I MUTANTI, di Sofia Bignamini, Solferino ed.

Sul crinale tra l’infanzia e tutto ciò che viene dopo si apre una terra di mezzo, dove strani esseri, non più bambini e non ancora adolescenti, si apprestano a una grande trasformazione. Sono i mutanti che, travolti dalla rivoluzione puberale,cercano di definirsi, di tracciare confini e intrecciare relazioni con il mondo.

Ognuno di loro risponde come può al richiamo della crescita: ci sono maschi che accelerano, dando sfogo agli istinti aggressivi e a un corpo muscolare, e femmine che usano il corpo per sedurre e compiacere aumentando i like sui social network. Ma c’è anche chi resta aggrappato all’infanzia, cercando con tutte le sue forze di frenare il treno ad alta velocità su cui si sente imbarcato.

Nell’epoca del narcisismo, del «sempre prima, sempre più veloce», la preadolescenza è diventata una fase cruciale, complicata per tutta la famiglia. È però una fase meno strutturata dell’adolescenza vera e propria, in cui problemi e asperità, sebbene intensi, sono ancora malleabili, e l’intervento adulto può essere molto efficace.

Sofia Bignamini di mutanti ne incontra ogni giorno, e ogni giorno li ascolta, li guarda, li accompagna nel processo della metamorfosi. Attraverso le loro voci, ci racconta che non esistono ricette preconfezionate per guidarli in questo passaggio. Esistono, però, trappole da evitare, ostacoli da aggirare e soprattutto occasioni da cogliere. Prima fra tutte, quella di avere fiducia in loro e difendere la loro speranza di futuro.

Come parlare di sesso ai tuoi figli

Mentre in tv arriva un docu-reality dedicato agli adolescenti, l’85% dei genitori arretra davanti ad argomenti hot. Risultato: i bambini cercano risposte su YouPorn già a 10 anni. E i ragazzi, appagati dai video hard, non hanno rapporti veri fino a 17. La scuola? Tace. Ma superare i tabù si può. Parola degli esperti

articolo di Ilaria Amato, pubblicato su DONNAMONDERNA.it  https://bit.ly/2K5kLqe

Un nuovo programma tv aiuta a entrare nel mondo della sessualità dei figli, misterioso e ansiogeno per la maggior parte dei genitori. Si intitolaSe dici sesso, va in onda su Mtv dal lunedì al venerdì alle 14.10 ed è un docu-reality in cui 6 adolescenti si confrontano sulle loro esperienze senza tabù. E senza la mediazione di madri e padri, paludati nel loro imbarazzo, convinti di essere genitori amiconi, genitori social, genitori smart… Fino a quando in casa non entra l’argomento sesso. Perché in quel momento si alza un muro davanti al quale si arretra o, peggio, si delega, sperando che qualcun altro se ne occupi. Spesso quel qualcun altro non è nemmeno la scuola. In Germania l’educazione sessuale è materia obbligatoria da 50 anni, in Svezia da 60. In Italia, come in pochissimi altri Paesi europei, non è prevista per legge, quindi entra nelle classi solo di pochi, virtuosi, istituti che la inseriscono nell’offerta formativa.

Anche se una recente sentenza della Corte europea dei diritti umani parla chiaro: gli insegnanti sono tenuti a rispondere alle domande degli allievi sulla sessualità in modo adeguato alla situazione e all’età. Ma quante volte avviene? E come? Intanto, il vuoto educativo si fa sentire: secondo una ricerca Eu Kids online, già a 9 anni i ragazzini entrano in contatto con immagini porno, a 11 ricevono messaggi sessuali sullo smartphone. Mentre Internet si conferma l’unica, incontrollata, fonte di informazione per oltre il 60% dei teenager. Ma esiste un modo giusto per parlare di sesso con i figli? Quattro esperti dicono di sì. E spiegano come.

«Bisogna vincere il pregiudizio nelle aule: educare al sesso non significa istigare a farlo»

Claudio Foti psicoterapeuta, direttore dell’Istituto Hansel e Gretel di Torino «Da 60 anni in Italia si cerca di fare una legge sull’educazione sessuale a scuola, ma il pregiudizio per cui parlare di sesso ai ragazzi significa istigarli a farlo lo impedisce. C’è un modo per superarlo: affrontare il tema della sessualità attraverso le emozioni e l’affettività. Certo, i giovani hanno bisogno di informazioni pratiche e sanitarie, ma è dimostrato che queste servono a poco se non si abbinano a un approccio emotivo: le campagne sugli anticoncezionali hanno un’efficacia 20 volte superiore se le ragazze possono parlare, per esempio, della vergogna di portare con sé il preservativo. Le paure e le ansie legate al sesso di bambini e adolescenti non vanno trascurate: i nostri figli sono iperstimolati da immagini erotiche, e in età sempre più precoce: già alle elementari conoscono YouPorn. I messaggi fuorvianti a cui sono sottoposti li disorientano e spaventano. Nei miei laboratori vengono fuori anche situazioni difficili: in genere emerge un caso di abuso sessuale per ogni classe. È urgente che la sessualità entri nei programmi scolastici al più presto».

