GIC incontra Barbara Manzini e Angela Salina, entrambe psicologhe e psicoterapeute, con formazione a orientamento sistemico relazionale e che lavorano tra Firenze, Prato, Val di Sieve e Chianti, occupandosi prevalentemente di disagi legati alla coppia, alla famiglia ed all’’adolescenza.

 

1. Potete parlarci del vostro lavoro?

Nel corso della nostra esperienza con le famiglie abbiamo messo a punto un metodo d’intervento che coinvolge, in un prima fase insieme e poi separati secondo il sottosistema figlio e genitori, il sistema familiare.

Barbara Manzini:
Inizialmente incontro la famiglia per raccoglierne la storia e oltre allo strumento del colloquio, utilizzo anche quello del gioco e del disegno. Nel primo caso osservo la famiglia mentre inventano una storia fantastica con i giochi a disposizione nella stanza e nel secondo caso mentre disegnano una scena che li rappresenti insieme . Lo scopo di utilizzare questi strumenti oltre a quello del colloquio, e’ di fare emergere in una forma piu’ ludica e leggera quello che la famiglia ha difficolta’ ad esprimere a parole, indagando soprattutto il non verbale e le dinamiche d’interazione tra le persone in questione.
Una volta individuato il cuore della questione viene fatta una restituzione per ricontestualizzare il disagio del bambino come un disagio di tutta la famiglia, iniziando così a valutare la situazione da un’altra prospettiva.

Angela Salina:
Alla luce di ciò entro in scena io, con un lavoro incentrato sul minore e quindi in parallelo a quello di Barbara, che continua a lavorare con la coppia genitoriale. Il lavoro sul minore soddisfa vari tipi di esigenze. In primo luogo consente notevoli vantaggi e la possibilità di un intervento efficace in tutte quelle situazioni in cui parte del problema è proprio rappresentato dalla difficoltà di lasciare la casa o di passare da un luogo, percepito come sicuro, ad un altro, spesso la scuola, sentito come minaccioso.

2. Uscire dallo studio per andate a casa dei pazienti, perché?

Angela Salina:
L’intervento domiciliare consente di toccare con mano le dinamiche operanti all’interno del sistema familiare e può aiutare a ristabilire confini anche di tipo logistico, ad esempio a tutti quei ragazzi che non hanno alcuno spazio privato al’interno della casa. In tal senso, oltre a permettere di definire confini di tipo fisico, questo tipo di modalità d’intervento consente di creare per i ragazzi spazi di autonomia, interna ed esterna, rispetto ad aree importanti della vita come ad esempio la cura personale, la gestione delle proprie cose, la scuola.

Barbara Manzini:
Tale suddivisione del lavoro garantisce una presa in carico a 360° della famiglia, permettendo ai cambiamenti in itinere di essere metabolizzati, sia dalla coppia genitoriale, sia dal minore, in sincronia e dando un senso alle diverse modalità di gestione del disagio.
A seconda del caso, la Dr.ssa Salina valuta se iniziare il lavoro con il minore al suo studio o a casa, con interventi domiciliari, perché in presenza di situazioni più delicate si e’ dimostrato produttivo muoversi nell’’ambiente del minore per creare una buona relazione ed alleanza terapeutica. Una volta consolidata la relazione è possibile spostarsi allo studio, per lavorare sull’autonomia.

Angela Salina:
Il nostro è un lavoro di equipe e in quanto tale prevede anche momenti di riflessione congiunta, includendo supervisioni, utili sia a progettare il lavoro da svolgere, sia ad interrogarci sui nostri vissuti in merito. Inoltre poter fare affidamento su un team di esperti permette di vedere in azione il modo in cui il sistema familiare va ad agire sul sistema terapeutico. Ad esempio ognuna di noi coglie aspetti diversi di quella specifica realtà familiare e questo può permetterci di capire che cosa sente ciascun membro della famiglia nella posizione che si trova ad occupare. Lavorando su noi stesse e sul sistema terapeutico è possibile poi ristrutturare anche quello familiare.

3. La famiglia non è l’unico spazio dove ci sono problemi, ad esempio la scuola rappresenta una risorsa o un ostacolo?

Barbara Manzini:
Spesso le famiglie arrivano con una richiesta di tipo scolastico, certamente reale, ma dietro alla quale si celano altre richieste che la famiglia non riesce a verbalizzare, perchè temute o perchè in quel momento non ancora comprese.
La scuola è spesso un terreno che attiva molto i genitori e li spinge a chiedere aiuto, anche perché gli permette di sentirsi meno “colpevoli”.
La presa in carico scolastica si traduce in un rapporto costante con la scuola e in una rete protettiva che coinvolge ragazzo-famiglia-scuola. L’intervento, nell’ambito domiciliare, si traduce invece, a seconda del tipo di bisogno, nella strutturazione di metodi e strategie volte a migliorare la prestazione scolastica e ad accrescere la motivazione del ragazzo. Nel caso di disturbi dell’apprendimento si effettua invece un potenziamento degli apprendimenti attraverso metodologie, digitali e/o cartacee, di vario tipo.

Angela Salina:
Nella nostra esperienza spesso vediamo che dietro a un disagio del bambino si cela un disagio della coppia genitoriale, che per svariati motivi può incorrere in difficoltà ad accordarsi sulle regole da trasmettere al figlio e sullo stile genitoriale da seguire.
Spesso il disagio del bambino impatta anche la scuola, il luogo delle regole, e se necessario ci attiviamo anche su questo fronte, incontrando gli insegnanti e mediando sul rapporto tra l’istituzione e la famiglia. Dove vi è necessità si prende parte alla preparazione di un pdp per tutelare il minore nel percorso scolastico.

Barbara Manzini:
Una volta risolta o contenuta l’emergenza scolastica, emergono le dinamiche relazionali profonde che contribuivano a rendere problematica la situazione.
Abbiamo notato che questo tipo di presa in carico da’ buoni risultati su tutto il contesto familiare, perché deresponsabilizza il minore, permettendo la sana fruizione delle sue emozioni ed aiuta anche i genitori a dare un senso a quanto accade, ritrovando un dialogo comune.

(intervista a cura di Stefano Alemanno)

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