RICORDAMI COSI’ di Bret Anthony Johnston

Il mistero di un ragazzino scomparso e ritrovato. Un romanzo che tocca nel profondo, decretato dal «New York Times» uno dei piú importanti dell’anno.

Sono trascorsi quattro anni da quando Justin è sparito. Una tragedia che ha scosso l’intera cittadina del Texas nella quale viveva. Scappato? Rapito? Affogato nella baia? I Campbell non si dànno per vinti e continuano a cercare una risposta, ma giorno dopo giorno quel che resta della famiglia sembra slabbrarsi. Finché un pomeriggio accade l’impossibile. Justin è stato ritrovato e pare stia bene. Ma le spiegazioni dietro il lieto evento sono tante, e talvolta non collimano. E dentro la famiglia restano ferite che difficilmente potranno rimarginarsi. Perché, forse, una volta che qualcosa ti è stato portato via non sarà mai piú davvero tuo.

Il tema della scomparsa ricorre in numerosi romanzi tanto da poter essere considerato quasi un’ossessione della narrativa contemporanea. Sparizioni sono all” origine del giallo di Sasha Arango (“La Verità e altre bugie”), del thriller di Paula Kawking “La Rgazza del treno”. E della saga “Millennium” di Stieg Larsson.

Chi li ha visti? Chi ha visto per l’ultima volta Justin Campbell, il ragazzo di 11 anni di Corpus Christi, Texas, quando si è allontanato da casa con lo skateboard?

Nei thriller però (a differenza della realtà) c’è una regola: la persona sparita viene ritrovata; il colpevole scoperto.

Ricordami così, di Bret Anthony Johnston, Einaudi editore

4 cose che voglio che mia figlia sappia prima di sposarsi

Articolo di Dr. Lisa Kaplin – pubblicato su HuffingtonPost.it

Mia figlia sta attraversando l’adolescenza e si avvicina all’età adulta. Ci sono alcune cose che voglio che sappia sul matrimonio. Anche se desidero che trovi il vero amore, non posso “venderle” sogni di storie da favola, di meravigliosi abiti bianchi e di Principi Azzurri.

Sposare la persona sbagliata può essere devastante, soprattutto per le donne. La verità è che il matrimonio non è sempre la scelta giusta per tutti. In origine, il matrimonio celava dei lati oscuri. Anche se i tempi sono cambiati, le ricerche ci dicono che il divorzio colpisce le donne sul lato economico molto di più di quanto faccia per gli uomini. È tempo che i genitori parlino ai figli (alle figlie, in particolare) di come deve essere un matrimonio sano, oggi.

Ecco quattro lezioni fondamentali che cerco di insegnare a mia figlia, prima che prenda in considerazione il matrimonio.

1. Non accontentarti.

Davvero, non farlo. Magari tutte le tue amiche si sposeranno e tu vorrai fare lo stesso. Ma non avrai ancora trovato qualcuno con cui vuoi davvero passare il resto della tua vita, quindi ti accontenterai di un ragazzo che ti vuole, insicura dei tuoi veri sentimenti. Te ne pentirai, stanne certa.
Accontentati di un paio di scarpe, di un’auto, ma non del compagno della tua vita. Questa decisione è la più importante che prenderai. Il partner influenzerà l’educazione dei figli, la tua condizione economica, la carriera e il modo in cui vi godrete semplicemente la vita. Come accontentarsi in vista di una decisione così importante? La direttrice operativa di Facebook, Sheryl Sandberg, ha spesso sottolineato quanto sia importante trovare la persona giusta, quanto questa scelta sia fondamentale per il successo personale e professionale. Accetta il suo consiglio e scegli in modo saggio.

2. Non cambiare per lui.

Molti dei miei clienti stanno affrontando il divorzio e spesso il loro rimorso più bruciante è aver finto di essere qualcun altro per trovare un compagno. Una volta sposati, hanno provato a ritrovare sé stessi e questo ha pesato sulla relazione. Se cambi per il tuo uomo, quando riuscirai a sentirti bene con te stessa? La risposta è… mai. Cerca un partner che ti ami per ciò che sei. I piccoli cambiamenti per andare d’accordo sono accettabili, ma fingere di essere ciò che non siamo per ottenere l’amore non è pensabile. Sii te stessa, esprimiti e lascia che le persone a cui non piaci se ne vadano. In ogni caso, non facevano per te.

3. Ricorda che ” I segnali d’allarme che si attivano quando lo incontri, diventano dei veri e propri ostacoli quando lo sposi”.

