MATTEO LANCINI: Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali

Proseguono le interviste di GIC con operatori e professionisti che si occupano di adolescenza. In occasione dell’uscita del suo nuovo libro  “Adolescenti navigati. Come sostenere la crescita dei nativi digitali”, Centro Studi Erickson, ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo psicoterapeuta, membro e presidente del Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro di Milano.

“Adolescenti navigati”, nato dalla lunga esperienza dell’autore come psicoterapeuta di numerosi ragazzi e delle loro famiglie, suggerisce, attraverso esempi e indicazioni estremamente pratiche, strategie educative autorevoli ed efficaci per rispondere alle esigenze evolutive dei nativi digitali. Rivolto a genitori, insegnanti, educatori e counselor, il libro aiuta a comprendere e sostenere preadolescenti e adolescenti nella fase più delicata della loro crescita, trovando soluzioni alle difficoltà più comuni e insegnando come: capire chi è, e come interagire con, un nativo digitale; rivedere le funzioni paterne e materne nell’era di internet; gestire i rapporti scolastici con insegnanti e dirigenti; trovare il giusto equilibrio tra l’esigenza di controllo e il bisogno di fiducia.

  • Quali sono le difficoltà che padri e madri incontrano oggi nell’esercitare la funzione paterna e materna?

Il passaggio a un nuovo modello educativo familiare, che ho chiamato “dal padre simbolico alla madre virtuale”, richiede una continua reinterpretazione dei ruoli genitoriali per nulla semplice nella complessità sociale odierna. Tra le tante difficoltà ci sono la necessità materna di coniugare distanza corporea e vicinanza emotiva e la difficile declinazione di una paternità che ha rinunciato alla violenza ma che fatica ad individuare una nuova e riconosciuta forma di autorevolezza. Madri e padri devono inoltre fare i conti con un contesto, come quello attuale, dove è aumentata la forza orientativa dei coetanei e l’influenza della cultura massmediatica e di internet. I genitori si costituiscono come modelli di identificazione sempre meno esclusivi, rispetto al passato, e già da piccolissimi i figli crescono immersi nelle relazioni con i propri coetanei e nelle animazioni televisive e in rete che scandiscono la quotidianità. Tra i tanti esempi possibili, si pensi al modello di padre evocato da Papà Pig, in uno dei format animati di maggior successo in Italia e nel mondo.

  • Nel suo libro, occupandosi del ruolo del padre di fronte ai compiti evolutivi del figlio adolescente, scrive che l’adolescenza è “l’epoca della funzione paterna per eccellenza”.

Prima delle ridistribuzione e ricontrattazione dei ruoli familiari, l’infanzia era scandita dall’appartenenza materna ed era con l’arrivo delle trasformazioni adolescenziali che entrava simbolicamente in scena il padre. Il padre sanciva la fine dell’infanzia e si faceva garante della nascita sociale dell’adolescente. Oggi viviamo in un contesto familiare e sociale molto diverso, frutto di conquiste e trasformazioni culturali oramai irrinunciabili, chiamato ad integrare altre straordinarie novità rese possibili dalle innovazioni tecnologiche. Tutto questo non deve farci dimenticare che i compiti evolutivi dell’adolescenza sono invarianti. La separazione dai miti dell’infanzia, la mentalizzazione del corpo naturale, la formazione di un sistema di valori e la propria nascita come soggetto sociale trovano nello sguardo di ritorno paterno e nella capacità del padre di non rinunciare alla propria funzione un riferimento importante. Il padre è chiamato a sostenere la realizzazione dei compiti evolutivi dell’adolescente e a offrire uno spiraglio sul futuro possibile per il figlio o la figlia. Un compito ancor più importante in una società che comunica alle nuove generazioni molta crisi e poca speranza. Il padre sostiene il futuro, anche nei momenti difficili.

  • Cosa rappresentano il web, i social, i videogiochi per gli adolescenti di oggi, in termini di rischi e opportunità, e qual è una possibile “strategia di accompagnamento” più adeguata per i genitori?

Gli adolescenti odierni sono cresciuti sin da piccolissimi in una condizione caratterizzata dalla distanza corporea e dalla vicinanza relazionale, in quella che è stata definita la società del “spesso distanti ma mai soli”. Inseriti all’asilo e in altri contesti organizzati hanno sperimentato, su mandato genitoriale, cosa significasse trascorrere la quotidianità distante da mamma e papà ma mai veramente soli. La diffusione delle “relazioni senza corpo” origina in ambito familiare e si trasferisce successivamente nelle relazioni con i coetanei. Se a questo aggiungiamo la chiusura degli spazi di socializzazione e gioco spontaneo, dovuta anche all’aumentata percezione di pericoli esterni, possiamo dare un nuovo significato alla diffusione delle “piazze e battaglie virtuali” in preadolescenza e adolescenza. Può sembrare un controsenso, ma nella società odierna, se le cose procedono bene, l’adolescente si allena attraverso il virtuale, sperimenta nuove parti di sé in un contesto meno rischioso della strada, dove il corpo dei figli è percepito come in balia dei malintenzionati. Quando il virtuale da “palestra sociale” diventa luogo di rifugio, dell’immersione quotidiana e della ripetizione dell’identico, le cose non procedono bene. Inoltre, ritengo siano auspicabili delle politiche educative e sociali che rimettano il corpo naturale, e le sue esigenze, al centro dello sviluppo adolescenziale. Riaprire, prima nella nostra mente e poi nelle nostre città, spazi di socializzazione spontanea e luoghi dove le pari opportunità possano essere sempre più affermate, senza negare le differenze di genere, ritengo sia l’operazione più utile per contrastare lo strapotere del marketing della virtualità.

  • Come si svolge la consultazione con i genitori e con gli adolescenti all’interno della Fondazione Minotauro di cui è membro e Presidente?

Il Centro di Consultazione e Psicoterapia della Fondazione Minotauro si occupa di soggetti di tutte le età. E’ comunque vero che la storia del nostro Istituto è caratterizzata da una particolare attenzione all’adolescenza, fase dello sviluppo che richiede un dispositivo di intervento specifico. Il nostro approccio alla crisi adolescenziale si muove in una prospettiva evolutiva, in cui ampio spazio è dato alla voce dei ragazzi e delle ragazze ma anche a quella dei genitori. La nostra metodologia prevede dunque anche il coinvolgimento della madre e del padre, considerati come degli importanti collaboratori, dei co-terapeuti, dell’intero percorso di consultazione e psicoterapia. Questo perché riteniamo che la crisi adolescenziale dipenda da una situazione di stallo, da un blocco nella realizzazione dei compiti evolutivi propri di questa fase dello sviluppo e che la ripresa evolutiva possa avvenire attraverso il lavoro sul sistema di rappresentazioni dell’adolescente ma anche dei suoi genitori. Pur utilizzando un dispositivo flessibile, calibrato sulle singole richieste, il nostro modello di consultazione prevede dunque colloqui separati con l’adolescente, la madre e il padre, fino alla restituzione di quanto emerso nel lavoro della nostra équipe.