«Vanno smitizzati i filmati porno: danno un’idea distorta dei rapporti»

Roberto Bernorio ginecologo di Aispa (Associazione italana sessuologia psicologia) «I ragazzi di oggi fanno un consumo smodato di filmati porno gratuiti sul web già a 10 anni. Succede soprattutto ai maschi: le femmine sono più lontane dalla pornografia, perché per natura la sessualità della donna è meno visiva. L’80% dei filmati hard è mirato a un pubblico maschile, proponendo una figura femminile succube e passiva. Inoltre, l’abitudine di usare immagini hard per provare piacere porta gli adolescenti a evitare i rapporti sessuali reali con le ragazze, perché più complessi. Perciò la prima volta, quella vera, oggi non è così precoce: 17 anni in media. Evitare che un adolescente acceda al porno è un’utopia, ma insegnargli un approccio critico è possibile. Ci stanno pensando in Francia, dove il ministro delle Pari Opportunità Marlene Schiappa ha proposto di istituire “l’ora di pornografia” alle medie per aiutare i ragazzi a decodificare i video hard, a capire che sono finzione e non realtà. Nella stessa direzione vanno progetti come Thepornconversation.org, creato dalla regista erotica Erika Lust per aiutare i genitori a svelare i trucchi dietro ai filmati. Alcuni tutorial sono in forma di cartoon e si riesce a guardarli con un figlio senza troppi imbarazzi».

«Molti ragazzi fanno sexting ma ne ignorano i pericoli: serve un patentino per i social»

Loredana Cirillo psicoterapeuta del centro Minotauro, autrice diAdoleScienza Manuale per genitori e figli sull’orlo di una crisi di nervi(Edizioni San Paolo) «A scuola andrebbe introdotta l’educazione alla tecnologia, più che al sesso, a visto che ormai tutti i rapporti dei nostri ragazzi passano da lì. Penso a lezioni che spieghino con chiarezza quali sono i rischi di fare sexting, per esempio: è la pratica – sempre più diffusa – di scambiarsi foto con parti del corpo nude. I tentativi di controllo da parte dei genitori sono spesso vani. I dati lo dimostrano: il 60% di mamme e papà spia i profili social e la cronologia Internet dei figli, il 50% sbircia nel loro smartphone. Ma questo atteggiamento “poliziesco” non funziona, come sono poco efficaci prediche e ammonimenti. Serve una formazione specifica. È come quando si impara a guidare la macchina: un genitore può darti una mano, ma non basta, serve la scuola guida. Occorre prendere un “patentino” per la tecnologia, prima di usarla. E deve pensarci la scuola con figure ad hoc».

«Facciamo da guida fin da quando sono piccoli: rispondiamo ai loro dubbi invece di ignorarli»

Caterina Di Chio psicologa, autrice di Laboratorio di educazione sessuale e affettiva (Erickson) «Anche per i genitori amiconi e moderni parlare di sesso con i figli rimane un tabù (nell’85% dei casi, secondo Scuola.net, ndr). È normale: l’imbarazzo su questi argomenti è un fatto naturale che segna il distacco tra 2 generazioni. Ma serve trovare il modo di superarlo per prendersi in carico l’educazione sessuale dei propri bambini e ragazzi, prima che sia la Rete a farlo. Quando iniziare? Presto: parlare di sessualità in casa deve essere percepito come qualcosa di possibile, da affrontare con serenità e disponibilità, prima in termini semplici e poi adeguando il linguaggio e i contenuti a seconda dell’età del ragazzino. I bambini fanno domande sul sesso fin da molto piccoli: rispondiamo, invece di ignorarle. Più tardi si affronta l’argomento, più è difficile superare gli imbarazzi. Si può prendere spunto dall’attualità, magari iniziando a cena tra genitori, e coinvolgendo il figlio nel discorso».

Sesso sicuro? (Quasi) nessuno lo fa: solo 2 su 10

Sanno tutto di eros, poco di sentimenti. Guida ai millenials: ecco chi sono i nostri figli

articolo di Rossella Conte pubblicato da Quotidiano.net https://www.lanazione.it/firenze/cronaca/

Disinibiti, sfacciati, sciolti. Il web rende più facile il corteggiamento e il rapporto con l’altro sesso, superando tabù e imbarazzi. Ma è quando si entra nel mondo off-line che gli adolescenti si scoprono dei veri analfabeti sentimentali. Tra emozioni, facili innamoramenti e impulsi sessuali, la prima volta dei millennials viene vissuta con un po’ di confusione almeno per quello che riguarda i rischi di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. Secondo una ricerca dell’Istituto internazionale di Sessuologia con sede a Firenze, effettuata su un campione di ragazzi tra i 14 e i 18 anni, i primi rapporti arrivano tra i 15 e i 16 anni ma solo il 17% dichiara di usare il preservativo. Tradotto: 8persone su 10 hanno rapporti non protetti.

«LA MAGGIOR parte degli intervistati dice di usare precauzioni per evitare gravidanze, non per prevenire infezioni o malattie. Le donne sono condizionate da un fattore culturale, hanno paura ad apparire troppo disinibite per esempio portando il profilattico con sé. Per gli uomini, si tratta di un fattore prettamente fisico» spiega Elena Lenzi, didatta dell’Istituto internazionale di sessuologia e membro del comitato scientifico Federazione italiana sessuologia scientifica. Proprio sulla distinzione tra contraccezione e prevenzione che i giovani non hanno le idee chiare. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto, solo il 14% degli intervistati ha consapevolezza della modalità di trasmissione delle malattie sessuali e solo il 7% risponde di aver cercato informazioni presso i consultori.

Può sembrare impossibile, vista la sovrabbondanza di informazioni sul web, eppure i giovani di sesso sanno poco. Stando ai dati di Federmarma Firenze, si sta registrando anche un aumento della contraccezione d’emergenza. Le vendite della cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo sono aumentate del 25% nell’ultimo anno. «Da quando non esiste più l’obbligo di prescrizione medica per le maggiorenni, c’è stato un incremento delle vendite» sottolinea Marco Nocentini Mungai, presidente Federmarma Firenze (Confcommercio). «Il primo approccio – prosegue Lenzi – avviene tramite internet che dà un’immagine distorta della sessualità. Nelle scuole, a differenza di altre città europee, manca un corso di educazione sessuale, che è anche educazione al rispetto di sé stessi e del partner».

