blocco scolastico

Salve sono una mamma di una ragazza di 15 anni, mia figlia l’anno scorso ha avuto un blocco scolastico e ha smesso di andare a scuola manifestando un grande disagio e un pianto ininterrotto, nonostante tutto e’ stata promossa; frequentava il primo (…), abbiamo contattato una psicologa che l’ha seguita tutta l’estata e ci ha consigliato di cambiare scuola,

ha scelto lei una scuola più facile e si è iscritta al secondo, nonostante la nuova scuola è riuscita ad entrare solo con l’aiuto della psicologa e di una neuropsichiatra che le ha dato anche un farmaco, ma al rientro dopo natale si è rifiutata di tornare,(…) e tuttora è a casa, esce pochissimo dalla sua stanza e non sappiamo cosa fare.

Probabilmente i professionisti che la stanno seguendo non l’aiutano abbastanza, ma non sappiamo chi contattare.

Grazie Ma.

I figli di papà Pig. Più liberi, più fragili

I padri non sono più un modello, il confronto fisico troppo spesso viene confuso con la violenza.
Come si diventa grandi? Anche deludendo i genitori

Corriere della Sera, Daniela Monti, 21 maggio 2017

 «Non ho la ragazza da un anno, quando usciamo gli amici mi spingono a provarci con la prima che capita. Ma io non sono così e mi sento a disagio». Tu come sei? «Non riesco ad andare con una se non mi piace e se prima non l’ho conosciuta». È una cosa bella di te, non credi? «Non lo so. Mi pare che gli altri da un ventenne si aspettino altro. Non posso dirmi da solo che vado bene».

Stefania Andreoli — la psicoterapeuta che ha raccolto il dialogo — racconta la strada in salita dei giovani, adolescenti o poco più grandi: non solo non esiste più «il» modello maschile di riferimento, ma nemmeno altri modelli «realisticamente possibili», lasciando i ragazzi con la sensazione di essere sempre fuori fuoco. «Non se ne abbiano a male i padri — dice Andreoli —, ma oggi neppure loro sono un modello. I figli maschi li trovano goffi e in difficoltà, in equilibrio instabile tra matrimonio, carriera e vita. Da loro vorrebbero un’emotività nuova — che è sempre stata prerogativa materna —: sentirsi dire ti voglio bene, non solo intuirlo. Spesso poi i ragazzi, pur tra mille sfide, superano i padri, si fanno trovare pronti, dimostrano di non avere così tanto bisogno di loro». Riccardo, 18 anni, per pagarsi la terapia (ha problemi d’ansia) nel weekend fa i caffè in un bar: «Ha in sé sia il problema che la soluzione».

Lo sguardo dei ragazzi si è spostato: prima era puntato sui padri, ora su se stessi, sui coetanei («anche se la percezione del confronto è dolorosamente schiacciante per tutti»), sull’altro sesso. «Quanto invidio le ragazze, sembrano non avere bisogno di niente. Noi invece andiamo subito in crisi», racconta Gabriele, 15 anni. La fidanzata come esperienza per conoscere se stessi. Non solo: «È qualifica di accettazione — prosegue Andreoli —. Se ne ho una, è la prova che sono amabile, valgo».

Cosa significa diventare uomini? È tutto un grande caos. Di «vecchio» resiste l’idea machista di dover dimostrare di essere all’altezza, avere le spalle larghe, portare i pantaloni; di «nuovo» c’è il disagio di stare dentro questa richiesta sociale. «Non voglio essere socialmente adeguato. Se sto male, non voglio fingere e ridere anziché piangere» (Marco, 17 anni). «Non voglio scoprire chi sono. Così mi tengo delle porte aperte» (Michele, 16 anni). Il tentativo come valore assoluto.

