Cocaina, aumenta il rischio di ictus nelle 24 ore successive al consumo

Propensione all’ictus ischemico da sette a dieci volte più alta il giorno dopo l’assunzione della sostanze
Che cosa hanno in comune molti giovani che hanno sofferto di un ictus ischemico? Tra loro, vi sono forti consumatori di cocaina, che ne hanno fatto uso nelle 24 ore precedenti all’attacco. È questa una delle conclusioni di un nuovo e completo studio americano, che ha indagato sulle cause che portano all’ictus i più giovani. E insieme a fattori genetici, influenza ambientale, fattori medici, comportamenti e stato di salute, come il fumo o il soffrire di diabete, anche la cocaina svolge un ruolo statisticamente importante nel manifestarsi della malattia.

di Eva Perasso corriere.it salute

UN LEGAME CONFERMATO – Non è la prima volta che le droghe, in particolare cocaina e anfetamine, vengono collegate all’attacco ischemico transitorio, causato da un grave incremento della pressione arteriosa e dal restringimento dei vasi sanguigni. Diversi studi in passato hanno infatti ricondotto alcune patologie vascolari acute, come l’ictus, al consumo di stupefacenti, confermando ciò che molti medici sospettavano da anni: nel 2007 per esempio un grande studio dell’università del Texas aveva dimostrato come cocaina e anfetamina aumentassero di 5 volte il rischio di colpo apoplettico.

 IL CAMPIONE – L’ultimo studio, svolto dai ricercatori del Baltimore Veterans Affairs Medical Center e della School of Medicine all’interno dell’università del Maryland, è stato svolto confrontando le abitudini di oltre 1.100 persone, tra i 15 e i 49 anni, residenti nell’area di Baltimora e Washington DC. Tutti avevano avuto almeno un ictus nel periodo tra il 1991 e il 2008, e sono stati confrontati con un campione numericamente equivalente della stessa fascia di età che invece non aveva sofferto di colpi apoplettici. In entrambi i gruppi si trovavano invece persone che hanno ammesso di far uso di cocaina, nel presente o nel passato.

I RISULTATI – «Siamo sorpresi nello scoprire come sia forte l’associazione tra consumo di cocaina e rischio di ictus ischemico nei giovani», commentano gli autori dello studio. Infatti, nonostante l’avere una storia legata al consumo di cocaina non sia associato direttamente all’ictus, l’uso della cocaina in grandi quantità nelle 24 ore precedenti al disturbo è strettamente legato a un rischio maggiore di incorrervi. Ovvero, i partecipanti hanno mostrato una propensione all’ictus ischemico da sette a dieci volte più alta nelle 24 ore che seguono il consumo di droga. Un risultato ancora più preoccupante rispetto agli studi del passato.

DIPENDENZA E MALATTIA – I dati di questa ultima ricerca, come di quelle del passato, evidenziano un grave problema, soprattutto visti i consumi sempre più alti di cocaina rilevati nel mondo negli ultimi decenni. La cocaina non è solo una sostanza che dà dipendenza, ma – e proprio questa ultima conseguenza è la più sottovalutata dai consumatori, occasionali e non – è causa di morte per ictus. Anche nella popolazione giovane, dai 15 anni in su, meno abituata a sentir parlare di colpo apoplettico, patologia solitamente riservata all’età adulta.

Oppio ai bambini: lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow e la papagna

Nel XIX secolo, l’atteggiamento di medici e farmacisti nei confronti della morfina era assai disinvolto, al punto che essa veniva normalmente prescritta anche ai bambini. Il caso più eclatante, senza ombra di dubbio, è quello dello sciroppo lenitivo di Mrs. Winslow (Mrs. Winslow’s soothing syrup). Si trattava di uno sciroppo ad uso pediatrico, messo a punto a New York nel 1845 da Mrs. Charlotte Winslow, un’infermiera che aveva lavorato per circa 30 anni con i bambini e commercializzato in seguito da suo genero, il farmacista Jeremiah Curtis e dal suo socio Benjamin A. Perkins.