Sempre, secondo una ricerca dell’Istituto, il 38,8% degli intervistati riterrebbe utile avere percorsi di educazione alla sessualità a scuola. Il web quindi, al momento, è visto dai ragazzi come il miglior amico a cui confidare dubbi quando si cerca una risposta ai propri interrogativi sull’argomento. Con una conseguenza: che i rapporti nascano col piede sbagliato. «Negli ultimi anni – conclude Lenzi – c’è stato un aumento esponenziale del cosiddetto ‘sexting’, dei ragazzi che si scambiano, tramite foto o video, contenuti sessuali. Ci occupiamo della formazione di esperti che si relazionano ai giovani, loro ci raccontano che sempre più studenti ammettono di farlo». Secondo l’Istituto, almeno 1 ragazzo su 10 fa ‘sesso online’ e le vittime hanno principalmente tra i 12 e i 15 anni.

di ROSSELLA CONTE

Gelosia, controllo e possessività: non sempre sono dimostrazione di amore

Di Maura Manca articolo pubblicato su SKUOLA.NET http://www.skuola.net/news/blog/

Arriva l’adolescenza e spesso si inizia a provare una forte attrazione per un ragazzo o per una ragazza. Poi ci sono i momenti in cui si decide di stare con una persona, ci si sente innamorati, come se si avesse bisogno di stare sempre insieme a lei.

Quella persona diventa il centro dei nostri pensieri e a volte anche gli amici vengono messi erroneamente in secondo piano.

Queste esperienze possono essere molto belle e piacevoli, l’attenzione dell’altro ci fa sentire importanti, e le sorprese, i messaggi e le telefonate ci fanno credere di essere fortemente amati, però dobbiamo fare un pochino di attenzione perché non è sempre così.
Si scambia spesso la gelosia con l’amore, si arriva a pensare“è geloso perché ci tiene a me”; si, è vero, un po’ di gelosia fa sempre piacere, però ci sono dei limiti, ed è importante non confondere mai la gelosia con la possessività.

All’inizio della relazione sembra tutto bello, però a volte può anche accadere che col tempo le attenzioni dell’altro diventino eccessive e inizino ad esserci pretese, litigate e a volte anche minacce. In questi casi, si rischia che la fiducia venga meno e aumentano ad esempio i sospetti e il controllo, come per esempio: “Dov’eri?”, Cosa stavi facendo?”, “Non ci credo” “Perché non hai risposto?”, Dimostramelo”.

Per questa ragione non si devono mai sottovalutare certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro perché si rischia di perdere la libertà, di non essere più liberi di uscire con chi si vuole e quando si vuole, di vestirsi come ci dice la testa e di trovarsi a dover rendere conto anche di quello che si fa sui social network.

Come fare a capire quando non si tratta di amore?

 

Ecco quali sono i 9 campanelli d’allarme:

1. Ti controlla. Ti chiede di controllare lo smartphone, le chiamate e le chat, dicendoti frasi del tipo “Se non hai niente da nascondere perché non posso vedere?”. Vuole conoscere la password per accedere al telefono e ai social network, controlla il profilo e il tuo orario di entrata su WhatsApp.

2. Fa richieste specifiche. Ti chiede di inviargli la localizzazione per essere certo/a di dove ti trovi, oppure di inviargli una foto per assicurarsi di sapere con chi sei, dove sei e come ti sei vestita/o.

3. Ti mette dei divieti. Ti proibisce di uscire da sola o solo con gli amici o comunque si ingelosisce e si arrabbia quando non rispondi subito al telefono quando non sei con lui o con lei. È geloso dei tuoi amici e del rapporto che hai con loro. Vuole sempre sapere cosa vi dite e cosa fate, soprattutto se sono dell’altro sesso.

4. Ti accusa. Si irrita e si arrabbia se determinati amici o conoscenti mettono “mi piace” ai tuoi post e se chatti o ti scambi commenti con qualcuno. Anche tu hai dei vincoli in questo senso: se metti like o commenti i post di amici o amiche, scatta spesso la lite. Controllando tutto quello che fai, i profili e le chat, ti accusa facilmente anche di cose non vere, associa alcuni fatti, spesso inesistenti, e non si fida delle tue parole.

5. Non si fida. Ripete spesso “Non ci credo”, “Mi stai mentendo”, alludendo al fatto che tu non gli risponda sinceramente. Infatti, se ribatti alle sue accuse e convinzioni, si irrita facilmente, perché vuole avere ragione ed è convinto/a che tu abbia torto.

6. Sta sempre con te. Può succedere che, con la scusa della sorpresa, ti raggiunga quando esci con i tuoi amici, che ti accompagni dappertutto o che lo/la incontri per caso, ti fa credere di farlo per amore, per farti una improvvisata, mentre in realtà è insicurezza e mania di controllo.

7. Litigate molto spesso, anche con urla o insulti. Quando si arrabbia, arriva agli insulti e alle offese, ti fa sentire in colpa. Può arrivare ad aggredirti, anche fisicamente, e a minacciarti di voler interrompere la relazione “Se mi ami, devi darmi la password”, “Se non fai quello che ti dico, ti lascio”, “Sei tu che ti comporti male, e mi fai essere geloso”.

8. Minaccia di suicidarsi se lo lasci o la lasci. Questa è una delle peggiori minacce che si possano fare. Ci si trova incastrati nella relazione e non ci si sente più liberi di prendere una decisione perché si ha paura che l’altro possa suicidarsi per colpa nostra. Non è così, è solo un modo per tenerci stretto a lui o a lei e nessuno ha il diritto di costringerci a stare con una persona con cui non vogliamo più stare.

