sono molto efficaci per i bambini, e per i bambini con fragilità d’attenzione lo sono in particolar modo, ecco che le fasi possono essere tradotte in immagini su un cartoncino.

Si potrebbero, ad es., creare dei cartoncini, 1 per ciascuna fase, in cui il bambino “disegna” ciò che deve fare in ciascuna fase. Si possono creare ulteriori cartoncini, che costituiscono dei bonus, che il bambino può spendere tra una fase e l’altra per fare una pausa, potrebbero essere il bonus “merenda”, il bonus “mi stiracchio 2 minuti”, il bonus “faccio una pausa più lunga giocando un po”. L’importante è dare la possibilità di autoregolare anche i momenti di “stop”. Si possono predisporre i cartoncini sulla scrivania e man mano che una fase è realizzata, si possono capovolgere, questo darà a tutti il senso che “stiamo procedendo” e incoraggia, orienta, contiene, rammenta!

L’idea di dover affrontare i compiti a piccoli passi, con la possibilità di pause programmate, piuttosto che percepirli come un periodo lungo e indefinito di fatica, aiuta molto sia il bambino che chi gli sta accanto.

Datini di Prato, il preside vieta minigonne, calzoni corti e canottiere scollate

Repubblica Prato, il preside vieta minigonnedi MARIO NERI

Salgono le temperature, arriva l’estate e gli studenti dell’istituto alberghiero Datini di Prato si vedono consegnare attraverso una circolare del preside, le norme sull’abbigliamento: vietate le minigonne, i pantaloni corti, vietate le canottiere troppo scollate. Sono invece ammessi i bermuda. Il preside, Daniele Santagati, precisa cosa si può indossare e cosa no a scuola e la circolare fa subito arricciare il naso a qualche alunno e a qualche genitore. Va detto che il preside sostiene che non è nuova la decisione e che anche negli anni passati era in vigore nell’istituto alberghiero dove comunque i ragazzi nelle ore di esercitazione devono indossare la divisa. E’ una questione, spiegano alla scuola, di rispetto del luogo. Insomma il messaggio è spogliatevi pure, ma con criterio.
Lo hanno già fatto alcune scuole nel nord Italia. La notizia è stata diffusa questa mattina dal Tirreno. Quello dell’abbigliamento off limits è un tema che fa discutere. Da un parte, i contrari senza se e senza ma, convinti che si tratti di misure proibizionistiche; dall’altra, chi pensa che gli eccessi e l’esuberanza siano in qualche modo da limitare all’interno della comunità scolastica. “Non capisco tutto questo clamore – dice a Repubblica il preside Daniele Santagati– è una circolare applicata da anni. E per una ragione molto semplice e credo di buon senso: all’interno delle istituzioni si deve tenere un abbigliamento consono e rispettoso. E che alcuni ragazzi arrivino in pantaloncini corti e canottiera non mi pare una forma di rispetto per la scuola. Lei andrebbe vestito così al lavoro?”. Ma le minigonne sono un capo ormai sdoganato dagli anni ’60? “Guardi – continua il preside – in questo istituto c’è massima libertà di espressione, figuriamoci. Ci sono etero, gay, lesbiche, ognuno può manifestare la propria personalità come vuole , ma la scuola è un luogo dove si viene per studiare, non per esibirsi. Le gonne, ovviamente, entro un certo limite sono consentite. Ma non è che potessi scrivere “vietate le minigonne ascellari” su una circolare no? E poi, qui ci sono 1.300 studenti, metà dei quali femmine. E gli uni e le altre devono stare seduti uno accanto all’altro per 5 ore al giorno. E i ragazzi devono seguire le lezioni non essere distratti”.

 

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

La collezione web curata dai teenager

PALAZZO GRASSI TEENS è un sito in cui i contenuti sono scelti, discussi e mediati dagli adolescenti, con un approccio peer to peer, coinvolgendo le scuole

L’ ULTIMO progetto promosso della François Pinault Collection di Venezia si chiama “Palazzo Grassi Teens”. E’ un website in cui i contenuti, accessibili tramite queries per artista o per tema, sono scelti, discussi e mediati dai teenagers, con un approccio peer-to-peer. «Il nostro interesse per questo target di pubblico è nato nel 2011, quando abbiamo partecipato a un progetto internazionale della Tate, Turbine Generation» racconta Marina Rotondo, responsabile Servizi educativi. «Attraverso il progetto, rivolto a scuole medie e superiori, abbiamo capito il valore del lavoro svolto con gli adolescenti, l’importanza strategica di questi visitatori e il ritardo dei musei italiani nei loro confronti. Da lì abbiamo cominciato a seguire l’attività di molte altre istituzioni, in particolare i programmi guidati da Mike Murawski al Portland Art Museum, da Silvia Filippini Fantoni all’Indianapolis Museum of Art e da Chelsea Emily Kelly al Milwaukee Art Museum. Abbiamo anche cominciato a seguire conferenze e incontri internazionali (MuseumNext, Museums and the Web, Museum Ideas, Meet the Media Guru, Giffoni Film Festival…), a conoscere colleghi di altri musei, e abbiamo scoperto altre ottime pratiche, per esempio, l’attivita di coinvolgimento diretto del pubblico svolta dal Derby Museum Trust a Derby, nel Suffolk».