Una citazione di una cliente molto saggia. Morale dalla favola: se intravedi guai già quando inizi a frequentare qualcuno, non credere che quei problemi svaniranno nel nulla quando vi sposerete. Non succederà! Se non riesci a convivere con un problema, una situazione che il partner ti sottopone, metti fine alla relazione. Fallo ora, sul serio. Tutti noi ci portiamo dietro un carico pesante, ma non prenderti in giro pensando che “il tuo amore lo salverà”. Non può farlo e non dovresti neanche provarci. Amalo per ciò che è oppure lascialo andare.

4. Non accettare i tradizionali ruoli di genere a meno che non siate entrambi d’accordo.

La tua carriera conta quanto la sua. Il suo impegno con i figli deve essere pari al tuo. Gli studi mostrano che le coppie sono più felici quando hanno dei ruoli più fluidi, meno tradizionali. Pensa attentamente a come vuoi che la tua vita vada avanti, all’interno del matrimonio. L’indipendenza economica è fondamentale se il matrimonio finisce o se il coniuge muore. Troppe donne rinunciano alle loro possibilità di guadagno e questo porta a conseguenze devastanti.
D’altro canto, gli uomini hanno spesso bisogno di supporto nel crescere i figli. Aiutarsi l’un l’altro, sia ad essere economicamente indipendenti che a diventare dei bravi genitori, è un bene per la relazione e per la famiglia. Non opprimerà ingiustamente nessuno di voi, ma vi consentirà di condividere tutto quello che la vita ha da offrire.

La cosa positiva del matrimonio moderno è che possiamo adattarlo ai nostri desideri.

Noi donne abbiamo il controllo sul nostro destino e le nostre figlie possono imparare molto fin da giovanissime, se diamo loro il giusto esempio. Sapere che tipo di persona vogliono accanto è uno dei principali obiettivi della vita. Il matrimonio non è più una sorta di obbligo. È una scelta e, in quanto tale, consente alle donne di decidere attentamente, perfino di rinunciare completamente a sposarsi. Le nostre figlie hanno bisogno di tutto l’aiuto che possiamo offrire loro per comprendere le loro opzioni e decidere con saggezza.

Effetti tossici dell’ ecstasy (MDMA)

ripubblichiamo dal sito InSostanza questo intervento del dr. Renato Urso

L’ecstasy (3,4 metilen-diossimetamfetamina o MDMA)  viene  generalmente consumata nelle discoteche  per  i suoi  effetti  energizzanti  accompagnati  da distorsioni temporali e percettive. Ciò, assieme tutti gli altri effetti, sono dovuti al fatto che l’ecstasy è una sostanza costruita per una parte come una metamfetamina e per un’altra come un allucinogeno.

methylenedioxymethamphetami

 

 

 

Ecstasy; 3,4 metilen-diossimetamfetamina o MDMA

I suoi  effetti hanno una durata che va dalle 3 alle 6 ore circa.
La dose orale media  riferita è di 1-2  pastiglie contenenti  solitamente dai  60 ai 120 mg di MDMA.  Non di rado chi ne fa uso assume una seconda  dose nel momento in cui incominciano a svanire gli effetti della prima.
Si ritiene che la dose ottimale sia circa 120 – 130 mg (che equivale a circa 2 mg/kg se rapportata al peso corporeo), ma è possibile che questo intervallo sia molto più esteso e che possa variare addirittura da 75 a 250 mg.
Le donne risultano normalmente più sensibili dell’uomo sia agli effetti acuti che a quelli a lungo termine, quindi la dose pro chilo ottimale per loro è inferiore.
Dopo l’ingestione l’assorbimento di MDMA è abbastanza rapido e gli effetti iniziano a manifestarsi entro 20-60 minuti. Molto raramente questa droga viene assunta per vie diverse da quella orale (via nasale, endovenosa o fumo).
L’eliminazione avviene per via metabolica e, in misura minore, per via renale.

La cinetica di eliminazione dall’organismo di MDMA, e in particolare il suo metabolismo (demetilazione), ha delle caratteristiche che rendono particolarmente pericoloso l’uso non controllato di  questa sostanza per 2 diversi motivi:

  • il primo motivo è dovuto al fatto che l’MDMA viene prevalentemente metabolizzata in vivo da un isoenzima appartenente alla superfamiglia del citocromo P450 che viene indicato con la sigla CYP2D6. E’ noto che circa il 10% di soggetti di razza caucasica (noi europei) è deficitario di questo isoenzima, quindi, essendo l’eliminazione di MDMA rallentata, è possibile che in questa sottopopolazione i livelli tossici di ecstasy possano essere raggiunti anche dopo le dosi comunemente utilizzate;
  • il secondo motivo è dovuto alla particolare “non-linearità” della cinetica di MDMA che si differenzia così dalla cinetica della maggior parte dei farmaci che è lineare alle usuali dosi terapeutiche. In questo contesto linearità vuol dire che aumentando la dose, le concentrazioni di farmaco nel sangue e nei tessuti aumentano proporzionalmente senza avere un accumulo sproporzionato di sostanza in circolo.  Per cinetica non-lineare si intende che questo principio non è rispettato e ciò può manifestarsi in due modi opposti: aumentando la dose o le concentrazioni plasmatiche aumentano meno di quanto atteso sulla base della linearità, o aumentano di più. Il primo caso è abbastanza raro e può verificarsi a causa della saturazione del legame reversibile del farmaco alle proteine plasmatiche, mentre il secondo caso può verificarsi perché l’eliminazione del farmaco è non-lineare, cioè la clearance (che è la velocità di eliminazione  del farmaco diviso la concentrazione plasmatica) non è più costante e diminuisce all’aumentare della dose. Ciò si verifica quando l’enzima deputato alla metabolizzazione viene saturato per cui, non riuscendo ad eliminare più di tanto, le quantità di farmaco in eccesso si accumulano e permangono in circolo per molto più tempo. Questa situazione è particolarmente pericolosa soprattutto durante i trattamenti con dosi ripetute; infatti, se la velocità di somministrazione supera addirittura la capacità di smaltimento, allora è evidente che la quantità di sostanza in circolo continua ad aumentare fino a superare la soglia di tossicità con gravi conseguenze.

Nel caso dell’ecstasy, alcuni studi indicano che la non linearità della cinetica è dovuta o alla saturazione dell’isoenzima CYP2D6, che si può avere anche alle dosi usuali di MDMA, o, ipotesi alternativa, al fatto che lo stesso MDMA o alcuni suoi metaboliti siano in grado di inibire il CYP2D6  riducendo la sua capacità di metabolizzazione.
Comunque sia, il risultato è che ad un certo punto più di tanto il CYP2D6 non è in grado di metabolizzare il farmaco per cui anche modesti aumenti di una singola dose di ecstasy, e a maggior ragione anche una eventuale seconda dose, possono produrre delle concentrazioni plasmatiche di MDMA molto elevate con effetti tossici molto gravi:
– sindrome serotoninergica
– epatite
– coagulazione intravasale disseminata
– iponatriemia
– decesso

 Dott. Renato Urso

Bibliografia

Aitchison KJ, Tsapakis EM, Huezo-Diaz P, Kerwin RW, Forsling ML, Wolff K. Ecstasy (MDMA)-induced hyponatraemia is associated with genetic variants in CYP2D6 and COMT. J Psychopharmacol. Mar 2012;26(3):408-18.

Geetruida D. van Dijken et al., High Incidence of Mild Hyponatraemia in Females Using Ecstasy at a Rave Party, Nephrol. Dial. Transplant., 2013, 28, 2277-2283.

– See more at: http://www.insostanza.it/effetti-tossici-dellecstasy-mdma-cause/#sthash.sbMiPPL1.dpuf

La notte infinita di 7.000 ragazzini in discoteca

Una discoteca leggendaria, il Cocoricò a Riccione. Un tempio dove entrano settemila ragazzi (o ragazzini: la media dell’età è molto bassa, tra i 16 e i 18 anni). Quando ne va giù uno per aver bevuto troppo alcol, lo portano fuori: di solito vomita e si rimette in piedi. Non come Lamberto Lucaccioni, morto dopo aver bevuto 0,3 grammi di Mdma (ecstasy) sciolti in mezza bottiglietta d’acqua. Qui la maggior parte dei ragazzi beve in modo spaventoso. Ma girano anche pasticche. «Quante ne vuoi. Del tipo che preferisci», dice Marco, 17 anni.
corriere.it

