G come Gioco

In Danimarca il gioco in libertà è al centro dell’educazione dei bambini e dei ragazzi che sono lasciati liberi di inventare, sporcarsi, correre rischi, e  magari di annoiarsi …..

“Bambini, giocate da soli” la formula danese per la felicità di Jessica Joelle Alexander – Robinson – La Repubblica 8 gennaio 2017

Prima o poi tutti ci siamo ritrovati a riflettere su cosa voglia dire essere genitore, ma vi siete mai chiesti cosa significhi essere un genitore italiano e in che misura la nostra cultura condizioni quello che consïderïamo il modo giusto di esserlo? In Norvegia, per esempio, di norma i genitori lasciano dormire i figli fuori con temperature che raggiungono i venti gradi sotto lo zero, in Belgio ai bambini viene permesso di bere birra e in Giappone i ragazzini di sette anni vanno in metro da soli. Per quanto queste abitudini possano risultare quanto meno bizzarre ai nostri occhi, quei genitori pensano che quello sia il metodo giusto.
Le convinzioni che abbiamo riguardo al crescere i nostri figli sono ciò che Sarah Harkness, docente di Evoluzione umana alla University of Connecticut, definisce “etnoteorie parentali”. Tali principi sono così radicati dentro di noi da renderci quasi impossibile qualsiasi analisi oggettiva.
Ma cosa accadrebbe se per un istante ci togliessimo queste spesse lenti dell’appartenenza culturale e provassimo a guardare le cose da un’altra prospettiva? Cosa accadrebbe se guardassimo attraverso quelle del Paese più felice al mondo e ci accorgessimo che il loro metodo per relazionarsi con i bambini e crescere i figli ha tutte le carte in regola per poter essere considerato molto efficace, forse il più efficace? C’è qualcosa che potremmo imparare? Che cosa accadrebbe se scoprissimo che andare in quella direzione in effetti potrebbe risultare un gioco da ragazzi?
La Danimarca, terra dei Lego e della Sirenetta di Hans Christian Andersen, dichiarata il Paese più felice del mondo dalla classifica stilata ogni anno dalle Nazioni Unite da quarant’anni, ha un’idea del gioco diversa dalla nostra: si ritiene infatti che una delle attività più importanti in cui un bambino può impegnarsi è giocare in modo non organizzato e senza la guida di un adulto. I danesi non credono nella necessità di riempire le giornate dei bambini con attività come il nuoto, il calcio, il teatro o lezioni di inglese, perché ritengono che per i piccoli sia più importante passare il tempo a giocare tra di loro.
«In Danimarca il gioco libero è considerato fondamentale, non opzionale» dice Dorthe Mikkelsen, insegnante danese in una Fritid spole (una cosiddetta scuola del tempo libero dove, dopo l’orario scolastico, i bambini sono incoraggiati soltanto a giocare). «Sappiamo che si tratta di un aspetto fondamentale per lo sviluppo completo del bambino. In questo modo apprendono l’empatia, la capacità di mediazione e l’autostima».
Per anni infatti gli scienziati hanno osservato il gioco nel mondo animale per cercare di comprenderne lo scopo evolutivo, e tra le varie cose che hanno scoperto c’è che il gioco è fondamentale per imparare a gestire lo stress. Dondolare da una sbarra, giocare alla lotta, inseguirsi e stabilire una relazione proficua con l’altro sono tutti aspetti necessari nel gioco. I bambini si infilano in situazioni complicate come nella lotta, o fingendosi degli aeroplani e lo fanno per mettersi alla prova, per testare inconsciamente la propria capacità di gestire la situazione contestuale e i propri limiti. Il gioco li aiuta a scoprire i propri meccanismi di reazione, autocontrollo e capacità di ripresa, ritenuti fattori chiave per il raggiungimento della felicità.
Spesso noi genitori ci facciamo incastrare dall’idea degli stimoli intellettuali e iscriviamo i nostri figli a un numero infinito di attività per convincerci che stiamo facendo abbastanza per loro. Raramente sentiremo un genitore dire con serenità: «Mi basta che mio figlio giochi, che si diverta». Avvertiamo anche la pressione esterna a dover fare di più per loro, oltre a quella che ci infliggiamo da soli, e così si viene a creare una spirale di stress che aumenta in maniera esponenziale.
In un certo qual modo ci sentiamo in colpa nel lasciare che i nostri figli giochino liberamente. Malgrado tutte le ricerche confermino i benefici educativi del gioco e il fatto che il Paese più felice del mondo lo abbia elevato a teoria dell’educazione fin dal 1871. Per non parlare della Finlandia, che ha una visione del gioco simile a quella dei suoi vicini scandinavi ed è una delle nazioni più autorevoli nel campo dell’educazione in età evolutiva.
Senza contare che molti genitori sentono il bisogno di intromettersi o di accorrere per proteggere i figli nelle rare occasioni in cui questi sono stati lasciati liberi di giocare. Non vogliono che si facciano male, che bisticcino o che si sporchino, ma è esattamente da questo tipo di esperienze impegnative (sia dal punto di vista fisico che verbale) che i bambini apprendono di più.
Non esiste alcun piedistallo, premio speciale o trofeo nel gioco. Non essendo alla ricerca costante di approvazione dal mondo adulto, come una punizione o una ricompensa, i bambini scoprono la propria pulsione interiore e il senso del controllo sulla loro vita. Sono spinti a proseguire il gioco e a mantenere viva la loro immaginazione. Se noi adulti riuscissimo a farci da parte e gli concedessimo maggiore fiducia i nostri figli imparerebbero a credere in loro stessi. Ciò costituirà le basi per una reale autostima e fiducia in loro stessi, che sono le solide fondamenta di una vita felice.
Perciò, durante le prossime vacanze, mentre correte di qua e di là, riflettete sull’opportunità di prevedere più tempo per il gioco e meno per le attività organizzate. Provate e tirar fuori qualche giocattolo, qualche strumento utile a far esprimere la loro creatività artistica o a predisporre un ambiente in cui voi possiate evitare di dire «No». Portateli fuori, a contatto con la natura, lasciate che si sporchino, che corrano dei rischi.
E’ interessante notare che la Lego, la principale azienda di giocattoli a livello mondiale, nasce dall’idea di un falegname danese che, nel 1932, si trovò a osservare un gruppo di bambini mentre giocava e sfruttava la propria immaginazione. La parola Lego è una contrazione dell’espressione leg godt, ossia “giocare bene”. A quell’epoca i danesi erano già consapevoli che giocare bene è il primo mattone di una futura architettura.
Guardando alla felicità del popolo danese e ai risultati delle numerose ricerche in materia, sembra proprio che valga la pena sforzarci un poco e provare a mettere in pratica alcune delle abitudini lì molto diffuse. E magari potremmo imparare qualcosa, anche noi genitori.

