L’importanza delle relazioni tra pari e il ruolo della scuola

“Attraverso le relazioni con i pari i ragazzi apprendono le lezioni fondamentali della sopravvivenza e dell’adattamento sociale”

Le bambine e i bambini alla scoperta delle relazioni di Emma Baumgartner

Segnalato da GIC : per il focus sul ruolo fondamentale della scuola nella peer education e prevenzione del bullismo

“La scuola, luogo elettivo dell’esperienza sociale tra pari, rappresenta anche la palestra nella quale insegnare a essere accettati dai compagni. Pertanto l’agenda formativa dovrebbe anche prevedere iniziative per promuovere rapporti positivi nel gruppo classe poiché è dimostrata l’efficacia di interventi finalizzati al superamento dei deficit di abilità sociali, insegnando sia come agire in modo più efficace sia come moderare gli eccessi comportamentali negativi.

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Le relazioni tra pari infatti possono avere natura disadattiva e generare quindi malessere, insuccesso scolastico, rifiuto sociale.Nel caso del bullismo dove il gruppo o la diade rappresentano occasioni di apprendimento e di esercizio di comportamenti disadattivi, conflittuali, aggressivi, non coesivi che tendono a perpetuarsi nel corso del tempo.

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Gli interventi di prevenzione a scuola sono indicati come particolarmente utili nel caso di relazioni tra pari disfunzionali; laddove si identificano situazioni a rischio è possibile prevenire o contenere l’insorgenza di comportamenti aggressivi potenziando empatia e prosocialità”.

Per leggere l’articolo integrale : http://www.minori.it/it/minori/cittadini-in-crescita-unico-2015

 

#IO LEGGO PERCHE’

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Studenti di ogni età, insegnanti, genitori e nonni sensibili, lettori appassionati e non, librai e bibliotecari possono iscriversi e diventare Messaggeri.
Ognuno con la propria motivazione e la libertà di scegliere il grado di coinvolgimento, porteranno #ioleggoperché nelle librerie, nelle scuole, nelle aziende, sul web e ovunque sarà necessario, per contribuire a un grande progetto: far nascere e crescere biblioteche scolastiche su tutto il territorio italiano.
Sei il Messaggero che stiamo cercando?

Librerie in prima linea per le scuole  Sono tante le Librerie che hanno aderito fin da subito alla seconda edizione di #ioleggoperché e altre stanno arrivando in questi giorni, tutte pronte a sostenere la creazione e l’arricchimento delle biblioteche scolastiche.

#ioleggoperché per le biblioteche scolastiche

Sei una scuola primaria o secondaria di I o II grado? L’edizione di #ioleggoperché di quest’anno è dedicata principalmente a te, con un obiettivo molto ambizioso: promuovere la creazione e lo sviluppo di biblioteche scolastiche. 
Le biblioteche scolastiche sono un luogo importante per accendere la passione della lettura, fin dalla più tenera età. È per questo che abbiamo pensato di organizzare una grande raccolta di libri che andranno ad arricchire il patrimonio librario a disposizione dei tuoi studenti. Questo grazie al contributo di tutti i cittadini appassionati e responsabili, che saranno chiamati in Libreria, tra il 22 e il 30 ottobre 2016, per scegliere un libro, acquistarlo e donarlo a una Scuola statale o paritaria.

http://www.ioleggoperche.it/it/home/

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«Cappuccio in testa e sms in arabo» Quando Meriem ha scelto la jihad

Le amiche e la prof della 20enne padovana fuggita in Siria. «Ci ridevamo su ma non scherzava»

di Andrea Priante pubblicato su http://www.corriere.it/cronache/

Oggi è un soldato con il volto da ragazzina. Le ultime notizie la danno sotto le bombe di Raqqa, in Siria, vicina alla brigata «Al Khansaa», il gruppo composto esclusivamente da combattenti donna che ha il compito di far rispettare la sharia tra le concittadine. A costo di torturarle, se fumano una sigaretta o indossano un velo troppo corto.

Ma Meriem Rehaily — la foreign fighter ricercata dalla Procura antiterrorismo di Venezia — ha trascorso un’adolescenza «normale» ad Arzegrande, provincia di Padova, dove ora mamma e papà si disperano e ripetono che la loro era una brava figliola e di certo è stata plagiata dai reclutatori dell’Isis. Ma è proprio dietro quella quotidianità fatta di uscite con le amiche e spritz in centro, che è maturata l’idea di fuggire di casa, il 14 luglio dello scorso anno, e arruolarsi nelle fila del Califfato.

