Ansia da disconnessione? Forse siete nomofobici

Non è ancora una patologia riconosciuta, ma la paura di separarsi dal cellulare e di restare tagliati fuori dalle comunicazioni si sta diffondendo parecchio. Miete più vittime tra i giovanissimi, che dormono con il telefono sotto il cuscino e perdono il sonno.

Elena Meli Corriere della Sera 26 Nov 2017

Difficile non sentire un filo d’ansia quando l’autonomia del cellulare scende pericolosamente verso il basso e non abbiamo con noi il caricabatterie. O non sentirsi vagamente persi quando il display informa, inesorabile, che non c’è nessun servizio e siamo disconnessi da internet, magari pure dalla rete telefonica.

A quanti, poi, capita di mettere nervosamente la mano in tasca o in borsa per assicurarsi che lo smartphone sia ancora lì e non lo abbiamo dimenticato a casa o, peggio, ci sia stato rubato? In alcuni casi però il disagio e la paura di restare «tagliati fuori» perché non abbiamo il telefonino diventa fortissimo, al punto da poter essere quasi considerato una malattia: è il caso della nomofobia (dove «nomo» è l’abbreviazione di «no mobile») l’ansia da separazione da cellulare di cui si sono occupati di recente ricercatori delle università di Seoul e Hong Kong cercando di identificare le caratteristiche di chi è più a rischio. Non è (ancora) una patologia riconosciuta, ma secondo due ricercatori è destinata a diventarlo e comunque a diffondersi parecchio per colpa dell’uso che facciamo dei telefoni, diventati ormai una sorta di estensione di noi stessi: oltre a contenere messaggi e fotografie che sono di fatto la storia della nostra vita, sono anche la porta d’accesso ad app, siti, servizi a cui non ci sembra di poter fare più a meno.

«La tecnologia sta diventando più personalizzata e adattabile ai bisogni di ciascuno, attraverso app e caratteristiche che rendono ogni telefono sempre più unico; questo non fa che aumentare l’attaccamento all’oggetto — spiega Jang Hyun Kim, responsabile dello studio —. Sentire il telefono come un’estensione dell’io aumenta la probabilità che si sviluppi un’ansia da separazione, che non si riesca a tollerare di allontanarsi dallo smartphone neanche per pochi minuti».

Tutti siamo a rischio di diventare un po’ nomofobici, ma sono soprattutto gli adolescenti a infilarsi spesso in un rapporto distorto con lo smartphone: i disagi emotivi tipici del periodo, il bisogno di conferme dal gruppo, la scarsa autostima e le difficoltà nei rapporti sociali fanno sì che oltre alla paura di restare separati dalla propria propaggine digitale i ragazzi siano anche le più frequenti vittime del Fomo, acronimo per Fear of Missing Out. Il timore di essere tagliati fuori dalle comunicazioni con gli amici che li porta a dormire col telefono accanto al cuscino e a chattare fino a notte fonda, come spiega lo psichiatra Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie e clinica dei nuovi media (SIPTech): «Il telefono dà l’illusione di essere sempre accanto agli amici. Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale della dopamina, il “messaggero” della gratificazione e del piacere. Tutto questo facilita l’instaurarsi di un attaccamento morboso all’oggetto, che può nascondere però grossi problemi nei rapporti con gli altri: il paradosso è che oggi i ragazzi, pur avendo innumerevoli mezzi per comunicare, riescono a entrare in relazione con il prossimo molto meno e peggio del passato. Tanti gruppi di WhatsApp per esempio nascono per aggregazione casuale e questo porta ad aberrazioni: non ci si conosce davvero, non si comunica realmente, così dinamiche di aggressività e bullismo sono sempre più difficili da arginare».

Non esistono stime sulla prevalenza della nomofobia, della Fomo o della dipendenza da cellulare in generale, che si manifesta con i sintomi delle prime due conditi da sindromi di astinenza vere e proprie, fino agli attacchi di panico da mancanza di telefono. Di certo, anche senza arrivare a una vera patologia, nei ragazzini l’uso problematico dello smartphone, oltre che più frequente, è pure più pericoloso.

«La perdita delle ore di sonno per stare in chat o sui social è il problema più rilevante, anche perché instaura un circolo vizioso: chi non dorme a sufficienza tende a cercare di più esperienze gratificanti e a sviluppare un comportamento compulsivo, che rafforza a sua volta l’uso smodato del telefono — fa notare La Barbera —. La carenza di riposo poi produce alterazioni globali del funzionamento cerebrale con disturbi di concentrazione e ansia.

La parola Nomofobia è la contrazione di «no mobile», che in italiano può essere tradotto «paura di restare senza telefonino» Che cosa accade nel cervello Negli adolescenti il suono dell’arrivo di un messaggio su WhatsApp si associa a un incremento cerebrale di dopamina, l’ormone del piacere

«Come accorgersi se un adolescente sta esagerando? Se fa fatica a separarsi dal telefono,anche solo per il tempo della cena, meglio drizzare le antenne. Soprattutto perché l’obiettivo deve essere la prevenzione di una vera dipendenza: una volta che si sia instaurata, infatti, è molto difficile da risolvere nonostante l’impiego di psicoterapia e in alcuni casi di farmaci. C’è invece spazio per agire nella “zona grigia” dell’utilizzo distorto e problematico: spesso e volentieri è sufficiente tornare a parlare con i figli per risolvere situazioni che paiono disperate, in cui i ragazzi sembrano assorbiti solo dal telefono. Abbassare il tenore dello scontro può bastare a riportare alla realtà i ragazzi. Minacciarli o togliere loro lo smartphone non serve, quando ci si arriva significa che la battaglia è persa».