Sicurezza stradale: Parte il Drug-Test Salivare

C’è una sostanziale novità per gli automobilisti italiani: il Cozart RapiScan. È questo infatti il nome del test salivare che dal 29 maggio scorso consente di identificare in tempo reale coloro che sono alla guida sotto l’ effetto di una sostanza stupefacente. Una differenza che si propone di sovvertire completamente il quadro dei controlli a disposizione della Polizia Stradale come annuncia soddisfatto il capo della stradale Giuseppe Bisogno: “Sul controllo degli automobilisti drogati abbiamo sempre avuto enormi difficoltà perché fino ad oggi per i controlli dovevamo avere al seguito un medico e un laboratorio chimico. Oggi no, con questo sistema che abbiamo messo a punto possiamo velocizzare tutto e controllare gli automobilisti in tempo reale”.

Fonte Polizia Stradale e InSostanza
La diffusione
Il test per il momento sarà a diposizione della Polizia Stradale di 19 città Italiane per i prossimi 3 mesi e nei soli fine settimana; le città campione sono Roma, Napoli, Bologna, Novara, Bergamo, Brescia, Padova, Verona, Trieste, Savona, Forlì e Cesena, Ancona, Ascoli Piceno, Perugia, Pescara,Teramo, Bari, Messina e Cagliari. È questa però solo una fase sperimentale di un progetto che ambisce a fare del test salivare uno strumento a disposizione della polizia stradale di tutto il territorio nazionale almeno per i prossimi 3 anni. Lo spiega chiaramente Roberto Sgalla, direttore centrale delle specialità di polizia: “Dopo un periodo di sperimentazione a settembre daremo i primi dati sull’uso di stupefacenti da parte dei conducenti e cominceremo a capire qual è l’entità del fenomeno nel nostro paese. Il nostro obiettivo è estendere questo protocollo sperimentale a livello nazionale. Abbiamo chiesto uno stanziamento di circa 2 milioni di euro al Dipartimento Politiche Antidroga per avviare un progetto triennale”.
L’esecuzione
Se l’agente di polizia sospetta che il soggetto fermato sia in uno stato psicofisico alterato da una sostanza stupefacente deve, in primo luogo, eseguire l’ alcoltest; indipendentemente dal risultato di quest’ ultimo, qualora l’ agente ritenesse che lo stato del soggetto non sia riconducibile al solo uso di alcol, può decidere di eseguire una scansione della saliva con il Cozart RapiScan. Nel momento in cui il risultato di questa analisi risulta positivo, alla persona viene effettuato un ulteriore prelievo di saliva da inviare ai laboratori di analisi.
Il meccanismo
A prescindere dal modo in cui viene assunta, qualsiasi sostanza viene metabolizzata ed espulsa dall’organismo attraverso i fluidi biologici: sangue, urina, sudore e saliva. In particolare, dopo l’ assunzione, la sostanza passa nel sangue e da qui raggiunge i tessuti vascolarizzati. Dopo pochi minuti che la sostanza è presente nel sangue, la si può riscontrare anche nella saliva, mentre possono trascorrere anche alcune ore prima che sia riscontrabile nelle urine. Per questo motivo, analizzare la saliva consente di verificare quasi immediatamente l’assunzione di droga. Il Cozart RapiScan si basa sostanzialmente su una reazione antigene-anticorpo eseguita sulla saliva prelevata: dei composti specifici (che fungono da anticorpi) presenti nell’ apparecchio, sono in grado di riconoscere nella saliva la presenza di una determinata sostanza di abuso (che funge da antigene). Se il riconoscimento avviene vengono attivati degli enzimi che, reagendo con le sostanze stesse, conferiscono alle cartucce un particolare aspetto che permette di evidenziare la presenza o l’assenza di tali sostanze.
In dettaglio il test funziona nel modo seguente:
– La saliva è prelevata mediante un tampone che viene posizionato sotto la lingua del soggetto. Il tampone è collegato ad un apparecchio, il Cozart RapiScan appunto, che emette una luce blu quando la quantità di saliva necessaria è stata raccolta (possono volerci da 30 secondi a 4 minuti);
– il tampone viene inserito in una provetta con una soluzione in grado di far rilasciare le eventuali sostanze stupefacenti;
– a questo punto 4 gocce del campione vengono versate nel pozzetto dell’ apparecchio, dove avviene la reazione antigene-anticorpo: se nel liquido esaminato ci sono sostanze stupefacenti appaiono delle righe rosse. Se invece non sono presenti delle droghe non appare nessuna banda rossa;
– una piccola telecamera, legge e interpreta il contrasto fra le eventuali righe rosse ed è in grado di determinare la presenza di sostanze (fino ad un massimo di 5 per cartuccia) nel giro di 12 minuti.
– i risultati appaiono sul video dello strumento e possono essere stampati.

Se il soggetto risulta positivo, gli viene prelevato un ulteriore campione di saliva che viene inviato ai laboratori di tossicologia forense della zona o al laboratorio centralizzato della Polizia di Stato, a Roma, per effettuare il test di conferma mediante gascromatografia e spettrofotometria di massa.
Al momento, le sostanze che vengono identificate dal test includono cocaina, cannabinoidi, oppiacei, benzodiazepine e amfetamine.
Il tempo per cui queste sostanze restano rilevabili nella saliva è il seguente:
Cocaina: da 10 min a 24 ore
Cannabinoidi: fino a 14 ore
Oppiacei: da 1 ora a diversi giorni
Benzodiazepine: da 10 minuti a 48 ore
Amfetamina: da 10 min a 72 ore.

La sanzione
Essendo una violazione dell’ art. 187, in caso di positività scatta il ritiro della patente per 10 giorni e, se l’auto non è intestata ad un’altra persona, anche della stessa vettura fino all’esito dell’esame nei laboratori del Centro tossicologico forense di Roma.
Se la positività è confermata, poi si procede con la sospensione della patente.

Mattia Bozzelli, studente di medicina.

Fonte
Polizia di Stato

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Gli energy drink possono stimolare iperattività e ansia negli adolescenti

Bevande innocue per gli adulti risultano pericolose per ragazzini e, tanto più, bambini. Le sostanze “energizzanti” non sono adatte a un sistema nervoso ancora in crescita

Serena Zoli fondazione Umberto Veronesi

Niente energy drink a bambini e adolescenti. I possibili danni fisici sono già emersi, ora dalla Yale School of Public Health arriva l’avvertimento: queste bevande “stimolanti” possono stimolare nel 66 per cento dei ragazzini iperattività e distrazione che possono convertirsi nella piena sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd). La percentuale è stata ricavata da un’indagine su 1.650 scolari di età media sui 12 anni scelti a caso da 12 scuole urbane nel Connecticut. Tutti bevevano due bibite zuccherate al giorno, poi i ricercatori si sono accorti che a trascinare sempre più in su (del 14 per cento per ogni bevanda aggiunta) il rischio di iperattività/distrazione erano i drink energizzanti. Dei quali sono risultano bevitori più i maschi delle femmine.