9. Si giustifica sempre. Ha scatti d’ira e reazioni impulsive e violente rivolte verso te o verso oggetti che ti spaventano, seguiti sempre dalle sue scuse, una volta passata la rabbia. Ti capita di avere paura di lui o di lei in queste situazioni in cui sembra perdere il controllo.

5 utili mosse per non rimare incastrato in una relazione soffocante
continua a leggere su scuola.net: http://www.skuola.net/news/blog/gelosia

 

Stealthing: cosa c’è da sapere sulla nuova pratica sessuale illegale

Immagine “GETTY colorful condom on white background”

Ogni settimana, in camera da letto entra un nuovo trend di cui non abbiamo mai sentito parlare prima, e con la presenza crescente del mondo digitale nella nostra vita sessuale, le cose evolvono in modo sempre più rapido.

Ma di tanto in tanto, ci imbattiamo in “trend” che non prevedono il piacere di entrambe le parti, ma che rappresentano, piuttosto, una preoccupante manifestazione del problema delle violenze sessuali e dei rapporti non consensuali, come il nuovissimo fenomeno dello “stealthing”.
Che cos’è lo stealthing?

Per dirla senza tanti giri di parole, lo stealthing è una pratica in cui l’uomo si sfila il preservativo durante il rapporto, senza chiedere esplicitamente il permesso del partner sessuale.

 Alix Fox, “Sex & relationships expert” della Durex, ha spiegato ad Huffington Post UK: “Il termine viene usato per indicare la pratica in cui un uomo toglie il preservativo di nascosto durante un rapporto vaginale, quando la donna ha dato il suo consenso esplicito soltanto al sesso protetto. Ma ho intervistato anche ragazzi gay che hanno subito stealthing durante il sesso anale”.
Perché si parla di stealthing?

La scorsa settimana L’Huffington Post ha riportato che un nuovo studio americano, condotto da Alexandra Brodsly per il Columbia Journal of Gender and Law, ha fatto luce sulla diffusione crescente di questa pratica allarmante, sia nelle comunità etero che in quelle omosessuali.

Brodsky ha raccontato ad HuffPost che intendeva analizzare questo inquietante fenomeno già nel 2013, dopo essersi resa conto di quante amiche erano state violentate in questo modo. Ha spiegato che quelle donne: “Stavano lottando contro forme di maltrattamenti sessuali che non erano state riconosciute come violenza basata sul genere, ma che sembravano radicarsi nella stessa misoginia, nella stanza mancanza di rispetto”.

Perché si pratica lo stealthing?

Lo studio di Brodsky parla nel dettaglio delle comunità online nate per difendere lo stealthing come un diritto del maschio, il diritto di ogni uomo a “diffondere il suo seme” – a prescindere dal tipo di rapporto, gay o etero.

Nello studio si parla anche di forum in cui alcuni uomini ne “addestrano” altri alle migliori pratiche di stealthing e offrono sostegno e consigli per la rimozione non consensuale del preservativo durante il sesso.

Lo stealthing si sta diffondendo nel Regno Unito?

Il nuovo studio prendeva in analisi le pratiche sessuali negli Stati Uniti e Alix Fox dice di averlo riscontrato anche nel Regno Unito, spiegando: “Mi sono imbattuta nel termine stealthing impiegato in una serie di contesti, alcuni potenzialmente perseguibili per legge – e tutti disgustosamente ripugnanti e riprovevoli”.

L’esperta di sesso Tracey Cox ha spiegato ad HuffPost UK che non si è ancora imbattuta nel fenomeno durante il suo lavoro, specificando che potrebbe essere solo agli inizi e ancora poco diffuso, ma dice: “Il fatto che gli uomini facciano una cosa simile per esercitare la propria supremazia la rende ancora più nauseante. Mi piacerebbe pensare che si tratti di un gruppo ristretto di soggetti disturbati anziché di un trend che si sta diffondendo nel Regno Unito. È certo che l’adolescente/uomo medio inglese sia più intelligente e più evoluto di questi cavernicoli?”

Lo stealthing è illegale nel Regno Unito?

Sì, è illegale.

Il CriminalProsecution Service del Regno Unito, definisce il consenso – che rappresenta il discrimine tra stupro e sesso consensuale – nella sezione 74 del “Sexual Offences Act 2003”, come una condizione in cui i partecipanti devono essere nella “posizione di prendere questa decisione liberamente” ed inoltre “il nodo fondamentale è se il querelante aderisce all’attività sessuale per sua scelta”.

Scegliendo di rimuovere il preservativo senza chiedere il permesso, la difesa legale viene invalidata dato che il partner non ha avuto voce in capitolo.

Tracey Cox ha spiegato: “Sono d’accordo sul fatto che violi il consenso condizionale: c’è una differenza enorme tra accettare di fare sesso con un preservativo ed accettare di farlo senza. Il primo è sesso protetto (al netto della protezione offerta da un preservativo che, seppur non perfetta, è la migliore che abbiamo), il secondo ti espone al rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, incluse HIV ed herpes recidiva”

Fox ha affermato: “Non c’è scusa che tenga. I preservativi fatti utilizzando materiali moderni e ricorrendo alla tecnologia, come il Durex Invisible (il loro prodotto più sottile) trasmettono le sensazioni perfettamente. Se il preservativo che hai scelto non fa al caso tuo, provane un altro. Non sfidare la sorte abusando del partner”.

È un problema solo maschile?

Alix Fox ha spiegato di aver sentito parlare di donne che adottano questa pratica, nonostante lo studio si concentri unicamente sugli uomini: “Ho sentito parlare anche di stealthing al femminile: si fa, ad esempio, compromettendo l’efficacia del preservativo praticando minuscoli buchi con degli aghi oppure manomettendolo di nascosto, nel tentativo di farsi mettere incinta con l’inganno”.

Esistono casi di condanne per stealthing?