All’epoca, Meriem frequenta ancora l’istituto tecnico di Piove di Sacco. Ed è un’insegnante ad accorgersi che c’è qualcosa di inquietante in quella studentessa. La conferma le arriva da due temi (subito consegnati ai carabinieri) nei quali la ragazza scrive frasi come: «L’Islam prenderà il potere (che quasi ci siamo) saremo in grado di distruggere queste organizzazioni, che sono i veri nemici dell’Islam».

La professoressa di Lettere convoca l’allieva. Ai carabinieri del Ros di Padova, racconterà: «Meriem mi confidava il suo interesse per l’integralismo islamico, al quale nessuno l’aveva instradata. E di aver coltivato da autodidatta l’interesse per l’informatica». Da mesi la studentessa si è costruita una seconda identità virtuale. Su Twitter si fa chiamare «Rim l’italiana» e con l’account «Technicalisis» fa propaganda per i terroristi. Ma Anonimous, la rete di pirati informatici, l’ha messa nel mirino.

«Mi chiese se avessi mai sentito parlare di “Rim”, e mi rivelò che era lei stessa: un’hacker ricercata da Anonyimous». Era spaventata a morte. «Mi chiese di diffondere un messaggio ai suoi compagni di classe perché temeva di essere presto arrestata e voleva che dicessi a tutti che lei ce l’aveva solo con gli americani e non con gli italiani».

Alla prof di cui si fida, Meriem racconta anche lo choc che l’ha spinta a sposare la causa dell’Isis. L’insegnante la definisce «una spinta emozionale nata dall’aver visto sul web dei video in cui soldati americani usavano violenza sessuale nei confronti di donne musulmane. Mi diceva che non riusciva più a vivere normalmente ora che sapeva cosa accadeva nel mondo».

All’incontro, la studentessa si presenta in compagnia di una compagna di classe. «Meriem spiegava di non aver fatto nulla di male — ha raccontato l’amica ai carabinieri — ma la professoressa le ricordava che il terrorismo non era soltanto mettere le bombe ma anche supportare con attività di propaganda. Le disse anche che voleva aiutarla…».

Niente da fare: la studentessa ha troppa paura di finire nei guai e alla compagna manda un messaggio sul telefonino: «Spero di finire quest’anno, dopo sparisco. Non ho altra soluzione che andare lì». In Siria. Anche le amiche sono preoccupate. Dai verbali dell’inchiesta emerge il baratro nel quale la studentessa sta precipitando. «Ho notato dei cambiamenti in lei: nell’ultimo anno. Meriem era sempre con il telefono in mano e scriveva in arabo a degli uomini. Lei ne aveva proprio bisogno, sembrava non potesse evitarlo. I professori l’hanno spesso richiamata (…) e quando succedeva, davanti a loro fingeva di essere accondiscendente ma poi, quando rimanevamo solo tra studenti, diceva che l’Isis faceva bene a fare quelle azioni terroristiche».

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UN PADRE, UNA FIGLIA un film che parla (anche) al cuore degli italiani

Un padre, una figlia: il dramma etico firmato Cristian Mungiu
Alfonsina Merola http://www.mondofox.it/

Un padre, una figlia è un film esistenziale e sociale allo stesso tempo. Cristian Mungiu riesce a fare una panoramica esistenziale e sulle numerose contraddizioni della vita.

Il regista ha realizzato un film che è esistenziale e allo stesso tempo sociale, perché essere genitori o vivere rapporti umani affettivi e intimi non è mai indipendente dalla sfera pubblica e sociale.

È proprio il mondo esterno, quello stesso che apparentemente sembra solo sfiorarci, che involontariamente ci forma. Dalla vita esperienziale familiare e sociale nascono i desideri che si intendono perseguire, nascono gli ideali, il concetto di bene, di giusto, di lealtà e così via.

In Un padre, una figlia cosa sbaglia il genitore secondo il punto di vista di Cristian Mungiu?

In generale è la trasposizione della vita di un genitore che, consapevolmente o inconsapevolmente, nel momento stesso in cui mette al mondo un figlio, riversa su quest’ultimo tutte le proprie insoddisfazioni. Ed entrano gioco anche i sogni inseguiti in passato, che si sono spezzati durante il corso della propria esistenza e che, magari, sono diventati rimpianti se non addirittura rimorsi.

