#IO LEGGO PERCHE’

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Studenti di ogni età, insegnanti, genitori e nonni sensibili, lettori appassionati e non, librai e bibliotecari possono iscriversi e diventare Messaggeri.
Ognuno con la propria motivazione e la libertà di scegliere il grado di coinvolgimento, porteranno #ioleggoperché nelle librerie, nelle scuole, nelle aziende, sul web e ovunque sarà necessario, per contribuire a un grande progetto: far nascere e crescere biblioteche scolastiche su tutto il territorio italiano.
Sei il Messaggero che stiamo cercando?

Librerie in prima linea per le scuole  Sono tante le Librerie che hanno aderito fin da subito alla seconda edizione di #ioleggoperché e altre stanno arrivando in questi giorni, tutte pronte a sostenere la creazione e l’arricchimento delle biblioteche scolastiche.

#ioleggoperché per le biblioteche scolastiche

Sei una scuola primaria o secondaria di I o II grado? L’edizione di #ioleggoperché di quest’anno è dedicata principalmente a te, con un obiettivo molto ambizioso: promuovere la creazione e lo sviluppo di biblioteche scolastiche. 
Le biblioteche scolastiche sono un luogo importante per accendere la passione della lettura, fin dalla più tenera età. È per questo che abbiamo pensato di organizzare una grande raccolta di libri che andranno ad arricchire il patrimonio librario a disposizione dei tuoi studenti. Questo grazie al contributo di tutti i cittadini appassionati e responsabili, che saranno chiamati in Libreria, tra il 22 e il 30 ottobre 2016, per scegliere un libro, acquistarlo e donarlo a una Scuola statale o paritaria.

http://www.ioleggoperche.it/it/home/

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«Cappuccio in testa e sms in arabo» Quando Meriem ha scelto la jihad

Le amiche e la prof della 20enne padovana fuggita in Siria. «Ci ridevamo su ma non scherzava»

di Andrea Priante pubblicato su http://www.corriere.it/cronache/

Oggi è un soldato con il volto da ragazzina. Le ultime notizie la danno sotto le bombe di Raqqa, in Siria, vicina alla brigata «Al Khansaa», il gruppo composto esclusivamente da combattenti donna che ha il compito di far rispettare la sharia tra le concittadine. A costo di torturarle, se fumano una sigaretta o indossano un velo troppo corto.

Ma Meriem Rehaily — la foreign fighter ricercata dalla Procura antiterrorismo di Venezia — ha trascorso un’adolescenza «normale» ad Arzegrande, provincia di Padova, dove ora mamma e papà si disperano e ripetono che la loro era una brava figliola e di certo è stata plagiata dai reclutatori dell’Isis. Ma è proprio dietro quella quotidianità fatta di uscite con le amiche e spritz in centro, che è maturata l’idea di fuggire di casa, il 14 luglio dello scorso anno, e arruolarsi nelle fila del Califfato.

All’epoca, Meriem frequenta ancora l’istituto tecnico di Piove di Sacco. Ed è un’insegnante ad accorgersi che c’è qualcosa di inquietante in quella studentessa. La conferma le arriva da due temi (subito consegnati ai carabinieri) nei quali la ragazza scrive frasi come: «L’Islam prenderà il potere (che quasi ci siamo) saremo in grado di distruggere queste organizzazioni, che sono i veri nemici dell’Islam».

La professoressa di Lettere convoca l’allieva. Ai carabinieri del Ros di Padova, racconterà: «Meriem mi confidava il suo interesse per l’integralismo islamico, al quale nessuno l’aveva instradata. E di aver coltivato da autodidatta l’interesse per l’informatica». Da mesi la studentessa si è costruita una seconda identità virtuale. Su Twitter si fa chiamare «Rim l’italiana» e con l’account «Technicalisis» fa propaganda per i terroristi. Ma Anonimous, la rete di pirati informatici, l’ha messa nel mirino.

«Mi chiese se avessi mai sentito parlare di “Rim”, e mi rivelò che era lei stessa: un’hacker ricercata da Anonyimous». Era spaventata a morte. «Mi chiese di diffondere un messaggio ai suoi compagni di classe perché temeva di essere presto arrestata e voleva che dicessi a tutti che lei ce l’aveva solo con gli americani e non con gli italiani».

