Qualcuno salvi la generazione dell’azzardo

I numeri sono spaventosi. L’11,5% degli adolescenti fra i 14 e i 17 anni intervistati nel nono rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia dice di giocare regolarmente d’azzardo online. Il 13% spiega di scommettere in rete (le opzioni erano ovviamente molteplici e dunque le percentuali, evidentemente, si accavallano l’una all’altra) per il 77% sul calcio e per il 10,4% su altri sport.

di Simone Cosimi pubblicato su http://www.wired.it/attualita/politica/

Il 29% ha invece fatto il passo fuori di casa e punta nei centri scommesse, buchi neri della società contemporanea spesso puntellate da videolottery e macchinette varie. Luoghi in cui specie i 17-19enni entrano in contatto con un diverso paradigma del denaro e dei valori, legandosi a contesti poco raccomandabili.

Il report, che ci dà una fotografia preoccupante, disegna una generazione dell’eccesso. Fatta non solo di azzardo online e offline ma di alcol, fumo, troppa tv e disinibizione sui social network. Il 63,4% ha detto di aver consumato una sostanza fra tabacco, alcol e cannabis nei trenta giorni precedenti la rilevazione.

Nonostante le tante chiacchiere sulla mutazione delle abitudini, il 24,5% si blocca davanti al piccolo schermo fra due e quattro ore al giorno, il 6,2% vi trascorre più di quattro ore. Il 92,6% è sostanzialmente sempre connesso tramite smartphone, il 67,8% lo utilizza quotidianamente già tra gli 11 e i 13 anni.

Ancora, il 23,6% usa il pc da due a quattro ore al giorno e il 12% oltre questa seconda soglia. Sballa insomma qualsiasi routine familiare: la tecnologia invade ogni momento, pasti inclusi. Tanto che qualcuno pensa addirittura a delle correlazioni fra l’abuso e i disturbi alimentari.

Ma saltano anche, come il rapporto col denaro, anche quello con la propria sfera individuale e la sua proiezione verso un esterno ancora forse poco chiaro nelle sue potenziali conseguenze. Per il 60% il concetto di privacy online è infatti assai fumoso: sostiene infatti che condividere le proprie foto a sfondo sessuale sia una scelta individuale.

Ma affettività ed emozioni non si sa cosa siano e quando quegli scatti innescano magari fenomeni di cyberbullismo (secondo altre indagini il 10% dei presidi ha dovuto gestire situazioni simili, senza che – nel 25% dei casi – i genitori riuscissero a comprenderne la gravità) allora tutto cambia. Sono solo alcuni dei numeri ricavati dalla ricerca che ha coinvolto una novantina di organizzazioni del terzo settore guidate da Save The Children ed effettuata su quattromila giovani.

Nonostante tutto, è il dato sul gioco d’azzardo online e nelle sale che colpisce di più. Perché segnala un’alienità rispetto alle tendenze comprensibili che si possono vivere nel corso dell’adolescenza. Le sostanze, la tv, la pervasività della tecnologia, il sesso: con fatica, ma neanche troppa, si riescono a cogliere ragioni e dinamiche di certi atteggiamenti sotto il profilo psicologico e sociologico. Più complicato spiegarsi questa dipendenza da scommessa, certo alimentata e sostenuta dalle legislazioni criminali che consentono la proliferazione di (orridi) esercizi commerciali dedicati che a loro volta distruggono il tessuto urbano, degli spot pubblicitari, delle sponsorizzazioni sportive, dei faccioni di campioni e vip assortiti.

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Donne e Tabacco. E se fosse meglio SENZA ?

Una guida articolata e ragionata sugli effetti del fumo da tabacco nelle donne elenca tutti i principali rischi per la salute rispetto all’organismo femminile.
Sei una fumatrice ? Allora quest’opuscolo ti può interessare. Per quale motivo ? Perché è stato redatto proprio per informare le donne sulla sigaretta e sulle sue conseguenze.
In queste pagine troverai informazioni sui rischi per la salute legati al tabagismo, ma anche sui benefici della disassuefazione dal fumo. Il nostro principio ? Per smettere di fumare occorre essere motivati; essere consapevoli dei rischi aumenta inoltre la motivazione. La libertà comincia dove finisce la dipendenza!
Le informazioni raccolte in questo opuscolo si basano sulle conoscenze scientifiche più recenti e prendono in considerazione anche il vissuto delle persone maggiormente coinvolte: le fumatrici e le ex fumatrici che hanno partecipato ai nostri sondaggi e ai nostri programmi di sostegno per smettere di fumare.