Tenetegli la testa.
«Non respira… Non respira più…».
E invece respira, ma non stategli addosso, uscite da questo bagno.
«Sté… Oh, Sté… Cos’hai? Mi senti, Sté? Dio mio…».
Gli amici di Stefano escono dal bagno indietreggiando incerti nel riverbero assordante della Piramide (non dovete provare a immaginarvi una normale pista da ballo: ma un muro umano che ondeggia mentre un dj molto giovane e molto di moda, Martin Garrix, spara musica ipnotica tra lame di luce bianca).
Stefano resta seduto sulla pozzanghera giallastra del pavimento, la schiena contro il water, le braccia quasi conserte, la testa piegata sulla spalla come un Pinocchio di legno a riposo.
Entra un uomo della sicurezza (i muscoli che esplodono sotto la maglietta gialla su cui è scritto: Fi.Fa Security). Con insospettabile delicatezza alza le palpebre di Stefano. Poi si volta e sentenzia: «È solo alcol. È ubriaco… Fategli prendere un po’ d’aria».
«Cocoricò».
La collina di Riccione che lampeggia nella notte.
Una discoteca leggendaria. Un tempio dove entrano seimila ragazzi (o ragazzini: poi vedremo che la media dell’età è molto bassa, tra i 16 e i 18 anni)
Quando ne va giù uno, lo portano fuori: di solito vomita e si rimette in piedi. Come Stefano. Ma Stefano — raccontano i suoi amici di Modena, ancora eccitati tra sorpresa e paura per ciò a cui hanno appena assistito — aveva vuotato sette shortini di amaro Jägermeister. Lamberto Lucaccioni, 16 anni, si era invece bevuto 0,3 grammi di Mdma (ecstasy) sciolti in mezza bottiglietta d’acqua e quando l’hanno portato qui nel piazzale era già in coma.
È morto all’ospedale.
Per due settimane, titoli grossi sui giornali. E inchieste sulle droghe spacciate nei locali notturni. E interviste. Cosa succede al «Cocoricò»? Perché è il discotecone più famoso d’Italia? Cos’ha di tanto speciale?
Lo sguardo scorre sul piazzale. Dopo aver pagato un biglietto che costa 35 euro — cui spesso vanno sommati i 5 euro del tagliando di prevendita — i ragazzi entrano in una zona recintata. Non vengono perquisiti, non c’è alcun controllo. I maggiorenni, mostrando un documento di riconoscimento, vanno a farsi mettere un braccialetto verde: esibendolo, potranno acquistare e bere alcolici. Ma il giochino è chiaro da subito: i minorenni bevono gli alcolici acquistati dagli amici più grandi.
Sulla sinistra, la direzione del locale ha appeso alcuni striscioni. Slogan, moniti, inviti. Tipo: «La droga ti uccide». E l’alcol?
«Una sambuca liscia!».
Ti volti e vedi un ragazzo già barcollante. Il cameriere risponde senza neppure degnarlo di uno sguardo: «Abbiamo solo vodka al limone, alla pesca e…».
«Allora una vodka alla pesca doppia!».
La maggior parte dei ragazzi beve in modo spaventoso. Tutti bevono. Ecco la comitiva elegantina che viene da Padova, i maschietti con i bermuda North Sails e le Adidas Stan Smith bianche, le ragazze con vestitini color fucsia su scarponcini neri; questi sono invece romani: si baciano, si danno pacche e urlano in un dialetto forte, metropolitano; laggiù, poi, un gruppetto da Napoli che sembra uscito da una scena della serie tv «Gomorra» (canottiere da basket e capelli brillantinati e perfettamente regolati da una sfumatura laterale).
Arrivano da ogni città d’Italia. Arrivano al tramonto e ripartono all’alba. Spesso in treno. Non si sono mai visti prima e mai più si vedranno. Non hanno alcuna voglia di fare amicizia. Tutti sembrano solo desiderosi di partecipare a qualcosa di molto simile a un rito e tutti, per farlo, indipendentemente dalla loro estrazione sociale, sembra abbiano deciso sia necessario ubriacarsi, sball are.
Torniamo dentro (intanto Stefano s’è ripreso e sta parlando con una sua amica, Laura, che gli dice: «Guarda che tu, se prosegui così, il fegato lo butti…»).
La Piramide è la struttura principale. Poi c’è una discoteca all’aperto, dove si aggira Miss Delicius, un donnone enorme vestito con un abito leopardato; la discoteca più intima è il Ciao Sex; quindi ecco il Titilla.
La musica del Titilla è un filo più commerciale. Atmosfera con vaga tendenza gay (tre giovani truccati e in kilt ballano brandendo un frustino insieme a una cubista).
Due ragazzi (uno con il braccialetto da maggiorenne, e uno senza) ordinano una bottiglia di vodka, se la fanno mettere in un secchiello con il ghiaccio e vanno a sedersi su un divanetto.
«Abbiamo la gola un po’ secca…» (sghignazza il più giovane, Marco, 17 anni, da Rovigo).
Vi fate male…
«Ah ah ah! Quando ti gira un po’ la testa, anche il mondo gira meglio, no?».
Dici una cosa che non ha senso.
«Senti, zio: meglio la vodka o una pasticca?».
Girano pasticche?
«Quante ne vuoi. Del tipo che preferisci».
E i controlli?
«Ci provano a controllare. Ma hai visto che bolgia c’è alla Piramide?».
Per rientrare dentro la Piramide bisogna percorrere un corridoio lungo e buio. Una coppia di fidanzatini ha smesso di darsi baci e sembra intenzionata a procedere oltre. Arriva uno dei pelatoni muscolosi della sicurezza. «Oh, allora? Fate piano…».
La coppia sbuffa, raccoglie i bicchieri di birra e si allontana.
Buttafuori in vena di confidenze.
«È dura. Loro sono migliaia, noi qualche decina. E tra di loro c’è tutto: spacciatori e bambolotti figli di papà…».
Non riuscite a riconoscerli i pusher?
«E come fai? Sono ragazzini anche i pusher. E poi…».
E poi?
«Beh… Bisogna stare attenti anche a certe ragazzine… Sai, quelle più svelte hanno capito che se chiedono i 20 o 30 euro in cambio di qualche giochetto…».
Alla fine del corridoio, sulla sinistra, un piccolo negozio dove vendono magliette con il marchio del «Cocoricò». Un tipo con i capelli bianchi e vaporosi: «Venti euro a maglietta. Interessa?». Visto che ci siamo, ecco pure i prezzi degli alcolici: shortino 5 euro, RedBull 5, birra 10, superalcolici 12.
Un business gigantesco.
Che va avanti fino a quando sorge il sole.
Prima che faccia mattino, arriva però una pattuglia dei carabinieri. Deve raccogliere una decina di denunce per furto di portafogli, telefoni cellulari, catenine, orologi. Il maresciallo: «No, stasera nessuno dei nostri, in borghese, è dentro il locale…». Perché? «Perché sono di servizio sul lungomare».
Gli passano accanto due ragazzini che saltellano, strabuzzando gli occhi. A una biondina tedesca si piegano le gambe e non riesce più ad alzarsi. Un tipo basso, scalzo, viene avanti abbaiando, mentre gli amici ridono da matti e gli ordinano: «Dai, adesso invece fai il cavallo…».