LO SMARTPHONE PROSCIUGA IL CERVELLO

  I NATI FRA IL 1995 ED IL 2012 NON CONOSCONO UN MONDO SENZA INTERNET. NON FUMANO, NON BEVONO, NON SI DROGANO. MA SI AMMAZZANO DI PIPPE – UN TEEN AGERS SU DUE E’ SULL’ORLO DELLA DEPRESSIONE: NON ESCE CON GLI AMICI E NON DORME PIU’ DI 7 ORE A NOTTE
Costanza Rizzacasa per La Lettura – Corriere della Sera, ripubblicato da DAGOSPIA http://m.dagospia.com/

gli adolescentisudoano piu per i flussi ormonali

Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain , letteralmente «prosciugamento del cervello». È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’ altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. L’ età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney.

Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen , in uscita negli Usa in questi giorni. iGen , ovvero la generazione dell’ iPhone, l’ altro appellativo della Generation Z .

 

I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’ uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’ avevano in tasca. In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’ orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni.

«L’ avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati.

 Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’ 85% di Baby Boomer e Gen X. Il risultato è un crollo dell’ attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991).

gli adolescenti sono connessi sempre

Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. «La crisi della mascolinità, l’ assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». Il risultato? Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere.

Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’ infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210 : il lavoretto estivo. Oggi ce l’ ha meno di un terzo dei teenager, e l’ oggetto più desiderato non è l’ auto, ma lo smartphone. È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet.

Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. Secondo l’ annuale indagine Monitoring the Future , i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno.

La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo ( Fear of missing out , la paura di essere esclusi). E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’ app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’ inadeguatezza.

E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’ età. Nel 2015, il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche.

«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catharine Lumby, docente all’ australiana Macquarie University – con l’ avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». Altri invece, mentre sottolineano l’ insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici.

SMARTPHONE A SCUOLA 2

«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’ abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori».

Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’ etica del lavoro, negli iGen, è diversa: «Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’ uso di droghe illegali tra teenager è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina.

 

Greenfield ne è convinto. «In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo».

NON CHIAMARMI NUTELLA

VIETATI ALL’ANAGRAFE. In Svezia non è ammesso Ikea, così come Metallica e Veranda. Si invece per Google.

IERI ERANO SUELLEN E RIDGE, OGGI SPOPOLANO TRISTAN E SOLEDAD, ISPIRATI DALLA SOAP ‘IL SEGRETO’: TUTTO QUELLO CHE DOVETE SAPERE PER SCEGLIERE I NOMI DEI VOSTRI FIGLI – LA LEGGE ITALIANA VIETA QUELLI RIDICOLI, MA IN FRANCIA E USA SI PUÒ FARE TUTTO: ECCO I PICCOLI FACEBOOK, NUTELLA, LIKE, HASHTAG, GOOGLE – LA NUOVA MODA? NOMI UNISEX: DECIDERANNO I FIGLI DA GRANDI A QUALI GENERE APPARTENERE

Roselina Salemi per ”D – La Repubblica

gwyneth paltrow e la figlia appleGWYNETH PALTROW E LA FIGLIA APPLE

L’ ultima impetuosa corrente porta nomi unisex, un tempo stranezza da divi, oggi opportunità per non definire i figli (decideranno loro che cosa essere e a quale genere appartenere).

 Hanno cominciato le star, ovviamente: ed ecco le baby celebrity con battesimo agender: James (di Blake Lively e Ryan Reynolds), Wyatt (di Mila Kunis e Ashton Kutcher), North (Kim Kardashian e Kanye West), Anacã (Candice Swanepoel e Hernann Nicoli), che è il nome brasiliano di un pappagallo rosso. Gli ultimi arrivati sono i gemellini di Beyoncé e Jay-Z: Rumi (citazione del famoso poeta persiano, Jall ad-Dn Muhammad Rumi) e Sir (omaggio all’ artista hip hop Sir The Baptist).

 

Esiste ormai una bibbia laica dei nomi neutri, che cerca ispirazione nella natura (Lake, Rain, Willow), nei colori (Blue, Grey, Indigo), nella geografia (Dakota, Montana, India, Brooklyn, Assisi), nei cognomi (Jackson, Mackenzie, Murphy, Madison, Reagan, Lincoln, Verdi).

 Forse c’ è un destino nel nome, o vorremmo ci fosse, come suggerisce il romanzo di Jhumpa Lahiri, dove incontriamo un adolescente che si chiama, con sua grande sofferenza, Gogol’ (dal racconto Il cappotto del grande scrittore russo). E allora che destino può esserci per Tiffany Raponi e Suellen Capozzi?

Alessandro Gassmann le ha incontrate nel copione di Beata Ignoranza (lui è andato sul tradizionale, suo figlio si chiama Leo) e ammette che gridano vendetta: «Dobbiamo fare i conti con la cultura di un’ epoca e, nel bene e nel male, il cinema e la tv ti dicono cosa sognare. Poi ciascuno applica i suoi filtri. E ci sono le autocensure. Chi oggi chiamerebbe un bambino Benito? Ricorda la dittatura fascista, è stato cancellato».

 Sì, il nome è una cosa seria. Ride la scrittrice Isabel Allende: «Mia nonna aveva elaborato una teoria, confermata trent’ anni dopo dalla psicologia e dalle neuroscienze, per cui i nomi influiscono sulla personalità, sul destino. È molto meglio chiamarsi Napoleone che Giuda! Nonna Isabel voleva tramandarmi i suoi poteri paranormali – metteva attorno allo stesso tavolo i vivi e i morti e aveva un’ idea tutta sua del tempo – e immaginava che il suo nome sarebbe stato una garanzia. Purtroppo non andò così, io non vedo gli spiriti, ma ho ricevuto qualcosa da lei, e se avessi avuto un altro nome forse sarei un’ altra persona».

