TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

Dalla vecchia coca alle nuove psicoattive: viaggio tra le droghe della generazione 2000

Cocaina ed eroina già alle scuole medie. Ma anche farmaci tradizionali e legali come Oki e Xanax. E composti chimici sconosciuti perfino alla polizia. Ecco quali sono le sostanze più usate dai minorenni

Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Le Inchieste de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/

e Nico il weekend aveva il suono sincopato della musica tekno e il sapore amaro di una striscia da sniffare. Una riga bianca composta da speed e ketamina. La prima è polvere di anfetamina, dall’odore di prato appena tagliato. La seconda è un anestetico per cavalli. Effetti opposti mischiati in un’unica botta. Come la speedball, eroina e cocaina insieme, un’altra delle tante ricette fai da te che girano oggi. I rave party tra le valli dell’Appennino tosco-emiliano sono stati per parecchio tempo l’unica ossessione per Nico, 17 anni appena compiuti.

Come per Gigi e Teo, che di anni ne hanno 16 e le feste hanno iniziato a frequentarle appena usciti dalle scuole medie. «Si tenevano in un luogo che rimaneva segreto fino a poche ore dall’inizio», raccontano, «poi iniziava il passaparola via smartphone». Nel buio dei boschi o in capannoni industriali abbandonati fuori città, il martellare dei bpm li accompagnava fino al giorno dopo. Notte, mattina, pomeriggio e ancora notte.

Le pasticche mandate giù come fossero caramelle. Eccitazione, risate, viaggi psichedelici. Oggi Gigi e Teo vivono in una struttura di recupero in provincia di Roma. È il lato oscuro del disagio giovanile. Il down, che quasi nessuno vuole vedere, dei ragazzi nati dopo il 2000. Minorenni fantasma, come lo sono stati gli eroinomani negli anni ’80. Ma con una differenza. Alla radice dello sballo di Nico, Gigi, Teo e di tanti altri adolescenti con cui L’Espresso ha parlato in giro per il Paese (il patto per farsi raccontare le loro storie è di usare rigorosamente nomi di fantasia) non c’è alcun punto di riferimento ideologico.

La maggior parte di loro è alla ricerca di una sostanza che possa farli eccitare o rilassare, prepararsi a fare sesso o a ballare per venti ore consecutive, sentirsi in pace con il mondo o più semplicemente – e molto spesso – dimenticare per qualche ora le emozioni dolorose. Facile, oggi più che mai. Perché la gamma a disposizione per raggiungere l’obiettivo è praticamente infinita. Dalle droghe tradizionali ai farmaci più comuni. Fino alle sigle da piccolo chimico, decine di composti che ogni anno entrano silenziosamente sul mercato, spesso sconosciuti persino alle forze di polizia.

Non esiste luogo migliore dei rave per studiare i mutamenti delle droghe. Proprio sulle feste illegali a base di musica tekno e goa si sta infatti concentrando un progetto finanziato dalla Commissione europea. Si chiama Baonps, è stato avviato quasi due anni fa e punta a scoprire, attraverso l’analisi chimica, quali sono le sostanze che girano tra i giovani.

In gergo tecnico si chiamano nsp: “Nuove sostanze psicoattive”. Composti talvolta nemmeno inclusi nelle tabelle ufficiali del ministero della Salute. E dunque ufficialmente legali. Proprio come nel film Smetto quando voglio, in cui un gruppo di ricercatori universitari precari inonda le discoteche romane con una sostanza non ancora classificata come droga, in tutta Italia si stanno moltiplicando casi di questo genere. Una tendenza preoccupante, perché gli effetti a lungo termine sulla mente e sul corpo di chi le assume sono ignoti. I risultati della ricerca – di cui fanno parte tra gli altri la onlus Alice e il Cnca – dicono che su oltre 300 campioni di droga analizzati la maggior parte conteneva mdma e ketamina. Non certo delle novità per chi conosce il mondo dello sballo.

Più preoccupante è stato scoprire che in un caso su tre la droga non corrispondeva a quella che il consumatore pensava di aver acquistato. È il caso per esempio della 4-fluoroamfetamina, spacciata al posto della più classica anfetamina. O del 25I-NBOMe , venduto come se fosse Lsd. La differenza non è banale. Mentre gli acidi non hanno mai causato morti dirette, quest’ultimo composto ha già provocato 25 vittime fra Europa e Stati Uniti. «Il mercato della droga è in continuo aggiornamento, produce sempre nuove sostanze», ricorda Riccardo De Facci, vicepresidente del Cnca, che tiene a sottolineare: «Analizzando le sostanze diamo la possibilità ai ragazzi di sapere cosa assumono. Infatti, in oltre il 50 per cento dei casi, chi scopre di aver comprato qualcosa che non si aspettava decide di buttare via la sostanza».

La chimica resta in fondo alla classifica delle droghe più utilizzate dai ragazzi italiani. In cima alla lista svettano di gran lunga hashish e marijuana. Anche qui però ci sono alcune novità rispetto al passato. L’età a cui si inizia a fumare, sempre più precoce. La potenza del thc (principio attivo della cannabis), che secondo l’ultimo rapporto dell’Unione europea sul tema è aumentato di oltre il 50 per cento fra il 2006 e il 2014. E la velocità con cui molti ragazzi passano a droghe più pesanti.