Con il senno di poi si capisce dove si è sbagliato e si vorrebbe evitare gli stessi errori ai propri figli, dirigendo la loro vita come dei direttori d’orchestra. O magari si vorrebbe rivivere attraverso l’età del figlio una nuova vita, fatta di meno errori rispetto al passato.

Un padre, una figlia: il sogno di Romeo

Ma un figlio non è un prolungamento della giovinezza sfiorita e passata: è semplicemente una vita nuova, con desideri che, magari, possono essere diversi da quelli dei genitori. Perché tutto scorre veloce tra un passaggio di un’età ad un’altra, tra una vita e un’altra.

Il regista mostra come dalla strada principale di una singola vita si possano diramare altre strade secondarie, completamente diverse tra loro e che mostrano i vari lati di una stessa persona. Perché la vita è anche questo: contraddizione perenne.

Può succedere prima o poi di cedere ad un principio, che si era creduto essere un caposaldo della propria esistenza.

In Un padre, una figlia viene anche mostrato il concetto di bene malsano, che può portare una coppia a restare insieme per un’idea di “bene” falsa. Tradotto in azioni, questo si traduce in indifferenza verso una persona con cui si divide solo un tetto e dove la comunicazione è pressoché inesistente.

E seguendo queste convinzioni si va avanti, si costruisce un’esistenza fatta di rimpianti e di tante sfumature di noia e rassegnazione. Fino a quando la vita, fragile come un vetro sottile, va in frantumi a causa di un sasso lanciato all’improvviso contro questo vetro. E tutto improvvisamente appare fragile, spezzato e difficile da assemblare di nuovo senza lasciar vedere i segni provocati dalla rottura.

La Trama del film continua a leggere su http://www.mondofox.it/

Imparare a Memoria a Scuola È Essenziale

Si è molto discusso, e ancora molto di discute, sull’opportunità di fare imparare a memoria a scuola. La nostra generazione viene da una tradizione didattica in cui questo era la base dell’apprendimento.

Si studiavano a memoria le poesie, i canti della grande guerra o della Resistenza, la nomenclatura geografica, le tabelline; poi, declinazioni e coniugazioni, i paradigmi dei verbi greci, i vocaboli delle diverse lingue.

Arrivati al liceo ti avvisavano che il tema di letteratura richiedeva citazioni dei testi e che non ti potevi avvalere dell’antologia durante la redazione: Quindi, o imparavi a memoria quel che dovevi citare, e non citavi e andavi incontro a un esito infausto.

articolo pubblicato su http://www.youreduaction.it/

A corredo di questo dispositivo vi erano gare dei verbi, tornei di tabelline, interi pomeriggi a voce alta: un vero e proprio sistema di apprendimento costruito sulla ripetizione, di cui erano parte integrante, come gli studi sull’oralità hanno dimostrato, per l’appunto l’agonistica e la mnemotecnica.

Negli scorsi decenni, il fatto che l’apprendimento mnemonico fosse uno dei principali ingredienti dell’istruzionismo (lezione frontale + memorizzazione + ripetizione), l’affermarsi delle prospettive costruttiviste e la crescente disponibilità di “memorie digitali” hanno prodotto una lenta liquidazione della memoria e della sua funzione in relazione all’apprendimento.

Perché imparare a memoria, se quei contenuti sono comunque disponibili?

Non è meglio liberare le nostre risorse mentali per compiti maggiormente complessi e livelli più alti di elaborazione cognitiva?

Così ha iniziato ad affermarsi una tendenza che ha portato al progressivo abbandono dell’imparare a memoria, guardato come un portato d’altri tempi che la naturale evoluzione della didattica avrebbe giustamente dovuto superare.

Oggi molti elementi che la ricerca ha messo a disposizione degli insegnanti sono in netta controtendenza rispetto a questa credenza.

Stanislas Dehaene, docente di neuroscienze cognitive, osserva che uno degli elementi che consentono di prevedere uno sviluppo adeguato delle competenze matematiche del bambino è legato proprio all’apprendimento mnemonico delle tabelline e di altri dispositivi (come semplici routine di soluzioni, i quadrati perfetti fino al 100, alcune radici quadrate, ecc…) che possono facilitarne il compito quando si troverà alle prese con problemi più complessi o concettualmente più complicati poiché potrà liberare, sulla base dell’acquisizione di questi automatismi, energie mentali per attendere a tali compiti senza impegnarle in questi compiti di routine.

