Condividi la tua timidezza. Puoi vincerla

Scuola, famiglia, gruppo, relazioni: con l’hashtag #GrowingUpShy migliaia di ragazzi raccontano su Twitter i loro problemi

«Le persone introverse sanno entrare in sintonia con il loro mondo interiore, per questo spesso producono capolavori”

di Federica Colonna La Lettura Corriere della Sera Jul 2016 immagine di Carlotta Montagna “lamamma _tapirulan”

Crescere può essere difficile. Per un timido ancora di più. Lo raccontano le migliaia di persone che su Twitter hanno scelto di condividere le proprie esperienze di bambini e adolescenti introversi con l’hashtag #GrowingUpShy — crescere timidi, appunto — entrato il primo luglio nella lista dei trending topic, i contenuti più virali sul social network. Già diffusissimo lo scorso anno, e secondo la Bbc lanciato dall’account @3rdborndavis, oggi non più attivo, l’hashtag è una variazione di #GrowingUpBlack, con cui un gruppo di utenti Twitter ha cominciato a raccontare la vita degli afroamericani. È stata poi la volta di #GrowingUpHispanic (ispanici), #GrowingUpArab (arabi), fino a #GrowingUpPoor (poveri) e #GrowingUpPretty (belli).

Il passo dal racconto dell’identità etnica a quello di una condizione economica o estetica, insomma, è stato breve: anche utenti noti come la Vine star @FreddyAmazin o l’account @RelatableQuotes, dedicato a rilanciare messaggi sulla vita quotidiana, hanno cominciato a postare tweet sull’ansia e la vergogna di interagire con gli altri. E sono stati condivisi più di 25 mila e di 11 mila volte ciascuno, contribuendo così ad animare una conversazione globale.

Perché la timidezza non è un tabù e, al contrario, la proviamo più o meno tutti. Lo scrive Bernardo J. Carducci, direttore dell’Indiana University Southeast Shyness Research Institute, secondo il quale le ricerche condotte negli ultimi vent’anni segnano una chiara tendenza: l’incidenza della timidezza è in aumento e niente fa pensare a un’inversione di rotta.

Colpa anche della nostra dieta tecnologica e del clima culturale in cui viviamo. «Perdiamo presto la pazienza — ha spiegato il professore — perché siamo cresciuti con l’abitudine a eventi che accadono sempre più velocemente».

Così siamo diventati intolleranti di fronte a chi impiega più tempo per scaldarsi e i timidi sono i primi a soffrirne. Anche se, avverte Carducci, la timidezza non è né una malattia né un’allergia al genere umano. Ne è convinta, per esempio, Susan Cain, autrice di Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (Bompiani). Anche se timidezza e introversione non sono la stessa cosa — la prima, spiega, è la paura del giudizio sociale mentre la seconda riguarda il fatto di sentirsi meglio in contesti tranquilli — hanno un tratto in comune: il distacco sociale, che spesso penalizza chi lo prova.

Le persone estroverse, infatti, sono considerate più intelligenti anche se, avverte Cain, non c’è nessuna vera connessione tra una buona chiacchiera e una buona idea. Anzi. «Alcune delle migliori invenzioni e delle più grandi opere d’arte — scrive — dalla teoria della evoluzione ai girasoli di van Gogh, sono nate dalla testa di persone introverse che sapevano entrare in sintonia con il loro mondo interiore per trovarci dentro grandi tesori». Le guance rosse, però, non vengono solo agli intellettuali ma anche ai leader politici. Barack Obama sarebbe un introverso, ha scritto David Brooks del «New York Times», e anche Hillary Clinton non spicca per socievolezza. «Sono una estroversa-introversa», ha dichiarato alla Cnn. Nulla di strano.