95 miliardi buttati nel gioco, la prova che l’Italia si sta ammazzando da sola

Nel 2016 gli italiani hanno speso al gioco il 4,4% del Pil, poco meno di quanto spendono per mangiare, il triplo di quanto spendono per l’istruzione. Un dato che ha pochi eguali al mondo. E che rappresenta un fardello insopportabile, per un Paese in crisi

Stili di vita degli adolescenti toscani

Come stanno i nostri ragazzi ? quali sono i comportamenti più diffusi per eventuali maggiori rischi per la  salute?

Secondo lo studio condotto dall’Agenzia regionale di Sanità della Toscana nel 2015 su oltre 5 mila teenager delle scuole superiori (14-19 anni)  interrogati mediante questionario sui comportamenti emergerebbe  una minore diffusione  di comportamenti dannosi per la salute

Rispetto alle precedenti rilevazioni diminuisce infatti l’utilizzo dei mezzi di locomozione (e conseguentemente il rischio di incidenti stradali) , il consumo di tabacco e il gioco d’azzardo e ciò potrebbe essere in parte dovuto alle minori possibilità di spesa delle famiglie, e di conseguenza anche dei ragazzi

Permangono tuttavia alcune abitudini poco corrette: dalla guida dopo aver bevuto o parlando al cellulare, al fumo (in particolare fra le ragazze) , dall’eccesso di alcol (quasi 1 ragazzo su 2 si è ubriacato una volta nell’ultimo anno) all’aggressività online. Il fenomeno del cyberbullismo, interessa quasi il 20% dei ragazzi e riguarda molto più spesso le ragazze (in base ai dati raccolti risulta una incidenza pari al doppio rispetto ai maschi: 25,7%  contro il 12,8%)

Trend in crescita in particolare per due comportamenti errati dal punto di vista dell’esposizione al rischio: l’aumento di rapporti sessuali non protetti (l’utilizzo del  profilattico dal 65% del 2008 nel 2015 si  ferma al 56,3%) e dell’insufficiente riposo notturno rispetto alle raccomandazioni per la loro età (quasi un terzo degli intervistati, meno di 7 ore a notte).

 

Adolescenti alla ricerca di un «porto sicuro». Che non trovano più

Maurizio Tucci Corriere della Sera 20 Nov 2016 phto Philippe Ramette, Balcon2 HongKong

L’ abitudine sempre crescente a utilizzare i social network ha creato una generazione di adolescenti in bilico tra una socialità “classica”, ovvero all’interno del gruppo dei pari, ed una socialità “in rete”. Ambiti che molte volte hanno ampi margini di sovrapposizione (gli amici “reali” sono anche quelli con cui ci si è in contatto sui social), ma tante altre aprono nuovi scenari relazionali con le opportunità, ma anche i rischi, che ciò può comportare. Ed è per valutare questi aspetti che la Società italiana di medicina dell’adolescenza (Sima) e l’Associazione noprofit Laboratorio Adolescenza hanno realizzato un’indagine conoscitiva su un campione nazionale di quasi 2.000 studenti di terza media; indagine che sarà presentata a Pisa, il prossimo 25 novembre, nell’ambito del Congresso nazionale della Sima.

Un dato che emerge è la crescita (rispetto a una analoga indagine del 2012) della tendenza a frequentare gruppi numerosi di coetanei piuttosto che un solo amico o gruppetti ristretti di due o tre e – verosimile conseguenza di questo atteggiamento – cresce anche la percentuale di chi dichiara di fare (spesso o occasionalmente) cose che non vorrebbe, per adeguarsi alle decisioni del gruppo. D’altra parte i “gruppi” sono generalmente gestiti da leader, mentre la maggioranza degli intervistati si considera uno/una che si adegua a quello che fanno gli altri. In questo scenario circa il 50 % dei ragazzi afferma di tenere, quando è con gli amici, comportamenti che possono risultare rischiosi e se, tra questi, il 36 % dice di farlo perché attratto dal rischio, quasi uno su sei dichiara di comportarsi in questo modo per avere maggiore credito all’interno del gruppo o attrarre su di sé l’attenzione.

