Vi svelo la cospirazione dell’arte contemporanea

Per dimenticare la Brexit, sono andato a conoscere il nuovo edificio della Tate Modern a Londra e, come mi aspettavo, ci ho trovato l’apoteosi della civiltà dello spettacolo. Sta avendo un grande successo: nonostante fosse un giorno feriale, era pieno di gente; molti turisti, ma la maggioranza mi è sembrato che fossero inglesi e, soprattutto, giovani. Al terzo piano, in una delle grandi e luminose sale di esposizione, c’era un manico cilindrico, probabilmente di scopa, cui l’artista aveva tolto le setole di saggina o di nylon che l’avevano resa funzionale – come oggetto quotidiano per le faccende domestiche – e lo aveva dipinto minuziosamente di verde, blu, giallo, rosso e nero, in serie che seguivano più o meno questo ordine, ricoprendolo interamente. Intorno al manico, una corda formava un rettangolo che impediva agli spettatori di avvicinarvisi troppo e di toccarlo. Lo stavo contemplando quando mi sono trovato circondato da un gruppo scolastico, bambini e bambine in uniforme blu, indubbiamente rampolli di famiglie benestanti che frequentano una scuola privata e che una giovane professoressa aveva portato lì, per fargli conoscere l’arte moderna.

Mario Varga Llosa su La Repubblica.it 07.30.2016 http://bit.ly/2bzE6SE

Lo faceva con entusiasmo, intelligenza, convinzione. Magra, aveva degli occhi molto vivaci e parlava un inglese molto chiaro, magistrale. Sono rimasto lì, in mezzo a quel capannello, fingendomi assorto nella contemplazione del manico di scopa, ma, in realtà, per ascoltarla. Si aiutava con degli appunti che, evidentemente, aveva preparato coscienziosamente. Diceva agli scolari che questa scultura, o oggetto estetico, andava situata, per apprezzarla come si deve, all’interno della cosiddetta arte concettuale. Che cos’è? Un’arte fatta di concetti, di idee, vale a dire di opere che intendono stimolare l’intelligenza e l’immaginazione dello spettatore prima che la sua sensibilità possa veramente godere del dipinto, della scultura o dell’installazione che ha davanti ai suoi occhi. In altre parole, ciò che vedevano lì, appoggiato a quel muro, non era un manico di scopa dipinto con diversi colori, ma un punto di partenza, un trampolino, per arrivare a qualcosa che, adesso, loro stessi dovevano costruire – o forse sarebbe meglio dire scrutare, dissotterrare, rivelare – grazie alla loro fantasia e alla loro inventiva. Vediamo, allora, a chi di loro quell’oggetto suggeriva qualcosa?

I bambini e le bambine, che l’ascoltavano con attenzione, si scambiavano degli sguardi e delle risatine. Il lungo silenzio fu rotto da un bambino lentigginoso e dai capelli rossi con una faccetta furba: «Forse i colori dell’arcobaleno, Miss?». «Bene, perché no?», rispose la Miss,

prudentemente. «Qualche altra impressione o osservazione? ». Nuovo silenzio, risatine e gomitate. «Harry Potter volava su un manico di scopa che somigliava a questo», sussurrò una bambina, diventando rossa come un gambero. Ci furono delle sghignazzate, ma la professoressa, gentile e pertinace, li rimproverò: «Tutto è possibile, non ridete. Forse l’artista si è ispirato ai libri di Harry Potter, chissà. Non inventate tanto per inventare, concentratevi sull’oggetto estetico che avete davanti e chiedetevi che cosa nasconda in sé, quali idee e suggestioni ci siano in esso che potreste associare a cose che ricordate, che vi ritornano in mente grazie ad esso».

Poco a poco, i bambini si sono fatti coraggio e hanno cominciato a improvvisare e, mentre alcuni sembravano seguire le istruzioni della Miss e proponevano interpretazioni che avevano qualche relazione con il manico di scopa dipinto, altri giocavano o volevano far ridere i compagni dicendo cose assurde o insolite. Un bambino cicciottello molto serio ha assicurato che quel manico di scopa gli ricordava sua nonna, un’anziana che, nei suoi ultimi anni, si trascinava sempre con l’aiuto di un bastone per non inciampare e cadere. Col passare dei minuti, la mia ammirazione per la professoressa aumentava. Non si è mai abbattuta, non li ha mai presi in giro, né si è arrabbiata nell’udire le sciocchezze che le dicevano. Si rendeva perfettamente conto che, se non tutti, la maggior parte dei suoi alunni aveva ormai dimenticato il manico di scopa e l’arte concettuale, e distraeva la sua noia con un giochetto del quale lei stessa, senza volere, gli aveva dato la chiave. Uno dopo l’altro, con eroica tenacia, ascoltava con interesse tutto, spiritoso o strampalato che fosse, e riportava i bambini all'”oggetto estetico” che avevano davanti, spiegando loro che ora certamente capivano, per tutto quello che stava accadendo, come quel cilindro di legno decorato con quei colori intensi avesse aperto in ognuno di loro una paratia mentale da cui uscivano idee, concetti, che li riportavano al passato per poi farli risalire al presente e attivava la loro creatività rendendoli più permeabili e sensibili all’arte dei nostri giorni. Un’arte che è diametralmente diversa da ciò che era bello o brutto per gli artisti che dipinsero i quadri dei classici che avevano visto pochi mesi prima nella visita alla National Gallery.