articolo tratto dal sito eroina.eu.com http://linkis.com/Y5mlM

Lo sciroppo era pubblicizzato come ‘l’amico delle madri’, utile nell’agitazione da eruzioni dentarie, ma anche per la diarrea, per i dolori intestinali, come anti infiammatorio e ‘per dare tono ed energia all’intero organismo’ del bambino.  Il testo della pubblicità che compariva sui giornali americani nel 1875 recitava:

“CONSIGLI PER MAMME-Il tuo riposo è interrotto da un bambino che soffre per il dolore che gli provocano i primi dentiniVai subito da un farmacista e chiedi una bottiglia del lenitivo di MRSWINSLOWLo sciroppo darà sollievo immediato al povero malatoÈ perfettamente innocuo e piacevole al gustoproduce un sonno tranquillo e naturalealleviando il bambino dal doloree il piccolo cherubino si sveglierà al mattino brillante come un bottone d’argento. Calma il bambinoammorbidisce la gengiveallevia ogni doloreriduce la flatulenzaregolal’intestinoed è il rimedio più conosciuto per la dissenteria e la diarrease derivanti dalla dentizione o altre cause. Lo sciroppo lenitivo  Mrs.Winslow è venduto in tutte le farmacie.

Per tutto il XIX secolo la composizione dello sciroppo rimase sconosciuta e non era riportata sull’etichetta nè sulla confezione. Lo sciroppo conteneva 65mg di morfina ogni oncia di liquido (poco più di 30ml). Se si considera che un cucchiaino da tè ha un volume di circa 5ml, se ne ricava che ognuno conteneva circa 10mg di morfina, ovvero la stessa quantità presente oggi nelle fiale per uso ospedaliero per adulti.

E’ facile immaginare come lo sciroppo venisse utilizzato da alcune madri per sedare qualsiasi stato di agitazione nei loro bambini e qualsiasi crisi di pianto, come denuncerà il secolo successivo l’American Medical Association, che definirà il preparato come un’escamotage per non prendersi cura dei bambini. Fino agli inizi del XX, però, lo sciroppo fu popolarissimo fra le madri americane e celebratissimo su tutti i quotidiani e non solo per la presenza della sua pubblicità ma anche per i commenti entusiasti delle lettrici. In una lettera al New York Times una madre decanta così le doti dello sciroppo ‘Egregi signori, sono felice di essere in grado di certificare l’efficacia del calmante di MRS. WINSLOW’S e la verità di quanto viene rappresentato. Il mio bambino soffriva notevolmente per l’eruzione dei suoi dentini, non riusciva a riposare e piangeva di notte tanto da non consentire a nessuno della famiglia di farlo. Ho acquistato una bottiglia di lenitivo, al fine di provare il rimedio, e, quando l’ho somministrato al bambino seguendo le istruzioni, il suo effetto su di lui è stato come come magico: ben presto si è addormentato e tutto il dolore e il nervosismo sono scomparsi. Abbiamo sempre avuto problemi con lui da quando il piccino ha iniziato a mettere la sua dentizione e l’unico aiuto lo abbiamo ricevuto dal lenitivo di MRS. WINSLOW. Ogni madre che tiene alla salute e alla vita dei suoi figli dovrebbe averlo in casa.’.

Queste caratteristiche, unitamente al marketing dell’epoca, che presentava lo sciroppo come un prodotto naturale e sicuro, portarono alla vendita di enormi quantità di lenitivo. Infatti, lo sciroppo venne utilizzato oltre misura dalle mamme americane ed inglesi: nel 1868 Jeremiah Curtis dichiarò di aver già venduto altre un milione e mezzo di bottiglie di lenitivo. Lo sciroppo di Mrs Winslow è probabilmente l’unico caso di abuso nella storia dei preparati a base di derivati dell’oppio in cui ad abusare non era il paziente cui il farmaco era stato prescritto, ma addirittura la madre che lo somministrava al suo bambino.