QUA PUOI LEGGERE LA GUIDA

Obiettivo generazione no smoking

I giovani che sperimentano la prima sigaretta lo fanno spesso sotto i 15 anni, soprattutto seguendo il (cattivo) esempio di amici e compagni di scuola.
Per invertire la tendenza gli esperti puntano su progetti di educazione tra «pari»
di Ruggiero Corcella http://www.corriere.it/salute/ photo GettyImages

Sono ancora i giovani, i più vulnerabili alle «sirene» del fumo. Lo dicono i dati del Rapporto 2016 dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (Ossfad) dell’Istituto Superiore di Sanità, che sarà presentato in occasione della Giornata mondiale senza tabacco, celebrata ogni anno il 31 maggio. Lo scopo dell’iniziativa voluta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è convincere le persone ad astenersi per almeno 24 ore dal consumo di tabacco, invitandole a smettere di fumare in via definitiva. Nonostante i risultati incoraggianti di questi anni, però, la strada per raggiungere la disassuefazione dal fumo è ancora lunga, anche in Italia, dove l’introduzione nel 2005 della legge Sirchia sul divieto di fumare ha comunque segnato uno spartiacque. Undici milioni di nostri connazionali infatti continuano a fumare. E da oltre 5 anni non si riesce più a ridurre la quota dei fumatori, nè sul versante della prevenzione, nè su quello della cessazione dal tabagismo.

La fascia più a rischio: dai 15 ai 20 anni

Secondo gli esperti, occorre un’azione a più ampio respiro. «Le vere politiche durature sono quelle che coinvolgono tutti gli attori istituzionali, come è accaduto in Australia – sottolinea Roberta Pacifici, responsabile dell’Osservatorio -. Sulla base dei nuovi dati a disposizione possiamo dire che per riuscire ad ottenere una diminuzione davvero importante dei fumatori nei prossimi anni dobbiamo investire molto in prevenzione sulla fascia di età che va dai 15 a i 20 anni, la più a rischio». I numeri sono chiari : il 14% dei ragazzi intervistati nello studio Ossfad-Doxa sperimenta la sigaretta prima dei 15 anni «e questo è davvero preoccupante», commenta Roberta Pacifici. Oltre il 71% inizia tra i 15 e i 20 anni. Quasi l’82% dei giovani intervistati tra i 15 ed i 24 anni fuma meno di 15 sigarette al giorno «che comunque non sono poche – avverte l’esperta dell’Iss -. I giovani si avvicinano a questo prodotto pensando di poterlo gestire e invece non lo gestiranno più. Questa popolazione diventerà assolutamente dipendente e passerà ai consumi tipici riscontrabili nelle altre fasce d’età».

Perché si comincia a fumare

Il discorso vale sia per gli uomini, sia per le donne. Negli anni, infatti, la differenza di genere è venuta meno. Ma perché si comincia a fumare? Il Rapporto Ossfad-Doxa 2016 dice che il motivo principale è l’influenza degli amici, la voglia di emularli. Ed è una costante nel tempo. Anche il recente sondaggio condotto dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) attraverso l’app Con le sigarette…Meglio Smettere fra gli studenti del biennio delle superiori arriva alle stesse conclusioni: l’80% inizia «perché lo fanno i miei amici e compagni di scuola». L’indagine fa parte della prima campagna nazionale contro il tabagismo lanciata a gennaio dalla società scientifica. «Oltre il 70% dei fumatori prende il pericolosissimo vizio prima dei 20 anni – afferma Carmine Pinto, presidente nazionale dell’Aiom -. Attraverso questo progetto vogliamo fornire una corretta informazione su tutti i pericoli che si nascondo dietro a ogni singola “bionda”. Le sigarette infatti rimangono uno dei più importanti fattori di rischio oncologico».