Quando la perseverante e simpatica Miss si è portata via i suoi alunni per portarli ad esplorare, in quella stessa sala del nuovo edificio della Tate Mo- dern, un labirinto di stuoie di Cristina Iglesias, sono rimasto ancora per un po’ davanti a questo “oggetto estetico”, il manico di scopa dipinto da un artista il cui nome ho deciso di non scoprire; non ho nemmeno voluto sapere il titolo con cui aveva battezzato la sua “scultura concettuale”. Pensavo alla difficile impresa di quella professoressa: convincere quei bambini che quell’oggetto rappresentava l’arte del nostro tempo, che in quel manico dipinto c’era tutta quella somma di cose che compongono un’opera d’arte genuina: artigianato, abilità, inventiva, originalità, audacia, idee, intuizioni, bellezza. Lei era convinta che fosse così, perché altrimenti le sarebbe stato impossibile affrontare con tanto impegno quello che faceva, parlando ai suoi alunni e ascoltando le loro reazioni con tanta gioia e sicurezza. Non sarebbe stata una crudeltà farle sapere che ciò che faceva, in fondo, con tanta dedizione, ingenuità e innocenza, non era altro che contribuire a un imbroglio monumentale, a una sottilissima congiura poco meno che planetaria su cui gallerie, musei, illustrissimi critici, riviste specializzate, collezionisti, professori, mecenati e mercanti sfacciati si sono messi d’accordo per ingannarsi, ingannare mezzo mondo e, di passaggio, permettere che pochi si riempissero le tasche grazie a una simile impostura? Una straordinaria cospirazione della quale nessuno parla e che, tuttavia, ha trionfato su tutta la linea, tanto da essere irreversibile: nell’arte del nostro tempo, il vero talento e la più cinica furbizia coesistono e si mescolano in modo tale che non è più possibile separare né distinguere l’uno dall’altra. Queste cose sono sempre avvenute, non c’è dubbio, ma allora, oltre a queste, c’erano certe città, certe istituzioni, certi artisti e certi critici che resistevano, che affrontavano la furbizia e la menzogna, le denunciavano e le sconfiggevano. Facevano parte di quell’élite demonizzata che la correttezza politica della nostra epoca ha messo al muro. Che ci abbiamo guadagnato? Quello che ho davanti: un manico di scopa con i colori dell’arcobaleno che assomiglia a quello con cui Harry Potter vola tra le nuvole.

© Mario Vargas Llosa, 2016 World Press Right in all the languages reserved to Ediciones El País, S. L. ( Traduzione di Luis E. Moriones)

Irlanda, vacanza-studio con mio figlio

I consigli di una giornalista di iodonna in viaggio con il figlio tredicenne tra una scuola d’inglese e un summercamp. Alle prese con le stranezze e le abitudini di un paio di host family non sempre portate… all’ospitalità

Farian Sabahi con il figlio

Farian Sabahi con il figlio Atesh

Rientrati alla base, dopo due settimane di vacanza studio in Irlanda, regione sud-occidentale. La prima settimana frequentando una scuola di inglese a Killarney, nel famoso Ring of Kerry: al mattino corso di inglese, al pomeriggio attività sportive tra cui il calcio gaelico, l’arrampicata nella palestra di Dingle, in bicicletta nel parco nazionale, in barca fino all’isolotto nel lago, in gita nel variopinto paesino sul mare.

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Il porto di Dingle

Seconda settimana in un summercamp nella splendida baia di Kenmare. Ecco qualche consiglio, tenendo presente che ho accompagnato mio figlio tredicenne, che in prima battuta doveva andare con un amico che all’ultimo momento ha… dato buca.

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Killarney la domenica pomeriggio

1) Bisogna vestirsi a strati. L’Irlanda è molto verde, tranquilla. Non c’è delinquenza e la gente del posto è ospitale. Le condizioni climatiche cambiano velocemente: ci si sveglia con il sole, a pranzo tira vento, poi scende una pioggia sottile e nel tardo pomeriggio si annuvola. Come amano ripetere gli irlandesi, “quattro stagioni in un solo giorno”.

2) L’Irlanda è più economica dell’Inghilterra: il corso di inglese al mattino più le attività al pomeriggio costano 400 euro a settimana, a cui bisogna aggiungere 200 euro per vitto e alloggio in famiglia. Le due settimane costano quindi 1200 euro, oltre al volo (da Torino siamo andati a Londra Stansted e lì abbiamo preso la coincidenza per il piccolo aeroporto di Kerry, da Milano si può volare direttamente da Orio al Serio a Cork). Con Ryanair si riesce ad andare e tornare con un centinaio di euro, ovviamente prenotando per tempo. Tenendo presente che per mandare i ragazzini da soli devono aver compiuto i sedici anni. Vale comunque la pena organizzarsi da sé perché si spende, per due settimane, cinquecento euro meno rispetto ai gruppi (i ragazzi di Treviso che erano con noi hanno speso 1800 euro per le due settimane, viaggio aereo incluso).

3) L’esperienza in famiglia non è sempre positiva (noi ne abbiamo cambiate due). Verificare al più presto se potete avere le chiavi di casa (in genere non le danno). La regola è che, se accompagnate i vostri figli, dovete uscire di casa anche voi alle 8:45 del mattino e rientrare nel pomeriggio, ad attività concluse. Le famiglie sono sparpagliate sul territorio e molto spesso in mezzo alla campagna: impossibile muoversi in modo autonomo, anche perché i mezzi pubblici non garantiscono un servizio accettabile.

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Il frigorifero di una delle host family (foto Farian Sabahi)

4) Siate consapevoli che l’Irlanda è meta di migliaia di turisti, soprattutto italiani e spagnoli. La gente del posto è abituata agli stranieri ma non a viaggiare, nemmeno nel loro stesso paese. La nostra host family, per esempio, non era mai stata nel nord-ovest dell’Irlanda, a quattro ore di auto da casa loro. E la geografia non è il loro forte: quando ho detto che Torino non è lontana da Milano mi è stato chiesto se Milano fosse… in Spagna. Il livello di conversazione rischia, di conseguenza, di essere estremamente limitato.

5) Non aspettatevi di essere coinvolti dalla famiglia che vi ospita in una qualche attività: se vi ospitano non è per simpatia ma solo perché il vostro denaro li aiuta a far quadrare il bilancio famigliare. Di conseguenza, non chiedete più di quanto stipulato sul contratto con la scuola di inglese. E non stupitevi se i padroni di casa conducono una doppia vita: una sala per gli ospiti, e una sala per loro (con la porta chiusa). Oppure il piano terra comune e il primo piano (inaccessibile) per la famiglia. Non è cattiveria, solo un modo per sopravvivere al continuo andirivieni di sconosciuti.

6) Date ai vostri figli il telefono cellulare con un abbonamento internazionale: è fondamentale per contattarli e per fare in modo che la famiglia che li ospita sia in grado di andarli a prendere al punto di incontro e, per esempio, quando scendono dal bus che li riporta dalle attività pomeridiane.