La mancanza di consapevolezza circa il contenuto non dichiarato, l’abuso che ne veniva fatto e l’elevato contenuto in morfina provocarono alcuni decessi per overdose. Nel frattempo altri prodotti simili erano stati messi a punto, sulla scia del successo del preparato di Mrs Winslow, tipo il Monell’s Teething Syrup e molti altri. Gli incidenti (anche mortali) ed il fiorire di questo tipo di preparati mutarono lentamente il giudizio dell’opinione pubblica. Nel 1910 il New York Times, che il secolo prima aveva ospitato la pubblicità e le celebrazioni entusiaste delle mamme americane, pubblicò un duro articolo contro gli sciroppi lenitivi per bambini, che contenevano ‘solfato di morfina, cloroformio, cloridrato di morfina, codeina, eroina, oppio in polvere, cannabis indica,”  e alcune volte più di uno di questi in combinazione. Nel 1911 l’American Medical Association denunciò l’abuso di questi preparati per bambini, che vennero definiti “baby killer” e nel 1930 lo sciroppo non era più in commercio negli Stati Uniti e neppure nel Regno Unito.

 

Per quanto la sua vita come farmaco pediatrico fu molto più breve, anche la stessa eroina venna proposta dalla Bayer come farmaco così innocuo e sicuro che era possibile somministrarlo anche ai bambini, come farmaco contro la diarrea e la tosse, tanto che ne vennero fissati addirittura i dosaggi in base al peso corporeo. L’eroina ai bambini come farmaco ‘calmante’ viene somministrata ancora oggi da circa il 10% dei tossicodipendenti afghani.

La vicenda dello sciroppo lenitivo rimanda in qualche modo a quella del decotto di papavero, utilizzato fino a pochi decenni fa in alcune regioni dell’Italia meridionale per sedare le crisi di pianto dei bambini, dovute alle coliche, o per indurre il sonno, ovvero la cosiddetta papagna (papaverina in Sicilia, papambrone in Abruzzo). Il papaver somniferum è una pianta mediterranea, che appartiene alla nostra vegetazione spontanea e che è molto comune in alcune regioni italiane e, fra queste, la Puglia, che è anche la regione italiana in cui esistono tracce archeologiche di un uso tradizionale del papavero (se non di un vero e proprio culto) fra le popolazioni pre-romaniche ed in particolar modo fra i dauni, gli abitanti della parte della Puglia corrispendente all’attuale provincia di Foggia.

Le indicazioni all’uso della papagna non erano molto differenti da quelle degli sciroppi lenitivi, ciò che invece la rendeva molto diversa era la modalità con cui veniva somministrato il decotto, i dosaggi di morfina che venivano somministrati al bambino nonchè la presenza nel decotto stesso di tutti gli alcaloidi del papavero. Nel decotto non si raggiungevano sicuramente i dosaggi di morfina dello sciroppo lenitivo: infatti vi sono varie ricette per la preparazione della papagna, alcune delle quali prevedono l’aggiunta di alloro e di una manciata di camomilla, ma tutte prevedono l’utilizzo di una sola capsula di papavero. La modalità di somministrazione riduceva ulteriormente la dose: il decotto, infatti, ha un sapore sgradevole e quindi andava addolcito perchè il bimbo lo assumesse. Per questo veniva utilizzato un panno di lino pulito o un fazzoletto, al centro del quale si poneva un cucchiaino di zucchero e quindi si ricavava una sorta di ciuccio per bambini, utilizzando del filo di cotone per legare il tutto. Questo minuscolo sacchetto veniva inzuppato nel decotto e poi dato al bambino da succhiare, continuando in genere fino a quando si addormentava. A calmare il bambino, quindi, contribuivano vari fattori: le cure della madre, il ciuccio, il sapore dolciastro e le tracce di morfina presenti nel decotto. Questa modalità di somministrazione lenta, inoltre, faceva sì che l’apporto venisse a cessare non appena il bambino si addormentava. I racconti delle donne dell’epoca (alcuni dei quali raccolti personalmente) confermano che solitamente veniva somministrata al bambino solo una piccolissima parte di quanto preparato, grazie al metodo del ‘ciuccio’ ed in ogni caso non vi è memoria nè di abuso nè di incidenti mortali correlati all’uso della papagna, come è invece avvenuto per lo sciroppo lenitivo di Mrs Winslow.