La nuova virilità

Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del nuovo «Abbiamo bisogno di genitori autorevoli» (Mondadori), parte in salita utilizzando un termine (giustamente) sotto attacco: violenza. «Stiamo combattendo lo stereotipo della mascolinità machista, grazie a Dio. Ma la virilità non va confusa con la violenza», e racconta di genitori convocati dal consiglio di classe perché il figlio ha tirato un calcio a un pallone, che ha deviato ed è andato a colpire una compagna. Un diffuso allarme nei riguardi delle espressioni corporee aggressive dei maschi. «Abbiamo depotenziato le forme di virilità maschili vedendole come minacciose».

Così la confusione aumenta. «Oggi il corpo dei figli è molto più protetto, gli spazi in cui i ragazzi “battagliavano” con i coetanei si sono chiusi, ma gli adolescenti hanno bisogno di misurare la propria forza: le bambine si siedono sull’altalena, i maschi si arrampicano — continua Lancini —. Quello che una volta era considerato normale conflitto, fisio-

Non è dagli adulti che i ragazzi si fanno giudicare: il concorso di bellezza è durissimo, i giudici sono loro stessi e se ne intendono Gustavo Pietropolli Charmet psicoterapeuta

logico nella crescita, ora è interpretato come comportamento violento». Risultato: virilità troppo spesso confusa con aggressività. Recuperarne una visione «sana» sarebbe un passo avanti. L’operazione, in fondo, di Paolo Cognetti, che tanto successo sta avendo con il suo libro «Le otto montagne» (Einaudi): una virilità che recupera «vecchi» valori come la resistenza fisica alla fatica, il coraggio, la capacità di stare soli e dentro situazioni difficili, riuscendo a cavarsela, «non vorrei che tutte queste cose maschili (ma non solo maschili) andassero perdute», dice lo scrittore. C’è lo sport, ma «in adolescenza devi anche lavorare sul corpo fuori dal radar genitoriale», prosegue Lancini che, un po’ a sorpresa, indica come possibile soluzione i videogiochi, «ammazzi tutti, ma non fai male a nessuno; ti misuri con gli altri, ma la mamma è tranquilla perché non ti fai neppure un graffio». Come scrive Silvia Vegetti Finzi stiamo crescendo «la prima generazione senza ginocchia sbucciate».

Voti bassi e scarso impegno

L’adolescenza oggi si combatte non più sul piano della trasgressione e dell’opposizione agli adulti, «ma sul terreno del conflitto tra aspettative ideali di riuscita scolastica e sociale e la realizzazione di ciò che si è davvero», scrive Lancini. Alla contestazione si è sostituita la delusione: deludere le aspettative (sempre più alte) dei genitori è diventata una modalità per crescere, ragazzi brillanti e informati con voti bassi e scarso impegno nello studio popolano sempre di più le nostre scuole. È una chiave di lettura che aiuta a ricondurre situazioni apparentemente incomprensibili dentro un normale percorso di crescita e costruzione di sé, per tentativi.

Il ritiro sociale, il chiudersi dentro casa — fenomeno in crescita che lo psicoterapeuta presenta come corrispettivo maschile dell’anoressia femminile — testimonia una moderna forma di contestazione e insieme tutta la complessità del percorso di costruzione e definizione dell’identità di genere.

L’immaginario bloccato

«Con la onlus che presiedo a Milano (www.aliceonlus.org) portiamo nelle scuole un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità che a un certo punto chiede ai ragazzi di preparare, per un extraterrestre asessuato appena sbarcato sulla Terra, una presentazione sulle differenze tra i maschi e le femmine», riprende Stefania Andreoli. Risultato? «I maschi generalmente non portano la gonna e le femmine spesso hanno i capelli più lunghi, ma a parte questo? Alla distinzione maschio/femmina i ragazzi delle superiori arrivano, a quella più complicata tra uomini e donne, no». Barbara Mapelli, che insegna Pedagogia delle differenze di genere, racconta di una ricerca sui libri di testo per le elementari: non sempre succede, ma quando c’è una proposta di modifica di ruoli «riguarda sempre le bambine, come se i maschi andassero bene così come sono». La figura della madre è stata rivoluzionata: da destino a opzione fra altre. Quella del padre? Nella pubblicità si vedono uomini che scelgono un’auto non perché è veloce, ma perché dà maggiori garanzie di sicurezza per i figli seduti dietro. Poi però Papà Pig — padre di quella star dei cartoon che è Peppa Pig — non sa fare quasi nulla, è inconsistente: la famiglia lo dimentica addirittura al pic nic.