In buona sostanza, Dehaene osserva che ha molte più possibilità di diventare bravo con la matematica un bambino che abbia imparato le tabelline a memoria rispetto a uno precocemente abituato a far conto sulla calcolatrice.

James Paul Gee (2007), professore di Literacy Studies alla Arizona State University, studiando i videogiochi come campi semiotici (cioè come fenomeni linguistici in tutto e per tutto simili ad altri mondi di significato con cui abbiamo a che fare nella nostra vita, dalla letteratura, a un programma televisivo, a una disciplina scolastica), evidenzia come in questo caso il compito della ripetizione sia affrontato di buon grado dal giocatore e da esso dipenda il buon apprendimento di come il videogioco funzioni.

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Il bambino e gli schermi

È vero che il web è pericoloso per i bambini? Genitori e insegnanti, che si servono spesso della rete a casa propria e nella vita privata, pare che ne abbiano paura quando si tratta dei loro figli o dei loro allievi. Gli adulti amano la tecnologia, i bambini e gli adolescenti anche, ma, paradossalmente, non riescono mai a usarla insieme. Come uscire da questo «blocco comunicativo» intergenerazionale e riuscire a far sedere genitori e figli e insegnanti attorno allo stesso «desco tecnologico»? In primo luogo sfatando, con una rigorosa analisi scientifica, pregiudizi e timori che non hanno ragione di essere.
Questo libro, a cura della prestigiosa Académie des Sciences, è l’equivalente di un insieme coordinato di Linee guida ai problemi che può comportare la progettazione e la gestione di servizi rivolti ai bambini e ai preadolescenti che utilizzino tecnologie digitali. Integrando i dati scientifici più recenti della neurobiologia, della psicologia, delle scienze cognitive, della psichiatria e della medicina, allo stesso tempo propone agli insegnanti, agli educatori – ma anche ad esempio al personale sanitario o a quello delle istituzioni museali – raccomandazioni semplici e operative che possano essere di aiuto nei differenti contesti. Uno strumento di straordinaria efficacia che risponde con chiarezza e scientificità alle domande che gli adulti si pongono ogni volta che un bambino entri in contatto con il mondo digitale, dallo smartphone al videogioco, all’ambiente di apprendimento virtuale.

Raccomandazioni per genitori e insegnanti 

Edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi

Anno: 2016 | Pagine: 223 | Edizione: Guerini Scientifica

http://guerini.it/index.php/il-bambino-e-gli-schermi.html

Adolescenti, abbiamo un problema: l’abuso di farmaci

Sono anziani e giovanissimi le categorie che abusano maggiormente di sostanze mediche. Per questi ultimi è spesso un problema di performance scolastica e di stress sociale

Partendo dal presupposto che per qualunque tipologia di farmaco si può sviluppare un abuso, vi sono comunque tre categorie di farmaci psicoattivi con il quale è più probabile che si cada in un comportamento di abuso: a) oppioidi per la gestione e la cura del dolore, b) depressori del sistema nervoso, prescritti per il trattamento dei disturbi del sonno e dell’ansia, e c) stimolanti prescritti per il trattamento dei disturbi del sonno e di deficit dell’attenzione e/o dell’iperattività (Baird, 2011).

Tutte le fasce d’età sono coinvolte e considerate a rischio di abuso, ma in modo particolare l’abuso di farmaci coinvolge gli anziani e i giovanissimi (Baird, 2011). Tra i fattori di rischio maggiormente associati all’abuso di farmaci vi sono quindi, oltre alla giovane età, l’avere seri e gravi problemi economici, avere problemi di depressione, essere dipendenti da nicotina, l’usare o l’aver usato in passato alcol e droghe, e il soffrire di un dolore cronico.

Se consideriamo che molte persone sono stressate dal lavoro o dall’enormità di materiale che devono imparare e/o memorizzare continuamente e quotidianamente, e se consideriamo che la loro vita sarebbe sicuramente più facile se esistesse un farmaco che avesse effetti positivi sulla performance cognitiva e sul benessere, allora è facile arrivare a pensare a come l’uso di farmaci possa facilmente diventare un comportamento d’abuso.