Nel dopoguerra l’uso tradizionale della papagna iniziò ad essere osteggiato con più forza dai medici in tutta la Puglia è questo portò ad un sempre minore ricorso a questo rimedio, che però è sicuramente sopravvissuto fino alla fine degli anni settanta, come personalmente documentato. Va comunque rilevato che, anche se l’uso della papagna è praticamente scomparso, In Puglia (ed in particolar modo nel Salento) è ancora molto diffusa nella cultura contadina (e non solo) la consapevolezza delle proprietà della pianta e di questo suo possibile utilizzo.

La vicenda della papagna dimostra che, anche nell’uso tradizionale e popolare, specie in epoche recenti, gli oppiacei sono stati identificati soprattutto come un rimedio.

RAPPORTO GIOVANI CNR-IFC: 600mila adolescenti fumano, quasi 60mila sniffano coca

La ricerca del  CNR-IFC di Pisa, svolta su un campione di 30.000 studenti italiani, parla  di oltre 600.00 adolescenti che consumano cannabis. Ma colpisce anche un altro dato: circa 50.000 giovani tra i 15 e i 19 anni provano sostanze psicotrope senza neppure conoscerle.

L’indagine, condotta dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr), Espad Italia (European School Survey Project on Alcohol and Other Drugs,), nel 2014 come ogni anno dal 1999, riporta anche che sono 60mila i consumatori di cocaina, 27mila di eroina e circa 60mila di allucinogeni e stimolanti.

“La novità dello studio, che ha coinvolto 30mila studenti di 405 istituti scolastici superiori italiani, riguarda proprio il numero significativo di ragazzi che utilizzano sostanze senza conoscerle né sapere quali effetti procurano”, ha spiegato Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Ifc-Cnr e responsabile del progetto, in una intervista dello scorso marzo a “La Nazione”. Il 56 per cento circa di questi 54mila ha assunto senza sapere cosa fossero sostanze per non più di 2 volte, ma il 23 per cento di essi ha ripetuto l’esperienza piu’ di 10 volte. Il 53 per cento di questi studenti – ha continuato – ha utilizzato un miscuglio di erbe sconosciute, che si presentavano per il 47 per cento in forma liquida e per il 43 per cento sotto forma di pasticche o pillole. Questo consumo ‘alla cieca’ coinvolge il 3 per cento dei maschi e poco meno del 2 per cento delle ragazze, soprattutto tra coloro che hanno utilizzato anche altre sostanze illecite diverse”.

In qualche modo legato a questo fenomeno c’è quello degli psicofarmaci. “Sono quasi 400mila gli studenti che almeno una volta nella vita – ha detto Molinaro – li hanno utilizzati senza prescrizione e poco più di 200mila quelli che lo hanno fatto nell’ultimo anno. Si tratta prevalentemente di farmaci per dormire, utilizzati soprattutto dalla ragazze (8 per cento contro 4 per cento dei maschi). Minori prevalenze risultano per farmaci per l’attenzione/iperattività (quasi il 3 per cento), per regolarizzare l’umore e per le diete (2,4 per cento ciascuno)”.

Passando alle sostanze tradizionali, è aumentato il consumo di cannabis. “Il 26 per cento degli studenti, oltre 600mila, ne ha utilizzata nel 2014, secondo una tendenza che parte dal 22 per cento degli anni 2009-2012 e passa per il 25 per cento del 2013”, ha detto la ricercatrice Ifc-Cnr. “In questo caso i ragazzi sono più coinvolti delle coetanee (31% contro 21%) e i consumatori aumentano in corrispondenza della età: tra i 15enni la percentuale risulta dell’11 per cento, tra i 18enni raggiunge il 32 per cento e tra i 19enni il 36. Per la maggior parte si tratta ancora di consumatori occasionali, quasi la metà l’ha utilizzata non più di 5 volte nell’anno e l’86 per cento non l’ha associata ad altre sostanze illegali”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda la cocaina, ne ha fatto uso almeno una volta nella vita il 4 per cento degli studenti italiani, cioè circa 90mila 15-19enni, mentre il 2,6 per cento la ha utilizzata nei dodici mesi precedenti lo studio, ossia poco più di 60mila studenti. Tornando alle sostanze di sintesi, le “smart drugs” “sono utilizzate da circa 40mila studenti, 26mila dei quali ne hanno fatto uso nel 2014). Circa 90mila hanno provato allucinogeni (LSD, francobolli, funghi allucinogeni) nella vita e 60mila nell’ultimo anno.

