Gelosia, controllo e possessività: non sempre sono dimostrazione di amore

Di Maura Manca articolo pubblicato su SKUOLA.NET http://www.skuola.net/news/blog/

Arriva l’adolescenza e spesso si inizia a provare una forte attrazione per un ragazzo o per una ragazza. Poi ci sono i momenti in cui si decide di stare con una persona, ci si sente innamorati, come se si avesse bisogno di stare sempre insieme a lei.

Quella persona diventa il centro dei nostri pensieri e a volte anche gli amici vengono messi erroneamente in secondo piano.

Queste esperienze possono essere molto belle e piacevoli, l’attenzione dell’altro ci fa sentire importanti, e le sorprese, i messaggi e le telefonate ci fanno credere di essere fortemente amati, però dobbiamo fare un pochino di attenzione perché non è sempre così.
Si scambia spesso la gelosia con l’amore, si arriva a pensare“è geloso perché ci tiene a me”; si, è vero, un po’ di gelosia fa sempre piacere, però ci sono dei limiti, ed è importante non confondere mai la gelosia con la possessività.

All’inizio della relazione sembra tutto bello, però a volte può anche accadere che col tempo le attenzioni dell’altro diventino eccessive e inizino ad esserci pretese, litigate e a volte anche minacce. In questi casi, si rischia che la fiducia venga meno e aumentano ad esempio i sospetti e il controllo, come per esempio: “Dov’eri?”, Cosa stavi facendo?”, “Non ci credo” “Perché non hai risposto?”, Dimostramelo”.

Per questa ragione non si devono mai sottovalutare certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro perché si rischia di perdere la libertà, di non essere più liberi di uscire con chi si vuole e quando si vuole, di vestirsi come ci dice la testa e di trovarsi a dover rendere conto anche di quello che si fa sui social network.

Come fare a capire quando non si tratta di amore?

 

Ecco quali sono i 9 campanelli d’allarme:

1. Ti controlla. Ti chiede di controllare lo smartphone, le chiamate e le chat, dicendoti frasi del tipo “Se non hai niente da nascondere perché non posso vedere?”. Vuole conoscere la password per accedere al telefono e ai social network, controlla il profilo e il tuo orario di entrata su WhatsApp.

2. Fa richieste specifiche. Ti chiede di inviargli la localizzazione per essere certo/a di dove ti trovi, oppure di inviargli una foto per assicurarsi di sapere con chi sei, dove sei e come ti sei vestita/o.

3. Ti mette dei divieti. Ti proibisce di uscire da sola o solo con gli amici o comunque si ingelosisce e si arrabbia quando non rispondi subito al telefono quando non sei con lui o con lei. È geloso dei tuoi amici e del rapporto che hai con loro. Vuole sempre sapere cosa vi dite e cosa fate, soprattutto se sono dell’altro sesso.

4. Ti accusa. Si irrita e si arrabbia se determinati amici o conoscenti mettono “mi piace” ai tuoi post e se chatti o ti scambi commenti con qualcuno. Anche tu hai dei vincoli in questo senso: se metti like o commenti i post di amici o amiche, scatta spesso la lite. Controllando tutto quello che fai, i profili e le chat, ti accusa facilmente anche di cose non vere, associa alcuni fatti, spesso inesistenti, e non si fida delle tue parole.

5. Non si fida. Ripete spesso “Non ci credo”, “Mi stai mentendo”, alludendo al fatto che tu non gli risponda sinceramente. Infatti, se ribatti alle sue accuse e convinzioni, si irrita facilmente, perché vuole avere ragione ed è convinto/a che tu abbia torto.

6. Sta sempre con te. Può succedere che, con la scusa della sorpresa, ti raggiunga quando esci con i tuoi amici, che ti accompagni dappertutto o che lo/la incontri per caso, ti fa credere di farlo per amore, per farti una improvvisata, mentre in realtà è insicurezza e mania di controllo.

7. Litigate molto spesso, anche con urla o insulti. Quando si arrabbia, arriva agli insulti e alle offese, ti fa sentire in colpa. Può arrivare ad aggredirti, anche fisicamente, e a minacciarti di voler interrompere la relazione “Se mi ami, devi darmi la password”, “Se non fai quello che ti dico, ti lascio”, “Sei tu che ti comporti male, e mi fai essere geloso”.

8. Minaccia di suicidarsi se lo lasci o la lasci. Questa è una delle peggiori minacce che si possano fare. Ci si trova incastrati nella relazione e non ci si sente più liberi di prendere una decisione perché si ha paura che l’altro possa suicidarsi per colpa nostra. Non è così, è solo un modo per tenerci stretto a lui o a lei e nessuno ha il diritto di costringerci a stare con una persona con cui non vogliamo più stare.

9. Si giustifica sempre. Ha scatti d’ira e reazioni impulsive e violente rivolte verso te o verso oggetti che ti spaventano, seguiti sempre dalle sue scuse, una volta passata la rabbia. Ti capita di avere paura di lui o di lei in queste situazioni in cui sembra perdere il controllo.

5 utili mosse per non rimare incastrato in una relazione soffocante
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Stealthing: cosa c’è da sapere sulla nuova pratica sessuale illegale

Immagine “GETTY colorful condom on white background”

Ogni settimana, in camera da letto entra un nuovo trend di cui non abbiamo mai sentito parlare prima, e con la presenza crescente del mondo digitale nella nostra vita sessuale, le cose evolvono in modo sempre più rapido.