La musica fa bene al cervello degli adolescenti

Suonare uno strumento aiuta in campi che non hanno a che fare con la musica. Peccato che nelle scuole italiane la musica sia da sempre la cenerentola tra le discipline

focus.it/psicologia

Suonare uno strumento “allena” il cervello. È stato ripetuto talmente tante volte da diventare quasi un luogo comune. Uno studio appena pubblicato sulla rivista PNAS aggiunge nuovi dettagli al quadro, in particolare rafforzando l’idea che fare musica faccia bene anche se si comincia “tardi”, da adolescenti.

ORCHESTRA IN CLASSE. La nuova ricerca ha seguito un gruppo di studenti dell’area di Chicago all’ingresso alle scuole superiori, quando hanno cominciato a imparare a suonare uno strumento in una band di classe, due-tre ore la settimana. All’ultimo anno di scuola, alcuni aspetti del sviluppo neurologico dei ragazzi sono stati paragonati a quelli di un altro gruppo di adolescenti che avevano invece seguito un programma di sola attività fisica per l’intero percorso scolastico.

Da misurazioni dell’attività elettrica del cervello, i ricercatori hanno osservato che gli studenti che si erano dedicati alla musica avevano una sensibilità migliore nel riconoscere i suoni del linguaggio rispetto ai loro compagni e mostravano risposte del cervello ai suoni più rapide.

MUSICA E LINGUE. Secondo i ricercatori, la musica potrebbe dare un aiuto in più proprio nella capacità di processare le informazioni, specialmente quelle linguistiche, ritardando la chiusura di quella “finestra di opportunità” ritenuta più utile per imparare per esempio le lingue straniere. I benefici della musica, insomma, si estenderebbero al di là del suonare uno strumento.

POCO STUDIATA. I ricercatori americani sottolineano che, in tempi di budget ristretti nelle high school statunitensi, è un peccato che spesso tocchi proprio alle lezioni di musica essere ridotte o sospese. Viene naturale il paragone con la situazione delle aule scolastiche italiane, dove la musica è da sempre la cenerentola tra le discipline, e nella maggior parte delle scuole superiori non è neppure contemplata come materia di insegnamento.

“Family Tour”  un kit e una  app per scoprire in autonomia le bellezze del centro storico di Firenze

Una proposta per famiglie, nuovi modi per conoscere le meraviglie della città di Firenze a tutte le età.

Si chiama Family Tour e sono due diversi strumenti dedicati alle famiglie di giovani turisti e di fiorentini curiosi. c’è il kit, lo zaino da esploratore con materiali per dieci tappe alla scoperta della città.
E poi c’è la tecnologia delle APP, itinerari digitali interattivi costruiti intorno a un tema o a un personaggio storico.
I due strumenti sono declinati secondo due diverse fasce d’età, 6-9 anni oppure 10-13 anni.
Il Family Tour è disponibile in italiano e inglese, presto anche in francese e spagnolo.
Dove trovo i kit? Si possono noleggiare gratuitamente presso la biglietteria di Palazzo Vecchio oppure presso lo Spedale degli Innocenti. Il kit permette di vistare Firenze in autonomia, e di riconsegnare il tutto dopo tre ore. Le app sono costruite su due itinerari tematici, Firenze Medicea e Firenze Romana e si scaricano dallo store Android (cerca app Family Tour).
Reception Istituto degli Innocenti da lunedì a sabato dalle 9 alle 16.30
Punto Info Palazzo Vecchio: ogni giorno dalle 9 alle 19
www.familytour.it

Il bestiario dell’Atelier dell’Errore

Sino al 15 settembre, un palazzo vuoto nel cuore di Milano sarà temporaneamente abitato da animali immaginari che si cibano di uomini. Inventati e disegnati dai ragazzi dell’Atelier dell’Errore, laboratorio di sostegno alle attività della Neuropsichiatria Infantile di Reggio Emilia.