Alla prof di cui si fida, Meriem racconta anche lo choc che l’ha spinta a sposare la causa dell’Isis. L’insegnante la definisce «una spinta emozionale nata dall’aver visto sul web dei video in cui soldati americani usavano violenza sessuale nei confronti di donne musulmane. Mi diceva che non riusciva più a vivere normalmente ora che sapeva cosa accadeva nel mondo».

All’incontro, la studentessa si presenta in compagnia di una compagna di classe. «Meriem spiegava di non aver fatto nulla di male — ha raccontato l’amica ai carabinieri — ma la professoressa le ricordava che il terrorismo non era soltanto mettere le bombe ma anche supportare con attività di propaganda. Le disse anche che voleva aiutarla…».

Niente da fare: la studentessa ha troppa paura di finire nei guai e alla compagna manda un messaggio sul telefonino: «Spero di finire quest’anno, dopo sparisco. Non ho altra soluzione che andare lì». In Siria. Anche le amiche sono preoccupate. Dai verbali dell’inchiesta emerge il baratro nel quale la studentessa sta precipitando. «Ho notato dei cambiamenti in lei: nell’ultimo anno. Meriem era sempre con il telefono in mano e scriveva in arabo a degli uomini. Lei ne aveva proprio bisogno, sembrava non potesse evitarlo. I professori l’hanno spesso richiamata (…) e quando succedeva, davanti a loro fingeva di essere accondiscendente ma poi, quando rimanevamo solo tra studenti, diceva che l’Isis faceva bene a fare quelle azioni terroristiche».

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UN PADRE, UNA FIGLIA un film che parla (anche) al cuore degli italiani

Un padre, una figlia: il dramma etico firmato Cristian Mungiu
Alfonsina Merola http://www.mondofox.it/

Un padre, una figlia è un film esistenziale e sociale allo stesso tempo. Cristian Mungiu riesce a fare una panoramica esistenziale e sulle numerose contraddizioni della vita.

Il regista ha realizzato un film che è esistenziale e allo stesso tempo sociale, perché essere genitori o vivere rapporti umani affettivi e intimi non è mai indipendente dalla sfera pubblica e sociale.

È proprio il mondo esterno, quello stesso che apparentemente sembra solo sfiorarci, che involontariamente ci forma. Dalla vita esperienziale familiare e sociale nascono i desideri che si intendono perseguire, nascono gli ideali, il concetto di bene, di giusto, di lealtà e così via.

In Un padre, una figlia cosa sbaglia il genitore secondo il punto di vista di Cristian Mungiu?

In generale è la trasposizione della vita di un genitore che, consapevolmente o inconsapevolmente, nel momento stesso in cui mette al mondo un figlio, riversa su quest’ultimo tutte le proprie insoddisfazioni. Ed entrano gioco anche i sogni inseguiti in passato, che si sono spezzati durante il corso della propria esistenza e che, magari, sono diventati rimpianti se non addirittura rimorsi.

Con il senno di poi si capisce dove si è sbagliato e si vorrebbe evitare gli stessi errori ai propri figli, dirigendo la loro vita come dei direttori d’orchestra. O magari si vorrebbe rivivere attraverso l’età del figlio una nuova vita, fatta di meno errori rispetto al passato.

Un padre, una figlia: il sogno di Romeo

Ma un figlio non è un prolungamento della giovinezza sfiorita e passata: è semplicemente una vita nuova, con desideri che, magari, possono essere diversi da quelli dei genitori. Perché tutto scorre veloce tra un passaggio di un’età ad un’altra, tra una vita e un’altra.

Il regista mostra come dalla strada principale di una singola vita si possano diramare altre strade secondarie, completamente diverse tra loro e che mostrano i vari lati di una stessa persona. Perché la vita è anche questo: contraddizione perenne.

Può succedere prima o poi di cedere ad un principio, che si era creduto essere un caposaldo della propria esistenza.

In Un padre, una figlia viene anche mostrato il concetto di bene malsano, che può portare una coppia a restare insieme per un’idea di “bene” falsa. Tradotto in azioni, questo si traduce in indifferenza verso una persona con cui si divide solo un tetto e dove la comunicazione è pressoché inesistente.