La letteratura utilizza il termine di neuro potenziamento (neuroenhancement) per riferirsi ai casi in cui viene fatto uso di farmaci per raggiungere gli scopi sopra descritti, soprattutto in considerazione del fatto che recentemente diverse sostanze e farmaci utilizzati per curare disturbi mentali e deficit cognitivi, vengono usati e abusati con scopi, appunto, di neuro potenziamento (Abraham, 2010). Esempio tipico è l’abuso di metilfenidato, uno stimolante tipicamente utilizzato per trattare l’ADHD (attention-deficit/hyperactivitydisorder; Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) o altri disturbi mentali come la narcolessia (Advokat e Scheithauer, 2013). L’uso di questi stimolanti è notevolmente aumentato negli ultimi anni, soprattutto nei giovani e negli studenti, che li impiegano per migliorare la loro performance nello studio (ad esempio rimanendo svegli per poter studiare tutta la notte) (McCabe et al., 2014). Ma i neuro potenziatori vengono anche spesso utilizzati per affrontare lo stress, l’ansia, i problemi di gestione del tempo o anche semplicemente per mantenere un “sostenibile” equilibrio fra vita sociale e lavoro/studio, al punto che è stata avanzata l’ipotesi che per molti il neuro potenziamento sia un vero e proprio stile di vita (Lucke et al., 2011).

In Europa, diverse ricerche hanno contribuito a fornire una fotografia del fenomeno, che, come per gli Stati Uniti, attesta il problema come prevalentemente presente negli adolescenti e nei giovani adulti

In America, il problema dell’abuso di farmaci investe il 20% della popolazione dai 12 anni in su ed è comparabile con l’abuso di marjuana e di altre sostanze psicotrope come la cocaina, l’eroina, le metamfetamine ecc. (Baird, 2011). In Europa, diverse ricerche hanno contribuito a fornire una fotografia del fenomeno, che, come per gli Stati Uniti, attesta il problema come prevalentemente presente negli adolescenti e nei giovani adulti. Diversi studi riportano percentuali significativamente alte di studenti (uno su sei) che dichiarano di aver usato droghe e soprattutto farmaci dietro prescrizione medica, per migliorare e/o aumentare le proprie prestazioni, soprattutto nello studio o nel lavoro (Maier et al., 2015). L’uso di farmaci dietro prescrizione medica pone, quindi, la questione dell’altissimo rischio di dipendenza. Vi sono farmaci il cui uso aumenta le probabilità di incorrere in una dipendenza anche quando viene rispettata la dose prescritta dal medico (Caplan et al., 2007), come nel caso delle benzodiazepine e dei sedativi.

prosegue su http://www.linkiesta.it/

Rapporto Giovani 2016 – Generazione perduta? No: «disorientata, ma pragmatica e intraprendente». Nonostante tutto 

Non una «generazione perduta», come avvertiva  Mario Draghi . Piuttosto, una generazione «disorientata e dispersa». Ma non “disillusa” e tantomeno “disperata”. Al contrario: gli italiani che nel 2016 hanno tra 18 e 32 anni vivono con fastidio ( e giustamente) l’etichetta stereotipata dei perdenti. Si rivelano e si rivendicano dinamici, pronti a muoversi e a imparare, capaci di guardare (finalmente) a un futuro da progettare. Proprio quello che il Paese non è stato altrettanto capace di prospettare finora, indicando una strada di sviluppo personale e professionale e valorizzando (anche con una remunerazione adeguata) l’ energia delle nuove leve. Per crescere con e anche grazie a loro .

Rosanna Santonocito IlSole24H http://job24.ilsole24ore.com/news/

Volta in qualche modo pagina e racconta una storia diversa rispetto alle ultime edizioni il «Rapporto Giovani 2016 sulla condizione giovanile in Italia» che l’ Istituto Toniolo di Milano realizza dal 2012con il sostegno di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo e presentato all’Università Cattolica di Milano.

Niente ottimismo di maniera, visto che il punto di vista scelto come primo “assaggio” pubblico dei dati della corposa e tematicamente variegata rilevazione sull’universo giovanile (9mila intervistati su lavoro, felicità, istituzioni, Europa, figure di riferimento) è stato il nodo studio/lavoro.

