Genitori che tifano troppo

Insulti e risse alle gare, ansia e pressioni a casa. Così le ambizioni e gli errori dei grandi spesso rovinano ai figli il divertimento

Testo e foto di A. Gandolfi  pubblicato su Repubblica

In Inghilterra durante le partite dei bambini distribuiscono lecca lecca ai genitori. Per farli stare zitti. Le chiamano Silent Sundays, le domeniche silenziose. E dei fine settimana in silenzio ci vorrebbero anche da noi, visto quel che succede a bordo campo quando mamma e papà aprono bocca: insulti agli avversari e agli arbitri, contestazioni all’allenatore, spintoni, schiaffi, risse. L’apice della follia si toccò qualche anno fa a Terracina, quando un padre estrasse la pistola e la puntò sui genitori della squadra avversaria. Malcostume in aumento, a leggere le cronache dei campionati giovanili. Prendiamo i primi sei mesi del 2016. Gennaio: Modena, rissa fra genitori, due di loro interdetti dai campi per un anno. Febbraio: Olbia, baruffa tra papà e dirigenti sportivi. Marzo: Inveruno (Milano), allenatore picchiato da quattro genitori. Aprile: Pioltello (Milano), dopo gli scontri porte chiuse per le gare casalinghe di due squadre. Maggio: Biella, gazzarra scatenata dai genitori e gara sospesa. Giugno: Perugia, finale terminata a urla e schiaffi.
«È una tendenza preoccupante». «Un tema caldissimo ». «Una piaga». Le associazioni sportive – Coni e Figc in testa – fanno a gara a chi stigmatizza di più. Ma la questione è: come ci siamo arrivati? Cosa può trasformare un’amorevole mamma in un esagitato tifoso da curva sud, o un padre responsabile in un ultrà picchiatore? «È un fenomeno nuovo e i motivi sono due», spiega Roberto Mauri, psicologo, formatore sportivo per il Centro Sportivo Italiano. «Lo sport negli ultimi anni ha cambiato dna, è diventato sempre più business, spettacolo, evento sociale, quello che viene chiamato sportainment. Nel frattempo è cambiata la famiglia, la natalità si è contratta e molti genitori oggi hanno un solo figlio. Detto brutalmente, hanno un solo colpo in canna e non possono sbagliarlo. Così su quell’unica creatura, proiezione sociale di madre e padre, s’investe emozionalmente tantissimo. Questi due elementi insieme sono nitroglicerina». Dell’argomento Mauri si occupa da anni, nel 2013 ha scritto un libro che continua a presentare in giro per l’Italia, Genitori a bordo campo (In Dialogo editore): «I Silent Sundays», aggiunge lo psicologo, «hanno dimostrato che senza urla i bambini giocano meglio, più sereni e concentrati. E lo farei sapere anche a tanti allenatori».
Pasolini aveva ragione, nella nostra epoca il football è rimasto l’ultima vera rappresentazione sacra. Rito quasi religioso, esaltazione collettiva, metafora della vita (e della guerra), alimenta identità e assorbe frustrazioni. Ma quando gli adulti portano tutto questo nel terreno di gioco dei bambini, commettono un peccato grave. «A volte, guardando le partite di mio figlio», confida l’ex calciatore Damiano Tommasi, «ho come la sensazione che il mondo dello sport giovanile, soprattutto del calcio, sia fatto dagli adulti a uso degli adulti. Manca la prospettiva dei bambini, ridotti a semplici comparse». Un mondo dai valori ribaltati dove il protagonista è il genitore con le sue urla, tensioni e aspettative, con la sua visione esasperata della competizione e della sconfitta come complotto o colpa di qualcun altro. «Avrò avuto 14 anni», ricorda Tommasi, oggi presidente dell’Associazione italiana calciatori. «Durante una partita, a dieci minuti dalla fine, l’allenatore chiese a un mio compagno seduto in panchina di entrare in campo. Lui si rifiutò, papà da dietro la rete gli urlava «Non entrare! O ascolti l’allenatore o ascolti me». Un episodio che non ho mai dimenticato».
La chiamano “sindrome dell’atleta frustrato”. Quella di chi cerca una rivincita attraverso il figlio visto come prolungamento di sé, proietta desideri insoddisfatti motivandolo esageratamente, fino all’umiliazione. È il caso del tennista André Agassi, che ha raccontato nel bestseller Open le pressioni subite dal padre. Mike il tiranno, ex pugile mediocre, obbligava il figlio a lunghe ore di allenamento quotidiano e nel suo libro-risposta Indoor scrive che non se n’è pentito: «Sì, sono stato duro e severo», ha detto a Emanuela Audisio su Repubblica. «Ma gli allenatori amano per contratto. Io ho amato Andrè per sangue e l’ho aiutato a vincere. Il mio peccato resta quello». Certo, a volte si esagera, come quel papà di Treviso che anni fa costringeva il figlio nuotatore 14enne perfino ad assumere creatina e aminoacidi: denunciato dagli amici, ha patteggiato due anni di reclusione e il ragazzo è stato affidato ai servizi sociali. Le conseguenze possono essere gravi. Iperprotetto “per il suo bene”, il giovane non riconosce gli errori, non cresce e non matura, sentendosi accettato solo se vincente. Lo sport diventa fonte d’ansia e paura: un obbligo che porta esasperazione, ribellione, abbandono precoce dell’attività. «Tranquillo, a motivare il ragazzo ho pensato io: gli do 20 euro a ogni gol». La frase è stata pronunciata davvero, insieme ad altre centinaia sullo stesso tono raccolte due anni fa da Fabio Benaglia nel libro Mio figlio è un fenomeno (Il Ponte Vecchio). Un bestiario da cabaret, se non fosse tutto vero.
Esempi? Un papà all’allenatore: «Cassano all’età di mio figlio non era così forte». Un altro papà: «Gli ho parlato dopo l’espulsione: gli ho fatto capire che se l’arbitro è un cretino non è colpa sua». Una mamma: «Ieri sera è tornato a casa e ha starnutito quattro volte di fila. No, voglio dire: ma cosa gli fate?». Un’altra: «Dove la trovo una fascia di capitano? Volevo comprarne una a mio figlio. Ho provato in cinque negozi…». Una mamma digitale: «Su Youtube ho visto Messi che palleggiava con un limone, una mela e una banana. In allenamento voi quello non lo provate mai?».
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Estate in città – molte le iniziative organizzate dai Quartieri