VIETATO AI MINORI? – Da tempo sotto osservazione, per questi prodotti si è levata da più parti la richiesta di vietarne il consumo sotto i 18 anni. Diffondono caffeina, taurina, glucosio, vitamine del gruppo B ed estratti di erbe come il guaranà che contengono ancora caffeina. Il professor Luca Bernardo dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano è un esperto, in particolare, di adolescenti. Nel suo reparto ha creato anche un ambulatorio specifico per questa età. «Posso aggiungere ai dati della nuova ricerca», commenta il professore “adolescentologo”, «quelli del Children’s Hospital of Michigan di Detroit: oltre tremila bambini di età inferiore ai sei anni sono stati portati in pronto soccorso negli ultimi tre anni negli Stati Uniti o addirittura ricoverati dopo aver ingerito un energy drink. Purtroppo anche in Europa l’Agenzia per la sicurezza alimentare ha segnalato tempo fa che il 68 per cento degli adolescenti consuma abitualmente queste bevande. E, oltretutto, i ragazzi creano spesso un’associazione quanto mai deleteria ingerendo pure alcol». In ragazzi “predisposti” questi drink misti possono scatenare diversi disturbi fisici e psichici che sarebbero rimasti latenti, come per esempio: insonnia, irrequietezza, instabilità, palpitazioni».

MALE A SCUOLA – «Ma possono trovare l’innesco pure ansia, depressione e disturbo bipolare», continua Bernardo. «Tutto questo crea in loro degli arresti da un punto di vista scolastico, prima, e sociale poi. Un occhio attento per i nostri ragazzi deve arrivare già dentro le mura domestiche, dai genitori, informati anch’essi sulla pericolosità di alcune bevande assunte prima di una maturazione cerebrale completa». Conclude il medico: «Alcuni tipi di bevande, che apparentemente sembrano innocue, e per gli adulti lo sono, date a bambini e adolescenti possono risultare molto dannosi, proprio perché siamo di fronte ad una fase ancora di crescita e di strutturazione sia fisica che psichica»,

Serena Zoli

Disturbo da deficit di natura

I bambini cresciuti senza legame con la natura e gli animali che rischiano di diventare adulti disinteressati al mondo che li circonda.
I nostri figli stanno perdendo contatto con la natura e con se stessi.

Maurizio Luerti, counselor e ingegnere ne parla su genitorichannel.it

Mi ritengo fortunato perché appartengo a quella generazione che ha visto nascere i computer, quando ancora c’era molto da scoprire in quell’ambito, anche per noi ragazzi: lo stupore della tecnologia, i primi rudimentali videogiochi, ma soprattutto, il sogno di possibilità infinite che l’elettronica ci faceva intravedere. Sono diventato ingegnere inseguendo quel sogno.

Oggi però le cose sono molto diverse, la tecnologia è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, ne permea spesso ogni istante ed è nato un nuovo pericolo che negli adolescenti assume tratti davvero preoccupanti. È nato un nuovo linguaggio, una modalità comunicativa che aggrega i giovani e non solo e questo porta i ragazzi a passare ore e ore davanti agli schermi di tv, tablet, smartphone e computer.

L’influenza dei videogiochi su bambini e ragazzi
Non c’è tempo per uscire, il mondo reale è meno attrattivo di quello virtuale e poi, è meno pericoloso…ma sarà vero?
Molti psicologi sono convinti che passare molto tempo nella realtà rappresentata dai videogiochi possa influenzare la psiche del giocatore. In altre parole, il giocatore potrebbe formarsi una percezione di se stesso, della società e delle altre persone, a partire dal mondo e dalle caratteristiche dei videogiochi, piuttosto che dalle sue interazioni con il mondo reale.

Va notato che questo tipo di gioco non è nocivo di per se stesso, ma il suo utilizzo incondizionato e spropositato può dare origine a videomania o videofissazione, due aspetti diversi di un meccanismo di dipendenza: il primo legato ad un interesse esclusivo verso il mondo dei videogiochi, l’altro in riferimento all’esposizione prolungata ad un videogame, senza pause, completamente assorbiti dal gioco, in silenzio e spesso, in una stanza poco illuminata.

L’utilizzo smodato della TV aumenta i problemi di concentrazione
Secondo uno studio condotto dal Children’s Hospital and Regional Medical Center di Seattle, ogni ora passata al giorno davanti al televisore dai bambini in età prescolare, aumenta del 10% la possibilità che essi sviluppino, prima dei sette anni, problemi di concentrazione e altri sintomi tipici del disturbo da deficit di attenzione. Abbagliata da un eccesso di stimoli e di velocità, la mente infantile ne risente: non riesce a concentrarsi, a collegare momenti diversi della narrazione, a simbolizzare e comprendere ciò che sta vedendo.

Per Richard Louv, pedagogista statunitense:
Serve del tempo, libero e non strutturato, per sperimentare la natura in modo profondo.”

Louv lancia un campanello d’allarme riguardo ad un rilevato disturbo da deficit di natura che investe sempre più i ragazzi cresciuti in ambienti chiusi, dove il gioco è ormai assolutamente virtuale, dispensato attraverso computer, televisori e videogame. Il contatto con la natura è ostacolato da impedimenti, sia di tipo strutturale, che culturale. Da un lato, c’è la modellazione dei grandi agglomerati cittadini che lasciano poco spazio alle zone verdi, dall’altro, c’è la carenza di tempo libero e la paura degli spazi naturali non sorvegliati.
Inoltre, la cultura moderna attribuisce scarso valore al gioco in mezzo alla natura, favorendo invece un’attività più strutturata. Oggi, i giovani sono molto impegnati in una serie di attività cosiddette ricreative, che ben poco hanno a che fare con il gioco.

I bambini cresciuti senza legame con la natura diventano adulti disinteressati
Il rischio, più a lungo termine, è che bambini cresciuti senza alcun legame con natura e animali, diventino adulti disinteressati al mondo che li circonda. La preoccupazione non è solo per i singoli, ma per l’intero pianeta, che in un futuro potrebbe pagare il prezzo di questo disinteresse crescente. Sebbene i sintomi si manifestino soprattutto nei bambini, è probabile, che la sindrome da deficit di natura possa oggi affliggere tutto il mondo occidentale o gran parte di esso. Louv parla di malattia dell’anima prima ancora che del corpo, un’anima che ha perso la capacità di conoscere attraverso il corpo.

Siamo di fronte ad una crisi del sentire, stiamo perdendo la facoltà di conoscere direttamente il mondo.

Sono padre di un ragazzo di dodici anni che è appassionato di videogame. Ho imparato a giocare con lui, impugnando il controller della Playstation e soprattutto divertendomi insieme a mio figlio. Così mantengo aperto un canale di comunicazione e la curiosità è contagiosa: il mio autentico interesse nell’avvicinarmi al suo mondo virtuale ha stimolato in lui la curiosità di scoprire il meraviglioso che c’è nel mondo naturale. Gli racconto delle mie avventure di quando avevo la sua età e lui stesso sta iniziando a sperimentarle.
È una conseguenza inevitabile, è un fattore di riconnessione con la natura. Poiché il mondo esterno e quello interiore sono collegati attraverso i sensi e l’ambiente naturale è la fonte principale della stimolazione sensoriale, i ragazzi sono naturalmente portati a sperimentarsi attraverso la natura.

