FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo per genitori e insegnanti. Firenze febbraio/marzo 2018

In Italia il fenomeno della dispersione scolastica interessa oggi più del 17% (OCSE 2015) dei giovani mentre in Europa la media è circa del 12%. Il tasso di dispersione non è uniforme nel paese; il tasso in Toscana è uno dei più alti in Italia (17%).

FRAGILE COME LA BELLEZZA

un percorso formativo per genitori e insegnanti in collaborazione con I.I.S.S. PEANO e Liceo CASTELNUOVO, promosso da OXFAM Italia in collaborazione con GENITORI IN CORSO – Comune di Firenze  e Azienda USL Toscana Centro.

Il Progetto coinvolge due scuole di Firenze, che pur nelle loro differenze, vivono situazioni simili in termini di rischio di dispersione. Sia il liceo Castelnuovo che l’Istituto Peano rilevano una richiesta di trasferimento da parte degli studenti verso un altro istituto. Tale indicatore, più evidente presso il liceo Castelnuovo, nella letteratura sul tema è notoriamente un preoccupante segnale. I ragazzi che cambiano scuola o indirizzo sono spesso a rischio di dispersione, sia in termini di possibile bocciatura che di abbandono.

Le richieste di trasferimento sono spesso giustificate per motivi familiari, disagio ed errata scelta del corso di studi, ma si ritiene fondamentale approfondire queste informazioni per acquisire consapevolezza e dare risposte concrete ed efficaci.

Le due scuole hanno sviluppato progetti ad hoc, come percorsi di formazione per insegnanti centrati sul fenomeno, ma attualmente entrambe le scuole e i partner ritengono che sia importante ripartire dalla voce degli studenti, attori chiave poco coinvolti nella riflessione, per acquisire consapevolezza e trovare soluzioni, massimizzando e diffondendo le loro raccomandazioni attraverso la produzione di una ricerca di un video in modalità story telling..

Da queste riflessioni nasce FRAGILE COME LA BELLEZZA un percorso formativo pratico-esperienziale con genitori e insegnanti per rafforzare capacitàe life skills, prevenire la dispersione scolastica e comprendere i bisogni degli adolescenti.

GLI APPUNTAMENTI 

Martedì 13 febbraio, ore 17.30-20.30, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  L’adolescenza: caratteristiche, bisogni e obiettivi

Lunedì 19 febbraio, ore 18.00-20.00, I.I.S.S. Peano via Andrea del Sarto, 6/a  Le emozioni e la consapevolezza emotiva nella relazione

Martedì 27 febbraio, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Disciplina e ascolto attivo: strategie di sintonizzazione

Lunedì 5 marzo, ore 18.00-20.00, Liceo Castelnuovo via della Colonna, 10 Insegnanti e genitori: una collaborazione necessaria

Gli incontri saranno condotti dalle Dott.sse Elena Pierozzi e Monica Rosselli, Promozione della Salute USL Toscana Centro e dallo psicologo Dott. Alessandro Garuglieri.

IL PERCORSO

Il percorso offre a genitori e insegnanti uno spazio di riflessione sul proprio ruolo di adulti che hanno in carico la crescita di un giovane adolescente. Sarà uno spazio condiviso e costruito insieme, per entrare in contatto con i bisogni profondi dei nostri ragazzi e poterli così accompagnare nella fragilità di questo momento di vita, cercando di capire quando quest’ultima è troppo pesante per le loro spalle.

Questa formazione ha l’obiettivo di rafforzare capacità e life skills di insegnanti e genitori per prevenire il fenomeno della dispersione scolastica, cogliere indicatori che possano preludere a situazioni a rischio per intervenire tempestivamente e adeguatamente in caso si manifestino segnali di allarme.

LA METODOLOGIA

Gli argomenti che verranno affrontati saranno coerentemente riproposti attraverso una modalità esperienziale: il contenuto illustrato e il processo di apprendimento diventano così coerenti e la loro efficacia è reale e potente. Il percorso utilizzerà il coinvolgimento in prima persona dei partecipanti, confrontando esperienze reali e concrete. Ogni partecipante sarà libero di condividere quello che desidera della propria esperienza all’interno di uno spazio accogliente e riservato.

Durante il percorso di 9 ore (il primo incontro sarà di 3 ore), verranno affrontati aspetti teorici e pratici e verranno offerti a noi che siamo gli adulti di riferimento, strumenti per saper riconoscere le fragilità e attivare le risorse dei nostri ragazzi.