Oggi invece il destino è nell’ ansia del presente, nel bisogno di fermare un attimo di gloria, nell’ illusione di partecipare a un rito collettivo. L’ antropologo Marino Niola, che si diverte a fare incursioni nei comportamenti sociali, dalla tecnologia alle mode alimentari (l’ ultimo libro, scritto con Elisabetta Moro, Andar per i luoghi della dieta mediterranea, Il Mulino) ricorda che «un secolo fa i nomi si pescavano da un elenco limitato: i parenti, i santi, i romanzi. Nella società globale i sistemi di classificazione si sono moltiplicati.

Tutto si mescola, antico e moderno, primitivo e tecnologico. I nativi americani sceglievano Fulmine e Nuvola Rossa, noi siamo a Luna e Oceano. I maori della Nuova Guinea, dopo aver visto il primo aeroplano, l’ avevano acquisito come nuovo nome, connesso a una potenza, a un’ idea di distinzione e di eccezionalità. Noi facciamo lo stesso. Sappiamo che la lingua è arbitraria, che nei suoni non c’ è l’ essenza della cosa (grande dibattito tra i filosofi medievali), eppure l’ attribuzione del nome è l’ elemento magico che ritorna, è la nostra traccia vocale (l’ altra è il corpo). Amiamo rappresentarci come una società che ha fatto fuori il simbolico, il magico in nome della razionalità, invece è il contrario».

Certo, poi si fanno danni come nella zona anarchica della fascia adriatica, dove una bambina poteva essere battezzata in pieno furore tecnologico Lokomotiva. Adesso possiamo prendercela con Mark Zuckerberg per la piccola Facebook nata in Egitto (i genitori l’ hanno definita una scelta politica, per ricordare il ruolo dei social nella Primavera Araba) e per la neonata Like di Tel Aviv.

Possiamo condannare la tecno-ossessione che ha prodotto i vari Mac, Siri e Google evidentemente agender. Per un battesimo infelice si può sempre dare la colpa a qualcuno. Alle fiction, per esempio. C’ è gente che si trascina nomi come Geiar (da John Ross Ewing, il petroliere cattivo di Dallas, serie cult), mentre la nuova generazione è piena di Tristan e Soledad, vittime della soap Il segreto.

Possiamo accusare lo star system: la voglia di un mondo glam impone nomi come Madonna, Rolling Stone e Chanel. Ma che cosa avranno pensato i genitori di bambini non componibili battezzati Ikea? È facile produrre un elenco di bizzarrie, e sarebbe puro divertimento «se la corsa all’ originalità», spiega Niola, «non nascondesse temi profondi come l’ appartenenza, l’ identità culturale e sociale, il timore della massificazione. Se non fosse una chiave per scrivere una storia del costume.

Le Sabrine, le Rosselle e le Rite devono tutto a Hollywood. Con l’ avvento della tv, spopolano i nomi delle annunciatrici Rosanna (Vaudetti), Gabriella (Farinon), dopo arrivano le Jessiche, le Samanthe, poi il vintage fa riscoprire nomi classici, ora la pervasività della tecnologia, unita al terrore della banalità, ricombina tutto.

Per i Millennial, fluidi anche in quello, il nome è un vestito da cambiare. Nick e pseudonimi non servono a nascondersi, ma a darsi un’ identità». E si capisce perché Sabrina Efionayi, sedicenne di Castel Volturno, si sia ribattezzata Sabrynex per firmare i romanzi della serie Over, lettissima dal popolo young adult (l’ ultimo è TVB – Indietro non si torna).

Di sicuro non è più obbligatorio scegliere un santo come pretendeva il Concilio di Trento. Ma qualcuno prova ugualmente a creare una “lista nera”. In Francia, dove l’ ufficiale di stato civile è obbligato a trascrivere qualsiasi nome, anche se gli fa venire l’ orticaria, è da poco uscita L’ Antiguide des prénoms (5,99 euro su Kindle), compilata con la severità distante dei burocrati. Contiene mille nomi, possibilmente da evitare: Alkapone, Lowhaana, Retcharles, Athéna-Cherokee, Aboubacar-Jacky, Loup-Galéan, Anisette, Kissmy. E c’ è anche Nutella, eh.

Perché succede? Sia celebs che common people cercano l’ unicità. Shiloh Nouvel (figlia di Angelina Jolie e Brad Pitt) significa “Colui a cui appartiene”, l’ intenzione è simbolica.

Nicholas Cage ha dato al suo bambino il nome di Superman, Kal-El. E se non diventasse un supereroe? Jason Lee si è inventato Pilot Inspektor. Alicia Silverstone ha scelto Bear Lue.

Ashleee Simpson è mamma felice di Bronx Mowgli e Jagger Snow. I due maschi di Sylvester Stallone si chiamano Seargeoh e Sage Moonblood. Le tre figlie di Jamie Olivier sono Poppy Honey Rosie, Daisy Boo Pamela e Petal Blossom Rainbow.

Gwen Stefani e Gavin Rossdale hanno messo al mondo Kingston James McGregor, Zuma Nesta Rock e Apollo Bowie Flynn. Sono stati scritti milioni di post sulla figlia di Gwyneth Paltrow e Chris Martin, Apple, ma a questo punto Mela non sembra così strano. Se nella famiglia aristocratica la regola era tramandare nomi impegnativi come Aspreno e Gondrano, oggi la benedetta liquidità ha cambiato i parametri.

Non è la contessa a battezzare il figlioletto Clodoveo, ma l’ impiegata che l’ ha sentito in una serie televisiva e l’ ha trovato affascinante. Dice Stefania Andreoli, psicologa, abituata a confrontarsi con il magmatico mondo degli adolescenti: «I ragazzi che incontro minimizzano, non portano il loro nome come un argomento, nemmeno quando potrebbe esserlo. Chiedo: “Verdi? È il diminutivo di Verdiana?” “No, no. Mi chiamo Verdi. Non so perché me l’ abbiano messo, ma mi piace”. A Ilaria suggerisco: “Curioso, sei così lontana dal nome che porti. Ti vedo triste”. E lei: “Pff. È solo un nome… “

 Col nome abbiamo un rapporto come con la mamma: quella ti è capitata. Puoi amarla oppure odiarla, ma salvo casi estremi te la tieni. Qualcuno più originale di altri finisce per fare scelte grottesche (i famosi Chevin e Maicol), ma oggi il fenomeno è chiamare un figlio Luca». Anche la normalità può essere un bel destino.