Ma di tanto in tanto, ci imbattiamo in “trend” che non prevedono il piacere di entrambe le parti, ma che rappresentano, piuttosto, una preoccupante manifestazione del problema delle violenze sessuali e dei rapporti non consensuali, come il nuovissimo fenomeno dello “stealthing”.
Che cos’è lo stealthing?

Per dirla senza tanti giri di parole, lo stealthing è una pratica in cui l’uomo si sfila il preservativo durante il rapporto, senza chiedere esplicitamente il permesso del partner sessuale.

 Alix Fox, “Sex & relationships expert” della Durex, ha spiegato ad Huffington Post UK: “Il termine viene usato per indicare la pratica in cui un uomo toglie il preservativo di nascosto durante un rapporto vaginale, quando la donna ha dato il suo consenso esplicito soltanto al sesso protetto. Ma ho intervistato anche ragazzi gay che hanno subito stealthing durante il sesso anale”.
Perché si parla di stealthing?

La scorsa settimana L’Huffington Post ha riportato che un nuovo studio americano, condotto da Alexandra Brodsly per il Columbia Journal of Gender and Law, ha fatto luce sulla diffusione crescente di questa pratica allarmante, sia nelle comunità etero che in quelle omosessuali.

Brodsky ha raccontato ad HuffPost che intendeva analizzare questo inquietante fenomeno già nel 2013, dopo essersi resa conto di quante amiche erano state violentate in questo modo. Ha spiegato che quelle donne: “Stavano lottando contro forme di maltrattamenti sessuali che non erano state riconosciute come violenza basata sul genere, ma che sembravano radicarsi nella stessa misoginia, nella stanza mancanza di rispetto”.

Perché si pratica lo stealthing?

Lo studio di Brodsky parla nel dettaglio delle comunità online nate per difendere lo stealthing come un diritto del maschio, il diritto di ogni uomo a “diffondere il suo seme” – a prescindere dal tipo di rapporto, gay o etero.

Nello studio si parla anche di forum in cui alcuni uomini ne “addestrano” altri alle migliori pratiche di stealthing e offrono sostegno e consigli per la rimozione non consensuale del preservativo durante il sesso.

Lo stealthing si sta diffondendo nel Regno Unito?

Il nuovo studio prendeva in analisi le pratiche sessuali negli Stati Uniti e Alix Fox dice di averlo riscontrato anche nel Regno Unito, spiegando: “Mi sono imbattuta nel termine stealthing impiegato in una serie di contesti, alcuni potenzialmente perseguibili per legge – e tutti disgustosamente ripugnanti e riprovevoli”.

L’esperta di sesso Tracey Cox ha spiegato ad HuffPost UK che non si è ancora imbattuta nel fenomeno durante il suo lavoro, specificando che potrebbe essere solo agli inizi e ancora poco diffuso, ma dice: “Il fatto che gli uomini facciano una cosa simile per esercitare la propria supremazia la rende ancora più nauseante. Mi piacerebbe pensare che si tratti di un gruppo ristretto di soggetti disturbati anziché di un trend che si sta diffondendo nel Regno Unito. È certo che l’adolescente/uomo medio inglese sia più intelligente e più evoluto di questi cavernicoli?”

Lo stealthing è illegale nel Regno Unito?

Sì, è illegale.

Il CriminalProsecution Service del Regno Unito, definisce il consenso – che rappresenta il discrimine tra stupro e sesso consensuale – nella sezione 74 del “Sexual Offences Act 2003”, come una condizione in cui i partecipanti devono essere nella “posizione di prendere questa decisione liberamente” ed inoltre “il nodo fondamentale è se il querelante aderisce all’attività sessuale per sua scelta”.

Scegliendo di rimuovere il preservativo senza chiedere il permesso, la difesa legale viene invalidata dato che il partner non ha avuto voce in capitolo.

Tracey Cox ha spiegato: “Sono d’accordo sul fatto che violi il consenso condizionale: c’è una differenza enorme tra accettare di fare sesso con un preservativo ed accettare di farlo senza. Il primo è sesso protetto (al netto della protezione offerta da un preservativo che, seppur non perfetta, è la migliore che abbiamo), il secondo ti espone al rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, incluse HIV ed herpes recidiva”

Fox ha affermato: “Non c’è scusa che tenga. I preservativi fatti utilizzando materiali moderni e ricorrendo alla tecnologia, come il Durex Invisible (il loro prodotto più sottile) trasmettono le sensazioni perfettamente. Se il preservativo che hai scelto non fa al caso tuo, provane un altro. Non sfidare la sorte abusando del partner”.

È un problema solo maschile?

Alix Fox ha spiegato di aver sentito parlare di donne che adottano questa pratica, nonostante lo studio si concentri unicamente sugli uomini: “Ho sentito parlare anche di stealthing al femminile: si fa, ad esempio, compromettendo l’efficacia del preservativo praticando minuscoli buchi con degli aghi oppure manomettendolo di nascosto, nel tentativo di farsi mettere incinta con l’inganno”.

Esistono casi di condanne per stealthing?