L’Atelier dell’Errore nasce nel 2003 come atelier di attività espressive per la Neuropsichiatria Infantile dell’ Ausl di Reggio Emilia da un’idea e da un progetto di
Luca Santiago Mora in collaborazione con L’Indaco Atelier di Ricerca Musicale

Dico sempre, non so di dove vengano bestie come quelle lì, né dove andranno a riparare, una volta apparse. 
Affiorano in  lunghi pomeriggi, da innocenti fogli bianchi, così innocenti da far paura ad ogni inizio, ai ragazzini che, gli hanno detto, non sanno disegnare.

A me fanno specie gli occhi, sempre nuovi, mai uno simile all’altro, nemmeno nello stesso paio.
Ricordo bene in atelier, quanta energia richieda loro un occhio.
Per quello, forse, li lasciano sempre in ultimo, come il soffio, dopo terra e sputo.
In quel gesto, ognuno ha una sicurezza tutta sua, che nemmeno quella, non ho mai capito di dove venga, e perché, al più presto, rientrando, scompaia.
Senza lasciar traccia nell’ordinario.

Per questo mi vien da pensare che, proprio lì, in quel punto inanellato variamente, affondi un archivio di esseri mai nati, o da sempre sopra-vissuti, al quale possa attingere, per vie celesti, solo chi in qualche modo è preda di un’attrazione celeste.

Noi, gravati d’attrazione terrestre, non possiamo che ammirare e rimirare tanta meraviglia.

Da quattro anni in atelier si disegnano solo animali, da mondi lontani, mai visti, mai ricordati prima.
Si è venuto così a costituire un esteso corpus da un’ultra-zoologia sorprendente, volta a trascendere lo scontato immaginario di animalità.

Dicono i ragazzini che questi animali sono quelli che non hanno dato retta a Noè, che non ci son voluti salire, sull’arca, o sono arrivati in ritardo, come a scuola. Poi tutta l’acqua di quaranta giorni e quaranta notti, e sono tutti morti, estinti tutti. Altri invece, non hanno ancora messo zampa sulla terra. In lenta marcia, per lunghe fila, nei cieli, ad arrivare fin quaggiù, ma ci vorrà tempo, un lungo tempo…
Se ci saremo ancora.

Le bestie che stanno qui nel bestiario, non si danno a mani addestrate tipo adulto o bambino ben scolarizzato. Nascono da demiurghi-pastori-allevatori speciali, come i ragazzini dell’atelier, da mondi speciali, a volte anche molto sofferti, e sofferenti.
Fascia d’età dei ragazzini: 7-12 anni.
Etichetta di consegna dal mittente, difficoltà in ordine sparso: apprendimento, attenzione, concentrazione, marginalità, caratterialità, hyper, down, e anche autistici, che restano un enigma per tutti.

Molti dei ragazzini, in atelier arrivano educati alla convinzione di non saper disegnare.
O peggio, arrivano a dire: “Io non posso disegnare”. E allora è difficilissimo tirarli fuori da quelle convinzioni lì.
Soccombenti come,  non sanno darsi fiducia, e così, all’inizio, pure in atelier hanno paura, e gli sembra tutto difficile, e sopra-tutto, tutto ma proprio “tutto perfettamente inutile”.

In atelier si disegna di nervi e cuore, poca testa, poche “regole”, inevitabili, determinanti, unica bussola di riferimento per una navigazione a braccio come la nostra, fra improvvisi ed insondabili banchi di nebbia, minacciosi icebergs, che sono le loro personalissime difficoltà, capaci di mandare a picco una flotta intera di arche stracolme di buone buonissime intenzioni.

luca santiago mora

IL SITO dell’Atelier

Genitori di adolescenti: segnalazioni per le vostre letture estive

Ecco due proposte editoriali interessanti che hanno avuto grande successo e ottenuto recensioni positive sulla stampa nazionale. Vi proponiamo le due schede sintetiche degli editori

 