Nella casa di recupero La Torre, a Modena, incontriamo cinque minorenni disposti a raccontarci la loro storia. Hanno dai 15 ai 17 anni e tutti sostengono di aver iniziato a fumare canne già alle medie. Alberto dice di aver cominciato a 13 anni. «Hashish e marijuana sono state la mia risposta al bullismo, un modo per non pensare alle prese in giro continue e alle minacce che ho subìto», ci confida. In terza media fumava già 10 grammi al giorno, un anno dopo andava ai rave e si mangiava gli acidi. Poi è arrivato l’oppio, la ketamina, la speed, la cocaina, la mescalina. «Ho provato quasi tutto», racconta con un certo orgoglio davanti ai suoi compagni di comunità. Marco Sirotti, psicologo, di casi come quello di Alberto ne ha visti a decine.

È il coordinatore dell’Area Dipendenze Patologiche del Ceis, un consorzio che raggruppa associazioni e cooperative attive in tutta l’Emilia Romagna. «Alla base dello sballo c’è quasi sempre un trauma, una personalità fragile, e questa è una caratteristica indipendente dall’epoca in cui viviamo. Lavorando qui da 20 anni, però, posso dire che qualcosa è cambiato nel rapporto fra minorenni e droga. Prima le sostanze erano legate quasi sempre alla ribellione nei confronti della società considerata bigotta e borghese, oggi invece vengono usate spesso per vincere la noia, per migliorare le prestazioni. Infatti i ragazzi che seguiamo sono quasi sempre poliassuntori, cioè usano droghe diverse a seconda dell’effetto di cui hanno bisogno».

Faceva così anche Martino, classe 2000, da oltre un anno entrato in una comunità di recupero alle porte di Bologna. Anche la sua è stata un’escalation rapidissima. «Fino alla seconda media si dedicava anima e corpo all’atletica leggera, andava all’oratorio, poi ha iniziato a uscire con alcuni amici, figli di buone famiglie bolognesi, e sono cominciati i problemi». Angela, la mamma di Martino, ci racconta la sua storia seduta in un bar di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano. A solo un anno di distanza dalla prima canna, il ragazzo era già passato all’eroina, fumata e sniffata, che oggi si compra per circa quaranta euro al grammo e viene venduta anche in dosi minime, in alcuni casi anche da 10 euro. Come la madre del sedicenne di Lavagna suicidatosi dopo la perquisizione in casa della Guardia di Finanza, anche Angela ha deciso di denunciare il figlio.

«Appena ho avuto il sospetto che oltre alle canne avesse iniziato a usare altro ho deciso di farmi aiutare», ricorda: «Sono andata dalle forze dell’ordine, loro mi hanno consigliato di sottoporlo a un controllo in ospedale e così ho fatto: i medici hanno riscontrato un uso di oppiacei, il Sert lo ha preso in carico e da lì è andato in comunità». Angela lo racconta con gli occhi velati dalle lacrime, ma ci tiene a sottolineare che non se ne vergogna affatto: «Bisogna agire con cautela, il figlio deve capire che il genitore sta soffrendo e non l’ha tradito. È inoltre fondamentale trovare dei poliziotti intelligenti e sensibili, capaci di capire la delicatezza della situazione. Detto questo, la cosa più importante è farsi aiutare».

Ragazzini che, in fondo, vorrebbero soltanto essere ascoltati. E non c’è differenza di ceto. Nelle comunità si ritrovano fianco a fianco figli di professionisti e ragazzi di vita. Da Bologna a Roma. «Il mio Toni ha iniziato a drogarsi a 14 anni», racconta con la voce spezzata dall’emozione Giulio, manager di un’importante multinazionale italiana. Ai suoi ragazzi non è mancato mai nulla, figli della upper class bolognese. Eppure il più grande dei due ha imboccato una strada senza ritorno: «Nel suo gruppo avevano iniziato a fumare e sniffare l’eroina. A soli 15 anni. A quel punto ho fatto una scelta dolorosa, l’ho denunciato ai carabinieri per la droga trovata a casa. E dopo l’ennesimo ricovero in pronto soccorso è entrato in comunità».

I giovanissimi che l’eroina la sniffano o la fumano non si identificano però con il tossicomane che si buca. Nonostante i danni siano identici e la dipendenza comunque immediata, tutti i ragazzi incontrati da L’Espresso ci hanno tenuto a precisare che loro mai avrebbero osato usare una siringa. Un metodo soft di assunzione, spesso suggerito dagli stessi spacciatori, che crea l’illusione di poter mantenere il controllo. Giulio è convinto, ci spiega, che dietro l’assunzione compulsiva di sostanze non ci sia alcun movente politico o trasgressivo: «È un abuso figlio del consumismo, una bulimica ricerca di effetti diversi. In più di fronte a modelli che tendono alla perfezione, i nostri ragazzi vivono con una bassissima autostima, e credono che lo sballo sia la soluzione più rapida».

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Controlli anti-droga nelle scuole: ragazzi divisi

Le canne in cortile. Il ruolo dei prof. Le ispezioni della polizia con i cani. L’Espresso ha chiesto agli studenti di parlarne. Ecco cosa ci hanno detto. Fino al loro parere sulla legalizzazione
di Francesca Sironi L’ESPRESSO http://espresso.repubblica.it/inchieste/

Canne, minori, controlli. A Ischia, Caserta, Verona, Ferrara, gli agenti entrano a scuola: cani, zaini aperti, studenti in fila indiana. Su 31mila segnalazioni “ex art. 75” – possesso personale di stupefacenti – oltre 10 mila riguardano adolescenti fra i 14 e i 20 anni. Le famiglie hanno paura. I media ne parlano. Il governo rafforza le misure. E le ispezioni aumentano. Anche in classe. «Il problema è che nessuno ci ascolta», dice Saverio, 17 anni, in quarta superiore a San Giovanni Rotondo.