Il lavoro per “Palazzo Grassi Teens” ha preso il via nel settembre 2014. Ha impegnato 220 ragazzi (dieci classi), venti insegnanti, quattro tutor (di cui un videomaker), tre staff members per progettazione/coordinamento, due graphic designer, due sviluppatori. La sfida: «Essere autenticamente digitali, accessibili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, alzare l’asticella dell’ambizione, passando da singole esposizioni temporanee all’intera collezione Pinault presentata negli spazi espositivi a Venezia, costruire una content library della nostra collezione fondata sul punto di vista dei teenagers». Gli adolescenti, cui fa riferimento il team di Palazzo Grassi, sono gli adolescenti fotografati da Michele Serra negli “Sdraiati”. «Ragazzi, cui apparentemente non interessa granché di quello che dicono gli adulti, genitori, insegnanti, guide museali» prosegue Marina Rotondo. «Quello che conta per loro è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione». Sia nel mondo fisico, sia in quello digitale.

La strategia di coinvolgimento messa a punto dal team della Pinault Collection è un mix tra i due: «La nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone».  Prima di “Palazzo Grassi Teens”, Pinault Collection ha rilasciato “Detto tra noi”, un’app dedicata alla mostra “Prima Materia”, una videoguida dei ragazzi per i ragazzi. «A decidere cosa dire e come dirlo sono stati i teenegers: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, parlano di Duchamp e di Mickey Mouse, di Tupac Shakur e di Italo Calvino, di Black Power e di Minimalismo, di Star Wars, Pasolini, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano alla propria vita. Imparano che di ombre hanno parlato Dante e Masaccio prima di Loris Gréaud. Constatano che il teschio è apparso nelle danze macabre medievali prima che nelle vetrine di Sherrie Levine. Grazie a David Hammons scoprono Tommie Smith che alza il pugno alle Olimpiadi di Città del Messico e tramite l’Arte Povera ricercano gli slogan urlati dagli studenti nel ‘68, argomenti per cui a scuola o a casa spesso non c’è spazio, accaduti in un passato troppo recente per essere considerato Storia». Il goal? Un nuovo pubblico. Nelle sale espositive, sul web. Ma non solo. «Attraverso l’innovazione il museo migliora la propria reputazione come luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione».

Susanna Legrenzi. NOVA Il Sole 24ore

http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-collezione-web-curata-dai-teenager

Telefono Azzurro: Periscope, non lasciamo bambini e adolescenti in balia della rete

L’Associazione interroga le istituzioni competenti sui rischi che la nuova App di Twitter comporta per i più piccoli.

Le istituzioni e le autorità competenti, a livello nazionale ed europeo, devono opportunamente regolamentare l’utilizzo di Periscope, la nuova App gratuita di Twitter che consente il live streaming attraverso smartphone. A lanciare l’appello è Telefono Azzurro.
Periscope, se usato correttamente, è uno strumento dalle enormi potenzialità, ad esempio nel campo della cultura, del giornalismo o dell’intrattenimento. Non possiamo però, spiega Telefono Azzurro nascondere i rischi che può comportare per bambini e adolescenti l’utilizzo indiscriminato dello streaming video, diffuso on line in tempo reale. Si stanno moltiplicando infatti le segnalazioni di giovanissimi ripresi a loro insaputa nelle aule di scuola, per strada e in altri luoghi pubblici da coetanei o da adulti, nella quasi totalità dei casi senza alcuna autorizzazione, calpestando così ogni diritto alla propria privacy.

Telefono Azzurro fa anche notare che Periscope, abbattendo la distanza temporale tra le realizzazione di un video e la sua diffusione, lascia intravvedere anche un suo rischioso utilizzo per atti di cyberbullismo. Le vittime dei bulli sono infatti esposte a umiliazioni in diretta, senza filtro, davanti agli occhi di un pubblico potenzialmente illimitato che può commentare e insultare senza alcun rischio. È necessario trovare al più presto, attraverso la collaborazione propositiva di associazioni, istituzioni e aziende, soluzioni nuove che possano conciliare il più possibile la libertà d’espressione con i diritti inviolabili delle persone, in particolare quelli dei più piccoli e dei più indifesi.

Per questo motivo Telefono Azzurro chiede a Twitter uno sforzo maggiore per tutelare tutti i ragazzini che possono iscriversi e usare sia il social, sia la App. In particolare, chiede a Twitter una maggiore chiarezza sulla policy e su ciò che ne costituisce una violazione e al Garante per la protezione dei dati personali di vigilare sui diritti dei soggetti più deboli.

Ai genitori chiede, invece, una maggiore responsabilità: essi hanno infatti il compito-dovere di informarsi su questi strumenti e di educare i propri figli a un uso attento e rispettoso della rete, anche attraverso il proprio esempio. Non lasciamo i ragazzi da soli con uno strumento che non possono essere in grado di gestire, anche se cattura la loro attenzione e accende la loro curiosità.

http://www.vita.it/it/article/2015/04/23/telefono-azzurro-periscope-non-lasciamo-bambini-e-adolescenti-in-balia/132906/

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