http://www.lanazione.it/cnr-droga-giovani-rapporto-2014-1.788386

Dipendenze ansia attacchi di panico adolescenza sballo. GenitoriInCorso ne parla con il neuropsichiatra Gilberto Di Petta

GENITORINCORSO intervista Gilberto Di Petta. Dirigente medico-neuropsichiatra, attivo presso il reparto di psichiatria (SPDC) dell’Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, nel Carcere femminile di Pozzuoli (Dipartimento di Salute Mentale ASL NA 2 nord) e consulente psichiatra nel SerT di Pozzuoli, già Responsabile dell’ UO Comorbilità Psichiatrica e del Centro Diurno “Giano”, Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL NA 2 Nord. Di Petta è autore di numerose pubblicazioni scientifiche in forma di articoli e di monografie su temi inerenti la psicopatologia e la psicoterapia fenomenologica. Relatore a congressi nazionali ed internazionali sul tema della psicopatologia delle tossicomanie, e’ vice-presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica, socio fondatore e membro del CDA della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-dinamica di Firenze. E’ anche supervisore e formatore di equipe multidisciplinari attive nell’ ambito della salute mentale e delle dipendenze patologiche.

Oggi possiamo parlare di tossicodipendenza o è più corretto parlare di dipendenze?

R.: Effettivamente il discorso primitivo sulla farmacotossicodipendenza (nato negli anni Settanta del secolo scorso) si è allargato oggi a macchia d’olio. Sono comparse le cosiddette dipendenze comportamentali, ovvero quelle dipendenze con non passano per i farmaci o per le droghe, cionondimeno condizionando pesantemente la vita dei soggetti coinvolti. Quindi sembra essersi azzerata la differenza tra dipendenza farmacotossicologica e dipendenza comportamentale, ripetto agli esiti, che sono entrambi catastrofici, nel senso che entrambe le forme di dipendenza conducono la persona all’isolamento e alla deriva sociale. Tuttavia questo equiparamento delle dipendenze farmacotossicologiche e delle dipendenze comportamentali sotto il comune ombrello delle Dipendenze Patologiche ad esito infausto rappresenta anche il pericolo di una diluizione dell’attenzione e di un abbassamento della guardia. Le dipendenze comportamentali in linea di massima sembrano essere maggiormente accettate socialmente, prova ne è il fatto che l’oggetto della dipendenza, come il gioco d’azzardo, di fatto è legale. Ad ogni modo le dipendenze comportamentali non producono alterazioni cerebrali con esiti psichiatrici. Una grossa spinta alla legalizzazione oggi, grazie alla”normalizzazione” del costrutto “Dipendenze” è in atto anche nei confronti delle sostanze d’abuso. Allo stato attuale, anche se non sono ancora legalizzate, comunque le sostanze stupefacenti seguono un percorso quasi alla luce del sole, tanto e vero che è facilissimo acquistarne dappertutto. I servizi per le tossicodipendenze (SERT-SERD), d’altro canto, e il sistema delle comunità terapeutiche, non si sono adeguati alle nuove dipendenze, spesso non offrono risposte idonee, e sono rimasti stigmatizzati come servizi deputati al contrasto e alla cura delle dipendenze da eroina, tuttalpiù da cocaina. Il discorso delle dipendenze comportamentali (da internet, da shopping, da sesso, affettive, da cibo, da gioco d’azzardo) sta prendendo molto spazio sui media e nell’opinione pubblica. Questo sta togliendo attenzione al fenomeno della dipendenza da sostanze, che subdolamente muta di segno. L’eroina da tempo non è più la principale sostanza d’abuso. Le nuove droghe sono di matrice chimica, difficilmente individuabili, spesso non ancora tabellate, non dosabili, e, utilizzate nei contesti del divertimento, finiscono per essere sdoganate come necessari coadiuvanti del divertimento organizzato di massa, soprattutto musicale. Queste sostanze sono invece proprio quelle che hanno maggiore impatto sulla sfera neuropsichiatrica.