Circa le preferenze di genere, la metà del campione dichiara – indipendentemente dal sesso – di avere un numero simile di amici maschi e femmine. Solo il 4% dei ragazzi e il 10% delle ragazze ha più amici di sesso opposto.

Sul fronte della socialità in rete, aumenta la frequentazione dei social network e questa fortissima esposizione in rete trascina inevitabilmente con sé fenomeni di cyberbullismo. Un elemento sul quale c’è molto da riflettere, come spiega Piernicola Garofalo, presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza, è il collegamento tra i comportamenti riguardanti la socialità reale e quella virtuale. «I ragazzi e le ragazze che mostrano di avere maggiori difficoltà a inserirsi all’interno del gruppo — sottolinea Garofalo — non solo usano i social network in modo più massiccio degli altri – atteggiamento teoricamente comprensibile, perché cercano alternative in una socialità “altra” – ma sono anche quelli più esposti ai rischi come il cyberbullismo (30,6% contro 17,1%). In pratica, il rifugio nella socialità in rete si trasforma in una trappola ed in una nuova fonte di disagio.

«Socialità in rete — puntualizza Garofalo — che, come vedremo dai risultati dell’indagine che presenteremo a Pisa, è spesso caratterizzata da scarsa prudenza».

A questo proposito è interessante che le difficoltà a relazionarsi con i pari evocate dal presidente della SIMA

(sentirsi spesso a disagio, fare costantemente confronti con gli altri, essere spesso condizionati dal gruppo, sentirsi traditi dagli amici) paiono in crescita rispetto ai dati del 2012 e sono particolarmente presenti tra i ragazzi e le ragazze che vivono nelle grandi città. “Il gruppo dei pari – commenta Carlo Buzzi, ordinario di sociologia all’Università di Trento e referente per l’area sociologica di Laboratorio Adolescenza – sta perdendo la preziosa connotazione di “porto sicuro” e diventa per gli adolescenti un “luogo” competitivo nel quale ci si deve confrontare e difendere. E’ lo specchio di una società sempre più competitiva, in cui anche le relazioni amicali risentono del mutato clima generale. E se il fenomeno è più evidente tra i ragazzi “metropolitani” – sottolinea Buzzi – dobbiamo purtroppo attenderci una sua diffusione, perché i comportamenti e gli atteggiamenti degli adolescenti che vivono nelle grandi città sono solitamente precursori delle tendenze emergenti”.

 

PINOCCHIO DEVE MORIRE E I CIUCHI SON TUTTI MANNARI – GIC incontra Cantiere OBRAZ al Cestello

La vita a Verona dopo la morte di Giulietta… e di Romeo.

La vita dei Montecchi e dei Capuleti immersi in una pace di piombo. I vecchi tutti puniti, annullati. I giovani senza pace.

Potrebbe succedere a Verona, ma anche a Edimburgo, Dublino, New York, Liverpool.

“After Juliet” è un testo scritto con lo scopo di diffondere drammaturgie per giovani interpreti. S’incrociano al suo interno, così come nel testo shakespeariano i temi dell’amore, dell’odio e della rivalità fra bande di adolescenti.

Collegato alla formazione dei giovani attori della Scuola Teatrale – Cantiere Obraz, il gruppo dei Ciuchi Mannari, dopo essersi confrontato con il testo di Pinocchio e con la drammaturgia di Beckett, ha l’occasione di misurarsi con il materiale testuale più noto al mondo: “Romeo e Giulietta” di Shakespeare e mettere in scena il testo “After Juliet” di Sharman Macdonald.

Lo spettacolo è l’ulteriore tappa di un articolato percorso, fatto di incontri, seminari, laboratori teatrali che indaga le relazioni di conflitto, di rivalità e di amore fra adolescenti.

Dove accade tutto questo? Presso Cantiere Obraz

CANTIERE OBRAZ è un’associazione culturale attiva sul territorio fiorentino dal 2007 che si occupa di formazione e produzione teatrale. Ha iniziative in vari spazi teatrali fiorentini e, dal 2010, ha residenza artistica presso il Teatro di Cestello.

Attiva da sempre a Firenze concentra la maggior parte della sua attività nella zona dell’Oltrarno.

L’attività della compagnia si muove sotto una duplice spinta: il legame con una tradizione teatrale internazionale, prioritariamente di matrice russa (Cantiere Obraz è stata fondata da Nikolaij Karpov e Maria Shmaevich e i suoi componenti sono formati sul metodo biomeccanico di Mejerchol’d) e un’intensa attività di formazione e produzione teatrale radicata sul territorio fiorentino e, principalmente, rivolta alle giovani generazioni.

LO scorso anno Cantiere Obraz, attraverso il progetto CESTELLO FORMAZIONE, si è rivolto a oltre centoventi fra allievi e associati con lo scopo di usare l’insegnamento del teatro come strumento di conoscenza e crescita personale del singolo; in particolare, in questi anni, Cantiere Obraz ha sviluppato un’ attenzione ai giovani attraverso il progetto Scuoletta di teatro”, un programma di formazione finalizzato alla formazione del pubblico e all’apprendimento culturale, tramite il teatro.