A Firenze anche per il mese di luglio sono in programma varie occasioni di svago ed eventi culturali per tutta la famiglia

oggi e nei prossimi giorni:

  • Quartiere 4 Parco di Villa Vogel – Spazio Eventi ore 21.15

mercoledì 13 Garrisca al vento! Talk show divertente che ripercorre la storia della Fiorentina

venerdi 15 – Firenze Mon Amour Musica popolare fiorentina

  • Sede del Q1, Piazza Santa Croce 1

giovedì 14 alle 16 Inaugurazione Mostra fotografica, Anche io sono Fiorentino Ritratti di studenti stranieri che hanno scelto Firenze come luogo dove vivere e studiare. (aperta fino al 29 luglio)

segnaliamo inoltre nella rassegna Estate al centro del mondo del quartiere 1

SABATO 16 ore 9.30 Sulle tracce dei viaggiatori Percorso guidato attraverso il Quartiere di Santa Maria Novella crocevia di culture

SABATO 23 ore 9.30 Mercato, cibi e culture Percorso guidato attraverso il Quartiere di San Lorenzo alla scoperta di cibi e culture di altri paesi.

A cura di OXFAM FIRENZE

per il calendario completo degli eventi :

QUARTIERE 1 – CENTRO STORICO

Estate al centro del mondo Musica, danza, cinema, teatro, percorsi e visite

http://q1.comune.fi.it/export/sites/q1/materiali/q1/vita_q1/Estate_Centro_Programma.pdf

QUARTIERE 2 – Campo di Marte -Bellariva

Estate al 2 http://q2.comune.fi.it/export/sites/q2/materiali/flyer_arrivabenex2x.pdf

QUARTIERE 4 – Isolotto- Legnaia

L’ESTATE 2016 SI PASSA AL FRESCO

http://q4.comune.fi.it/export/sites/q4/materiali/ESTATE_A_VILLA_VOGEL.pdf

QUARTIERE 5 – Rifredi

http://q5.comune.fi.it/export/sites/q5/materiali/eventi/IMG-20160609-WA0012.pdf

Campus nei Musei Civici Fiorentini 5/9 settembre

Invito ai bambini dai 6 ai 10 anni!

Alla scoperta dei musei della città – Una settimana per sentire i musei come “casa”, apprezzarne i capolavori e conoscerne ogni segreto.Museo di Palazzo Vecchio, Museo Novecento, Complesso di Santa Maria Novella, Museo Stefano Bardini, Forte di Belvedere (appuntamento a Palazzo Vecchio)

Durante i campus i bambini potranno vivere i musei cittadini come luoghi ospitali e anzi familiari, nei quali trascorrere piacevolmente la giornata vivendo un’esperienza innovativa e  coinvolgente di benessere e apprendimento.

Quando: 5/9 settembre 2016 –  h8.30/9.00 fino alle h16.30.

minimo 10 e massimo 25 partecipanti. Non è possibile partecipare a singole giornate.