Secondo Dan Goleman, psicologo e giornalista, infatti, leader non si nasce, ma si diventa, e anche i timidi possono farcela. Insomma, il mondo può essere degli introversi, a patto che si dichiarino. Perché la «cura» alla timidezza non è dentro di noi, ma fuori. Nelle storie degli altri: divertenti, ironiche e buffe proprio come le nostre brutte figure.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere

di E. Quagliata E. – D. Di Ceglie, 2015, Astrolabio Ubaldini editore

Da una prospettiva psicoanalitica, gli autori, tra i maggiori esperti italiani e stranieri degli argomenti trattati e del lavoro con le famiglie, intendono offrire al genitore un nuovo punto di vista per osservare e comprendere il proprio rapporto con i figli, sostenerli nella crescita e affrontare le aree critiche del loro sviluppo. Il tema del processo di formazione dell’identità di genere nel bambino e nell’adolescente viene percorso nel decimo volume della collana in varie direzioni: la sessualità dei bambini da una prospettiva psicoanalitica; lo sviluppo di un’identità separata e il contributo paterno e materno a questo processo; l’accettazione di bambini e adolescenti gender variant da parte dei genitori; lo sviluppo dell’orientamento (omo)sessuale e dell’identità di genere in adolescenza e il momento del coming out.

La collana è rivolta a tutti i genitori ed è composta di volumi monotematici dedicati alle tappe che segnano la vita del bambino e dei genitori: dalla gravidanza fino all’adolescenza.

Sex alert

Aumentano le malattie sessualmente trasmesse tra i giovanissimi. Dare la colpa a social e app è un alibi: quello che manca è l’informazione
LETIZIA GABAGLIO pubblicato su http://d.repubblica.it/attualita/ foto MARTINE FOUGERON

C’è chi accusa Tinder, l’app per single in cerca di un partner; chi grida contro Snapchat, il programma che permette di pubblicare foto o video che dopo 24 ore scompaiono; chi punta l’indice contro Instagram, ma anche contro social più “attempati”, come Facebook. La colpa? Favorire incontri che spesso sfociano in rapporti sessuali fra persone sconosciute, o meglio conosciute virtualmente da poco tempo. Permettere ai ragazzi – ma anche a quelli che giovani vogliono apparire, benché non lo siano più – di ammiccare, amoreggiare, esibirsi più di quanto potrebbero fare in un pub o in una discoteca. Legittimando così il sesso facile e facendo aumentare il rischio di contrarre malattie. «Nell’adolescenza è forte il senso di onnipotenza. Anche se si conoscono i rischi di certe pratiche, si pensa che a correrli siano sempre gli altri», spiega Chiara Simonelli, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa.

Alla spensieratezza della gioventù si aggiunge il potere di condivisione e relazione dato dai social network e dalle app: la platea con cui i ragazzi sono in contatto è potenzialmente larghissima e popolata, proprio come nella realtà, da persone più o meno benintenzionate, più o meno sincere. Vantaggi e svantaggi dell’era digitale, che possono amplificare però alcune caratteristiche personali. «La sessualità è uno dei canali attraverso cui gli adolescenti si fanno notare e riconoscere, una cartina di tornasole dell’essere integrati nel gruppo; con il web, si amplifica nelle proporzioni», prosegue la sessuologa. «Ma se manca l’educazione ai sentimenti, cioè a saper gestire le frustrazioni, la rabbia, la delusione o al contrario l’eccitazione e la gioia che possono derivare dagli apprezzamenti, si rischia di cadere in comportamenti compulsivi, come accade con droghe e alcol». Si cercano sempre più contatti, sempre più espliciti, si anela a un complimento o si cede alle lusinghe del primo che capita pur di sentirsi desiderati.

Succede così che, arrivati al rapporto sessuale, a tutto si pensa tranne che a proteggersi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il ritorno di alcune patologie che sembravano appartenere a tempi lontani come la gonorrea o la sifilide, e l’aumento ormai incontrastato della clamidia. Soprattutto nei giovanissimi, fra i 15 e i 24 anni: che non solo non si proteggono ma, non sapendo nulla o quasi delle malattie, non ne riconoscono i sintomi, e quindi non si curano. Mettendo così a rischio la loro fertilità. «Quando si scopre di avere contratto una di queste patologie ci si sente umiliati. È difficile ammetterlo e dunque curarsi adeguatamente», continua Simonelli. «Invece non bisogna vergognarsi e nemmeno pensare che non sia nella norma, soprattutto nell’adolescenza, cambiare spesso partner; l’importante è sapersi proteggere». 