A gennaio, in Svizzera, un uomo di quarantasette anni è stato condannato per stuprodopo aver rimosso il preservativo durante il rapporto con una donna conosciuta su Tinder.

Secondo l’agenzia di stampa RTS, un tribunale penale del paese ha deliberato che se l’uso del preservativo era previsto, ma non è avvenuto, avere un rapporto non protetto costituisce legalmente violenza sessuale. L’uomo è stato condannato a dodici mesi con sospensione condizionale.

Questo post è stato pubblicato su HuffPostUk ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

HPV scacco al papilloma

Non è obbligatorio, ma le Asl lo consigliano. Ed è una buona occasione per parlare  
di sessualità e prevenzione con gli adolescenti. Sia maschi che femmine.
di Tiziana Moriconi D Repubblica http://d.repubblica.it/dmemory/

La parola ai genitori che hanno scelto Il vaccino

Decidere di far vaccinare i figli contro un virus che, in futuro, potrebbe portare a complicanze poco piacevoli e a tumori. E farlo presto, prima che possano averlo incontrato. Tra la ricerca di informazioni attendibili e dubbi, ecco quello che sei mamme, una ragazza e un papà ci hanno raccontato.

Susanna, 53 anni, insegnante di italiano, Padova  
«Quando mia figlia ha compiuto 12 anni è arrivata una lettera da parte dell’Asl che ci invitava a presentarci per la vaccinazione contro il papillomavirus. In un primo momento ho disdetto l’appuntamento. Ho sempre fatto fare tutte le vaccinazioni a mia figlia, anche quelle non obbligatorie, ma quella contro il papilloma la ritenevo evitabile. Io non l’avevo fatta: cos’era, adesso, questa novità? Inoltre mi sembrava troppo presto, perché in qualche modo è associata alla vita sessuale. Ho cambiato idea per due motivi. Primo, è inutile nascondersi dietro un dito: sebbene noi genitori siamo convinti che sia troppo presto, i ragazzi a quell’età cominciano ad avere i primi approcci sessuali. Secondo, due mie amiche, a distanza di poco tempo, hanno scoperto di avere contratto il virus. Così, dopo circa un anno, ho richiamato l’Asl e ho fissato un nuovo appuntamento».

Chiara, 42, medico igienista, Milano
«Come medico sapevo tutto sul papillomavirus e la vaccinazione, ma il punto di vista di una mamma è diverso. Quando è arrivata la lettera, Leda aveva 12 anni e mi ha riempita di domande. È stato un momento molto bello: l’occasione per parlare della salute della donna, rafforzare il nostro rapporto e cominciare a discutere, seppure in modo delicato, di sessualità, del suo sviluppo e delle malattie che si trasmettono in tal modo, come la gonorrea e la sifilide. Per quella che è la mia esperienza, i ragazzi di quell’età non sanno nulla su questi argomenti: queste patologie sono un tabù, non ne parlano a scuola né le spiega il pediatra. Non solo. La percezione dei genitori è che le infezioni sessualmente trasmissibili siano rare e che riguardino soltanto le categorie a rischio. È un concetto sbagliato: non ci sono categorie, ma comportamenti a rischio, che tutti possiamo avere».

Leda, 14 anni  
«Quando è arrivata la lettera, non sapevo niente del virus, ma la mamma fa il medico e ho potuto chiedere a lei. Inoltre, visto che tutte le ragazze della classe andavano a fare il vaccino, la nostra professoressa di scienze ci ha spiegato le infezioni sessuali e i metodi per ridurre il rischio di contrarle. È stato un po’ imbarazzante, molti ragazzi hanno avuto atteggiamenti infantili e non hanno preso la lezione con serietà. Non è passato il concetto che il papilloma colpisce anche loro. Credo che estendere il vaccino anche ai maschi potrebbe aiutare a sensibilizzarli. Quanto al momento della vaccinazione, prima di fare l’iniezione ero un po’ spaventata, ma ora sono contenta, soprattutto di aver parlato con mia madre di certi argomenti».

Emma, 42, impiegata, Milano 
«Sono mamma di una bambina di 10 anni e di un ragazzo di 15, e ho deciso di vaccinare anche lui contro il papillomavirus. Qualche tempo fa ho cominciato a informarmi e mi sono chiesta come mai i maschi fossero esclusi dal piano. Farlo vaccinare è un bell’impegno economico, e i benefici per lui sono relativi (visto che protegge da forme abbastanza rare di tumori del pene, del retto, della testa e del collo); lo ritengo però importante per le compagne che avrà nella vita, che potrebbero non essere protette. È una questione di responsabilità sociale e sono contenta che lui sia sensibile a questo argomento».

Angela, 52, volontaria, Brescia 
«Ho lavorato per molti anni presso i consultori dell’Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica), quindi sapevo già cosa fosse il papillomavirus e che era stato messo a punto un vaccino. Quando è arrivata la lettera dell’Asl, ho chiesto solo un’ulteriore conferma alla pediatra, che mi ha consigliato di farlo fare a mia figlia. Rosa aveva un po’ di paura, perché ha avuto poco a che fare con i medici nella sua vita, ma le ho spiegato che era necessario. Alla fine, ha sentito solo un po’ di solletico ed è stata bene. Non so se abbia capito a cosa serva il vaccino, ma per me è importante che sappia che ciò che scelgo per lei ha una motivazione. Le ho parlato anche di sessualità: non voglio che si faccia remore a chiedermi informazioni per poi andare a cercarle di nascosto».

Cinzia, 54, imprenditrice, Roma  
«In generale, se una vaccinazione non è obbligatoria sono contraria a farla fare, perché ho paura delle reazioni avverse. Quindi all’inizio ho portato mia figlia Ilaria all’appuntamento soltanto per informarmi. All’Asl, però, ho trovato persone molto disponibili che ci hanno dedicato più di mezz’ora e hanno risposto alle mie domande e chiarito i dubbi. Ilaria era un po’ intimorita dall’idea dell’iniezione, ma non le ha fatto male né le ha dato alcun effetto collaterale».