A gennaio, in Svizzera, un uomo di quarantasette anni è stato condannato per stuprodopo aver rimosso il preservativo durante il rapporto con una donna conosciuta su Tinder.

Secondo l’agenzia di stampa RTS, un tribunale penale del paese ha deliberato che se l’uso del preservativo era previsto, ma non è avvenuto, avere un rapporto non protetto costituisce legalmente violenza sessuale. L’uomo è stato condannato a dodici mesi con sospensione condizionale.

Questo post è stato pubblicato su HuffPostUk ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

HPV scacco al papilloma

Non è obbligatorio, ma le Asl lo consigliano. Ed è una buona occasione per parlare  
di sessualità e prevenzione con gli adolescenti. Sia maschi che femmine.
di Tiziana Moriconi D Repubblica http://d.repubblica.it/dmemory/

La parola ai genitori che hanno scelto Il vaccino

Decidere di far vaccinare i figli contro un virus che, in futuro, potrebbe portare a complicanze poco piacevoli e a tumori. E farlo presto, prima che possano averlo incontrato. Tra la ricerca di informazioni attendibili e dubbi, ecco quello che sei mamme, una ragazza e un papà ci hanno raccontato.

Susanna, 53 anni, insegnante di italiano, Padova  
«Quando mia figlia ha compiuto 12 anni è arrivata una lettera da parte dell’Asl che ci invitava a presentarci per la vaccinazione contro il papillomavirus. In un primo momento ho disdetto l’appuntamento. Ho sempre fatto fare tutte le vaccinazioni a mia figlia, anche quelle non obbligatorie, ma quella contro il papilloma la ritenevo evitabile. Io non l’avevo fatta: cos’era, adesso, questa novità? Inoltre mi sembrava troppo presto, perché in qualche modo è associata alla vita sessuale. Ho cambiato idea per due motivi. Primo, è inutile nascondersi dietro un dito: sebbene noi genitori siamo convinti che sia troppo presto, i ragazzi a quell’età cominciano ad avere i primi approcci sessuali. Secondo, due mie amiche, a distanza di poco tempo, hanno scoperto di avere contratto il virus. Così, dopo circa un anno, ho richiamato l’Asl e ho fissato un nuovo appuntamento».

Chiara, 42, medico igienista, Milano
«Come medico sapevo tutto sul papillomavirus e la vaccinazione, ma il punto di vista di una mamma è diverso. Quando è arrivata la lettera, Leda aveva 12 anni e mi ha riempita di domande. È stato un momento molto bello: l’occasione per parlare della salute della donna, rafforzare il nostro rapporto e cominciare a discutere, seppure in modo delicato, di sessualità, del suo sviluppo e delle malattie che si trasmettono in tal modo, come la gonorrea e la sifilide. Per quella che è la mia esperienza, i ragazzi di quell’età non sanno nulla su questi argomenti: queste patologie sono un tabù, non ne parlano a scuola né le spiega il pediatra. Non solo. La percezione dei genitori è che le infezioni sessualmente trasmissibili siano rare e che riguardino soltanto le categorie a rischio. È un concetto sbagliato: non ci sono categorie, ma comportamenti a rischio, che tutti possiamo avere».

Leda, 14 anni  
«Quando è arrivata la lettera, non sapevo niente del virus, ma la mamma fa il medico e ho potuto chiedere a lei. Inoltre, visto che tutte le ragazze della classe andavano a fare il vaccino, la nostra professoressa di scienze ci ha spiegato le infezioni sessuali e i metodi per ridurre il rischio di contrarle. È stato un po’ imbarazzante, molti ragazzi hanno avuto atteggiamenti infantili e non hanno preso la lezione con serietà. Non è passato il concetto che il papilloma colpisce anche loro. Credo che estendere il vaccino anche ai maschi potrebbe aiutare a sensibilizzarli. Quanto al momento della vaccinazione, prima di fare l’iniezione ero un po’ spaventata, ma ora sono contenta, soprattutto di aver parlato con mia madre di certi argomenti».

Emma, 42, impiegata, Milano 
«Sono mamma di una bambina di 10 anni e di un ragazzo di 15, e ho deciso di vaccinare anche lui contro il papillomavirus. Qualche tempo fa ho cominciato a informarmi e mi sono chiesta come mai i maschi fossero esclusi dal piano. Farlo vaccinare è un bell’impegno economico, e i benefici per lui sono relativi (visto che protegge da forme abbastanza rare di tumori del pene, del retto, della testa e del collo); lo ritengo però importante per le compagne che avrà nella vita, che potrebbero non essere protette. È una questione di responsabilità sociale e sono contenta che lui sia sensibile a questo argomento».

Angela, 52, volontaria, Brescia 
«Ho lavorato per molti anni presso i consultori dell’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica), quindi sapevo già cosa fosse il papillomavirus e che era stato messo a punto un vaccino. Quando è arrivata la lettera dell’Asl, ho chiesto solo un’ulteriore conferma alla pediatra, che mi ha consigliato di farlo fare a mia figlia. Rosa aveva un po’ di paura, perché ha avuto poco a che fare con i medici nella sua vita, ma le ho spiegato che era necessario. Alla fine, ha sentito solo un po’ di solletico ed è stata bene. Non so se abbia capito a cosa serva il vaccino, ma per me è importante che sappia che ciò che scelgo per lei ha una motivazione. Le ho parlato anche di sessualità: non voglio che si faccia remore a chiedermi informazioni per poi andare a cercarle di nascosto».