Partiamo dalla malattia forse meno conosciuta, la gonorrea: l’infezione da gonococco di Neisser, se non curata in tempo, porta a conseguenze gravi come la sterilità o, meno noto, le artriti. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) rispetto al 1999 oggi i casi sono quasi triplicati, soprattutto nella fascia dei più giovani. L’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) ha stimato negli Stati dell’Unione, dal 2008 al 2013, un aumento addirittura del 78%. Le donne sono in minoranza rispetto agli uomini, ma in loro l’infezione può fare più danni. «L’organismo femminile nasconde la patologia e i suoi segni, ed è quindi più difficile arrivare alla diagnosi in tempi rapidi», spiega Claudio Viscoli, presidente della Società Italiana di Terapia Antinfettiva. «Le manifestazioni, come i dolori addominali o le perdite, sono comuni a diversi disturbi e non vengono ricondotte subito alla gonorrea. Così capita spesso di arrivare alla diagnosi quando la situazione è compromessa, ed è necessario addirittura il ricovero». All’aumento dei casi si aggiunge la preoccupazione per la scarsa efficacia degli antibiotici a disposizione: negli ultimi anni sta crescendo il numero di infezioni resistenti agli antimicrobici tradizionali, e nel frattempo sono davvero pochi i nuovi farmaci messi in commercio. «Nel caso della gonorrea non possiamo più contare sulla penicillina o sugli aminoglicosidi, una categoria di antibiotici che a lungo sono stati efficaci contro il batterio che causa la malattia», sottolinea Viscoli.

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Sesso: 5 cose da sapere sul preservativo

Tra le tante leggende metropolitane che ‘colorano’ la sessualità, questa cinquina sull’importante dispositivo medico sopravvive come certezza da prendere in seria considerazione“

pubblicato su TODAY http://www.today.it/donna/

Il sesso è uno degli argomenti che più altri si presta ad essere frainteso, confuso, riempito di frasi fatte e leggende metropolitane che diventano luoghi comuni in cui si perde di vista il reale funzionamento delle sue dinamiche.

Nella marasma di sedicenti trattati su orgasmi e anatomie maschili e femminili, rientra anche qualche storia sul preservativo, uno strumento indispensabile per la salute degli amanti, il cui uso e funzionamento sono tanto semplici quanto facilmente soggetti a chiacchiere tra le quali, però, spuntano almeno 5 verità da dare per certe.

Il sito Womenshealthmag.com insieme alla dottoressa Debby Herbenick, professore associato alla Indiana University, ha stilato un breve elenco per fornire una corretta informazione sul prezioso dispositivo medico che – è bene ribadire – è fondamentale contro la trasmissione di ogni malattia sessualmente trasmissibile.

1. Tenerlo nel portafogli – Pare che il preservativo nel portafogli, per alcuni ragazzi, non rappresenti solo una questione di sicurezza, ma un simbolo ‘scaramantico’ per ingraziarsi la fortuna che però, se gira a proprio favore, va incoraggiata non usando quello conservato, ma uno appena reso dalla scatola: un preservativo da tempo nella taschina della carta di credito, infatti, è soggetto a strofinii e ad una temperatura che potrebbe averlo deteriorato.

2. La bolla d’aria che cambia la vita –  Una bolla d’aria potrebbe esssere fatale per il resto della vita, per cui srotolando il preservativo non bisogna avere fretta e indossarlo con tutte le attenzioni del caso.

3. La taglia – Nessuno le ha mai viste, ma esistono e proprio come per i vestiti, è opportuno scegliere quella giusta perché con una troppo piccola il profilattico potrebbe rompersi, con una troppo grande si potrebbe sfilare durante il sesso. Quindi, bando alla timidezza, viva l’onestà.

4. ‘Troppo tardi’ – Mettere il preservativo solo all’ultimo momento, appena prima dell’eiaculazione, potrebbe costare caro a chi non voglia un figlio da lì ai prossimi nove mesi, dato che non è solo con il “gran finale” che esiste la possibilità di concepire: va indossato sin dall’inizio del rapporto per stare davvero tranquilli.

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Piacere, psicologia e anticoncezionali Quello che i ragazzi (non) sanno

Le domande degli adolescenti: uno su tre chiede informazioni ad amici, il 18% alla Rete

di Elvira Serra pubblicato su http://www.corriere.it/cronache/sesso-e-amore/notizie/piacere-psicologia-anticoncezionali

«Ma è normale non provare piacere?». «Mi fa male un testicolo: devo preoccuparmi?». «Una mia compagna di classe mi ha abbracciata, mi ha emozionato sentire il suo seno contro il mio petto. Vuol dire che sono lesbica?». «Se guardo un mio amico che fa la doccia nello spogliatoio sono gay?». «Mentre io e il mio fidanzato ci accarezzavamo mi è arrivato dello sperma sulle cosce: rischio di restare incinta?». «Gli spermatozoi nuotano, se eiaculo in acqua?». «Che cos’è la circoncisione?». «La prima volta è dolorosa?». «Davanti a una ragazza non ho avuto la reazione “giusta”: è un problema?».