Ascoltare i ragazzi. L’Espresso ha provato a farlo, intervistandoli e avviando un dibattito su ScuolaZoo, una community online che riunisce giovanissimi di tutta Italia, fra cui 200 rappresentati di istituto. Oltre mille adolescenti hanno risposto in tre giorni a un questionario su Facebook e Instagram. Al di là dei pezzi rap («Ho la ganja che puzza di stanza, ah scusa / La stanza che puzza di ganja, annusa», Ghali) o delle hit estive («Io non fumo canne. Sono anche astemio», Rovazzi), sono loro qui a raccontarsi così divisi a metà fra chi è convinto che sia un crimine possedere anche pochi grammi di erba e chi al contrario considera la penalizzazione delle droghe leggere «una legge sbagliata».

Bisognerebbe legalizzarle? Il 44,3 per cento per cento si dichiara contrario, favorevole il 31 per cento, oltre a chi ammette di non essere abbastanza informato (24,56 per cento). Conseguenze? I controlli in classe, capitati al 56 per cento di loro, con poche ribellioni. Nelle risposte ricevute (al link su due gruppi Facebook e su Instagram) c’è una spaccatura netta, al 50 per cento, fra chi ritiene sia compito della polizia vigilare sugli istituti e chi invece crede che dovrebbero farlo solo preside e insegnanti. Fra chi vede come positiva una maggiore presenza e chi la considererebbe invece sbagliata.
[[(article) Cannabis: “Caro Minniti, 
cambia verso”]]
È passato poco più di un mese dal suicidio del sedicenne di Lavagna, «e quello che è successo dovrebbe farci aprire gli occhi», riflette Saverio. La morte di quel coetaneo lo ha scosso, come ha scosso il Paese. Sul ruolo degli adulti. Sui silenzi, la realtà e le conseguenze del contrasto allo spaccio. «Servirebbe più dialogo», prova a rispondere Saverio: «Più attenzione psicologica, in questi casi». E nei cortili dove uno spinello o un cilum passano di mano? «La scuola io la considero una casa, ci passo più di cinque ore ogni giorno. Non si può marchiare un minorenne per una canna. Soprattutto non dove si sente a casa». «È giusto venga chiamata la polizia, perché è illegale fumare marijuana», continua: «Ma bisogna considerare sempre le reazioni possibili, per non rovinare la vita di un ragazzo solo perché ha cinque grammi in tasca».

Un’attenzione diversa. È una richiesta di molti suoi coetanei. «Anche se non fumo, a me queste ispezioni mettono ansia», racconta Serena, quarto anno di un liceo di Legnano (i nomi degli intervistati sono stati sostituiti per proteggere la loro privacy), che vuole iscriversi a Medicina e dice che l’ultima cosa che bisognerebbe fare, secondo lei:«è colpevolizzare degli adolescenti: dal punto di vista della legge gli agenti fanno bene, però la scuola è un luogo protetto, per i ragazzi, il nostro primo approccio alla società. Non si può spaventare un sedicenne davanti ai compagni». Andrei è nato in Romania, ora fa il rappresentante d’istituto, vuole diventare ingegnere e al contrario pensa: «A scuola o in stazione è uguale, il consumo è reato e va punito. I finanzieri poi arrivano dopo aver avvisato la dirigente».

Nell’ottobre 1988 L’Espresso pubblicò in copertina un’inchiesta sulla “Droga in classe”. All’epoca l’emergenza erano i morti per overdose e le statistiche sui ragazzi scivolati nell’eroina. Intervistato dal nostro settimanale, l’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Galloni, politico dc amico di Moro e Dossetti, non aveva dubbi: «Il tentativo di coinvolgere nell’uso di stupefacenti fasce d’età sempre più giovani è una realtà che non si può ignorare. Ben venga quindi una forma di collaborazione tra scuola e forze di polizia», spiegava: «Ovviamente però il “fuori” (agente in borghese o no), non deve assolutamente contaminare il “dentro”, ossia l’opera educativa della scuola che proprio perché tale non può in nessun modo consentire l’instaurarsi di metodi repressivi». Il fuori, il dentro.

Nel 2004 il preside di un liceo di Rho venne condannato per favoreggiamento e agevolazione dolosa dello spaccio. «Ci vogliono costringere a fare gli sceriffi», raccontava all’Espresso: «Un ragazzo di 16 anni deve poter parlare con i propri professori e non avere paura». La condanna fu annullata in Cassazione. Ora nella cronaca non emergono ribellioni. Né fra i presidi, né fra gli studenti. Anche fra chi pensa che «ci siano modi più intelligenti per sostenere questa lotta contro il crimine rispetto all’indagare ragazzini delle superiori», come commenta uno di loro nel sondaggio, o chi propone «corpi speciali che dovrebbero stare attenti alle scuole. Non polizia in divisa».

«Più che a denunciare un compagno che ha 10 grammi addosso penserei a capire perché lo fa. Senza paternalismi», sostiene ad esempio Giovanni, di un Itis a San Severo, Foggia: «Per alcuni è una fuga a problemi seri. Per molti però è ormai una moda, normale». Gli agenti? «Fanno il loro mestiere, è pur sempre un uso illegale e dannoso. In un territorio come il nostro però le emergenze sono altre. Su quelle andrebbero concentrate le forze». Marco, di Bologna: «Da noi la polizia viene due volte l’anno. Ogni volta è un giorno in cui il clima a scuola è teso. Ma fanno bene, e ci parlano sempre delle nostre responsabilità. D’altronde le “zaffate” in cortile le sentiamo. C’è la tossica di quarta che ogni tanto viene beccata e piange». Il suo è un giudizio duro, netto.