PINOCCHIO IL TRAILER

CANTIERE OBRAZ & GLI ADOLESCENTI

Cantiere Obraz, all’interno della Scuoletta Di Teatro, dedica una particolare attenzione agli adolescenti, e in particolare a quella fascia di età, che va dai 12 ai 19 anni. Per questa fascia di età ha creato ben due corsi, uni propedeutico, per chi si avvicina al teatro, e un corso avanzato, a cui si accede su selezione.

Gli adolescenti che da anni lavorano con la Compagnia, hanno formato a loro volta una Compagnia, I CIUCHI MANNARI che hanno lavorato per molto tempo su “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi, fino al debutto definitivo nel Febbraio 2016, PINOCCHIO DEVE MORIRE, vero e proprio spettacolo teatrale. è stato inserito come evento artistico all’interno della Rassegna DISAGIO VS SALUTE MENTALE organizzata dal Dipartimento di Salute Mentale di Firenze.

“Pinocchio è un mito moderno di portata internazionale, ma è anche una delle più forti immagini della toscanità nel mondo e soprattutto è una figura emblematica per i ragazzi; infatti Pinocchio attraversa una fase di crescita, di trasformazione, passando dall’essere un burattino a essere un bambino vero, come i ragazzi passano dall’ adolescenza all’età adulta e per estensione si può dire che in un certo senso anche Pinocchio è adolescente. ci dice Alessandra Comanducci Attrice e insegnante di recitazione. Direttrice della scuola di Recitazione presso il Teatro di Cestello di Firenze –  E’ interessante, quindi, indagare come e sotto quali spinte avvenga questo passaggio. La parola adolescente, viene dal verbo latino adolescere che significa aumentare, crescere, incrementare, ingrandire, nutrire. Adolescescente è il participio presente di adolescere, quindi è “colui che si sta nutrendo per crescere”, mentre adulto è il participio passato dello stesso verbo e vuol dire “colui che si è nutrito, che ha concluso la sua crescita”. Dal percorso di studio su Pinocchio è emersa, da parte dei ragazzi, la necessità di uno stato di adolescenza continua che non porti mai alla conclusione di un percorso di crescita, ma anzi porti in primo piano un costante desiderio di apprendere e nutrirsi. Da qui il titolo dello spettacolo, “Pinocchio deve morire” perchè Pinocchio è continuamente spinto dagli altri personaggi verso un’età adulta che vuol dire smettere di crescere, di apprendere attraverso le esperienze e quindi morire.”

Cantiere Obraz svolge la sua attività di formazione teatrale rivolgendosi a tre tipologie di utenti:

  • Bambini e ragazzi dai 4 ai 19 anni col progetto “SCUOLETTA DI TEATRO”.
  • Adulti amatori del teatro dai 20 in su col progetto “SCUOLA DI TEATRO TRIENNALE CANTIERE OBRAZ”
  • Allievi-attori o attori professionisti col progetto “CANTIERE OBRAZ_LABORATORIO PERMANENTE”

Cantiere Obraz | Borgo Tegolaio 18, 50125 | Firenze|info@cantiereobraz.it | formazione@cantiereobraz.it| 389 5058252

 

INFO https://www.facebook.com/cantiere.obraz/

Una vita su Instagram tra feste e alcol

Ma la giovane protagonista non esiste
Louise ha 25 anni e sul social mostra il suo quotidiano tra party e aperitivi. Ma è solo una campagna contro l’alcol: peccato che nessuno dei suoi follower l’abbia capito.

di Greta Sclaunich http://www.corriere.it/esteri/

Louise Delage ha 25 anni, è parigina, viaggia spesso (un weekend a Berlino, una settimana a Saint-Tropez, un ponte in Bretagna), esce parecchio. La sua vita, fatta di tuffi in piscina, aperitivi e serate in discoteca e soprattutto alcol, tanto alcol, la racconta sul suo profilo Instagram dove in pochi mesi (è sbarcata il 1 agosto) ha già raccolto 50 mila like e conquistato 7.500 follower.

L’alcol, il vero protagonista

A ben guardare le immagini, però, c’è qualcosa di strano: gli amici di Louise non compaiono spesso in primo piano mentre invece il vero protagonista sembra essere l’alcol. Un bicchiere qui, una bottiglia là. Les Echos rivela il perché di questa strana scelta: Louise non esiste. È solo un personaggio finto, creato ad hoc dal portale Addict Aide, che combatte le dipendenze e che voleva, con questo profilo, raggiungere e sensibilizzare i giovani francesi usando uno dei social preferiti da ventenni e teenager. L’obiettivo era infatti mostrare come, di foto in foto e di bicchiere in bicchiere, la vita di Louise peggiorasse. La giovane sorride sempre meno, a volte sembra stanca e provata. Nell’ultima foto ha l’aria misteriosa e anche un po’ triste: sorseggia un bicchiere di vino con il viso in ombra e una strana luce rossa ad avvolgerla.

