Estate in adolescenza, il periodo delle sfide

Per i genitori di adolescenti l’estate è un periodo dell’anno difficile da gestire. È il momento in cui incontrano più difficoltà soprattutto a proporre e stabilire regole e far sì che i figli le rispettino.

È il periodo degli amori, degli incontri, delle nuove emozioni ma anche dei pericoli . Lontano dall’influenza degli adulti, l’adolescente ha voglia di dimostrare le proprie capacità, di esplorare, di sfidare i limiti e i rischi, e cogliere le opportunità per allontanarsi dall’infanzia troppo lunga e ormai troppo stretta, è lo spazio dove si cercano risposte.

Spesso trovano risposte di tipo evasivo o di fuga dalla realtà attraverso l’uso di sostanze che sembrano offrire loro una risposta ai propri bisogni , sostanze che producono euforia ma anche depressione, stordimento, calo dell’attenzione e della vigilanza. Facilitano la disinibizione sociale anche se generalmente finiscono per aumentare il senso di  isolamento

Eccessi dunque, specie durante le vacanze, quando è più facile andare oltre i propri limiti. E’ quanto emerge anche da uno studio recente condotto su un campione di 8.000 adolescenti italiani.

Secondo l’indagine dell”Osservatorio nazionale adolescenza su 8.000 giovani italiani il 36% dei ragazzini tra gli 11 e i 13 anni dichiara di bere bevande alcoliche e uno su 10 si è già ubriacato. Fra  gli adolescenti la percentuale sale notevolmente: il 55% dei 14-19enni  beve alcolici e il 24% anche fino a stare male. L’uso di bevande alcoliche è quindi diffuso e il rischio di abusi  nel periodo estivo diventa ancora più grave perché i ragazzi sono più predisposti all’evasione, trascorrono più tempo in gruppo e in compagnia degli amici sentono meno il peso delle regole e dei doveri scolastici . Questa condizione facilita per alcuni ragazzi  la messa in atto di  comportamenti  che possono mettere a rischio la salute dei ragazzi stessi, come ad esempio i giochi e sfide a base di alcol,  con lo slogan “lo faccio perché lo fanno gli altri’. Circa un quarto del campione (2000 adolescenti) ha infatti dichiarato di aver bevuto, in genere nel fine settimana, più di 5 drink di seguito con l’intento di ubriacarsi.

Esistono anche delle mode selfie in cui l’alcol è protagonista, come per esempio il beer selfie che consiste nel fotografarsi da soli o in compagnia di amici, con in mano un bicchiere o una bottiglia di birra. Esistono però le varianti e una di quelle è il ‘Drelfie’ (da drunk e selfie), che consiste nel farsi fotografare ubriachi, mentre si vomita, sdraiati per terra in uno stato di semi incoscienza, nei bagni e in qualsiasi altra posizione. I rischi di questi selfie e di questa ricerca di approvazione e condivisione social sono l’intossicazione alcolica e in svariati casi anche il coma etilico.

Gli adolescenti non rinunciano poi a mettersi alla guida anche quando sono in una condizione di alterazione mettondo inevitabilmente a rischio la propria vita e quella degli altri. In più, oggi, oltre a guidare in stato di ebbrezza, riprendono con lo smartphone le bravate in auto o in moto, si scattano selfie mentre fanno le loro ‘prodezze’ per immortalare un momento che, a volte, li ha letteralmente immortalati per sempre. Si chiamano ‘kilfie’ o killer selfie, e sono quelle foto in cui si mette a rischio la propria vita.

Ma il dato allarmante è che l’80% di coloro che hanno abusato di alcol hanno dichiarato anche di aver fatto sesso promiscuo e con più persone nell’arco della stessa sera. In questo modo aumenta notevolmente il rischio di incorrere in malattie sessualmente trasmissibili dall’Hiv, sempre più diffuso tra i ragazzi, all’Hpv e tutte le varie infezioni batteriche e virali,  possibili gravidanze precoci e indesiderate, oltre a rapporti sessuali forzati e vere e proprie violenze.

Esiste quindi un’emergenza edicativa per contenere questi comportamenti a rischio . Gli adolescenti devono essere informati  sulla pericolosità e sulle conseguenze gravi che l’uso/abuso di bevande alcoliche può portare. Prevenzione quindi la parola d’ordine , insieme ad Educazione, in primis da parte dei genitori.

Ai genitori di adolescenti si consiglia di non perdere mai di vista l’importanza di dare i limiti, di insegnare le norme e stabilire le regole che i ragazzi devono seguire proprio per il bene e l’equilibrio psichico dell’adolescente stesso. I ragazzi chiedono ai genitori sempre più libertà, più spazio, più autonomia e più distanza. A tanti genitori capita di confondersi tra il ruolo di adulti autorevoli, adulti autoritari e adulti permissivi.

Durante il periodo della pre-adolescenza e dell’adolescenza figli e genitori dovrebbero imparare a stabilire un nuovo rapporto tra loro. Da una parte i genitori dovrebbero riconoscere di più il bisogno di autonomia dei figli, dall’altra necessario  insegnare loto i limiti e il rispetto delle regole perché questo vuol dire anche rispettare se stessi e il proprio ruolo.

 

Figli adolescenti e abuso di alcol, anche occasionale. Che fare?

I dati dicono che anche in Italia si inizia a bere sempre più precocemente, dall’età di 11-12 anni i giovani iniziano a fare uso di alcol, con rischio di  danni seri sia al cervello che al fegato. E’ stato riscontrato che i ragazzini che assumo alcol, soprattutto se mischiato, possono avere maggiori difficoltà di orientamento e di memoria, rispetto ai coetanei della stessa età, questo perché l’abuso di alcol provoca la distruzione delle fibre nervose, e come conseguenze nei casi estremi: delirio, allucinazioni, aggressività e diminuito controllo dei movimenti, neuropatie e tremori.

I genitori si rendono conto che i figli adolescenti fanno uso di alcol spesso in modo causale, attraverso una telefonata che li informa sulla presenza dei figli in ospedale per malori o talvolta per incidenti stradali . Queste esperienze, nei casi in cui l’esito è comunque  positivo, porta i genitori alla  consapevolezza che il loro figlio/a, che spesso sino ad allora non avevano manifestato particolari disagi o fragilità,  probabilmente nasconde un aspetto della propria vita di cui sono  rimasti fino ad allora ignari.

I motivi che spingono i ragazzi a provare questa esperienza sono nella maggior parte dei casi diversi da un disagio esistenziale grave e principalmente due, la noia e la voglia di divertirsi. Anche in Italia si parla da anni della moda del “binge drinking” in luoghi di aggregazione come parchi, discoteche, pub o locali notturni , dove i ragazzi programmano e organizzano bevute di alcolici di vario tipo, in grandi quantità e tutti in una volta questo con l’idea di favorire la socializzazione, sentirsi più forti superare la timidezza, e lasciarsi andare  alla trasgressione.

Molti ragazzi sono convinti di riuscire a gestire la sbronza e sottovalutano le conseguenze di questo loro comportamento, non riconoscendo che la capacità di tollerare l’alcol per un adolescente è minore rispetto a un adulto, possono arrivare rapidamente alla perdita di controllo e alla messa in atto di comportamenti irresponsabili che li portano a rischiare la vita, come guidare o camminare in mezzo alla strada senza valutare il pericolo , rischiare il coma etilico, assumere contemporaneamente altre sostanze.

Questi episodi possono diventare un’opportunità per dare la giusta attenzione a un malessere che subdolamente si sta facendo strada nella vita dei propri figli, nei casi più complessi diventa l’inizio di una difficile percorso dove il conflitto generazionale, la ribellione adolescenziale e il malessere familiare si confondono con una problematica più complessa, dove l’assunzione di alcol, non di rado accompagnato da altre sostanze che generano dipendenza, assume per i ragazzi chi ne fanno uso abituale una funzione medica e riparativa per un disagio più profondo, in tanti caso transitorio se viene accolto e gestito insieme in famiglia.

E’ intuibile, soprattutto nei casi di reiterazione di questi comportamenti, anche un intento autolesivo, una richiesta di attenzione, comunque un malessere che è necessario capire e gestire, perché se i ragazzi cercano nell’alcol la soluzione, significa che hanno difficoltà a chiedere aiuto in modo esplicito.

L’adolescenza è un momento particolare sia per i figli che per i genitori; se il gruppo dei pari è molto importante a questa età, non significa che i genitori non abbiano la loro influenza. Il loro è un compito difficile perché nella confusione della ribellione adolescenziale devono essere capaci di coniugare l’aspetto normativo con quello affettivo.  Essere fermi e chiari nelle regole e efficaci nelle punizioni, attenti e vigili su come stanno e cosa fanno i propri figli , chi frequentano, e mostrarsi accoglienti e amorevoli nel momento del bisogno.

Poiché  non è semplice essere “buoni” genitori,  laddove si dovesse presentare una problematica con figli adolescenti che abusano di alcol, la psicoterapia familiare potrebbe essere un buon punto di partenza per aiutare genitori e figli a ritrovare il dialogo e impostare un modo migliore di relazionarsi anche in situazioni critiche.

Giornata mondiale senza tabacco: in Italia quasi uno su quattro fuma

Un minore su 10 è consumatore abituale di sigarette. Fra loro più della metà fuma anche cannabis

di VALERIA PINI http://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/05/30/news/

SIGARETTE spente per 24 ore. Un gesto simbolico per salvare la salute visto che il tabagismo coinvolge quasi una persona su 4 e rappresenta una delle principali cause di morte nel nostro Paese: si contano ogni anno da 70.000 a 83.000 decessi e oltre il 25% avviene tra i 35 e i 65 anni di età. La Giornata mondiale senza tabacco, proclamata dall’Organizzazione mondiale della sanità, che quest’anno affronta il rapporto fra Tabacco e malattie cardiache, è l’occasione per fare il punto su questo tema.

Nel mondo il tabagismo è infatti la seconda causa principale di malattie cardiovascolari e l’uso di tabacco e l’esposizione al fumo passivo contribuiscono a circa il 12% di tutte le morti per malattie cardiache. Secondo l’Oms, inoltre, il consumo di tabacco rappresenta la seconda causa in generale di morte nel mondo e la principale causa di morte evitabile; quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da tabagismo e fra le vittime oltre 600.000 sono non fumatori esposti al fumo passivo.

Nel nostro paese i fumatori sono il 22,3% della popolazione, in tutto 11,7 milioni di persone. Una dipendenza che riguarda anche i ragazzi: il numero di minori che fumano. Uno su dieci è consumatore abituale di sigarette, quasi il 50% lo ha fatto in passato o lo fa occasionalmente. Tra i fumatori abituali più della metà fuma anche cannabis. Non accenna a diminuire invece il numero totale dei tabagisti nel nostro paese che appare in leggero aumento. Questo ci dicono i dati presentati dall’Ossfad- Centro nazionale dipendenza e doping dell’Iss in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco, che si tiene oggi il 31 maggio. I ragazzi tra i 14 e i 17 anni, infatti, accendono la prima sigaretta alle scuole secondarie di secondo grado e una piccola percentuale inizia addirittura alle elementari.

• IL RAGAZZO CON LA SIGARETTA
“E’ necessario potenziare sistemi di prevenzione primaria per scongiurare questa nuova linea di tendenza che vede il consumo di tabacco anche tra i giovanissimi – spiega Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità – prima che a questa dipendenza se ne associno altre altrettanto o più pericolose”. Secondo l’indagine Explora, che ha realizzato l’identikit “del ragazzo con la sigaretta” su un campione di 15.000 ragazzi tra i 14 e i 17 anni, riguarda soprattutto i maschi. In genere frequentano istituti professionali e licei artistici, i genitori hanno un livello di istruzione medio-basso e non controllano le spese dei figli, risultano propensi al rischio e hanno una percezione del proprio rendimento scolastico mediocre o appena sufficiente. I giovani tabagisti abituali, inoltre, sono quelli che fanno meno sport e che bevono più energy drink. Il dato preoccupante, inoltre, fotografa un maggiore consumo di alcolici tra loro, fino a quattro consumazioni di birra e super alcolici a settimana. Addirittura un 12% dichiara di aver avuto episodi di binge drinking 3 o più volte nell’ultimo mese. Il dato cresce a dismisura sul consumo di droghe: più della metà dei fumatori abituali (il 65,6%) ha fumato almeno una volta anche cannabis nell’ultimo anno rispetto al 2% dei non fumatori.

• GLI ADULTI
Stabile il numero di fumatori tra gli adulti: sono 12,2 milioni (dati Doxa), il 23% della popolazione, in leggero aumento rispetto al 2017 (11,7 milioni). Si fumano in media 12,3 sigarette al giorno. Mentre aumenta invece il rispetto del divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro, anzi il rispetto a 15 anni dalla Legge Sirchia è quasi totale. “La situazione generale sulla prevalenza dei fumatori si è cristallizzata – spiega Roberta Pacifici, direttore dell’Ossfad e del Centro Nazionale Dipendenze e Doping – abbiamo registrato gli stessi dati del 2007, segno evidente che non si vede alcuna inversione di tendenza, anzi si registra un lieve incremento nella popolazione maschile. Per questo abbiamo acceso i riflettori sui giovani che rappresentano il serbatoio di riserva dei tabagisti, sono quelli cioè che continuano ad alimentare la popolazione dei fumatori che non accenna a diminuire”.

• IN CALO LE DONNE

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NON MANDARE L’ESTATE IN FUMO

Sole e relax aiutano a dire addio alle sigarette
È sempre il momento giusto per smettere di fumare. Ma la pausa estiva mette a disposizione alcune armi in più a chi vuole provarci. Le giornate lunghe, la possibilità di distrarsi con attività piacevoli, l’assenza di stress lavorativo possono essere potenti alleati delle buone intenzion

articolo di Vera Martinelli del 09.07.17 pubblicato su Corriere della Sera/Salute

Due bracciate a nuoto, una passeggiata su un sentiero in salita, un po’ di movimento per gioco con gli amici. Subito il fiato corto e un pensiero fulmineo, al pacchetto di sigarette in tasca. E se fosse ora il momento buono per dire basta?

«Smettere di fumare fa bene sempre, ma l’estate offre una serie di opportunità che la rendono uno dei momenti migliori per affrontare questo passo — dice Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano —. Le giornate sono più lunghe, permettendo di ritagliare spazi per fare attività piacevoli, salutari e gratificanti, ottimi alleati dello stop al fumo. La prospettiva di scoprire il corpo e l’alimentazione leggera e più ricca di frutta e verdura possono contribuire a rafforzare la volontà di mantenere una buona forma fisica. Infine, specie per chi fuma di più a causa dello stress lavorativo, la prospettiva delle vacanze offre relax e la libertà di organizzare l’addio alle sigarette nella maniera che meglio si adatta a ognuno».

In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), vivono 52,4 milioni di persone che hanno più di 15 anni: 34,1 milioni sono non fumatori, 6,6 sono ex tabagisti e 11,7 sono gli attuali fumatori. In pratica, nel nostro Paese, fuma un uomo su quattro e una donna su cinque.

«I numeri del Rapporto 2017 mostrano che continua a crescere la quota di fumatrici — commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss — che superano i maschi, specie nel Nord del Paese, soprattutto nella fascia d’età in cui s’accende la prima sigaretta (15-24 anni) e in quella in cui solitamente si smette (45-64). Altro dato preoccupante è l’aumento di fumatori medi (10-15 sigarette al giorno) e pesanti (oltre le 20) tra i giovanissimi».

A rincuorare, ci sono i dati sul fumo passivo: «I divieti legislativi hanno sortito l’effetto sperato — continua Ricciardi —. Sono pochi, e diventano sempre meno, gli italiani che hanno fumato in auto in presenza di minori e donne incinte. Solo 1 su 10 consente ai propri ospiti di accendersi una sigaretta in casa, e 9 su 10 dichiarano che il divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro è sempre o quasi rispettato, anche se esistono differenze regionali, con il Nord più virtuoso».

Ha funzionato anche la legge (in vigore da maggio 2016) sui nuovi pacchetti di sigarette: «Immagini shock, messaggi forti sul rischio e Numero Verde gratuito per smettere di fumare (800 554 088) hanno fatto pensare ai danni per la salute oltre l’83% dei tabagisti e fatto aumentare il desiderio di smettere in oltre il 60% — dice Roberta Pacifici, direttore dell’OssFAD —. Il 36%, inoltre, ha rinunciato ad accendersi una sigaretta e le telefonate al nostro servizio per la disassuefazione si sono quintuplicate».

Se le misure di contrasto si sono rivelate efficaci, resta da valutare la componente psicologica. Un recente studio americano condotto su tabagisti tra i 18 e i 39 anni indica, ad esempio, che sia meglio il sentimentalismo del salutismo.

La strategia “nostalgica” (associata a immagini che evocano sensazioni piacevoli e rilassanti) pare fare breccia nell’animo dei fumatori e riesce a influenzare pensieri e comportamenti più della paura di malattie future, dei sensi di colpa o delle “prediche”».

«Trovare il modo di fare leva sulla volontà di smettere è una sfida aperta da molti anni — commenta Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia —. La paura può funzionare, come dimostra l’esperienza dei Paesi (come l’Australia) in cui avverten- ze e immagini “forti” sono state adottate da più tempo: i fumatori sono diminuiti, specie fra i giovani. Ma serve anche la speranza di potercela fare, perché se vedi il cambiamento come troppo difficile o pensi di non riuscire, finisci per non provare neppure. Il suggerimento che viene dalla ricerca Usa, perciò, è che ci sia un duplice messaggio: quello sui danni da fumo e quello della strategia per venirne fuori (come il Numero Verde dell’Iss). Bisognerebbe poi trovare il modo di comunicare su larga scala che quando si è aiutati, si smette più facilmente».

Invece la maggioranza dei tabagisti prova da solo (porta a termine l’impresa senza aiuto il 6%) e, in media, fallisce almeno tre volte (secondo le statistiche il quarto tentativo è quello buono), mentre le probabilità di successo salgono molto se si chiede aiuto ai Centri antifumo, dove vengono offerte sia assistenza sia terapie, dai farmaci al sostegno psicologico.

Infine, gli esperti riuniti a Chicago durante l’ultimo convegno americano di oncologia, hanno ribadito l’imprescindibile importanza di aumentare sia il prezzo delle sigarette (i parlamentari Usa si sono espressi a favore ben 120 volte dal 2002) sia l’età del divieto, passando da 18 a 21 anni. Il metodo è risultato efficace su tre fronti: ridurre il numero medio di sigarette fumate, incentivare a smettere e scoraggiare i giovani dall’iniziare.

TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

Dalla vecchia coca alle nuove psicoattive: viaggio tra le droghe della generazione 2000

Cocaina ed eroina già alle scuole medie. Ma anche farmaci tradizionali e legali come Oki e Xanax. E composti chimici sconosciuti perfino alla polizia. Ecco quali sono le sostanze più usate dai minorenni

Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Le Inchieste de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/

e Nico il weekend aveva il suono sincopato della musica tekno e il sapore amaro di una striscia da sniffare. Una riga bianca composta da speed e ketamina. La prima è polvere di anfetamina, dall’odore di prato appena tagliato. La seconda è un anestetico per cavalli. Effetti opposti mischiati in un’unica botta. Come la speedball, eroina e cocaina insieme, un’altra delle tante ricette fai da te che girano oggi. I rave party tra le valli dell’Appennino tosco-emiliano sono stati per parecchio tempo l’unica ossessione per Nico, 17 anni appena compiuti.

Come per Gigi e Teo, che di anni ne hanno 16 e le feste hanno iniziato a frequentarle appena usciti dalle scuole medie. «Si tenevano in un luogo che rimaneva segreto fino a poche ore dall’inizio», raccontano, «poi iniziava il passaparola via smartphone». Nel buio dei boschi o in capannoni industriali abbandonati fuori città, il martellare dei bpm li accompagnava fino al giorno dopo. Notte, mattina, pomeriggio e ancora notte.

Le pasticche mandate giù come fossero caramelle. Eccitazione, risate, viaggi psichedelici. Oggi Gigi e Teo vivono in una struttura di recupero in provincia di Roma. È il lato oscuro del disagio giovanile. Il down, che quasi nessuno vuole vedere, dei ragazzi nati dopo il 2000. Minorenni fantasma, come lo sono stati gli eroinomani negli anni ’80. Ma con una differenza. Alla radice dello sballo di Nico, Gigi, Teo e di tanti altri adolescenti con cui L’Espresso ha parlato in giro per il Paese (il patto per farsi raccontare le loro storie è di usare rigorosamente nomi di fantasia) non c’è alcun punto di riferimento ideologico.

La maggior parte di loro è alla ricerca di una sostanza che possa farli eccitare o rilassare, prepararsi a fare sesso o a ballare per venti ore consecutive, sentirsi in pace con il mondo o più semplicemente – e molto spesso – dimenticare per qualche ora le emozioni dolorose. Facile, oggi più che mai. Perché la gamma a disposizione per raggiungere l’obiettivo è praticamente infinita. Dalle droghe tradizionali ai farmaci più comuni. Fino alle sigle da piccolo chimico, decine di composti che ogni anno entrano silenziosamente sul mercato, spesso sconosciuti persino alle forze di polizia.

Non esiste luogo migliore dei rave per studiare i mutamenti delle droghe. Proprio sulle feste illegali a base di musica tekno e goa si sta infatti concentrando un progetto finanziato dalla Commissione europea. Si chiama Baonps, è stato avviato quasi due anni fa e punta a scoprire, attraverso l’analisi chimica, quali sono le sostanze che girano tra i giovani.

In gergo tecnico si chiamano nsp: “Nuove sostanze psicoattive”. Composti talvolta nemmeno inclusi nelle tabelle ufficiali del ministero della Salute. E dunque ufficialmente legali. Proprio come nel film Smetto quando voglio, in cui un gruppo di ricercatori universitari precari inonda le discoteche romane con una sostanza non ancora classificata come droga, in tutta Italia si stanno moltiplicando casi di questo genere. Una tendenza preoccupante, perché gli effetti a lungo termine sulla mente e sul corpo di chi le assume sono ignoti. I risultati della ricerca – di cui fanno parte tra gli altri la onlus Alice e il Cnca – dicono che su oltre 300 campioni di droga analizzati la maggior parte conteneva mdma e ketamina. Non certo delle novità per chi conosce il mondo dello sballo.

Più preoccupante è stato scoprire che in un caso su tre la droga non corrispondeva a quella che il consumatore pensava di aver acquistato. È il caso per esempio della 4-fluoroamfetamina, spacciata al posto della più classica anfetamina. O del 25I-NBOMe , venduto come se fosse Lsd. La differenza non è banale. Mentre gli acidi non hanno mai causato morti dirette, quest’ultimo composto ha già provocato 25 vittime fra Europa e Stati Uniti. «Il mercato della droga è in continuo aggiornamento, produce sempre nuove sostanze», ricorda Riccardo De Facci, vicepresidente del Cnca, che tiene a sottolineare: «Analizzando le sostanze diamo la possibilità ai ragazzi di sapere cosa assumono. Infatti, in oltre il 50 per cento dei casi, chi scopre di aver comprato qualcosa che non si aspettava decide di buttare via la sostanza».

La chimica resta in fondo alla classifica delle droghe più utilizzate dai ragazzi italiani. In cima alla lista svettano di gran lunga hashish e marijuana. Anche qui però ci sono alcune novità rispetto al passato. L’età a cui si inizia a fumare, sempre più precoce. La potenza del thc (principio attivo della cannabis), che secondo l’ultimo rapporto dell’Unione europea sul tema è aumentato di oltre il 50 per cento fra il 2006 e il 2014. E la velocità con cui molti ragazzi passano a droghe più pesanti.

Nella casa di recupero La Torre, a Modena, incontriamo cinque minorenni disposti a raccontarci la loro storia. Hanno dai 15 ai 17 anni e tutti sostengono di aver iniziato a fumare canne già alle medie. Alberto dice di aver cominciato a 13 anni. «Hashish e marijuana sono state la mia risposta al bullismo, un modo per non pensare alle prese in giro continue e alle minacce che ho subìto», ci confida. In terza media fumava già 10 grammi al giorno, un anno dopo andava ai rave e si mangiava gli acidi. Poi è arrivato l’oppio, la ketamina, la speed, la cocaina, la mescalina. «Ho provato quasi tutto», racconta con un certo orgoglio davanti ai suoi compagni di comunità. Marco Sirotti, psicologo, di casi come quello di Alberto ne ha visti a decine.

È il coordinatore dell’Area Dipendenze Patologiche del Ceis, un consorzio che raggruppa associazioni e cooperative attive in tutta l’Emilia Romagna. «Alla base dello sballo c’è quasi sempre un trauma, una personalità fragile, e questa è una caratteristica indipendente dall’epoca in cui viviamo. Lavorando qui da 20 anni, però, posso dire che qualcosa è cambiato nel rapporto fra minorenni e droga. Prima le sostanze erano legate quasi sempre alla ribellione nei confronti della società considerata bigotta e borghese, oggi invece vengono usate spesso per vincere la noia, per migliorare le prestazioni. Infatti i ragazzi che seguiamo sono quasi sempre poliassuntori, cioè usano droghe diverse a seconda dell’effetto di cui hanno bisogno».

Faceva così anche Martino, classe 2000, da oltre un anno entrato in una comunità di recupero alle porte di Bologna. Anche la sua è stata un’escalation rapidissima. «Fino alla seconda media si dedicava anima e corpo all’atletica leggera, andava all’oratorio, poi ha iniziato a uscire con alcuni amici, figli di buone famiglie bolognesi, e sono cominciati i problemi». Angela, la mamma di Martino, ci racconta la sua storia seduta in un bar di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano. A solo un anno di distanza dalla prima canna, il ragazzo era già passato all’eroina, fumata e sniffata, che oggi si compra per circa quaranta euro al grammo e viene venduta anche in dosi minime, in alcuni casi anche da 10 euro. Come la madre del sedicenne di Lavagna suicidatosi dopo la perquisizione in casa della Guardia di Finanza, anche Angela ha deciso di denunciare il figlio.

«Appena ho avuto il sospetto che oltre alle canne avesse iniziato a usare altro ho deciso di farmi aiutare», ricorda: «Sono andata dalle forze dell’ordine, loro mi hanno consigliato di sottoporlo a un controllo in ospedale e così ho fatto: i medici hanno riscontrato un uso di oppiacei, il Sert lo ha preso in carico e da lì è andato in comunità». Angela lo racconta con gli occhi velati dalle lacrime, ma ci tiene a sottolineare che non se ne vergogna affatto: «Bisogna agire con cautela, il figlio deve capire che il genitore sta soffrendo e non l’ha tradito. È inoltre fondamentale trovare dei poliziotti intelligenti e sensibili, capaci di capire la delicatezza della situazione. Detto questo, la cosa più importante è farsi aiutare».

Ragazzini che, in fondo, vorrebbero soltanto essere ascoltati. E non c’è differenza di ceto. Nelle comunità si ritrovano fianco a fianco figli di professionisti e ragazzi di vita. Da Bologna a Roma. «Il mio Toni ha iniziato a drogarsi a 14 anni», racconta con la voce spezzata dall’emozione Giulio, manager di un’importante multinazionale italiana. Ai suoi ragazzi non è mancato mai nulla, figli della upper class bolognese. Eppure il più grande dei due ha imboccato una strada senza ritorno: «Nel suo gruppo avevano iniziato a fumare e sniffare l’eroina. A soli 15 anni. A quel punto ho fatto una scelta dolorosa, l’ho denunciato ai carabinieri per la droga trovata a casa. E dopo l’ennesimo ricovero in pronto soccorso è entrato in comunità».

I giovanissimi che l’eroina la sniffano o la fumano non si identificano però con il tossicomane che si buca. Nonostante i danni siano identici e la dipendenza comunque immediata, tutti i ragazzi incontrati da L’Espresso ci hanno tenuto a precisare che loro mai avrebbero osato usare una siringa. Un metodo soft di assunzione, spesso suggerito dagli stessi spacciatori, che crea l’illusione di poter mantenere il controllo. Giulio è convinto, ci spiega, che dietro l’assunzione compulsiva di sostanze non ci sia alcun movente politico o trasgressivo: «È un abuso figlio del consumismo, una bulimica ricerca di effetti diversi. In più di fronte a modelli che tendono alla perfezione, i nostri ragazzi vivono con una bassissima autostima, e credono che lo sballo sia la soluzione più rapida».

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Controlli anti-droga nelle scuole: ragazzi divisi

Le canne in cortile. Il ruolo dei prof. Le ispezioni della polizia con i cani. L’Espresso ha chiesto agli studenti di parlarne. Ecco cosa ci hanno detto. Fino al loro parere sulla legalizzazione
di Francesca Sironi L’ESPRESSO http://espresso.repubblica.it/inchieste/

Canne, minori, controlli. A Ischia, Caserta, Verona, Ferrara, gli agenti entrano a scuola: cani, zaini aperti, studenti in fila indiana. Su 31mila segnalazioni “ex art. 75” – possesso personale di stupefacenti – oltre 10 mila riguardano adolescenti fra i 14 e i 20 anni. Le famiglie hanno paura. I media ne parlano. Il governo rafforza le misure. E le ispezioni aumentano. Anche in classe. «Il problema è che nessuno ci ascolta», dice Saverio, 17 anni, in quarta superiore a San Giovanni Rotondo.

Ascoltare i ragazzi. L’Espresso ha provato a farlo, intervistandoli e avviando un dibattito su ScuolaZoo, una community online che riunisce giovanissimi di tutta Italia, fra cui 200 rappresentati di istituto. Oltre mille adolescenti hanno risposto in tre giorni a un questionario su Facebook e Instagram. Al di là dei pezzi rap («Ho la ganja che puzza di stanza, ah scusa / La stanza che puzza di ganja, annusa», Ghali) o delle hit estive («Io non fumo canne. Sono anche astemio», Rovazzi), sono loro qui a raccontarsi così divisi a metà fra chi è convinto che sia un crimine possedere anche pochi grammi di erba e chi al contrario considera la penalizzazione delle droghe leggere «una legge sbagliata».

Bisognerebbe legalizzarle? Il 44,3 per cento per cento si dichiara contrario, favorevole il 31 per cento, oltre a chi ammette di non essere abbastanza informato (24,56 per cento). Conseguenze? I controlli in classe, capitati al 56 per cento di loro, con poche ribellioni. Nelle risposte ricevute (al link su due gruppi Facebook e su Instagram) c’è una spaccatura netta, al 50 per cento, fra chi ritiene sia compito della polizia vigilare sugli istituti e chi invece crede che dovrebbero farlo solo preside e insegnanti. Fra chi vede come positiva una maggiore presenza e chi la considererebbe invece sbagliata.
[[(article) Cannabis: “Caro Minniti, 
cambia verso”]]
È passato poco più di un mese dal suicidio del sedicenne di Lavagna, «e quello che è successo dovrebbe farci aprire gli occhi», riflette Saverio. La morte di quel coetaneo lo ha scosso, come ha scosso il Paese. Sul ruolo degli adulti. Sui silenzi, la realtà e le conseguenze del contrasto allo spaccio. «Servirebbe più dialogo», prova a rispondere Saverio: «Più attenzione psicologica, in questi casi». E nei cortili dove uno spinello o un cilum passano di mano? «La scuola io la considero una casa, ci passo più di cinque ore ogni giorno. Non si può marchiare un minorenne per una canna. Soprattutto non dove si sente a casa». «È giusto venga chiamata la polizia, perché è illegale fumare marijuana», continua: «Ma bisogna considerare sempre le reazioni possibili, per non rovinare la vita di un ragazzo solo perché ha cinque grammi in tasca».

Un’attenzione diversa. È una richiesta di molti suoi coetanei. «Anche se non fumo, a me queste ispezioni mettono ansia», racconta Serena, quarto anno di un liceo di Legnano (i nomi degli intervistati sono stati sostituiti per proteggere la loro privacy), che vuole iscriversi a Medicina e dice che l’ultima cosa che bisognerebbe fare, secondo lei:«è colpevolizzare degli adolescenti: dal punto di vista della legge gli agenti fanno bene, però la scuola è un luogo protetto, per i ragazzi, il nostro primo approccio alla società. Non si può spaventare un sedicenne davanti ai compagni». Andrei è nato in Romania, ora fa il rappresentante d’istituto, vuole diventare ingegnere e al contrario pensa: «A scuola o in stazione è uguale, il consumo è reato e va punito. I finanzieri poi arrivano dopo aver avvisato la dirigente».

Nell’ottobre 1988 L’Espresso pubblicò in copertina un’inchiesta sulla “Droga in classe”. All’epoca l’emergenza erano i morti per overdose e le statistiche sui ragazzi scivolati nell’eroina. Intervistato dal nostro settimanale, l’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Galloni, politico dc amico di Moro e Dossetti, non aveva dubbi: «Il tentativo di coinvolgere nell’uso di stupefacenti fasce d’età sempre più giovani è una realtà che non si può ignorare. Ben venga quindi una forma di collaborazione tra scuola e forze di polizia», spiegava: «Ovviamente però il “fuori” (agente in borghese o no), non deve assolutamente contaminare il “dentro”, ossia l’opera educativa della scuola che proprio perché tale non può in nessun modo consentire l’instaurarsi di metodi repressivi». Il fuori, il dentro.

Nel 2004 il preside di un liceo di Rho venne condannato per favoreggiamento e agevolazione dolosa dello spaccio. «Ci vogliono costringere a fare gli sceriffi», raccontava all’Espresso: «Un ragazzo di 16 anni deve poter parlare con i propri professori e non avere paura». La condanna fu annullata in Cassazione. Ora nella cronaca non emergono ribellioni. Né fra i presidi, né fra gli studenti. Anche fra chi pensa che «ci siano modi più intelligenti per sostenere questa lotta contro il crimine rispetto all’indagare ragazzini delle superiori», come commenta uno di loro nel sondaggio, o chi propone «corpi speciali che dovrebbero stare attenti alle scuole. Non polizia in divisa».

«Più che a denunciare un compagno che ha 10 grammi addosso penserei a capire perché lo fa. Senza paternalismi», sostiene ad esempio Giovanni, di un Itis a San Severo, Foggia: «Per alcuni è una fuga a problemi seri. Per molti però è ormai una moda, normale». Gli agenti? «Fanno il loro mestiere, è pur sempre un uso illegale e dannoso. In un territorio come il nostro però le emergenze sono altre. Su quelle andrebbero concentrate le forze». Marco, di Bologna: «Da noi la polizia viene due volte l’anno. Ogni volta è un giorno in cui il clima a scuola è teso. Ma fanno bene, e ci parlano sempre delle nostre responsabilità. D’altronde le “zaffate” in cortile le sentiamo. C’è la tossica di quarta che ogni tanto viene beccata e piange». Il suo è un giudizio duro, netto.

«Sono arrivati in classe, il cane si è fermato su due zaini attaccati, il mio e quello del mio vicino di banco. Io ero tranquillo, convinto fosse per via dei cuccioli che ho a casa, visto che non fumo», racconta un coetaneo: «Ci hanno perquisito dalla testa ai piedi – zaino, astuccio, giubbotto, scarpe, pantaloni, felpe. Sono rimasto in mutande. Alla fine della perquisizione ci hanno fatto firmare un foglio con la docente, hanno chiesto i dati e il numero di telefono dei genitori e ci hanno detto che probabilmente andranno anche in casa. Gli agenti sono stati comprensivi. A darmi fastidio è stato che la prof al rientro in classe ci ha detto “Bravi, bravi, complimenti”, senza sapere niente». Marchiati?

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L’Islanda ha sconfitto la dipendenza da alcol e droghe (con un metodo ignorato dall’Europa)

Un lavoro durato 20 anni, ma che ha portato ottimi risultati. Se fino a due decenni fa, infatti, la dipendenza da droghe e l’abuso di alcol in età adolescenziale era un problema che affliggeva l’Islanda, oggi non lo è più. Dal 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente: dal 23% al 3%. Un calo che ha portato i giovani dell’isola a diventare i più salutisti d’Europa.

articolo di Renato Paone su  L’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/ 
immagine MB PHOTOGRAPHY VIA GETTY IMAGES

Ma il percorso è stato lungo e tortuoso. Ottenere un simile risultato, in grado di ribaltare la classifica negativa che vedeva i giovani islandesi come i maggiori consumatori di droghe e alcol d’Europa, è stato possibile solo grazie a interventi drastici e diretti:introduzione del coprifuoco, una maggiore collaborazione tra istituti scolastici e genitori, l’introduzione di divieti e la creazione di attività extrascolastiche che coinvolgessero gli adolescenti a tempo pieno.

Un piano avviato nel 1992, ma che ha le sue radici in una tesi di dottorato scritta anni prima a New York dal professore di psicologia statunitense Harvey Milkman, oggi docente presso l’università di Reykjavik. Una tesi che metteva in relazione il consumo di droghe e alcol e la predisposizione allo stress di alcune persone. Dopo la sua tesi, Milkman venne inserito in un team di ricerca dedito a contrastare l’abuso di droghe. Nel 1991, Milkman venne inviato in Islanda per diffondere i suoi studi. La sua idea colpì gli islandesi, che gli chiesero di iniziare un progetto con i giovani isolani. Nel 1992, il questionario del professore fu sottoposto a tutti gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni. Esperimento ripetuto anche negli anni seguenti. Nel questionario venivano poste domande semplici e dirette, tipo: “Bevi alcolici?”, “Ti sei mai ubriacato?”, “Hai mai fumato?”, “Quanto tempo trascorri con i tuoi genitori?”, “Svolgi attività?”.

Quel che emerse dal questionario fu un risultato negativo: circa il 25% dei ragazzi affermava di fumare quotidianamente e il 40% ammetteva di essersi ubriacato appena un mese prima. Ma quel che colpì Milkmna fu un altro risultato: dal questionario, infatti, constatò che chi praticava sport o frequentava corsi, e aveva un buon rapporto coi genitori, era meno propenso all’utilizzo di droghe e alcol.

Da quelle semplici domande nacque, su iniziativa del governo, Youth in Iceland, un programma nazionale di recupero che coinvolgeva direttamente genitori e scuole. Per prima cosa vennero eliminate le pubblicità di sigarette e bevande alcoliche, i minori di 18 anni non potevano più comprare sigarette e chi non aveva 20 anni non poteva acquistare alcol. Venne introdotto un coprifuoco agli adolescenti tra i 13 e i 16 anni: rientro a casa alle 10 di sera in inverno, a mezzanotte d’estate. L’obiettivo principale, infatti, era far passare ai ragazzi più tempo possibile in casa, anteponendo la quantità alla qualità delle ore trascorse in compagnia dei familiari.

“All’epoca, in Islanda erano stati introdotti programmi di prevenzione ed educazione, ha affermato Inga Dóra, assistente ricercatrice che ha partecipato allo studio. I ragazzi erano stati informati dei rischi che correvano attraverso l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, ma nonostante questo non erano stati raggiunti i risultati sperati. Questo perché, come accade anche in altri paesi, non si dà il giusto peso a queste iniziative. “Per questo – ha dichiarato Dóra – abbiamo pensato ad un metodo di approccio differente”.

A tutto questo si legò l’introduzione massiccia di attività extrascolastiche di ogni tipo, da quelle sportive a quelle artistiche. In questo modo si permetteva ai giovani di stare insieme e garantire loro un senso di benessere psico-fisico, lo stesso che ricercavano utilizzando droghe e abusando di alcol. Attività che coinvolgevano tutti i giovani, anche quelli meno abbienti: per loro il governo aveva predisposto degli incentivi statali. “Non abbiamo detto a questi ragazzi ‘Siete in terapia’. Abbiamo detto loro ‘Vi insegneremo quello che volete’: musica, danza, arti marziali, dipingere”, ha spiegato Milkman. Attività che avrebbero agito sul loro cervello, così come le droghe che usavano, ma senza gli effetti negativi. In questo modo avrebbero anche ridotto lo stress e l’ansia.

In 15 anni, dal ’97 al ’12, il numero di giovani impegnato in attività sportive raddoppiò, frequentavano i corsi anche quattro volte a settimana. Anche il tempo passato in famiglia giocò un ruolo cruciale. Così facendo la percentuale di coloro che abusavano di alcol e droghe calò drasticamente.

Youth in Iceland, visto il suo successo, si è evoluto in Youth in Europe, ma il programma (…)

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Droghe leggere non significa nulla. Ecco tutti i rischi

«Ci sono “canne” di marijuana più potenti di un corrispettivo fatto con l’hashish»

Gli ibridi della canapa, sempre più potenti, hanno rivoluzionato pratiche e rischi

  • La Lettura – 19 Mar 2017 Daniela Natali intervista lo psichiatra Roberto Gatti direttore del Dipartimento dipendenze patologiche della ATS di Milano

Quando si parla di liberalizzazione, di depenalizzazione delle droghe, si fa sempre r i fe r i mento a quell e «leggere» (termine che fa storcere il naso a medici e operatori). E cioè ai derivati della cannabis o canapa. In genere la Canapa sativa, quella con il più alto contenuto di Thc (il principio attivo responsabile degli effetti). Il discorso resta un po’ teorico, perché, come fa notare Daniela Parolaro, direttore scientifico della Fondazione Zardi Gori per lo studio delle dipendenze «oggi esistono ibridi di diverse varietà di Canapa, nati sia per selezionarne alcune capacità a scopo terapeutico (si possono far crescere piante con meno Thc, ma ugualmente efficaci nel contrastare il dolore, gli spasmi o le convulsioni), sia a scopo ricreativo per renderle sempre più “efficaci”».

È per questo che anche la tradizionale distinzione tra la più light marijuana (estratta dalle infiorescenze es- siccate della parte femminile della pianta) e il più potente hashish (prodotto a partire dalla resina) ha perso in parte il suo significato? «Oggi con gli ibridi e la grande varietà di metodi di coltivazione — conferma Riccardo Gatti, psichiatra, direttore del Dipartimento dipendenze patologiche della ATS di Milano — ci sono “canne” fatte con certi tipi di marijuana più potenti di un corrispettivo fatto con l’hashish. Quindi nessuno sa poi tanto bene che cosa stia fumando, o persino mangian- do, visto che l’hashish si può anche ingerire. Certo è che sicuramente i prodotti in commercio oggi sono mediamente più forti rispetto a quelli di 10-15 anni fa».

Se i confini tra marijuana e hashish sono più sfumati, si può parlare di modi di agire e quindi di effetti, e di rischi, simili. È ancora Parolaro a illustrare le modalità di azione: «Noi produciamo dei cannabinoidi endogeni e quando ne introduciamo altri, dall’esterno, abbiamo una sovra-stimolazione del sistema cannabinoide endogeno che provoca le risposte del sistema nervoso centrale. Da qui le sensazioni di rilassamento, di benessere, di disinibizione cui si accompagnano però distorsioni olfattive e visive, per esempio il rosso sembra più rosso, e un rallentamento delle funzioni motorie, della parola, delle capacità di attenzione. Il tutto seguito da una forte sonnolenza. Gli effetti durano di solito qualche ora. Ma la loro durata e “potenza” sono

Pericoli La farmacologa Daniela Parolaro: «La durata e la potenza degli effetti dipende anche dal cocktail con alcol o pasticche»

estremamente soggettivi e dipendono anche dai cocktail: droga più alcol, più pasticche di droghe sintetiche ».

Finito l’effetto, finito tutto? Non ci sono rischi a lungo termine? «Intanto occorre valutare che cosa si fa quando si è sotto l’effetto “momentaneo”. Mettersi al volante, per esempio, è una pessima idea. Detto questo — risponde Gatti — se nessuno è mai morto per un bicchiere di vino, una sigaretta o una canna questa non è una scusa per consumi dannosi o potenzialmente tali . Distinguiamo tra uso sporadico, uso frequente e continuativo — tutti i giorni o poco meno —, ma ricordiamo che c’è chi ha problemi anche con il solo uso occasionale. Più che ovvio, poi, che all’aumentare del consumo e con il suo prolungarsi nel tempo aumentano i rischi».

I rischi, appunto. Quali sono? «Si parte da un iniziale disadattamento rispetto all’ambiente: si “rende” meno, si studia con più fatica, si lavora in modo poco efficiente, si fanno più difficili i rapporti con gli altri, ma anche con se stessi e con la propria progettualità».

Poi ci sono gli effetti a lungo termine. «Che — chiarisce Gatti — sono, per cominciare, tutti quelli legati al fumo, qualsiasi cosa si fumi. Dai problemi respiratori ai tumori polmonari. Più quelli specifici dovuti alla droga. Il rischio di psicosi e schizofrenia raddoppia se si fa uso abituale di cannabis e l’insorgenza di disturbi mentali in genere avviene in età più precoce».