«Sono arrivati in classe, il cane si è fermato su due zaini attaccati, il mio e quello del mio vicino di banco. Io ero tranquillo, convinto fosse per via dei cuccioli che ho a casa, visto che non fumo», racconta un coetaneo: «Ci hanno perquisito dalla testa ai piedi – zaino, astuccio, giubbotto, scarpe, pantaloni, felpe. Sono rimasto in mutande. Alla fine della perquisizione ci hanno fatto firmare un foglio con la docente, hanno chiesto i dati e il numero di telefono dei genitori e ci hanno detto che probabilmente andranno anche in casa. Gli agenti sono stati comprensivi. A darmi fastidio è stato che la prof al rientro in classe ci ha detto “Bravi, bravi, complimenti”, senza sapere niente». Marchiati?

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L’Islanda ha sconfitto la dipendenza da alcol e droghe (con un metodo ignorato dall’Europa)

Un lavoro durato 20 anni, ma che ha portato ottimi risultati. Se fino a due decenni fa, infatti, la dipendenza da droghe e l’abuso di alcol in età adolescenziale era un problema che affliggeva l’Islanda, oggi non lo è più. Dal 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente: dal 23% al 3%. Un calo che ha portato i giovani dell’isola a diventare i più salutisti d’Europa.

articolo di Renato Paone su  L’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/ 
immagine MB PHOTOGRAPHY VIA GETTY IMAGES

Ma il percorso è stato lungo e tortuoso. Ottenere un simile risultato, in grado di ribaltare la classifica negativa che vedeva i giovani islandesi come i maggiori consumatori di droghe e alcol d’Europa, è stato possibile solo grazie a interventi drastici e diretti:introduzione del coprifuoco, una maggiore collaborazione tra istituti scolastici e genitori, l’introduzione di divieti e la creazione di attività extrascolastiche che coinvolgessero gli adolescenti a tempo pieno.

Un piano avviato nel 1992, ma che ha le sue radici in una tesi di dottorato scritta anni prima a New York dal professore di psicologia statunitense Harvey Milkman, oggi docente presso l’università di Reykjavik. Una tesi che metteva in relazione il consumo di droghe e alcol e la predisposizione allo stress di alcune persone. Dopo la sua tesi, Milkman venne inserito in un team di ricerca dedito a contrastare l’abuso di droghe. Nel 1991, Milkman venne inviato in Islanda per diffondere i suoi studi. La sua idea colpì gli islandesi, che gli chiesero di iniziare un progetto con i giovani isolani. Nel 1992, il questionario del professore fu sottoposto a tutti gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni. Esperimento ripetuto anche negli anni seguenti. Nel questionario venivano poste domande semplici e dirette, tipo: “Bevi alcolici?”, “Ti sei mai ubriacato?”, “Hai mai fumato?”, “Quanto tempo trascorri con i tuoi genitori?”, “Svolgi attività?”.

Quel che emerse dal questionario fu un risultato negativo: circa il 25% dei ragazzi affermava di fumare quotidianamente e il 40% ammetteva di essersi ubriacato appena un mese prima. Ma quel che colpì Milkmna fu un altro risultato: dal questionario, infatti, constatò che chi praticava sport o frequentava corsi, e aveva un buon rapporto coi genitori, era meno propenso all’utilizzo di droghe e alcol.

Da quelle semplici domande nacque, su iniziativa del governo, Youth in Iceland, un programma nazionale di recupero che coinvolgeva direttamente genitori e scuole. Per prima cosa vennero eliminate le pubblicità di sigarette e bevande alcoliche, i minori di 18 anni non potevano più comprare sigarette e chi non aveva 20 anni non poteva acquistare alcol. Venne introdotto un coprifuoco agli adolescenti tra i 13 e i 16 anni: rientro a casa alle 10 di sera in inverno, a mezzanotte d’estate. L’obiettivo principale, infatti, era far passare ai ragazzi più tempo possibile in casa, anteponendo la quantità alla qualità delle ore trascorse in compagnia dei familiari.

“All’epoca, in Islanda erano stati introdotti programmi di prevenzione ed educazione, ha affermato Inga Dóra, assistente ricercatrice che ha partecipato allo studio. I ragazzi erano stati informati dei rischi che correvano attraverso l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, ma nonostante questo non erano stati raggiunti i risultati sperati. Questo perché, come accade anche in altri paesi, non si dà il giusto peso a queste iniziative. “Per questo – ha dichiarato Dóra – abbiamo pensato ad un metodo di approccio differente”.

A tutto questo si legò l’introduzione massiccia di attività extrascolastiche di ogni tipo, da quelle sportive a quelle artistiche. In questo modo si permetteva ai giovani di stare insieme e garantire loro un senso di benessere psico-fisico, lo stesso che ricercavano utilizzando droghe e abusando di alcol. Attività che coinvolgevano tutti i giovani, anche quelli meno abbienti: per loro il governo aveva predisposto degli incentivi statali. “Non abbiamo detto a questi ragazzi ‘Siete in terapia’. Abbiamo detto loro ‘Vi insegneremo quello che volete’: musica, danza, arti marziali, dipingere”, ha spiegato Milkman. Attività che avrebbero agito sul loro cervello, così come le droghe che usavano, ma senza gli effetti negativi. In questo modo avrebbero anche ridotto lo stress e l’ansia.

In 15 anni, dal ’97 al ’12, il numero di giovani impegnato in attività sportive raddoppiò, frequentavano i corsi anche quattro volte a settimana. Anche il tempo passato in famiglia giocò un ruolo cruciale. Così facendo la percentuale di coloro che abusavano di alcol e droghe calò drasticamente.