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Arrampicata al summer camp (foto Farian Sabahi)

7) Se dopo un anno di scuola i vostri figli sono esausti, scegliete un’opzione con attività miste: corso di inglese al mattino e attività sportive al pomeriggio. Abbiate cura di verificare che le attività pomeridiane siano condotte da membri dello staff in lingua inglese (noi ci siamo ritrovati con centinaia di ragazzini italiani e spagnoli e solo due accompagnatori: la loro ultima preoccupazione era chiacchierare con gli ospiti stranieri, la priorità era non perderne qualcuno per strada!).

prosegue su IO DONNA

Condividi la tua timidezza. Puoi vincerla

Scuola, famiglia, gruppo, relazioni: con l’hashtag #GrowingUpShy migliaia di ragazzi raccontano su Twitter i loro problemi

«Le persone introverse sanno entrare in sintonia con il loro mondo interiore, per questo spesso producono capolavori”

di Federica Colonna La Lettura Corriere della Sera Jul 2016 immagine di Carlotta Montagna “lamamma _tapirulan”

Crescere può essere difficile. Per un timido ancora di più. Lo raccontano le migliaia di persone che su Twitter hanno scelto di condividere le proprie esperienze di bambini e adolescenti introversi con l’hashtag #GrowingUpShy — crescere timidi, appunto — entrato il primo luglio nella lista dei trending topic, i contenuti più virali sul social network. Già diffusissimo lo scorso anno, e secondo la Bbc lanciato dall’account @3rdborndavis, oggi non più attivo, l’hashtag è una variazione di #GrowingUpBlack, con cui un gruppo di utenti Twitter ha cominciato a raccontare la vita degli afroamericani. È stata poi la volta di #GrowingUpHispanic (ispanici), #GrowingUpArab (arabi), fino a #GrowingUpPoor (poveri) e #GrowingUpPretty (belli).

Il passo dal racconto dell’identità etnica a quello di una condizione economica o estetica, insomma, è stato breve: anche utenti noti come la Vine star @FreddyAmazin o l’account @RelatableQuotes, dedicato a rilanciare messaggi sulla vita quotidiana, hanno cominciato a postare tweet sull’ansia e la vergogna di interagire con gli altri. E sono stati condivisi più di 25 mila e di 11 mila volte ciascuno, contribuendo così ad animare una conversazione globale.

Perché la timidezza non è un tabù e, al contrario, la proviamo più o meno tutti. Lo scrive Bernardo J. Carducci, direttore dell’Indiana University Southeast Shyness Research Institute, secondo il quale le ricerche condotte negli ultimi vent’anni segnano una chiara tendenza: l’incidenza della timidezza è in aumento e niente fa pensare a un’inversione di rotta.

Colpa anche della nostra dieta tecnologica e del clima culturale in cui viviamo. «Perdiamo presto la pazienza — ha spiegato il professore — perché siamo cresciuti con l’abitudine a eventi che accadono sempre più velocemente».

Così siamo diventati intolleranti di fronte a chi impiega più tempo per scaldarsi e i timidi sono i primi a soffrirne. Anche se, avverte Carducci, la timidezza non è né una malattia né un’allergia al genere umano. Ne è convinta, per esempio, Susan Cain, autrice di Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (Bompiani). Anche se timidezza e introversione non sono la stessa cosa — la prima, spiega, è la paura del giudizio sociale mentre la seconda riguarda il fatto di sentirsi meglio in contesti tranquilli — hanno un tratto in comune: il distacco sociale, che spesso penalizza chi lo prova.

Le persone estroverse, infatti, sono considerate più intelligenti anche se, avverte Cain, non c’è nessuna vera connessione tra una buona chiacchiera e una buona idea. Anzi. «Alcune delle migliori invenzioni e delle più grandi opere d’arte — scrive — dalla teoria della evoluzione ai girasoli di van Gogh, sono nate dalla testa di persone introverse che sapevano entrare in sintonia con il loro mondo interiore per trovarci dentro grandi tesori». Le guance rosse, però, non vengono solo agli intellettuali ma anche ai leader politici. Barack Obama sarebbe un introverso, ha scritto David Brooks del «New York Times», e anche Hillary Clinton non spicca per socievolezza. «Sono una estroversa-introversa», ha dichiarato alla Cnn. Nulla di strano.

Secondo Dan Goleman, psicologo e giornalista, infatti, leader non si nasce, ma si diventa, e anche i timidi possono farcela. Insomma, il mondo può essere degli introversi, a patto che si dichiarino. Perché la «cura» alla timidezza non è dentro di noi, ma fuori. Nelle storie degli altri: divertenti, ironiche e buffe proprio come le nostre brutte figure.

Il fascino del gioco in aumento tra giovani e bambini- Lo scenario

Aumentano i giovani che provano l’esperienza della scommessa.  Più che l’attrazione della vincita e del denaro secondo gli esperti il richiamo più forte proprio è la possibilità di trascorrere più tempo giocando

Ragazzi prigionieri dell’azzardo (ma senza l’esca della vincita) di Ruggiero Corcella – corriere.it

Dal gambling al gaming, il passo è breve: nei prossimi cinque anni, il nuovo paradigma della dipendenza da gioco per i ragazzi in età scolare non sarà più – o soltanto – l’alea, l’azzardo per vincere soldi, quanto il gioco in sé. Ne è convinta Sabrina Molinaro, responsabile della Sezione di Epidemiologia e Ricerca servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica-CNR Pisa, che dal 2008, attraverso gli studi IPSAD e ESPAD, monitora l’andamento delle dipendenze in Italia. «L’attenzione dei ragazzi si sta spostando sempre di più sulle app di gioco da utilizzare sui telefonini. Non si vincono soldi, ma la possibilità di giocare per più tempo». Si tratta del cosiddetto gioco con ticket redemption, dove la vincita consiste appunto in ticket (biglietti) che possono successivamente essere convertiti in premi. Il fenomeno è già stato segnalato in passato. In base alle previsioni degli esperti, tuttavia, adesso rischia di esplodere. La tipologia degli strumenti di gioco utilizzate varia dalle app di telefonini e tablet, alle macchinette del tutto simili alle slot machine che ormai popolano anche aree apposite nei centri commerciali. I produttori di questi dispositivi le definiscono di «puro intrattenimento» e sottolineano che si servono dei ticket come per una normale raccolta punti. Insomma nient’altro che un modo per fidelizzare i clienti.