Cosa si può fare a scuola

È dai banchi di scuola, dunque, che bisogna ripartire. «La peer education, l’educazione tra pari – rimarca Roberta Pacifici -, resta la chiave per fare prevenzione e attività di tutela della salute dei giovani. Si è visto che l’intervento dell’esperto non è assolutamente efficace, anzi in alcuni è stato dimostrato che può essere anche dannoso. Servono campagne di promozione di stili di vita sani, veicolate attraverso i pari e poi interventi negli ambiti scolastici per creare e formare i leader dei pari che sono i portatori di immagine e devono trainare gli altri ragazzi». In questa direzione vanno una serie di iniziative che coinvolgono il mondo della scuola. La Fondazione Umberto Veronesi sta portando avanti il progetto educativo No smoking be happy, nato nel 2008 per sensibilizzare i giovani sui danni provocati dal fumo al corpo e sui benefici prodotti dallo smettere. A partire da quest’anno, il Ministero dell’istruzione e dell’università – nell’ambito del Protocollo di intesa siglato con la Fondazione – ha deciso di sostenere l’iniziativa e di invitare i docenti delle scuole primarie e secondarie, in occasione della Giornata del 31 maggio, a organizzare una lezione di educazione alla salute contro il fumo di sigaretta con il supporto di materiali educativi, disponibili sul sito di Fondazione Veronesi dedicato alla scuola. «Il materiale, elaborato con la supervisione di un Comitato scientifico di esperti – spiega lo pneumologo Sergio Harari, referente del Comitato – è uno strumento didattico di supporto ai docenti per trasmettere contenuti scientifici e informazioni complete sui danni da fumo di sigaretta, la prevenzione e la promozione di sani e corretti stili di vita. L’auspicio è che la ricorrenza della Giornata mondiale senza tabacco diventi un appuntamento fisso nelle agende delle scuole italiane per fare cultura alla salute e contrastare con forza e convinzione l’abitudine al fumo di sigaretta».

Il 60% dei ragazzi inizia a fumare perché influenzato dagli amici

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Quanta marijuana è troppa per guidare?

È difficile rispondere a questa domanda, dato che il nostro corpo la assorbe in modo diverso dall’alcol e ne conserva tracce per settimane.

articolo pubblicato su IL POST http://www.ilpost.it/2016/05/21/ 

Stabilire il rapporto tra legalizzazione della marijuana e sicurezza nelle strade è molto complicato: misurare cioè gli effetti temporanei del THC, il principio attivo della marijuana, su un guidatore non è così semplice come stabilire la presenza di alcol nel suo corpo. La “AAA Foundation For Traffic Safety”, organizzazione statunitense specializzata nella promozione di politiche per la sicurezza stradale, ha commissionato uno studio che dimostra come in sei stati che hanno legalizzato l’uso di marijuana le leggi sui guidatori che risultano positivi al THC non abbiano, di fatto, alcuna base scientifica. La conclusione dello studio è che la presenza di THC nel sangue entro una certa soglia non permette di stabilire in modo attendibile se la capacità di una persone alla guida è stata compromessa oppure no.

Il corpo assorbe l’alcol e la cannabis in modi differenti. L’ubriachezza è direttamente correlata alla presenza di alcol nel sangue (ed è rilevabile con un semplice test sul posto) mentre l’alterazione temporanea sulla capacità di guida indotta dalla marijuana non si può stabilire con certezza. Si possono condurre dei test solo riguardo la presenza di marijuana nel metabolismo, e non riguardo i suoi effetti temporanei: e gli effetti della marijuana prodotti nel metabolismo possono restare all’interno del corpo per ore, per giorni e a volte anche settimane, prima che scompaiano, senza che abbiano conseguenze dirette nella vita quotidiana. Poiché ciascuno metabolizza la droga in maniera differente, un test può dire semplicemente se un guidatore ha fumato marijuana o no nei giorni o nelle settimane precedenti alla rilevazione. La presenza di THC non significa insomma necessariamente che l’assunzione di marijuana abbia causato un’alterazione temporanea dei sensi e quindi maggiore pericolo alla guida.

Le proposte legislative più severe chiedono la punizione per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti per i conducenti nel cui corpo viene trovato del THC. Questo però comporterebbe il divieto di guidare anche per settimane dopo aver fumato una canna, ed escluderebbe anche le persone che avevano assunto la marijuana per ragioni mediche. In Montana, Washington, Pennsylvania, Ohio e Nevada, scrive il New York Times, i conducenti sono considerati presunti colpevoli se hanno una certa quantità di THC nel sangue. In Colorado, dove la presenza di almeno 5 nanogrammi di THC porta a una probabile accusa di guida sotto sostanze stupefacenti, è permesso fornire delle prove al processo per dimostrare che la propria capacità di guida non era stata compromessa.