Influenza e effetti dell’uso di sostanze sul percorso evolutivo in adolescenza. Può delinearci alcuni aspetti?

R.: E’ noto che l’encefalo umano completa la sua maturazione nel corso di tutta la vita. Quello adolescenziale in particolare è un periodo critico. Si struttura la personalità come schema abbastanza stabile di relazione con il mondo, si definiscono progetti di vita, si canalizzano gli interessi. Quando la sostanza occupa lo spazio del mondo, il soggetto si distacca e diventa apatico e indifferente, il tempo e lo spazio gli scivolano, accede ad una sorta di atemporalità, di eterno presente senza cura, senza memoria e senza progetto, sostenuto da un tipo di umore che sempre più ha bisogno delle sostanze per mantenersi euforico e positivo. Questo atteggiamento sprezzante e disingaggiato non consente al giovane di appropriarsi della propria vita e si porre in essere delle scelte fondamentali. Pertanto è possibile che l’impatto in adolescenza delle sostanze, anche quando non provoca effetti psichiatrici distinti, sia responsabile di modificare l’organizzazione personologica del soggetto. Spesso il tossicodipendente o l’utilizzatore problematico di sostanze finisce per essere, anche da adulto, una persona senza età, senza storia, poiché rimane in qualche modo fissato ad una dimensione atemporale, che è quella di quando ha incontrato la sostanza

Secondo lei quali bisogni gli adolescenti oggi cercano di soddisfare attraverso il consumo di sostanze?

R.: Uno dei bisogni fondamentali è rappresentato dalla necessità di colmare il senso di vuoto. Vuoto di identità o vuoto di essere. All’uscita dall’infanzia, quando il mondo perde il suo incantamento, il soggetto non trova più strutture portanti di ordine socioculturale o affettivo. Allora il senso di vuoto è bruciante. Le sostanze hanno la capacità di riempire immediatamente il vuoto. Poi, come effetto collaterale, comportano un incremento nella percezione di questo vuoto, per cui il soggetto è costretto a riempirsi ancora più di sostanze. La dipendeza si instaura non solo in base a meccanismi biologici che regolano il piacere e la gratificazione, ma anche in base alla fame semantica, ovvero alla fame di senso che prova chi ha un vuoto da riempire. E non può quindi lasciare che questo vuoto lo divori in assenza della sostanza, pertanto altra sostanza è chiamata a riempire il vuoto allargato dalla sostanza stessa. Un altro aspetto è caratterizzato dal fatto che le sostanze si prestano bene, con il loro carico di trasgressività e di ritualità, a fare da iniziazione per chi, come i ragazzi, ha bisogno di segnare il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Da questo punto di vista la nostra società ha progressivamente abolito ogni cerimoniale che abbia valore iniziatico, pertanto per sentirsi adulti e fare cose da adulti entrare nel gruppo di quelli che usano le sostanze è un appeal molto forte.

Può darci una definizione dello “sballo”?

R.: Lo sballo equivale ad una modificazione dello stato di coscienza, di tipo crepuscolare. La coscienza si restringe e si focalizza su pochi contenuti, lasciando fuori fuoco tutto ciò che è al margine del suo ristretto campo. Lo sballo si differenzia dal flash da oppiacei per via endovenosa, che coincide con unasensazione viscerale di piacere e di fusione con l’universo. Allo sballo si può arrivare utilizzando varie sostanze in combinazione. Ad esempio cannabinoidi più alcol, alcol più cocaina, cannabinoidi, pasticche ed alcol. Lo sballo è percepito come piacevole, poiché tutto il peso della cura, delle preoccupazioni, della responsabilità, svapora, si allontana. Lo stato d’animo di euforia (highness) riempie il campo di coscienza. Il soggetto si sente risucchiato in un istante eterno, atemporale, destinato dunque a durare all’infinito, in cui tutto è sfumato, onirico, soffice, possibile.

Esiste una correlazione fra l’età di inizio del consumo di sostanze e l’insorgenza di disturbi?