 

(Non) moriremo per un like in più

Rovazzi a scuola inviato delle «Iene» «Le foto a rischio? Attenti, i social generano mostri»
Corriere della Sera Di Andrea Laffranchi

Per un selfie estremo si può anche perdere la vita. La popstar Fabio Rovazzi, inviato delle Iene nelle scuole, racconta al Corriere come un gioco può diventare tragedia.

Esercizi di ginnastica su un cornicione non protetto a 250 metri d’altezza. Abbracci romantici sulla punta di una gru sospesa nel vuoto. Video fatti sulle rotaie fuggendo un attimo prima che il treno passi. Basta digitare «extreme selfies» o «Daredevil (come il supereroe) selfies» su YouTube per finire in un mondo di follia. Per una manciata di «like» qualcuno ha perso la vita. Altro che invincibili.

Un mondo virtuale di follie reali che verrà raccontato da Fabio Rovazzi nella puntata di «Le Iene» in onda questa sera su Italia 1. Il tormentonista di «Andiamo a comandare» è andato a Dubai — con tutti quei grattacieli è la terra promessa per queste sfide — a seguire le evoluzioni di Angela Nikolau e Ivan Kuznetsov, una coppia russa specializzata in selfie ad alto tasso di rischio, e fuori da alcune scuole medie italiane per capire un fenomeno che troppo spesso diventa disgrazia. «Sono i social ad aver generato questi mostri. Ognuno vuole essere al centro dell’attenzione — racconta Rovazzi dal più tranquillo primo piano del suo appartamento milanese —. Queste imprese sono i tentativi estremi di arrivare a un obiettivo che non esiste, avere “like”. Le persone pensano che avere follower cambi la vita. Ma perdere la vita per quello è da teste di…». Parole di un milionario in follower. «Il mio seguito è conseguenza di un lavoro che faccio al meglio. Il mio obiettivo è fare il regista cinematografico, non fare numeri sui social».

Rovazzi ha seguito il team russo in un paio di blitz. Impresa rischiosa sin dall’inizio. Si tratta di violare la sicurezza degli edifici. «Fanno piani in stile Ocean’s eleven… Hanno codici per aprire porte e sbloccare ascensori. Ci sono forum in cui si scambiano le informazioni». Guardando il servizio si hanno i brividi, ma basterebbe la tensione del volto di Fabio. «Le immagini più forti le hanno girate loro. Io e la troupe siamo sempre stati in zone sicure: il vento e le oscillazioni dei grattacieli in quota fanno paura». Quello che preoccupa Rovazzi è l’emulazione. «La demenza sul web non deve diventare morte. Questi russi sono preparati fisicamente, sono dei professionisti».

Fabio ha provato a trasferire la sua preoccupazione ad Angela e Ivan. «Mi hanno risposto che invitano a non rifare le loro imprese, ma di questi avvisi non ho trovato traccia. Lo fanno per business, ci sono aziende che li sponsorizzano». Il suo ruolo di modello positivo

Rovazzi, 23 anni, milanese, autore di video diventati virali sul web, è esploso come cantante nell’estate del 2016 con «Andiamo a comandare» seguita da «Tutto molto interessante» risale al «non mi fumo canne/ sono anche astemio» di «Andiamo a comandare». «Vengo da una buona famiglia, non capisco chi fa il trasgressivo. Ho un pubblico di ragazzini e sento le responsabilità. Ho visto molti personaggi del web fare le Iene costruendo servizi simpatici. Non volevo fare cazzeggio, ma qualcosa di impegnato».