Cinzia, 54, imprenditrice, Roma  
«In generale, se una vaccinazione non è obbligatoria sono contraria a farla fare, perché ho paura delle reazioni avverse. Quindi all’inizio ho portato mia figlia Ilaria all’appuntamento soltanto per informarmi. All’Asl, però, ho trovato persone molto disponibili che ci hanno dedicato più di mezz’ora e hanno risposto alle mie domande e chiarito i dubbi. Ilaria era un po’ intimorita dall’idea dell’iniezione, ma non le ha fatto male né le ha dato alcun effetto collaterale».

Barbara, 45, impiegata, Milano
«Giulia ha appena cominciato la prima media ed è ancora piccola per il vaccino, ma io sto iniziando a informarmi. Mia mamma aveva contratto il papillomavirus e questo mi porta a voler proteggere mia figlia. Dall’altro lato, però, ho paura per le eventuali reazioni allergiche al medicinale. Questa è il mio timore più grande. Per chiarirmi le idee non mi affiderò alla Rete, dove si legge tutto e il contrario di tutto, ma chiederò al pediatra. E spero in un incontro con i medici della Asl, che mi possano spiegare meglio i vantaggi e i rischi».

Johann, 46 , giornalista, Roma  
«Quando siamo arrivate al centro vaccinale, mia figlia, che ha il terrore degli aghi, era molto nervosa. Così ho deciso di farmi un vaccino anche io, per dimostrarle che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Con lei è sempre necessario motivare in modo convincente la necessità di fare un’iniezione.
In questo caso, però, è stato davvero importante spiegarle perché stava facendo il vaccino contro il papillomavirus. Le ho detto che l’iniezione era un piccolo prezzo da pagare per eliminare completamente il rischio di un tumore al collo dell’utero. Le ho anche spiegato che la vaccinazione non l’avrebbe protetta da tutto, ma che esistono tante malattie che si trasmettono sessualmente da cui si dovrà difendere, per non compromettere la sua fertilità. Purtroppo c’è poca cultura della prevenzione. Il mio consiglio è di informarsi sempre attraverso fonti ufficiali, come il sito del ministero della Salute, o chiedere al medico».

“Giovanna, Massimo e gli altri minorenni caduti nella trappola delle foto hot in Rete”

Lo psicoterapeuta Pellai racconta i suoi pazienti                            

di Antonella De Gregorio Corriere della Sera 18 Sep 2016 photo c.right Carolina Mizrahi

Ci si entra per il bisogno di lasciare una traccia. Per parlare e condividere, appartenere o emergere. Tutti sono su Facebook. O usano Whatsapp e Instagram per filmarsi, fotografarsi, postare a caccia di condivisioni e “like”. Un far west dove si dicono cose intelligenti, ma più spesso si scambiano banalità o filmati da vergogna.

Com’è successo a Giovanna, figlia dodicenne di una psicopedagogista.

“Intellligente, vivace, tanto sport, coccolata e un pò viziata, in quarta elementare aveva già in mano un cellulare. In quinta un computer, in prima media un Ipad”, racconta Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva che ha pubblicato per DeAgostini “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet”, in cui parla delle nuove generazioni e del loro rapporto «fluido, possibile, accessibile, normalizzato» con il sesso. Quando Giovanna informa la famiglia che vuole aprire un profilo Facebook, i genitori non si oppongono: la maggior parte delle sue compagne lo ha già fatto. Diventata social, la ragazza colleziona amicizie virtuali e in rete incontra «Beautiful Prince», un 35enne che la aggancia millantando un’amicizia con il suo idolo, Justin Bieber. La tempesta di messaggi, conquista la sua fiducia e arriva a chiederle foto «con gli slip soltanto»; poi si passa ai video e al sesso via webcam. Solo quando parte il ricatto Giovanna trova la forza di confidarsi con un’amica, che la convince a parlare con i genitori. Poi la denuncia, la polizia postale, e il percorso con il terapeuta. La mamma? «Quando le ho chiesto se aveva mai parlato di sesso con la figlia mi ha risposto: “Non avevo ancora fatto nulla, perché non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale. Mi sembrava troppo piccola e lei non chiedeva”».

Massimo invece, 11 anni, suo piccolo paziente, uno che a scuola «spacca» — come dice lui — sportivo e boy scout, ha scoperto Youporn attraverso un compagno, che un giorno durante l’intervallo, di nascosto dai professori, ha tirato fuori lo smartphone e ha mostrato alcuni filmini pornografici scaricati da lì. Prima andava su Internet per tenersi informato su sport e squadra del cuore. Da quel momento gli è successa una cosa pazzesca, «per la prima volta ha provato un piacere incredibile», come ha poi raccontato al medico. Ed è diventato un assiduo frequentatore del sito. Ma in breve si è trovato preda di un disturbo «che aveva tutte le caratteristiche di una sindrome da stress post-traumatico. Solo che l’evento traumatico non era qualcosa che aveva messo a repentaglio la sua vita — spiega Pellai — bensì la quantità di materiale pornografico a disposizione. Stimoli e sensazioni che hanno saturato le sue fantasie e che lui non era ancora in grado di gestire ed elaborare». Massimo è uno dei tanti: «Uno dei modi con cui i giovanissimi provano a socializzare e a scambiarsi informazioni intorno al tema del sesso è la condivisione di immagini e materiali hot — prosegue Pellai —. Oggi è quanto mai frequente, perfino tra bambini delle elementari, e molto pericolosa».

