Giovani e social: perché Facebook You Tube e Google vogliono i nostri figli

SE LE POLICY sostengono una tesi, la pratica viaggia spesso nella direzione opposta. Semplicemente perché non c’è un controllo effettivo possibile. Ma anche perché spesso sono gli stessi genitori a trascinare in vario modo i figli nell’ecosistema delle piattaforme sociali. Col paradosso che, per esempio, su Facebook è vietata l’iscrizione ai minori di 13 anni ma le nostre bacheche sono invase di neonati o fra gli utenti ne spuntano evidentemente di giovanissimi. Se a questa situazione di fatto si aggiunge l’interesse delle big company che stanno alle spalle di questi strumenti – tenere a battesimo la prima generazione di autentici “nativi sociali” – il quadro è completo. E non del tutto rassicurante.
Tratto da Repubblica.it giovani&social
La situazione in teoria. Su Facebook servono almeno 13 anni per creare un profilo quasi in ogni parte del mondo. Solo in Spagna e Corea del Sud ce ne vuole uno in più. Ma da tempo si parla di una versione della piattaforma anche per i più piccoli, dove il profilo del bambino sarà in qualche modo collegato a quello di almeno un genitore. Il primo passo è stato compiuto pochi giorni fa con Scrapbook, niente più che una versione digitale del vecchio album fotografico di casa (che, in questi dieci anni di vita del sito, si è estinto per reincarnarsi proprio fra gli album del social): anziché taggarsi a vicenda nelle foto del piccolo, rendendole visibili agli amici e agli amici degli amici, i genitori possono catalogare l’immagine con un tag specifico per inserirla in un album del quale impostare poi le opzioni per la privacy. Una cosa del genere si poteva più o meno già fare lavorando a lungo sulle impostazioni di un singolo album, ma così è più semplice. “La creazione di un account con informazioni false costituisce una violazione delle nostre condizioni d’uso”, si legge sul Centro d’assistenza di Facebook, “lo stesso vale per gli account registrati per conto di persone sotto i 13 anni”.

Non solo, spesso l’utilizzo dei social network è per i giovani reso difficoltoso non tanto da problematiche “tecniche” ma dalla mancanza di attenzione nei confronti del “contesto” in cui ad esempio una determinata notizia viene riportata (come dimostra un bello studio dell’università di Standord, riportato da Wired su come i giovani non siano in grado di riconoscere bufale oppure di distinguere tra NOTIZIE VERE e NOTIZIE CHE INVECE SONO PUBBLICITA’. E’ infatti indubbio come sui social network, per esempio Facebook, il “pubblico” sia essenziale per le aziende che vendono pubblicità, a questo proposito qui un articolo che spiega come funziona l’algoritmo di Facebook EdgeRank che sceglie cosa mostrare sulle bacheche degli utenti.

Anche Twitter ha scelto quella soglia – 13 anni – legata all’osservanza di una legge statunitense (il Children’s Online Privacy Protection Act approvato nel 1998, che finisce dunque per imporre lo stesso limite a tutti i mercati in cui sono presenti servizi di società americane) ma la formulazione delle condizioni d’uso è addirittura meno perentoria di quella di Facebook: “I nostri servizi non sono diretti a persone di età inferiore ai 13 anni”, c’è scritto, “se vieni a sapere che il tuo bambino ci ha fornito informazioni personali senza il tuo consenso, ti preghiamo di contattarci all’indirizzo privacy@twitter.com. Non raccogliamo consapevolmente informazioni personali su bambini di età inferiore a 13 anni. Se veniamo a sapere che un bambino di età inferiore ai 13 anni ci ha fornito informazioni personali, ci attiviamo per rimuovere tali informazioni e cancellare l’account del bambino”. L’ultima moda, Periscope, segue le privacy policy della casa madre. Stesso discorso per Instagram, controllato da Facebook: “You must be at least 13 years old to use the Service” si legge in inglese, senza neanche la versione in italiano. Tanto chi la legge.

Idem per Google e per tutte le piattaforme incluse nella ricca gamma di servizi di Mountain View, incluse Google+, Gmail, YouTube e altri ancora: 13 anni negli Stati Uniti e nel resto del mondo eccetto 14 in Spagna e Corea del Sud e 16 nei Paesi Bassi.La situazione in pratica. La cronaca racconta infatti che queste indicazioni, più o meno rigide, non godono di alcun tipo di filtro utile a una loro seria implementazione. In altre parole, chiunque può aprire un profilo. Che oltre tutto è un passaggio perfino inutile su piattaforme per loro natura e grammatica pubbliche come Twitter e Instagram: lì, infatti, non occorre un account per visualizzare i contenuti degli altri utenti da web. Il filtro arriva semmai a posteriori, frutto del caso e delle segnalazioni degli altri utenti (qui, per esempio, si può fare su Facebook). Non è una coincidenza che milioni di piccoli utenti siano già impigliati nelle maglie dei social: non ci sono dati aggiornatissimi ma è semplice calcolare a mente come non possa che essere peggiorata la situazione rispetto ai numeri diffusi quattro anni fa da Danah Boyd del Microsoft Research e New York University e altri colleghi. Il 19% dei genitori di bambini di 10 anni, il 32% degli undicenni e il 55% dei dodicenni ammettevano che il loro figlio avesse già attivato un account sulla piattaforma di Menlo Park. Di più: il 60% delle mamme e dei papà ha addirittura riconosciuto di aver aiutato i miniutenti ad aprire il profilo. Lo spunto sembra essere quello di un maggior controllo, quasi come l’idea fosse replicare la famiglia in digitale, al prezzo dello sbarco su una piattaforma spalancata a chiunque.