Dopo la legalizzazione della cannabis in Colorado, Radley Balko aveva scritto un articolo per il Washington Post, tradotto qui, raccontando come i “proibizionisti” avessero rafforzato la loro posizione presentando una serie di studi che dimostravano come in altri stati – in cui l’uso in ambito medico della marijuana era già stato legalizzato – c’era stato un aumento del numero di guidatori sotto effetto di marijuana coinvolti in incidenti mortali. Balko scriveva però:

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C’è la cannabis in farmacia

Dopo un anno di sperimentazione ad agosto arriverà sugli scaffali la prima produzione di farmaci cannabinoidi. Circa 2.400 barattoli, realizzati dall’istituto chimico farmaceutico di Firenze. Agisce contro l’ansia, l’insonnia, 
gli effetti collaterali della chemio e alcune malattie come la Sla.

di Viola Bachini e Michela Perrone  su L’ ESPRESSO http://espresso.repubblica.it/attualita/
E’ passato oltre un anno dall’inizio della sperimentazione, ma finalmente la data è certa. Entro fine agosto usciranno dall’ Istituto Chimico Farmaceutico di Firenze 2.400 barattoli di cannabisterapeutica che da lì saranno distribuiti nelle farmacie di tutto il Paese.

È la prima tranche di cannabis “made in Italy”, coltivata a partire da 120 talee arrivate dal centro di ricerca Crea di Rovigo. Entro fine anno avremo anche la seconda parte della produzione, frutto di altrettante piante arrivate a Firenze ai primi di maggio. «Dopo la sperimentazione pilota abbiamo costruito due serre industriali da 25 metri quadrati ciascuna per la coltivazione a ciclo continuo», spiega il colonnello Antonio Medica, direttore dello stabilimento fiorentino. «Dalle talee che usciranno da queste serre produrremo a pieno regime, l’anno prossimo, 100 chili di prodotto».

Oggi i medici possono scegliere tra quattro diversi preparati a base di cannabis, tutti importati dall’Olanda e prescritti in base alle esigenze del paziente. Ma adesso arriva la produzione italiana e Medica precisa che dal 2017 sarà per 50 chili simile al Bediol, mentre l’altra metà al Bedrocan, i due preparati a base di cannabis più largamente utilizzati. Le farmacie dell’intero territorio nazionale potranno richiedere la cannabis a uso terapeutico, che distribuiranno ai pazienti muniti della prescrizione medica. La normativa varia da regione a regione e dove non è previsto il rimborso da parte del servizio sanitario il costo, circa 22 euro al grammo, rimane a carico del paziente.

Già dal 2013 nel nostro Paese è possibile, in teoria, utilizzare la cannabis per fini terapeutici. L’Italia importa le quantità necessarie dall’Olanda e qualunque medico la può prescrivere. «Lo fanno però in pochi, perché si tratta di una prescrizione off label, cioè in cui mancano indicazioni scientifiche su dosaggi e tempi di somministrazione», spiega Paolo Poli, presidente della Sirca, la Società italiana ricerca cannabis ed esperto di terapia del dolore.

Le indicazioni mancano perché per la medicina si tratta di un ambito nuovo, ancora tutto da esplorare. Poli, che a Pisa sperimenta da alcuni anni la cannabis su pazienti affetti da varie patologie, è uno dei pionieri in Italia. Le 400 persone che hanno preso parte allo studio osservativo hanno bevuto la cannabis in un decotto: una tisana ricca di Thc e Cbd, i principi attivi presenti nelle varietà utilizzate come farmaci. I risultati sembrano incoraggianti: la cannabis aiuta gli anziani a dormire (sostituendo spesso le benzodiazepine), ma può essere utilizzata anche in patologie più gravi e che riguardano persone più giovani, come spasticità,Sla o malattie del sistema nervoso periferico, dove riduce i movimenti inconsulti delle gambe. I medici hanno inoltre osservato che la cannabis fa aumentare l’appetito nei malati di cancro, oltre a ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia, come nausea e vomito.

Nella struttura pisana ciascun paziente ha ricevuto un trattamento personalizzato: «La terapia va dosata in base alla patologia e alle caratteristiche del malato. Per questo servono almeno tre mesi per trovare il corretto dosaggio», aggiunge l’esperto. I dati preliminari confermerebbero questa ipotesi, visto che i risultati migliori si registrano a partire da tre mesi dall’inizio della terapia e restano stabili nel tempo. Poli paragona queste terapie a quelle a base di antibiotici: può capitare di provarne diversi, anche in contemporanea, prima di trovare la combinazione giusta per combattere in modo più efficace l’infezione.