A questo c’è chi obietta che queste estreme conseguenze si verificano solo in chi è già predisposto a queste gravi patologie: «Potrebbe essere vero, ma come sapere se si è predisposti o no? Nel dubbio non sarebbe meglio astenersi? E poi tra il benessere psicologico e il disturbo psicotico, esiste tutta una serie di disturbi che sono il contrario dello star bene», ribatte Gatti.

È vero che ci sono età della vita più a rischio? «L’adolescenza, innanzitutto, quando il cervello è ancora molto plastico. I cannabinoidi vanno a scombinare questo processo di maturazione con il risultato, tra l’altro, di rendere più facili depressioni e neurolabilità in genere. Per non parlare — continua Gatti — del rischio schizofrenia. E del fatto che queste sostanze accelerano il decadimento dei neuroni dell’ippocampo», legato alla memoria sia a breve che a lungo termine. «Altro periodo di fragilità particolare — aggiunge Parolaro — è la gravidanza. L’assunzione prenatale di queste sostanze prova danni ai neonati che si manifestano a distanza di tempo: compromissione delle capacità cognitive e propensione a comportamenti compulsivi e rischiosi, compreso l’uso di droghe».

La domanda delle domande è se marijuana e hashish diano dipendenza. «La dipendenza esiste per circa il 10% dei consumatori assidui — afferma Gatti — ed è quindi alto il numero di persone che devono affrontarla, considerando la diffusione dei consumi». Altra questione cruciale è se le droghe leggere siano sempre la porta per quelle pesanti. «Il concetto di leggero è fuorviante. La cannabis di per sé non porta al consumo di altre il sostanze, ma al desiderio di alterazione mentale sì. Quindi se è questo che si cerca, probabilmente si sperimenterà anche altro e il mercato è pieni di proposte alternative — conclude Gatti — E questo non dovrebbe affatto tranquillizzarci».

Come reagire di fronte a un figlio che fuma canne?

GLI ADOLESCENTI E LE CANNE una serie di articoli che il Corriere della Sera pubblica online all’indomani del suicidio del ragazzo di Lavagna.

Di seguito ne riportiamo uno a firma di Elena Tebano, ma invitiamo i nostri lettori a leggere anche gli altri interessanti contributi pubblicati sulla versione online del Corriere e consultabili qua http://www.corriere.it/reportages/cronache/

Del suicidio del ragazzo di Lavagna Alberto Pellai, milanese, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha parlato con le figlie adolescenti: «Cosa avreste fatto voi, se vi foste trovate nella sua situazione?» ha chiesto. Una domanda dolorosa anche solo a pensarla e parallela a quella che chiunque si è posto al cospetto di questa vicenda: come reagire di fronte a un figlio che fuma hashish o marijuana? Esiste un’alternativa tra l’impotenza della semplice repressione (chiamare le forze dell’ordine) e quella speculare del lasciar correre perché «tanto-ormai-lo-fanno-tutti»?

«Il ruolo dei genitori è problematizzare il consumo di sostanze nell’adolescenza, che comunque è sempre a rischio e lo è tanto più quanto è precoce l’età in cui si inizia — spiega Pellai —. Domandare ai ragazzi e alle ragazze cosa avrebbero provato al suo posto significa dire: ne possiamo parlare. E quindi che a tutto c’è una soluzione. La scelta di saltare nel vuoto, un gesto violentissimo e irreversibile spesso deciso dai ragazzi in 15 secondi, viene invece anche dall’incapacità di dare parole a un groviglio di emozioni negative, che magari si presentano tutte insieme: paura per le forze dell’ordine in casa, rabbia perché ti senti i genitori sul collo, tristezza perché stai deludendo te stesso e chi ti vuole bene».

Non ci possono però essere ambiguità: «Gli adulti devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione: significa non voler sentire la fatica o il disagio interiori invece di costruire una risposta nelle relazioni e nelle realtà che risolva davvero il problema» chiarisce Pellai. È un compito difficile, ma imprescindibile: «La trasgressione è spesso un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore dall’altra parte lo regga, che ci metta la forza e non rinunci al suo ruolo».

A rendere tutto più complicato c’è spesso la paura degli adulti: che farsi le canne equivalga per i figli a una condanna, l’entrata in un tunnel da cui non c’è uscita. «Invece distinguere è fondamentale perché non sempre il consumo di cannabis è la spia di una grave situazione di disagio: le ricerche dicono che il 15% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni lo fa una o due volte al mese a fini socio-ricreativi, per stare nel gruppo — dice Leopoldo Grosso, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele —. Ai genitori preoccupati chiedo: vostro figlio cos’altro fa? Continua ad andar bene a scuola, a praticare sport e avere compagnie con cui non fuma, a coltivare i suoi interessi? Oppure fuma tutti i giorni, ha un profitto scolastico fallimentare, ha perso interesse nelle altre attività, si è chiuso nella cerchia delle persone con le quali consuma cannabis e ha abbandonato i vecchi amici?». Si tratta di capire insomma se gli adolescenti fumano per adeguarsi ai coetanei oppure se è una loro modalità per esprimersi.

«Nel primo caso — afferma Grosso — è un comportamento a cui prestare attenzione, ma probabilmente solo una fase. È necessario comunque che i genitori pongano limiti, chiarendo che non lo condividono, vietando di farlo in casa o negando i soldi per comprare le sostanze, ma senza demonizzare. Nel secondo caso c’è invece una grave situazione di disagio, la palude di un fallimento evolutivo».

Allora bisogna chiedere aiuto agli specialisti: dagli sportelli psicologici delle scuole ai consultori familiari ai servizi anti-dipendenze delle Asl. «Ma è fondamentale — avverte Grosso — che l’intervento sia incentrato sulle difficoltà irrisolte: i rapporti interpersonali, quelli familiari, la scarsa autostima».

In generale, anche di fronte al consumo sporadico è bene cercare interlocutori per capire come stanno i ragazzi: «Rivolgersi a tutti gli adulti che hanno a che fare con loro, professori, allenatori, educatori — dice Paolo Rigliano, responsabile del servizio psichiatrico degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano —. Poi nel quotidiano ai genitori e a noi tutti spetta il compito più difficile: contrastare l’idea oggi diffusissima che l’alterazione degli stati mentali sia una cosa positiva. Vale anche per l’alcol: ormai non si riesce a stare bene senza stravolgersi». È la risorsa e la difesa più grande che possiamo dare agli adolescenti: insegnare loro a entrare (e restare) in contatto con se stessi.

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