Youth in Iceland, visto il suo successo, si è evoluto in Youth in Europe, ma il programma (…)

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Droghe leggere non significa nulla. Ecco tutti i rischi

«Ci sono “canne” di marijuana più potenti di un corrispettivo fatto con l’hashish»

Gli ibridi della canapa, sempre più potenti, hanno rivoluzionato pratiche e rischi

  • La Lettura – 19 Mar 2017 Daniela Natali intervista lo psichiatra Roberto Gatti direttore del Dipartimento dipendenze patologiche della ATS di Milano

Quando si parla di liberalizzazione, di depenalizzazione delle droghe, si fa sempre r i fe r i mento a quell e «leggere» (termine che fa storcere il naso a medici e operatori). E cioè ai derivati della cannabis o canapa. In genere la Canapa sativa, quella con il più alto contenuto di Thc (il principio attivo responsabile degli effetti). Il discorso resta un po’ teorico, perché, come fa notare Daniela Parolaro, direttore scientifico della Fondazione Zardi Gori per lo studio delle dipendenze «oggi esistono ibridi di diverse varietà di Canapa, nati sia per selezionarne alcune capacità a scopo terapeutico (si possono far crescere piante con meno Thc, ma ugualmente efficaci nel contrastare il dolore, gli spasmi o le convulsioni), sia a scopo ricreativo per renderle sempre più “efficaci”».

È per questo che anche la tradizionale distinzione tra la più light marijuana (estratta dalle infiorescenze es- siccate della parte femminile della pianta) e il più potente hashish (prodotto a partire dalla resina) ha perso in parte il suo significato? «Oggi con gli ibridi e la grande varietà di metodi di coltivazione — conferma Riccardo Gatti, psichiatra, direttore del Dipartimento dipendenze patologiche della ATS di Milano — ci sono “canne” fatte con certi tipi di marijuana più potenti di un corrispettivo fatto con l’hashish. Quindi nessuno sa poi tanto bene che cosa stia fumando, o persino mangian- do, visto che l’hashish si può anche ingerire. Certo è che sicuramente i prodotti in commercio oggi sono mediamente più forti rispetto a quelli di 10-15 anni fa».

Se i confini tra marijuana e hashish sono più sfumati, si può parlare di modi di agire e quindi di effetti, e di rischi, simili. È ancora Parolaro a illustrare le modalità di azione: «Noi produciamo dei cannabinoidi endogeni e quando ne introduciamo altri, dall’esterno, abbiamo una sovra-stimolazione del sistema cannabinoide endogeno che provoca le risposte del sistema nervoso centrale. Da qui le sensazioni di rilassamento, di benessere, di disinibizione cui si accompagnano però distorsioni olfattive e visive, per esempio il rosso sembra più rosso, e un rallentamento delle funzioni motorie, della parola, delle capacità di attenzione. Il tutto seguito da una forte sonnolenza. Gli effetti durano di solito qualche ora. Ma la loro durata e “potenza” sono

Pericoli La farmacologa Daniela Parolaro: «La durata e la potenza degli effetti dipende anche dal cocktail con alcol o pasticche»

estremamente soggettivi e dipendono anche dai cocktail: droga più alcol, più pasticche di droghe sintetiche ».

Finito l’effetto, finito tutto? Non ci sono rischi a lungo termine? «Intanto occorre valutare che cosa si fa quando si è sotto l’effetto “momentaneo”. Mettersi al volante, per esempio, è una pessima idea. Detto questo — risponde Gatti — se nessuno è mai morto per un bicchiere di vino, una sigaretta o una canna questa non è una scusa per consumi dannosi o potenzialmente tali . Distinguiamo tra uso sporadico, uso frequente e continuativo — tutti i giorni o poco meno —, ma ricordiamo che c’è chi ha problemi anche con il solo uso occasionale. Più che ovvio, poi, che all’aumentare del consumo e con il suo prolungarsi nel tempo aumentano i rischi».

I rischi, appunto. Quali sono? «Si parte da un iniziale disadattamento rispetto all’ambiente: si “rende” meno, si studia con più fatica, si lavora in modo poco efficiente, si fanno più difficili i rapporti con gli altri, ma anche con se stessi e con la propria progettualità».

Poi ci sono gli effetti a lungo termine. «Che — chiarisce Gatti — sono, per cominciare, tutti quelli legati al fumo, qualsiasi cosa si fumi. Dai problemi respiratori ai tumori polmonari. Più quelli specifici dovuti alla droga. Il rischio di psicosi e schizofrenia raddoppia se si fa uso abituale di cannabis e l’insorgenza di disturbi mentali in genere avviene in età più precoce».

A questo c’è chi obietta che queste estreme conseguenze si verificano solo in chi è già predisposto a queste gravi patologie: «Potrebbe essere vero, ma come sapere se si è predisposti o no? Nel dubbio non sarebbe meglio astenersi? E poi tra il benessere psicologico e il disturbo psicotico, esiste tutta una serie di disturbi che sono il contrario dello star bene», ribatte Gatti.

È vero che ci sono età della vita più a rischio? «L’adolescenza, innanzitutto, quando il cervello è ancora molto plastico. I cannabinoidi vanno a scombinare questo processo di maturazione con il risultato, tra l’altro, di rendere più facili depressioni e neurolabilità in genere. Per non parlare — continua Gatti — del rischio schizofrenia. E del fatto che queste sostanze accelerano il decadimento dei neuroni dell’ippocampo», legato alla memoria sia a breve che a lungo termine. «Altro periodo di fragilità particolare — aggiunge Parolaro — è la gravidanza. L’assunzione prenatale di queste sostanze prova danni ai neonati che si manifestano a distanza di tempo: compromissione delle capacità cognitive e propensione a comportamenti compulsivi e rischiosi, compreso l’uso di droghe».