Barbara, 45, impiegata, Milano
«Giulia ha appena cominciato la prima media ed è ancora piccola per il vaccino, ma io sto iniziando a informarmi. Mia mamma aveva contratto il papillomavirus e questo mi porta a voler proteggere mia figlia. Dall’altro lato, però, ho paura per le eventuali reazioni allergiche al medicinale. Questa è il mio timore più grande. Per chiarirmi le idee non mi affiderò alla Rete, dove si legge tutto e il contrario di tutto, ma chiederò al pediatra. E spero in un incontro con i medici della Asl, che mi possano spiegare meglio i vantaggi e i rischi».

Johann, 46 , giornalista, Roma  
«Quando siamo arrivate al centro vaccinale, mia figlia, che ha il terrore degli aghi, era molto nervosa. Così ho deciso di farmi un vaccino anche io, per dimostrarle che non c’era nulla di cui preoccuparsi. Con lei è sempre necessario motivare in modo convincente la necessità di fare un’iniezione.
In questo caso, però, è stato davvero importante spiegarle perché stava facendo il vaccino contro il papillomavirus. Le ho detto che l’iniezione era un piccolo prezzo da pagare per eliminare completamente il rischio di un tumore al collo dell’utero. Le ho anche spiegato che la vaccinazione non l’avrebbe protetta da tutto, ma che esistono tante malattie che si trasmettono sessualmente da cui si dovrà difendere, per non compromettere la sua fertilità. Purtroppo c’è poca cultura della prevenzione. Il mio consiglio è di informarsi sempre attraverso fonti ufficiali, come il sito del ministero della Salute, o chiedere al medico».

“Giovanna, Massimo e gli altri minorenni caduti nella trappola delle foto hot in Rete”

Lo psicoterapeuta Pellai racconta i suoi pazienti                            

di Antonella De Gregorio Corriere della Sera 18 Sep 2016 photo c.right Carolina Mizrahi

Ci si entra per il bisogno di lasciare una traccia. Per parlare e condividere, appartenere o emergere. Tutti sono su Facebook. O usano Whatsapp e Instagram per filmarsi, fotografarsi, postare a caccia di condivisioni e “like”. Un far west dove si dicono cose intelligenti, ma più spesso si scambiano banalità o filmati da vergogna.

Com’è successo a Giovanna, figlia dodicenne di una psicopedagogista.

“Intellligente, vivace, tanto sport, coccolata e un pò viziata, in quarta elementare aveva già in mano un cellulare. In quinta un computer, in prima media un Ipad”, racconta Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva che ha pubblicato per DeAgostini “Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di Internet”, in cui parla delle nuove generazioni e del loro rapporto «fluido, possibile, accessibile, normalizzato» con il sesso. Quando Giovanna informa la famiglia che vuole aprire un profilo Facebook, i genitori non si oppongono: la maggior parte delle sue compagne lo ha già fatto. Diventata social, la ragazza colleziona amicizie virtuali e in rete incontra «Beautiful Prince», un 35enne che la aggancia millantando un’amicizia con il suo idolo, Justin Bieber. La tempesta di messaggi, conquista la sua fiducia e arriva a chiederle foto «con gli slip soltanto»; poi si passa ai video e al sesso via webcam. Solo quando parte il ricatto Giovanna trova la forza di confidarsi con un’amica, che la convince a parlare con i genitori. Poi la denuncia, la polizia postale, e il percorso con il terapeuta. La mamma? «Quando le ho chiesto se aveva mai parlato di sesso con la figlia mi ha risposto: “Non avevo ancora fatto nulla, perché non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale. Mi sembrava troppo piccola e lei non chiedeva”».

Massimo invece, 11 anni, suo piccolo paziente, uno che a scuola «spacca» — come dice lui — sportivo e boy scout, ha scoperto Youporn attraverso un compagno, che un giorno durante l’intervallo, di nascosto dai professori, ha tirato fuori lo smartphone e ha mostrato alcuni filmini pornografici scaricati da lì. Prima andava su Internet per tenersi informato su sport e squadra del cuore. Da quel momento gli è successa una cosa pazzesca, «per la prima volta ha provato un piacere incredibile», come ha poi raccontato al medico. Ed è diventato un assiduo frequentatore del sito. Ma in breve si è trovato preda di un disturbo «che aveva tutte le caratteristiche di una sindrome da stress post-traumatico. Solo che l’evento traumatico non era qualcosa che aveva messo a repentaglio la sua vita — spiega Pellai — bensì la quantità di materiale pornografico a disposizione. Stimoli e sensazioni che hanno saturato le sue fantasie e che lui non era ancora in grado di gestire ed elaborare». Massimo è uno dei tanti: «Uno dei modi con cui i giovanissimi provano a socializzare e a scambiarsi informazioni intorno al tema del sesso è la condivisione di immagini e materiali hot — prosegue Pellai —. Oggi è quanto mai frequente, perfino tra bambini delle elementari, e molto pericolosa».

Molti, padri soprattutto, pensano che «si diventa grandi anche così».

Ma è evidente che qualcosa manca. A una dozzina d’anni dalla loro nascita, non è nato un bon ton dell’uso dei social, un’educazione civica digitale. I genitori non sono più consapevoli, gli insegnanti non sono più attenti. «Vedo tanti figli orfani nella loro vita online — dice Pellai —. L’unica cosa che i genitori fanno per loro è accompagnarli nel negozio di telefonia, per regalargli, sempre più presto, un cellulare che abbia più gigabyte possibili».