Slot machine per bambini

«Ma perché un minorenne dovrebbe giocare alle slot?» si chiede Matteo Iori, presidente del Coordinamento Nazionale Gruppi per Giocatori d’Azzardo (Conagga) e dell’associazione Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia. «Eppure se facciamo una ricerca su un app store, inserendo le parole “slot machine” troveremo circa 2.200 app gratuite da scaricare. Se poi digitiamo “slot machine e bambini”, è possibile scaricare app pensate per bambini dai 4 agli 8 anni. Sono legali, non si vince denaro. Da un punto di vista culturale, però, questo dice qualcosa, perché da grande quel bambino si avvicinerà alle slot nei bar con una familiarità maggiore di quella di chi non ha mai giocato. Quindi non stupisce che i ragazzini giochino e noi lo constatiamo in moltissime scuole». Lo studio ESPAD Italia, realizzato nel 2015, ha evidenziato che il 49% degli studenti di 15-19 anni ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita e il 42% lo ha fatto nell’anno antecedente la rilevazione. Fino al 2013, le percentuali erano rimaste invariate per il gioco nella vita (con prevalenze del 51-52%) e fino al 2011 per quelle riferite all’anno precedente a quello di rilevazione (47%). Nel 2014, addirittura, la prevalenza del gioco nella vita era scesa al 47% e quella riferita all’anno al 39%. L’anno scorso, dunque, si è registrato un aumento. Sessantamila ragazzi in più hanno detto di aver giocato, il 42% della popolazione studentesca, cioè 1 milione di giovani.

Inversione di tendenza

«La percentuale rilevata preoccupa – sottolinea Sabrina Molinaro, che ha presentato i dati a fine giugno nell’ultima riunione dell’Osservatorio Nazionale contro il gioco d’azzardo -, anche perché fa segnare un’inversione di tendenza per la prima volta dopo cinque anni». Per avere la certezza di questo cambiamento di rotta sarà necessario aspettare i dati consolidati del 2016 e del 2017. Il campanello d’allarme comunque resta e non va sottovalutato. «Come associazione Centro Sociale Papa Giovanni XXIII abbiamo fatto un progetto con il Ministero dell’Istruzione – aggiunge Matteo Iori -, andando a parlare nelle scuole, dalle medie alle prime classi delle superiori. Abbiamo incontrato tanti giovani e ho visto esattamente qual è il loro grado di vicinanza ai giochi d’azzardo. In teoria non dovrebbero neanche conoscerli perché sono vietati a ai minorenni. In pratica, la stragrande maggioranza ha già giocato d’azzardo almeno qualche volta e l’ha già fatto soprattutto con i giochi che non destano particolare allarme sociale da parte degli adulti come ad esempio il Gratta e vinci, il Lotto e il Super Enalotto , anzi a volte anche con l’accompagnamento “culturale” dei genitori».

Maggiore consapevolezza

«Dopo decenni di “martellamento” pubblicitario, la crescita del gioco e la diffusione di proposte di gioco d’azzardo in ogni luogo – aggiunge Iori -, credo però ci vorrà del tempo prima che i genitori si rendano conto di quanto possa essere importante anche il loro esempio». Sembra tuttavia di percepire qualche timido segnale di una maggiore consapevolezza dei pericoli che il gioco d’azzardo comporta nello sviluppo dei ragazzi, sia da parte dei genitori che degli esercenti. Resta da superare anche l’ambiguità di fondo dello Stato, che continua a operare in evidente “conflitto di interessi”: dal gioco d’azzardo legalizzato, l’erario ha incassato 9 miliardi nel 2015, su un totale di 88 miliardi spesi dalle famiglie italiane, e non è in grado di rinunciare all’introito. D’altro canto, all’interno della Legge di stabilità sono stati destinati dal fondo sanitario 50 milioni di euro per intervenire sulla patologia del gioco.

Genitori che tifano troppo

Insulti e risse alle gare, ansia e pressioni a casa. Così le ambizioni e gli errori dei grandi spesso rovinano ai figli il divertimento