«iRules. Come educare figli iperconnessi».
Editore Giunti . Pubblicazione 2015
Autore Janell Burley Hofmann
Coach familiare scrive di educazione e tecnologie per l’Huffington Post e cura una rubrica settimanale sull’American Public Media Marketplace

La sera di Natale, Janell incarta il nuovo iPhone per Gregory, il figlio tredicenne. Mentre deposita il pacco sotto l’albero, una valanga di dubbi la investe. Insieme al marito decide di preparare un accordo che Greg dovrà firmare prima di cominciare a utilizzare il regalo. Le iRules, le regole del patto, vengono pubblicate in rete dall’Huffington Post e subito diventano virali. Moltissimi genitori condividono le preoccupazioni degli Hofmann. Avere cinque figli offre a Janell una gran varietà di esperienze e le sue soluzioni sono flessibili, adattabili a famiglie diverse. L’importante è applicare i principi e i valori di sempre anche a questo ambito dell’educazione. Ecco alcune delle regole scritte da mamma Janell, regole che Gregory si è impegnato a rispettare, e che forse si potrebbero far sottoscrivere anche agli adolescenti italiani
1) Ogni tanto lascia il telefono a casa. Non è un essere vivente né un prolungamento del tuo corpo. Impara a farne a meno. Sii più grande e più forte della paura di essere tagliato fuori.
2) Se squilla, rispondi. È un telefono. Dì «pronto» e sii educato. Non ignorare mai una chiamata se sul display compare «mamma» o «papà». Per nessuna ragione al mondo.
3) Se l’iPhone cade nel water, si rompe o si perde, sarai tu a sostenere i costi della sostituzione o della riparazione. Risparmia o guadagna qualcosa. Prima o poi succederà, non farti trovare impreparato.
4) Non inviare o ricevere immagini delle parti intime tue o altrui. Non ridere. Un giorno avrai la tentazione di farlo pur essendo un ragazzino molto intelligente.
5) Non fare un fantastiliardo di foto e video. Vivi le esperienze: resteranno impresse nella tua memoria per sempre. Alza lo sguardo. Osserva la realtà che ti circonda. Chiacchiera con uno sconosciuto. Soddisfa la curiosità senza usare Google.

Perché non mi parli? Il conflitto tra genitori e figli adolescenti
Editore Raffaello Cortina  Anno: 2015
Autore: Coleman John
Psicologo clinico noto, a livello internazionale, per il suo lavoro con i genitori e gli adolescenti, lavora attualmente all’Università di Oxford. Ha fondato un centro di ricerca per lo studio degli adolescenti e delle loro famiglie e ha collaborato con il governo britannico come consulente per le politiche giovanili e sociali.

Non è facile essere genitori di un adolescente. Quanto rigidi o permissivi si dovrebbe essere? Qual è il modo migliore per sostenere un adolescente richiuso su se stesso? Come comunicare con qualcuno che lascia cadere nel vuoto quello che dite? E come resistere alla tentazione di avere comunque l’ultima parola? Basato sulle più recenti ricerche riguardanti lo sviluppo del cervello, i pattern del sonno nell’adolescenza e la comunicazione, il libro propone ai padri e alle madri un modo nuovo di affrontare la relazione con i figli adolescenti. Attingendo alla sua vasta esperienza di lavoro, l’autore, oltre a consigli pratici, riesce a fornire indicazioni chiare su come superare le dinamiche che guidano il comportamento ostile degli adolescenti, assumendo un atteggiamento che riduca i conflitti e crei le basi per relazioni solide e durature.azioni chiare su come superare le dinamiche che guidano il comportamento ostile degli adolescenti, assumendo un atteggiamento che riduca i conflitti e crei le basi per relazioni solide e durature.

ANSIA: stare tanto seduti davanti a un pc o sul divano la fa aumentare

La sedentarietà fa venire l’ansia: è questa la conclusione scientifica della ricerca sulla relazione tra attività a basso consumo energetico, che svolgiamo mentre siamo seduti, e stato emotivo, legato in particolare al rischio d’ansia.
corriere.it/salute
La seggiola e la salute mentale

Passare ore e ore, per non dire tutta la giornata, seduti, non è affatto buono per la nostra salute fisica: è intuitivo, provato, e sotto gli occhi di tutti. Dall’obesità ai problemi di cuore, dal diabete all’osteoporosi, stare piantati su una seggiola o su un divano non aiuta nessuno. La ricerca scientifica va concentrandosi ora su cosa provoca il «comportamento sedentario» a livello di salute mentale. Un nuovo studio, appena pubblicato su BMC Public Health, ci rivela che il rischio di essere ansiosi aumenta con l’aumentare del tempo che passiamo fermi e seduti, davanti a un computer piuttosto che alla televisione o al tavolo di lavoro.