 

Per informazioni e iscrizioni: Mail info@muse.comune.fi.it

Tel 055-2768224 055-2768558

Nicole e i Trisome Games «Venite tutti a tifare per noi»

A FIRENZE DAL 15 LUGLIO

Corriere Fiorentino3 Jul 2016

Dal 15 al 22 luglio, a Firenze, si disputeranno i «Trisome Games», una vera e propria Olimpiade riservata ad atleti con sindrome di Down, che saranno impegnati in ben nove discipline: atletica, ginnastica artistica e ritmica, futsal, nuoto, nuoto sincronizzato, judo, tennis e tennis da tavolo. I «Trisome Games», che si svolgeranno tra lo stadio Ridolfi, la piscina Costoli, la palestra di Sorgane, la palestra Generale Barbasetti, l’Affrico e il Trisome Village, vedranno la partecipazione di atleti provenienti da tutto il mondo, da ben 35 nazioni. E una delle atlete più attese è la plurimedagliata Nicole Orlando, classe 1993, che durante i Mondiali in Sudafrica del 2015 ha conquistato quattro ori e un argento in cinque discipline diverse: i 100 e 200 metri, il salto in lungo, il Triathlon e la staffetta 4×100. Nelle stesse discipline, e se riesce nell’impresa anche nella staffetta 4×400, Nicole si cimenterà anche a Firenze per provare a fare il bis: «Io e anche gli altri atleti della Nazionale — racconta — ci stiamo allenando molto bene in vista di questa manifestazione importantissima e personalmente voglio fare bella figura. Anche perché questa volta giochiamo in casa e, a tal proposito, faccio un appello ai fiorentini affinché vengano a sostenerci, a fare il tifo. Con il supporto dei tifosi, sarà più facile gareggiare per tutti noi».

La ragazza di Biella, diventata anche una star televisiva grazie alla partecipazione a Ballando con le stelle su Rai 1 (è stata anche ospite sul palco dell’Ariston a Sanremo) sa che ripetersi sarà dura: «Riconfermare le vittorie conquistate in Sudafrica sarebbe bellissimo e io ci spero, ma so che non sarà facile. Cercherò di dare il massimo perché sono una donna che non molla mai».

Una donna di carattere e un’atleta forte, fortissima, che è consapevole di quanto sia emozionante partecipare a un evento come quello dei «Trisome Games»: «Sarà molto bello. Basti pensare che l’anno scorso, in Sudafrica, ai Mondiali di atletica e tennis tavolo, vi parteciparono 10 nazioni e questa volta, invece, saranno più del triplo. Sono sincera, sono molto emozionata, sia perché potrò conoscere tante nuove persone, sia perché sarò

qua il programma della manifestazione http://www.trisomegames2016.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

La settimana di Carey al Meyer, per il nuovo libro

Lo scrittore inglese starà coi bimbi dell’ospedale da lunedì. Oggi al via la sua mostra

Chiara Dino su Corriere Fiorentino

Ha uno sguardo sornione, porta degli occhiali alla Harry Potter ed è dotato di un’immaginazione fuori dal comune. Edward Carey: chi ha dei figli lo conosce già o potrebbe cogliere questa occasione per conoscerlo e dunque leggere i suoi libri. E la cosa vale anche per gli adulti. Perché lui, l’autore della saga degli Iremonger, famiglia inglese dell’Inghilterra vittoriana che vive in un mondo parallelo fatto di oggetti parlanti, discariche e misteri, parla a tutti. Tutta la settimana prossima sarà a Firenze per un progetto che farà parlare di sé, ed è organizzato insieme con la Milanesiana di Elisabetta Sgarbi. Ma non solo. Oggi, dalle 17,30 inaugura alla Tornabuoni Arte Contemporary Art (via Maggio, 58 r), la sua mostra interamente dedicata alle illustrazioni dei suoi Iremonger. Carey, infatti, è uno che i suoi libri li illustra anche, anzi a esser precisi sostiene che i suoi racconti partano proprio dal disegno di un o più personaggi. E prima, alle 16,30, passerà dalla libreria Clichy (via Maggio, 13 r) per firmare l’ultimo volume della saga, Lombra.

L’occasione per la full immersion fiorentina dello scrittore inglese, che qualcuno paragona a Dickens e che in Italia è pubblicato da Bompiani, però arriva a partire da lunedì 4. Quando Carey entrerà all’ospedale Meyer dove starà in residenza per una settimana intera. L’iniziativa s’intitola «Edward Carey incontra Lucy e Clod all’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze» dai nomi degli eroi dei suoi libri, ed è nata su input del presidente del Centro Studi Fondazione Gianpaolo Donzelli e di Elisabetta Sgarbi. Quello che ne verrà fuori sarà probabilmente del materiale per il suo prossimo romanzo. Ma non solo. Perché la sua presenza tra corsie, bimbi, medici, infermieri potrà fare da stimolo per accostarsi alle malattie dei piccoli pazienti con occhio nuovo, dando alla potenza della narrazione, dell’osservazione e dell’ascolto il giusto spazio in un contesto come quello dove a soffrire sono i bambini. « La Pediatria in particolare — è l’idea della fondazione Meyer — è una scienza che si basa su pratiche comunicative e narrative: ascoltare e partecipare alla storia di malattia di un bambino è un aspetto fondamentale della vita professionale del pediatra di ogni giorno. Ed è su questa linea, che prende corpo l’idea della residenza all’interno dell’Ospedale e la scelta di uno scrittore come Edward Carey. Nei suoi libri e nelle sue illustrazioni, dimostra una grande capacità di entrare nei meccanismi di quel mondo che sta tra l’adolescenza e l’essere adulto, cupo, pieno di disagi; di saper esplorare e raccontare il confine tra normalità e patologia». La residenza di Carey nell’ospedale pediatrico fiorentino è in assoluto la prima in contesti simili.