Il gruppo toscano ha svolto pure una seconda ricerca, in collaborazione con l’ istituto di Reumatologia di Pisa : «Uno studio comparativo dove abbiamo confrontato 80 pazienti con fibromialgia, una malattia reumatica caratterizzata da dolore muscolare cronico. La metà ha seguito la terapia standard a base di analgesici e antidepressivi, mentre gli altri sono stati trattati con la cannabis. Questi ultimi hanno fatto registrare sensibili miglioramenti sotto tutti i punti di vista:

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La dipendenza da droga è innescata dalla molecola delle «forti passioni»

Il processo è molto simile al meccanismo molecolare che rafforza le connessioni sinaptiche tra i neuroni durante la formazione di ricordi e apprendimento. Le sostanze scatenano il rilascio di dopamina nelle aree del cervello che regolano il piacere
di Danilo di Diodoro http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/

C’è un filo comune che unisce la neurobiologia della dipendenza da droghe a quella che sottostà ad altre “passioni irrefrenabili”, come il gioco d’azzardo o la compulsione all’uso di videogiochi. È un’alterazione del processo decisionale e dell’equilibrio emotivo comune a tutte le dipendenze comportamentali, tra le quali alcuni studiosi fanno rientrare anche l’obesità. Questa alterazione è sostenuta dall’aumento del rilascio di dopamina nelle aree cerebrali (come il nucleo accumbens e lo striato dorsale) più coinvolte nelle sensazioni di ricompensa e di piacere, stimolate dalle prime esperienze che si fanno con l’assunzione di droghe o con l’esposizione ad altri comportamenti capaci di generare dipendenza. L’aumento del rilascio di dopamina, uno dei più importanti neuromediatori cerebrali (le sostanze che permettono ai neuroni di comunicare tra loro a grandissima velocità nei punti di contatto, le sinapsi), viene rapidamente associato a quel tipo di esperienza e ancora di più agli stimoli ambientali che precedono l’esposizione all’esperienza, ad esempio l’assunzione di droga.

Il ruolo della dopamina

Quando il comportamento si ripete, dunque, si ha un aumento piacevole di dopamina, soprattutto come risposta anticipatoria, che predice l’arrivo dell’esperienza desiderata. «Questo processo è molto simile al meccanismo molecolare che rafforza le connessioni sinaptiche durante l’apprendimento e la formazione di ricordi» dicono alcuni ricercatori guidati da Nora Volkow del National Institute on Drug Abuse (Nida) statunitense in un articolo di revisione pubblicato sul New England Journal of Medicine. «In tal modo, gli stimoli ambientali ripetutamente associati all’uso della droga – compresi il luogo nel quale la droga viene assunta, le persone con cui viene assunta e lo stato mentale che si ha prima di assumere la droga – possono tutti stimolare rapide impennate di rilascio di dopamina che fanno schizzare in alto il desiderio per la droga, motivando comportamenti finalizzati alla sua ricerca». Il meccanismo è potente e può restare attivo anche dopo molto tempo che si è rimasti lontano dalla droga, ed è così che si spiega almeno il versante biologico delle ricadute. A peggiorare le cose, succede che questo condizionamento del sistema della dopamina fa sì che le normali esperienze piacevoli della vita perdano potere motivazionale.

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Droga, alcol e velocità: il Far West della strada

1 su 5 parla allo smartphone, 1 su 3 controlla le notifiche e 1 su 10 si scatta persino qualche selfie. Tutto mentre è alla guida. I giovani conduttori di motorini, automobili e microcar fanno paura e non solo a causa della loro distrazione.
Serena R. http://www.skuola.net/news/ PHOTO Van Gogh’s “Self Portrait + Clint Eastwood, by Luigi Tarini

È un luogo comune per le generazioni più anziane etichettare i giovani alla guida come spericolati. I dati per la iGeneration sembrano però dare ragione agli adulti. In effetti, le cattive abitudini dei giovanissimi alla guida sono state confermate da una web survey di Skuola.net in collaborazione con l’Università Niccolò Cusano su un campione di 1600 studenti dai 14 ai 21 anni dichiaratisi in possesso di patente A, AM o B. Tra quelli che si mettono al volante, ben 1 su 5 chiacchiera allo smartphone senza usare vivavoce o auricolare. E se arriva un messaggino, 1 su 3 si distrae dalla guida – senza fermarsi – per controllare il telefonino. Tra loro, più di 1 su 4 addirittura risponde alle notifiche. E i selfie? Una mania che non si placa neanche in automobile. Uno su 10 lo ammette: scatta a più non posso anche alla guida del mezzo in movimento. Insomma, l’attenzione alla guida appare un optional quanto l’ultimo modello di autoradio e l’airbag.