50mila like e solo cinque commenti negativi

«È difficile parlare di alcol in Francia. Da un lato è legato ad una dimensione culturale che rimanda al piacere e alla convivialità. Dall’altro è comunque un prodotto che può far male: in Francia le persone che ne sono dipendenti sono circa un milione», sottolinea la psichiatra e additologa Amine Benyamina, sentita da Les Echos per commentare la campagnia. La strategia di Addiction Aide (che per l’operazione ha messo in campo un fondo da 20mila euro) è quella di mostrare ai giovani persone «proprio come loro: belli, pieni di voglia di vivere, ma che stanno per entrare in un tunnel che potrebbe portarli all’inferno». Insomma, proprio il tipo di utenti che mostrano la loro vita di feste, aperitivi e viaggi su Instagram. L’obiettivo è farli identificare con Louise. Stando al numero di like raccolti dalle foto (50mila) è stato raggiunto. Stando al numero di commenti negativi sulla deriva alcolica della ragazza (solo cinque) pare però che nessuno o quasi si sia reso conto che non si trattava di un esempio da non seguire.

qua la foto-gallery della campagna http://www.corriere.it/foto-gallery/

Malati di gioco, Firenze mette il coprifuoco alle slot

Palazzo Vecchio prepara un’ordinanza per tutelare i giovani: dalle 11 alle 16 macchinette spente
di Claudio Bozza, Jacopo Storni Corriere Fiorentino http://bit.ly/2bZDzH3

Slot machine e gioco d’azzardo, un’ossessione che crea dipendenza a persone sempre più giovani. I numeri sulle ludopatie, preoccupanti, arrivano sul tavolo di molti sindaci. Tra questi c’è anche Dario Nardella, che prima dell’inizio delle scuole firmerà un’ordinanza per contrastare la diffusione del gioco d’azzardo e tutelare le fasce più deboli dai pericoli della dipendenza dalle macchinette, che saranno spente in alcune ore della mattina e del pomeriggio.

Il provvedimento è stato varato nei giorni scorsi anche dai sindaci di Asti e Vercelli, Comuni in cui sembra stiano funzionando: macchinette spente dalle 11 alle 16. Palazzo Vecchio è già al lavoro sulla scrittura dell’ordinanza, che dovrà essere ben articolata, in modo da rendere il più semplice possibile l’applicazione delle sanzioni da migliaia di euro da parte della polizia municipale e delle altre forze dell’ordine. Ma soprattutto i tecnici del Comune dovranno redigere il documento in modo da renderlo il meno attaccabile possibile da parte di probabili ricorsi al Tar da parte delle attività dotate di slot machine e che dovranno rispettare i divieti orari di accensione: sale da gioco, sale scommesse, bar, esercizi pubblici e circoli privati.

«L’obiettivo — ha spiegato nei giorni scorsi il sindaco di Vercelli — è tentare di proteggere gli studenti. Per arrivare a questa decisione ci siamo confrontati con le associazioni di categoria e sentito il loro parere: durante le riunioni i rappresentanti degli esercizi pubblici ci hanno dato una serie di indicazioni e noi abbiamo fatto la scelta». Che poi è lo stesso spirito che ha animato il provvedimento che il sindaco Nardella sta per firmare a Firenze. Addirittura, Palazzo Vecchio starebbe pensando anche di proporre uno sgravio di 250 euro sulla Tari ai titolari di esercizi che restituiscano la licenza di utilizzo nel proprio locale delle slot machine. Anche in questo caso, a Vercelli, i risultati sono stati positivi. Sempre più persone cadono nella trappola della ludopatia.

A Firenze sono state 222 le persone in cura presso i servizi della Asl nel 2015 (erano 209 nel 2014), mentre in tutta la Toscana sono circa 1.400 (soltanto cinque anni fa erano 400). Nella provincia di Firenze, l’80 per cento degli affetti da questa patologia è maschio, età media 40 anni. In città ci sono pazienti in cura anche di 21 anni, mentre il più anziano ne ha 86. Nei servizi della regione esistono invece anche casi di pazienti di 15 anni. Circa il 5 per cento, in Toscana, è costituito da giovani, mentre sono potenzialmente a rischio, in tutta la Toscana, circa 20mila persone (duemila a Firenze).

Nascondino: come diventare invisibili sfidando le ansie degli adulti

Il più famoso gioco di movimento e di gruppo: perché adesso rinasce

«Chi è fuori è fuori, chi è dentro dentro». Una frase esclamata a voce alta e risoluta, un mantra rituale e scanzonato. Un avviso. Un ultimatum. Il segno che non si scherza più: la sfida ha pubblicamente inizio, un «uno contro tutti» per andare a esplorare territori altrui, cercando di non lasciar sguarnito il proprio. Eccolo il nascondino: il gioco per eccellenza. Aperto ad un numero illimitato di concorrenti, senza necessità di un campo prestabilito, con poche regole immediatamente assimilabili e condivise: l’eterna sfida tra il celarsi e il cercarsi, il brivido del perlustratore e la speranza del farla franca, il fiuto del predatore e l’istinto di sopravvivenza della preda. «È un gioco che ci accompagna per tutta la vita, che nelle sue mille sfumature non si abbandona mai: un avvicinamento a emozioni forti e intense, un allenamento a gestire dimensioni che incontreremo spesso nel corso dell’esistenza come la solitudine, la fuga e il buio».