Occorre trovare il modo d’innescare questo processo, poi la natura farà il suo corso.

di Maurizio Luerti
Counselor e ingegnere, ha lavorato per molti anni nel settore delle telecomunicazioni e in quello elettro-medicale. Svolge attività di Counseling rivolto ad adolescenti presso sportelli d’ascolto in istituti scolastici. Conduce gruppi di crescita nella natura. Promuove il Counseling attraverso conferenze sia pubbliche che private.

W L’AMORE

Materiale

Il Progetto della Regione Emilia-Romagna W l’amore vuole offrire ai ragazzi e alle ragazze delle scuole secondarie di primo grado la possibilità di affrontare con gli adulti di riferimento i temi legati alla crescita, alle relazioni, all’affettività e alla sessualità.

W l’amore prende ispirazione da Long live love, a cura di Soa Aids Nederland e Rutger WFP, attivo già da 20 anni nelle scuole dei Paesi Bassi. Il progetto, monitorato e valutato nella sua efficacia, propone un ruolo attivo dei docenti nella trattazione di questi temi con le classi. Il percorso formativo con adulti e ragazzi/e e i materiali del progetto olandese (rivista per studenti e manuale per insegnanti) sono stati rivisti e adattati al contesto localee sperimentati nell’anno scolastico 2013-2014 in tre scuole di Bologna, Forlì e Reggio Emilia. Il lavoro di sperimentazionevalutazione e revisione effettuato con i docenti, i genitori e i ragazzi e le ragazze delle scuole coinvolte ha portato all’attuale formulazione del progetto, che nell’anno scolastico 2014-2015 si sta realizzando in 17 Distretti della Regione, con un coordinamento e monitoraggio regionale.

L’obiettivo di W l’amore è quello di promuovere la salute e il benessere psicologico e relazionale dei preadolescenti, per aiutarli a vivere in modo consapevole e rispettoso di sé e degli altri le proprie emozioni e relazioni, favorendo l’espressione dell’affettività nelle relazioni interpersonali. Ponendosi in un’ottica formativa, il progetto vuole fornire informazioni corrette sui temi della sessualità per incoraggiare comportamenti preventivi, attraverso il potenziamento delle competenze relazionali ed emotive (life skills) quali l’autoconsapevolezza, l’empatia, la capacità di prendere decisioni, fattori determinanti per il benessere e la salute.

Seguendo le indicazioni di documenti e linee guida nazionali e internazionali (OMS 2010UNESCO 2009Guadagnare salute in Adolescenza 2010), ci si rivolge ai preadolescenti in quanto un percorso di informazione e riflessione su queste tematiche è utile a partire dalla pubertà , periodo di profondi cambiamenti nel corpo, nella mente e nelle relazioni. La sessualità a questa età diventa una componente centrale dell’identità personale e del rapporto con gli altri. Inoltre, una percentuale sempre più significativa di preadolescenti inizia ad avere i primi rapporti sessuali, spesso vissuti con scarsa consapevolezza e insufficienti informazioni. Le conseguenze di comportamenti sessuali non protetti, quali gravidanze indesiderate o infezioni sessualmente trasmissibili, sono fenomeni abbastanza diffusi in adolescenza e spesso sottovalutati nel loro possibile impatto nella vita dei più giovani.

Gli obiettivi di salute riguardano non solo questi contenuti, ma un benessere psicologico e relazionale più complessivo, che si potenzia attraverso il confrontoe la riflessione su modelli, valori e scelte che hanno a che fare con le relazioni, l’affettività e la sessualità affinché ciascuno/a possa avere maggior consapevolezza della propria identità e dimensione personale e di genere. W l’amore vuole tutelare e valorizzare la pluralità delle scelte e dei modelli identitari e di comportamento, in modo da prevenire discriminazioni, pregiudizi e violenze che riguardano il genere, l’orientamento sessuale, i riferimenti socio-culturali di ciascuno. Intende inoltre aiutare i ragazzi e le ragazze ad acquisire informazioni e competenze per evitare comportamenti sessuali a rischio. Riteniamo che fenomeni come l’omonegatività o la violenza di genere possano essere contrastati attraverso percorsi formativi realizzati all’interno della scuola, che ha fra i suoi compiti anche educare alla legalità, al rispetto e alla convivenza civile.

È fondamentale quindi che siano gli adulti di riferimento (famiglie, insegnanti, operatori) ad affrontare con i ragazzi e le ragazze questi temi, per affiancarli nella comprensione e gestione di una realtà che si presenta più complessa e diversificata rispetto al passato. La famiglia rappresenta la prima e fondamentale realtà in cui vengono trasmessi, sia con le parole che attraverso l’esempio, valori e modelli di comportamento. La scuola affronta, all’interno delle diverse materie, contenuti inerenti l’affettività, le relazioni, l’adolescenza, la sessualità. I servizi socio-sanitari hanno fra i loro obiettivi la tutela e la promozione della salute e del benessere delle nuove generazioni, mentre associazioni ed enti del privato sociale svolgono diverse attività in queste aree.

In questa pluralità di voci e di presenze si ritiene che la scuola possa essere un punto fondamentale di questo percorso formativo: gli insegnanti, dopo una fase di formazione relativa ai contenuti e alle metodologie di W l’amore, realizzano in classe le prime quattro unità inerenti i cambiamenti nell’adolescenza, i modelli maschili e femminili, le relazioni affettive e amorose, l’autodeterminazione, l’assertività e il rispetto nelle relazioni. L’ultima unità didattica viene realizzata dagli operatori degli Spazi Giovani o dei Consultori, per affrontare gli argomenti legati a sessualità, contraccezione e prevenzione di infezioni sessualmente trasmissibili. Si ritiene che la collaborazione fra scuola e servizi socio-sanitari, comprendendo anche gli educatori che affiancano i ragazzi in attività socio-educative pomeridiane, rappresenti uno dei punti forti del progetto e offra ai preadolescenti e agli adulti la possibilità di conoscere gli Spazi Giovani a loro dedicati, a cui rivolgersi in caso di bisogno di informazioni o consulenze.

L’altra componente fondamentale e imprescindibile è rappresentata dai genitori, ai quali viene presentato il progetto a inizio anno scolastico, affinché ne conoscano i principi e i contenuti e possano esprimere valutazioni e domande. Questi incontri sono spesso occasione di confronto sui temi della crescita e dei cambiamenti dei figli e del ruolo educativo della famiglia in questa fase di vita, con la possibilità, su richiesta, di approfondire tali tematiche con ulteriori incontri.

W l’amore ritiene quindi indispensabile ed efficace la realizzazione di una rete fra i diversi soggetti che sono a contatto con i giovani al fine di promuovere una sinergia e un confronto, pur nei differenti ruoli e competenze, fornendo informazioni corrette e aiutando tutti e tutte a crescere con maggior consapevolezza, rispettando scelte, orientamenti e valori, nella loro pluralità. È una sfida importante che richiede apertura e disponibilità al confronto, per costruire una realtà dove possano coesistere esperienze, percorsi e scelte personali diversificate.

http://www.wlamore.it

Giovani e social: perché Facebook You Tube e Google vogliono i nostri figli

SE LE POLICY sostengono una tesi, la pratica viaggia spesso nella direzione opposta. Semplicemente perché non c’è un controllo effettivo possibile. Ma anche perché spesso sono gli stessi genitori a trascinare in vario modo i figli nell’ecosistema delle piattaforme sociali. Col paradosso che, per esempio, su Facebook è vietata l’iscrizione ai minori di 13 anni ma le nostre bacheche sono invase di neonati o fra gli utenti ne spuntano evidentemente di giovanissimi. Se a questa situazione di fatto si aggiunge l’interesse delle big company che stanno alle spalle di questi strumenti – tenere a battesimo la prima generazione di autentici “nativi sociali” – il quadro è completo. E non del tutto rassicurante.
Tratto da Repubblica.it giovani&social
La situazione in teoria. Su Facebook servono almeno 13 anni per creare un profilo quasi in ogni parte del mondo. Solo in Spagna e Corea del Sud ce ne vuole uno in più. Ma da tempo si parla di una versione della piattaforma anche per i più piccoli, dove il profilo del bambino sarà in qualche modo collegato a quello di almeno un genitore. Il primo passo è stato compiuto pochi giorni fa con Scrapbook, niente più che una versione digitale del vecchio album fotografico di casa (che, in questi dieci anni di vita del sito, si è estinto per reincarnarsi proprio fra gli album del social): anziché taggarsi a vicenda nelle foto del piccolo, rendendole visibili agli amici e agli amici degli amici, i genitori possono catalogare l’immagine con un tag specifico per inserirla in un album del quale impostare poi le opzioni per la privacy. Una cosa del genere si poteva più o meno già fare lavorando a lungo sulle impostazioni di un singolo album, ma così è più semplice. “La creazione di un account con informazioni false costituisce una violazione delle nostre condizioni d’uso”, si legge sul Centro d’assistenza di Facebook, “lo stesso vale per gli account registrati per conto di persone sotto i 13 anni”.

Non solo, spesso l’utilizzo dei social network è per i giovani reso difficoltoso non tanto da problematiche “tecniche” ma dalla mancanza di attenzione nei confronti del “contesto” in cui ad esempio una determinata notizia viene riportata (come dimostra un bello studio dell’università di Standord, riportato da Wired su come i giovani non siano in grado di riconoscere bufale oppure di distinguere tra NOTIZIE VERE e NOTIZIE CHE INVECE SONO PUBBLICITA’. E’ infatti indubbio come sui social network, per esempio Facebook, il “pubblico” sia essenziale per le aziende che vendono pubblicità, a questo proposito qui un articolo che spiega come funziona l’algoritmo di Facebook EdgeRank che sceglie cosa mostrare sulle bacheche degli utenti.

Anche Twitter ha scelto quella soglia – 13 anni – legata all’osservanza di una legge statunitense (il Children’s Online Privacy Protection Act approvato nel 1998, che finisce dunque per imporre lo stesso limite a tutti i mercati in cui sono presenti servizi di società americane) ma la formulazione delle condizioni d’uso è addirittura meno perentoria di quella di Facebook: “I nostri servizi non sono diretti a persone di età inferiore ai 13 anni”, c’è scritto, “se vieni a sapere che il tuo bambino ci ha fornito informazioni personali senza il tuo consenso, ti preghiamo di contattarci all’indirizzo privacy@twitter.com. Non raccogliamo consapevolmente informazioni personali su bambini di età inferiore a 13 anni. Se veniamo a sapere che un bambino di età inferiore ai 13 anni ci ha fornito informazioni personali, ci attiviamo per rimuovere tali informazioni e cancellare l’account del bambino”. L’ultima moda, Periscope, segue le privacy policy della casa madre. Stesso discorso per Instagram, controllato da Facebook: “You must be at least 13 years old to use the Service” si legge in inglese, senza neanche la versione in italiano. Tanto chi la legge.

Idem per Google e per tutte le piattaforme incluse nella ricca gamma di servizi di Mountain View, incluse Google+, Gmail, YouTube e altri ancora: 13 anni negli Stati Uniti e nel resto del mondo eccetto 14 in Spagna e Corea del Sud e 16 nei Paesi Bassi.La situazione in pratica. La cronaca racconta infatti che queste indicazioni, più o meno rigide, non godono di alcun tipo di filtro utile a una loro seria implementazione. In altre parole, chiunque può aprire un profilo. Che oltre tutto è un passaggio perfino inutile su piattaforme per loro natura e grammatica pubbliche come Twitter e Instagram: lì, infatti, non occorre un account per visualizzare i contenuti degli altri utenti da web. Il filtro arriva semmai a posteriori, frutto del caso e delle segnalazioni degli altri utenti (qui, per esempio, si può fare su Facebook). Non è una coincidenza che milioni di piccoli utenti siano già impigliati nelle maglie dei social: non ci sono dati aggiornatissimi ma è semplice calcolare a mente come non possa che essere peggiorata la situazione rispetto ai numeri diffusi quattro anni fa da Danah Boyd del Microsoft Research e New York University e altri colleghi. Il 19% dei genitori di bambini di 10 anni, il 32% degli undicenni e il 55% dei dodicenni ammettevano che il loro figlio avesse già attivato un account sulla piattaforma di Menlo Park. Di più: il 60% delle mamme e dei papà ha addirittura riconosciuto di aver aiutato i miniutenti ad aprire il profilo. Lo spunto sembra essere quello di un maggior controllo, quasi come l’idea fosse replicare la famiglia in digitale, al prezzo dello sbarco su una piattaforma spalancata a chiunque.

Le colpe dei genitori. L’allarme di Valentina Sellaroli, pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni di Torino, ha fatto molto discutere: “Pubblicare su internet la foto dei propri bambini”, ha detto, “è di per sé atto che potenzialmente può raggiungere un numero di persone, conosciute e non, indiscutibilmente più ampio che non il semplice gesto di mettere la foto dei propri figli più o meno in mostra sulla propria scrivania. Significa esporli a un numero esponenzialmente maggiore di persone che possono anche non avere buone intenzioni e magari interessarsi a loro in maniera poco ortodossa”. La realtà sembra nascondersi anche in una carenza di problematizzazione delle proprie scelte in rete: “Il punto centrale è la difficoltà nel comprendere la contemporaneità”, racconta a Repubblica.it Alberto Rossetti, psicologo e psicoterapeuta torinese esperto di minori e dipendenze da social, “non solo in termini di legalità ma anche di ricadute. È apprezzabile condividere dei momenti di gioia con i propri contatti ma se si esagera si provocano almeno un paio di conseguenze. Anzitutto si catapultano contro la loro volontà i figli dentro ecosistemi che non conoscono ma dei quali saranno per forza sempre più interessati, domandando, chiedendo cosa si dice di loro e alla fine magari aprendo di nascosto un profilo per verificarlo di persona. D’altra parte ci si dimentica di fare in modo che, su queste piattaforme, la nostra vita torni a essere effettivamente ‘nostra’: mia moglie non sono io, perché allora dovrei sovrappormi a mio figlio? D’accordo che per molti la famiglia è tutto ma il proprio profilo personale è appunto individuale, non familiare. Bisogna sempre fermarsi a ragionare”.