Nelle parole e nei numeri di Alessandro Rosina, professore di Demografia e statistica che abitualmente fa da front man della ricerca di cui è uno dei curatori, a prevalere sono tuttora i bilanci con il segno meno. A partire dal dato demografico: in Europa abbiamo la percentuale più bassa di cittadini under30, «e la riduzione quantitativa dei giovani è ampliata dal saldo negativo tra quelli che se ne vanno e quelli che riusciamo ad attrarre dall’estero. Il paradosso è che i nostri pochi giovani sono anche i meno valorizzati: tra i venti e i trent’anni sono di più le cose che “non” si riescono a fare ». E qui Rosina si riferisce al buco nero del non studio e del non lavoro (sui Neet solo la Grecia fa peggio di noi ), alla percentuale dei 25-29eni che non sono ancora
autonomi dalla famiglia di origine (il 70% dei maschi e il 50% delle ragazze vive ancora in casa dei genitori) e al tasso di fecondità sotto i 30 anni inferiore al 40% , «la più bassa in Europa».

Stante questo dei show record al negativo, i ragazzi ed ex ragazzi monitorati dal Rapporto nella narrazione abituale dei giovani perduti/perdenti, schiacciati dalla crisi , proprio non ci si ritrovano più. Un dato tra tutti: l’83,4% degli intervistati è disponibile a trasferirsi per lavoro, il 61% anche all’estero, ed è una percentuale che batte quelle dei coetanei di Spagna, Francia, Regno Unito e Germania, con i quali lo studio per la prima volta quest’anno fa un confronto.

Il Rapporto restituisce piuttosto«una generazione disorientata, perchè piena di progetti, commenta Alessandro Rosina – potenzialmente intraprendente e aperta al mondo, famelica di opportunità ma poco aiutata a concretizzare le proprie scelte di formazione, vita, lavoro. E anche dispersa , come va dispersa la loro energia, che non è indirizzata a dare il meglio e a produrre nuovo benessere sociale ed economico ma a uno sforzo di perenne adattamento e rinuncia ».
Il 55% considera proprio «la capacità di adattarsi » l’elemento più utile per trovare lavoro, prima ancora del possesso di una formazione solida e al passo con i tempi e di un titolo di studio. Contemporaneamente, solo il 36% dei giovani del campione esclude del tutto la possibilità di mettersi in proprio a partire da una idea o di un progetto .

Però i progetti di vita da sbloccare con cui i giovani italiani fanno i conti sono davvero tanti. Per esempio, c’è la fatica che si fa a conquistare la propria autonomia prima e anche a difenderla dopo. Il 60% di quelli che avevano lasciato la casa dei genitori ci è dovuto tornare perchè ha perso il lavoro o ne ha uno troppo instabile, oppure perchè non guadagna abbastanza pee mantenersi. Alla domanda «che cos’è il lavoro per te», poi, le risposte puntano ancora verso l’idea dell’autorealizzazione prima che verso la meta del successo : una propensioneche distingue ancora i Millennials dalla generazione precendente degli “X”, nota Rosina . «Però negli ultimi anni ha avuto la meglio pragmaticamente la visione del lavoro come strumento di reddito prima di tutto».

Che cosa chiedono, in fin dei conti, i giovani italiani? Dal mondo della formazione si aspettano di trarre competenze avanzate che servono per trovare più facilmente un lavoro (41%) o averne uno migliore (52,8%), ma prima ancora a crescere come persone. L’80% a scuola vorrebbe infatti di accrescere le conoscenze e le abilità personali, il 76,6% imparare a stare con gli altri, il 63,8% ricevere strumenti per affrontare la vita.

Alle aziende, invece, i giovani domandano una maggiore valorizzazione del capitale umano e retribuzioni adeguate. Non a caso, tra quelli che hanno una occupazione gli scontenti dichiarati del lavoro sono il 29% , ma gli insoddisfatti del guadagno il 44 per cento. La percezione delle difficoltà e dell’incertezza lavorativa spinge al ribasso anche i progetti di vita futura. Come avere figli, per esempio: i 18-32enni del Rapporto Giovani ne desidererebbero – mediamente – due o più, ma pensano più realisticamente che ne avranno tra uno e due: il valore che emerge è poco oltre 1,5. Vicino alla media europea, e comunque più alto dell’1,35 dell’Italia di oggi.