Amici e film porno

Le domande degli adolescenti sul sesso sono imprevedibili, spassose e sconcertanti. Quando fanno gruppo sembrano invincibili, forti e sfrontati: in realtà hanno le idee piuttosto confuse, e, spesso, non sanno con chi chiarirsele. Per le femmine è più semplice: crescono con la mentalità del consultorio, sanno dove andare per un’emergenza; alla peggio, e cioè se hanno bisogno della pillola del giorno dopo, chiedono a un’amica diciottenne di andare in farmacia al posto loro. I maschi no. Cameratismo e machismo prevalgono sul bisogno di confrontarsi. Con i genitori, neanche a parlarne: è l’età delle sfide, non si può cedere su un argomento del genere. L’andrologo? È un personaggio da vecchi. Restano i film porno, ma servono a poco. Soprattutto, creano aspettative troppo alte.

«Ma è normale non provare piacere?». «Mi fa male un testicolo: devo preoccuparmi?». «Una mia compagna di classe mi ha abbracciata, mi ha emozionato sentire il suo seno contro il mio petto. Vuol dire che sono lesbica?». «Se guardo un mio amico che fa la doccia nello spogliatoio sono gay?». «Mentre io e il mio fidanzato ci accarezzavamo mi è arrivato dello sperma sulle cosce: rischio di restare incinta?». «Gli spermatozoi nuotano, se eiaculo in acqua?». «Che cos’è la circoncisione?». «La prima volta è dolorosa?». «Davanti a una ragazza non ho avuto la reazione “giusta”: è un problema?».

Amici e film porno

Le domande degli adolescenti sul sesso sono imprevedibili, spassose e sconcertanti. Quando fanno gruppo sembrano invincibili, forti e sfrontati: in realtà hanno le idee piuttosto confuse, e, spesso, non sanno con chi chiarirsele. Per le femmine è più semplice: crescono con la mentalità del consultorio, sanno dove andare per un’emergenza; alla peggio, e cioè se hanno bisogno della pillola del giorno dopo, chiedono a un’amica diciottenne di andare in farmacia al posto loro. I maschi no. Cameratismo e machismo prevalgono sul bisogno di confrontarsi. Con i genitori, neanche a parlarne: è l’età delle sfide, non si può cedere su un argomento del genere. L’andrologo? È un personaggio da vecchi. Restano i film porno, ma servono a poco. Soprattutto, creano aspettative troppo alte.

L’incubo della «prima volta»

Il risultato, certificato dalle ricerche, è che aumentano i ragazzini che fanno l’amore per la prima volta con un «rapporto mercenario». Stefania Piloni, ginecologa e docente in Medicina naturale all’Università di Milano, non si stupisce più davanti a niente. Da un paio d’anni con altri medici va gratuitamente nelle scuole per fare educazione sessuale. Quelli che incontra sono studenti di terza media e dei primi due anni delle superiori. «Una volta uno di loro mi ha detto che stava mettendo da parte i soldi per una prostituta. Era confuso: “Voi donne laggiù avete tre fessure e io ho paura di sbagliare. Preferisco fare così, almeno capisco come funziona e non faccio brutta figura”». Verrebbe da ridere, se non fosse vero. Piloni prosegue: «Ho sdrammatizzato: gli ho spiegato che una è talmente piccola che ci può passare solo la pipì. Un’altra è quella dell’ano, e difficilmente si esplora al primo rapporto, non è comodissima. Infine c’è quella che serve a lui, ma può stare tranquillo perché le ragazze collaborano per farla trovare».