E seguendo queste convinzioni si va avanti, si costruisce un’esistenza fatta di rimpianti e di tante sfumature di noia e rassegnazione. Fino a quando la vita, fragile come un vetro sottile, va in frantumi a causa di un sasso lanciato all’improvviso contro questo vetro. E tutto improvvisamente appare fragile, spezzato e difficile da assemblare di nuovo senza lasciar vedere i segni provocati dalla rottura.

La Trama del film continua a leggere su http://www.mondofox.it/

Imparare a Memoria a Scuola È Essenziale

Si è molto discusso, e ancora molto di discute, sull’opportunità di fare imparare a memoria a scuola. La nostra generazione viene da una tradizione didattica in cui questo era la base dell’apprendimento.

Si studiavano a memoria le poesie, i canti della grande guerra o della Resistenza, la nomenclatura geografica, le tabelline; poi, declinazioni e coniugazioni, i paradigmi dei verbi greci, i vocaboli delle diverse lingue.

Arrivati al liceo ti avvisavano che il tema di letteratura richiedeva citazioni dei testi e che non ti potevi avvalere dell’antologia durante la redazione: Quindi, o imparavi a memoria quel che dovevi citare, e non citavi e andavi incontro a un esito infausto.

articolo pubblicato su http://www.youreduaction.it/

A corredo di questo dispositivo vi erano gare dei verbi, tornei di tabelline, interi pomeriggi a voce alta: un vero e proprio sistema di apprendimento costruito sulla ripetizione, di cui erano parte integrante, come gli studi sull’oralità hanno dimostrato, per l’appunto l’agonistica e la mnemotecnica.

Negli scorsi decenni, il fatto che l’apprendimento mnemonico fosse uno dei principali ingredienti dell’istruzionismo (lezione frontale + memorizzazione + ripetizione), l’affermarsi delle prospettive costruttiviste e la crescente disponibilità di “memorie digitali” hanno prodotto una lenta liquidazione della memoria e della sua funzione in relazione all’apprendimento.

Perché imparare a memoria, se quei contenuti sono comunque disponibili?

Non è meglio liberare le nostre risorse mentali per compiti maggiormente complessi e livelli più alti di elaborazione cognitiva?

Così ha iniziato ad affermarsi una tendenza che ha portato al progressivo abbandono dell’imparare a memoria, guardato come un portato d’altri tempi che la naturale evoluzione della didattica avrebbe giustamente dovuto superare.

Oggi molti elementi che la ricerca ha messo a disposizione degli insegnanti sono in netta controtendenza rispetto a questa credenza.

Stanislas Dehaene, docente di neuroscienze cognitive, osserva che uno degli elementi che consentono di prevedere uno sviluppo adeguato delle competenze matematiche del bambino è legato proprio all’apprendimento mnemonico delle tabelline e di altri dispositivi (come semplici routine di soluzioni, i quadrati perfetti fino al 100, alcune radici quadrate, ecc…) che possono facilitarne il compito quando si troverà alle prese con problemi più complessi o concettualmente più complicati poiché potrà liberare, sulla base dell’acquisizione di questi automatismi, energie mentali per attendere a tali compiti senza impegnarle in questi compiti di routine.

In buona sostanza, Dehaene osserva che ha molte più possibilità di diventare bravo con la matematica un bambino che abbia imparato le tabelline a memoria rispetto a uno precocemente abituato a far conto sulla calcolatrice.

James Paul Gee (2007), professore di Literacy Studies alla Arizona State University, studiando i videogiochi come campi semiotici (cioè come fenomeni linguistici in tutto e per tutto simili ad altri mondi di significato con cui abbiamo a che fare nella nostra vita, dalla letteratura, a un programma televisivo, a una disciplina scolastica), evidenzia come in questo caso il compito della ripetizione sia affrontato di buon grado dal giocatore e da esso dipenda il buon apprendimento di come il videogioco funzioni.