Adolescenti in viaggio da soli: 10 regole per genitori

L’anno scolastico è finito  …ed  anche quest’anno alcuni genitori si troveranno per la prima volta ad affrontare la prospettiva di un figlio che vuole partire senza di loro…

Vi proponiamo alcune regole pubblicate dal settimanale IoDonna elaborate  in relazione alle osservazioni di un esperto

Adolescenti in viaggio da soli: 10 regole per genitori (e figli)I consigli del pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti per gestire i primi viaggi in solitaria dei propri figli – di Benedetta Verrini

Al mare (o in montagna) con mamma e papà? Non se ne parla. Prima o poi il momento del rifiuto arriva per tutti: l’adolescenza incombe, con i suoi tumulti, e tra gli effetti più conclamati c’è la richiesta pressante, da parte dei ragazzi, di trascorrere le vacanze da soli. Può essere già accaduto che abbiano dormito fuori casa, anche più piccoli, in occasione di una gita scolastica o di un campo estivo. Ma come affrontare questa richiesta d’indipendenza nella fase più imprevedibile della loro vita?

Ce lo spiega Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti: «La dimensione del viaggiare in autonomia è un modo per cominciare a conoscere i loro limiti e le risorse che hanno a disposizione, conoscere nuove città, lingue diverse, altre persone. Il viaggio, in questo senso, conta quasi quanto andare a scuola».

Ma in che modo? «Non certo come dei quarantenni con una piena libertà di scelte, di budget e di spostamento -, avverte Novara -. È necessario aiutarli e, come sempre, negoziare per arrivare a una soluzione che sia anche occasione di crescita», avverte l’esperto.

Qual è l’età giusta per mandarli in vacanza da soli?
Non c’è un’età “giusta”, anche se i 15 anni sono il momento in cui, generalmente, i figli iniziano a chiedere maggiore autonomia, desiderano essere più indipendenti durante la giornata e vogliono avere la possibilità di fare uscite serali. È più che possibile, dunque, che lancino la richiesta di fare una vacanza da soli. Bisogna esserne felici e affrontare la cosa con serenità: «Meglio se desiderano scoprire il mondo – , spiega il pedagogista Daniele Novara – . Mi preoccupano di più i tanti ragazzi che non hanno nessuna voglia di uscire, che hanno pochissime amicizie e restano sempre in casa».

Quanta autonomia concedere la prima volta?È importante aiutarli a esplorare il mondo, ma senza lasciare completamente il controllo a loro. «Per chiarire: la vacanza con gli amici nella località balneare, in appartamento, per fare il tour delle discoteche non è assolutamente adeguata per un quindicenne – , chiarisce il pedagogista Daniele Novara -. Questa prima esperienza non può essere all’insegna del “va bene tutto”: a questa età i ragazzi sono pieni di energia, vogliono spaccare il mondo, ma non hanno l’esperienza e le risorse per affrontarlo nella sua complessità e anche, a volte, oscurità».

E se vuole partire da solo con la fidanzatina? In questo caso l’esperto invita alla cautela. «Bisogna riflettere sul tema della promiscuità sessuale precoce. L’intimità tra gli adolescenti non è una gara contro il tempo – , commenta Novara -. Una relazione sessuale precoce è molto a rischio, brucia importanti tappe ed esperienze emotive. Sconsiglierei una vacanza da soli, da coppietta, almeno fino a quando non avranno raggiunto i 17-18 anni».

Potrebbe funzionare un viaggio/campo organizzato? È la soluzione ideale, perché offre un “senso” alla vacanza o all’itinerario, che diventa un’esperienza costruttiva. Esistono centinaia di associazioni che propongono vacanze natura e sport, vacanze linguistiche all’estero, campi archeologici o ambientali, esperienze di musica e teatro. Ricorrere a queste soluzioni può rappresentare un compromesso davvero soddisfacente per i genitori e anche per i ragazzi.