L’interesse delle big company. Piattaforme per l’infanzia di questo tipo, ne raccontiamo l’evoluzione da circa un anno, continuano a spuntare come funghi. Con la faccia dolce del servizio cucito su misura per i più piccoli, aprono di fatto al loro ingresso attivo e ufficiale nella ragnatela sociale. L’idea, neanche troppo nascosta, è sdoganare Facebook, YouTube e tutti i servizi di Google, Vine (è partito di recente Vine Kids) e altri network, per iniziare dalla base il lavoro di “perimetrizzazione” tipico in particolare di Facebook. Fare cioè in modo che i nuovi utenti crescano nella consapevolezza d’uso convinti che non sia poi così necessario allontanarsi più di tanto da certi siti. Con le dovute proporzioni è un po’ quello che sta succedendo con gli utenti dei mercati emergenti (lo dimostrano alcuni studi recenti, fra cui un limitato ma significativo esperimento di Quartz) che hanno una storia di connettività più breve e in buona parte direttamente mobile: giovani o adulti che siano, ritengono che internet e Facebook siano quasi la stessa cosa, sovrapponendo quello sterminato universo che è il Web ai servizi, sempre più completi, del social di Mark Zuckerberg.

Un caso singolare e freschissimo è quello di YouTube Kids, la versione del sito di videosharing nata per proporre solo contenuti adeguati ai bambini e criticata aspramente negli Stati Uniti dalle associazioni dei consumatori e in difesa dei bambini fra cui il Center for Digital Democracy e Consumer Watchdog. L’accusa? Nella denuncia alla US Federal Trade Commission si cita la sovrabbondanza di pubblicità. L’applicazione cercherebbe di “trarre vantaggio dalla vulnerabilità di sviluppo dei bambini e viola le regole dei media sulla pubblicità che proteggono i bambini quando guardano la televisione”.

“YouTube Kids è l’ambiente mediatico per bambini più ipercommercializzato che abbia mai visto”, ha raccontato Dale Kunkel, docente di comunicazione all’università dell’Arizona. In fondo, lo insegnano i manuali di marketing vecchi e nuovi, i bambini – anche in età preadolescenziale – sono consumatori ambitissimi per la loro capacità di orientare con fermezza gli acquisti dei genitori, che spesso cedono per i sensi di colpa o per sedare le piagnucolanti richieste (il cosiddetto “pester power” dei piccoli bombardati dalle pubblicità più o meno martellanti e subliminali), decretando così il successo di prodotti e servizi. Non solo: saranno i futuri padri e madri, i consumatori del futuro. Iniziare da subito, spesso prima ancora che possano davvero rendersene conto, quel puntuale e sempre più completo processo di profilazione che accompagna le nostre navigazioni quotidiane non può che aumentare il valore dell’utenza che popola i social network. E della pubblicità che attraverso di essi viene distribuita.

I rischi. Sono due facce della stessa medaglia. Da una parte c’è l’obiettivo delle società: coinvolgere, trattenere, profilare e vendere pubblicità e servizi. Dall’altra “c’è l’aspetto di legalità”, conclude Rossetti, “e quello legato alle ricadute psicologiche”. Come se i minori, e in particolare gli under 13 – qualcuno dovrà poi spiegarci perché anche in Italia la soglia debba essere quella statunitense – fossero sotto pressione da entrambi i lati. Uno “buono”, che punta “solo” a conoscerli sempre meglio e a legarli al proprio ecosistema. I contenuti che spesso diamo loro in pasto possono servire proprio a questo: “Una foto pubblicata da Facebook diventa di Facebook: davvero vorreste dare le foto dei vostri figli a un’azienda?”, chiede un esperto informatico e consulente in molte cause legali relative a questioni online che preferisce rimanere anonimo.

L’altro è l’aspetto più evidente eppure spesso sottovalutato, collegato agli infiniti rischi sia di una precoce presenza online sia della diffusione incontrollata di foto e video: dalla pedopornografia al “digital kidnapping”, cioè l’appropriazione di immagini spacciate poi per quelle dei propri figli – il rapimento digitale – ai gruppi nei quali vengono dileggiate le immagini dei piccoli.

IL CASUAL DATING

Dall’ enciclopedia Treccani : “Casual dating: espressione inglese composta dall’aggettivo casual (‘occasionale [in relazione alla sfera sessuale], temporaneo, disinvolto’) e dal sostantivo dating (‘appuntamento’); appuntamento per incontri occasionali a scopo sessuale e senza implicazioni affettive, organizzati tramite agenzie specializzate, di solito attive in rete.”
Nell’era digitale del multitasting, della cultura, della velocità, come cambiano i rapporti affettivi e le relazioni intime??? Fiumi e fiumi di ricerche, di statistiche, di sondaggi hanno scoperto, evidenziato, sottolineato e commentato nuove modalità di incontrarsi. Tra le ultime novità compare il casual dating.Secondo i dati della ricerca di C-Date, il casual dating piace sia ai maschi (80%) che alle donne (57%). In particolare, ben tre quarti delle under 35 (75%) promuove gli incontri “senza compromessi”, mentre tra le over 35 piacciono al 67%. (F. Menichella, M. Stagno e U. Buslacchi, Gq Italia.it, 17 novembre 2011, Eros & Girls). In Italia, poi, continua a crescere il numero dei siti dedicati alle scappatelle, come testimonia il famoso C-Date, leader di settore del casual-dating da più di 10 anni, con 1 milione di utenti.
Le regole, o meglio la regola fondamentale del casual dating è “niente coinvolgimenti sentimentali”, ci si incontra e si dà adito alle proprie fantasie senza nessun compromesso, e con la certezza di non incorrere in un rifiuto.
Il casual dating rappresenta, quindi, la nuova frontiera del sesso o una variante rispetto alla realtà attuale? Se un tempo vi erano le scappatelle, gli incontri occasionali, ovvero ci si incontrava per caso ad una festa, in un locale, in un bar ci si scambiano occhiate, ci si presenta e si chiacchiera e poi ci scappa quel qualcosa di più, nell’età dei social network è tutto diverso, anche e soprattutto gli incontri e le scappatelle. Tutto è programmato, mentalizzato, intellettualizzato e se vogliamo svincolato da qualsiasi emozione e sensazione, tutto si ricolloca sul versante sesso e stop, dove anche la paura, mista al desiderio di quell’incontro fortuito e quasi inaspettato, svaniscono nella rete! D’altra parte c’è chi è d’accordo con l’affermazione di Woody Allen in “Amore e Guerra”: ” Il sesso senza amore è un’esperienza vuota” ma aggiunge anche “Sì, ma con le esperienze che conosco, non è male.”

Lo sapevi che…Uno speed date, secondo quanto riportato su di un sito specializzato in questo tipo d’incontri, è un gioco creato in America che ha lo scopo di riunire dei single in un unico locale e di farli conoscere agevolando nuove amicizie e nuovi flirt, la serata si svolge in locali alla moda.
Ad ogni incontro vi partecipano almeno 10 donne e 10 uomini fino ad un massimo di 25 donne e 25 uomini. Tutti i partecipanti al gioco si ritrovano di fronte un partner di sesso opposto.
Il gioco ha così inizio e ogni persona dispone di 5 minuti per parlare con chi si ritrova dall’altro lato del tavolino, confrontarsi e capire a che livello sono il feeling, l’attrazione. Il moderatore della serata ogni 5 minuti invita i gli uomini a scalare di un posto per parlare così con la prossima donna. Si va avanti in questo modo finché tutte le donne hanno parlato con tutti gli uomini e viceversa. Al termine del gioco, vengono fornirti i recapiti per contattare i potenziali partner che hanno mostrato un interesse nei confronti dell’altro.