R.:Nei soggetti con una vulnerabilità, ovvero con una predisposizione verso i disturbi mentali, l’utilizzo di sostanze anticipa di molto l’esordio di una condizione psicotica. Ovvero la slatentizza. Anche in soggetti non predisposti, tuttavia, la precocità dell’inizio può andare a turbare il neurosviluppo e provocare una serie di disturbi. L’adolescenza è una fase molto delicata sotto il profilo neurobiologico. La strutturazione di un assetto encefalico definitivo è anche influenzata dai flussi ormonali. I recettori per i cannabinoidi sono diffusi in maniera abbastanza ubiquitaria, quindi non è da escludere che l’utilizzo di cannabinoidi ad alte concentrazioni possa interferire con lo sviluppo armonico. Generalmente, al di là dei casi di psicosi acute paranoidi, con sintomi allucinatori e deliranti, che per fortuna concernono una stretta minoranza di situazioni, in clinica si osservano sintomi caratterizzati da irritabilità e apatia. I ragazzi perdono la motivazione e la capacità di progettare. In linea di massima più è bassa l’età del consumo di sostanze e più è alta la possibilità di incorrere in disturbi mentali.

Può il THC scatenare negli adolescenti crisi di ansia e attacchi di panico che si ripresentano anche una volta interrotto l’uso?

R. Si. Il fenomeno del flashback, ovvero del ritorno di fiamma, non è esclusivamente tipico delle sostanze allucinogene. Il tetraidrocannabinolo (THC), se eccessivamente concentrato, può produrre dispercezioni. Le dispercezioni sono caratterizzate da sensazioni spesso sgradevoli, di tipo visivo, acustico o tattile, come l’impressione di essere toccati, o l’impressione che ci sia qualcuno, o che ci sia una voce che parli a noi. Queste sensazioni cacofoniche o egodistoniche, cioè che impattano negativamente sulla cenestesi, che è il senso di essere in equilibrio rispetto a se stessi, incrementano l’ansia fino a scatenare attacchi di ansia parossistica o di angoscia, che comunemente vengono definiti attacchi di panico. Un altro motivo per cui il THC può causare panico è il cosiddetto effetto boomerang, o rebound. In pratica accade che in una prima fase l’effetto della sostanza è ritenuto piacevole e rilassante, quindi antiansia, in una seconda fase invece subentra l’ansia, in proporzioni maggiori, poiché tutta l’ansia che è stata cacciata via dall’effetto della cannabis ritorna in maniera violenta. Il cervello funziona con un sistema di memorie molto articolate. Abbiamo non solo memorie cognitive, o affettive, ma anche memorie olfattive o memorie muscolari. La memoria di una attacco di angoscia è qualcosa che tende a non passare. Pertanto il soggetto può riviverla anche ad anni di distanza dall’interruzione dell’abitudine al fumo di cannabis. In alcuni casi, quando il fumo di cannabis provoca nel soggetto delle alterazioni mentali, queste possono non del tutto scomparire con la cessazione dell’abitudine al fumo. In altri termini possono essere proprio queste alterazioni basali o elementari che permangono ad innescare perodicamente dei vortici di ansia o di angoscia anche in assenza di cannabinoidi.

Quali sono il ruolo e l’efficacia della terapia di gruppo all’interno di un percorso di cura dei disturbi arrecati dal consumo di sostanze.

R.: Le sostanze appartengono a rituali perlopiù collettivi, e dunque il gruppo sembra possedere la chiave di volta del trattamento di questi disturbi. Nella tradizione fenomenologica il concetto di reciprocità, quello di intersoggettività e di intercorporeità sono stati molto enfatizzati. Ovvero l’idea che il ripristino, nel paziente, di una costituzione o di una considerazione dell’altro come soggetto vivo, cosciente, senziente, si associa ad un miglioramento delle condizioni patologiche, rappresenta l’architrave della terapia di gruppo. Esistono vari modelli di terapia di gruppo. Quella sviluppata in ambito fenomenologico si chiama Gruppoanalisi dell’Esserci. I soggetti coinvolti sono invitati ad esprimere lapropria esperienza emotiva. Viene favorito l’incontro diretto, all’interno del gruppo, tra due soggetti che di volta involta, alla presenza degli altri, cercano di stabilire un contatto tra di loro, anche toccandosi fisicamente. Le sostanza aboliscono la percezione dell’altro e, di riflesso, aboliscono la percezione di sé. Spesso gli abusatori di sostanze, dopo una fase calda, bruciante, irruenta e impulsiva, arrivano ad una fase fredda, ghiacciata, nella quale si percepisce il congelamento della loro esistenza svuotata di intenzionalità e di progetto. In questa fase il lavoro fenomenologico di gruppo, focalizzato sul pathos residuo, è utile a rivitalizzare i soggetti, a risvegliare dentro di loro l’intenzionalità di esistere.