Pellai parla di una sessualità «facile, immediata e di pronto consumo», favorita e accelerata dalle nuove tecnologie. Di giovanissimi che mostrano atteggiamenti connotati sessualmente fin dalla seconda infanzia, quando dovrebbero pensare al proprio corpo in termini ludici e motori, e non seduttivi.

Come Alessandra, 16 anni, brava a scuola, diverse amiche e la sensazione di «non valere» perché i ragazzi si accorgono di lei. Quando decide di «cambiare il copione», pensa che per essere popolare deve «provare a portarsi a letto un po’ di ragazzi», racconterà, una volta arrivata in terapia.

Lucia, 11 anni, invece, arriva a chiedere aiuto dopo mesi di vita parallela e allucinata in compagnia del suo smartphone, dal quale non si separa mai e che contiene una sequela di messaggi espliciti e volgari che scambia con un ragazzo di 16 anni. E i genitori lasciano fare.

«C’è uno scollamento sempre più frequente — dice Pellai — tra lo sviluppo biologico, il corpo dei bambini e quello che in realtà stanno pensando e facendo. E c’è il mondo virtuale che non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i nostri figli all’interno di un territorio così vasto e complesso. Ma oggi c’è una voragine dove si dovrebbe fare educazione alla sessualità e all’affettività.

E mentre i genitori stanno zitti, il mondo, fuori, urla».

 

La moltiplicazione dei genitori

Non è soltanto la biologia a determinare le funzioni della madre e del padre: lo dimostra il vissuto delle nuove famiglie

di Gustavo Pietro Polli Charmet pubblicato su La Lettura – Corriere della Sera  e ripreso da http://www.cinemagay.it

Sempre più spesso padri e madri si rivolgono a scuole per genitori, consultori familiari, siti del web nella speranza di ottenere un sostegno nell’esercizio del proprio ruolo. È soprattutto l’ingresso nella fase adolescenziale dei figli che pone loro difficoltà relazionali ed educative innescate dai cambiamenti che i ragazzi attuali hanno introdotto nel processo di crescita ed emancipazione dai genitori. La liberazione dei costumi sessuali, la grande importanza attribuita al gruppo dei coetanei, la socializzazione precoce, i nuovi motivi di disagio e i controproducenti tentativi di mitigarlo pongono al padre e alla madre un’urgente necessità di riuscire a essere un autentico sostegno nel percorso evolutivo del figlio che attraversa l’età del massimo rischio. Si è così diffusa la consapevolezza che svolgere in modo efficace la funzione materna e paterna nel contesto socioculturale attuale è un compito che richiede lo sviluppo di nuove competenze e, quando è possibile, un confronto ravvicinato con chi svolge analoghe funzioni o dispone di un sapere educativo aggiornato.

Nella realtà attuale è più appropriato chiedersi cosa stiano facendo la madre da un lato e il padre dall’altro, piuttosto che interrogarsi su cosa stia combinando la famiglia nei confronti del figlio in difficoltà. È così diventato evidente, e quindi ampiamente riconosciuto, che non è più realistico ipotizzare che esista un solo modo di svolgere la funzione genitoriale, ma che si siano diffuse molteplici interpretazioni della funzione materna e paterna. Da molti anni la società non prescrive quale debba essere il compito primario del padre e della madre e lascia liberi gli aspiranti genitori di interpretare il compito più in relazione alla propria formazione, indole, qualità della relazione di coppia, e storia personale piuttosto che imporre una rigida suddivisione dei compiti e una convenzionale suddivisione del potere fra uomo e donna, moglie e marito, padre e madre. Il silenzio sociale su quale sia il mandato affidato al padre ha reso più evidente che l’accensione della vocazione paterna nei giovani maschi dipende in genere da una sorta di attivazione delle centrali simboliche profonde da parte della relazione di coppia che sospinge verso la consapevolezza il desiderio di realizzarsi anche attraverso il progetto generativo e l’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio cucciolo. La funzione paterna nascerebbe quindi nel luogo dell’amore e della creatività e non più nel luogo della legge, dell’etica e della celebrazione del potere maschile.

La maggior parte dei nuovi padri tende a riconoscere che la propria conversione è avvenuta soprattutto grazie allo straordinario potere del bambino nel coinvolgere in una relazione che fin dall’inizio ha più le caratteristiche dell’innamoramento che quelle dell’accettazione del mandato di trasmettere regole e valori a un piccolo selvaggio. Si è così diffusa la figura del padre accuditivo, «materno», più attento a offrire relazione competente piuttosto che a trasmettere regole e valori sociali. Anche la funzione materna, oltre alle funzioni invarianti che caratterizzano il ruolo di madre, si caratterizza oggi per la forte propensione a capire quale sia la qualità di relazione affettiva e lo stile educativo che sostengano il proprio cucciolo nell’inserimento precoce nella rete delle relazioni con i coetanei offerte dalla scuola e da altre istituzioni di sostegno alla madre che lavora. L’insieme di queste e altre importanti trasformazioni insediatesi nel cuore educativo e affettivo della famiglia mononucleare generalmente a figlio unico, rendono variegato il panorama della varie tipologie di padri e di madri che si possono incontrare nella realtà sociale condivisa.

Va tenuto presente che molti indicatori sottolineano l’alto livello di gradimento che queste novità educative suscitano nei figli: basti pensare a come sia raro imbattersi in bambini che sperimentino ancora paura nei confronti dei genitori e temano la severità dei castighi in caso di trasgressioni. I nuovi bambini non hanno più paura degli adulti, della scuola, della famiglia e godono di un insolito potere contrattuale: ritengono di avere ragione e diritto a un ascolto attento e competente da parte degli adulti e particolarmente dal padre e dalla madre.