INFO 

Costanza Mattesini – Oxfam Italia costanza.mattesini@oxfam.it/Prof.ssa Anna Pentimone – I.I.S.S. Peano annapentimone@hotmail.it/Prof. Stefano Guigli – Liceo Castelnuovo       stefano.guigli@hotmail.it

 Con il contributo di Fondazione CR Firenze

 

Le chat segrete dei ragazzi

di Silvia Morosi Corriere della Sera http://bit.ly/2DlLXNF
Nell’epoca del cellulare in classe (acceso) si moltiplicano le app per comunicazioni a prova di spia: sono anonime e si autodistruggono

Gli sms sono ormai un ricordo. E anche WhatsApp non è l’ultima frontiera di comunicazione degli adolescenti. Ora che il cellulare ha avuto il «via libera» a entrare in classe, seguendo le regole previste dal Decalogo per l’uso dello smartphone in classe del Ministero, tra i giovani ha già preso piede una nuova moda. Sicuri di non lasciare tracce, inviano messaggi, foto e video nelle cosiddette «chat segrete». Inventate per condividere dati sensibili, hanno trovato spazio su Facebook, Telegram e Snapchat, per citare le più note. Ma come funzionano? Basta impostare un timer per decidere in quanti giorni, ore o (addirittura) secondi quello che abbiamo scritto deve sparire. Alcuni sistemi sono legati a un’identità definita (vera o finta che sia, ndr ), altri permettono di chiacchierare senza svelare chi siamo. Non sapendo, però, nemmeno chi si nasconde dall’altra parte dello schermo.

«Le chat segrete sono connaturate al desiderio degli adolescenti, che ancora devono definire la propria identità, di scoprire i propri limiti e oltrepassare l’ambiente protetto in cui vivono», spiega Alessandro Rosina, docente di Statistica Sociale alla Cattolica di Milano. Il primo allarme era suonato con Snapchat, usato anche per inviare immagini private, intime e sessualmente esplicite, «concedendo» pochi secondi per visualizzarle. Non tutte le «chat segrete» sono usate, però, per il sexting. Tra i ragazzini è diventata popolare Kik Messenger — nata nel 2010 — dove, a differenza di Whatsapp, non serve un numero di telefono per accedere, ma basta una mail. E per crearne in Rete, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Sarahah, invece, è stata una delle app anonime più virali del 2017: ideata da un 29enne saudita come «cassetta dei consigli», permette di ricevere messaggi senza sapere chi li ha scritti e di scriverne, senza dire che siamo stati noi. Il risultato? Presto è stata introdotta la possibilità di impedire di essere trovati nelle ricerche, dato che molti utenti sono stati travolti da insulti e volgarità. C’è, poi, Telegram, che usa un sistema di crittografia end-to-end. Il problema resta quello dell’ambiguità della Rete: «Sono i giovani a decidere cosa far conoscere e cosa resta avvolto dal mistero. Si nascondono dietro una maschera, cosa che in passato era possibile solo a Carnevale. Con la peculiarità che queste chat si fondano sull’autodistruzione». Gli adulti si interrogano ancora sull’uso o meno dei device, ma mancano strumenti formativi: «L’arrivo dei genitori sui social ha spinto i ragazzi a cercare nuovi spazi. In fondo, il desiderio di sperimentare senza controllo c’è sempre stato. Una volta uscivamo con gli amici, senza dire dove», ricorda Rosina. «Il non essere scoperti favorisce comportamenti legati a un uso distorto di strumenti nati per avvicinare, non per fare del male». Serve una risposta educativa e di conoscenza. «Non possiamo controllare i ragazzi in tutto, non ci siamo mai riusciti, figuriamoci in Rete. Bisogna spiegare i rischi a cui vanno incontro e stabilire dei codici. Il telefono in classe va presentato come strumento di ricerca. Il web è il loro mondo, non ha senso tenerlo fuori dalle aule».

Ragazze selvagge Identikit delle adolescenti

di Maria Teresa Veneziani Corriere della Sera corriere.it

Non sono una mamma. E non ho mai capito fino in fondo perché la mia amica Angelica abbia deciso di non rispondermi al telefono quando è con sua figlia 14enne che, tra l’altro, io adoro. «Per la pace famigliare – dice lei -. Altrimenti mia figlia poi protesta, dice che sto troppo al telefono…». Ho cominciato ad afferrare meglio il concetto quando, durante un viaggio di lavoro ad Hong Kong (partenza a mezzogiorno in punto), ho incontrato Brenda Bizzi, 47enne, ceo del salone milanese White. Dodici ore di volo completamente spiaggiata a dormire, senza mai sollevare la testa. Come fai?, le ho chiesto all’arrivo, prendi pastiglie? «Macché, ne approfitto per riposare. Tu non hai idea di che cosa voglia dire avere una figlia in piena esplosione ormonale». Mi racconta di Siria, 14 anni tra poco, che è un mito quando scrive (tanto che i professori si sono raccomandati di farle fare studi classici, anche se lei, per puro spirito da bastian contrario, si è iscritta allo Scientifico. Altra madre, altra teenager: Maria Pia mi dice di quella mattina in cui si è svegliata alle 5 e ha trovato un ragazzo seminudo nel letto della figlia. «Mandalo fuori prima che lo veda tuo padre», le ha intimato lei. La replica: «Quante storie, aveva bevuto, aveva bisogno di dormire…», le ha risposto Giulia con quella semplicità spiazzante che noi adulti invidiamo ai ragazzi . Ricordando Oscar Wilde, «Per riacquistare la giovinezza basta solo ripeterne le follie».