Testo e foto di A. Gandolfi  pubblicato su Repubblica

In Inghilterra durante le partite dei bambini distribuiscono lecca lecca ai genitori. Per farli stare zitti. Le chiamano Silent Sundays, le domeniche silenziose. E dei fine settimana in silenzio ci vorrebbero anche da noi, visto quel che succede a bordo campo quando mamma e papà aprono bocca: insulti agli avversari e agli arbitri, contestazioni all’allenatore, spintoni, schiaffi, risse. L’apice della follia si toccò qualche anno fa a Terracina, quando un padre estrasse la pistola e la puntò sui genitori della squadra avversaria. Malcostume in aumento, a leggere le cronache dei campionati giovanili. Prendiamo i primi sei mesi del 2016. Gennaio: Modena, rissa fra genitori, due di loro interdetti dai campi per un anno. Febbraio: Olbia, baruffa tra papà e dirigenti sportivi. Marzo: Inveruno (Milano), allenatore picchiato da quattro genitori. Aprile: Pioltello (Milano), dopo gli scontri porte chiuse per le gare casalinghe di due squadre. Maggio: Biella, gazzarra scatenata dai genitori e gara sospesa. Giugno: Perugia, finale terminata a urla e schiaffi.
«È una tendenza preoccupante». «Un tema caldissimo ». «Una piaga». Le associazioni sportive – Coni e Figc in testa – fanno a gara a chi stigmatizza di più. Ma la questione è: come ci siamo arrivati? Cosa può trasformare un’amorevole mamma in un esagitato tifoso da curva sud, o un padre responsabile in un ultrà picchiatore? «È un fenomeno nuovo e i motivi sono due», spiega Roberto Mauri, psicologo, formatore sportivo per il Centro Sportivo Italiano. «Lo sport negli ultimi anni ha cambiato dna, è diventato sempre più business, spettacolo, evento sociale, quello che viene chiamato sportainment. Nel frattempo è cambiata la famiglia, la natalità si è contratta e molti genitori oggi hanno un solo figlio. Detto brutalmente, hanno un solo colpo in canna e non possono sbagliarlo. Così su quell’unica creatura, proiezione sociale di madre e padre, s’investe emozionalmente tantissimo. Questi due elementi insieme sono nitroglicerina». Dell’argomento Mauri si occupa da anni, nel 2013 ha scritto un libro che continua a presentare in giro per l’Italia, Genitori a bordo campo (In Dialogo editore): «I Silent Sundays», aggiunge lo psicologo, «hanno dimostrato che senza urla i bambini giocano meglio, più sereni e concentrati. E lo farei sapere anche a tanti allenatori».
Pasolini aveva ragione, nella nostra epoca il football è rimasto l’ultima vera rappresentazione sacra. Rito quasi religioso, esaltazione collettiva, metafora della vita (e della guerra), alimenta identità e assorbe frustrazioni. Ma quando gli adulti portano tutto questo nel terreno di gioco dei bambini, commettono un peccato grave. «A volte, guardando le partite di mio figlio», confida l’ex calciatore Damiano Tommasi, «ho come la sensazione che il mondo dello sport giovanile, soprattutto del calcio, sia fatto dagli adulti a uso degli adulti. Manca la prospettiva dei bambini, ridotti a semplici comparse». Un mondo dai valori ribaltati dove il protagonista è il genitore con le sue urla, tensioni e aspettative, con la sua visione esasperata della competizione e della sconfitta come complotto o colpa di qualcun altro. «Avrò avuto 14 anni», ricorda Tommasi, oggi presidente dell’Associazione italiana calciatori. «Durante una partita, a dieci minuti dalla fine, l’allenatore chiese a un mio compagno seduto in panchina di entrare in campo. Lui si rifiutò, papà da dietro la rete gli urlava «Non entrare! O ascolti l’allenatore o ascolti me». Un episodio che non ho mai dimenticato».
La chiamano “sindrome dell’atleta frustrato”. Quella di chi cerca una rivincita attraverso il figlio visto come prolungamento di sé, proietta desideri insoddisfatti motivandolo esageratamente, fino all’umiliazione. È il caso del tennista André Agassi, che ha raccontato nel bestseller Open le pressioni subite dal padre. Mike il tiranno, ex pugile mediocre, obbligava il figlio a lunghe ore di allenamento quotidiano e nel suo libro-risposta Indoor scrive che non se n’è pentito: «Sì, sono stato duro e severo», ha detto a Emanuela Audisio su Repubblica. «Ma gli allenatori amano per contratto. Io ho amato Andrè per sangue e l’ho aiutato a vincere. Il mio peccato resta quello». Certo, a volte si esagera, come quel papà di Treviso che anni fa costringeva il figlio nuotatore 14enne perfino ad assumere creatina e aminoacidi: denunciato dagli amici, ha patteggiato due anni di reclusione e il ragazzo è stato affidato ai servizi sociali. Le conseguenze possono essere gravi. Iperprotetto “per il suo bene”, il giovane non riconosce gli errori, non cresce e non matura, sentendosi accettato solo se vincente. Lo sport diventa fonte d’ansia e paura: un obbligo che porta esasperazione, ribellione, abbandono precoce dell’attività. «Tranquillo, a motivare il ragazzo ho pensato io: gli do 20 euro a ogni gol». La frase è stata pronunciata davvero, insieme ad altre centinaia sullo stesso tono raccolte due anni fa da Fabio Benaglia nel libro Mio figlio è un fenomeno (Il Ponte Vecchio). Un bestiario da cabaret, se non fosse tutto vero.
Esempi? Un papà all’allenatore: «Cassano all’età di mio figlio non era così forte». Un altro papà: «Gli ho parlato dopo l’espulsione: gli ho fatto capire che se l’arbitro è un cretino non è colpa sua». Una mamma: «Ieri sera è tornato a casa e ha starnutito quattro volte di fila. No, voglio dire: ma cosa gli fate?». Un’altra: «Dove la trovo una fascia di capitano? Volevo comprarne una a mio figlio. Ho provato in cinque negozi…». Una mamma digitale: «Su Youtube ho visto Messi che palleggiava con un limone, una mela e una banana. In allenamento voi quello non lo provate mai?».
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Estate in città – molte le iniziative organizzate dai Quartieri

A Firenze anche per il mese di luglio sono in programma varie occasioni di svago ed eventi culturali per tutta la famiglia

oggi e nei prossimi giorni:

  • Quartiere 4 Parco di Villa Vogel – Spazio Eventi ore 21.15

mercoledì 13 Garrisca al vento! Talk show divertente che ripercorre la storia della Fiorentina

venerdi 15 – Firenze Mon Amour Musica popolare fiorentina

  • Sede del Q1, Piazza Santa Croce 1

giovedì 14 alle 16 Inaugurazione Mostra fotografica, Anche io sono Fiorentino Ritratti di studenti stranieri che hanno scelto Firenze come luogo dove vivere e studiare. (aperta fino al 29 luglio)

segnaliamo inoltre nella rassegna Estate al centro del mondo del quartiere 1

SABATO 16 ore 9.30 Sulle tracce dei viaggiatori Percorso guidato attraverso il Quartiere di Santa Maria Novella crocevia di culture

SABATO 23 ore 9.30 Mercato, cibi e culture Percorso guidato attraverso il Quartiere di San Lorenzo alla scoperta di cibi e culture di altri paesi.

A cura di OXFAM FIRENZE

per il calendario completo degli eventi :

QUARTIERE 1 – CENTRO STORICO

Estate al centro del mondo Musica, danza, cinema, teatro, percorsi e visite

http://q1.comune.fi.it/export/sites/q1/materiali/q1/vita_q1/Estate_Centro_Programma.pdf

QUARTIERE 2 – Campo di Marte -Bellariva

Estate al 2 http://q2.comune.fi.it/export/sites/q2/materiali/flyer_arrivabenex2x.pdf

QUARTIERE 4 – Isolotto- Legnaia

L’ESTATE 2016 SI PASSA AL FRESCO

http://q4.comune.fi.it/export/sites/q4/materiali/ESTATE_A_VILLA_VOGEL.pdf

QUARTIERE 5 – Rifredi

http://q5.comune.fi.it/export/sites/q5/materiali/eventi/IMG-20160609-WA0012.pdf

Campus nei Musei Civici Fiorentini 5/9 settembre

Invito ai bambini dai 6 ai 10 anni!