DITA VELOCI PURE ALLA GUIDA – “La survey, condotta dal nostro Ateneo e da Skuola.net, dimostra l’esistenza dei cosiddetti ‘pericoli social’ alla guida – dichiara Michela Crisci dell’Ufficio Ricerca & Sviluppo dell’Università Niccolò Cusano – oggi, infatti, abbiamo auto più sicure e maggiori controlli per stradama gli incidenti sono provocati per lo più da sms e selfie. Questo è il paradosso della tecnologia e delle cattive abitudini. Il problema principale è che gli adolescenti sembrano essere ben informati sulle normative e sui rischi che potrebbero incorrere utilizzando lo smartphone alla guida; nonostante ciò continuano a inviare sms, scattare foto e a chiamare senza auricolari. La loro inesperienza al volante e, spesso, anche l’ostentata sicurezza, li rendono dunque vulnerabili. Ecco perché è necessario sensibilizzarli in modo creativo”.

CASCO E CINTURE? NO, GRAZIE – La sicurezza sembra estranea pure ai ragazzi che si spostano in motorino: il 7% fa sempre a meno del casco, un altro 7% a volte lo dimentica. Nota positiva: l’86% lo indossa sempre e comunque, anche se per chi abita nel Sud Italia le percentuali sono un po’ più basse. Il 20% dei giovani guidatori di mezzi a quattro ruote, automobili o microcar che siano, poi non usa con costanza le cinture di sicurezza e solo il 33% richiama i passeggeri quando sono loro a non indossarle. Il Far West della strada appare ancora più evidente quando, oltre a non proteggere la propria vita, questi ragazzi mettono a rischio pure quella degli altri: il 12% confessa di aver causato incidenti nell’ultimo anno. Inoltre chi è coinvolto in incidenti è più frequente che adotti comportamenti scorretti.

PER IL POSTO DI BLOCCO HO L’APP – Ma il problema dei ragazzi non è solo la distrazione facile. Uno su 4 ammette di passare sistematicamente con il rosso, a volte (20%) o spesso (5%), mentre alla metà degli intervistati è capitato di non fermarsi allo stop. La velocità da codice viene rispettata sempre solo da un 1 intervistato su 4, mentre tutti gli altri sistematicamente o talvolta fanno viaggiare la lancetta del tachimetro. I controlli su strada tuttavia non sembrano seguire il tasso di trasgressione: ad aver ricevuto una multa nell’ultimo anno è poco più di 1 su 10, complice forse l’uso di app per evitare posti di blocco e forze dell’ordine, frequente tra il 17% dei giovanissimi guidatori. Analizzando i profili degli intervistati, è emerso che le infrazioni aumentano al diminuire dell’età.

PRIMA ALCOL E DROGA, POI ALLA GUIDA – Un capitolo a parte merita il discorso delle condizioni psico-fisiche dei ragazzi che si spostano su strada. Quasi il 38% ha condotto il mezzo dopo una notte in bianco o accusando forte stanchezza. Non manca chi, purtroppo, ha guidato sotto l’effetto di alcol o stupefacenti. Circa 1 su 5 sostiene di essersi messo al volante o in sellino dopo aver alzato un po’ il gomito: tra questi, per circa un terzo è un’abitudine. E se tra di loro c’è chi l’ha fatto senza sentirsi alterato, avendo assunto quantità limitate di alcolici (41%), troviamo anche chi confessa di aver guidato brillo (28%) o addirittura ubriaco, avendo bevuto molto (31%). Minore – ma comunque inquietante – la percentuale di chi dichiara di aver assunto droghe pur dovendo portare la macchina o il ciclomotore: è circa 1 su 10. Per la maggior parte di questi si tratta di droghe leggere (55%), ma è comunque preoccupante la percentuale di chi ha indicato droghe pesanti o sintetiche come ecstasy, pasticche di diverso tipo o addirittura cocaina (45%).

Come la “neve” non faceva rumore… Ormai è vera emergenza!