Esistono altre varianti di incontri:
– Il mobile dating cioè il dating praticato con i cellulari. Come avviene sui siti internet di incontri, le persone si iscrivono a servizi tramite i quali contattano altri utenti via messaggi SMS. Una variante è considerato il toothing, praticato grazie alla tecnologia bluetooth.
– Il mobile dating localizzato, ovvero la versione mobile del dating online. L’unica differenza è nella possibilità di localizzare le persone con cui si comunica (grazie ai chip GPS di cui molte periferiche, soprattutto smartphones, sono dotate).
– Lo speed dating online, diversamente da quello classico, si pratica nelle community e nei siti web che mettono a disposizione delle piattaforme di videochat, tramite le quali gli utenti si incontrano e parlano con l’ausilio delle webcam.
– Lo slowdating, come la parola stessa ci induce a capire, a differenza del Speed Dating, per conoscere la persona si prende tutto il tempo possibile. Gli incontri, prima, vengono effettuati in locali e poi on line.

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Dipendenze ansia attacchi di panico adolescenza sballo. GenitoriInCorso ne parla con il neuropsichiatra Gilberto Di Petta

GENITORINCORSO intervista Gilberto Di Petta. Dirigente medico-neuropsichiatra, attivo presso il reparto di psichiatria (SPDC) dell’Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, nel Carcere femminile di Pozzuoli (Dipartimento di Salute Mentale ASL NA 2 nord) e consulente psichiatra nel SerT di Pozzuoli, già Responsabile dell’ UO Comorbilità Psichiatrica e del Centro Diurno “Giano”, Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL NA 2 Nord. Di Petta è autore di numerose pubblicazioni scientifiche in forma di articoli e di monografie su temi inerenti la psicopatologia e la psicoterapia fenomenologica. Relatore a congressi nazionali ed internazionali sul tema della psicopatologia delle tossicomanie, e’ vice-presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica, socio fondatore e membro del CDA della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-dinamica di Firenze. E’ anche supervisore e formatore di equipe multidisciplinari attive nell’ ambito della salute mentale e delle dipendenze patologiche.

Oggi possiamo parlare di tossicodipendenza o è più corretto parlare di dipendenze?

R.: Effettivamente il discorso primitivo sulla farmacotossicodipendenza (nato negli anni Settanta del secolo scorso) si è allargato oggi a macchia d’olio. Sono comparse le cosiddette dipendenze comportamentali, ovvero quelle dipendenze con non passano per i farmaci o per le droghe, cionondimeno condizionando pesantemente la vita dei soggetti coinvolti. Quindi sembra essersi azzerata la differenza tra dipendenza farmacotossicologica e dipendenza comportamentale, ripetto agli esiti, che sono entrambi catastrofici, nel senso che entrambe le forme di dipendenza conducono la persona all’isolamento e alla deriva sociale. Tuttavia questo equiparamento delle dipendenze farmacotossicologiche e delle dipendenze comportamentali sotto il comune ombrello delle Dipendenze Patologiche ad esito infausto rappresenta anche il pericolo di una diluizione dell’attenzione e di un abbassamento della guardia. Le dipendenze comportamentali in linea di massima sembrano essere maggiormente accettate socialmente, prova ne è il fatto che l’oggetto della dipendenza, come il gioco d’azzardo, di fatto è legale. Ad ogni modo le dipendenze comportamentali non producono alterazioni cerebrali con esiti psichiatrici. Una grossa spinta alla legalizzazione oggi, grazie alla”normalizzazione” del costrutto “Dipendenze” è in atto anche nei confronti delle sostanze d’abuso. Allo stato attuale, anche se non sono ancora legalizzate, comunque le sostanze stupefacenti seguono un percorso quasi alla luce del sole, tanto e vero che è facilissimo acquistarne dappertutto. I servizi per le tossicodipendenze (SERT-SERD), d’altro canto, e il sistema delle comunità terapeutiche, non si sono adeguati alle nuove dipendenze, spesso non offrono risposte idonee, e sono rimasti stigmatizzati come servizi deputati al contrasto e alla cura delle dipendenze da eroina, tuttalpiù da cocaina. Il discorso delle dipendenze comportamentali (da internet, da shopping, da sesso, affettive, da cibo, da gioco d’azzardo) sta prendendo molto spazio sui media e nell’opinione pubblica. Questo sta togliendo attenzione al fenomeno della dipendenza da sostanze, che subdolamente muta di segno. L’eroina da tempo non è più la principale sostanza d’abuso. Le nuove droghe sono di matrice chimica, difficilmente individuabili, spesso non ancora tabellate, non dosabili, e, utilizzate nei contesti del divertimento, finiscono per essere sdoganate come necessari coadiuvanti del divertimento organizzato di massa, soprattutto musicale. Queste sostanze sono invece proprio quelle che hanno maggiore impatto sulla sfera neuropsichiatrica.

Influenza e effetti dell’uso di sostanze sul percorso evolutivo in adolescenza. Può delinearci alcuni aspetti?

R.: E’ noto che l’encefalo umano completa la sua maturazione nel corso di tutta la vita. Quello adolescenziale in particolare è un periodo critico. Si struttura la personalità come schema abbastanza stabile di relazione con il mondo, si definiscono progetti di vita, si canalizzano gli interessi. Quando la sostanza occupa lo spazio del mondo, il soggetto si distacca e diventa apatico e indifferente, il tempo e lo spazio gli scivolano, accede ad una sorta di atemporalità, di eterno presente senza cura, senza memoria e senza progetto, sostenuto da un tipo di umore che sempre più ha bisogno delle sostanze per mantenersi euforico e positivo. Questo atteggiamento sprezzante e disingaggiato non consente al giovane di appropriarsi della propria vita e si porre in essere delle scelte fondamentali. Pertanto è possibile che l’impatto in adolescenza delle sostanze, anche quando non provoca effetti psichiatrici distinti, sia responsabile di modificare l’organizzazione personologica del soggetto. Spesso il tossicodipendente o l’utilizzatore problematico di sostanze finisce per essere, anche da adulto, una persona senza età, senza storia, poiché rimane in qualche modo fissato ad una dimensione atemporale, che è quella di quando ha incontrato la sostanza

Secondo lei quali bisogni gli adolescenti oggi cercano di soddisfare attraverso il consumo di sostanze?