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Il bambino e gli schermi

È vero che il web è pericoloso per i bambini? Genitori e insegnanti, che si servono spesso della rete a casa propria e nella vita privata, pare che ne abbiano paura quando si tratta dei loro figli o dei loro allievi. Gli adulti amano la tecnologia, i bambini e gli adolescenti anche, ma, paradossalmente, non riescono mai a usarla insieme. Come uscire da questo «blocco comunicativo» intergenerazionale e riuscire a far sedere genitori e figli e insegnanti attorno allo stesso «desco tecnologico»? In primo luogo sfatando, con una rigorosa analisi scientifica, pregiudizi e timori che non hanno ragione di essere.
Questo libro, a cura della prestigiosa Académie des Sciences, è l’equivalente di un insieme coordinato di Linee guida ai problemi che può comportare la progettazione e la gestione di servizi rivolti ai bambini e ai preadolescenti che utilizzino tecnologie digitali. Integrando i dati scientifici più recenti della neurobiologia, della psicologia, delle scienze cognitive, della psichiatria e della medicina, allo stesso tempo propone agli insegnanti, agli educatori – ma anche ad esempio al personale sanitario o a quello delle istituzioni museali – raccomandazioni semplici e operative che possano essere di aiuto nei differenti contesti. Uno strumento di straordinaria efficacia che risponde con chiarezza e scientificità alle domande che gli adulti si pongono ogni volta che un bambino entri in contatto con il mondo digitale, dallo smartphone al videogioco, all’ambiente di apprendimento virtuale.

Raccomandazioni per genitori e insegnanti 

Edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi

Anno: 2016 | Pagine: 223 | Edizione: Guerini Scientifica

http://guerini.it/index.php/il-bambino-e-gli-schermi.html

Adolescenti, abbiamo un problema: l’abuso di farmaci

Sono anziani e giovanissimi le categorie che abusano maggiormente di sostanze mediche. Per questi ultimi è spesso un problema di performance scolastica e di stress sociale

Partendo dal presupposto che per qualunque tipologia di farmaco si può sviluppare un abuso, vi sono comunque tre categorie di farmaci psicoattivi con il quale è più probabile che si cada in un comportamento di abuso: a) oppioidi per la gestione e la cura del dolore, b) depressori del sistema nervoso, prescritti per il trattamento dei disturbi del sonno e dell’ansia, e c) stimolanti prescritti per il trattamento dei disturbi del sonno e di deficit dell’attenzione e/o dell’iperattività (Baird, 2011).

Tutte le fasce d’età sono coinvolte e considerate a rischio di abuso, ma in modo particolare l’abuso di farmaci coinvolge gli anziani e i giovanissimi (Baird, 2011). Tra i fattori di rischio maggiormente associati all’abuso di farmaci vi sono quindi, oltre alla giovane età, l’avere seri e gravi problemi economici, avere problemi di depressione, essere dipendenti da nicotina, l’usare o l’aver usato in passato alcol e droghe, e il soffrire di un dolore cronico.

Se consideriamo che molte persone sono stressate dal lavoro o dall’enormità di materiale che devono imparare e/o memorizzare continuamente e quotidianamente, e se consideriamo che la loro vita sarebbe sicuramente più facile se esistesse un farmaco che avesse effetti positivi sulla performance cognitiva e sul benessere, allora è facile arrivare a pensare a come l’uso di farmaci possa facilmente diventare un comportamento d’abuso.

La letteratura utilizza il termine di neuro potenziamento (neuroenhancement) per riferirsi ai casi in cui viene fatto uso di farmaci per raggiungere gli scopi sopra descritti, soprattutto in considerazione del fatto che recentemente diverse sostanze e farmaci utilizzati per curare disturbi mentali e deficit cognitivi, vengono usati e abusati con scopi, appunto, di neuro potenziamento (Abraham, 2010). Esempio tipico è l’abuso di metilfenidato, uno stimolante tipicamente utilizzato per trattare l’ADHD (attention-deficit/hyperactivitydisorder; Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) o altri disturbi mentali come la narcolessia (Advokat e Scheithauer, 2013). L’uso di questi stimolanti è notevolmente aumentato negli ultimi anni, soprattutto nei giovani e negli studenti, che li impiegano per migliorare la loro performance nello studio (ad esempio rimanendo svegli per poter studiare tutta la notte) (McCabe et al., 2014). Ma i neuro potenziatori vengono anche spesso utilizzati per affrontare lo stress, l’ansia, i problemi di gestione del tempo o anche semplicemente per mantenere un “sostenibile” equilibrio fra vita sociale e lavoro/studio, al punto che è stata avanzata l’ipotesi che per molti il neuro potenziamento sia un vero e proprio stile di vita (Lucke et al., 2011).