La domanda delle domande è se marijuana e hashish diano dipendenza. «La dipendenza esiste per circa il 10% dei consumatori assidui — afferma Gatti — ed è quindi alto il numero di persone che devono affrontarla, considerando la diffusione dei consumi». Altra questione cruciale è se le droghe leggere siano sempre la porta per quelle pesanti. «Il concetto di leggero è fuorviante. La cannabis di per sé non porta al consumo di altre il sostanze, ma al desiderio di alterazione mentale sì. Quindi se è questo che si cerca, probabilmente si sperimenterà anche altro e il mercato è pieni di proposte alternative — conclude Gatti — E questo non dovrebbe affatto tranquillizzarci».

Come reagire di fronte a un figlio che fuma canne?

GLI ADOLESCENTI E LE CANNE una serie di articoli che il Corriere della Sera pubblica online all’indomani del suicidio del ragazzo di Lavagna.

Di seguito ne riportiamo uno a firma di Elena Tebano, ma invitiamo i nostri lettori a leggere anche gli altri interessanti contributi pubblicati sulla versione online del Corriere e consultabili qua http://www.corriere.it/reportages/cronache/

Del suicidio del ragazzo di Lavagna Alberto Pellai, milanese, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha parlato con le figlie adolescenti: «Cosa avreste fatto voi, se vi foste trovate nella sua situazione?» ha chiesto. Una domanda dolorosa anche solo a pensarla e parallela a quella che chiunque si è posto al cospetto di questa vicenda: come reagire di fronte a un figlio che fuma hashish o marijuana? Esiste un’alternativa tra l’impotenza della semplice repressione (chiamare le forze dell’ordine) e quella speculare del lasciar correre perché «tanto-ormai-lo-fanno-tutti»?

«Il ruolo dei genitori è problematizzare il consumo di sostanze nell’adolescenza, che comunque è sempre a rischio e lo è tanto più quanto è precoce l’età in cui si inizia — spiega Pellai —. Domandare ai ragazzi e alle ragazze cosa avrebbero provato al suo posto significa dire: ne possiamo parlare. E quindi che a tutto c’è una soluzione. La scelta di saltare nel vuoto, un gesto violentissimo e irreversibile spesso deciso dai ragazzi in 15 secondi, viene invece anche dall’incapacità di dare parole a un groviglio di emozioni negative, che magari si presentano tutte insieme: paura per le forze dell’ordine in casa, rabbia perché ti senti i genitori sul collo, tristezza perché stai deludendo te stesso e chi ti vuole bene».

Non ci possono però essere ambiguità: «Gli adulti devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione: significa non voler sentire la fatica o il disagio interiori invece di costruire una risposta nelle relazioni e nelle realtà che risolva davvero il problema» chiarisce Pellai. È un compito difficile, ma imprescindibile: «La trasgressione è spesso un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore dall’altra parte lo regga, che ci metta la forza e non rinunci al suo ruolo».

A rendere tutto più complicato c’è spesso la paura degli adulti: che farsi le canne equivalga per i figli a una condanna, l’entrata in un tunnel da cui non c’è uscita. «Invece distinguere è fondamentale perché non sempre il consumo di cannabis è la spia di una grave situazione di disagio: le ricerche dicono che il 15% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni lo fa una o due volte al mese a fini socio-ricreativi, per stare nel gruppo — dice Leopoldo Grosso, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele —. Ai genitori preoccupati chiedo: vostro figlio cos’altro fa? Continua ad andar bene a scuola, a praticare sport e avere compagnie con cui non fuma, a coltivare i suoi interessi? Oppure fuma tutti i giorni, ha un profitto scolastico fallimentare, ha perso interesse nelle altre attività, si è chiuso nella cerchia delle persone con le quali consuma cannabis e ha abbandonato i vecchi amici?». Si tratta di capire insomma se gli adolescenti fumano per adeguarsi ai coetanei oppure se è una loro modalità per esprimersi.

«Nel primo caso — afferma Grosso — è un comportamento a cui prestare attenzione, ma probabilmente solo una fase. È necessario comunque che i genitori pongano limiti, chiarendo che non lo condividono, vietando di farlo in casa o negando i soldi per comprare le sostanze, ma senza demonizzare. Nel secondo caso c’è invece una grave situazione di disagio, la palude di un fallimento evolutivo».

Allora bisogna chiedere aiuto agli specialisti: dagli sportelli psicologici delle scuole ai consultori familiari ai servizi anti-dipendenze delle Asl. «Ma è fondamentale — avverte Grosso — che l’intervento sia incentrato sulle difficoltà irrisolte: i rapporti interpersonali, quelli familiari, la scarsa autostima».

In generale, anche di fronte al consumo sporadico è bene cercare interlocutori per capire come stanno i ragazzi: «Rivolgersi a tutti gli adulti che hanno a che fare con loro, professori, allenatori, educatori — dice Paolo Rigliano, responsabile del servizio psichiatrico degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano —. Poi nel quotidiano ai genitori e a noi tutti spetta il compito più difficile: contrastare l’idea oggi diffusissima che l’alterazione degli stati mentali sia una cosa positiva. Vale anche per l’alcol: ormai non si riesce a stare bene senza stravolgersi». È la risorsa e la difesa più grande che possiamo dare agli adolescenti: insegnare loro a entrare (e restare) in contatto con se stessi.