La tana, la conta, il «libera tutti»: ingredienti fondamentali della crescita e della conoscenza, come spiega Antonio Di Pietro, pedagogista ludico, referente nazionale del Cemea (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva). «Quando un gruppo di bambini si trova in un posto nuovo quasi sempre scocca l’ora nascondino: diventa il modo per prendere confidenza con l’ambiente, scrutare il territorio. Può essere un campeggio o una casa, un luogo di vacanza o una piazza: il gioco permette di entrare in contatto leggero e profondo con il territorio, di diventare padroni di quello spazio». Un palo, un albero, una colonna e un muro: quella è la tana, chiamata anche casa, bomba o toppa. Lì, il prescelto, deve contare a voce alta: solitamente il numero dei concorrenti moltiplicato per dieci, il tempo necessario per dare a tutti la possibilità di rifugiarsi. E poi via, parte la caccia: l’obiettivo è scovare gli amici, gridare il nome e correre verso la tana, prima che lo faccia la persona scoperta. O, nella variante del rimpiattino è necessario anche toccare l’avversario. Il primo ad essere acchiappato diventa il cercatore nel turno successivo, a patto che l’ultimo rimasto in gara non trionfi al grido di “Tana libera tutti”.

«L’aspetto paradossale è che ora sia difficilissimo da praticare perché mancano i posti dove nascondersi – aggiunge Di Pietro -. Nelle scuole, nei giardini pubblici, nelle piazze moderne sono sempre meno gli anfratti. Insegnanti e genitori hanno la necessità di avere tutto a vista, e quindi i bambini non sanno più dove eclissarsi e sono costretti ad inventarsi i modi più strani per giocare. Il loro bisogno di nascondersi si scontra con l’ansia da controllo degli adulti». Citato dallo scrittore greco Giulio Polluce già nel II secolo d.c. con il nome di «apodidraskinda», il «gioco della fuga», a nascondino nel XVII secolo si giocava tra i nobili nelle corti di Italia, Francia e Spagna: una sorta di «ti vedo, non ti vedo» che rappresentava una delle poche forme di corteggiamento consentito ai giovani dell’epoca. Oggi c’è chi lo vorrebbe anche alle Olimpiadi, come il giapponese Yasuo Hazaki, professore alla Nippon Sport Science University, che con malcelato disappunto ci ha comunicato il recente categorico rifiuto incassato dal Comitato organizzatore di Tokyo 2020. Per gli appassionati l’appuntamento è invece per il 3 e 4 settembre a Consonno, ex Paese dei Balocchi in provincia di Lecco, devo si svolgerà la VII edizione del Campionato del Mondo di Nascondino: 64 squadra in gara, che si contenderanno l’ambita «Foglia di Fico d’Oro». Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro: a qualsiasi età.

Federico Taddia  -La Stampa.it

Vi svelo la cospirazione dell’arte contemporanea

Per dimenticare la Brexit, sono andato a conoscere il nuovo edificio della Tate Modern a Londra e, come mi aspettavo, ci ho trovato l’apoteosi della civiltà dello spettacolo. Sta avendo un grande successo: nonostante fosse un giorno feriale, era pieno di gente; molti turisti, ma la maggioranza mi è sembrato che fossero inglesi e, soprattutto, giovani. Al terzo piano, in una delle grandi e luminose sale di esposizione, c’era un manico cilindrico, probabilmente di scopa, cui l’artista aveva tolto le setole di saggina o di nylon che l’avevano resa funzionale – come oggetto quotidiano per le faccende domestiche – e lo aveva dipinto minuziosamente di verde, blu, giallo, rosso e nero, in serie che seguivano più o meno questo ordine, ricoprendolo interamente. Intorno al manico, una corda formava un rettangolo che impediva agli spettatori di avvicinarvisi troppo e di toccarlo. Lo stavo contemplando quando mi sono trovato circondato da un gruppo scolastico, bambini e bambine in uniforme blu, indubbiamente rampolli di famiglie benestanti che frequentano una scuola privata e che una giovane professoressa aveva portato lì, per fargli conoscere l’arte moderna.

Mario Varga Llosa su La Repubblica.it 07.30.2016 http://bit.ly/2bzE6SE

Lo faceva con entusiasmo, intelligenza, convinzione. Magra, aveva degli occhi molto vivaci e parlava un inglese molto chiaro, magistrale. Sono rimasto lì, in mezzo a quel capannello, fingendomi assorto nella contemplazione del manico di scopa, ma, in realtà, per ascoltarla. Si aiutava con degli appunti che, evidentemente, aveva preparato coscienziosamente. Diceva agli scolari che questa scultura, o oggetto estetico, andava situata, per apprezzarla come si deve, all’interno della cosiddetta arte concettuale. Che cos’è? Un’arte fatta di concetti, di idee, vale a dire di opere che intendono stimolare l’intelligenza e l’immaginazione dello spettatore prima che la sua sensibilità possa veramente godere del dipinto, della scultura o dell’installazione che ha davanti ai suoi occhi. In altre parole, ciò che vedevano lì, appoggiato a quel muro, non era un manico di scopa dipinto con diversi colori, ma un punto di partenza, un trampolino, per arrivare a qualcosa che, adesso, loro stessi dovevano costruire – o forse sarebbe meglio dire scrutare, dissotterrare, rivelare – grazie alla loro fantasia e alla loro inventiva. Vediamo, allora, a chi di loro quell’oggetto suggeriva qualcosa?