Alla scoperta dei musei della città – Una settimana per sentire i musei come “casa”, apprezzarne i capolavori e conoscerne ogni segreto.Museo di Palazzo Vecchio, Museo Novecento, Complesso di Santa Maria Novella, Museo Stefano Bardini, Forte di Belvedere (appuntamento a Palazzo Vecchio)

Durante i campus i bambini potranno vivere i musei cittadini come luoghi ospitali e anzi familiari, nei quali trascorrere piacevolmente la giornata vivendo un’esperienza innovativa e  coinvolgente di benessere e apprendimento.

Quando: 5/9 settembre 2016 –  h8.30/9.00 fino alle h16.30.

minimo 10 e massimo 25 partecipanti. Non è possibile partecipare a singole giornate.

 

Per informazioni e iscrizioni: Mail info@muse.comune.fi.it

Tel 055-2768224 055-2768558

Nicole e i Trisome Games «Venite tutti a tifare per noi»

A FIRENZE DAL 15 LUGLIO

Corriere Fiorentino3 Jul 2016

Dal 15 al 22 luglio, a Firenze, si disputeranno i «Trisome Games», una vera e propria Olimpiade riservata ad atleti con sindrome di Down, che saranno impegnati in ben nove discipline: atletica, ginnastica artistica e ritmica, futsal, nuoto, nuoto sincronizzato, judo, tennis e tennis da tavolo. I «Trisome Games», che si svolgeranno tra lo stadio Ridolfi, la piscina Costoli, la palestra di Sorgane, la palestra Generale Barbasetti, l’Affrico e il Trisome Village, vedranno la partecipazione di atleti provenienti da tutto il mondo, da ben 35 nazioni. E una delle atlete più attese è la plurimedagliata Nicole Orlando, classe 1993, che durante i Mondiali in Sudafrica del 2015 ha conquistato quattro ori e un argento in cinque discipline diverse: i 100 e 200 metri, il salto in lungo, il Triathlon e la staffetta 4×100. Nelle stesse discipline, e se riesce nell’impresa anche nella staffetta 4×400, Nicole si cimenterà anche a Firenze per provare a fare il bis: «Io e anche gli altri atleti della Nazionale — racconta — ci stiamo allenando molto bene in vista di questa manifestazione importantissima e personalmente voglio fare bella figura. Anche perché questa volta giochiamo in casa e, a tal proposito, faccio un appello ai fiorentini affinché vengano a sostenerci, a fare il tifo. Con il supporto dei tifosi, sarà più facile gareggiare per tutti noi».

La ragazza di Biella, diventata anche una star televisiva grazie alla partecipazione a Ballando con le stelle su Rai 1 (è stata anche ospite sul palco dell’Ariston a Sanremo) sa che ripetersi sarà dura: «Riconfermare le vittorie conquistate in Sudafrica sarebbe bellissimo e io ci spero, ma so che non sarà facile. Cercherò di dare il massimo perché sono una donna che non molla mai».

Una donna di carattere e un’atleta forte, fortissima, che è consapevole di quanto sia emozionante partecipare a un evento come quello dei «Trisome Games»: «Sarà molto bello. Basti pensare che l’anno scorso, in Sudafrica, ai Mondiali di atletica e tennis tavolo, vi parteciparono 10 nazioni e questa volta, invece, saranno più del triplo. Sono sincera, sono molto emozionata, sia perché potrò conoscere tante nuove persone, sia perché sarò

qua il programma della manifestazione http://www.trisomegames2016.

AMORI, SESSO (POCO) E PAURE NEL DIALOGO TRA GIULIO GIORELLO E LA 18ENNE SOFIA VISCARDI

“LA POLITICA? A SCUOLA NESSUNO MI HA MAI INSEGNATO NIENTE. MI È ARRIVATA LA TESSERA ELETTORALE E MI SONO MESSA LE MANI NEI CAPELLI, E MO’ CHE FACCIO”

Nel libro la 18enne Sofia Viscardi affronta i grandi temi: l’amore, la solitudine, le ossessioni: “La storia si ferma prima del sesso. Ma non ho problemi a parlarne – Ci sono pagine di sofferenza e quasi di ossessione. Oggi si sente spesso di amori ossessivi, di sentimenti malati”…

Dialogo tra Giulio Giorello e Sofia Viscardi a cura di Ida Bozzi su “http://www.corriere.it/la Lettura – Corriere della Sera” e ripubblicato da DAGOSPIA.COM

S’ incontrano subito, sul piano dei sentimenti, il filosofo Giulio Giorello e la youtuber Sofia Viscardi, diciotto anni appena compiuti, che ha scritto un romanzo – Succede (Mondadori) – da tre settimane sul podio della classifica, tutto dedicato agli amori di un gruppo di ragazzi. E così anche la conversazione, nella redazione de «la Lettura», affronta senza timidezze anagrafiche i grandi temi: l’ amore, la solitudine, la paura. Prima partendo dal romanzo, e poi raccontando della vita privata, delle storie di ognuno. Di quella volta che.

GIORELLOGIORELLO

GIULIO GIORELLO – Si vedono un mucchio di belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citartene una, pagina 153: «Ho mille domande, mille preoccupazioni, mille dubbi, un casino di cose da raccontare, nessuno a cui rivolgermi. Questa forse è la solitudine».

Mi sembra un pezzo di notevole bellezza, è una delle linee con cui leggere il libro. Però l’ impressione è che alla fine la solitudine sia vinta. Che il senso di solitudine sia vinto dall’ amore di Meg per Tom, i protagonisti. I quali si riconoscono dopo essersi visti-rivisti-stravisti mille volte. E questo è uno dei punti che mi sono piaciuti di più. E c’ è un altro punto, due righe prima: «Vorrei essere amata e imparare ad amarmi». All’ inizio sembra che la ragazza non si piaccia.