Quante discussioni bisogna aspettarsi? Se pensate che una proposta di vacanza “intelligente” possa bastare, preparatevi alla frustrazione. L’adolescenza è l’età dei conflitti, degli aut aut. Potrebbe non essere facile trovare una soluzione condivisa: è importante che le mamme e i papà si mostrino felici e fiduciosi rispetto al desiderio di indipendenza dei figli, ma stabiliscano alcune condizioni non negoziabili (per esempio: puoi scegliere la destinazione, ma partirai comunque con un viaggio organizzato). Può essere utile mettersi d’accordo con i genitori degli amici con cui vorrebbero partire: si può pianificare insieme una proposta di viaggio, sulla quale si è tutti d’accordo.

E se gli proponessimo un lavoro estivo? Ottima idea: «Che non arrivino a 25 anni senza avere mai lavorato! -, avverte Daniele Novara. L’estate è il periodo ideale per mettersi alla prova, per sentire la responsabilità di un incarico e la gratificazione di aver guadagnato qualcosa». Che sia un impegno di baby sitting, un aiuto al bagnino in spiaggia, un mese in un’azienda agricola, a fare il cameriere in pizzeria o un campo di lavoro organizzato da un’associazione, il lavoro estivo è sempre un’occasione di crescita.

 Con quanti soldi farlo partire? Un’altra scelta fortemente sconsigliata ai genitori è la consegna del bancomat, perché «non deve esserci un budget illimitato, neanche immaginando chissà quali emergenze», dice il pedagogista. Se la vacanza è organizzata da un’associazione o da un ente, vitto e alloggio sono già stati pagati. I soldi in più servono solo per le spese extra o per le uscite facoltative, dunque possono essere facilmente misurati: la capacità di gestire i soldi a disposizione (e di farseli bastare) per l’intero periodo fa parte della “prova” di autonomia.

Quante volte telefonare mentre è in vacanza? La vacanza serve anche per uscire, una volta tanto, dalla “bolla” materna. «Perciò non partono affatto “da soli” se la mamma chiama tre volte al giorno, chatta e chiede foto – , avverte Novara -. Nemmeno se fossero all’estero si sentirebbero “autonomi” in queste condizioni. È necessario imporsi e convenire di chiamare una volta alla settimana, non di più. Se c’è qualche necessità, dovranno essere loro a farsi vivi. È dura, ma è un modo per aiutarli a vivere questo momento dando loro fiducia».

Chi prepara la valigia? «Trovatemi un adolescente che riesce a farsi la valigia da solo e gli farò un monumento!», scherza il pedagogista. Il messaggio è: non fate i bagagli per loro. Tutto quello che possono fare da soli, devono farlo. Magari è ammesso un check finale, giusto per essere certi che abbiano preso cose utili alla vacanza e adeguate alla stagione.

Quali consigli dare prima di partire? Salutarli senza apprensione, ma con fiducia e affetto, è il modo migliore per lasciarli partire verso la prima vacanza della loro vita. «Con l’invito a sfruttare al meglio questo momento, a costruire amicizie, a essere disponibili a imparare, a giocare e divertirsi. E a tenere spenti -per una volta- pc e smartphone per vivere pienamente la realtà», conclude Novara.

http://www.iodonna.it/attualita/famiglie/2016/04/20/adolescenti-viaggio-da-soli-quando-come-e-perche/

 

Generazione Gap Year

Consigli ai genitori e ai ragazzi che dopo la conclusione della scuola superiore vogliono prendersi un anno “sabbatico” all’estero

Riportiamo i suggerimenti contenuti in un interessante articolo sull’esperienza di un anno all’estero sempre più diffusa  anche in Italia tra i giovani che dopo il diploma partono per un’esperienza in altro paese per lavorare , migliorare la conoscenza di una lingua straniera, mettersi alla prova….

Ecco i cinque consigli

  1. Quale progetto, quale paese? Per la scelta della destinazione è importante fermarsi un attimo e riflettere bene su se stessi. Bisogna valutare con attenzione il proprio grado di adattamento e darsi una risposta sincera rispetto alla scelta tra contesti metropolitani o realtà rurali, tra climi temperati e climi molto caldi, tra culture occidentali e culture differenti. Tra il semplice desiderio di affinare una lingua rispetto alla voglia di fare qualcosa di concreto, lavorare, essere agenti di cambiamento, immergersi in una realtà lontanissima. infine: la scintilla deve essere dei ragazzi. Il coinvolgimento dei genitori deve restare in una dimensione di supporto emotivo e fiducia. Inutile imporre esperienze non desiderate o ritagliate su sogni e aspettative che non appartengono ai protagonisti del viaggio.
  2. Informarsi bene per costruire il progetto “giusto” Sono molte le possibilità all’interno di un progetto di gap year: bisogna decidere quanto stare via (da un minimo di uno-tre mesi fino a un intero anno), dove andare, realizzarlo in proprio attraverso il fai-da-te o affidarsi a un’organizzazione (semplicemente linguistica oppure specializzata in esperienze di volontariato internazionale). Oltre alle informazioni istituzionali, è utile partecipare a info-day e ascoltare l’esperienza di chi l’ha già fatto.