Cara figlia che vai a Parigi per l’Erasmus continua a non avere paura del mondo

di MASSIMO GIANNINI Repubblica.it http://www.repubblica.it/politica/2017/08/21/news/cara_figlia

Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere

Ci siamo: la valigia è pronta. Manca giusto il beauty, con i tuoi mascara e i tuoi rossetti. Il volo è domani da Fiumicino: EasyJet con destinazione Parigi. Da padre, sognavo questo giorno: il coronamento delle tue fatiche universitarie, il tuo biglietto d’ingresso nella grande Madre Europa senza frontiere, che cresce e istruisce i suoi figli ai valori eterni dei Lumi: libertà, uguaglianza, fraternità.

Ma c’è una cosa che non avevo previsto, prima della strage delle Ramblas: c’è inquietudine, in questa vigilia del tuo primo Erasmus. Vai sei mesi a studiare a Science Politique. E dentro di noi ci sentiamo come se invece tu stessi partendo per un fronte militare, esposto alla minaccia di un “nemico” invisibile e irriducibile.

Le parole d’ordine che ripetiamo in queste ore sono sempre le stesse. Le nostre democrazie sono più forti. Stiamo distruggendo i tagliagole del Califfo Nero negli avamposti dove la guerra si combatte sul serio, da Mosul ad Aleppo. E le cellule impazzite dell’Isis, così come i terroristi in franchising arruolati su Internet o i disperati kamikaze fai-da-te, non cambieranno il nostro stile di vita. Continueremo a viaggiare e a studiare, a uscire la sera e ad ascoltare concerti, a mangiare nei ristoranti e a bere nei bar, a visitare musei e a fare shopping. Perché noi siamo tutto questo, perché questa è la straordinaria “normalità occidentale” che abbiamo conquistato e che abbiamo insegnato a voi, i nostri ragazzi.

Ti ho sempre detto: qualunque cosa accada, continua a essere cittadina del mondo, nessun criminale fondamentalista, abusando del nome di Allah, potrà farti cambiare idea. Possiamo gridarlo in piazza, nelle 35 lingue parlate da tutte le vittime della mattanza di Barcellona: non ho paura, no fear, no tiengo miedo, no tinc por. Ma dentro di noi, purtroppo, sappiamo che non è così. Io ho paura, mentre osservo già pronto all’ingresso di casa il bagaglio che ti accompagnerà nella Villa Lumière.

Pensando ai tanti padri che soffrono la mia stessa ansia, mi chiedo: posso fermarti, mentre ti accingi a prendere in mano il tuo destino e a condividerlo con quelli della tua generazione, abituata molto più della mia a mettersi in gioco valicando confini e buttando giù muri? Mi sfiora la tentazione di dirti «resta qui, è più sicuro». Dall’Apocalisse dell’11 settembre 2001, sotto i colpi degli assassini di Daesh sono “cadute” New York e Londra, Bruxelles e Parigi, Berlino e Manchester, Madrid e Barcellona, Stoccolma e Turku. L’Italia è stata risparmiata. Il perché resta un virtuoso mistero. Si dice: la nostra intelligence è la migliore, la mafia e la camorra controllano il territorio. In realtà io ho sempre pensato che questo Paese è una perfetta “base logistica” per trafficare in uomini e armi utili a organizzare attentati altrove. Gli strateghi del terrore non hanno interesse ad “esporsi” qui. E dunque dovrei dirti: sì, resta a Roma perché è meno rischiosa di Parigi.

Poi ragiono, e mi rendo conto che anche questa certezza non c’è più. Non tanto per le minacce islamiste sulla chat di Telegram («ora tocca all’Italia»). Non solo perché anche nelle nostre città tutto sta cambiando (la polizia di Roma già invita a «evitare gli assembramenti della movida»). Il “nuovo” terrorismo dei lupi solitari, ai quali basta un’automobile per fare una strage, sfugge a ogni previsione e quindi a ogni prevenzione. Non c’è Grande Vecchio che possa dirigerli, da una grotta di Raqqa o una madrassa di Riyad.

Quindi il mio “consiglio” non serve. Fermarti è una sciocchezza. Ma se parti, da cosa dovrai guardarti, nella metropoli dell’assimilazionismo e delle banlieue? Dovrei dirti «guardati dai ragazzi come te», perché questa è la tragica novità rivelata dal sangue versato sulle Ramblas. Stavolta gli attentatori non sono consumati professionisti della jihad e dell’odio anti-occidentale, già inutilmente noti alle “intelligence”, né vittime inferocite della ghettizzazione razziale e dell’esclusione sociale. Hanno le facce giovani e sorridenti della Generazione Jihad, uguale e contraria alla nostra Generazione Erasmus.
I “ragazzi di Ripoll” che hanno annientato quindici vite sul marciapiede più multietnico di Spagna studiavano in buone scuole e con ottimi voti, come i nostri. Giocavano nelle squadre di calcetto del loro paese, come i nostri. Tifavano il Marsiglia, come i nostri tifano la Juventus. Si guadagnavano qualche soldo come babysitter o baristi, come i nostri. È la loro “normalità”, e stavolta è sorprendentemente simile alla nostra. E allora, come possiamo disarmare questi “bravi ragazzi” del ceto medio, che non incubano la loro rabbia nelle periferie degradate? Come li riconoscerai, figlia mia, tra le migliaia di ragazzi che come te frequenteranno i corsi a Rue de l’Université, a due passi dalla Sorbonne? Un altro “consiglio” inutile, che tengo per me.

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AMICI? E’ PIU’ FACILE. LE RELAZIONI FLUIDE.