In Europa, diverse ricerche hanno contribuito a fornire una fotografia del fenomeno, che, come per gli Stati Uniti, attesta il problema come prevalentemente presente negli adolescenti e nei giovani adulti

In America, il problema dell’abuso di farmaci investe il 20% della popolazione dai 12 anni in su ed è comparabile con l’abuso di marjuana e di altre sostanze psicotrope come la cocaina, l’eroina, le metamfetamine ecc. (Baird, 2011). In Europa, diverse ricerche hanno contribuito a fornire una fotografia del fenomeno, che, come per gli Stati Uniti, attesta il problema come prevalentemente presente negli adolescenti e nei giovani adulti. Diversi studi riportano percentuali significativamente alte di studenti (uno su sei) che dichiarano di aver usato droghe e soprattutto farmaci dietro prescrizione medica, per migliorare e/o aumentare le proprie prestazioni, soprattutto nello studio o nel lavoro (Maier et al., 2015). L’uso di farmaci dietro prescrizione medica pone, quindi, la questione dell’altissimo rischio di dipendenza. Vi sono farmaci il cui uso aumenta le probabilità di incorrere in una dipendenza anche quando viene rispettata la dose prescritta dal medico (Caplan et al., 2007), come nel caso delle benzodiazepine e dei sedativi.

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Rapporto Giovani 2016 – Generazione perduta? No: «disorientata, ma pragmatica e intraprendente». Nonostante tutto 

Non una «generazione perduta», come avvertiva  Mario Draghi . Piuttosto, una generazione «disorientata e dispersa». Ma non “disillusa” e tantomeno “disperata”. Al contrario: gli italiani che nel 2016 hanno tra 18 e 32 anni vivono con fastidio ( e giustamente) l’etichetta stereotipata dei perdenti. Si rivelano e si rivendicano dinamici, pronti a muoversi e a imparare, capaci di guardare (finalmente) a un futuro da progettare. Proprio quello che il Paese non è stato altrettanto capace di prospettare finora, indicando una strada di sviluppo personale e professionale e valorizzando (anche con una remunerazione adeguata) l’ energia delle nuove leve. Per crescere con e anche grazie a loro .

Rosanna Santonocito IlSole24H http://job24.ilsole24ore.com/news/

Volta in qualche modo pagina e racconta una storia diversa rispetto alle ultime edizioni il «Rapporto Giovani 2016 sulla condizione giovanile in Italia» che l’ Istituto Toniolo di Milano realizza dal 2012con il sostegno di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo e presentato all’Università Cattolica di Milano.

Niente ottimismo di maniera, visto che il punto di vista scelto come primo “assaggio” pubblico dei dati della corposa e tematicamente variegata rilevazione sull’universo giovanile (9mila intervistati su lavoro, felicità, istituzioni, Europa, figure di riferimento) è stato il nodo studio/lavoro.

Nelle parole e nei numeri di Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica che abitualmente fa da front man della ricerca di cui è uno dei curatori, a prevalere sono tuttora i bilanci con il segno meno. A partire dal dato demografico: in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under30, «e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che “non” si riescono a fare ». E qui Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29eni che non sono ancora
autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40% , «la più bassa in Europa».

Stante questo dei show record al negativo, i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal Rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti/perdenti, schiacciati dalla crisi , proprio non ci si ritrovano più. Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il Rapporto restituisce piuttosto«una generazione disorientata, perchè piena di progetti, commenta Alessandro Rosina – potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia ».
Il 55% considera proprio «la capacità di adattarsi » l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio. Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto .

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti. Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo. Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perchè ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perchè non guadagna abbastanza pee mantenersi. Alla domanda «che cos’è il lavoro per te», poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo : una propensioneche distingue ancora i Millennials dalla generazione precendente degli “X”, nota Rosina . «Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto».