Piccole guerriere

Le ragazze selvagge nate nel nuovo millennio sono così, guerriere e romantiche, appassionate ma più realiste che languide e sognanti. «Non sai mai chi ti si presenterà in cucina la mattina. Un giorno è tutta sorrisi e piena di complimenti, il giorno dopo è muta, accigliata e pure un po’ sprezzante. La maggior parte delle volte vuole sedersi sulle ginocchia come una bambina, ma se per caso tenti di abbracciarla tu, si ritrae e ti chiede i soldi per uscire» , si sfogava Kevin Davies su The Telegraph, aggiungendo che «avere una figlia adolescente può diventare un inferno». Il rapporto idilliaco con la figlia si trasforma improvvisamente in una partita infinita. «I 13/14 anni corrispondono al menarca, sono l’età del trapasso, quella dei conflitti» — spiega la psicologa Silvia Vegetti Finzi — . Cominciano le battaglie fatte di urla e alterchi e il bersaglio prediletto è la madre, che soffre perché fino a ieri era felice di essere l’amica del cuore della sua figliola. Le mamme vogliono sempre essere amate dai figli, fanno fatica ad accettare che l’aggressività è necessaria per staccarsi dal genitore».

Mamme, imparate a dire: “Ho sbagliato, mi spiace”

Che fare? «Dovrebbero capire che non si è mai speculari alle figlie. Facciano le madri e si assumano le proprie responsabilità, anche a costo di essere detestate. Devono fare quello che credono giusto, ricordando che la figlia non si aprirà se non sentirà che può fidarsi, anche imparando a dire “mi dispiace, ho sbagliato”». Una figlia è più problematica di un figlio per una madre? «Sì, ma è anche un’opportunità – sottolinea l’esperta, che all’Età incerta ha dedicato il libro scritto con Anna Maria Battistin (Mondadori) -. Il maschio ti adora, la femmina invece ti giudica anche con ironia, ma le critiche della figlia ti servono per perfezionare le tue posizioni». In Storie della Buona Notteper bambine ribelli (Mondadori), Elena Favilli e Francesca Cavallo raccontano le favole di quelle pioniere che hanno cambiato il mondo e che mai hanno sognato il principe azzurro desiderando, semmai, andare su Marte o scoprire la metamorfosi delle farfalle, da Rita Levi Montalcini a Frida Kahlo. «La vita delle adolescenti di oggi non è più facile — assicura comunque la psicologa —. Sono più libere e indipendenti, ma massima libertà vuole anche dire conflittualità interna ed esterna. Le ragazze non sanno neppure che cosa vogliono, sono subito consapevoli che è molto difficile avere prospettive e quindi fanno molta più fatica a manifestare delle scelte. La loro strada non è più fissata come un tempo quando la famiglia e la società ti indicava il modello: il fidanzamento, il matrimonio, i figli, il lavoro. Adesso il ventaglio di opportunità si è fatto più ampio, sanno che potrebbero dedicarsi alla ricerca scientifica o viaggiare; la fantasia è molto più sollecitata ma l’orizzonte è incerto».

Nella testa dei giovani

Il risultato è che sono contraddittorie e possono andare fuori controllo.«Tendono a manipolarti o a influenzarti per ottenere quello che vogliono e se non ci riescono con te, ci provano con l’altro genitore». Colpa della mente. Gli adolescenti sono biologicamente portati a pensare e a comportarsi in modo diverso dagli adulti, possono essere impulsivi, irrazionali e pericolosi perché in loro la corteccia frontale che controlla il ragionamento non è completamente sviluppata», scrive Alia Butler citando l’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry («Come gestire una figlia adolescente fuori controllo») . La 13enne Siria la spiega così: «provare tante sensazioni tutte insieme, essere felice e triste e non capire neanche io, sono una persona abbastanza particolare e difficile ma è tutto bellissimo, stare con i miei genitori, fuori con g li amici e andare a scuola. L’assurdità è che è vivi tutto al massimo, le tristezze le felicità, perché hai ancora quell’animo da bambino che vuole giocare ma hai già un aspetto da adulta, insomma sei nell’età di mezzo». Mamma Brenda si scioglie: «Iper-possessive e insofferenti al tempo stesso, chiedono di essere indipendenti e poi di essere un po’ bambine. Io alla sua età avevo il fidanzatino. Siria non mi pare interessata, vede i suoi coetanei piccoli, le ragazzine sono più sveglie ed evolute. Io voglio vivere con te tutta la vita mamma, mi dice». «Ma è difficile prendere le distanze da una madre emancipata ancora giovane che sembra aver realizzato tutto – conclude la psicologa -. L’irruenza diventa l’arma necessaria per emanciparsi. E alla madre non resta che fare la madre. Ed è solo l’inizio del viaggio della vita. La situazione tra madre e figlia è fluida: si rischia sempre di essere troppo lontane o troppe vicine, la distanza viene contrattata con il bilancino, sempre».

Adolescenza e volontariato durante l’anno scolastico: giusto o sbagliato?

Impegnarsi per una giusta causa è un sentimento nobile, arricchisce i ragazzi e li prepara alla vita adulta. Occorre però non perdere di vista le loro responsabilità di studenti e in famiglia. Come accompagnarli in questo percorso di crescita?
Ne parlano con la psicologa Marta Sortino su NOSTRO FIGLIO.it

Ci sono le responsabilità di tutti i giorni: studiare, rifare il letto, aiutare i genitori in piccole faccende domestiche o portare fuori il cane secondo i turni stabiliti.

Fin qui i doveri che più o meno tutti gli adolescenti riconoscono nella vita quotidiana. Ma si può immaginare – o chiedere loro – di più? Può essere troppo presto per vederli alle prese con forme di volontariato che li impegnino fuori dall’orario scolastico per cause per loro importanti? Ne abbiamo parlato con le psicoterapeute e psicologhe Marta Sortino e Laura Vaschetti Longo dell’associazione Aquiloni, che si occupa di percorsi di accompagnamento per ragazzi e famiglie a Torino.

Adolescenza e volontariato: perché è importante

Approcciarsi al volontariato è uno dei passi che i ragazzi fanno per iniziare a definire la loro identità: «Nel nostro Paese il volontariato sociale è un fenomeno importante, che coinvolge tante persone in ambiti molto diversi tra loro: un fenomeno basato su un forte senso di solidarietà verso l’altro, sullo scambio reciproco e sulla gratuità. Gli adolescenti che si avvicinano a queste realtà lo fanno in un momento importante della loro vita in cui strutturano sia la loro identità, sia una nuova rete relazionale che permette loro di rivolgere lo sguardo a contesti extrafamiliari ed in particolare alla comunità in cui vivono».

L’età giusta per iniziare questo tipo di esperienze potrebbe essere intorno ai 16 anni: «Dai 13 ai 15 anni i ragazzi attraversano la fase della pubertà in cui l’attenzione è volta allo sviluppo sessuale e alla ricerca di un forma identitaria definita. Successivamente si entra nella piena adolescenza, periodo nel quale il gruppo dei pari assume una notevole importanza: comincia a prender forma il processo di uscita dalla famiglia e di conquista della propria autonomia.

Nella maggioranza dei casi dai 16 anni in su, raggiungono dunque la consapevolezza giusta ed un senso critico solido necessari per poter far scelte personali ed essendo in via di definizione la sfera morale e sociale possono a questo punto del loro sviluppo avvicinarsi più facilmente al mondo del volontariato.

«Il vivere questo tipo di esperienze in ambito sociale, scelte spontaneamente, favorisce l’insorgenza ed il consolidamento di atteggiamenti altruistici e comportamenti volti alla prosocialità con ricadute significative sullo sviluppo dell’autostima e della fiducia in sé, limitando la possibilità di intraprendere percorsi volti all’antisocialità».

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Dipendenza dalla tecnologia: come riconoscerla e come intervenire sui figli

l parere dello psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo

articolo di FABIO DI TODARO pubblicato su La Stampa http://bit.ly/2ASKbCH
Da una parte c’è la smania irrefrenabile che ci porta a controllare fino a 75 volte al giorno lo smartphone: a caccia di notifiche, email, messaggi e telefonate. Dall’altra ci sono le vittime e i carnefici del cyberbullismo, i cui numeri cominciano ad assumere le sembianze dell’emergenza sociale.

I due fenomeni non sono così separati. Il filo conduttore è dato dall’eccessivo ricorso alla tecnologia, alla base tanto del primo quanto del secondo comportamento: due peculiarità dei nostri tempi. Temi a cui è stata dedicata la prima giornata internazionale sulle dipendenze tecnologiche. «Impariamo a usare la rete, non a farci usare», ha dichiarato lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi delle Marche e presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo.

Quante e quali sono le nuove dipendenze?
«Sono tante e di molte stiamo ancora studiando le loro implicazioni. Il legame con la tecnologia, però, è ormai indiscutibile. Si va dalla nomofobia alla cosiddetta «Fomo»: ovvero le paure di non avere con sé il cellulare e di non poter controllarlo e quella di essere tagliati fuori da qualcosa. Le compulsioni legate al web tengono le persone incollate agli strumenti digitali: un comportamento di cui la vita di relazione risente in modo compromettente. A ci sono poi le sindromi multidimensionali, vale a dire quelle che portano ai giochi di ruolo online con assiduità o a crearsi un’identità virtuale».

Quali sono i segnali che dovrebbero metterci in allerta?
«Dovremmo parlare di ogni singola dipendenza, perché hanno sfaccettature diverse. In generale, però, ci sono dei segni caratteristici uguali per tutte: l’alterazione del ciclo sonno-veglia, il mutare della condivisione sociale offline, il modificarsi di alcuni tratti caratteriali. Quando c’è un’alterazione delle abilità relazionali e sociali bisogna fermarsi e interrogarsi su cosa ci sta succedendo. Rischioso è l’isolamento sociale: quando si arriva all’alienazione fino a rinchiudersi nella propria stanza rifiutando la scuola e ogni contatto che non preveda l’uso mediato del mezzo tecnologico».

Ci sono persone più predisposte a diventare dipendenti dalle tecnologie?
«L’esperienza clinica ci fa dire che chi ha un’identità meno strutturata, tendenzialmente, è più a rischio. Ecco perché gli adolescenti corrono un pericolo maggiore. Chi ha una diagnosi psichiatrica di un disturbo depressivo, di ansia sociale o dell’umore può cadere vittima di una nuova dipendenza perché crede di trovare nella tecnologia un rimedio a una fobia. Anche se non esiste un vero e proprio tratto predisponente, notiamo che le persone che tendono ad avere un tratto di personalità più introverso, sono più soggette. Così come lo è chi è più impulsivo: le nuove tecnologie hanno la caratteristica di soddisfare i bisogni di queste persone permettendo loro di fare tutto e subito».

Come sono cambiati i giovani 3.0?
«Sono molto più impulsivi, hanno grande difficoltà a gestire la noia e la solitudine, e sono orientati al tutto e subito. Sono meno creativi, non sentono il bisogno di verificare le fonti da cui traggono notizie o a fare ricerche per controllare se quello che hanno letto è vero. Stiamo andando verso un’identità digitale e la costruzione della loro personalità avviene anche in base all’uso che fanno della rete. Dovremmo insegnare il valore dell’impiego del tempo».

Dobbiamo pensarci in fretta, perché questi ragazzi saranno i nuovi genitori.
«I ragazzi insegnano ciò che hanno imparato e la modalità relazionale che stanno apprendendo passa sempre più dai racconti fatti con le nuove tecnologie e non dai vissuti offline. Già i genitori di oggi hanno molte difficoltà da quando sono arrivati gli strumenti tecnologici. Se volessimo azzardare un’ipotesi, si potrebbe immaginare che in futuro si visiteranno tanti luoghi stando comodamente sul divano di casa e davanti a uno schermo. Ma fare previsioni sul domani genitoriale è azzardato: dobbiamo attendere che la situazione si evolva. Una cosa però urge farla: riportare all’attenzione. La tecnologia è basata sul paradosso, su ipertesti che fanno approdare ad altro senza mai raggiungere un quadro d’insieme che porta a una riflessione più profonda e alla stimolazione del pensiero critico».

Quali strategie dovrebbero mettere in atto i genitori per sensibilizzare i figli all’empatia e alla condivisione nella vita reale?
«Dovrebbero prendersi il tempo per sedersi accanto ai figli e chiedere loro cosa fanno online, senza giudicarli in anticipo o additarli come nulla facenti. Dovrebbero inoltre stabilire un momento di disintossicazione dalle nuove tecnologie condiviso da tutti i membri della famiglia. Potrebbe trattarsi di tre ore senza cellulare dove si gioca, si ricorre a strategie creative e si fanno lavori manuali, si va dai nonni e si raccolgono informazioni per la creazione di un foto racconto».

Uno dei pericoli più temuti dai genitori è il bullismo e la sua declinazione social: il cyberbullismo. Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni già in famiglia?
«Tra bullismo e cyberbullismo non c’è una grande differenza. È una forma di violenza che spaventa più che in passato perché oggi tramite la rete ne abbiamo più visione. Ma il fenomeno esiste da sempre: non solo tra i ragazzi, ma anche tra gli adulti. Se i primi non sono in grado di accettarlo, i secondi, invece lo potrebbero essere avendo una personalità più strutturata. La prima forma di bullismo è l’esclusione sociale dai gruppi e questa la esercitano in molti, sia grandi sia piccoli. Le nuove tecnologie permettono di bloccare qualcuno, eliminarlo da una chat ecc cliccando su un tasto. Dal bullismo ci si difende tornando a una grammatica emotiva, che si può insegnare ai figli a partire dall’infanzia, allenandoli all’empatia e alla memoria storica».

Si può arrivare a un uso intelligente delle nuove tecnologie?
«Sì, se condividiamo delle regole e le rispettiamo tutti. A tavola si va senza cellulare a portata di mano, per esempio. Dobbiamo ritornare anche a momenti di silenzio, quello della solitudine costruttiva, senza demonizzare questi strumenti che sono utilissimi».

Se ci si accorge che una persona vicina ha una dipendenza, come si può aiutarla?
«Bisogna capire se si tratta davvero di una dipendenza, di un approccio scorretto alle rete o di una cattiva abitudine: l’Associazione ha istituto da poco un numero verde, per dare supporto a chi ha dubbi e incontra difficoltà, a cui risponde uno psicologo e o un educatore esperto nel settore. Se si è un genitore, per esempio, si potrebbe iniziare una terapia per poi coinvolgere il figlio. L’approccio che si utilizza è sistemico e si basa sull’idea che se cambia atteggiamento chi ha un coinvolgimento con la persona che ha un problema ne beneficerà anche quest’ultima».

Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

NON CHIAMARMI NUTELLA

VIETATI ALL’ANAGRAFE. In Svezia non è ammesso Ikea, così come Metallica e Veranda. Si invece per Google.

IERI ERANO SUELLEN E RIDGE, OGGI SPOPOLANO TRISTAN E SOLEDAD, ISPIRATI DALLA SOAP ‘IL SEGRETO’: TUTTO QUELLO CHE DOVETE SAPERE PER SCEGLIERE I NOMI DEI VOSTRI FIGLI – LA LEGGE ITALIANA VIETA QUELLI RIDICOLI, MA IN FRANCIA E USA SI PUÒ FARE TUTTO: ECCO I PICCOLI FACEBOOK, NUTELLA, LIKE, HASHTAG, GOOGLE – LA NUOVA MODA? NOMI UNISEX: DECIDERANNO I FIGLI DA GRANDI A QUALI GENERE APPARTENERE

Roselina Salemi per ”D – La Repubblica

gwyneth paltrow e la figlia appleGWYNETH PALTROW E LA FIGLIA APPLE

L’ ultima impetuosa corrente porta nomi unisex, un tempo stranezza da divi, oggi opportunità per non definire i figli (decideranno loro che cosa essere e a quale genere appartenere).

 Hanno cominciato le star, ovviamente: ed ecco le baby celebrity con battesimo agender: James (di Blake Lively e Ryan Reynolds), Wyatt (di Mila Kunis e Ashton Kutcher), North (Kim Kardashian e Kanye West), Anacã (Candice Swanepoel e Hernann Nicoli), che è il nome brasiliano di un pappagallo rosso. Gli ultimi arrivati sono i gemellini di Beyoncé e Jay-Z: Rumi (citazione del famoso poeta persiano, Jall ad-Dn Muhammad Rumi) e Sir (omaggio all’ artista hip hop Sir The Baptist).

 

Esiste ormai una bibbia laica dei nomi neutri, che cerca ispirazione nella natura (Lake, Rain, Willow), nei colori (Blue, Grey, Indigo), nella geografia (Dakota, Montana, India, Brooklyn, Assisi), nei cognomi (Jackson, Mackenzie, Murphy, Madison, Reagan, Lincoln, Verdi).

 Forse c’ è un destino nel nome, o vorremmo ci fosse, come suggerisce il romanzo di Jhumpa Lahiri, dove incontriamo un adolescente che si chiama, con sua grande sofferenza, Gogol’ (dal racconto Il cappotto del grande scrittore russo). E allora che destino può esserci per Tiffany Raponi e Suellen Capozzi?

Alessandro Gassmann le ha incontrate nel copione di Beata Ignoranza (lui è andato sul tradizionale, suo figlio si chiama Leo) e ammette che gridano vendetta: «Dobbiamo fare i conti con la cultura di un’ epoca e, nel bene e nel male, il cinema e la tv ti dicono cosa sognare. Poi ciascuno applica i suoi filtri. E ci sono le autocensure. Chi oggi chiamerebbe un bambino Benito? Ricorda la dittatura fascista, è stato cancellato».

 Sì, il nome è una cosa seria. Ride la scrittrice Isabel Allende: «Mia nonna aveva elaborato una teoria, confermata trent’ anni dopo dalla psicologia e dalle neuroscienze, per cui i nomi influiscono sulla personalità, sul destino. È molto meglio chiamarsi Napoleone che Giuda! Nonna Isabel voleva tramandarmi i suoi poteri paranormali – metteva attorno allo stesso tavolo i vivi e i morti e aveva un’ idea tutta sua del tempo – e immaginava che il suo nome sarebbe stato una garanzia. Purtroppo non andò così, io non vedo gli spiriti, ma ho ricevuto qualcosa da lei, e se avessi avuto un altro nome forse sarei un’ altra persona».

Oggi invece il destino è nell’ ansia del presente, nel bisogno di fermare un attimo di gloria, nell’ illusione di partecipare a un rito collettivo. L’ antropologo Marino Niola, che si diverte a fare incursioni nei comportamenti sociali, dalla tecnologia alle mode alimentari (l’ ultimo libro, scritto con Elisabetta Moro, Andar per i luoghi della dieta mediterranea, Il Mulino) ricorda che «un secolo fa i nomi si pescavano da un elenco limitato: i parenti, i santi, i romanzi. Nella società globale i sistemi di classificazione si sono moltiplicati.

Tutto si mescola, antico e moderno, primitivo e tecnologico. I nativi americani sceglievano Fulmine e Nuvola Rossa, noi siamo a Luna e Oceano. I maori della Nuova Guinea, dopo aver visto il primo aeroplano, l’ avevano acquisito come nuovo nome, connesso a una potenza, a un’ idea di distinzione e di eccezionalità. Noi facciamo lo stesso. Sappiamo che la lingua è arbitraria, che nei suoni non c’ è l’ essenza della cosa (grande dibattito tra i filosofi medievali), eppure l’ attribuzione del nome è l’ elemento magico che ritorna, è la nostra traccia vocale (l’ altra è il corpo). Amiamo rappresentarci come una società che ha fatto fuori il simbolico, il magico in nome della razionalità, invece è il contrario».

Certo, poi si fanno danni come nella zona anarchica della fascia adriatica, dove una bambina poteva essere battezzata in pieno furore tecnologico Lokomotiva. Adesso possiamo prendercela con Mark Zuckerberg per la piccola Facebook nata in Egitto (i genitori l’ hanno definita una scelta politica, per ricordare il ruolo dei social nella Primavera Araba) e per la neonata Like di Tel Aviv.

Possiamo condannare la tecno-ossessione che ha prodotto i vari Mac, Siri e Google evidentemente agender. Per un battesimo infelice si può sempre dare la colpa a qualcuno. Alle fiction, per esempio. C’ è gente che si trascina nomi come Geiar (da John Ross Ewing, il petroliere cattivo di Dallas, serie cult), mentre la nuova generazione è piena di Tristan e Soledad, vittime della soap Il segreto.

Possiamo accusare lo star system: la voglia di un mondo glam impone nomi come Madonna, Rolling Stone e Chanel. Ma che cosa avranno pensato i genitori di bambini non componibili battezzati Ikea? È facile produrre un elenco di bizzarrie, e sarebbe puro divertimento «se la corsa all’ originalità», spiega Niola, «non nascondesse temi profondi come l’ appartenenza, l’ identità culturale e sociale, il timore della massificazione. Se non fosse una chiave per scrivere una storia del costume.

Le Sabrine, le Rosselle e le Rite devono tutto a Hollywood. Con l’ avvento della tv, spopolano i nomi delle annunciatrici Rosanna (Vaudetti), Gabriella (Farinon), dopo arrivano le Jessiche, le Samanthe, poi il vintage fa riscoprire nomi classici, ora la pervasività della tecnologia, unita al terrore della banalità, ricombina tutto.

Per i Millennial, fluidi anche in quello, il nome è un vestito da cambiare. Nick e pseudonimi non servono a nascondersi, ma a darsi un’ identità». E si capisce perché Sabrina Efionayi, sedicenne di Castel Volturno, si sia ribattezzata Sabrynex per firmare i romanzi della serie Over, lettissima dal popolo young adult (l’ ultimo è TVB – Indietro non si torna).

Di sicuro non è più obbligatorio scegliere un santo come pretendeva il Concilio di Trento. Ma qualcuno prova ugualmente a creare una “lista nera”. In Francia, dove l’ ufficiale di stato civile è obbligato a trascrivere qualsiasi nome, anche se gli fa venire l’ orticaria, è da poco uscita L’ Antiguide des prénoms (5,99 euro su Kindle), compilata con la severità distante dei burocrati. Contiene mille nomi, possibilmente da evitare: Alkapone, Lowhaana, Retcharles, Athéna-Cherokee, Aboubacar-Jacky, Loup-Galéan, Anisette, Kissmy. E c’ è anche Nutella, eh.

Perché succede? Sia celebs che common people cercano l’ unicità. Shiloh Nouvel (figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt) significa “Colui a cui appartiene”, l’ intenzione è simbolica.

Nicholas Cage ha dato al suo bambino il nome di Superman, Kal-El. E se non diventasse un supereroe? Jason Lee si è inventato Pilot Inspektor. Alicia Silverstone ha scelto Bear Lue.

Ashleee Simpson è mamma felice di Bronx Mowgli e Jagger Snow. I due maschi di Sylvester Stallone si chiamano Seargeoh e Sage Moonblood. Le tre figlie di Jamie Olivier sono Poppy Honey Rosie, Daisy Boo Pamela e Petal Blossom Rainbow.

Gwen Stefani e Gavin Rossdale hanno messo al mondo Kingston James McGregor, Zuma Nesta Rock e Apollo Bowie Flynn. Sono stati scritti milioni di post sulla figlia di Gwyneth Paltrow e Chris Martin, Apple, ma a questo punto Mela non sembra così strano. Se nella famiglia aristocratica la regola era tramandare nomi impegnativi come Aspreno e Gondrano, oggi la benedetta liquidità ha cambiato i parametri.

Non è la contessa a battezzare il figlioletto Clodoveo, ma l’ impiegata che l’ ha sentito in una serie televisiva e l’ ha trovato affascinante. Dice Stefania Andreoli, psicologa, abituata a confrontarsi con il magmatico mondo degli adolescenti: «I ragazzi che incontro minimizzano, non portano il loro nome come un argomento, nemmeno quando potrebbe esserlo. Chiedo: “Verdi? È il diminutivo di Verdiana?” “No, no. Mi chiamo Verdi. Non so perché me l’ abbiano messo, ma mi piace”. A Ilaria suggerisco: “Curioso, sei così lontana dal nome che porti. Ti vedo triste”. E lei: “Pff. È solo un nome… “

 Col nome abbiamo un rapporto come con la mamma: quella ti è capitata. Puoi amarla oppure odiarla, ma salvo casi estremi te la tieni. Qualcuno più originale di altri finisce per fare scelte grottesche (i famosi Chevin e Maicol), ma oggi il fenomeno è chiamare un figlio Luca». Anche la normalità può essere un bel destino.

Cara figlia che vai a Parigi per l’Erasmus continua a non avere paura del mondo

di MASSIMO GIANNINI Repubblica.it http://www.repubblica.it/politica/2017/08/21/news/cara_figlia

Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere

Ci siamo: la valigia è pronta. Manca giusto il beauty, con i tuoi mascara e i tuoi rossetti. Il volo è domani da Fiumicino: EasyJet con destinazione Parigi. Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere, che cresce e istruisce i suoi figli ai valori eterni dei Lumi: libertà, uguaglianza, fraternità.

Ma c’è una cosa che non avevo previsto, prima della strage delle Ramblas: c’è inquietudine, in questa vigilia del tuo primo Erasmus. Vai sei mesi a studiare a Science Politique. E dentro di noi ci sentiamo come se invece tu stessi partendo per un fronte militare, esposto alla minaccia di un “nemico” invisibile e irriducibile.

Le parole d’ordine che ripetiamo in queste ore sono sempre le stesse. Le nostre democrazie sono più forti. Stiamo distruggendo i tagliagole del Califfo Nero negli avamposti dove la guerra si combatte sul serio, da Mosul ad Aleppo. E le cellule impazzite dell’Isis, così come i terroristi in franchising arruolati su Internet o i disperati kamikaze fai-da-te, non cambieranno il nostro stile di vita. Continueremo a viaggiare e a studiare, a uscire la sera e ad ascoltare concerti, a mangiare nei ristoranti e a bere nei bar, a visitare musei e a fare shopping. Perché noi siamo tutto questo, perché questa è la straordinaria “normalità occidentale” che abbiamo conquistato e che abbiamo insegnato a voi, i nostri ragazzi.

Ti ho sempre detto: qualunque cosa accada, continua a essere cittadina del mondo, nessun criminale fondamentalista, abusando del nome di Allah, potrà farti cambiare idea. Possiamo gridarlo in piazza, nelle 35 lingue parlate da tutte le vittime della mattanza di Barcellona: non ho paura, no fear, no tiengo miedo, no tinc por. Ma dentro di noi, purtroppo, sappiamo che non è così. Io ho paura, mentre osservo già pronto all’ingresso di casa il bagaglio che ti accompagnerà nella Villa Lumière.

Pensando ai tanti padri che soffrono la mia stessa ansia, mi chiedo: posso fermarti, mentre ti accingi a prendere in mano il tuo destino e a condividerlo con quelli della tua generazione, abituata molto più della mia a mettersi in gioco valicando confini e buttando giù muri? Mi sfiora la tentazione di dirti «resta qui, è più sicuro». Dall’Apocalisse dell’11 settembre 2001, sotto i colpi degli assassini di Daesh sono “cadute” New York e Londra, Bruxelles e Parigi, Berlino e Manchester, Madrid e Barcellona, Stoccolma e Turku. L’Italia è stata risparmiata. Il perché resta un virtuoso mistero. Si dice: la nostra intelligence è la migliore, la mafia e la camorra controllano il territorio. In realtà io ho sempre pensato che questo Paese è una perfetta “base logistica” per trafficare in uomini e armi utili a organizzare attentati altrove. Gli strateghi del terrore non hanno interesse ad “esporsi” qui. E dunque dovrei dirti: sì, resta a Roma perché è meno rischiosa di Parigi.

Poi ragiono, e mi rendo conto che anche questa certezza non c’è più. Non tanto per le minacce islamiste sulla chat di Telegram («ora tocca all’Italia»). Non solo perché anche nelle nostre città tutto sta cambiando (la polizia di Roma già invita a «evitare gli assembramenti della movida»). Il “nuovo” terrorismo dei lupi solitari, ai quali basta un’automobile per fare una strage, sfugge a ogni previsione e quindi a ogni prevenzione. Non c’è Grande Vecchio che possa dirigerli, da una grotta di Raqqa o una madrassa di Riyad.

Quindi il mio “consiglio” non serve. Fermarti è una sciocchezza. Ma se parti, da cosa dovrai guardarti, nella metropoli dell’assimilazionismo e delle banlieue? Dovrei dirti «guardati dai ragazzi come te», perché questa è la tragica novità rivelata dal sangue versato sulle Ramblas. Stavolta gli attentatori non sono consumati professionisti della jihad e dell’odio anti-occidentale, già inutilmente noti alle “intelligence”, né vittime inferocite della ghettizzazione razziale e dell’esclusione sociale. Hanno le facce giovani e sorridenti della Generazione Jihad, uguale e contraria alla nostra Generazione Erasmus.
I “ragazzi di Ripoll” che hanno annientato quindici vite sul marciapiede più multietnico di Spagna studiavano in buone scuole e con ottimi voti, come i nostri. Giocavano nelle squadre di calcetto del loro paese, come i nostri. Tifavano il Marsiglia, come i nostri tifano la Juventus. Si guadagnavano qualche soldo come babysitter o baristi, come i nostri. È la loro “normalità”, e stavolta è sorprendentemente simile alla nostra. E allora, come possiamo disarmare questi “bravi ragazzi” del ceto medio, che non incubano la loro rabbia nelle periferie degradate? Come li riconoscerai, figlia mia, tra le migliaia di ragazzi che come te frequenteranno i corsi a Rue de l’Université, a due passi dalla Sorbonne? Un altro “consiglio” inutile, che tengo per me.

l’articolo continua su http://www.repubblica.it/politica/2017/08/21/news/cara_figlia

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