Da Dubai all’Italia. La «iena» è andata a incontrare dei teenager. «È una moda tra i ragazzini, non fra i miei coetanei. Ho chiesto agli studenti di spiegare cosa fa scattare la molla e mi hanno confermato che è la caccia al “like”. Alla fine li ho convinti a gridare che i selfie estremi sono una “stronz… enorme” e che è meglio fare “foto con i gattini”».

L’esperienza con «Le Iene» lo ha divertito. «Quando ancora facevo video per le discoteche, Andrea Pellizzari mi ha chiesto di lavorare con lui per delle convention in cui era mr. Brown, l’improbabile insegnate di inglese lanciato proprio dalle Iene».

Stealthing: cosa c’è da sapere sulla nuova pratica sessuale illegale

Immagine “GETTY colorful condom on white background”

Ogni settimana, in camera da letto entra un nuovo trend di cui non abbiamo mai sentito parlare prima, e con la presenza crescente del mondo digitale nella nostra vita sessuale, le cose evolvono in modo sempre più rapido.

Ma di tanto in tanto, ci imbattiamo in “trend” che non prevedono il piacere di entrambe le parti, ma che rappresentano, piuttosto, una preoccupante manifestazione del problema delle violenze sessuali e dei rapporti non consensuali, come il nuovissimo fenomeno dello “stealthing”.
Che cos’è lo stealthing?

Per dirla senza tanti giri di parole, lo stealthing è una pratica in cui l’uomo si sfila il preservativo durante il rapporto, senza chiedere esplicitamente il permesso del partner sessuale.

 Alix Fox, “Sex & relationships expert” della Durex, ha spiegato ad Huffington Post UK: “Il termine viene usato per indicare la pratica in cui un uomo toglie il preservativo di nascosto durante un rapporto vaginale, quando la donna ha dato il suo consenso esplicito soltanto al sesso protetto. Ma ho intervistato anche ragazzi gay che hanno subito stealthing durante il sesso anale”.
Perché si parla di stealthing?

La scorsa settimana L’Huffington Post ha riportato che un nuovo studio americano, condotto da Alexandra Brodsly per il Columbia Journal of Gender and Law, ha fatto luce sulla diffusione crescente di questa pratica allarmante, sia nelle comunità etero che in quelle omosessuali.

Brodsky ha raccontato ad HuffPost che intendeva analizzare questo inquietante fenomeno già nel 2013, dopo essersi resa conto di quante amiche erano state violentate in questo modo. Ha spiegato che quelle donne: “Stavano lottando contro forme di maltrattamenti sessuali che non erano state riconosciute come violenza basata sul genere, ma che sembravano radicarsi nella stessa misoginia, nella stanza mancanza di rispetto”.

Perché si pratica lo stealthing?

Lo studio di Brodsky parla nel dettaglio delle comunità online nate per difendere lo stealthing come un diritto del maschio, il diritto di ogni uomo a “diffondere il suo seme” – a prescindere dal tipo di rapporto, gay o etero.

Nello studio si parla anche di forum in cui alcuni uomini ne “addestrano” altri alle migliori pratiche di stealthing e offrono sostegno e consigli per la rimozione non consensuale del preservativo durante il sesso.

Lo stealthing si sta diffondendo nel Regno Unito?

Il nuovo studio prendeva in analisi le pratiche sessuali negli Stati Uniti e Alix Fox dice di averlo riscontrato anche nel Regno Unito, spiegando: “Mi sono imbattuta nel termine stealthing impiegato in una serie di contesti, alcuni potenzialmente perseguibili per legge – e tutti disgustosamente ripugnanti e riprovevoli”.