R.: Uno dei bisogni fondamentali è rappresentato dalla necessità di colmare il senso di vuoto. Vuoto di identità o vuoto di essere. All’uscita dall’infanzia, quando il mondo perde il suo incantamento, il soggetto non trova più strutture portanti di ordine socioculturale o affettivo. Allora il senso di vuoto è bruciante. Le sostanze hanno la capacità di riempire immediatamente il vuoto. Poi, come effetto collaterale, comportano un incremento nella percezione di questo vuoto, per cui il soggetto è costretto a riempirsi ancora più di sostanze. La dipendeza si instaura non solo in base a meccanismi biologici che regolano il piacere e la gratificazione, ma anche in base alla fame semantica, ovvero alla fame di senso che prova chi ha un vuoto da riempire. E non può quindi lasciare che questo vuoto lo divori in assenza della sostanza, pertanto altra sostanza è chiamata a riempire il vuoto allargato dalla sostanza stessa. Un altro aspetto è caratterizzato dal fatto che le sostanze si prestano bene, con il loro carico di trasgressività e di ritualità, a fare da iniziazione per chi, come i ragazzi, ha bisogno di segnare il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Da questo punto di vista la nostra società ha progressivamente abolito ogni cerimoniale che abbia valore iniziatico, pertanto per sentirsi adulti e fare cose da adulti entrare nel gruppo di quelli che usano le sostanze è un appeal molto forte.

Può darci una definizione dello “sballo”?

R.: Lo sballo equivale ad una modificazione dello stato di coscienza, di tipo crepuscolare. La coscienza si restringe e si focalizza su pochi contenuti, lasciando fuori fuoco tutto ciò che è al margine del suo ristretto campo. Lo sballo si differenzia dal flash da oppiacei per via endovenosa, che coincide con unasensazione viscerale di piacere e di fusione con l’universo. Allo sballo si può arrivare utilizzando varie sostanze in combinazione. Ad esempio cannabinoidi più alcol, alcol più cocaina, cannabinoidi, pasticche ed alcol. Lo sballo è percepito come piacevole, poiché tutto il peso della cura, delle preoccupazioni, della responsabilità, svapora, si allontana. Lo stato d’animo di euforia (highness) riempie il campo di coscienza. Il soggetto si sente risucchiato in un istante eterno, atemporale, destinato dunque a durare all’infinito, in cui tutto è sfumato, onirico, soffice, possibile.

Esiste una correlazione fra l’età di inizio del consumo di sostanze e l’insorgenza di disturbi?

R.:Nei soggetti con una vulnerabilità, ovvero con una predisposizione verso i disturbi mentali, l’utilizzo di sostanze anticipa di molto l’esordio di una condizione psicotica. Ovvero la slatentizza. Anche in soggetti non predisposti, tuttavia, la precocità dell’inizio può andare a turbare il neurosviluppo e provocare una serie di disturbi. L’adolescenza è una fase molto delicata sotto il profilo neurobiologico. La strutturazione di un assetto encefalico definitivo è anche influenzata dai flussi ormonali. I recettori per i cannabinoidi sono diffusi in maniera abbastanza ubiquitaria, quindi non è da escludere che l’utilizzo di cannabinoidi ad alte concentrazioni possa interferire con lo sviluppo armonico. Generalmente, al di là dei casi di psicosi acute paranoidi, con sintomi allucinatori e deliranti, che per fortuna concernono una stretta minoranza di situazioni, in clinica si osservano sintomi caratterizzati da irritabilità e apatia. I ragazzi perdono la motivazione e la capacità di progettare. In linea di massima più è bassa l’età del consumo di sostanze e più è alta la possibilità di incorrere in disturbi mentali.

Può il THC scatenare negli adolescenti crisi di ansia e attacchi di panico che si ripresentano anche una volta interrotto l’uso?

R. Si. Il fenomeno del flashback, ovvero del ritorno di fiamma, non è esclusivamente tipico delle sostanze allucinogene. Il tetraidrocannabinolo (THC), se eccessivamente concentrato, può produrre dispercezioni. Le dispercezioni sono caratterizzate da sensazioni spesso sgradevoli, di tipo visivo, acustico o tattile, come l’impressione di essere toccati, o l’impressione che ci sia qualcuno, o che ci sia una voce che parli a noi. Queste sensazioni cacofoniche o egodistoniche, cioè che impattano negativamente sulla cenestesi, che è il senso di essere in equilibrio rispetto a se stessi, incrementano l’ansia fino a scatenare attacchi di ansia parossistica o di angoscia, che comunemente vengono definiti attacchi di panico. Un altro motivo per cui il THC può causare panico è il cosiddetto effetto boomerang, o rebound. In pratica accade che in una prima fase l’effetto della sostanza è ritenuto piacevole e rilassante, quindi antiansia, in una seconda fase invece subentra l’ansia, in proporzioni maggiori, poiché tutta l’ansia che è stata cacciata via dall’effetto della cannabis ritorna in maniera violenta. Il cervello funziona con un sistema di memorie molto articolate. Abbiamo non solo memorie cognitive, o affettive, ma anche memorie olfattive o memorie muscolari. La memoria di una attacco di angoscia è qualcosa che tende a non passare. Pertanto il soggetto può riviverla anche ad anni di distanza dall’interruzione dell’abitudine al fumo di cannabis. In alcuni casi, quando il fumo di cannabis provoca nel soggetto delle alterazioni mentali, queste possono non del tutto scomparire con la cessazione dell’abitudine al fumo. In altri termini possono essere proprio queste alterazioni basali o elementari che permangono ad innescare perodicamente dei vortici di ansia o di angoscia anche in assenza di cannabinoidi.

Quali sono il ruolo e l’efficacia della terapia di gruppo all’interno di un percorso di cura dei disturbi arrecati dal consumo di sostanze.

R.: Le sostanze appartengono a rituali perlopiù collettivi, e dunque il gruppo sembra possedere la chiave di volta del trattamento di questi disturbi. Nella tradizione fenomenologica il concetto di reciprocità, quello di intersoggettività e di intercorporeità sono stati molto enfatizzati. Ovvero l’idea che il ripristino, nel paziente, di una costituzione o di una considerazione dell’altro come soggetto vivo, cosciente, senziente, si associa ad un miglioramento delle condizioni patologiche, rappresenta l’architrave della terapia di gruppo. Esistono vari modelli di terapia di gruppo. Quella sviluppata in ambito fenomenologico si chiama Gruppoanalisi dell’Esserci. I soggetti coinvolti sono invitati ad esprimere lapropria esperienza emotiva. Viene favorito l’incontro diretto, all’interno del gruppo, tra due soggetti che di volta involta, alla presenza degli altri, cercano di stabilire un contatto tra di loro, anche toccandosi fisicamente. Le sostanza aboliscono la percezione dell’altro e, di riflesso, aboliscono la percezione di sé. Spesso gli abusatori di sostanze, dopo una fase calda, bruciante, irruenta e impulsiva, arrivano ad una fase fredda, ghiacciata, nella quale si percepisce il congelamento della loro esistenza svuotata di intenzionalità e di progetto. In questa fase il lavoro fenomenologico di gruppo, focalizzato sul pathos residuo, è utile a rivitalizzare i soggetti, a risvegliare dentro di loro l’intenzionalità di esistere.

 

 

Si chiamano “hikikomori”. Sono adolescenti, autoreclusi, dipendenti dalla Rete.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.”
Ne parla la giornalista Lidia Baratta sul quotidiano on-line linkiesta, http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia, con un lungo reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».

E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.”

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

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