Nel 1886, la popolarità della cocaina ebbe un grande impulso grazie a John Pemberton che incluse le foglie della coca come ingrediente nella sua nuova bevanda analcolica, la Coca Cola, forse in risposta al Vin Mariani realizzata con il pregiato vino Bordeaux dove venivano macerate foglie di coca. L’euforia e gli effetti energizzanti per il consumatore contribuirono a far salire alle stelle la popolarità della Coca Cola al volgere del secolo. Per moltissimi anni si è tollerato il consumo di cocaina credendo che non creasse particolari problemi.

di Luigi Stella pubblicato su http://blog.sitd.it/

Purtroppo la storia di questa sostanza si è rilevata molto pericolosa, infatti, oggi sempre di più il consumo di cocaina aumenta tra i giovani, ma anche tra i meno giovani in modo preoccupante. La cosa ancora più preoccupante è che, dalle notizie raccolte dalle persone che si arrivano ai Servizi per essere curati, risulta che il fenomeno ha raggiunto i livelli di una vera e propria “epidemia”, infatti, per ogni persona che arriva ai Servizi, c’è ne sono almeno 10 che continuano a consumare cocaina, senza avvertire la necessità di curarsi.

La cocaina è uno dei più potenti stimolanti del sistema nervoso centrale (SNC) presente in natura. E’ uno dei 14 alcaloidi estratti da due piante che crescono spontaneamente in Sud America (Eritroxylum Coca e Eritroxylum Novogranatense), le foglie vengono macerate e amalgamate sino a formare una pasta da cui, per raffinazione, si ottiene della polvere cristallina biancastra che contiene la cocaina cloridrato. Negli anni ’50 la chiamavano “neve” e veniva spacciata in polvere candida da “sniffare”. Attualmente, viene assunta inalandola per via nasale, fumata (crack) o iniettata endovena (ma per lo più, questa è una modalità dei poliassuntori).

Chi la usa non dorme e si alimenta poco; passato l’effetto ci si sente stanchi, privi di energie e depressi: si avverte quindi nuovamente l’esigenza di assumere la sostanza. Questa dipendenza si rafforza con l’aumento del dosaggio e della frequenza di assunzioni, fino ad arrivare ad una dipendenza totale.

L’abuso provoca stress, intossicazione, vita disordinata, alimentazione scarsa e poco oculata; porta, quindi, a un danneggiamento consistente a carico del SNC e dell’organismo. Complicanze generali da uso di cocaina sono: malnutrizione e forte dimagrimento ponderale, udito ridotto, mancanza di gusto e olfatto, riniti, sinusiti, ulcerazioni nasali, setto perforato “sniffing, tracheo-bronchiti, arresto respiratorio acuto, ipertensione arteriosa transitoria, infarto del miocardio, ictus cerebrale, convulsioni, psicosi, ipertermia maligna e depressione. Le crisi depressive portano inoltre spesso ad associare altre sostanze, come alcool o psicofarmaci, in un maldestro tentativo di automedicazione causando così, ulteriori danni alla propria salute. Infatti, l’associazione di alcool e cocaina porta alla formazione di un nuovo metabolita, denominato cocaetilene, che potenzia la tossicità. Socialmente chi assume cocaina è spesso incapace di valutare correttamente le proprie capacità e i risultati delle proprie azioni: il comportamento diviene violento, viene azzerata la capacità autocritica e spesso si arriva all’isolamento e alla paranoia.

Sono da evitare le mescolanze con altre sostanze. L’associazione cocaina-eroina dà vita ad un cocktail micidiale, chiamato speed-ball, di grande intensità e minima durata. In questi casi, troppa cocaina può potenziare gli effetti depressivi dell’eroina sulla respirazione e aumentare il rischio di arresto respiratorio e quindi decesso. I forti consumatori che assumono il farmaco per via endonasale possono consumare la sostanza in singoli episodi (bouts) di consumo o in una serie di episodi (binges), spesso consumandolo finché la quantità disponibile non si è esaurita. Nel caso della somministrazione per via endovenosa (o endonasale), la cocaina può venire assunta anche ogni 10-15 minuti. Una serie di episodi di consumo di cocaina dura di solito 12 ore, ma può proseguire per diversi giorni.

La cocaina genera un comportamento compulsivo; se si è stati dipendenti, anche a distanza di anni, la vista di cose o oggetti che ricordino la coca può far scattare un improvviso desiderio incontrollabile (craving).