Le colpe dei genitori. L’allarme di Valentina Sellaroli, pubblico ministero presso il Tribunale per i minorenni di Torino, ha fatto molto discutere: “Pubblicare su internet la foto dei propri bambini”, ha detto, “è di per sé atto che potenzialmente può raggiungere un numero di persone, conosciute e non, indiscutibilmente più ampio che non il semplice gesto di mettere la foto dei propri figli più o meno in mostra sulla propria scrivania. Significa esporli a un numero esponenzialmente maggiore di persone che possono anche non avere buone intenzioni e magari interessarsi a loro in maniera poco ortodossa”. La realtà sembra nascondersi anche in una carenza di problematizzazione delle proprie scelte in rete: “Il punto centrale è la difficoltà nel comprendere la contemporaneità”, racconta a Repubblica.it Alberto Rossetti, psicologo e psicoterapeuta torinese esperto di minori e dipendenze da social, “non solo in termini di legalità ma anche di ricadute. È apprezzabile condividere dei momenti di gioia con i propri contatti ma se si esagera si provocano almeno un paio di conseguenze. Anzitutto si catapultano contro la loro volontà i figli dentro ecosistemi che non conoscono ma dei quali saranno per forza sempre più interessati, domandando, chiedendo cosa si dice di loro e alla fine magari aprendo di nascosto un profilo per verificarlo di persona. D’altra parte ci si dimentica di fare in modo che, su queste piattaforme, la nostra vita torni a essere effettivamente ‘nostra’: mia moglie non sono io, perché allora dovrei sovrappormi a mio figlio? D’accordo che per molti la famiglia è tutto ma il proprio profilo personale è appunto individuale, non familiare. Bisogna sempre fermarsi a ragionare”.

L’interesse delle big company. Piattaforme per l’infanzia di questo tipo, ne raccontiamo l’evoluzione da circa un anno, continuano a spuntare come funghi. Con la faccia dolce del servizio cucito su misura per i più piccoli, aprono di fatto al loro ingresso attivo e ufficiale nella ragnatela sociale. L’idea, neanche troppo nascosta, è sdoganare Facebook, YouTube e tutti i servizi di Google, Vine (è partito di recente Vine Kids) e altri network, per iniziare dalla base il lavoro di “perimetrizzazione” tipico in particolare di Facebook. Fare cioè in modo che i nuovi utenti crescano nella consapevolezza d’uso convinti che non sia poi così necessario allontanarsi più di tanto da certi siti. Con le dovute proporzioni è un po’ quello che sta succedendo con gli utenti dei mercati emergenti (lo dimostrano alcuni studi recenti, fra cui un limitato ma significativo esperimento di Quartz) che hanno una storia di connettività più breve e in buona parte direttamente mobile: giovani o adulti che siano, ritengono che internet e Facebook siano quasi la stessa cosa, sovrapponendo quello sterminato universo che è il Web ai servizi, sempre più completi, del social di Mark Zuckerberg.

Un caso singolare e freschissimo è quello di YouTube Kids, la versione del sito di videosharing nata per proporre solo contenuti adeguati ai bambini e criticata aspramente negli Stati Uniti dalle associazioni dei consumatori e in difesa dei bambini fra cui il Center for Digital Democracy e Consumer Watchdog. L’accusa? Nella denuncia alla US Federal Trade Commission si cita la sovrabbondanza di pubblicità. L’applicazione cercherebbe di “trarre vantaggio dalla vulnerabilità di sviluppo dei bambini e viola le regole dei media sulla pubblicità che proteggono i bambini quando guardano la televisione”.

“YouTube Kids è l’ambiente mediatico per bambini più ipercommercializzato che abbia mai visto”, ha raccontato Dale Kunkel, docente di comunicazione all’università dell’Arizona. In fondo, lo insegnano i manuali di marketing vecchi e nuovi, i bambini – anche in età preadolescenziale – sono consumatori ambitissimi per la loro capacità di orientare con fermezza gli acquisti dei genitori, che spesso cedono per i sensi di colpa o per sedare le piagnucolanti richieste (il cosiddetto “pester power” dei piccoli bombardati dalle pubblicità più o meno martellanti e subliminali), decretando così il successo di prodotti e servizi. Non solo: saranno i futuri padri e madri, i consumatori del futuro. Iniziare da subito, spesso prima ancora che possano davvero rendersene conto, quel puntuale e sempre più completo processo di profilazione che accompagna le nostre navigazioni quotidiane non può che aumentare il valore dell’utenza che popola i social network. E della pubblicità che attraverso di essi viene distribuita.

I rischi. Sono due facce della stessa medaglia. Da una parte c’è l’obiettivo delle società: coinvolgere, trattenere, profilare e vendere pubblicità e servizi. Dall’altra “c’è l’aspetto di legalità”, conclude Rossetti, “e quello legato alle ricadute psicologiche”. Come se i minori, e in particolare gli under 13 – qualcuno dovrà poi spiegarci perché anche in Italia la soglia debba essere quella statunitense – fossero sotto pressione da entrambi i lati. Uno “buono”, che punta “solo” a conoscerli sempre meglio e a legarli al proprio ecosistema. I contenuti che spesso diamo loro in pasto possono servire proprio a questo: “Una foto pubblicata da Facebook diventa di Facebook: davvero vorreste dare le foto dei vostri figli a un’azienda?”, chiede un esperto informatico e consulente in molte cause legali relative a questioni online che preferisce rimanere anonimo.