SOFIA VISCARDISOFIA VISCARDI

SOFIA VISCARDI – O non totalmente… C’ è un altro pezzo, dove scrivo: «Dico sempre che vorrei essere come gli altri ma non mi cambierei mai per essere qualcuno che non sono».

Alla fine Meg ha solo bisogno di trovare qualcuno che le faccia capire che è giusto così, che siamo tutti imperfetti, che però bisogna imparare ad accettarsi, e una volta che ci si accetta si appare più sicuri e si può anche essere amati dagli altri. A un certo punto i due si lasciano, e Meg dice: «Perdo l’ amore, ma devo imparare ad accettare la perdita».

SOFIA VISCARDI – Anche per questo il romanzo si intitola Succede . Succedono, le cose. Bisogna imparare a prenderle come vengono. Anche qualcosa di brutto, bisogna metabolizzarlo.

VISCARDI COVERGIULIO GIORELLO – Metabolizzarlo e riprendere. La protagonista è tutt’ altro che una rassegnata, mi pare. Combattere le piace. Nelle situazioni critiche se la cava bene. Perfino quando si sbronza con un gruppo di svitati, se la cava egregiamente – alla fine no, arriva a casa a pezzi, ma all’ inizio se la cava bene. Cioè dimostra di essere capace di adattarsi al mondo che la circonda e questo mi sembra uno dei lati più interessanti di questo libro. Non c’ è mai rassegnazione e non c’ è mai conformismo.

SOFIA VISCARDI – Eh, sono io. Io non mi arrendo mai. A volte è una cosa negativa, bisognerebbe anche saper abbassare la testa. Però se c’ è qualcosa che ho imparato è l’ adattamento. Se le cose non vanno così, non è un grande problema, sono capace di adattarmi.

I suoi coetanei, i suoi fan su YouTube hanno questa stessa capacità di affrontare le cose?
SOFIA VISCARDI – Dipende. A volte ci sono persone molto deboli, molto disorientate, magari più piccole di me, che mi chiedono aiuto. Quello che cerco sempre di comunicare io, è «prendi quello che arriva e cerca di farne esperienza, anche se non è una cosa che in questo momento ti rende estremamente felice».
GIULIO GIORELLO – Una pagina mi è piaciuta molto, pagina 83, quando descrivi Milano d’ inverno. «Amo l’ inverno quando è fuori dalla finestra, quando io però sono rintanata sotto le coperte; non quello gelido delle otto del mattino quando perdo l’ autobus e mi trovo a correre come una pazza per arrivare a scuola». Devo dire che non è cambiato molto, rispetto ai vecchi anni, se non che ai miei tempi non c’ era l’ autobus ma il tram.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Che scuola?
SOFIA VISCARDI – Ho fatto un po’ di licei milanesi… Un anno di Berchet. Che però non è andato bene.

GIULIO GIORELLO – Io ho fatto lì i miei cinque anni, al Berchet.
SOFIA VISCARDI – Poi ho cambiato, un anno al Besta, poi al Virgilio l’ anno scorso (è la scuola di Meg e Olimpia, nel libro) e quest’ anno vado al liceo di scienze umane, il Voltaire. Mi iscriverò di nuovo qui, è la prima volta che faccio per due anni la stessa scuola.

sofia viscardi in posa con una fan (2)SOFIA VISCARDI IN POSA CON UNA FAN 

GIULIO GIORELLO – Ecco, i professori in questo romanzo non fanno una gran figura.
SOFIA VISCARDI – Ma io sono una persona un po’…Non riesco ad abbassare la testa davanti a un professore, io rispondo; e a loro dà molto fastidio. Poi, l’ anno scorso, con il fatto di YouTube e il web, alla scuola pubblica non accettavano il fatto che una ragazza di 17 anni oltre alla scuola potesse fare altro. Sono uscita con la media del 7, ma con il 6 in condotta perché «facevo» YouTube.

È diverso parlare di sentimenti su YouTube e in un libro?
SOFIA VISCARDI – Molto. Ho sentito la necessità di scrivere un romanzo e non di raccontare queste cose online, perché in forma scritta mi esprimo molto meglio, cioè riesco a elaborare dei concetti, rileggo e correggo, mentre parlando è buona la prima. Mi sento molto più a mio agio nello scriverne.

GIULIO GIORELLO – Sulla pagina scritta sembra tutto naturale, non oso dire che è la tua confessione, ma certo il romanzo è in parte autobiografico. Credo emerga un forte bisogno di ritorno ai sentimenti in questo libro. I sentimenti ci agitano dai tempi dei tempi, anche se evidentemente ai tempi di Dante non c’ era internet.

GIULIO GIORELLOGIULIO GIORELLO 

Ma quello che mi ha colpito è che il bisogno di sentimenti è non tanto o non solo nei personaggi femminili, ma anche e molto in quelli maschili. Che hanno necessità di aver qualcuno, di poter dire la loro, di poter darsi a qualcuno e non solo dirsi. Ed è una cosa molto curiosa, interessante, questo lato maschile anche un po’ fragile.

SOFIA VISCARDI – In realtà i maschi «si coprono» vestendosi e comportandosi da menefreghisti, ma non ho mai conosciuto nessun maschio veramente senza sentimenti. Tutti i miei amici alla fine sono molto più fragili di quel che danno a vedere.

GIULIO GIORELLO – Ma c’ è una parte di bellezza in questo, no? Personaggi belli e dotati di sentimenti. Invece… gli adulti non escono così bene. Il «quasi ragazzo» di Olimpia, intendo, che alla fine si scopre avere già una famiglia.

SOFIA VISCARDI – Lì il fulcro non era tanto il fatto di essere adulto, quanto la relazione cominciata conoscendosi su internet. Il genere di cosa che non sai mai dove va a finire e che non ho mai approvato. Non l’ ho mai vissuta, ma qualcosa di strano, piccole esperienze, sì; e mi piaceva sottolineare il fatto che preferisco comunque sempre una relazione faccia a faccia, il contatto fisico.