Che cosa chiedono, in fin dei conti, i giovani italiani? Dal mondo della formazione si aspettano di trarre competenze avanzate che servono per trovare più facilmente un lavoro (41%) o averne uno migliore (52,8%), ma prima ancora a crescere come persone. L’80% a scuola vorrebbe infatti di accrescere le conoscenze e le abilità personali, il 76,6% imparare a stare con gli altri, il 63,8% ricevere strumenti per affrontare la vita.

Alle aziende, invece, i giovani domandano una maggiore valorizzazione del capitale umano e retribuzioni adeguate. Non a caso, tra quelli che hanno una occupazione gli scontenti dichiarati del lavoro sono il 29% , ma gli insoddisfatti del guadagno il 44 per cento. La percezione delle difficoltà e dell’incertezza lavorativa spinge al ribasso anche i progetti di vita futura. Come avere figli, per esempio: i 18-32enni del Rapporto Giovani ne desidererebbero – mediamente – due o più, ma pensano più realisticamente che ne avranno tra uno e due: il valore che emerge è poco oltre 1,5. Vicino alla media europea, e comunque più alto dell’1,35 dell’Italia di oggi.

La generazione rebus dei giovani «Né né»

Quelli che per le statistiche non lavorano e non studiano.
Dalle Onlus alle ripetizioni ecco in che cosa sono impegnati

di Dario De Vico http://www.corriere.it/  PHOTO airborne – lois greenfield

Ma cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.
Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» (vedi intervista 1). Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità».

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

prosegue su http://www.corriere.it

Sicuro che fosse tutto uno scherzo? (Lettera a LUI)

Cari lettori di GIC, desideriamo condividere con tutti voi la lettera che un ragazzo fiorentino vittima di bullismo ha voluto, tramite il nostro sito, rendere pubblica e i cui genitori ne hanno autorizzato la pubblicazione chiedendoci di darle la massima visibilità.

Ciao, ti ricordi di me?
Io non ti ho mai dimenticato… ma ti starai chiedendo come mai ti scrivo.
Ebbene, voglio farti capire la gravità di quello che hai fatto e del bullismo in generale.

So già cosa stai pensando: “Non era bullismo, stai esagerando, come sempre: erano solo innocenti scherzetti”. D’altronde è quello che dicevi ogni volta che tu e gli altri mi facevate qualcosa: è una caratteristica tipica del bullismo, si tende a sminuire i fatti rendendoli insignificanti persino agli occhi dei professori, ma le vostre angherie non sono mai diminuite. A causa tua ogni giorno tornavo da scuola esasperato e stanco, non ce la facevo più, mentre quasi tutti credevano che fosse uno scherzo.

Io, come molte persone vittime di questo grave problema, sono molto suscettibile (e alle medie lo ero ancora di più), e mi arrabbiavo per ogni minima insinuazione. Questo è il fattore che mi rendeva la vittima ideale ai tuoi occhi. Ogni giorno non smettevi di offendermi fino al suono della campanella, e quando io, ingenuamente, mi arrabbiavo e cercavo di reagire, voi ridevate. Ancora non riesco a capire come questo possa essere uno spettacolo. Può essere divertente vedere una persona soffrire? Evidentemente sì, e tu ne sei la prova.

Come se le parole non bastassero, ero sempre costretto a comprare nuovo materiale, poiché la mia cartellina, il mio astuccio o la mia intera cartella venivano usate per partite di calcio o altri “giochi”. Mi ricordo ancora di un pomeriggio in cui mi avevate nascosto ogni cosa tra i cespugli del cortile e avevo passato mezz’ora dopo la fine dell’ultima lezione per ritrovarli.

Tutto questo mi scatenava tantissima rabbia, che vi divertiva e quindi vi spingeva a continuare: era un circolo vizioso. Tutto ciò mi ha provocato un netto abbassamento dell’autostima, di cui soffro ancora, con conseguenti crisi ansiose e vari altri problemi.