Molti, padri soprattutto, pensano che «si diventa grandi anche così».

Ma è evidente che qualcosa manca. A una dozzina d’anni dalla loro nascita, non è nato un bon ton dell’uso dei social, un’educazione civica digitale. I genitori non sono più consapevoli, gli insegnanti non sono più attenti. «Vedo tanti figli orfani nella loro vita online — dice Pellai —. L’unica cosa che i genitori fanno per loro è accompagnarli nel negozio di telefonia, per regalargli, sempre più presto, un cellulare che abbia più gigabyte possibili».

Pellai parla di una sessualità «facile, immediata e di pronto consumo», favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Di giovanissimi che mostrano atteggiamenti connotati sessualmente fin dalla seconda infanzia, quando dovrebbero pensare al proprio corpo in termini ludici e motori, e non seduttivi.

Come Alessandra, 16 anni, brava a scuola, diverse amiche e la sensazione di «non valere» perché i ragazzi si accorgono di lei. Quando decide di «cambiare il copione», pensa che per essere popolare deve «provare a portarsi a letto un po’ di ragazzi», racconterà, una volta arrivata in terapia.

Lucia, 11 anni, invece, arriva a chiedere aiuto dopo mesi di vita parallela e allucinata in compagnia del suo smartphone, dal quale non si separa mai e che contiene una sequela di messaggi espliciti e volgari che scambia con un ragazzo di 16 anni. E i genitori lasciano fare.

«C’è uno scollamento sempre più frequente — dice Pellai — tra lo sviluppo biologico, il corpo dei bambini e quello che in realtà stanno pensando e facendo. E c’è il mondo virtuale che non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i nostri figli all’interno di un territorio così vasto e complesso. Ma oggi c’è una voragine dove si dovrebbe fare educazione alla sessualità e all’affettività.

E mentre i genitori stanno zitti, il mondo, fuori, urla».

 

La moltiplicazione dei genitori

Non è soltanto la biologia a determinare le funzioni della madre e del padre: lo dimostra il vissuto delle nuove famiglie

di Gustavo Pietro Polli Charmet pubblicato su La Lettura – Corriere della Sera  e ripreso da http://www.cinemagay.it

Sempre più spesso padri e madri si rivolgono a scuole per genitori, consultori familiari, siti del web nella speranza di ottenere un sostegno nell’esercizio del proprio ruolo. È soprattutto l’ingresso nella fase adolescenziale dei figli che pone loro difficoltà relazionali ed educative innescate dai cambiamenti che i ragazzi attuali hanno introdotto nel processo di crescita ed emancipazione dai genitori. La liberazione dei costumi sessuali, la grande importanza attribuita al gruppo dei coetanei, la socializzazione precoce, i nuovi motivi di disagio e i controproducenti tentativi di mitigarlo pongono al padre e alla madre un’urgente necessità di riuscire a essere un autentico sostegno nel percorso evolutivo del figlio che attraversa l’età del massimo rischio. Si è così diffusa la consapevolezza che svolgere in modo efficace la funzione materna e paterna nel contesto socioculturale attuale è un compito che richiede lo sviluppo di nuove competenze e, quando è possibile, un confronto ravvicinato con chi svolge analoghe funzioni o dispone di un sapere educativo aggiornato.

Nella realtà attuale è più appropriato chiedersi cosa stiano facendo la madre da un lato e il padre dall’altro, piuttosto che interrogarsi su cosa stia combinando la famiglia nei confronti del figlio in difficoltà. È così diventato evidente, e quindi ampiamente riconosciuto, che non è più realistico ipotizzare che esista un solo modo di svolgere la funzione genitoriale, ma che si siano diffuse molteplici interpretazioni della funzione materna e paterna. Da molti anni la società non prescrive quale debba essere il compito primario del padre e della madre e lascia liberi gli aspiranti genitori di interpretare il compito più in relazione alla propria formazione, indole, qualità della relazione di coppia, e storia personale piuttosto che imporre una rigida suddivisione dei compiti e una convenzionale suddivisione del potere fra uomo e donna, moglie e marito, padre e madre. Il silenzio sociale su quale sia il mandato affidato al padre ha reso più evidente che l’accensione della vocazione paterna nei giovani maschi dipende in genere da una sorta di attivazione delle centrali simboliche profonde da parte della relazione di coppia che sospinge verso la consapevolezza il desiderio di realizzarsi anche attraverso il progetto generativo e l’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio cucciolo. La funzione paterna nascerebbe quindi nel luogo dell’amore e della creatività e non più nel luogo della legge, dell’etica e della celebrazione del potere maschile.