3 . Come pagare (o ripagare alla famiglia) il gap year? A seconda del tipo di viaggio che si pianifica, cambiano le spese. I corsi prettamente linguistici, all’interno di un ente o college, sono più impegnativi (una permanenza di 3 mesi in Inghilterra o in Canada può attestarsi intorno ai 5mila euro, voli esclusi). Per ripagare il corso di lingue, in particolare in Inghilterra, è possibile trovare un lavoro part time. «In Gran Bretagna, Irlanda e Australia le scuole hanno job clubs per facilitare l’accesso al lavoro -, spiega Giovanni Moretti di ESL Italia -. Ci sono ragazzi, poi, che per ripagarsi la permanenza nell’ambitissima Australia si trattengono a fine corso a lavorare nelle farm». Un fai-da-te di lavoro e soggiorno può essere più abbordabile, così come un progetto di volontariato internazionale. «Il reperimento del budget necessario è un’esperienza formativa nell’esperienza: ci sono giovani che lavorano e risparmiano già negli ultimi mesi del liceo, ragazzi che organizzano eventi (tornei, concerti) di fundraising», spiega Alice Riva di YearOut.

  1. Meglio studiare e lavorare o semplicemente perdersi, vedere nuovi orizzonti? Questo è un grande dilemma all’interno del gap year. Gli ultimi anni vedono sempre più ragazzi impegnati in un progetto, di studio o lavorativo, più che giovani zaino in spalla alla ricerca di se stessi in giro per il mondo. Il consiglio più frequente è di prolungare il viaggio, alla conclusione del progetto o del corso, e prendersi del tempo per visitare il paese dove ci si trova».
  2. Davvero “fa curriculum”? Il gap year è sicuramente tenuto in considerazione nel curriculm «se viene spiegato bene-, Spiega Riva la responsabile di YearOut -. «È importante sottolineare non solo le capacità linguistiche, ma anche organizzative, di lavoro in team, di leadership acquisite durante l’esperienza. Quando la meta prescelta è particolarmente alternativa e multiculturale, può indicare anche una particolare intraprendenza, curiosità, apertura rispetto alle relazioni e alle sfide professionali».

http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2016/06/07/generazione-gap-year/

di Benedetta Verrini _ IoDonna_ Corriere della sera

 

Molto forte e incredibilmente vicino (il Cinema)

“Utilizzare il linguaggio cinematografico come strumento per stimolare il dialogo all’interno della famiglia”

GIC intervista l’Associazione CO-CO’ che ha ideato la rassegna di film e laboratori per bambini “Cinema in Famiglia” appuntamento domenicale allo Stensen di Firenze.

L’iniziativa dedicata alle famiglie ha proposto da novembre 2015 ad aprile 2016 otto film per genitori con, in contemporanea,  altrettanti laboratori per i figli sul medesimo tema a partire da brani di film di animazione.

L’Associazione offre il primo spazio di coworking con area baby a Firenze, in cui i genitori ritrovano l’accoglienza di una casa e la funzionalità di un ufficio.

1. Quali sono gli obiettivi di questa formula innovativa di intrattenimento che ha proposto laboratori e film su temi quali tra gli altri intercultura, consumi, alimentazione e affettività ?

Utilizzare il linguaggio cinematografico come strumento per stimolare il dialogo all’interno della famiglia. Abbiamo voluto offrire un’occasione unica, rivolta all’intera famiglia, per riflettere su un tema specifico, con attività svolte in parallelo, nello stesso luogo, declinate secondo l’età dei partecipanti: per i grandi la visione di un film e il dibattito a seguire con esperti, per i bambini un laboratorio in cui venivano proiettati estratti da film di animazione, affini alla tematica scelta per gli adulti, e stimolati a riflettere e a confrontarsi sullo stesso argomento attraverso giochi e attività manuali. Centrale nel progetto è la sala cinematografica, in quanto, fin dalle sue origini, è luogo di incontro, di dialogo e di socialità.
Abbiamo infatti pensato che l’attività non si concludesse al termine dell’incontro, ma che tornati a casa adulti e bambini, potessero confrontarsi sullo stesso argomento grazie alle esperienze vissute in parallelo.

2. Le “fonti di ispirazione” della rassegna sono stati determinati film da proporre o piuttosto alcuni temi per i quali avete scelto la proiezione adatta ?

Da un punto di vista operativo, il primo passo è stato quello di scegliere delle tematiche che fossero di valore per le famiglie (integenerazione, affido e accoglienza, alimentazione, ambiente, scuola, gravidanza e maternità, la coppia)  ; successivamente sono stati individuati i film e le attività che meglio potessero essere di aiuto per veicolare il contenuto. Il progetto nasce come un unicuum ed è stato sviluppato grazie alla sinergia tra la Fondazione Stensen e due operatori dell’Associazione Co-Cò Spazio Co-stanza, Ilaria Di Milla e Jacopo Sgroi, professionisti della comunicazione che lavorano nel settore cinematografico oltre ad avere un’esperienza in ambito didattico in progetti legati al cinema e all’infanzia;  hanno sviluppato la proposta dei titoli dei film per la rassegna e gestito i laboratori con i bambini.