Le dinamiche del bullismo tuttavia non sono adeguatamente riconosciute.
Ci sono i “carnefici”, una categoria formata da persone fisse che ripetono continuamente gli atti, e persone casuali che a volte si uniscono: possono contri-buire in qualsiasi modo, dalla violenza alla risata, ma sono comunque colpevoli.
Poi ci sono le “statue”, persone che guardano immobili la scena e continuano con un atteggiamento omertoso, considerando la cosa poco grave o pericolosa nel caso iniziassero a parlarne. Spesso fanno parte di questa categoria anche i professori: anche se qualcuno è contrario, di solito la maggioranza tende a sminuire gli avvenimenti. Se infatti una di queste condizioni non si verifica e non è possibile classificare gli alunni in queste categorie, allora il bullismo non esiste in quell’ambiente.

Immagino tu già sappia a quale categoria appartieni.

La guerra in classe avviene quando la vittima non è a sua volta omertosa e quindi denuncia i fatti. A questo punto ci sono due possibilità: o qualcuno si schiera dalla parte della vittima o tutti fanno finta di niente. Quest’ultimo era il mio caso.

La cosa peggiore di questa soluzione è che di solito i compagni tentano di convincere anche il perseguitato che la cosa è normale, e che è lui a esagerare la situazione: io stesso ho iniziato a dubitare che questo fosse bullismo.

La conferma è arrivata con il primo caso riconosciuto all’unanimità: quando mi avete trascinato in bagno, mi avete spinto contro il muro, fatto un video e messo su youtube. Quello era un fatto troppo grave per essere ignorato, e avete cominciato a incolparvi a vicenda, cercando anche di mascherare i fatti. Purtroppo per voi è stata chiesta la mia testimonianza. La punizione è stata minima e totalmente inutile: pulire la scuola durante le ore di lezione.

PERCHÉ LA SCUOLA HA COSÌ POCA AUTORITÀ?

Per fortuna l’incubo finiva fuori dai cancelli scolastici: per me un’offesa su un social network si può eliminare, si può ignorare, può essere bloccata. È quello che ho fatto quando hai provato a offendermi anche sul web.
Ma per molte vittime non è così: un messaggio può essere qualcosa di indelebile, spesso visibile a tutti, o, alcune volte, anonimo. Penso che essere perseguitati anche in casa provochi un senso di oppressione tale da sfociare persino nel suicidio. Sotto questo punto di vista mi ritengo molto fortunato.

Spesso ti difendevano dicendo “Non vedi che ha problemi familiari, non puoi provare a sopportarlo?”. Ma questa è una giustificazione assolutamente insensata: non è giusto che una persona che ha una situazione familiare difficoltosa sia autorizzata a compiere atti di questo tipo. Inoltre tu eri l’unico fra i carnefici con questo tipo di problema, infatti molti bulli non hanno particolari disagi. Trovo che dovresti andare da uno psicologo, uno molto bravo, invece di sfogarti su qualcuno.

“Sono ragazzi” è una delle giustificazioni più odiose inventate dai genitori dei prepotenti, spesso pensando che il loro figlio sia un “angioletto”, quando in realtà cambia comportamento da quando è a casa a quando si trova a scuola.
Questo è uno dei fattori scatenanti del bullismo: i genitori incompetenti.
Non dico che tutti i genitori dei bulli non siano bravi, a volte dipende solo dai figli, ma a volte questi non sono adeguatamente seguiti. Mi ricordo che era la frase preferita da tua madre quando i miei la chiamavano per denunciare i tuoi soprusi.

Un’altra frase simile, anche se spesso detta per buoni fini, è “E tu non arrabbiarti”. Ma è una delle frasi che mi faceva arrabbiare di più: come ho già detto le vittime sono solitamente molto suscettibili e i bulli sfruttano questo loro punto debole, facendo inoltre aumentare l’irascibilità.
Dire questa frase può sembrare di aiuto, ma alle mie orecchie suonava come “Hai un problema? Risolvilo!”.

Spero di averti fatto riflettere con questa lettera, su quello che hai fatto a me e non so se anche ad altri. Ti volevo far capire come il bullismo sia un atto crudele; perciò se stai ora stai facendo a qualcun altro la stessa cosa che hai fatto a me ti prego di smettere.

Mi auguro inoltre di non vederti mai più.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

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