95 miliardi buttati nel gioco, la prova che l’Italia si sta ammazzando da sola

Nel 2016 gli italiani hanno speso al gioco il 4,4% del Pil, poco meno di quanto spendono per mangiare, il triplo di quanto spendono per l’istruzione. Un dato che ha pochi eguali al mondo. E che rappresenta un fardello insopportabile, per un Paese in crisi

Cannabis, la rivista Nature: “Sappiamo troppo poco degli effetti sul cervello”

 LA CANNABIS è la sostanza d’abuso illegale più coltivata, trafficata e consumata al mondo. Ha un giro d’affari miliardario e, stando ai dati dell’Oms, oltre 147 milioni di consumatori: circa il 2,5 percento della popolazione mondiale. Come dimostra inoltre la cronaca recente degli Stati Uniti, il trend globale punta sempre più spesso alla legalizzazione, sia a scopo terapeutico che ricreativo. Per questo motivo, molti scienziati ritengono fondamentale conoscere più a fondo gli effetti della cannabis sulla salute, e la psiche, dei consumatori.
di SIMONE VARESINI pubblicato su Repubblica http://www.repubblica.it/salute/ricerca/
Un argomento più che mai attuale, a cui non a caso è dedicata l’ultima copertina della rivista Nature, che ha deciso di pubblicare un’ampia rassegna degli studi scientifici disponibili riguardo agi effetti della cannabis sulla salute mentale. E la conclusione dei suoi autori è che sappiamo ancora troppo poco sugli effetti a lungo termine di questa sostanza.Secondo i quattro esperti dell’Imperial College di Londra e del National Institutes of Health americano che hanno firmato l’articolo, oggi più di metà dei giovani statunitensi avrebbe provato almeno una volta la sostanza nella propria vita, e in Europa la cannabis avrebbe ormai scavalcato l’eroina come droga più utilizzata tra chi si rivolge a programmi di disintossicazione. Sempre più indizi inoltre dimostrerebbero uno stretto legame tra il consumo della sostanza e un maggior rischio di sviluppare dipendenza, soffrire di depressione, psicosi e tendenze suicide.

In questo senso, è bene forse ricordarlo, sembra esserci una certa discordanza all’interno della comunità scientifica. Una ricerca pubblicata negli scorsi giorni sulla rivista Clinical Psychology Review indica ad esempio la possibilità che il consumo di cannabis può avere effetti positivi sui sintomi di alcune specifiche patologie mentali, in particolare la depressione, il disturbo d’ansia e il disturbo da stress post traumatico.

A prescindere da queste divergenze, i ricercatori sembrano concordare comunque sulla necessità di approfondire gli effetti a lungo termine del consumo di cannabis. In particolare in vista del numero sempre maggiore di persone che consumerà legalmente questa sostanza, e dei livelli sempre più alti di principio attivo contenuti nelle preparazioni che raggiungono il pubblico. “C’è urgenza di comprendere meglio gli effetti della cannabis sul cervello, per fornire ai legislatori ma anche ai cittadini, le informazioni necessarie per prendere decisioni ben ponderate”, spiega Oliver Howes, psichiatra dell’imperial College di Londra che ha coordinato l’analisi pubblicata su Nature. “Se si dovesse scoprire che il consumo è dannoso, è bene saperlo il prima possibile, prima che il problema riguardi un numero maggiore di persone”.

Nella loro analisi, i ricercatori guidati da Howes si sono concentrati sugli effetti fisiologici del Thc, il principio attivo contenuto nella cannabis. Le ricerche effettuate fino ad oggi, spiegano gli esperti, dimostrerebbero che questa molecola è in grado di alterare il funzionamento dei circuiti cerebrali che sfruttano la dopamina, un neurotrasmettitore che regola i sistemi di ricompensa cerebrale e l’umore. “I sistemi dopaminergici hanno un ruolo centrale nell’apprendimento e nella motivazione – sottolinea Howes – i nostri risultati dimostrano che il consumo di cannabis è collegato a una desensibilizzazione di questi sistemi cerebrali, e in questo senso la cannabis ha effetti simili alla cocaina e alle anfetamine, anche se probabilmente molto meno acuti”.

Gli studi disponibili, insomma, dimostrerebbero che la cannabis ha il potenziale per produrre alterazioni significative, e a lungo termine, nei sistemi dopaminergici del cervello, che potrebbero a loro volta produrre disturbi cognitivi e psicologici di vario tipo. Ad oggi, ammettono i ricercatori, si tratta però ancora di ipotesi: gli indizi derivano da ricerche svolte su animali, e per periodi troppo brevi per poter svelare gli effetti a lungo termine della sostanza sul cervello umano.

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Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

“Dottoressa, questo pomeriggio ci sarebbe per parlare con mia mamma?”

GIC incontra gli operatori del servizio dipendenze del Ser.D. B Firenze di Lungarno Santa Rosa, che offre un percorso dedicato ai giovani con problemi di dipendenza da sostanze.

Entriamo da una porta laterale che poi sapremo essere l’accesso protetto con apertura pomeridiana per un particolare tipo di utenza: giovani consumatori di sostanze.
Protetto perché ancora siamo lontani dalla tossicodipendenza come la conosciamo, ma – purtroppo – siamo sulla buona strada.
E quindi percorsi separati per chi è accolto da questo servizio e vuole, accompagnato dai propri genitori o dagli amici, affrontare la propria dipendenza da sostanze.

Chiediamo a Susanna Falchini (responsabile del Ser.D. B da cui dipende questo percorso) e a Caterina Borrello (psicoterapeuta e responsabile del programma per adolescenti e giovani ) a chi è dedicato questo servizio.

Susanna Falchini
Partiamo sempre dal territorio. Da anni alterniamo il nostro lavoro di prevenzione all’interno del Quartiere 4 in collaborazione con la Coop. CAT, e le scuole dove abbiamo sportelli informativi e di consulenza ormai ben conosciuti ed utilizzati da insegnanti, studenti e i loro familiari.

GIC
Proprio dai vostri sportelli di consulenza presenti nelle scuole fiorentine, abbiamo ricevuto (e pubblicato) uno degli articoli più letti sulla nostra pagina Facebook “FirenzeGenitoriInCorso”: “Lettera a Lui” una toccante testimonianza su cosa significa oggi essere vittima di bullismo.