Succede però sempre più spesso che i genitori rompano il patto coniugale, si separino e preparino il divorzio definitivo. Compaiono allora sullo scenario domestico accanto al padre e alla madre i loro nuovi compagni e spesso anche i figli delle relazioni precedenti. Generalmente i bambini sono propensi ad accettare di costruire relazioni pacifiche con i nuovi arrivati purché non pretendano di usurpare o ricoprire funzioni materne o paterne. Il nuovo galateo della famiglia ricomposta prevede che i bambini rispettino l’autorevolezza degli adulti e riconoscano il diritto a svolgere una generica funzione di indicazione educativa. Ma non sono disposti a ubbidire a chi siede abusivamente al posto del padre o della madre. Se però i nuovi compagni dei genitori riconoscono la legittimità dei confini impliciti, tutto fila liscio e può succedere che anche i genitori più litigiosi e gelosi finiscano per accettare una pace conveniente piuttosto che proseguire una guerra di logoramento.

Che la funzione materna e paterna sia relativamente autonoma dalla componente biologica ed anche dall’eventuale livello di sofferenza mentale del soggetto che la esercita, lo si verifica con sufficiente chiarezza nel caso in cui un cittadino adulto che abbia superato le prove attitudinali venga incaricato di svolgere le funzioni di genitore affidatario a causa di una più o meno temporanea inadeguatezza educativa dei genitori naturali. In questi casi può svilupparsi una relazione satura di funzione materna o paterna solo grazie a una scelta etica e a un interesse sincero per il destino sociale di minorenni lasciati soli o traumatizzati dal comportamento degli adulti di riferimento. Anche nel caso dell’adozione si sviluppano, pur alle prese con le prevedibili difficoltà di partenza, intense e coinvolgenti relazioni sature di competenza materna o paterna, esposte a volte al rischio che il bambino adottato, divenuto adolescente, metta in discussione il valore del legame adottivo nel tentativo di riabilitare in fantasia i genitori naturali che l’hanno abbandonato per oscuri motivi. Nessuno però mette in dubbio che siano gli stessi bambini e adolescenti ad avvertire la necessità che la propria crescita sia presidiata da una funzione paterna e una materna, se possibile non in conflitto fra loro. Allorché infatti si verifichi l’evenienza che una delle due pretenda e ottenga l’egemonia affettiva ed educativa, si avverano delle difficoltà di crescita dei figli naturali o adottivi costringendo sia gli adulti che i minorenni a dolorose vicissitudini alla ricerca di una maggiore democrazia affettiva.

Se quindi la funzione materna e paterna rappresentano l’approdo del soggetto adulto a una maturità etica, affettiva ed educativa che lo rende capace di sostenere nella fatica di crescere dei bambini, è relativamente poco significativo che il bambino sia figlio naturale, o sia adottato o sia stato concepito in provetta, sia maschio o femmina. Dovrebbe essere quindi non decisiva l’identità di genere, maschile o femminile, nello svolgere una funzione prevalentemente paterna o materna come dimostra la recente maternalizzazione del padre e relativa paternalizzazione della madre che consente sia al genitore maschio di svolgere funzioni materne che al genitore femmina di accudire con ispirazione paterna la crescita del proprio cucciolo.

Chiunque abbia avuto occasione di partecipare a una riunione dei genitori degli allievi della medesima classe, ha potuto entrare in contatto con le più diversificate interpretazioni della funzione materna e paterna, non solo in relazione alle diverse etnie, ma anche in relazione alla composizione della coppia genitoriale, omosessuale o eterosessuale, famiglia adottiva, bambini affidati ai nonni, famiglie ricomposte, giovanissime coppie o genitori single. Sono occasioni di confronto ravvicinato su come la competenza educativa e relazionale dell’adulto che svolge funzioni paterne o materne sia di gran lunga più importante della sua identità di genere, età, orientamento sessuale o fede religiosa. Di ciò tengono ampiamente conto gli esperti chiamati a valutare la competenza materna o paterna nei casi in cui sia la giustizia a dover decidere chi meglio possa assumersi la responsabilità di garantire i diritti fondamentali dei bambini.

Bibliografia

Sul tema della «nuova» genitorialità segnaliamo il saggio appena uscito per Raffaello Cortina Editore Il terzo genitore di Anna Oliverio Ferraris (pp. 192, e 16,50). Altri titoli sullo stesso argomento: Un genitore in più di Jesper Juul (Apogeo, pp. 81, e 9,50); Mamma e papà hanno un nuovo compagno. Come costruire una famiglia allargata felice di Bénédicte M. Vincent (traduzione di Giuliana Citton, Red Edizioni, pp. 123, e 13,50); Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori di John Gottman con Joan Declaire (traduzione di Andrea Di Gregorio e Brunello Lotti, Bur, pp. 327, e 12). Sulla paternità è uscito recentemente per Einaudi il libro del disegnatore Matteo Bussola Notti in bianco, baci a colazione (pp. 184, e 17)

Il dibattito

Negli Stati Uniti il parenting è oggetto di migliaia di pubblicazioni, blog, newsletter. Ultimamente, anche la teoria dei giochi è entrata nel cassetto degli attrezzi dei futuri genitori. Il libro The Game Theorist’s Guide to Parenting (Scientific Amer Books , pp. 222, $ 20,93) scritto da Kevin Zollman, docente di filosofia alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh con il giornalista Paul Raeburn, applica teorie e leggi dell’economia e del marketing all’educazione della prole. Obiettivo: imparare a negoziare con i propri figli

L’immagine

Nell’immagine a destra: l’opera di Keith Edmier Beverly Edmier 1967 (1998), esposta nella mostra La Grande Madre (2015) di Palazzo Reale a Milano, curata da Massimiliano Gioni

(La Lettura)

1 2 3 6

Clicca su "Accetto" per consentire l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi