Figli minori in rete e sui social network: educare e controllare

Già dall’età pre-adolescenziale i giovani si approcciano agli strumenti tecnologici e trascorrono la maggior parte del tempo a chattare e a condividere foto e video sui principali social network.  L’interazione quotidiana con Internet da parte dei minori dovrebbe essere monitorato costantemente dai genitori per evitare la violazione del diritto della privacy e per inibire l’insorgenza di problematiche legate al cyberbullismo e alla pedopornografia.

Tutelare la privacy dei minori, ma come comportarsi?

Con l’entrata in vigore del GDPR (General Data Protection Regulation), il tema dei minori e della tutela della loro privacy ha assunto un’importanza sempre più rlevante. La stessa la piattaforma di messaggistica istantanea Whatsapp ha alzato da 13 a 16 anni l’età minima per l’utilizzo del suo servizio all’interno dell’Unione europea.

Questo non significa che gli under 16 non possono utilizzare la piattaforma, ma i genitori devono supervisionare le conversazioni Whatsapp. Infatti  si legge all’art. 8 del Regolamento che: “per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore ai 16, tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”. Questa disposizione regolamentare avrebbe l’ l’obiettivo di ridurre i rischi derivanti dal costante e quotidiano utilizzo dei social tramite smartphone e dalla conseguente circolazione di informazioni e di contenuti postati dagli utenti, in particolare dai nativi digitali.

Il problema principale  rimane  quello della consapevolezza dei ragazzi: i loro diritti devono essere tutelati ad hoc, alla luce del nuovo modo di vivere e di interagire con il web e, in particolare, con i social. Dinanzi a questo nuovo modo di raccontarsi e di instaurare una relazione con altri  è necessario educarli a capire come, attraverso il digitale, possono influenzare il mondo che li circonda.

Quindi assecondarli nell’utilizzo dei social  spiegando loro i rischi insiti e derivanti dallo stare troppe ore connessi . Far comprendere ai ragazzi che esistono dei livelli di privacy da attivare per evitare  seri rischi legati alla diffusione ed alla condivisione delle immagini e dei video. Una volta in rete questi materiali sono di dominio pubblico ed è facile che la privacy sia violata da qualche malintenzionato.

Educare, ma anche controllare.  La vigilanza rimane nelle mani dei genitori insieme  al compito di  spiegare ai propri figli che c’è una differenza tra vita privata e quella pubblica.

E’ possibile un controllo sistematico attraverso appositi “software spia” (si tratta di  applicazioni  concepite per un utilizzo legale e per tale motivo sarà responsabilità dell’utente utilizzarle in modo legale). Sono disponibili moltissime app (alcune gratutite altre a pagamento)  eccone alcune segnalate  ai genitori dagli addetti ai lavori:

Phone Tracker: app gratuita per Android che consente di monitorare i dati di localizzazione GPS, il registro delle chiamate in entrata e in uscita, i messaggi in entrata e in uscita e la cronologia dei siti web visitati. I dati raccolti possono essere controllati andando sul sito PhoneTracker.com.

Family Link: app di Google e che permette di controllare l’utilizzo dello smartphone dei figli (fino ai tredici anni). scaricare l’app e iscriversi al servizio. L’e-mail utilizzata dall’adolescente deve essere collegata a quella del proprio genitore: in questo modo ogni volta che vorrà scaricare una nuova app dovrà avere il permesso. Inoltre, il genitore può controllare anche l’utilizzo dello smartphone e quanto tempo ha passato sulle applicazioni. Si potrà impostare anche il parental control.

TheOneSpy: disponibile sia sul Google Play Store sia sull’App Store permette l’accesso alle informazioni che sono inviate a un portale dove gli unici ad avere l’accesso sono i genitori. Oltre ad ascoltare le chiamate effettuate, è possibile controllare la cronologia del browser. 10 euro al mese

MSpy:  compatibile sia con Android che con iPhone è in grado di monitorare anche le attività su applicazioni come SnapChat e WhatsApp. I dati raccolti possono essere controllati da un portale Web cui è possibile accedere con un qualsiasi browser. Il pacchetto base, adatto al monitoraggio delle attività dei figli minorenni, parte da circa 20 euro al mese.

Flexispy:  intercetta i messaggi delle conversazioni di Whatsapp e consente  di visualizzare alcune informazioni degli utenti che stanno parlando in quel momento con vostro figlio. Permette inoltre  di monitorare i movimenti attraverso il GPS. costo mensile superiore ai 50 euro

Compiti scolastici in vacanza…. consigli ai genitori

C’è chi li considera utili e chi invece non li sopporta: in entrambi i casi per i genitori è importante evitare alcuni errori per sostenere i ragazzi nello svolgimento dei compiti scolastici estivi. Soprattutto se i figli  stanno attraversando il periodo dell’adolescenza, convincerli a fare i compiti può trasformarsi in una vera impresa. Troppe distrazioni e la voglia di riposarsi dopo un anno di studio, interrogazioni e compiti in classe. Cosa fare?

Per prima cosa cercate di non riversare un’eccessiva ansia sui vostri figli. In fondo è estate e hanno tutto il diritto di godersi le vacanze, prendendosi un po’ di tempo per divertirsi e – perché no – oziare. Evitate di spronarli a fare i compiti il giorno dopo la fine della scuola, ma lasciate passare qualche settimana, durante la quale i ragazzi potranno liberarsi dalle tensioni e vivere serenamente le giornate lontano dalle aule scolastiche.

Iniziare con una pausa.  Se anche durante il primo periodo i ragazzi non toccano i libri di scuola, non è un dramma. Anzi, in questo modo, possono riappropriarsi del proprio tempo libero, uno spazio (temporale) vuoto che devono imparare a riempire da sé, con la propria creatività e i propr interessi. Il primo periodo che segue l’ultimo giorno di scuola, così come quei giorni di vacanza destinati a un viaggio  deve rappresentare una zona franca, senza compiti, durante il quale godere del riposo. Questo periodo deve rappresentare per loro una parentesi dell’anno.

Quando poi arriva il momento di iniziare a studiare, cercate di non fare troppa pressione,  ma soprattutto non fate “terrorismo psicologico”. Frasi come “fra poco inizia la scuola e non hai fatto nulla”, “ti sei ridotto all’ultimo e ora dovrai fare tutto insieme”, non spingeranno magicamente i vostri figli a prendere in mano i libri e completare i compiti, ma accresceranno solamente l’ansia e il nervosismo, due sentimenti che non dovrebbero esistere nel corso delle vacanze estive, quando l’obiettivo è rilassarsi e rigenerarsi.

Al contrario, incoraggiate i ragazzi, proponendo qualche soluzione per svolgere più serenamente i compiti, ma senza invadere i loro spazi e facendo in modo che siano autonomi. Provate a non fare pressione, ma fidatevi dei vostri figli: se li responsabilizzate è più probabile che cerchino di impegnarsi per portare  a termine tutti gli esercizi assegnati dagli insegnanti senza lamentarsi e da soli. Infine cercate sempre di creare un ambiente piacevole, che possa aiutare i ragazzi a sentirsi rilassati e a liberare la mente, per concentrarsi sui libri di scuola.

Evitate posti come la spiaggia, dove avrebbero troppe distrazioni, ma cercate comunque di proporgli qualcosa che sia più allettante della classica scrivania, soprattutto quando fa caldo, creando una postazione studio in giardino o in balcone e magari invitando anche qualche compagno di classe.

I genitori devono aiutare i  figli a fare i compiti da soli, confinando il loro ruolo alla sola supervisione, in modo tale da renderli più autonomi.

Può essere utile programmare  insieme un piano strategico per suddividere appropriatamente il tempo da dedicare ai compiti estivi. Si può procedere con un approccio ‘giorno per giorno’, stabilendo il numero di pagine da studiare quotidianamente oppure, per stimolare  l’autonomia, si può ricorrere a un piano settimanale, stabilendo il tetto massimo di pagine da fare durante la settimana.

Se  i figli chiedono aiuto occorre distinguere: se  si tratta di qualcosa che non hanno capito, aiutarli se possibile spiegandogli l’argomento, ma lasciando che facciano da soli il compito assegnato. Se, invece, la richiesta è proprio quella di fare i compiti al loro posto non bisogna aiutarli ma spronarli a fare da soli. Quindi  non correggere i loro compiti: è più utile  lasciarli così come li hanno  svolti, anche se ci sono errori. Insomma  come durante l’anno scolastico è consigliabile che i genitori affianchino  i ragazzi nello studio estivo, limitandosi a un supporto motivazionale ed organizzativo.

Ma non è certo sostituendosi a loro che gli si insegna la responsabilità. Anzi. Con le parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai “Se siamo troppo presenti non li aiutiamo ad allenare le loro capacità di apprendimento e di concentrazione. Per esempio, una volta stabilite  due sessioni di studio da 20 minuti ciascuna il  ruolo del genitore  deve essere solo quello di regolare il tempo comportandosi  come l’allenatore che resta a bordo pista”.

Segnali da cogliere: genitori di fronte alle crisi adolescenziali

Spesso gli adolescenti non sono capaci di riconoscere le proprie emozioni, le proprie aspirazioni e che si può ottenere qualcosa purché ci si spenda per dar voce ai propri desideri magari facendo fatica e, perché no, soffrendo. Alcuni adolescenti vivono anestetizzati per paura di stare male, ciò li porta ad ingigantire ansie, paure, preoccupazioni rendendoli incapaci di riconoscere le proprie risorse interne alle quali attingere in un periodo della vita così complesso. I genitori si chiedono cosa fare, come comportarsi. È più utile “spingere”, spronarli? O stare lì a guardare ed attendere che trovino dentro di sé le capacità di reagire?

“Innanzitutto i genitori devono essere uniti tra loro. È inutile rimproverarsi degli errori commessi o cose non fatte, si deve anzi cercare nel coniuge quell’alleato con il quale far fronte a questi momenti provando anche a mettere in discussione i propri comportamenti senza essere rigidi o colpevolizzare se stessi o l’altro. Agire all’unisono magari con un atteggiamento più fermo e deciso che metta il ragazzo di fronte a scelte d’impegno che deve portare avanti può essere utile come soluzione. Riuscire a cogliere quei segnali di malessere che un adolescente non sempre riesce ad esprimere in modo giusto è importante perché permette ai genitori di capire che alla base di ogni comportamento c’è un pensiero o un disagio psicologico che va tenuto in considerazione.

La fermezza nei comportamenti genitoriali è un passo importante affinché il giovane adolescente non metta in atto fughe e porti avanti con continuità gli impegni cui deve assolvere, ma presuppone una buona dose di vicinanza da parte di mamma e papà. È importante che i genitori non perdano la tenacia nel rapportarsi ai figli e nel volerli guidare nella crescita. Condividere momenti ora con la mamma, ora con il papà porta i figli a riconoscere quelle due figure come alleati oltre che come genitori e favorisce un confronto più proficuo che a sua volta facilita il momento dell’adolescenza. Si tratta di condividere e realizzare continuamente nuovi momenti di incontro reciproco. Porsi in un’ottica di ascolto e condivisione per una crescita costante e reciproca è il punto di partenza per un benessere familiare costante e duraturo.” (Psiche.org)

 

Adulti che gridano… e l’educazione scompare

Genitori che appoggiano in tutto e per tutto i figli , dicono sempre di sì e mai più no, fanno tutto ciò che i figli vogliono, e soprattutto li difendono anche quando sono indifendibili , arrivando in taluni casi all’aggressione anche fisica di insegnati .  Le aggressioni spesso restano insulti o molestie senza conseguenze penali ma  sono motivo di sempre maggiore tensione, come sostengono tutti coloro che hanno a che fare con il mondo della scuola.

“La famiglia è proprio un disastro”, dice lo psichiatra Paolo Crepet : i genitori non educano più, ma svolgono soltanto la funzione di sindacalisti dei figli con un atto di accusa contro la famiglia, ormai incapace di far rispettare le regole. Il nodo centrale è l’incapacità di educare e la conseguente difficoltà di gestire situazioni di conflitto con i figli e di ammettere anche   le proprie responsabilità come genitori .

Lo scrittore Antonio Scurati su La Stampa.it  ha di recente bene analizzato questo fenomeno comunitario parlando di “eclissi del maestro”, di sconfitta dell’educazione dal momento che quello che spesso succede  a partire dagli adulti è la rinuncia al dialogo e l’innalzamento dei toni fino all’aggressione verbale e non solo, comportamenti che ovviamente hanno conseguenze diseducative sui figli

“Gli scolaretti disobbediscono alle loro maestre. Gli adolescenti aggrediscono i loro insegnanti. I genitori di quegli adolescenti si precipitano a scuola per picchiare gli insegnanti già aggrediti dai propri figli. Una brillante invenzione di una delle tante narrazioni distopiche che proliferano di questi tempi sugli schermi domestici delle nostre serie tv preferite? No. La realtà sociale delle nostre scuole raccontata dalla cronaca di questi giorni. Ma non ci si può arrendere alla cronaca. La verità che promana dagli ultimi casi estremi narrati dalle cronache ha una portata storica, ben più vasta e terribile: la nostra epoca si sta avviando al tramonto della pedagogia. Dopo l’evaporazione del Padre, ora assistiamo all’eclissi del Maestro.

Si tratta, per l’appunto, di una morte lenta, di un evento in cammino da decenni, una trasformazione profonda che dischiude un inaudito avvenire davanti a sé. Ciò che sta accadendo, infatti, non è il legittimo rifiuto delle pedagogie tradizionali, conservatrici o reazionarie ma l’abbandono stesso dell’idea che il bambino debba essere in qualche modo – e da qualcuno – accompagnato, guidato, condotto per mano a una destinazione a lui ignota.  E che questa conduzione presupponga una subordinazione dell’educando all’educatore, implichi una disciplina, mobiliti un sapere da trasmettere e apprendere, preluda a una formazione che prosegue per tutta la vita dell’uomo senza la quale l’uomo non viene al mondo, non esiste, senza la quale l’uomo non è nulla.

Il secondo dopoguerra europeo si è progressivamente sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche: esercito, scuola, famiglia, istituzioni pubbliche, grandi partiti politici di massa. Si è sbarazzato, in altre parole, della modernità, l’epoca che aveva creduto che non soltanto il soldato, lo scolaro e il figlio andassero educati ma anche il cittadino e il militante. La liquidazione della scuola è solo l’ultima tessera di un domino al termine del quale l’educazione stessa scompare dall’orizzonte della nostra esperienza umana. E non ci inganni il fatto che la scuola italiana da decenni è ostaggio di pedagogisti e pedagogismi. Il burocratico dominio di questi specialisti segna proprio l’eclissi della funzione educativa dell’insegnamento. E’ proprio in questi decenni di pedagogismi proliferanti che l’insegnamento viene espropriato del suo tratto magistrale, che i programmi scolastici vengono privati dei loro contenuti fondamentali, che gli insegnanti stessi vengono sviliti a categoria sociale derelitta, malpagata, screditata, emarginata, a un branco di vecchi «sfigati». Non ci si deve, perciò, stupire che i genitori prendano sempre più spesso partito per i figli nei conflitti con gli insegnati. La rottura dell’alleanza scuola famiglia è il prodotto della distruzione storica di entrambe. Il padre che abbia perso il rispetto per l’insegnante del proprio figlio è, infatti, con tutta evidenza, un genitore che ha già perso il rispetto di se stesso.

E non ci si illuda che basti alzare la voce per ritrovare la magnifica speranza progressista di una educazione dell’uomo per l’uomo. Forze storiche potenti le si oppongono. Innanzitutto il trionfo autocratico del mercato. Abbiamo smesso di credere, di sperare di potere e di dovere educare i nostri figli da quando la società dei consumi ha individuato in loro i clienti più appetibili. E’ stato allora che abbiamo abbandonato l’onere e l’onore di formare i loro gusti e abbiamo incominciato a inseguirli. Similmente, ciò che resta della cosiddetta leadership politica ha abdicato alla conduzione del proprio elettorato per accodarsi ai suoi umori momentanei. Le tecnologie della comunicazione digitale stanno facendo il resto. Il magnifico universo del world wide web è un cosmo ottuso in cui non ci sono sapienti e alunni, maestri e allievi, ma solo guru chiassosi e adepti ignoranti. Il suo orizzonte è l’orizzontalità immobile del tramonto di ogni pedagogia. Su questo impero dell’immoralità dilagante l’astro del pedagogo tramonta inesorabilmente, cedendo il passo a quello del libertino.

Resta da capire se riteniamo di avere ancora qualcosa da insegnare ai nostri figli”.

L’educazione scompare dall’orizzonte – La Stampa.it

Capire e gestire le emozioni nell’incontro con gli adolescenti

Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione. Questo il tema del secondo appuntamento del ciclo di quattro incontri di formazione dal titolo “Fragile come la bellezza”  che coinvolge genitori e insegnanti di alcune classi degli istituti secondati superiori  Peano e Castelnuovo di Firenze in un progetto educativo  finalizzato alla prevenzione della dispersione scolastica.

Dopo l’esplorazione del concetto di adolescenza e degli aspetti tipici e atipici del percorso di sviluppo adolescenziale svolto nel primo incontro, i formatori esperti coinvolti in questa azione del Progetto “Partire Uguali” di Oxfam Firenze (con Comune di Firenze e UslCentro e il supporto di Fondazione CR Firenze)  hanno concentrato  l’attenzione sul tema delle emozioni.

La gestione delle emozioni è una delle  life skills, cioè le abilità per la vita che l’Organizzazione Mondiale della Sanità individua come “competenze sociali e relazionali che permettono ai ragazzi di affrontare in modo efficace le varie situazioni; di rapportarsi con autostima a se stessi, con fiducia agli altri e alla più ampia comunità (dalla famiglia, alla scuola, al gruppo degli amici e conoscenti, alla società di appartenenza, etc). La mancanza di tali abilità socio-emotive può causare in particolare nei ragazzi e nei giovani, l’instaurarsi di comportamenti negativi e a rischio in risposta a stress”.

Le abilità per la vita sono raggruppabili in tre macro aree: l’area cognitiva, quella su cui si lavora a scuola, che  comprende l’abilità di risolvere problemi, di prendere decisioni, il pensiero critico e la creatività;  l’area sociale, cioè quella che ha che fare con i rapporti con gli altri e che comprende: l’empatia, la comunicazione efficace e le relazioni efficaci; infine l’area emotiva, che comprende l’autoconsapevolezza, la gestione delle emozioni e la gestione dello stress.

Cosa sono le emozioni ?  perché è così importante parlare di emozioni e saperle gestire? Quale spazio viene dato alle emozioni nella relazione genitoriale ed educativa?

Sono questi gli interrogativi che insegnanti e docenti hanno affrontato nei gruppi di lavoro , concentrandosi sulle dinamiche che “bloccano” l’adulto nel rapporto con l’adolescente attraverso un lavoro di consapevolezza  incentrato sul funzionamento emotivo e cognitivo dell’adolescente e sul vissuto dell’adulto in relazione all’adolescente.

La metodologia del percorso formativo congiunto contribuisce a  rafforzare per il bene dei ragazzi , – ma anche delle scuole e delle famiglie –  l’alleanza tra genitori e insegnanti  mediante le due attività proposte negli incontri :  riflessione congiunta sugli stimoli proposti dai formatori per potenziare le proprie competenze di adulti nella  relazione con gli adolescenti e condivisione delle esperienze  per migliorare la reciproca comprensione dei vissuti.

Il prossimo appuntamento sarà dedicato a Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione.

Genitori e insegnanti insieme contro l’abbandono scolastico

Circa ottanta persone tra  insegnanti e genitori hanno partecipato martedì 13 febbraio presso l’Istituto Peano di Firenze al primo appuntamento del ciclo di quattro incontri dal titolo Fragile come la bellezza” e che vede coinvolte l’I.I.S.S. Peano e il Liceo Castelnuovo e di Firenze nell’ambito del progetto Partire Uguali di Oxfam Firenze finalizzato alla prevenzione dell’abbandono scolastico in collaborazione con UslToscanaCentro e Comune di Firenze sostenuto dalla Fondazione CR Firenze . Il progetto prevede anche momenti formativi in 13 classi con i ragazzi e il coinvolgimento degli insegnanti .

Il primo incontro “Adolescenza: caratteristiche, bisogni e obiettivi” è stato dedicato alla esplorazione del concetto di adolescenza in letteratura scientifica, e del confronto di questa con l’adolescente reale che genitori e insegnanti sperimentano ogni giorno. Uno spazio di esplorazione e di presa di contatto in modo nuovo con l’adolescente che vive con gli adulti partecipanti, ma anche di esplorazione dell’adolescente che ogni adulto porta nella propria storia di vita.

“Tra presenza e assenza”, l’adolescenza è una porta chiusa contro cui sbattiamo contro. Devo punire o dialogare? Ho paura delle scelte che fa! E quando rifiuta il mio aiuto? Devo lasciarlo sbagliare? Bisogna tenere duro, passerà! Non lo riconosco più….

E’ proprio a partire da questi interrogativi che insegnanti e genitori, prima insieme e poi separatamente, si sono messi in gioco in un percorso pratico e laboratoriale per prendere consapevolezza degli aspetti tipici e atipici del percorso di sviluppo adolescenziale e far emergere in modo chiaro ed efficace i propri bisogni relativi al rapporto con l’adolescente.

Le aspettative di questa esperienza di formazione per gli adulti di riferimento dei ragazzi condotta da esperte formatrici della azienda sanitaria in educazione alla salute nelle scuole e da un consulente psicologo esperto in adolescenza sono molte: ottenere strumenti per capire meglio e prima ancora saper entrare in comunicazione con i ragazzi , intercettare i segnali di disagio, riuscire a decifrare i loro messaggi, aiutarli nella comprensione della loro individualità e nell’affrontare i problemi e le situazioni di difficoltà anche a scuola.

Per questi obiettivi è sicuramente importante l’alleanza tra genitori e insegnanti;  per questo è stato messo a punto un percorso formativo pratico-esperienziale congiunto volto a rafforzare le life skills e le capacità di  confronto per comprendere i segnali di allarme del rischio di abbandono scolastico da parte dei ragazzi.

Il primo incontro ha visto una sorprendente partecipazione che dà la misura di come il tema dell’adolescenza, della sua fragilità, e di come poterla affrontare, sia fortemente sentito sia dai genitori che dagli insegnanti.

L’intervento educativo  “Fragile come la Bellezza” prosegue tra febbraio e marzo con altri 3 incontri con genitori e insegnanti delle due scuole. I temi in programma : Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione; Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione; Insegnanti e genitori: una collaborazione necessaria.

Famiglie mediattive, restrittive, luddiste, …relazioni familiari e digitale

Come amarsi ed educare i figli nella nuova era digitale? In che modo Internet e social cambiano la vita delle famiglie e le relazioni tra i loro componenti? Dal Rapporto Cisf 2017, l’indagine empirica curata dal Centro internazionale studi sulla famiglia  con   interviste a quasi 4mila soggetti, emerge la fotografia di una famiglia in divenire, in cui l’assimilazione della tecnologia più lenta che in altri Paesi non è meno potente nell’inesorabile cambiamento delle abitudini: dai profili sui social network che forgiano nuove identità, al tempo trascorso davanti allo schermo, dalle fake news “più reali del reale”, alle relazioni esclusivamente virtuali, diventati “i tanti piccoli focolari silenziosi in cui si trasforma il salotto di casa

Se da una parte essere costantemente connessi non sempre significa ‘essere in relazione’, dall’altro l’uso delle tecnologie digitali in famiglia può rivelarsi un valido supporto per coltivare le relazioni familiari: ad esempio, per il 60% dei casi presi in esame dalla ricerca, le chat e i social network sono ormai diventati canali privilegiati di comunicazione quando un figlio, per un certo periodo, si trova lontano da casa.

“Le famiglie tendono spesso a sovrarappresentare i rischi del web. Hanno molta paura, sono timorose di quello che potrebbero fare i ragazzi online” dice Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’educazione all’Università Cattolica e curatore del rapporto. Il quale però sottolinea come a questo non sempre corrisponda una capacità educativa altrettanto elevata.

Emerge una particolare attenzione da parte delle famiglie, dove più della metà (il 54,1%) parla con i figli di ciò che si fa sul web, e il 53,2% ha disposto delle regole sui tempi di utilizzo.

L’ibridazione delle relazioni interpersonali con la rete sembra avere più effetti positivi che negativi a riguardo di quasi tutti gli indicatori della coesione familiare e, in parte, anche rispetto alla partecipazione civica nella sfera pubblica”.

La ricerca classifica sei tipi di famiglia contraddistinte da maggiore o minore capacità di tenuta educativa:

La famiglia lassista è una famiglia che lascia fare, confida che i propri ragazzi abbiano strumenti sufficienti per cavarsela, rinunciando così a mediare il rapporto dei figli con le tecnologie digitali che secondo loro non rappresenterebbero un problema educativo;

la famiglia permissiva è caratterizzata da un basso livello di educazione e da un basso livello di controllo;

la famiglia restrittiva, al contrario, si caratterizza per un alto livello di controllo da parte dei genitori, che leggono mail e messaggi dei figli, controllano la navigazione sul web (il che però non si traduce in un alto livello di educazione) ;

la famiglia luddista, poco frequente, è quella che elimina i media dall’universo familiare (pensando così di non dover più esercitare alcuna mediazione), cerca di rimandare al più tardi possibile l’acquisto del primo smartphone ai figli e il suo atteggiamento di controllo in questo caso è spinto alle estreme conseguenze;

la famiglia affettiva, in cui i genitori controllano poco quello che fanno i figli nel digitale ma hanno un alto livello di presenza educativa, che si manifesta attraverso l’aiuto costante nei confronti del figlio, la condivisione del consumo, la forte convivialità;

la famiglia mediattiva  simile a quella affettiva ma molto più attenta alle pratiche mediali dei figli, fornendo loro strumenti per diventare fruitori critici. Ed è proprio quest’ultima che, secondo gli autori della ricerca, sembrerebbe centrare gli obiettivi educativi in maniera efficace.

Meno Facebook per sfuggire ai genitori. I social piu amati dagli adolescenti

Meglio trasmettere immagini che le parole quindi  tutti su Instagram, Snapchat, e la “bomba” ThisCrush. Scende Facebook.

in un articolo su Il Messaggero si legge “Troppi adulti sul social network. Gli adolescenti preferiscono le nuove app”.  Le ragioni sembrano essere social-familiari. La prima è che su Fb, o anche su Twitter, ci sono gli adulti. Tanti adulti e, dunque, tanti genitori che “spiano” e controllano quello che fanno i propri figli. La seconda è che, stando agli esperti, il messaggio preferito dai giovanissimi è far circolare la loro immagine piuttosto che il loro pensiero, perché a differenza dei “grandi” non hanno messaggi che vogliono veicolare.
Il panorama cambia, così come gli interessi delle nuove generazioni. Ed è il momento dei cosiddetti “Founders”, appena identificati ed etichettati da Mtv: 14-15 anni, più pragmatici e indipendenti dei Millenials. A Fb preferiscono WhatsApp per comunicare tra loro. Alle parole preferiscono le immagini: selfie, video. Da qui l’enorme successo di Instangram, così come di Snapchat, il servizio che consente di inviare agli utenti della propria rete messaggi di testo, foto e video visualizzabili solo per 24 ore. 0 anche di Hunt e We heart it, social commerce site in cui si comunica con tag e immagini

Snapchat ultimamente è arrivata a superare Fb anche nella fascia di età tra i 13 e i 24 anni, dove il sistema di messaggistica che scompare, raggiunge quotidianamente un pubblico maggiore in termini di pubblicità con più di 26 milioni di utenti, a fronte dei 25-26 di Facebook. E per gli analisti, questo sorpasso mostra la crescente pressione su Fb che a breve registrerà il suo primo calo tra tutti i gruppi di età.”

La vera novità che preoccupa gli esperti è però  la diffusione e  di ThisCrush, una piattaforma che permette di spedire messaggi del tutto anonimi, e che ha finito per il favorire episodi di cyberbullismo.

ThisCrush è infatti un social che permette di postare, anche in forma anonima, messaggi con contenuti prevalentemente di insulti, violenze e sfera sessuale in forma molto volgare.

Una volta creato l’account su ‘ThisCrush’ gli adolescenti inseriscono il link nella loro biografia di Instagram E così ha inizio una vera e propria ‘gogna’ mediatica, gli adolescenti ricevono centinaia e centinaia di insulti, quasi sempre in forma anonima. Utilizzando il social ThisCrush i ragazzi possono anche rispondere agli insulti pubblicando sulle loro storie di Instagram sia lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo ThisCrush e sia le loro repliche ai messaggi diffamatori.

Il controllo dei genitori per vedere se effettivamente il ragazzo divenga oggetto di bersaglio “facile” da parte del social è essenziale. Il consiglio è di vigilare, con il monito «per educare è necessario controllare, non è sufficiente comunicare»: al netto di qualche dubbio a livello personale sulla forma “adatta” di educazione è certo che con ThisCrush il pericolo dell’insulto e della presa di mira e quindi della vittimizzazione è assai presente.

La nuova missione per i genitori …. diventare detective su ThisCrush …..  ??

Baby gang : perché e come parlarne ai figli

Secondo lo  psicoanalista Massimo Recalcati commentando i fatti di cronaca di questi giorni, gli episodi di violenza in gruppo di pre-adolescenti ai danni di coetanei o anche adulti mostrano  che in primo piano nella vita di questi giovani esiste un vuoto di parole e di bagaglio educativo : “L’educazione è un processo che porta alla rinuncia alla violenza, perché in primo piano c’è la legge della parola “.

Anche  Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva,   ritiene che la violenza cieca di giorni non arriva per caso: è figlia di una “mala educación”.

Per questo , per prevenire la violenza educando i ragazzi alla forza della parola i genitori dovrebbero  parlare di questi episodi con i figli:  pensare che sia un fenomeno che  non riguarda da vicino è una superficialità di giudizio ma anche  un’occasione mancata per educare . Ecco i suoi consigli che riprendiamo da un’intervista al Corriere della Sera:

  1. Nessuno è escluso.«Colleghiamo i fatti di cronaca di questi giorni al tema del bullismo che spesso i ragazzi conoscono e affrontano a scuola su fatti e situazioni molto più lievi: facciamo loro capire che chi non ha la capacità di stare alle regole e ai paletti proposti dagli adulti, regole che esistono non per inibire ma per sostenere la crescita, rischia di fare davvero male agli altri».
  2. Body-building emotivo. «Non avere la percezione delle conseguenze delle proprie azioni è un aspetto tipico del cervello dei preadolescenti. Ce lo dicono le neuroscienze: agiscono sull’onda pulsionale, seguono ciò che li diverte, che è eccitante o che dà sensazioni forti mentre la parte del cervello deputata alla riflessione e a valutare le conseguenze delle azioni, una parte che si trova nei lobi frontali, è ipotonica, si sviluppa solo dopo i 14 anni. I ragazzi tendono a fare delle sciocchezze, a volte anche gravi, e quando sono messi dagli adulti davanti alle loro azioni alla domanda ‘Ma ti rendi conto di ciò che hai fatto?’ la risposta è un disarmanteNon ci avevo pensato’. Il ruolo di noi adulti è stimolarli nell’uso del lobo frontale con domande: spingerli a mettersi nei panni degli altri, delle vittime delle azioni violente, ma anche dei bulli. ‘Che cosa diranno a se stessi quei ragazzi che hanno fatto così male ad altri? Che cosa faranno ora che non avranno più libertà né autonomia, ora che un tribunale deciderà sul loro futuro?’ Sono domande che possiamo lanciare in famiglia, è una sorta di ‘body-building’ emotivo per allenare il cervello dei ragazzi, per allenarli a gestire situazioni complesse»
  3. Il buon esempio: sì alla potenza, non alla prepotenza. «Un antidoto alla violenza e al bullismo minorile è l’esempio dei genitori: noi adulti dobbiamo a testimoniare nella vita di tutti i giorni come si reagisce e come si comunica in modo potente, cioè efficace, ma non prepotente. I bulli spesso provengono da famiglie in cui la violenza è il codice per la gestione del potere: le mani alzate, la voce alta, gli scatti d’ira…Invece bisogna insegnare ai ragazzi che gli abusi quotidiani possono essere gestiti in modo maturo: può capitare in macchina, con un parcheggio soffiato all’ultimo, un sorpasso azzardato…Sappiamo reagire in modo misurato?
  4. A me gli occhi. «Lo sguardo è lo strumento educativo più importante: dobbiamo educare i ragazzi allo sguardo e al contatto con gli occhi. Se sbagliano deve bastare loro un nostro sguardo per capire in automatico: questo serve a sviluppare empatia, che la caratteristica di cui i bulli sono privi perché sottopongono un loro simile a un tipo di violenza, fisica o verbale, senza avere la percezione di ciò che l’altro sente. L’empatia va coltivata tanto più che oggi vince il modello del “chi se ne frega”. Proviamo a osservare i video su youtube che seguono i nostri ragazzi: sono infarciti di scherzi, a volte anche feroci, in cui si ride tantissimo, si banalizza l’umiliazione di chi li subisce. Per non parlare dei tanti ‘prepotenti di successo’, politici compresi…»
  5. Il gruppo fa la differenza. «In ogni azione violenta, in ogni atto di bullismo non c’è solo la vittima e il carnefice ma il gruppo: può essere gregario se rafforza le azioni dell’aggressore oppure spettatore, conferendo comunque al bullo il potere narcisistico che va cercando. Dobbiamo educare i ragazzi alla dimensione della corresponsabilità: spieghiamo loro che rimane passivi e silenziosi davanti a un fatto che riguarda un’altra persona ha delle precise conseguenze così come tutelare e proteggere chi viene maltrattato fa davvero la differenza, cambia davvero le cose. Possono diventare loro per primi agenti di cambiamento».

 

 

 

Genitori adolescenti

L’adolescenza è l’inizio cruciale della costruzione della autonomia personale – con vere e proprie sofferenze sia per i figli che per i genitori – ma oggi figli e genitori sono sempre più legati da un rapporto simile all’amicizia, una relazione d’intimità e di reciproca condivisione di comportamenti che avvicina, e al tempo stesso rende rischiosamente inafferrabile e confusa la distinzione generazionale.

Il professor Massimo Ammaniti ha dedicato nel 2015 un libro a “La Famiglia Adolescente” proprio per la diffusione di un fenomeno di questi anni , nell’era digitale e dei Social Media: “Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. Un universo vischioso in cui nessuno vuole emanciparsi”.

La componente genitoriale di questa “famiglia liquida”  in un recente articolo apparso su Hufftington Post viene  identificata con il termine “adultescenti” con  considerazioni  interessanti sulle possibili ombre nelle relazioni familiari apparantemente positive nella fase piu delicata della vita dei figli.

“L’adolescenza dei figli avviene quando i genitori si avvicinano ai 50 anni e la crisi dei genitori si interseca con quelle del figlio. Lo spazio privato del figlio è costantemente invaso da genitori onnipresenti, che si reincarnano nei figli diventando amici, confidenti, complici. Per i figli è difficile conquistare la propria autonomia anche perché la loro sessualità si realizza davanti agli occhi spesso complici dei genitori. Il processo di separazione-individuazione viene ostacolato perché gli adolescenti non hanno dei genitori contro cui opporsi e contrapporsi.

La rete diventa la vera ribalta nella quale gli adolescenti fanno le loro esperienze sociali confrontandosi coi coetanei che amplificano il senso di sé. I social media sono spesso l’unico modo di avere una vita personale. I messaggi nella rete si diffondono rapidamente contribuendo ad un senso grandioso di sé, ma anche col rischio di perdere la propria privacy. In ogni caso è uno spazio di difficile accesso per gli adulti e i genitori. Questo comporta avere anche molte amicizie, senza una vera intimità. Ne consegue che non ci si deve più annoiare. Emerge un’organizzazione del sé autocentrata in cui le capacità di empatia e di mentalizzazione sono limitate, con il frequente ricorso a strategie dissociative.

È tipico di questo periodo correre dei rischi e ricercare sensazioni forti che favoriscono il distacco dalla famiglia e la sperimentazione.

Anche il rapporto famiglia-scuola è cambiato rispetto al passato. Quando esisteva una continuità di regole e di orientamenti educativi per cui i bambini e i ragazzi si confrontavano con una coerenza di valori che favoriva la loro identificazione.

Oggi il figlio rappresenta più del passato un investimento familiare e si verifica un rapporto di complicità fra genitori e figlio a scapito della scuola, accusata di non valorizzare abbastanza il proprio figlio.

La condizione adolescenziale si è fatta estremamente complessa anche perché i genitori hanno difficoltà ad assumere un ruolo di guida, trovandosi spesso sullo stesso piano dei figli.

Ancora oggi è valido quello che scrisse Donald Winnicott “l’adolescenza è una malattia normale, il problema è dei genitori e della società se sono abbastanza sani da poterla sopportare.”

tratto da La famiglia adolescente e la fuga verso i social _ Hufftington Post

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