3. Quali finalità hanno le attività laboratoriali scelte per i bambini ?

Per i bambini abbiamo scelto quella che riteniamo essere una formula efficace:
“FRUZIONE – AZIONE > RIELABORAZIONE”; da un lato abbiamo il film (FRUIZIONE),  le immagini in movimento, con la loro forza espressiva, capaci di stimolare la fantasia dei piccoli spettatori e di trasmettere un contenuto “alto”, utilizzando il linguaggio filtrato della favola o del racconto di immaginazione; dall’altro, il laboratorio manuale (AZIONE), che segue la filosofia del maestro Bruno Munari dell’imparare facendo; questo ha permesso ai bambini di rielaborare il contenuto veicolato dal film, diventando protagonisti in prima persona di un’azione creativa, confrontandosi contestualmente con gli altri partecipanti del laboratorio, prima di tornare dalle proprie famiglie e confrontarsi infine con loro.

4. Il cinema quindi come mezzo con potenzialità educative per i modelli di comportamento e delle relazioni familiari?

La prima edizione di Cinema in Famiglia ci ha dato conferma del fatto che non si è trattato solo di una rassegna cinematografica ma di un percorso di crescita personale, per adulti e bambini, partendo dall’esperienza cinematografica per diventare esperienza di vita. Il cinema, infatti, ispirando modelli, comportamenti, scelte e visioni del mondo – che non solo rappresentano la vita, ma la trasformano – può incidere profondamente nei processi di apprendimento e crescita di ognuno, anche e soprattutto dei più piccoli.

5. Come si inserisce la rassegna Cinema in Famiglia nelle finalità della fondazione Stensen?

Lo Stensen da sempre cerca di utilizzare il cinema (anche) come spunto di riflessione e confronto, attraverso rassegne tematiche, iniziative singole e con la programmazione giornaliera. La possibilità di costruire assieme all’Associazione Co-Cò uno spazio dedicato al pubblico delle famiglie, con bambini fino ai dieci anni, riuscendo a costruire un percorso parallelo ma separato per genitori e bambini, è stato considerato affascinante fin da subito e tuttora si è convinti che possa essere perseguito con i dovuti aggiustamenti organizzativi. Per come si sta profondamente modificando la fruizione cinematografica questa iniziativa, come altre in ponte, può servire a rafforzare il cinema come momento di incontro, socializzante e collettivo, e come occasione di dialogo e confronto intergenerazionale. L’unica pecca rimane il fatto che la sostenibilità economica di un percorso del genere è assai difficile, viste le risorse che tutti devono mettere in campo.

6. Qual è l’obiettivo della Associazione CO-CO’ nella collaborazione a questa iniziativa?

L’Associazione CO-CO’ pone tra i suoi principali obiettivi: la conciliazione delle esigenze di adulti e bambini in termini di spazi e di tempi; la facilitazione dell’accesso alla cultura da parte di adulti e bambini – partendo dal presupposto che non si può vivere di solo lavoro ;la sensibilizzazione su tematiche di attualità importanti come l’ambiente e i grandi mutamenti sociali (migrazioni, intercultura, integenerazione, ecc.)
Cinema in Famiglia costituisce pertanto uno strumento assolutamente paradigmatico di come questi tre obiettivi prioritari possono essere perseguiti attraverso l’organizzazione di una rassegna capace di mettere insieme il piacere del tempo libero e al contempo la possibilità di informare e sensibilizzare fornendo importanti spunti di confronto a grandi e piccini.

7. Infine un bilancio della prima edizione di Cinema in famiglia : che risposta avete ricevuto in termini di presenze e con quale livello di gradimento ?

Il bilancio è complessivamente positivo, nonostante l’orario della domenica mattina scelto per esigenze di programmazione (e che in inverno ha funzionato bene, ma nelle belle giornate decisamente meno) – c’è stato un buon riscontro da parte del pubblico e diverse famiglie che sono tornate più volte, confermando il gradimento dell’esperienza sia degli adulti che dei bambini.
Un altro apprezzabile segnale di gradimento è costituito dalla partecipazione del pubblico ai dibattiti che seguivano la proiezione del film, infatti a prescindere dal numero delle persone in sala, il confronto tra i relatori e il pubblico è sempre stato molto vivace e riteniamo che proprio questo confronto abbia un elevato valore sociale per la capacità di informare e sensibilizzare su tematiche di attualità molto importanti in uno spazio, il cinema, e in un momento, la domenica, dedicati al tempo libero.
Vedere tornare i bambini è stato un segnale importante per capire che, al di là dei titoli proposti e che molte volte i bambini già conoscevano, i temi erano trattati con l’approccio giusto e la familiarità con gli operatori ha permesso loro di fare un vero e proprio percorso di crescita.
Il limite principale, ad oggi, risiede senz’altro nella difficoltà di poter garantire la sostenibilità economica della rassegna.