La maggior parte dei nuovi padri tende a riconoscere che la propria conversione è avvenuta soprattutto grazie allo straordinario potere del bambino nel coinvolgere in una relazione che fin dall’inizio ha più le caratteristiche dell’innamoramento che quelle dell’accettazione del mandato di trasmettere regole e valori a un piccolo selvaggio. Si è così diffusa la figura del padre accuditivo, «materno», più attento a offrire relazione competente piuttosto che a trasmettere regole e valori sociali. Anche la funzione materna, oltre alle funzioni invarianti che caratterizzano il ruolo di madre, si caratterizza oggi per la forte propensione a capire quale sia la qualità di relazione affettiva e lo stile educativo che sostengano il proprio cucciolo nell’inserimento precoce nella rete delle relazioni con i coetanei offerte dalla scuola e da altre istituzioni di sostegno alla madre che lavora. L’insieme di queste e altre importanti trasformazioni insediatesi nel cuore educativo e affettivo della famiglia mononucleare generalmente a figlio unico, rendono variegato il panorama della varie tipologie di padri e di madri che si possono incontrare nella realtà sociale condivisa.

Va tenuto presente che molti indicatori sottolineano l’alto livello di gradimento che queste novità educative suscitano nei figli: basti pensare a come sia raro imbattersi in bambini che sperimentino ancora paura nei confronti dei genitori e temano la severità dei castighi in caso di trasgressioni. I nuovi bambini non hanno più paura degli adulti, della scuola, della famiglia e godono di un insolito potere contrattuale: ritengono di avere ragione e diritto a un ascolto attento e competente da parte degli adulti e particolarmente dal padre e dalla madre.

Succede però sempre più spesso che i genitori rompano il patto coniugale, si separino e preparino il divorzio definitivo. Compaiono allora sullo scenario domestico accanto al padre e alla madre i loro nuovi compagni e spesso anche i figli delle relazioni precedenti. Generalmente i bambini sono propensi ad accettare di costruire relazioni pacifiche con i nuovi arrivati purché non pretendano di usurpare o ricoprire funzioni materne o paterne. Il nuovo galateo della famiglia ricomposta prevede che i bambini rispettino l’autorevolezza degli adulti e riconoscano il diritto a svolgere una generica funzione di indicazione educativa. Ma non sono disposti a ubbidire a chi siede abusivamente al posto del padre o della madre. Se però i nuovi compagni dei genitori riconoscono la legittimità dei confini impliciti, tutto fila liscio e può succedere che anche i genitori più litigiosi e gelosi finiscano per accettare una pace conveniente piuttosto che proseguire una guerra di logoramento.

Che la funzione materna e paterna sia relativamente autonoma dalla componente biologica ed anche dall’eventuale livello di sofferenza mentale del soggetto che la esercita, lo si verifica con sufficiente chiarezza nel caso in cui un cittadino adulto che abbia superato le prove attitudinali venga incaricato di svolgere le funzioni di genitore affidatario a causa di una più o meno temporanea inadeguatezza educativa dei genitori naturali. In questi casi può svilupparsi una relazione satura di funzione materna o paterna solo grazie a una scelta etica e a un interesse sincero per il destino sociale di minorenni lasciati soli o traumatizzati dal comportamento degli adulti di riferimento. Anche nel caso dell’adozione si sviluppano, pur alle prese con le prevedibili difficoltà di partenza, intense e coinvolgenti relazioni sature di competenza materna o paterna, esposte a volte al rischio che il bambino adottato, divenuto adolescente, metta in discussione il valore del legame adottivo nel tentativo di riabilitare in fantasia i genitori naturali che l’hanno abbandonato per oscuri motivi. Nessuno però mette in dubbio che siano gli stessi bambini e adolescenti ad avvertire la necessità che la propria crescita sia presidiata da una funzione paterna e una materna, se possibile non in conflitto fra loro. Allorché infatti si verifichi l’evenienza che una delle due pretenda e ottenga l’egemonia affettiva ed educativa, si avverano delle difficoltà di crescita dei figli naturali o adottivi costringendo sia gli adulti che i minorenni a dolorose vicissitudini alla ricerca di una maggiore democrazia affettiva.

Se quindi la funzione materna e paterna rappresentano l’approdo del soggetto adulto a una maturità etica, affettiva ed educativa che lo rende capace di sostenere nella fatica di crescere dei bambini, è relativamente poco significativo che il bambino sia figlio naturale, o sia adottato o sia stato concepito in provetta, sia maschio o femmina. Dovrebbe essere quindi non decisiva l’identità di genere, maschile o femminile, nello svolgere una funzione prevalentemente paterna o materna come dimostra la recente maternalizzazione del padre e relativa paternalizzazione della madre che consente sia al genitore maschio di svolgere funzioni materne che al genitore femmina di accudire con ispirazione paterna la crescita del proprio cucciolo.

Chiunque abbia avuto occasione di partecipare a una riunione dei genitori degli allievi della medesima classe, ha potuto entrare in contatto con le più diversificate interpretazioni della funzione materna e paterna, non solo in relazione alle diverse etnie, ma anche in relazione alla composizione della coppia genitoriale, omosessuale o eterosessuale, famiglia adottiva, bambini affidati ai nonni, famiglie ricomposte, giovanissime coppie o genitori single. Sono occasioni di confronto ravvicinato su come la competenza educativa e relazionale dell’adulto che svolge funzioni paterne o materne sia di gran lunga più importante della sua identità di genere, età, orientamento sessuale o fede religiosa. Di ciò tengono ampiamente conto gli esperti chiamati a valutare la competenza materna o paterna nei casi in cui sia la giustizia a dover decidere chi meglio possa assumersi la responsabilità di garantire i diritti fondamentali dei bambini.