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Sexting: come proteggi tuo figlio? 10 regole dell’educazione sessuale 2.0

I ragazzi credono che basti un clic per sapere tutto, e salvarsi dai pericoli. Non è così: dai messaggini bollenti sui social all’adescamento online, il libro “Tutto troppo presto” dello psicoterapeuta Alberto Pellai spiega i rischi che corrono sul web i nativi digitali. E il ruolo fondamentale degli adulti. In 10 punti
di Cristina Lacava articolo pubblicato su http://www.iodonna.it/attualita/ immagine copyr. “getty images”

L’educazione sessuale ai tempi di internet non è più quella di una volta. Ma resta indispensabile, anzi, forse lo è di più. Ma cambiano i rischi. Lo spiega Alberto Pellai, psicoterapeuta e padre di 4 figli, in Tutto troppo presto (De Agostini). “La tecnologia rende accessibili in un attimo esperienze e contenuti che i giovanissimi fanno fatica a capire e a gestire. Fornisce un’idea della sessualità sbagliata, monodimensionale. Mentre la realtà è molto più sfaccettata. Le conseguenze degli errori? Gravi, in una fase di costruzione della personalità come l’adolescenza. Ci può essere un crollo dell’autostima, la difficoltà a costruire relazioni affettive. Senza contare che postare un’immagine incauta è un errore che si può scontare negli anni. Basta un esempio: una ragazzina manda una foto osé al fidanzatino. Quando poi lo lascia, lui si vendica mettendo la foto in rete, alla portata di tutti”. Secondo Pellai, i rischi principali di oggi sono 4: “La sessualizzazione precoce delle ragazze, la pornografia online, più accessibile e violenta di quella proposta dai giornalini di una volta, il sexting e infine l’adescamento, pericolosissimo anche perché nascosto.
Ecco, in 10 punti, come intervenire per un’educazione sessuale 2.0. Tenendo conto che la fascia più a rischio è quella tra gli 11 e i 14 anni, quando si fanno le prime prove di autonomia.

1. Non tirarsi indietro. Questa è la prima generazione di genitori che non può permettersi di non parlare di sesso. I nostri padri e madri non l’hanno fatto con noi e siamo sopravvissuti lo stesso? Oggi non è possibile.

2. Monitorare internet. Il web non ha confini e proprio per questo un genitore deve metterli, e aiutare un figlio a esplorare per gradi. I preadolescenti sono in balia del cervello emotivo, hanno voglia di divertimento e non controllano le conseguenze. Spetta all’adulto, che ha maggiore competenza cognitiva, essere presente.

3. Chiarire i rischi dei contatti online con gli sconosciuti, parlare dell’adescamento, anche partendo da casi di cronaca. Discutere: cosa avresti fatto se fosse successo a un tuo amico? Internet dà la falsa percezione di costruire un’intimità solidissima con gli interlocutori, e qui sta il pericolo. Molti genitori non credono che i figli chattino con gli adulti, dovrebbero controllare.

4. Essere sempre disponibili a parlare di tutto. I figli non devono avere paura di confidarsi, di deludere mamma e papà per un errore fatto. Si può partire anche da un film per confrontarsi (un titolo? American Beauty). Un esempio: una ragazzina ipersessualizzata, pensa che per aver successo nella vita bisogna seguire quel modello lì. Ma la realtà – per fortuna – non è così limitata. Il corpo non è tutto.

5. Proporre un contratto. Nel momento in cui si regala uno smartphone a un ragazzino, certi genitori si preoccupano solo del piano tariffario. Invece si devono dare regole sull’uso: cosa mi aspetto da questo strumento, quando lo voglio vedere acceso e spento. E soprattutto: una volta a settimana mi metto seduto accanto a te, guardo il tuo profilo, cosa fai online tu e soprattutto cosa fanno i tuoi amici. Non si dà una Ferrari a un neo patentato.

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Prevenzione della salute per i cittadini – Open day a Careggi, il 22 aprile

Presso l’Azienda Ospedaliera Careggi venerdì 22 aprile il Dipartimento Emergenza Urgenza apre le porte ai cittadini con diverse attività di informazione e prevenzione

dalle 9 alle 15 al piano interrato del Centro servizi in Largo Brambilla 3

http://www.aou-careggi.toscana.it/internet/index.php?option=com_content&view=article&id=3694&lang=it

 

 

 

Sabrinex scrittrice a 16 anni “Racconto il sesso di noi adolescenti”

La scrittrice ha pubblicato «Over», storia di amore ed eros nata su Wattpad. «Parlo del rapporto fisico in modo poetico, senza le paure trasmesse dai genitori»