La generazione rebus dei giovani «Né né»

Quelli che per le statistiche non lavorano e non studiano.
Dalle Onlus alle ripetizioni ecco in che cosa sono impegnati

di Dario De Vico http://www.corriere.it/  PHOTO airborne – lois greenfield

Ma cosa fanno veramente i Neet? Sono davvero solo dei forzati del divano oppure anche tra di loro passa una linea di ulteriore disuguaglianza? Una divisione che separa gli «esogeni», quelli che sono impegnati ogni giorno in un duro corpo a corpo con un mercato del lavoro che non vuole includerli, dagli «endogeni», gli scoraggiati che si sentono drammaticamente inadeguati e sono portati ad arretrare davanti a qualsiasi sfida? L’Italia ha il triste primato europeo dei giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non sono impegnati in un corso di formazione. Parte di loro – un milione su 2,3 totali – compare alla voce «disoccupati» ed è disponibile dunque a iniziare un lavoro nelle successive due settimane. Sono 700 mila – sempre secondo le classificazioni statistiche – «le forze di lavoro potenziali», le persone che nelle ultime 4 settimane non hanno cercato lavoro ma sono mobilitabili a breve, infine ci sono gli «inattivi totali» che raggiungono quota 600 mila. Dietro questi ultimi c’è quasi sempre un percorso accidentato di studi con bocciature e interruzioni, un basso livello di autostima e una forte dipendenza dal contesto familiare di provenienza. Ma per calibrare gli interventi e non limitarsi a invocare misure miracolose è forse necessario capire da dentro il fenomeno Neet (in Italia «né né»), monitorare i loro comportamenti, le piccole mosse che maturano nel quotidiano, sapere come e dove passano la giornata. Il programma di Garanzia Giovani avrebbe dovuto servire anche a questo ma purtroppo non è stato così. Eppure una strategia d’attacco bisognerà darsela in tempi brevi perché non possiamo permetterci di bruciare quasi un’intera generazione. Un giorno qualcuno, legittimamente, ci chiederà dove eravamo quando il Paese della Bellezza dilapidava una quantità così rilevante di capitale umano.
Cosa fanno

In aiuto alla nostra ricognizione viene una delle poche ricerche («Ghost») su cosa fanno i Neet condotta nel 2015 da WeWorld, una Onlus impegnata nel secondo welfare. L’indagine è articolata su più campioni, integrata da interviste individuali a giovani tra i 15 e i 29 anni e ci conferma il peso delle condizioni di disuguaglianza a monte che determinano la caduta in una trappola. In più ci aiuta a focalizzare una porzione interessante dei Neet, i volontari. È chiaro che la scelta di fare volontariato (condivisa in Italia da un milione di coetanei, maschi e femmine alla pari) nasce come opzione di ripiego ma è pur sempre una scelta sorretta da un robusta rete valoriale e dall’incoraggiamento dei genitori che condividono/supportano. È un antidoto al sentirsi Neet e identifica una tribù di giovani che come dicono loro stessi «non si lascia andare» (vedi intervista 1). Anzi ha persino maturato un atteggiamento critico nei confronti degli altri giovani a cui rimprovera un atteggiamento passivo, «una mancanza di progettualità».

Senso di esclusione

I volontari seppur non contrattualizzati, non si considerano e non si sentono parcheggiati in una Onlus e quando devono parlare della loro esperienza usano la parola «lavoro». È evidente dai racconti che avere un ambito di socializzazione serve a mitigare il senso di esclusione ma l’unica istituzione veramente amica è la famiglia. Il 92% pensa che abbia un ruolo positivo e solo l’8% le rimprovera la condizione di Neet «perché non ascolta i bisogni dei giovani». Volontari o non, la fiducia nello Stato e nelle istituzioni è al 19%, nei politici al 14% e la prima parola abbinata ai partiti è «corruzione». I volontari, pur sorretti da una forte identità, sono pessimisti sul futuro, non vedono maturare miglioramenti a breve, almeno per tre anni. Del resto è la prima grande crisi che vivono, non hanno in mente raffronti. Temono però che la recessione favorisca il dilagare di raccomandazioni e precariato e allarghi l’area del lavoro nero. Sono coscienti che la loro attività nelle Onlus spesso non è coerente con la formazione ricevuta ma confidano che possa aggiungere skill al proprio curriculum e in questa convinzione sono aiutati dall’opinione di molti reclutatori. Che sostengono come la gestione di attività complesse, e spesso caratterizzate da piccole e grandi emergenze, faccia maturare in fretta.

prosegue su http://www.corriere.it

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