Il vero problema per l’Addiction da cocaina è che attualmente, le nostre capacità di intervenire farmacologicamente nelle dipendenze da sostanze d’abuso, sono migliori per quanto riguarda gli oppiacei. L’overdose da oppiacei può infatti essere trattata con l’antagonista dei recettori per gli oppiacei naloxone, mentre la sindrome da astinenza può essere trattata con farmaci agonisti come metadone e buprenorfina; quest’ultimi vengono utilizzati soprattutto nella terapia di mantenimento. Per tale dipendenza, in effetti, non sono oggi ancora disponibili interventi farmacologici specifici, né per l’overdose, nè per la dipendenza. La Food and Drug administration (FDA), non riconosce trattamenti farmacologici specifici per la dipendenza da cocaina.

Recentemente un gruppo italiano in collaborazione con gli USA ha pubblicato un lavoro molto interessante. Precisiamo che trattasi di uno studio pilota, come confermato dagli stessi autori, con un numero di pazienti limitato, quindi saranno necessari studi con numeri più consistenti per poter confermare queste preliminari osservazioni. Questo per scongiurare facili speranze sia per i pazienti che per le famiglie che vivono il dramma della dipendenza da cocaina.

Uno degli autori dello studio è il Prof. Luigi Gallimberti, ricercatore presso l’IRCCS San Camillo di Venezia che ha affermato: “Alcuni studi mostrano che circa il 2% de giovani adulti in Europa hanno usato cocaina nell’ultimo anno. Si stima anche che più di 20 milioni di persone nel mondo soffrono a causa dell’uso di cocaina. I trattamenti per questo disturbo sono limitati, e non vi sono trattamenti disponibili”.

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Le smart drugs non donano «super-poteri»

Le «smart drugs», i farmaci «furbi», sono una vera e propria truffa in termini di costo-beneficio: non aiutano davvero ad apprendere e sono pericolosi se presi senza criterio
di Elena Meli pubblicato su http://www.corriere.it/salute/ immagine copyr. getty images

La pillola per potenziare il cervello è un sogno di tanti e le cosiddette “smart drugs”, dai derivati delle amfetamine al modafinil usato per i narcolettici, continuano a fare proseliti. Peccato che siano tutto fuorché “farmaci furbi”: gli studi realizzati per capire se davvero possano essere usati “bene” per migliorare le prestazioni cognitive hanno dato risultati a dir poco contrastanti mentre c’è certezza che possano far male, e parecchio. «Innanzitutto, anche se li chiamiamo con nomi più evocativi, si tratta di farmaci ben noti già quarant’anni fa, con la differenza che allora si doveva trovare il modo per farseli prescrivere, ora grazie al web chiunque può acquistarli con facilità – spiega Paolo Maria Rossini, direttore dell’Istituto di Neurologia dell’Università Cattolica di Roma e membro della Società Italiana di Neurologia -. Inoltre, possono magari renderci più abili come “registratori” di nozioni, ma imparare davvero è tutt’altra cosa. Anche perché molte smart drugs peggiorano la qualità del sonno, fondamentale per fissare ciò che si è studiato: si possono magari passare ore sui libri senza sentire la fatica, ma poi tutto sfugge via e non c’è un vero apprendimento. È sicuro, invece, che questi farmaci interferiscano negativamente con la delicatissima chimica del cervello».
Orizzonti inquietanti
Usare amfetamine e simili aumenta infatti il pericolo di depressione, ansia, disturbo bipolare e perfino psicosi; inoltre espone al rischio di dipendenze e problemi cardiovascolari. «Peraltro per capire se i potenziatori cognitivi possano funzionare davvero si dovrebbero eseguire studi rigorosi su persone sane: è eticamente discutibile farlo, conoscendone gli effetti negativi. E qualora si scoprisse un farmaco sicuro ed efficace si aprirebbero orizzonti inquietanti perché solo una parte della popolazione, la più benestante, potrebbe accedere a un miglioramento delle capacità mentali», sottolinea Stefano Cappa, responsabile dell’Area di scienze cognitive e del comportamento della Scuola Universitaria Superiore di Pavia e neurologo SIN.

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Prevenzione della salute per i cittadini – Open day a Careggi, il 22 aprile

Presso l’Azienda Ospedaliera Careggi venerdì 22 aprile il Dipartimento Emergenza Urgenza apre le porte ai cittadini con diverse attività di informazione e prevenzione

dalle 9 alle 15 al piano interrato del Centro servizi in Largo Brambilla 3

http://www.aou-careggi.toscana.it/internet/index.php?option=com_content&view=article&id=3694&lang=it

 

 

 

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