Complici le nuove tecnologie, in primo luogo Wattpad, la piattaforma web dedicata alla scrittura, attorno alla quale si sono radunati oltre 40 milioni di utenti, soprattutto teenager tra i 12 e i 18 anni che vi accedono dallo smartphone (arriva dal mobile l’85% del traffico). Importante, inoltre, anche in questo caso, l’effetto traino di un’apripista: Anna Todd, 26 anni di Austin (Texas), che ha scritto sulla community online prima di essere contattata da un agente letterario e vendere 2 milioni e 300 mila copie nel mondo (500 mila in Italia) con i volumi di After (Sperling & Kupfer, 2015): storia d’amore e di sesso tra gli universitari Tessa e Hardin, nata come fan fiction ispirata al cantante Harry degli One Direction.
Ancora più giovani le sue seguaci: in scena dall’inizio del 2016 le due sedicenni Sabrynex, di orgini nigeriane, nata a Castel Volturno (Caserta), con Over. Un’overdose di te (Rizzoli) e Cristina Chiperi, della Moldavia, padovana d’adozione, con My dilemma is you (Leggereditore). Il debito con la serie capostipite è evidente fin dalle copertine, sulle tonalità del viola e dall’arancione. Mentre è uscita il 9 febbraio Ali Novak, 24 anni del Wisconsin, con The Heartbreakers . Editore: Sperling & Kupfer, lo stesso di Anna Todd, che fa ha fatto madrina, definendo il libro «un’emozione unica».

È soprattutto nel libro di Sabrynex, il primo di una futura trilogia, che si parla molto di sesso. La intervistiamo su Radio 27, la web radio della 27esima ora, insieme con Marco Scarcelli, ricercatore in Scienze sociali all’Università di Padova, autore del libro  Intimità digitali. Adolescenti, amore e sessualità ai tempi di internet(FrancoAngeli, 2015). «Parlo di sesso senza tabù perché è un’esperienza che prima o poi dovremo affrontare tutti – dice la sedicenne -, meglio farlo allora all’interno di una storia romantica. I nostri genitori ce ne parlano sempre con paura, con il timore di gravidanze indesiderate o di malattie trasmissibili, invece c’è anche un lato poetico».

«In Rete i giovanissimi cercano le informazioni che non ricevono dalla scuola o dalla famiglia» conferma Scarcelli. «Di sicuro il web ha cambiato il loro rapporto con il sesso, perché ha reso l’accesso alle informazioni molto più libero». «Tutto questo – aggiunge – non va demonizzato ma guardato con occhio critico e attento». «Vorrei un’ora di educazione sessuale in classe, perché la Rete è utile ma può anche disorientarci» dice a sua colta Sabrynex. E lo studioso si mostra d’accordo: «Il web non è slegato dalla realtà, i ragazzi filtrano comunque quello che leggono su internet attraverso le esperienze della vita quotidiana». Per questo è fondamentale il ruolo di genitori e insegnanti, «per capire, ad esempio, che quanto si legge nei libri erotici o si guarda in un video pornografico è fiction e non si creino aspettative sbagliate sulla realtà. In base alla mia esperienza nelle scuole, tantissimi ragazzi denunciano di non avere un riferimento adulto».

prosegue su Sesso&Amore Corriere.it http://www.corriere.it/cronache/sesso-e-amore/notizie/

Quei padri nell’orrore di Roma, Stefano Cappellini, La Repubblica

IN TV E SUI SOCIAL PER RACCONTARE LO SHOCK DEI FIGLI ASSASSINI

ANCHE i delitti, come le sconfitte, tendono a essere orfani. Il delitto del Collatino, a Roma, più degli altri. La comprensione del dramma che ha investito le famiglie dei due assassini non rende infatti meno perturbanti le parole che i loro padri hanno reso all’opinione pubblica. Il primo — quello di Manuel Foffo — seduto su una poltrona di “Porta a porta” a poco più di ventiquattr’ore dal delitto, il secondo — quello di Marco Prato — con un post pubblicato giovedì sul suo blog.
Foffo senior, assicuratore, ha ritenuto di presentarsi in tv per informarci del brillante quoziente intellettivo del figlio, studente fuori corso, per dare conto della sua indignazione alla notizia del consumo di cocaina («Come hai fatto a scendere così in basso? », è stato il rimbrotto paterno).