Uomini e donne possono essere amici? Ora è più facile: le reazioni sono diventate «fluide»
La quotidianità ha avvicinato uomini e donne: si vive e si lavora di più insieme. Da «Harry ti presento Sally» è cambiato tutto: è caduta (per sempre) la barriera del sesso

di Gaia Piccardi e Massimo Rebotti Corriere della Sera http://www.corriere.it/cronache/uomini-cambiamento/
«Uomini e donne non possono essere amici perché il sesso ci si mette sempre di mezzo, perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente: vuole sempre portarsela a letto». È il 1989. In Italia s’insedia il sesto governo Andreotti, a Berlino cade il Muro e tra Chicago e New York, nell’arco di un lungo viaggio in auto, Harry illustra a Sally la sua teoria sull’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. Quasi trent’anni dopo, «Harry ti presento Sally» è ancora la pietra angolare per decifrare il groviglio di emozioni che nasce da un incontro? Da allora — insieme al mondo — sono cambiate molte cose: oggi più che mai maschi e femmine socializzano, lavorano insieme, condividono interessi e a volte il materasso senza necessariamente essere in coppia, in uno scenario di relazioni fluidificate dalla rivoluzione dei costumi e delle convenzioni sociali.

«Ai miei tempi c’era il sesso oppure no — ricorda la scrittrice e psicoterapeuta Gianna Schelotto —. Non esistevano vie di mezzo. Chi s’immaginava che sarebbe nata la categoria dei trombamici?». Prego dottoressa…? «Quando il sesso non è più barriera né impedimento, l’amicizia tra uomo e donna diventa possibile. Ho pazienti che usano il sesso come mutuo soccorso. In tempi di rimescolamento di ruoli e generi, con una soglia del pudore più bassa, le divisioni rigide — amore o amicizia — non hanno più ragione di esistere». È la fascia degli adolescenti il grande laboratorio degli esperimenti intersessuali. Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e grande conoscitore dei giovani, spiega: «Le pari opportunità puntavano proprio a questo: smussare la rigidità degli stereotipi. Oggi all’Erasmus i ragazzi dormono nello stesso letto senza obbligo di relazione intima». E se il sesso c’è, è ginnastica priva di implicazioni emotive: «Ha perso l’alone di tabù e proibito. Le femmine si sono virilizzate, i maschi femminilizzati. In questo contesto è più facile che si formino coppie di amici misti». Se maschi e femmine ormai hanno imparato a stare insieme, se diminuisce il potenziale erotico e si scopre che si può avere un rapporto nuovo, chissà quale campo minato sono diventate le relazioni tra adulti.

Esploratore dell’animo femminile, ancora pieno della lunga storia con la sublime Mariangela Melato, Renzo Arbore è il nostro Caronte nelle acque agitate di un tema mai risolto. Arbore non ha dubbi: «L’amicizia tra uomo e donna non solo è possibile, ma io l’ho sperimentata tante volte. Ho avuto amiche vere senza altre implicazioni, rapporti paritari con femmine intelligenti e colleghe bravissime». Alla fine degli Anni Settanta, in tv, conduce «L’altra domenica». Al suo fianco Milly Carlucci, Isabella Rossellini, Stella Pende, Irene Bignardi. «Le chiamavano le donne parlanti perché in quegli anni le donne facevano solo le vallette. Di ciascuna di esse sono rimasto profondamente amico». E poi c’è Mariangela. L’amore, on/off, di una vita. «Con lei il rapporto era speciale. Quando in un primo tempo è finito l’amore, che poi non era finito, siamo stati molto amici. C’era tra noi una profondissima stima. Non ho mai smesso di ragionare con lei, di chiamarla, di farle dei regali, di farmi consigliare. Le indicavo persino con chi, secondo me, dovesse fidanzarsi. Poi abbiamo riscoperto che eravamo fatti l’uno per l’altra ed è tornato ad essere amore. Che però è anche amicizia, stima e sentimento».

Un sentiero che, nello sport, hanno percorso anche la campionessa degli Open Usa 2015 Flavia Pennetta e Fabio Fognini, collega tennista. Amici sin da ragazzi, si sono piaciuti a rispettosa distanza per anni prima di ritrovarsi d’incanto liberi da fidanzamenti. È a quel punto che l’attrazione non ha più avuto ostacoli. Racconta Flavia, neomamma di Federico: «Ci siamo messi insieme con alle spalle vent’anni di consolidata amicizia. Quando ci siamo scambiati il primo bacio, sapevamo già tutto l’uno dell’altra». Una relazione, infatti, può iniziare fraternamente, diventare sessuale e poi ritornare fraterna: «Sono solo le convenzioni a dirci che tutto ciò non va bene» interviene Rosa Maria Vijogini, terapeuta al centro milanese Cuore di Smeraldo: «Tra un uomo e una donna c’è sempre un’attrazione. Può essere fisica o intellettuale. In ogni caso alla base di una relazione c’è un bisogno profondo: quello di un’unione che ci completi. Sull’altro, in pratica, proiettiamo ciò che pensiamo ci manchi». A questo proposito il filosofo Massimo Cacciari raccontò al Corriere della Sera di una grande sintonia con una donna che non sfociò mai in una relazione sentimentale, spiegando così l’occasione mancata: «L’affinità era tale che era come se ti specchiassi nell’altro; e se vedi te stesso nell’altro ti ritiri, non vai dentro alla fonte come Narciso: non puoi fare, in pratica, l’amore con te stesso!».

A dimostrazione del fatto che la materia è incandescente, sul tema si sono esibiti poeti (Borges: «L’amicizia tra un uomo e una donna è sempre un poco erotica, anche se inconsciamente»), scrittori (Wilde: «Fra uomo e donna non può esservi amicizia: passione, ostilità, adorazione, amore, ma mai amicizia»), cantanti (Venditti: «Amici mai, per chi si cerca come noi, non è possibile»). Attraverso la loro amicizia speciale, poi, Sophia Loren e Marcello Mastroianni hanno creato quell’alchimia che dalla vita si è trasferita sul grande schermo («Fu sintonia immediata, senza mai un’incrinatura: un gigantesco amore cinematografico» scrive Sophia nella biografia) e Monica e Chandler l’esilarante complicità che ha reso immortale la serie televisiva «Friends». Tra le infinite variabili di una relazione uomo-donna c’è anche quella di genere: «Per sua fisiologia — dice la psicoterapeuta di coppia Roberta De Bellis — il maschio ha un tipo di impulso sessuale che lo rende più incline a cadere in tentazione, mentre nella donna prevale la componente emotiva: il mondo si evolve, insomma, ma le dinamiche interpersonali rimangono ferme al discorso che Harry fa a Sally nel film».

Marco Columbro a Lorella Cuccarini la tesi di Harry non l’ha mai esposta però — forse — un pensiero ce l’ha fatto: «Io stavo a Milano, Lorella a Roma e tutti ci dicevano: dai ditelo, siete fidanzati, siete una coppia». Il conduttore ricorda bene la percezione del pubblico negli anni del loro sodalizio: «Io e lei avevamo un’alchimia rarissima, quando capita è un dono. Artistico e umano. C’era un rispetto profondo e un affetto amicale. Ma non c’è mai stato niente». Con qualche rimpianto: «Bella donna, simpatica, intelligente. Però era fidanzata con l’amore della sua vita, continuava a ripetere. Due palle… Qualsiasi voglia te la faceva passare». Giusto o sbagliato che sia il discorso di Harry, l’amicizia rimane un’esigenza: «Ci si specchia nell’altro per capire che tipo di uomo o donna vogliamo diventare» chiosa Pietropolli Charmet. «È come una danza o una lotta — spiega Vijogini —. Dentro a una relazione di amicizia c’è sempre una possibilità evolutiva». E alla fine di quel famoso film, per non sbagliare, Harry si fidanza con Sally.

NEL BOSCO DI ROBINIE, l’ hospice pediatrico di Piano a Bologna

Le robinie ci sono già, e sono la prima cosa che ho visto andando sul luogo. Per il momento sono solo sul bordo del rivo, poi, cammin facendo, sono diventate un vero e proprio bosco ceduo, con l’aggiunta di aceri, carpini ed altre essenze.

Tutti alberi che perdono le foglie. Non è una foresta oscura ma un bosco pieno di luce, ombroso d’estate. Poi ha preso forma l’idea di una casa sollevata da terra tra i rami degli alberi del bosco.

Tutti i bambini sognano di vivere in una casa sull’albero. L’edificio è sospeso così come è sospesa la drammatica condizione umana di questi bambini. Gli alberi sono essi stessi metafora di guarigione, anche di una guarigione che non potrà esserci.

È un progetto difficile, molto difficile per un architetto. Perché normalmente ci si salva mettendosi nei panni di chi vivrà l’edificio che si progetta. Facile quando si fa una scuola perché siamo tutti andati a scuola, facile quando si fa una biblioteca perché ci siamo stati tutti. Difficile è entrare nella sofferenza.

E qui, naturalmente, è la scienza medica, quella vera, quella faticosamente conquistata attraverso secoli illuminati dalla luce dell’intelligenza a venirci in soccorso. La scienza che protegge dal dolore e lascia intatta la capacità di apprendimento, di curiosità, di crescita, che sono l’essenza stessa dell’infanzia.

Ma la scienza medica non basta. Perché grande è la sofferenza, e sconvolgente l’essere quei genitori. Per questo, in questa casa tra gli alberi, ci sono 14 stanze per i pazienti ma anche 8 alloggi per i genitori. Alla scienza medica si aggiunge quella umana. Quella della bellezza. Della bellezza profonda, naturalmente, non quella di superficie, della bellezza che appartiene alla nostra cultura umanistica. Quella della natura, della luce, dei colori, dei materiali, degli spazi, quella della musica, la bellezza della solidarietà, dell’affetto e della convivialità.

Questo progetto vive sospeso in mezzo a queste due dimensioni: la scienza medica con le sue terapie e la scienza umana con la cura dell’istante che sfugge. Che è poi l’essenza dell’umanesimo.

Renzo Piano DOMENICA-SOLE 24 ORE, Luglio 2017

Ritratto di famiglie

L’Italia è una Repubblica fondata sulla famiglia. E se a questa parola diamo ormai un senso che, sebbene univoco, si esprime nelle tante declinazioni della società contemporanea, è innegabile che il nucleo familiare italiano è stato a lungo inteso in modo sostanzialmente “tradizionale”. Il che non vuol dire che la rappresentazione che ne è stata fatta nel tempo sia monotona e ripetitiva. E lo dimostrano i dieci curatori chiamati dalla FIAF a realizzare la mostra ospitata al CIFA di Bibbiena fino al 3 settembre: le selezioni pensate per Questioni di Famiglie (tra cui La famiglia a tavola, Album di famiglia, Famiglia social, La famiglia in—e senzaposa, Memorie familiari…) sono infatti uno spaccato di ciò che la versione più stretta di relazione parentale ha significato nella nostra storia. La mostra è in qualche modo il primo passo di un percorso più complesso e articolato che culminerà con l’esposizione di La Famiglia in Italia, progetto nazionale che, con una call rivolta a tutti gli appassionati di fotografia, promette di riempire le lacune del pur ampio lasso di tempo preso finora in considerazione

ilmagazine.ilsole24ore.com articolo di RAFFAELE VERTALDI, foto di Vittorio Marrucci: Dalla serie “Ecovillaggi e comunità”, Italia, 2014.

NON MANDARE L’ESTATE IN FUMO

Sole e relax aiutano a dire addio alle sigarette
È sempre il momento giusto per smettere di fumare. Ma la pausa estiva mette a disposizione alcune armi in più a chi vuole provarci. Le giornate lunghe, la possibilità di distrarsi con attività piacevoli, l’assenza di stress lavorativo possono essere potenti alleati delle buone intenzion

articolo di Vera Martinelli del 09.07.17 pubblicato su Corriere della Sera/Salute

Due bracciate a nuoto, una passeggiata su un sentiero in salita, un po’ di movimento per gioco con gli amici. Subito il fiato corto e un pensiero fulmineo, al pacchetto di sigarette in tasca. E se fosse ora il momento buono per dire basta?

«Smettere di fumare fa bene sempre, ma l’estate offre una serie di opportunità che la rendono uno dei momenti migliori per affrontare questo passo — dice Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano —. Le giornate sono più lunghe, permettendo di ritagliare spazi per fare attività piacevoli, salutari e gratificanti, ottimi alleati dello stop al fumo. La prospettiva di scoprire il corpo e l’alimentazione leggera e più ricca di frutta e verdura possono contribuire a rafforzare la volontà di mantenere una buona forma fisica. Infine, specie per chi fuma di più a causa dello stress lavorativo, la prospettiva delle vacanze offre relax e la libertà di organizzare l’addio alle sigarette nella maniera che meglio si adatta a ognuno».

In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), vivono 52,4 milioni di persone che hanno più di 15 anni: 34,1 milioni sono non fumatori, 6,6 sono ex tabagisti e 11,7 sono gli attuali fumatori. In pratica, nel nostro Paese, fuma un uomo su quattro e una donna su cinque.

«I numeri del Rapporto 2017 mostrano che continua a crescere la quota di fumatrici — commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss — che superano i maschi, specie nel Nord del Paese, soprattutto nella fascia d’età in cui s’accende la prima sigaretta (15-24 anni) e in quella in cui solitamente si smette (45-64). Altro dato preoccupante è l’aumento di fumatori medi (10-15 sigarette al giorno) e pesanti (oltre le 20) tra i giovanissimi».

A rincuorare, ci sono i dati sul fumo passivo: «I divieti legislativi hanno sortito l’effetto sperato — continua Ricciardi —. Sono pochi, e diventano sempre meno, gli italiani che hanno fumato in auto in presenza di minori e donne incinte. Solo 1 su 10 consente ai propri ospiti di accendersi una sigaretta in casa, e 9 su 10 dichiarano che il divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro è sempre o quasi rispettato, anche se esistono differenze regionali, con il Nord più virtuoso».

Ha funzionato anche la legge (in vigore da maggio 2016) sui nuovi pacchetti di sigarette: «Immagini shock, messaggi forti sul rischio e Numero Verde gratuito per smettere di fumare (800 554 088) hanno fatto pensare ai danni per la salute oltre l’83% dei tabagisti e fatto aumentare il desiderio di smettere in oltre il 60% — dice Roberta Pacifici, direttore dell’OssFAD —. Il 36%, inoltre, ha rinunciato ad accendersi una sigaretta e le telefonate al nostro servizio per la disassuefazione si sono quintuplicate».

Se le misure di contrasto si sono rivelate efficaci, resta da valutare la componente psicologica. Un recente studio americano condotto su tabagisti tra i 18 e i 39 anni indica, ad esempio, che sia meglio il sentimentalismo del salutismo.

La strategia “nostalgica” (associata a immagini che evocano sensazioni piacevoli e rilassanti) pare fare breccia nell’animo dei fumatori e riesce a influenzare pensieri e comportamenti più della paura di malattie future, dei sensi di colpa o delle “prediche”».

«Trovare il modo di fare leva sulla volontà di smettere è una sfida aperta da molti anni — commenta Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia —. La paura può funzionare, come dimostra l’esperienza dei Paesi (come l’Australia) in cui avverten- ze e immagini “forti” sono state adottate da più tempo: i fumatori sono diminuiti, specie fra i giovani. Ma serve anche la speranza di potercela fare, perché se vedi il cambiamento come troppo difficile o pensi di non riuscire, finisci per non provare neppure. Il suggerimento che viene dalla ricerca Usa, perciò, è che ci sia un duplice messaggio: quello sui danni da fumo e quello della strategia per venirne fuori (come il Numero Verde dell’Iss). Bisognerebbe poi trovare il modo di comunicare su larga scala che quando si è aiutati, si smette più facilmente».

Invece la maggioranza dei tabagisti prova da solo (porta a termine l’impresa senza aiuto il 6%) e, in media, fallisce almeno tre volte (secondo le statistiche il quarto tentativo è quello buono), mentre le probabilità di successo salgono molto se si chiede aiuto ai Centri antifumo, dove vengono offerte sia assistenza sia terapie, dai farmaci al sostegno psicologico.

Infine, gli esperti riuniti a Chicago durante l’ultimo convegno americano di oncologia, hanno ribadito l’imprescindibile importanza di aumentare sia il prezzo delle sigarette (i parlamentari Usa si sono espressi a favore ben 120 volte dal 2002) sia l’età del divieto, passando da 18 a 21 anni. Il metodo è risultato efficace su tre fronti: ridurre il numero medio di sigarette fumate, incentivare a smettere e scoraggiare i giovani dall’iniziare.

Ragazzi e alcol: la famiglia è decisiva. I risultati di una ricerca nazionale condotta su duemila adolescenti.

Il «gruppo dei pari» può indurre al consumo di alcolici e alle ubriacature Ma per gli adolescenti il rapporto con i genitori è ancora l’argine fondamentale

Articolo di Maurizio Tucci pubblicato su Corriere della Sera – Salute , 

Aumenta, fortunatamente, l’età del primo contatto con le bevande alcoliche, e nella prima adolescenza la famiglia si conferma un importante elemento di protezione nei confronti degli eccessi.

Sul fronte opposto però, si conferma anche l’effetto di trascinamento del gruppo dei pari nell’indurre gli adolescenti a un consumo incontrollato di alcol. Questi, in estrema sintesi, i primi risultati dell’indagine biennale su Adolescenti e alcool realizzata da Osservatorio permanente giovani e alcol, Associazione laboratorio adolescenza e Società italiana di medicina dell’adolescenza.

Lo studio, arrivato alla sua terza edizione, è stato condotto su un campione nazionale di duemila adolescenti che frequentano la terza media (fascia d’età 12-14 anni).

In questa fascia d’età il rapporto con l’alcol non si è ancora strutturato e quindi si ha ancora la possibilità di intervenire con efficacia, per indurre i giovanissimi a comportamenti e abitudini corrette.

Gli adolescenti italiani, da quanto emerge dalla ricerca, appaiono tutt’altro che “bevitori”: ad avere un consumo più o meno quotidiano, essenzialmente durante i pasti, di bevande alcoliche (nei tre mesi precedenti l’intervista) è risultato essere poco più del 3% del campione considerato.

Le cose cambiano, purtroppo, quando il bere – all’interno del gruppo dei pari – diventa una questione di “look” : si beve perché gli altri lo fanno e chi non lo fa, in qualche modo, si “chiama fuori”.

Molti sono in grado di resistere, ma parecchi altri, in un momento in cui autostima e sicurezza di sé non sono merce che abbonda, si fanno trascinare.

Il dato che ci viene dall’esperienza dell’ubriacatura (il 13,7% del campione ha affermato di aver avuto questa esperienza una sola volta e il 7,1% più volte) è indicativo: più gli amici bevono ed eccedono, più si beve e ci si ubriaca.

A non essere mai “andato oltre” è il 56% degli adolescenti che hanno detto di non avere amici che si ubriacano, mentre tra chi frequenta in maggioranza amici che si ubriacano solo il 3% non ha mai avuto esperienza diretta di eccessi alcolici.

Viceversa se il consumo di

A casa I ragazzi che hanno rapporti familiari critici si ubriacano il doppio rispetto a chi è sereno Con gli amici All’aumentare dell’età, sarà invece il legame col partner a giocare un ruolo importante

più facile rifiutare una sigaretta che un chupito»: lo ha detto la maggioranza degli adolescenti nei focus group durante la ricerca su alcol e adolescenti. Le pressioni del gruppo a bere sono più insistenti di quelle a fumare ed è più difficile opporre resistenza. Alessandra Marazzani, psicologa di Laboratorio Adolescenza, spiega: «Bere è un rito collettivo, molto più di quanto lo sia fumare una sigaretta; la percezione dei danni da bevande alcoliche avviene prevalentemente in famiglia, anche solo occasionalmente (e comunque in modo controllato e scevro da connotati trasgressivi), la tendenza a provare l’esperienza dell’ubriacatura risulta nettamente meno frequente. Non si è mai ubriacato l’84% degli adolescenti che ha contatto con bevande alcoliche soprattutto in famiglia contro il 48% di chi si avvicina all’alcol prevalentemente con gli amici.

«Il problema maggiore relativo al consumo di alcol in età adolescenziale — afferma Gabriella Pozzobon, Presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza— è che i ragazzi considerano socialmente accettabile il bere alla loro età e, soprattutto, non pericoloso. Ubriacarsi, per loro, è fonte di evasione e divertimento, senza considerare tutti i gravi effetti che ne derivano e senza rendersi conto che il bere può rappresentare (e spesso rappresenta) un primo passo verso altri comportamenti Qui e ora Tutti gli adolescenti di si dicono convinti che l’alcol fa male, ma il tipo di “male” è circoscritto all’evento singolo. «Se esagero con l’alcol e non lo reggo posso sentirmi male e collassare, ma se so controllarmi non ci sono problemi». Una visione legata al “qui e ora”, senza riflettere sugli effetti nel tempo, un tipico tratto adolescenziale. fumo – frutto di provvidenziali campagne di comunicazione – è più alta della percezione dei danni da alcol. La scelta di fumare o non fumare è riconosciuta come difficilmente influenzabile dalle scelte del gruppo, molto più del bere o non bere (a meno che non si sia noti come astemi). La differenza tra le bevande alcoliche è poi maggiore di quella fra marche di sigarette, il che induce a proporle in alternativa e con maggiore insistenza. a rischio o vere e proprie dipendenze. Ed è a una sempre maggiore informazione, diretta specificatamente ai ragazzi, che la Società italiana di medicina dell’adolescenza e noi “pediatri -adolescentologi” ci stiamo dedicando e continueremo a dedicarci con sempre maggiori energie».

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono – secondo i diretti interessati e indipendentemente dal loro comportamento individuale – le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%).

E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. Dai dati dell’indagine emerge chiara questa correlazione: la percentuale di ragazzini che dichiara di essersi ubriacato più volte raddoppia passando da chi afferma di avere una vita familiare piacevole e serena (6,1% ) a chi riferisce di avere rapporti con i genitori critici o francamente conflittuali (11,8%).

«Un’esperienza singola di ubriacatura, benché mai apprezzabile, può essere considerata quasi una sorta di tappa obbligata per un adolescente – sostiene Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, referente per l’area psicologica di Laboratorio Adolescenza – e può verificarsi anche in contesti familiari assolutamente sereni. Se però ubriacarsi a quattordici anni comincia a non essere un evento isolato allora può essere espressione di un disagio conseguente a rapporti familiari critici. Genitori conflittuali tra loro, che quindi turbano la serenità familiare, o forti carenze affettive percepite dai ragazzi, possono indurre a ricercare altrove e con mezzi impropri, vie di fuga. All’aumentare dell’età, quando cambiano anche i pesi delle relazioni affettive, lo stesso può verificarsi in conseguenza a difficoltà di rapporti tra giovani pantere”.

Maurizio Tucci

TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

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