Bibliografia

Sul tema della «nuova» genitorialità segnaliamo il saggio appena uscito per Raffaello Cortina Editore Il terzo genitore di Anna Oliverio Ferraris (pp. 192, e 16,50). Altri titoli sullo stesso argomento: Un genitore in più di Jesper Juul (Apogeo, pp. 81, e 9,50); Mamma e papà hanno un nuovo compagno. Come costruire una famiglia allargata felice di Bénédicte M. Vincent (traduzione di Giuliana Citton, Red Edizioni, pp. 123, e 13,50); Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori di John Gottman con Joan Declaire (traduzione di Andrea Di Gregorio e Brunello Lotti, Bur, pp. 327, e 12). Sulla paternità è uscito recentemente per Einaudi il libro del disegnatore Matteo Bussola Notti in bianco, baci a colazione (pp. 184, e 17)

Il dibattito

Negli Stati Uniti il parenting è oggetto di migliaia di pubblicazioni, blog, newsletter. Ultimamente, anche la teoria dei giochi è entrata nel cassetto degli attrezzi dei futuri genitori. Il libro The Game Theorist’s Guide to Parenting (Scientific Amer Books , pp. 222, $ 20,93) scritto da Kevin Zollman, docente di filosofia alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh con il giornalista Paul Raeburn, applica teorie e leggi dell’economia e del marketing all’educazione della prole. Obiettivo: imparare a negoziare con i propri figli

L’immagine

Nell’immagine a destra: l’opera di Keith Edmier Beverly Edmier 1967 (1998), esposta nella mostra La Grande Madre (2015) di Palazzo Reale a Milano, curata da Massimiliano Gioni

(La Lettura)

La generazione senza sesso

I Millennial hanno molti meno partner sessuali dei giovani degli ultimi decenni, dice un paper. È un problema di aspettative, più che di smartphone.

Di Davide Piacenza http://www.rivistastudio.com/
 Negli ultimi anni, a intervalli di tempo regolari, il circuito dei media internazionali freme per una notizia riassumibile – con molto rasoio di Occam – in: i giovani non fanno più sesso. Questa settimana uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Archives of Sexual Behavior ha riportato la questione alla più stretta attualità: i dati raccolti da Jean Twenge, principale nome dietro al paper e autore di Generation Me dicono che, in media, per una persona nata negli anni Novanta non avere rapporti sessuali è due volte più comune rispetto a quanto avveniva ai ventenni della generazione precedente. E anche che i Millennial odierni, il quasi mitico target di riferimento di plot basati sul sesso come quello della serie tv Girls, hanno meno incontri amorosi dei baby boomer e degli appartenenti alla Generazione X, che li hanno preceduti.

Negli ultimi trent’anni, spiega il Washington Post presentando i risultati della ricerca, la porzione di “young adults” – ovvero persone di età compresa tra i 20 e i 24 anni – che non fanno sesso è più che raddoppiata, passando dal 6% al 15% di coetanei che non hanno avuto rapporti sessuali dopo aver raggiunto la maggiore età. Sembra istintivamente di stare parlando di una realtà alternativa a quella che conosciamo: siamo o non siamo la “hookup generation”, noi nati tra gli anni Ottanta e i Novanta, quella cresciuta con il sesso occasionale come riferimento onnipresente e definitivamente normalizzato nella tv che guardiamo, nelle canzoni che ascoltiamo e nei discorsi che facciamo? Possibile che la generazione che è diventata grande con Erotica di Madonna o Britney Spears sia meno sessualmente attiva di quella che ascoltava Gigliola Cinquetti cantare «non ho l’età per amarti»?

La spiegazione più semplice, e quindi più percorsa, come il sentiero più breve da cui raggiungere la vetta della comprensione, è che i venti-qualcosenni odierni sono troppo presi a controllare il proprio smartphone (anche e soprattutto per giocare a Pokemon Go, ultimamente) per occuparsi di cose “reali” che succedono nel mondo “reale”. Una generazione di debosciati, si dirà, di «sdraiati» per qualcun altro, che non è in grado di provvedere nemmeno ai suoi bisogni fisiologici. Eppure c’è molto altro da dire, e non tutto rassicurante come deridere un ventenne a suon di gomitatine: ad esempio, che «i Millennial sono stati terrorizzati dal sesso», come commenta Daisy Buchanan in un pezzo sul Guardian molto condiviso. In altre parole, fare l’amore (espressione che sa di antico, per un motivo credo più eloquente e utile a spiegare la questione di quanto non si potrebbe pensare) è diventato una dimensione puramente estetizzata, un’aspettativa a cui attenersi più che una via regolarmente praticabile per essere appagati o felici. «Abbiamo urgentemente bisogno di un’altra rivoluzione sessuale», scrive Buchanan, «dobbiamo celebrare il sesso, parlare di tenerezza e di stare insieme, e affrontare il fatto che un’intera generazione è così ansiosa di apparire bene da non riuscire a permettere a se stessa di stare bene».