GIULIO GIORELLO – Quindi non è vero il luogo comune che i ragazzi oggi vivono solo su internet, soltanto con l’ iPad, o i social… ci vivono quando gli pare opportuno farlo. Nulla cancella il faccia a faccia.

sofia viscardi intervistataSOFIA VISCARDI INTERVISTATA

SOFIA VISCARDI – Internet può essere una grande opportunità per uno scambio di informazioni e di pareri, per conoscere i pensieri di tante persone. Ma secondo me la vera essenza di una persona la scopri e la conosci solo vedendola, fisicamente. So di persone che riescono ad affogare la loro timidezza online, e quindi usano internet come scudo, diventano all’ apparenza «superforti», e poi dal vivo non sanno spiccicare parola.

Ma gli adulti, per i ragazzi, ci sono, sono presenti?
SOFIA VISCARDI – Gli adulti ci sono, ma non tantissimo. Io sono sempre stata supportata dai miei genitori, libera di fare quello che mi sentivo, mi hanno insegnato a prendermi la mia responsabilità. Però per i sentimenti, penso che nel romanzo ci sia il rapporto che io ho avuto con mia mamma.

Non è mai stata la mia prima confidente in queste cose, ho sempre preferito parlare con le amiche. Per me è giusto così, so di genitori che diventano invadenti. Due delle mie migliori amiche hanno genitori che vogliono sempre sapere tutto, e ogni tanto loro si ritrovano a mentire.

GIULIO GIORELLO – Lo dici infatti, nel dialogo tra Meg e Olimpia: «Mentire non è mai meglio».

Spesso nel libro sembra che i personaggi dicano «voglio essere vera, voglio che tu con me sia vero».Anche nel web delle condivisioni, c’ è un nuovo peccato originale che è la «non verità». Guai se uno youtuber è costruito e non racconta la verità.

sofia viscardi e pietro valsecchiSOFIA VISCARDI E PIETRO VALSECCHI

SOFIA VISCARDI – Sì. Prima di essere una che racconta, sono stata una che guarda, ero una spettatrice e quello che cercavo io sul web era la genuinità. Con i miei tempi. Di recente sono stata in ospedale per una piccola operazione e lì per lì non mi sono sentita di condividerlo, anche se era una cosa piccola, ma poi sono tornata a casa e ho raccontato la mia esperienza.

Mi sono messa a ridere, ho detto dei medici che non mi si filavano ecc., e ho avuto un riscontro positivissimo, persone che scrivevano «guarda, ti ringrazio, perché sono in una situazione abbastanza simile alla tua e tu fai un video in cui racconti queste cose ridendo, mi hai fatto capire che non ha senso se sto qua a rimuginare, passiamoci sopra».

Gratificante per me, ma se serve a qualcuno, anche una persona sola, mi fa piacere.
GUILIO GIORELLO – A proposito di paure. A un certo punto dici una cosa curiosa, che i due ragazzi vogliono amarsi e vogliono scambiarsi tre cose, «anima, corpo e paura». Allora la paura è un elemento importante, un elemento forte. Non da eliminare e da reprimere, ma con il quale coesistere, per diventare più saggi, magari capendo che abbiamo paura.

L’INTERVISTA PROSEGUE SU DAGOSPIA.COM

La settimana di Carey al Meyer, per il nuovo libro

Lo scrittore inglese starà coi bimbi dell’ospedale da lunedì. Oggi al via la sua mostra

Chiara Dino su Corriere Fiorentino

Ha uno sguardo sornione, porta degli occhiali alla Harry Potter ed è dotato di un’immaginazione fuori dal comune. Edward Carey: chi ha dei figli lo conosce già o potrebbe cogliere questa occasione per conoscerlo e dunque leggere i suoi libri. E la cosa vale anche per gli adulti. Perché lui, l’autore della saga degli Iremonger, famiglia inglese dell’Inghilterra vittoriana che vive in un mondo parallelo fatto di oggetti parlanti, discariche e misteri, parla a tutti. Tutta la settimana prossima sarà a Firenze per un progetto che farà parlare di sé, ed è organizzato insieme con la Milanesiana di Elisabetta Sgarbi. Ma non solo. Oggi, dalle 17,30 inaugura alla Tornabuoni Arte Contemporary Art (via Maggio, 58 r), la sua mostra interamente dedicata alle illustrazioni dei suoi Iremonger. Carey, infatti, è uno che i suoi libri li illustra anche, anzi a esser precisi sostiene che i suoi racconti partano proprio dal disegno di un o più personaggi. E prima, alle 16,30, passerà dalla libreria Clichy (via Maggio, 13 r) per firmare l’ultimo volume della saga, Lombra.

L’occasione per la full immersion fiorentina dello scrittore inglese, che qualcuno paragona a Dickens e che in Italia è pubblicato da Bompiani, però arriva a partire da lunedì 4. Quando Carey entrerà all’ospedale Meyer dove starà in residenza per una settimana intera. L’iniziativa s’intitola «Edward Carey incontra Lucy e Clod all’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze» dai nomi degli eroi dei suoi libri, ed è nata su input del presidente del Centro Studi Fondazione Gianpaolo Donzelli e di Elisabetta Sgarbi. Quello che ne verrà fuori sarà probabilmente del materiale per il suo prossimo romanzo. Ma non solo. Perché la sua presenza tra corsie, bimbi, medici, infermieri potrà fare da stimolo per accostarsi alle malattie dei piccoli pazienti con occhio nuovo, dando alla potenza della narrazione, dell’osservazione e dell’ascolto il giusto spazio in un contesto come quello dove a soffrire sono i bambini. « La Pediatria in particolare — è l’idea della fondazione Meyer — è una scienza che si basa su pratiche comunicative e narrative: ascoltare e partecipare alla storia di malattia di un bambino è un aspetto fondamentale della vita professionale del pediatra di ogni giorno. Ed è su questa linea, che prende corpo l’idea della residenza all’interno dell’Ospedale e la scelta di uno scrittore come Edward Carey. Nei suoi libri e nelle sue illustrazioni, dimostra una grande capacità di entrare nei meccanismi di quel mondo che sta tra l’adolescenza e l’essere adulto, cupo, pieno di disagi; di saper esplorare e raccontare il confine tra normalità e patologia». La residenza di Carey nell’ospedale pediatrico fiorentino è in assoluto la prima in contesti simili.

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