I bambini e le bambine, che l’ascoltavano con attenzione, si scambiavano degli sguardi e delle risatine. Il lungo silenzio fu rotto da un bambino lentigginoso e dai capelli rossi con una faccetta furba: «Forse i colori dell’arcobaleno, Miss?». «Bene, perché no?», rispose la Miss,

prudentemente. «Qualche altra impressione o osservazione? ». Nuovo silenzio, risatine e gomitate. «Harry Potter volava su un manico di scopa che somigliava a questo», sussurrò una bambina, diventando rossa come un gambero. Ci furono delle sghignazzate, ma la professoressa, gentile e pertinace, li rimproverò: «Tutto è possibile, non ridete. Forse l’artista si è ispirato ai libri di Harry Potter, chissà. Non inventate tanto per inventare, concentratevi sull’oggetto estetico che avete davanti e chiedetevi che cosa nasconda in sé, quali idee e suggestioni ci siano in esso che potreste associare a cose che ricordate, che vi ritornano in mente grazie ad esso».

Poco a poco, i bambini si sono fatti coraggio e hanno cominciato a improvvisare e, mentre alcuni sembravano seguire le istruzioni della Miss e proponevano interpretazioni che avevano qualche relazione con il manico di scopa dipinto, altri giocavano o volevano far ridere i compagni dicendo cose assurde o insolite. Un bambino cicciottello molto serio ha assicurato che quel manico di scopa gli ricordava sua nonna, un’anziana che, nei suoi ultimi anni, si trascinava sempre con l’aiuto di un bastone per non inciampare e cadere. Col passare dei minuti, la mia ammirazione per la professoressa aumentava. Non si è mai abbattuta, non li ha mai presi in giro, né si è arrabbiata nell’udire le sciocchezze che le dicevano. Si rendeva perfettamente conto che, se non tutti, la maggior parte dei suoi alunni aveva ormai dimenticato il manico di scopa e l’arte concettuale, e distraeva la sua noia con un giochetto del quale lei stessa, senza volere, gli aveva dato la chiave. Uno dopo l’altro, con eroica tenacia, ascoltava con interesse tutto, spiritoso o strampalato che fosse, e riportava i bambini all'”oggetto estetico” che avevano davanti, spiegando loro che ora certamente capivano, per tutto quello che stava accadendo, come quel cilindro di legno decorato con quei colori intensi avesse aperto in ognuno di loro una paratia mentale da cui uscivano idee, concetti, che li riportavano al passato per poi farli risalire al presente e attivava la loro creatività rendendoli più permeabili e sensibili all’arte dei nostri giorni. Un’arte che è diametralmente diversa da ciò che era bello o brutto per gli artisti che dipinsero i quadri dei classici che avevano visto pochi mesi prima nella visita alla National Gallery.

Quando la perseverante e simpatica Miss si è portata via i suoi alunni per portarli ad esplorare, in quella stessa sala del nuovo edificio della Tate Mo- dern, un labirinto di stuoie di Cristina Iglesias, sono rimasto ancora per un po’ davanti a questo “oggetto estetico”, il manico di scopa dipinto da un artista il cui nome ho deciso di non scoprire; non ho nemmeno voluto sapere il titolo con cui aveva battezzato la sua “scultura concettuale”. Pensavo alla difficile impresa di quella professoressa: convincere quei bambini che quell’oggetto rappresentava l’arte del nostro tempo, che in quel manico dipinto c’era tutta quella somma di cose che compongono un’opera d’arte genuina: artigianato, abilità, inventiva, originalità, audacia, idee, intuizioni, bellezza. Lei era convinta che fosse così, perché altrimenti le sarebbe stato impossibile affrontare con tanto impegno quello che faceva, parlando ai suoi alunni e ascoltando le loro reazioni con tanta gioia e sicurezza. Non sarebbe stata una crudeltà farle sapere che ciò che faceva, in fondo, con tanta dedizione, ingenuità e innocenza, non era altro che contribuire a un imbroglio monumentale, a una sottilissima congiura poco meno che planetaria su cui gallerie, musei, illustrissimi critici, riviste specializzate, collezionisti, professori, mecenati e mercanti sfacciati si sono messi d’accordo per ingannarsi, ingannare mezzo mondo e, di passaggio, permettere che pochi si riempissero le tasche grazie a una simile impostura? Una straordinaria cospirazione della quale nessuno parla e che, tuttavia, ha trionfato su tutta la linea, tanto da essere irreversibile: nell’arte del nostro tempo, il vero talento e la più cinica furbizia coesistono e si mescolano in modo tale che non è più possibile separare né distinguere l’uno dall’altra. Queste cose sono sempre avvenute, non c’è dubbio, ma allora, oltre a queste, c’erano certe città, certe istituzioni, certi artisti e certi critici che resistevano, che affrontavano la furbizia e la menzogna, le denunciavano e le sconfiggevano. Facevano parte di quell’élite demonizzata che la correttezza politica della nostra epoca ha messo al muro. Che ci abbiamo guadagnato? Quello che ho davanti: un manico di scopa con i colori dell’arcobaleno che assomiglia a quello con cui Harry Potter vola tra le nuvole.