Susanna Falchini
Spesso è grazie alla scuola e agli incontri con professori e studenti, che riusciamo ad entrare in contatto con ragazzi problematici o a rischio di abuso di sostanze.

GIC
Cosa offre il vostro percorso?

Caterina Borrello
Offriamo un primo intervento definito “light”:
breve ed a termine (circa due mesi), dove spesso la valutazione è anche l’intervento.
Uno degli aspetti più importanti forse risiede nella domanda che facciamo spesso ai ragazzi che incontro le prime volte: “cosa puoi e vuoi fare per negoziare con la tua famiglia?” – ”Cosa sei disposto a fare per rassicurarli?”
E’ una contrattazione molto utile per iniziare stabilendo dei patti semplici ma chiari e che il ragazzo deve impegnarsi a rispettare.
Il rispetto delle regole e la verifica sono tappe molto importanti di questo percorso.
In questo, come negli altri programmi, la presenza dei genitori è fondamentale e necessaria per una valutazione precoce ed efficace del rischio: sono i genitori a segnalarci, ad esempio, i segnali di difficoltà e di disagio all’interno dell’andamento scolastico del figlio.
Abbiamo poi un intervento “medium” che accoglie la fragilità anche sociale della famiglia e quindi non causata solo dall’uso di sostanze di uno dei suoi membri più a rischio.
Questo percorso prevede l’ inserimento in progetti già presenti sul territorio fiorentino o interventi attivati ex novo: attività sportive, laboratori, pet therapy.
Terzo ed ultimo intervento quello che definiamo “hard”.
Ovvero un programma che attiviamo quando siamo in presenza di una vera e propria tossicodipendenza.
In questi casi è necessaria una presa in carico veloce e tempestiva del ragazzo, senza stravolgere particolarmente le sue attività e le sue abitudini, se sono ancora risorse su cui far leva.
No quindi all’interruzione del percorso scolastico o all’allontanamento dal nucleo familiare, se non nei casi in cui si ritenga che questo sia utile.
Si invece ad un accesso privilegiato e protetto a servizi – come il nostro – che lo possono curare e aiutare.
Per questo ad esempio abbiamo deciso un’apertura pomeridiana per la somministrazione del metadone ed un accesso privilegiato e riservato al paziente.

GIC
Immaginiamo però che al centro di questo percorso non ci sia solo la cura farmacologica.

Susanna Falchini
I ragazzi che usano eroina non hanno la percezione della drammaticità della propria dipendenza, perchè, ad esempio non la usano endovena, ma solo sniffata.
“Sono in astinenza e pensavo di non provarla mai…” è una delle prime frasi che sentiamo quando arrivano.
Per questo ci sforziamo di fargli comprendere la drammaticità del problema tenendo sempre presente che sono affetti da una malattia di cui stanno imparando la cura.
Una cura che ha un nome difficile ma estremamente efficace se compreso: resilienza.
E per questo abbiamo attivato un laboratorio che si chiama PER-CORSI INSIEME
nell’ambito del quale lavoriamo per aiutare i ragazzi a fortificarsi per cambiare.

Caterina Borrello
La durata del programma, è variabile a seconda della tipologia e della gravità delle situazioni che si presentano.
Molte sono le attività che proponiamo e condividiamo con i ragazzi:
gruppi di incontro fisici e digitali (abbiamo un attivissimo e seguitissimo gruppo Wapp),
attività condivise con la struttura comunitaria per minori di Villa Lorenzi, collaborazioni con varie realtà per realizzare progetti di formazione e inserimento lavoro.
Oltre alla stesura di un libretto personale “Guida la Mia Cura” dove viene annotato da parte del ragazzo tutto: appuntamenti sanitari, gruppi terapeutici, successi e insuccessi, vittorie e fallimenti. In relazione al percorso di cura o in relaziona alla propria vita personale ed affettiva .

GIC
Ed i genitori? Qual è il loro ruolo?

Susanna Falchini
Per un ragazzo il coinvolgimento familiare è sempre fondamentale.
Ma per quello che ha problemi di sostanze, la presenza di un adulto affidabile e presente è un requisito imprescindibile per il buon esito della cura.
Abbiamo quindi anche un gruppo per i genitori, parallelo a quello dei figli.
Il loro è un ruolo attivo di osservazione, ad esempio sullo svolgimento della settimana dei ragazzi, su come viene concordato e gestito il week end, ecc.

Caterina Borrello
Se il percorso funziona spesso si sentono così coinvolti che sono loro stessi ad un certo punto a chiedere una consulenza per i genitori, quasi rendendosi conto che il loro cambiamento è un cambiamento che deve riguardare anche la famiglia.
Il problema che portano riesce ad attivare cambiamenti positivi anche nella famiglia.
“Dottoressa questo pomeriggio ci sarebbe per parlare con mia mamma?” è una frase che mi sento spesso fare ad un certo punto del programma.

GIC
Quanti sono i ragazzi che avete incontrato dall’inizio delle vostro progetto?

Caterina Borrello
In due anni abbiamo seguito 57 casi delle tre tipologie di cui 21 casi definiti “hard”, in età compresa fra i 17 e i 24 anni.
Quali le sostanze utilizzate dai ragazzi in trattamento?
Eroina, cannabis. Sostanze psicoattive di nuova generazione (smart drugs).
Più raramente cocaina.

Come ci si può rivolgere al vostro percorso?
Ecco i nostri contatti: 055 6935667 – 055 6935575 – 055 6935729, oppure via email: caterina.borrello@uslcentro.toscana.it

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