Un male moderno

L’ansia è un vero disturbo mentale, di cui nel mondo soffrono 27 milioni di persone – e ancor più se si contano disordini ad essa legati, come le fobie. Le persone con disturbi d’ansia passano la vita a preoccuparsi troppo, il che abbatte in modo più o meno importante la qualità della loro esistenza quotidiana. L’ansia spesso si somatizza, e si manifesta dunque con sintomi fisici, che vanno dalla sensazione di stanchezza perenne alle difficoltà respiratorie, dalle tensioni muscolari ai mal di testa. «Nella nostra società moderna vediamo un aumento dei sintomi dell’ansia, che sembrano andare in parallelo con l’aumento del comportamento sedentario – spiega Megan Teychenne, autrice principale dello studio, della Deakin University in Australia – Abbiamo quindi voluto verificare se i due fattori sono in effetti legati. Inoltre, la ricerca scientifica precedente ha messo in luce una correlazione tra il comportamento sedentario e i sintomi depressivi, e abbiamo voluto investigare quella eventuale con i sintomi dell’ansia».

Cause vaghe, soluzioni a portata

I ricercatori hanno analizzato e messo insieme 9 studi precedenti: la maggioranza di essi ha portato alla conclusione attuale. Tra le attività sedentarie, sono state prese in considerazione anche quelle davanti a un monitor e, anche se la correlazione tra ansia e schermo sono risultate meno solide, uno studio ha mostrato che in effetti il 36 percento di studenti di scuola superiore che passano più di due ore al giorno davanti ad esso sono più a rischio d’ansia di quelli che ne passano meno. Ma come si spiega questa correlazione? Al momento, la squadra di ricerca ipotizza tra le cause il fatto che stare molto seduti disturba il ciclo del sonno, che peggiora lo stato del nostro metabolismo e menziona la teoria psicologica secondo cui un comportamento sedentario a oltranza conduce al ritiro dell’individuo dalle relazioni sociali, la cui perdita a sua volta provoca ansia. Tutto ciò andrà ancora esplorato e analizzato. Intanto è importante essere consapevoli che aumentare l’attività fisica può metterci in uno stato psico-emotivo più sereno e, come suggeriscono molti psicologici, una bella camminata o una nuotata, non fa bene solo al corpo ma anche alla mente.

Niente slot machine nel mio bar, al suo posto, una libreria

«Si parla tanto di lotta alla ludopatia – dice Azzurra Cerri titolare del Why Not Cafè di Viareggio – ma se poi qualcuno prova a far seguire i fatti alle parole, ecco che gli vengono messi i bastoni fra le ruote. E pensare che a breve distanza dal mio bar c’è pure un asilo: dovrebbe esserci una legge che vieta l’utilizzo di slot entro una certa distanza da una scuola, ma nel mio caso sembrava non valere neppure questo, perché le macchinette erano state messe prima dell’apertura della scuola».
articolo di Simona Dinelli per corriere.it
VIAREGGIO – Le slot machine nel suo bar? Meglio una bella libreria. Questa la scelta in controtendenza di Azzurra. Una donna coraggiosa: intanto perché di questi tempi di crisi non è facile lanciarsi da sola in una attività imprenditoriale; e poi perché per arrivare al suo scopo – far rimuovere le macchinette – ha dovuto lottare per ben due anni contro il gestore nazionale di questi apparecchi, che a toglierli dal suo bar non ci pensava affatto.

La battaglia
La querelle per Azzurra inizia nel 2013, anno in cui – una volta diventata proprietaria unica del bar – decide di far togliere le due slot poste in un angolino alla sinistra del locale. Una scelta nobile: rinunciare a un guadagno sicuro, pur di non veder più gente che si rovinava con le sue mani. «Non ne potevo più – racconta la barista -: persone che mi chiedevano soldi, che se ne andavano furibonde per aver perso tutto il loro denaro, che perdevano il controllo. Per me era diventata una situazione insostenibile». A quel punto la ragazza chiede al gestore di venirsi a riprendere le slot, ma trova resistenza e opposizione. «Telefonavo – aggiunge Azzurra – ma dall’altra parte mi ripetevano che c’era un contratto da rispettare, che gli apparecchi dovevano restare al loro posto e in funzione. E che se non avessi eseguito, mi avrebbero applicato pure una penale. Alla fine, stufa, li ho spenti. Fino a che non sono venuti a riprenderseli, all’inizio del 2015».
La libreria
Una liberazione, per la giovane barista, che ha riempito quell’angolo rimasto vuoto con una piccola libreria. I clienti, se lo desiderano, possono usufruirne. «Addirittura – sorride Azzurra – qualcuno di loro mi ha portato dei volumi per arricchirla. A me piace molto leggere, mi è sembrata la scelta più logica».

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