© Mario Vargas Llosa, 2016 World Press Right in all the languages reserved to Ediciones El País, S. L. ( Traduzione di Luis E. Moriones)

Irlanda, vacanza-studio con mio figlio

I consigli di una giornalista di iodonna in viaggio con il figlio tredicenne tra una scuola d’inglese e un summercamp. Alle prese con le stranezze e le abitudini di un paio di host family non sempre portate… all’ospitalità

Farian Sabahi con il figlio

Farian Sabahi con il figlio Atesh

Rientrati alla base, dopo due settimane di vacanza studio in Irlanda, regione sud-occidentale. La prima settimana frequentando una scuola di inglese a Killarney, nel famoso Ring of Kerry: al mattino corso di inglese, al pomeriggio attività sportive tra cui il calcio gaelico, l’arrampicata nella palestra di Dingle, in bicicletta nel parco nazionale, in barca fino all’isolotto nel lago, in gita nel variopinto paesino sul mare.

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Il porto di Dingle

Seconda settimana in un summercamp nella splendida baia di Kenmare. Ecco qualche consiglio, tenendo presente che ho accompagnato mio figlio tredicenne, che in prima battuta doveva andare con un amico che all’ultimo momento ha… dato buca.

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Killarney la domenica pomeriggio

1) Bisogna vestirsi a strati. L’Irlanda è molto verde, tranquilla. Non c’è delinquenza e la gente del posto è ospitale. Le condizioni climatiche cambiano velocemente: ci si sveglia con il sole, a pranzo tira vento, poi scende una pioggia sottile e nel tardo pomeriggio si annuvola. Come amano ripetere gli irlandesi, “quattro stagioni in un solo giorno”.

2) L’Irlanda è più economica dell’Inghilterra: il corso di inglese al mattino più le attività al pomeriggio costano 400 euro a settimana, a cui bisogna aggiungere 200 euro per vitto e alloggio in famiglia. Le due settimane costano quindi 1200 euro, oltre al volo (da Torino siamo andati a Londra Stansted e lì abbiamo preso la coincidenza per il piccolo aeroporto di Kerry, da Milano si può volare direttamente da Orio al Serio a Cork). Con Ryanair si riesce ad andare e tornare con un centinaio di euro, ovviamente prenotando per tempo. Tenendo presente che per mandare i ragazzini da soli devono aver compiuto i sedici anni. Vale comunque la pena organizzarsi da sé perché si spende, per due settimane, cinquecento euro meno rispetto ai gruppi (i ragazzi di Treviso che erano con noi hanno speso 1800 euro per le due settimane, viaggio aereo incluso).

3) L’esperienza in famiglia non è sempre positiva (noi ne abbiamo cambiate due). Verificare al più presto se potete avere le chiavi di casa (in genere non le danno). La regola è che, se accompagnate i vostri figli, dovete uscire di casa anche voi alle 8:45 del mattino e rientrare nel pomeriggio, ad attività concluse. Le famiglie sono sparpagliate sul territorio e molto spesso in mezzo alla campagna: impossibile muoversi in modo autonomo, anche perché i mezzi pubblici non garantiscono un servizio accettabile.

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Il frigorifero di una delle host family (foto Farian Sabahi)

4) Siate consapevoli che l’Irlanda è meta di migliaia di turisti, soprattutto italiani e spagnoli. La gente del posto è abituata agli stranieri ma non a viaggiare, nemmeno nel loro stesso paese. La nostra host family, per esempio, non era mai stata nel nord-ovest dell’Irlanda, a quattro ore di auto da casa loro. E la geografia non è il loro forte: quando ho detto che Torino non è lontana da Milano mi è stato chiesto se Milano fosse… in Spagna. Il livello di conversazione rischia, di conseguenza, di essere estremamente limitato.

5) Non aspettatevi di essere coinvolti dalla famiglia che vi ospita in una qualche attività: se vi ospitano non è per simpatia ma solo perché il vostro denaro li aiuta a far quadrare il bilancio famigliare. Di conseguenza, non chiedete più di quanto stipulato sul contratto con la scuola di inglese. E non stupitevi se i padroni di casa conducono una doppia vita: una sala per gli ospiti, e una sala per loro (con la porta chiusa). Oppure il piano terra comune e il primo piano (inaccessibile) per la famiglia. Non è cattiveria, solo un modo per sopravvivere al continuo andirivieni di sconosciuti.

6) Date ai vostri figli il telefono cellulare con un abbonamento internazionale: è fondamentale per contattarli e per fare in modo che la famiglia che li ospita sia in grado di andarli a prendere al punto di incontro e, per esempio, quando scendono dal bus che li riporta dalle attività pomeridiane.

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Arrampicata al summer camp (foto Farian Sabahi)

7) Se dopo un anno di scuola i vostri figli sono esausti, scegliete un’opzione con attività miste: corso di inglese al mattino e attività sportive al pomeriggio. Abbiate cura di verificare che le attività pomeridiane siano condotte da membri dello staff in lingua inglese (noi ci siamo ritrovati con centinaia di ragazzini italiani e spagnoli e solo due accompagnatori: la loro ultima preoccupazione era chiacchierare con gli ospiti stranieri, la priorità era non perderne qualcuno per strada!).

prosegue su IO DONNA

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