E IN definitiva per trasecolare di fronte alle gesta di quello che davanti alle telecamere ha definito «un ragazzo modello». A chi cercasse lumi sulle ragioni della violenza, ha consegnato questo movente: «Manuel è stato molto turbato dalla morte dello zio».
Prato senior ha scelto una linea diversa. Si è messo alla tastiera e ha scritto un post che attacca così: “Care amiche ed amici, voglio ringraziarvi pubblicamente per i tanti, tanti messaggi che mi avete mandato”. Segue un lungo sfogo nel quale, a differenza dell’altro genitore, non si spinge a dare definizioni del figlio, anzi di lui quasi non parla (lo cita una volta sola, come per dovere di cronaca), come del resto non sciupa una riga sulla vittima, nemmeno per un superficiale cordoglio. Si sofferma a lungo sulla qualità del suo curriculum di operatore culturale, che testimonierebbe di una vita spesa a coltivare valori opposti al male deflagrato nell’appartamento del Collatino. Il titolo del post recita così: “Sono sempre io, nonostante tutto”. E infatti l’ansia che traspare dallo scritto è la riaffermazione della propria biografia, la volontà di smacchiarla dagli schizzi degli accidenti della vita e di mettersi tutto alle spalle, come lo incitano a fare i messaggi di solidarietà che cita testualmente, virgolettandoli, e come rivendica la chiusa: “Ci accingiamo con passo lieve ad attraversare questa tempesta”. Un tentativo di spiegare quanto è accaduto non c’è, nemmeno in forma opinabile o partigiana o assurda. Solo si scrive: “Forse pensiamo di poter avere un ruolo decisivo nei rapporti umani e famigliari ma non è sempre così”. L’unico accenno ai fatti è per contestare le ricostruzioni giornalistiche (“Verità di comodo”) e per accusare i media “di aver fatto a brandelli tre famiglie”, senza che un uomo con una così alta opinione della propria cultura si renda conto di aver accomunato il dolore di tutti, vittime e carnefici, e per giunta in una sciagurata metafora, dato che una di queste famiglie, a brandelli, si è vista restituire il corpo del figlio. Il padre di Foffo difende il figlio a dispetto di tutto, il padre di Prato difende se stesso. Le madri per ora tacciono, in questa vicenda nella quale le donne sono tutte comparse fuori campo, come la mamma di Foffo che vive un piano sotto l’appartamento dove tutto si è consumato, a quanto pare nulla capendo e nulla sospettando. Troppo poco per trovare un bandolo di raziocinio e umanità in questa matassa avvelenata.
L’orrore gratuito dell’omicidio, la socialità allucinata e patologica in cui è maturato, hanno per una volta scatenato l’urgenza di capire: come è stata possibile l’irruzione della violenza più incontrollata in un contesto tutt’altro che marginale e disperato? Quanto è sottile, per migliaia di giovani, il confine tra una più o meno malintesa trasgressione e lo scatenarsi di una brutalità cieca e inumana? L’inadeguatezza e la parzialità delle risposte a nostra disposizione è resa ancora più drammatica dalla voce di questi genitori che hanno offerto punti di vista il cui unico effetto è stato quello di ingigantire il disorientamento e lo choc.
Forse l’unica utilità, nelle parole di questi padri, è nell’ammonirci a non restringere troppo il campo delle domande, a non indulgere nel luogocomunismo (sui giovani d’oggi) sempre pronto a eruttare e a dispensare, di fatto, altre autoassoluzioni. L’idea che il male del mondo sia figlio di un’inerzia che spinge al peggio è più rassicurante di un’indagine sulla società che tutti contribuiamo a formare, e i genitori con più responsabilità dei figli, sempre ammesso che uomini di trent’anni, come i responsabili dell’omicidio, possano sfuggire alla definizione di adulti.
In questa storiaccia c’è un concentrato di allarmi sociologici: gli effetti della tossicodipendenza più estrema, l’ideologia della sopraffazione come sballo, gli effetti sociopatici, sulle personalità più fragili, di quel rullo narcisistico nel quale si incanalano le nostre esistenze digitalizzate. Ma nessuno di questi allarmi, forse, è più inquietante delle incapacità dei padri di dire, di capire, di provare a spiegare e spiegarsi, per quanto umanamente possibile.

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