8. Il riscontro positivo comunque vi orienta a proporre una nuova edizione. Ci sono novità che state pensando per la prossima programmazione?

La seconda edizione si terrà fine settembre/inizio ottobre 2016 a fine febbraio/inizio marzo 2017, ogni 3 settimane.
Il luogo è ancora in via di definizione, l’idea è quella di cambiare giorno spostando la rassegna al pomeriggio della domenica o del sabato, e questo anche in base alle osservazioni arrivate – tramite social e sito – dai nostri potenziali utenti.
Stiamo anche verificando la possibilità di avere finanziamenti ad hoc e patrocini tali da poter garantire la diffusione dell’evento su più larga scala.

Arrivederci a settembre con Cinema in Famiglia!

Nomadi e hi-tech il mondo Millenials tra ideali e internet

Dalle interviste ai toscani emerge la fotografia di una generazione molto attenta al sociale

LAURA MONTANARI pubblicato su http://firenze.repubblica.it/cronaca/

Più riformatori che rivoluzionari, più viaggiatori che idealmente nomadi. Quasi mai proprietari di qualcosa — tipo una casa o una macchina — , quasi sempre fruitori, inquilini di passaggio: insomma sono la generazione che passa dal possesso all’accesso. Eccoli qui i Millenials, cioè quelli che vanno dai 18 ai 35 anni «la generazione più istruita della storia, quella che conosce l’inglese, che viaggia, che capisce la tecnologia e sa usare internet». La più internazionale, la meno affezionata ai confini, la più esposta ai venti della precarietà sul fronte del lavoro.

Esce dai fogli di uno studio — sui valori e non sui comportamenti — commissionato dalla Coop (più precisamente dall’Associazione delle Cooperative di Consumo del Distretto Tirrenico) e affidato alla società torinese Kkienn Connecting Customers and Companies. Il lavoro sarà presentato nel dettaglio domani pomeriggio all’Impact Hub di via Panciatichi a Firenze (a partire dalle ore 17,30). La ricerca è stata realizzata con sette focus group e una indagine web che ha coinvolto 600 giovani (18-35 anni) e 400 adulti in Toscana e in Umbria. Il confronto è fra i Millenials e quelli che li hanno preceduti, Generazione X (35-50 anni) e Baby Boomers (50-65).

«La rotta dei Millenials è segnata da due valori vettoriali — spiega Massimo Di Braccio, direttore di Kkienn ed ex docente dell’università di Torino — , le metamorfosi contro la conservazione e il sociale contro il privato». Quello che cercano i Millenials è «la felicità oggi, adesso, praticabile, individuabile e (possibilmente) per tutti, basata sulla capacità di adattarsi, cambiare, imparare, cogliendo le opportunità offerte dalla modernità: la possibilità di viaggiare ed emigrare, — riprende il ricercatore — di integrarsi e confrontarsi con popoli e culture, vivere la tecnologia digitale, espandere i diritti delle persone e le libertà individuali».

Dalle interviste ai giovani toscani emerge la foto di un’attenzione particolare al sociale: se i Baby Boomers invecchiando si sono chiusi nel privato, fra radici e identità, i Millenials al contrario sono aperti al mondo non tanto in direzione dei valori comunitari, quanto piuttosto nelle relazioni. «Possono sembrare in contrasto — riprende Di Braccio — ma i temi che stanno a cuore a questa generazione a cavallo fra i due secoli sono famiglia e libertà. Accettano i cambiamenti, le migrazioni, si schierano per l’espansione dei diritti».

La Coop è interessata a esplorare i loro stili di vita e i valori guida anche in relazione ai consumi. Così domani la presentazione della ricerca “Millenials. Le sfide, i valori, il ritratto del mondo che verrà” diventerà anche un momento di analisi e di confronto a cui parteciperanno il presidente dell’Associazione Coop di Consumo del Distretto Tirrenico, Stefano Bassi, il docente della Cattolica di Milano Alessandro Rosina (autore del libro “Neet” sui giovani che non studiano e non lavorano) e Luigi Cavallito autore di un singolare progetto: il giro del mondo in ottanta giorni per raccontare

i suoi coetanei a varie latitudini e poter rispondere dall’interno della categoria alla domanda: chi sono i Millenials? Chi sono questi giovani che si dibattono fra lavori precari e mondo allargato, fra leggerezza e velocità, «surfisti capaci di cavalcare l’onda di un mare sempre più mosso senza farsi travolgere»? Alle 21 interverrà anche il rettore dell’università di Firenze Luigi Dei intervistato dal direttore di Rtv38 Francesco Selvi.

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