 

 

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza

 

Adolescenti, alcol e droga. Il semplice accostamento di questi tre termini esprime tutta la drammaticità di un’emergenza sociale che coinvolge, in particolare, i tanti genitori alle prese con figli in quell’età «ingrata» in cui, ormai non più bambini, cercano faticosamente di costruirsi una propria identità ma, nel farlo, scelgono strade sbagliate. Federico Tonioni, esperto di dipendenze, ci guida in un percorso che ha un duplice obiettivo: farci conoscere meglio la natura e gli effetti delle sostanze di cui i nostri figli potrebbero abusare (cannabinoidi, cocaina, ecstasy, ma anche alcol, troppo spesso sottovalutato nella nostra cultura perché «legale»), spiegando quale sia il loro ruolo nella vita degli adolescenti, e sdrammatizzare paure che talvolta si rivelano eccessive, ridimensionando la gravità di alcuni fenomeni come lo spinello «occasionale» o la «prima volta». Affrontando gli interrogativi che tutti i genitori si pongono – esistono droghe leggere? mio figlio si droga? bere un bicchierino di vodka in più è davvero così grave? –, l’autore ci insegna a riconoscere i segnali che devono allarmare e, nel contempo, a riflettere sul nostro compito di genitori, che dovrebbe continuamente rinnovarsi: i nostri ragazzi crescono, e anche noi siamo chiamati a crescere insieme a loro, concedendo sempre maggiori spazi di autonomia e di privacy senza però smettere mai di amare e di vigilare. La conclusione è un rassicurante ma fermo invito rivolto a tutti: quando si parla di droga, è giusto porsi tante domande, è invece sbagliato voler trovare a ogni costo delle risposte. E comunque, pensare di limitarsi a imporre la propria volontà, ricorrendo a ricatti e minacce, è perfettamente inutile, anzi ha il solo risultato di aumentare la distanza tra noi e i nostri figli, mentre la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di non perdere mai, ai loro occhi, la credibilità come adulti autorevoli, presenti e comprensivi.

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza,

Milano, Mondadori, 2015

Federico Tonioni è ricercatore universitario per il settore scientifico-disciplinare di psichiatria che afferisce all’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e in qualità di dirigente medico presso il Day Hospital di Psichiatria e Tossicodipendenze del Policlinico Gemelli. È inoltre coordinatore dell’Ambulatorio Internet Addiction Disorders del Policlinico Gemelli, un tipo di ambulatorio d’avanguardia a livello europeo e mondiale.
Per Einaudi ha pubblicato Quando internet diventa una droga (2012)

Adolescenti: spacciare eroina a 15 anni

Malgrado secondo il Rapporto 2014 del Dipartimento Politiche Antidroga al Parlamento il consumo di eroina fra gli adolescenti in età scolare sia ai minimi termini, numerosi segnali indicano una chiara tendenza alla ripresa dei consumi di eroina fra i giovanissimi nel nostro Paese. Secondo l’indagine ESPAD 2013 del CNR di Pisa, questa tendenza ha iniziato ad evidenziarsi dal 2009, ovvero subito dopo il record della produzione mondiale di oppio. Secondo quest’ultimo rapporto, inoltre, si sarebbe spostata in basso l’età del primo contatto (passata da 15 a 14 anni) e ormai non sarebbero pochi i casi in cui i giovani iniziano ad assumere eroina senza aver mai prima provato alcun altro tipo di droga, compresa la cannabis.

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