L’altro è l’aspetto più evidente eppure spesso sottovalutato, collegato agli infiniti rischi sia di una precoce presenza online sia della diffusione incontrollata di foto e video: dalla pedopornografia al “digital kidnapping”, cioè l’appropriazione di immagini spacciate poi per quelle dei propri figli – il rapimento digitale – ai gruppi nei quali vengono dileggiate le immagini dei piccoli.

IL CASUAL DATING

Dall’ enciclopedia Treccani : “Casual dating: espressione inglese composta dall’aggettivo casual (‘occasionale [in relazione alla sfera sessuale], temporaneo, disinvolto’) e dal sostantivo dating (‘appuntamento’); appuntamento per incontri occasionali a scopo sessuale e senza implicazioni affettive, organizzati tramite agenzie specializzate, di solito attive in rete.”
Nell’era digitale del multitasting, della cultura, della velocità, come cambiano i rapporti affettivi e le relazioni intime??? Fiumi e fiumi di ricerche, di statistiche, di sondaggi hanno scoperto, evidenziato, sottolineato e commentato nuove modalità di incontrarsi. Tra le ultime novità compare il casual dating.Secondo i dati della ricerca di C-Date, il casual dating piace sia ai maschi (80%) che alle donne (57%). In particolare, ben tre quarti delle under 35 (75%) promuove gli incontri “senza compromessi”, mentre tra le over 35 piacciono al 67%. (F. Menichella, M. Stagno e U. Buslacchi, Gq Italia.it, 17 novembre 2011, Eros & Girls). In Italia, poi, continua a crescere il numero dei siti dedicati alle scappatelle, come testimonia il famoso C-Date, leader di settore del casual-dating da più di 10 anni, con 1 milione di utenti.
Le regole, o meglio la regola fondamentale del casual dating è “niente coinvolgimenti sentimentali”, ci si incontra e si dà adito alle proprie fantasie senza nessun compromesso, e con la certezza di non incorrere in un rifiuto.
Il casual dating rappresenta, quindi, la nuova frontiera del sesso o una variante rispetto alla realtà attuale? Se un tempo vi erano le scappatelle, gli incontri occasionali, ovvero ci si incontrava per caso ad una festa, in un locale, in un bar ci si scambiano occhiate, ci si presenta e si chiacchiera e poi ci scappa quel qualcosa di più, nell’età dei social network è tutto diverso, anche e soprattutto gli incontri e le scappatelle. Tutto è programmato, mentalizzato, intellettualizzato e se vogliamo svincolato da qualsiasi emozione e sensazione, tutto si ricolloca sul versante sesso e stop, dove anche la paura, mista al desiderio di quell’incontro fortuito e quasi inaspettato, svaniscono nella rete! D’altra parte c’è chi è d’accordo con l’affermazione di Woody Allen in “Amore e Guerra”: ” Il sesso senza amore è un’esperienza vuota” ma aggiunge anche “Sì, ma con le esperienze che conosco, non è male.”

Lo sapevi che…Uno speed date, secondo quanto riportato su di un sito specializzato in questo tipo d’incontri, è un gioco creato in America che ha lo scopo di riunire dei single in un unico locale e di farli conoscere agevolando nuove amicizie e nuovi flirt, la serata si svolge in locali alla moda.
Ad ogni incontro vi partecipano almeno 10 donne e 10 uomini fino ad un massimo di 25 donne e 25 uomini. Tutti i partecipanti al gioco si ritrovano di fronte un partner di sesso opposto.
Il gioco ha così inizio e ogni persona dispone di 5 minuti per parlare con chi si ritrova dall’altro lato del tavolino, confrontarsi e capire a che livello sono il feeling, l’attrazione. Il moderatore della serata ogni 5 minuti invita i gli uomini a scalare di un posto per parlare così con la prossima donna. Si va avanti in questo modo finché tutte le donne hanno parlato con tutti gli uomini e viceversa. Al termine del gioco, vengono fornirti i recapiti per contattare i potenziali partner che hanno mostrato un interesse nei confronti dell’altro.

Esistono altre varianti di incontri:
– Il mobile dating cioè il dating praticato con i cellulari. Come avviene sui siti internet di incontri, le persone si iscrivono a servizi tramite i quali contattano altri utenti via messaggi SMS. Una variante è considerato il toothing, praticato grazie alla tecnologia bluetooth.
– Il mobile dating localizzato, ovvero la versione mobile del dating online. L’unica differenza è nella possibilità di localizzare le persone con cui si comunica (grazie ai chip GPS di cui molte periferiche, soprattutto smartphones, sono dotate).
– Lo speed dating online, diversamente da quello classico, si pratica nelle community e nei siti web che mettono a disposizione delle piattaforme di videochat, tramite le quali gli utenti si incontrano e parlano con l’ausilio delle webcam.
– Lo slowdating, come la parola stessa ci induce a capire, a differenza del Speed Dating, per conoscere la persona si prende tutto il tempo possibile. Gli incontri, prima, vengono effettuati in locali e poi on line.

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Dipendenze ansia attacchi di panico adolescenza sballo. GenitoriInCorso ne parla con il neuropsichiatra Gilberto Di Petta

GENITORINCORSO intervista Gilberto Di Petta. Dirigente medico-neuropsichiatra, attivo presso il reparto di psichiatria (SPDC) dell’Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, nel Carcere femminile di Pozzuoli (Dipartimento di Salute Mentale ASL NA 2 nord) e consulente psichiatra nel SerT di Pozzuoli, già Responsabile dell’ UO Comorbilità Psichiatrica e del Centro Diurno “Giano”, Dipartimento Dipendenze Patologiche ASL NA 2 Nord. Di Petta è autore di numerose pubblicazioni scientifiche in forma di articoli e di monografie su temi inerenti la psicopatologia e la psicoterapia fenomenologica. Relatore a congressi nazionali ed internazionali sul tema della psicopatologia delle tossicomanie, e’ vice-presidente della Società Italiana per la Psicopatologia Fenomenologica, socio fondatore e membro del CDA della Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-dinamica di Firenze. E’ anche supervisore e formatore di equipe multidisciplinari attive nell’ ambito della salute mentale e delle dipendenze patologiche.

Oggi possiamo parlare di tossicodipendenza o è più corretto parlare di dipendenze?

R.: Effettivamente il discorso primitivo sulla farmacotossicodipendenza (nato negli anni Settanta del secolo scorso) si è allargato oggi a macchia d’olio. Sono comparse le cosiddette dipendenze comportamentali, ovvero quelle dipendenze con non passano per i farmaci o per le droghe, cionondimeno condizionando pesantemente la vita dei soggetti coinvolti. Quindi sembra essersi azzerata la differenza tra dipendenza farmacotossicologica e dipendenza comportamentale, ripetto agli esiti, che sono entrambi catastrofici, nel senso che entrambe le forme di dipendenza conducono la persona all’isolamento e alla deriva sociale. Tuttavia questo equiparamento delle dipendenze farmacotossicologiche e delle dipendenze comportamentali sotto il comune ombrello delle Dipendenze Patologiche ad esito infausto rappresenta anche il pericolo di una diluizione dell’attenzione e di un abbassamento della guardia. Le dipendenze comportamentali in linea di massima sembrano essere maggiormente accettate socialmente, prova ne è il fatto che l’oggetto della dipendenza, come il gioco d’azzardo, di fatto è legale. Ad ogni modo le dipendenze comportamentali non producono alterazioni cerebrali con esiti psichiatrici. Una grossa spinta alla legalizzazione oggi, grazie alla”normalizzazione” del costrutto “Dipendenze” è in atto anche nei confronti delle sostanze d’abuso. Allo stato attuale, anche se non sono ancora legalizzate, comunque le sostanze stupefacenti seguono un percorso quasi alla luce del sole, tanto e vero che è facilissimo acquistarne dappertutto. I servizi per le tossicodipendenze (SERT-SERD), d’altro canto, e il sistema delle comunità terapeutiche, non si sono adeguati alle nuove dipendenze, spesso non offrono risposte idonee, e sono rimasti stigmatizzati come servizi deputati al contrasto e alla cura delle dipendenze da eroina, tuttalpiù da cocaina. Il discorso delle dipendenze comportamentali (da internet, da shopping, da sesso, affettive, da cibo, da gioco d’azzardo) sta prendendo molto spazio sui media e nell’opinione pubblica. Questo sta togliendo attenzione al fenomeno della dipendenza da sostanze, che subdolamente muta di segno. L’eroina da tempo non è più la principale sostanza d’abuso. Le nuove droghe sono di matrice chimica, difficilmente individuabili, spesso non ancora tabellate, non dosabili, e, utilizzate nei contesti del divertimento, finiscono per essere sdoganate come necessari coadiuvanti del divertimento organizzato di massa, soprattutto musicale. Queste sostanze sono invece proprio quelle che hanno maggiore impatto sulla sfera neuropsichiatrica.

Influenza e effetti dell’uso di sostanze sul percorso evolutivo in adolescenza. Può delinearci alcuni aspetti?

R.: E’ noto che l’encefalo umano completa la sua maturazione nel corso di tutta la vita. Quello adolescenziale in particolare è un periodo critico. Si struttura la personalità come schema abbastanza stabile di relazione con il mondo, si definiscono progetti di vita, si canalizzano gli interessi. Quando la sostanza occupa lo spazio del mondo, il soggetto si distacca e diventa apatico e indifferente, il tempo e lo spazio gli scivolano, accede ad una sorta di atemporalità, di eterno presente senza cura, senza memoria e senza progetto, sostenuto da un tipo di umore che sempre più ha bisogno delle sostanze per mantenersi euforico e positivo. Questo atteggiamento sprezzante e disingaggiato non consente al giovane di appropriarsi della propria vita e si porre in essere delle scelte fondamentali. Pertanto è possibile che l’impatto in adolescenza delle sostanze, anche quando non provoca effetti psichiatrici distinti, sia responsabile di modificare l’organizzazione personologica del soggetto. Spesso il tossicodipendente o l’utilizzatore problematico di sostanze finisce per essere, anche da adulto, una persona senza età, senza storia, poiché rimane in qualche modo fissato ad una dimensione atemporale, che è quella di quando ha incontrato la sostanza

Secondo lei quali bisogni gli adolescenti oggi cercano di soddisfare attraverso il consumo di sostanze?

R.: Uno dei bisogni fondamentali è rappresentato dalla necessità di colmare il senso di vuoto. Vuoto di identità o vuoto di essere. All’uscita dall’infanzia, quando il mondo perde il suo incantamento, il soggetto non trova più strutture portanti di ordine socioculturale o affettivo. Allora il senso di vuoto è bruciante. Le sostanze hanno la capacità di riempire immediatamente il vuoto. Poi, come effetto collaterale, comportano un incremento nella percezione di questo vuoto, per cui il soggetto è costretto a riempirsi ancora più di sostanze. La dipendeza si instaura non solo in base a meccanismi biologici che regolano il piacere e la gratificazione, ma anche in base alla fame semantica, ovvero alla fame di senso che prova chi ha un vuoto da riempire. E non può quindi lasciare che questo vuoto lo divori in assenza della sostanza, pertanto altra sostanza è chiamata a riempire il vuoto allargato dalla sostanza stessa. Un altro aspetto è caratterizzato dal fatto che le sostanze si prestano bene, con il loro carico di trasgressività e di ritualità, a fare da iniziazione per chi, come i ragazzi, ha bisogno di segnare il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Da questo punto di vista la nostra società ha progressivamente abolito ogni cerimoniale che abbia valore iniziatico, pertanto per sentirsi adulti e fare cose da adulti entrare nel gruppo di quelli che usano le sostanze è un appeal molto forte.

Può darci una definizione dello “sballo”?

R.: Lo sballo equivale ad una modificazione dello stato di coscienza, di tipo crepuscolare. La coscienza si restringe e si focalizza su pochi contenuti, lasciando fuori fuoco tutto ciò che è al margine del suo ristretto campo. Lo sballo si differenzia dal flash da oppiacei per via endovenosa, che coincide con unasensazione viscerale di piacere e di fusione con l’universo. Allo sballo si può arrivare utilizzando varie sostanze in combinazione. Ad esempio cannabinoidi più alcol, alcol più cocaina, cannabinoidi, pasticche ed alcol. Lo sballo è percepito come piacevole, poiché tutto il peso della cura, delle preoccupazioni, della responsabilità, svapora, si allontana. Lo stato d’animo di euforia (highness) riempie il campo di coscienza. Il soggetto si sente risucchiato in un istante eterno, atemporale, destinato dunque a durare all’infinito, in cui tutto è sfumato, onirico, soffice, possibile.

Esiste una correlazione fra l’età di inizio del consumo di sostanze e l’insorgenza di disturbi?

R.:Nei soggetti con una vulnerabilità, ovvero con una predisposizione verso i disturbi mentali, l’utilizzo di sostanze anticipa di molto l’esordio di una condizione psicotica. Ovvero la slatentizza. Anche in soggetti non predisposti, tuttavia, la precocità dell’inizio può andare a turbare il neurosviluppo e provocare una serie di disturbi. L’adolescenza è una fase molto delicata sotto il profilo neurobiologico. La strutturazione di un assetto encefalico definitivo è anche influenzata dai flussi ormonali. I recettori per i cannabinoidi sono diffusi in maniera abbastanza ubiquitaria, quindi non è da escludere che l’utilizzo di cannabinoidi ad alte concentrazioni possa interferire con lo sviluppo armonico. Generalmente, al di là dei casi di psicosi acute paranoidi, con sintomi allucinatori e deliranti, che per fortuna concernono una stretta minoranza di situazioni, in clinica si osservano sintomi caratterizzati da irritabilità e apatia. I ragazzi perdono la motivazione e la capacità di progettare. In linea di massima più è bassa l’età del consumo di sostanze e più è alta la possibilità di incorrere in disturbi mentali.

Può il THC scatenare negli adolescenti crisi di ansia e attacchi di panico che si ripresentano anche una volta interrotto l’uso?

R. Si. Il fenomeno del flashback, ovvero del ritorno di fiamma, non è esclusivamente tipico delle sostanze allucinogene. Il tetraidrocannabinolo (THC), se eccessivamente concentrato, può produrre dispercezioni. Le dispercezioni sono caratterizzate da sensazioni spesso sgradevoli, di tipo visivo, acustico o tattile, come l’impressione di essere toccati, o l’impressione che ci sia qualcuno, o che ci sia una voce che parli a noi. Queste sensazioni cacofoniche o egodistoniche, cioè che impattano negativamente sulla cenestesi, che è il senso di essere in equilibrio rispetto a se stessi, incrementano l’ansia fino a scatenare attacchi di ansia parossistica o di angoscia, che comunemente vengono definiti attacchi di panico. Un altro motivo per cui il THC può causare panico è il cosiddetto effetto boomerang, o rebound. In pratica accade che in una prima fase l’effetto della sostanza è ritenuto piacevole e rilassante, quindi antiansia, in una seconda fase invece subentra l’ansia, in proporzioni maggiori, poiché tutta l’ansia che è stata cacciata via dall’effetto della cannabis ritorna in maniera violenta. Il cervello funziona con un sistema di memorie molto articolate. Abbiamo non solo memorie cognitive, o affettive, ma anche memorie olfattive o memorie muscolari. La memoria di una attacco di angoscia è qualcosa che tende a non passare. Pertanto il soggetto può riviverla anche ad anni di distanza dall’interruzione dell’abitudine al fumo di cannabis. In alcuni casi, quando il fumo di cannabis provoca nel soggetto delle alterazioni mentali, queste possono non del tutto scomparire con la cessazione dell’abitudine al fumo. In altri termini possono essere proprio queste alterazioni basali o elementari che permangono ad innescare perodicamente dei vortici di ansia o di angoscia anche in assenza di cannabinoidi.

Quali sono il ruolo e l’efficacia della terapia di gruppo all’interno di un percorso di cura dei disturbi arrecati dal consumo di sostanze.

R.: Le sostanze appartengono a rituali perlopiù collettivi, e dunque il gruppo sembra possedere la chiave di volta del trattamento di questi disturbi. Nella tradizione fenomenologica il concetto di reciprocità, quello di intersoggettività e di intercorporeità sono stati molto enfatizzati. Ovvero l’idea che il ripristino, nel paziente, di una costituzione o di una considerazione dell’altro come soggetto vivo, cosciente, senziente, si associa ad un miglioramento delle condizioni patologiche, rappresenta l’architrave della terapia di gruppo. Esistono vari modelli di terapia di gruppo. Quella sviluppata in ambito fenomenologico si chiama Gruppoanalisi dell’Esserci. I soggetti coinvolti sono invitati ad esprimere lapropria esperienza emotiva. Viene favorito l’incontro diretto, all’interno del gruppo, tra due soggetti che di volta involta, alla presenza degli altri, cercano di stabilire un contatto tra di loro, anche toccandosi fisicamente. Le sostanza aboliscono la percezione dell’altro e, di riflesso, aboliscono la percezione di sé. Spesso gli abusatori di sostanze, dopo una fase calda, bruciante, irruenta e impulsiva, arrivano ad una fase fredda, ghiacciata, nella quale si percepisce il congelamento della loro esistenza svuotata di intenzionalità e di progetto. In questa fase il lavoro fenomenologico di gruppo, focalizzato sul pathos residuo, è utile a rivitalizzare i soggetti, a risvegliare dentro di loro l’intenzionalità di esistere.

 

 

Si chiamano “hikikomori”. Sono adolescenti, autoreclusi, dipendenti dalla Rete.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.”
Ne parla la giornalista Lidia Baratta sul quotidiano on-line linkiesta, http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia, con un lungo reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».

E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.”

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

PewDiePie ha 25 anni, st3pNy qualcuno di meno. Twitch.tv e YouTube, i canali web, su cui entrambi sono star indiscusse, molti meno. Ma entrambi hanno milioni di spettatori che li seguono (tra cui moltissimi adolescenti), spettatori che guardano qualcuno videogiocare… e soprattutto commentare.

Funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta.  Ne parla Pietro Minto sul La Lettura del Corriere della Sera

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

“LO svedese Felix Arvid Ulf Kjellberg ha 25 anni, ama i videogiochi ed è il tenutario del profilo YouTube più affollato al mondo, «PewDiePie», con poco meno di 35 milioni di iscritti nel momento in cui scriviamo. Nelle sue clip, la maggior parte delle quali si aggirano in media attorno ai dieci minuti, si riprende mentre gioca al computer: nella schermata principale c’è il gioco vero e proprio, in un riquadro in basso Felix, che sbaglia, impreca, scherza, grida e, video per video, diventa il nuovo guru nel mondo del gaming. Tanto che orale aziende produttrici fanno a gara a strappargli un giudizio positivo, ben sapendo che un suo blurb può cambiare le sorti commerciali di un titolo.

«PewDiePie» è una star del web che bene illustra un nuovo fenomeno legato all’industria dei videogiochi, un’industria che dal 2009 è più grande di quella di Hollywood e vale circa 100 miliardi di dollari: non esistono più solo giocatori attivi, ci sono anche spettatori.
C’è un ritornello in voga di questi tempi secondo cui «i videogiochi sono il nuovo cinema»: i prodotti più recenti sono incredibilmente sofisticati, propongono storie complesse e ben sceneggiate che permettono agli utenti di immergersi in una sfida avvincente. Il racconto, come ogni forma di storytelling, ha bisogno di un pubblico, e quel pubblico lo si è trovato sotto forma di milioni di persone che hanno scoperto una nuova forma di intrattenimento passivo.

Twitch.tv è un sito nato nel 2011 diventato in poco tempo la piattaforma per questa nuova forma di spettacolo: secondo gli ultimi dati a disposizione, il servizio attrae 45 milioni di utenti al mese per un totale di 13 miliardi di minuti di trasmissioni. Twitch funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta, trasformandosi così in una  nuova Eldorado per molti giocatori, che qui sono diventati autentiche star. Anche l’interfaccia è basilare: in primo piano il gioco, in un quadrante il primo piano del giocatore e in basso a destra lo spazio per i commenti in tempo reale dove si scherza o ci si azzuffa. Grazie al suo potere Twitch è finito in una battaglia tra colossi di internet che ha visto Google e Amazon scontrarsi per la sua proprietà, un confronto concluso con la cessione del servizio ad Amazon per 970 milioni di dollari.

Si tratta di una variante casalinga degli eSports — i tornei di videogame che in Corea del Sud da tempo hanno enorme seguito e hanno creato veri idoli «sportivi» — dove non esistono né arene né stadi, anzi si stimola una visione solitaria e casalinga del gioco.

Secondo Marco Olivari di Progaming Italia, società con sede a Bolzano che gestisce tornei di videogiochi, esistono «due categorie di persone che guardano partite altrui ai videogame: quelli che non hanno tempo o voglia d’allenarsi a giochi spesso complicati, e quindi decidono di osservare la cosa dall’esterno fatta a livelli altissimi; e quelli che ormai, anche per l’età, non ci provano nemmeno più ma rimangono interessati alle nuove uscite». Esiste poi la funzione pubblicitaria del fenomeno, per cui Twitch viene usato per capire se valga la pena comprare un certo titolo. Flavio Pintarelli è uno scrittore e saggista che a febbraio ha organizzato un ciclo di conferenze sul videogaming ed è uno spettatore appassionato da tempo, anche perché ha sempre meno tempo a disposizione per giocare: «Un modo per recuperare — ha spiegato a “la Lettura” — è guardare video e commentare su YouTube. È divertente, a suo modo, e nostalgico: ad esempio mi piace guardare video di vecchi giochi a cui giocavo da piccolo e che magari non ho mai finito».

Esiste una differenza di stile tra le riprese di Twitch e i video caricati su You- Tube: il primo si basa sulla diretta (e quindi sulla spontaneità), mentre il secondo prevede un montaggio e un lavoro di post-produzione che fa la differenza (è il caso del citato «PewDiePie» e delle divertenti sovraimpressioni con cui riempie le sue clip). In entrambi i casi è la regolarità dell’autore a premiare, la sua professionalità e dedizione nel riprendersi mentre gioca a titoli vecchi e nuovi.

Tra gli italiani a dominare su Twitch c’è per esempio «st3pNy», giovane gamer autore di una 24 ore di gioco. È anche così, nota Olivari, che ci si fa un nome e si convince il pubblico ad abbandonare il joystick e mettersi a guardare. A molti potrà sembrare strana l’esistenza degli spettatori di videogiochi. In realtà è un prodotto inevitabile in una cultura così diffusa e stratificata, popolata da milioni di persone che hanno vissuto anni tra Pc e console, partendo da Super Mario Bros. e finendo con GTA o The Last Of Us, creando un background comune che unisce tutto il mondo. Ecco quindi svelato il mistero delle persone che guardano altri giocare a titoli come Pro Evolution Soccer, famosissimo videogame calcistico: l’eccellenza dei giocatori, veri maestri del settore in grado di trasformare una partita in bel gioco, e della grafica, in grado di farci dimenticare che «è solamente un gioco». Molto meglio di certe partite della serie B italiana, e costa pure meno.”
Pietro Minto

http://lettura.corriere.it/videogiochi-con-noi-no-guardo/

Università di Padova: quasi l’80% dei giovani fra i 18 e i 20 anni frequenta abitualmente siti porno

TRA LE CONSEGUENZE la riduzione del desiderio e una abitudine che si configura sempre più spesso come una vera e propria dipendenza . I dati dell’Università di Padova sono pubblicati oggi nell’edizione online di Repubblica “(…) il 78% dei giovani è un fruitore abituale di siti pornografici anche se le modalità di collegamento variano da qualche volta al mese (29%) a più volte a settimana (63%), ogni giorno o più volte al giorno (8%), con una permanenza nei siti in media di 20-30 minuti. Sono questi i risultati diffusi dal gruppo di ricerca coordinato dal Prof. Carlo Foresta. Ricercatori che da oltre dieci anni studiano gli effetti delle frequentazioni dei siti pornografici da parte dei giovani di età compresa tra 18-20 anni. I risultati di questo studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista americana International Journal of Adolescent Medicin Health.

Gli intervistati dichiarano che la frequentazione di questi siti diventava spesso un abitudine e il 10% dei frequentatori considera l’abitudine come dipendenza. Da questi studi è emerso che i comportamenti sessuali dei giovani che frequentano i siti pornografici, per più volte alla settimana, risulta essere compromesso nel 25% dei casi. Le patologie della sessualità che emergono con maggiore frequenza nei frequentatori dei siti a sfondo sessuale, sono una importante riduzione del desiderio (16%), un aumento delle eiaculazioni precoci (4%).

Il gruppo di studio dell’Università di Padova, ha disegnato in questa nuova analisi, l’identikit del giovane che frequenta i siti pornografici in internet. In collaborazione con la Fondazione Foresta Onlus, dall’analisi dei dati emerge che rispetto al 2004 è fortemente incrementata la frequentazione dei siti porno da parte dei giovani, raggiungendo una percentuale di circa il 70 % di coloro che si collegano più volte a settimana, fino ad ogni giorno, con permanenza di questi siti di oltre trenta minuti a collegamento. Analizzando l’identikit dei giovani che frequentano con più assiduità i siti, risulta che i maggiori frequentatori, sono i figli unici, con nuclei familiari impiegati in attività lavorative, pertanto con lunghi periodi di solitudine domestica. I giovani che frequentano maggiormente internet risultano essere più frequentemente fumatori (55% dei frequentatori rispetto al 40% per i non frequentatori).

Per quanto riguarda la sessualità reale, la frequenza dei collegamenti ai siti pornografici, allontana significativamente questi giovani dalle esperienze reali ma contemporanea riduce l’abitudine alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. Tutte queste motivazioni sono alla base del dibattito promosso dalla Fondazione Foresta Onlus che si terrà mercoledì 6 maggio dalle ore 18 al Centro Culturale San Gaetano, Via Altinate, Padova con la partecipazione di Carlo Foresta, andrologo, Emmanuele Jannini, sessuologo, Luciano Gamberini, psicologo, Francesca Ferrari, giornalista e Gip delle Iene.”

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/05/04/news/porno_su_internet_una_ricerca_disegna_l_identikit_dell_addicted-113515795/?ref=HRLV-9

La collezione web curata dai teenager

PALAZZO GRASSI TEENS è un sito in cui i contenuti sono scelti, discussi e mediati dagli adolescenti, con un approccio peer to peer, coinvolgendo le scuole

L’ ULTIMO progetto promosso della François Pinault Collection di Venezia si chiama “Palazzo Grassi Teens”. E’ un website in cui i contenuti, accessibili tramite queries per artista o per tema, sono scelti, discussi e mediati dai teenagers, con un approccio peer-to-peer. «Il nostro interesse per questo target di pubblico è nato nel 2011, quando abbiamo partecipato a un progetto internazionale della Tate, Turbine Generation» racconta Marina Rotondo, responsabile Servizi educativi. «Attraverso il progetto, rivolto a scuole medie e superiori, abbiamo capito il valore del lavoro svolto con gli adolescenti, l’importanza strategica di questi visitatori e il ritardo dei musei italiani nei loro confronti. Da lì abbiamo cominciato a seguire l’attività di molte altre istituzioni, in particolare i programmi guidati da Mike Murawski al Portland Art Museum, da Silvia Filippini Fantoni all’Indianapolis Museum of Art e da Chelsea Emily Kelly al Milwaukee Art Museum. Abbiamo anche cominciato a seguire conferenze e incontri internazionali (MuseumNext, Museums and the Web, Museum Ideas, Meet the Media Guru, Giffoni Film Festival…), a conoscere colleghi di altri musei, e abbiamo scoperto altre ottime pratiche, per esempio, l’attivita di coinvolgimento diretto del pubblico svolta dal Derby Museum Trust a Derby, nel Suffolk».