Cuddle Party Held In New York City

Certo, gli schermi dei nostri smartphone c’entrano, eccome. Hanno un ruolo innegabile nel confinamento del sesso ad attività marginale non solo nella misura in cui diminuiscono la necessità (e quindi la frequenza) degli incontri di persona, ma anche in maniere più sottili e indirette, rendendo i potenziali partner persone che esistono solo in un etere-limbo in cui possono sparire da un momento all’altro, e senza grandi complicazioni affettive di sorta. Twenge, che insegna Psicologia alla San Diego State University, ha dichiarato al Washington Post che questo stato di cose «finisce per porre molto risalto sull’aspetto fisico, e credo che questo penalizzi gran parte della popolazione. Per tanti individui di aspetto nella media, il matrimonio e le relazioni stabili sono state il modo attraverso cui fare sesso regolarmente». Ma le relazioni stabili sono soltanto una delle possibilità, delle «opzioni» di cui parla il comico Aziz Ansari nel suo ultimo libro per definire le nuove (infinite?) possibilità di rapporto, e nemmeno la più incensata. Una congiuntura fatta di scarse prospettive economiche e cambiamenti dei costumi ha fatto sì che nel 2014, per la prima volta nella storia, c’erano più americani tra i 18 e i 34 anni che vivevano coi genitori rispetto a quanti convivevano con il compagno o la compagna.

prosegue su http://www.rivistastudio.com/standard/millennial-non-fanno-sesso/

Condividi la tua timidezza. Puoi vincerla

Scuola, famiglia, gruppo, relazioni: con l’hashtag #GrowingUpShy migliaia di ragazzi raccontano su Twitter i loro problemi

«Le persone introverse sanno entrare in sintonia con il loro mondo interiore, per questo spesso producono capolavori”

di Federica Colonna La Lettura Corriere della Sera Jul 2016 immagine di Carlotta Montagna “lamamma _tapirulan”

Crescere può essere difficile. Per un timido ancora di più. Lo raccontano le migliaia di persone che su Twitter hanno scelto di condividere le proprie esperienze di bambini e adolescenti introversi con l’hashtag #GrowingUpShy — crescere timidi, appunto — entrato il primo luglio nella lista dei trending topic, i contenuti più virali sul social network. Già diffusissimo lo scorso anno, e secondo la Bbc lanciato dall’account @3rdborndavis, oggi non più attivo, l’hashtag è una variazione di #GrowingUpBlack, con cui un gruppo di utenti Twitter ha cominciato a raccontare la vita degli afroamericani. È stata poi la volta di #GrowingUpHispanic (ispanici), #GrowingUpArab (arabi), fino a #GrowingUpPoor (poveri) e #GrowingUpPretty (belli).

Il passo dal racconto dell’identità etnica a quello di una condizione economica o estetica, insomma, è stato breve: anche utenti noti come la Vine star @FreddyAmazin o l’account @RelatableQuotes, dedicato a rilanciare messaggi sulla vita quotidiana, hanno cominciato a postare tweet sull’ansia e la vergogna di interagire con gli altri. E sono stati condivisi più di 25 mila e di 11 mila volte ciascuno, contribuendo così ad animare una conversazione globale.

Perché la timidezza non è un tabù e, al contrario, la proviamo più o meno tutti. Lo scrive Bernardo J. Carducci, direttore dell’Indiana University Southeast Shyness Research Institute, secondo il quale le ricerche condotte negli ultimi vent’anni segnano una chiara tendenza: l’incidenza della timidezza è in aumento e niente fa pensare a un’inversione di rotta.

Colpa anche della nostra dieta tecnologica e del clima culturale in cui viviamo. «Perdiamo presto la pazienza — ha spiegato il professore — perché siamo cresciuti con l’abitudine a eventi che accadono sempre più velocemente».

Così siamo diventati intolleranti di fronte a chi impiega più tempo per scaldarsi e i timidi sono i primi a soffrirne. Anche se, avverte Carducci, la timidezza non è né una malattia né un’allergia al genere umano. Ne è convinta, per esempio, Susan Cain, autrice di Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (Bompiani). Anche se timidezza e introversione non sono la stessa cosa — la prima, spiega, è la paura del giudizio sociale mentre la seconda riguarda il fatto di sentirsi meglio in contesti tranquilli — hanno un tratto in comune: il distacco sociale, che spesso penalizza chi lo prova.

Le persone estroverse, infatti, sono considerate più intelligenti anche se, avverte Cain, non c’è nessuna vera connessione tra una buona chiacchiera e una buona idea. Anzi. «Alcune delle migliori invenzioni e delle più grandi opere d’arte — scrive — dalla teoria della evoluzione ai girasoli di van Gogh, sono nate dalla testa di persone introverse che sapevano entrare in sintonia con il loro mondo interiore per trovarci dentro grandi tesori». Le guance rosse, però, non vengono solo agli intellettuali ma anche ai leader politici. Barack Obama sarebbe un introverso, ha scritto David Brooks del «New York Times», e anche Hillary Clinton non spicca per socievolezza. «Sono una estroversa-introversa», ha dichiarato alla Cnn. Nulla di strano.

Secondo Dan Goleman, psicologo e giornalista, infatti, leader non si nasce, ma si diventa, e anche i timidi possono farcela. Insomma, il mondo può essere degli introversi, a patto che si dichiarino. Perché la «cura» alla timidezza non è dentro di noi, ma fuori. Nelle storie degli altri: divertenti, ironiche e buffe proprio come le nostre brutte figure.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

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