Il lavoro per “Palazzo Grassi Teens” ha preso il via nel settembre 2014. Ha impegnato 220 ragazzi (dieci classi), venti insegnanti, quattro tutor (di cui un videomaker), tre staff members per progettazione/coordinamento, due graphic designer, due sviluppatori. La sfida: «Essere autenticamente digitali, accessibili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, alzare l’asticella dell’ambizione, passando da singole esposizioni temporanee all’intera collezione Pinault presentata negli spazi espositivi a Venezia, costruire una content library della nostra collezione fondata sul punto di vista dei teenagers». Gli adolescenti, cui fa riferimento il team di Palazzo Grassi, sono gli adolescenti fotografati da Michele Serra negli “Sdraiati”. «Ragazzi, cui apparentemente non interessa granché di quello che dicono gli adulti, genitori, insegnanti, guide museali» prosegue Marina Rotondo. «Quello che conta per loro è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione». Sia nel mondo fisico, sia in quello digitale.

La strategia di coinvolgimento messa a punto dal team della Pinault Collection è un mix tra i due: «La nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone».  Prima di “Palazzo Grassi Teens”, Pinault Collection ha rilasciato “Detto tra noi”, un’app dedicata alla mostra “Prima Materia”, una videoguida dei ragazzi per i ragazzi. «A decidere cosa dire e come dirlo sono stati i teenegers: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, parlano di Duchamp e di Mickey Mouse, di Tupac Shakur e di Italo Calvino, di Black Power e di Minimalismo, di Star Wars, Pasolini, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano alla propria vita. Imparano che di ombre hanno parlato Dante e Masaccio prima di Loris Gréaud. Constatano che il teschio è apparso nelle danze macabre medievali prima che nelle vetrine di Sherrie Levine. Grazie a David Hammons scoprono Tommie Smith che alza il pugno alle Olimpiadi di Città del Messico e tramite l’Arte Povera ricercano gli slogan urlati dagli studenti nel ‘68, argomenti per cui a scuola o a casa spesso non c’è spazio, accaduti in un passato troppo recente per essere considerato Storia». Il goal? Un nuovo pubblico. Nelle sale espositive, sul web. Ma non solo. «Attraverso l’innovazione il museo migliora la propria reputazione come luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione».

Susanna Legrenzi. NOVA Il Sole 24ore

http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-collezione-web-curata-dai-teenager

Kylie Jenner Challenge, il nuovo gioco virale degli adolescenti

Kylie Jenner Challenge, il nuovo gioco virale ispirato alla sorellastra di Kim Kardashian.

Qualche tempo fa, Kylie Jenner, famosa (?) sorellastra di Kim Kardashian, ha sfoggiato in rete un nuovo paio di labbra a canotto ultimo modello. E così, i poveri mortali che non  si possono minimamente permettere un professional ritocchino a 17 anni, sono ricorsi ai ripari, rifacendosi le labbra fai-da-te. Così nasce il Kylie Jenner Challenge (#KylieJennerChallenge).

Kylie Jenner Challenge, in cosa consiste il nuovo gioco virale?

In cosa consiste il Kylie Jenner Challenge è presto detto: adolescenti che non hanno manco i soldi per piangere, figuriamoci per andare dal chirurgo, ricorrono al metodo “homemade” per vedere chi riesce ad aumentare di più le proprie labbra. Il come è molto semplice: si infilano le labbra in un bicchiere piuttosto che una bottiglia di plastica vuota, si aspira tutta l’aria e si attende qualche istante. Le labbra cominceranno a ingrossarsi e una volta tolto il bicchiere/bottiglia, ci si ritrova con labbra turgide, lucide e carnose degne di una Alba Parietti qualsiasi. O almeno il principio è questo, perchè i risultati sono disastrosi e documentati: labbra smisurate, insensibili, ematomi violacei e l’incertezza che questo deturpante risultato, col tempo, svanisca.

Kylie Jenner è l’ultima, in ordine di uscita, della famiglia Kardashian/Jenner. Figlia del campione olimpico Bruce Jenner (che proprio ieri ha raccontato in tv la sua decisione nell’affrontare il percorso di cambio di sesso) e della magnifica Kris Jenner, è la sorellastra della ben più famosa Kim Kardashian. Manco a dirlo, la sua fama arriva dal reality TV “Al passo con i Kardashian“ che segue la vita quotidiana della famiglia Kardashian/Jenner.

Inizia la sua carriera di modella con la sorella Kendall, oggi modella del momento, e posa perTeen Vogue e Ok! Magazine, sfila per marchi minori fino al 2015, quando calca la passerella della sfilata newyorkese del cognato Kanye West. Kylie è “famosa” anche per i suoi flirt (veri o presunti) con Harry Styles dei One Direction e con il figlio di Will Smith, Jaden.

Insomma, se vi chiedete chi è Kylie Jenner la risposta è: “È un’altra Kardashian”.

http://buzznews.it/kylie-jenner-challenge-il-nuovo-gioco-virale-degli-adolescenti-33672/

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