L’esperta di sesso Tracey Cox ha spiegato ad HuffPost UK che non si è ancora imbattuta nel fenomeno durante il suo lavoro, specificando che potrebbe essere solo agli inizi e ancora poco diffuso, ma dice: “Il fatto che gli uomini facciano una cosa simile per esercitare la propria supremazia la rende ancora più nauseante. Mi piacerebbe pensare che si tratti di un gruppo ristretto di soggetti disturbati anziché di un trend che si sta diffondendo nel Regno Unito. È certo che l’adolescente/uomo medio inglese sia più intelligente e più evoluto di questi cavernicoli?”

Lo stealthing è illegale nel Regno Unito?

Sì, è illegale.

Il CriminalProsecution Service del Regno Unito, definisce il consenso – che rappresenta il discrimine tra stupro e sesso consensuale – nella sezione 74 del “Sexual Offences Act 2003”, come una condizione in cui i partecipanti devono essere nella “posizione di prendere questa decisione liberamente” ed inoltre “il nodo fondamentale è se il querelante aderisce all’attività sessuale per sua scelta”.

Scegliendo di rimuovere il preservativo senza chiedere il permesso, la difesa legale viene invalidata dato che il partner non ha avuto voce in capitolo.

Tracey Cox ha spiegato: “Sono d’accordo sul fatto che violi il consenso condizionale: c’è una differenza enorme tra accettare di fare sesso con un preservativo ed accettare di farlo senza. Il primo è sesso protetto (al netto della protezione offerta da un preservativo che, seppur non perfetta, è la migliore che abbiamo), il secondo ti espone al rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, incluse HIV ed herpes recidiva”

Fox ha affermato: “Non c’è scusa che tenga. I preservativi fatti utilizzando materiali moderni e ricorrendo alla tecnologia, come il Durex Invisible (il loro prodotto più sottile) trasmettono le sensazioni perfettamente. Se il preservativo che hai scelto non fa al caso tuo, provane un altro. Non sfidare la sorte abusando del partner”.

È un problema solo maschile?

Alix Fox ha spiegato di aver sentito parlare di donne che adottano questa pratica, nonostante lo studio si concentri unicamente sugli uomini: “Ho sentito parlare anche di stealthing al femminile: si fa, ad esempio, compromettendo l’efficacia del preservativo praticando minuscoli buchi con degli aghi oppure manomettendolo di nascosto, nel tentativo di farsi mettere incinta con l’inganno”.

Esistono casi di condanne per stealthing?

A gennaio, in Svizzera, un uomo di quarantasette anni è stato condannato per stuprodopo aver rimosso il preservativo durante il rapporto con una donna conosciuta su Tinder.

Secondo l’agenzia di stampa RTS, un tribunale penale del paese ha deliberato che se l’uso del preservativo era previsto, ma non è avvenuto, avere un rapporto non protetto costituisce legalmente violenza sessuale. L’uomo è stato condannato a dodici mesi con sospensione condizionale.

Questo post è stato pubblicato su HuffPostUk ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Dalla vecchia coca alle nuove psicoattive: viaggio tra le droghe della generazione 2000

Cocaina ed eroina già alle scuole medie. Ma anche farmaci tradizionali e legali come Oki e Xanax. E composti chimici sconosciuti perfino alla polizia. Ecco quali sono le sostanze più usate dai minorenni

Giovanni Tizian e Stefano Vergine, Le Inchieste de L’Espresso http://espresso.repubblica.it/inchieste/

e Nico il weekend aveva il suono sincopato della musica tekno e il sapore amaro di una striscia da sniffare. Una riga bianca composta da speed e ketamina. La prima è polvere di anfetamina, dall’odore di prato appena tagliato. La seconda è un anestetico per cavalli. Effetti opposti mischiati in un’unica botta. Come la speedball, eroina e cocaina insieme, un’altra delle tante ricette fai da te che girano oggi. I rave party tra le valli dell’Appennino tosco-emiliano sono stati per parecchio tempo l’unica ossessione per Nico, 17 anni appena compiuti.

Come per Gigi e Teo, che di anni ne hanno 16 e le feste hanno iniziato a frequentarle appena usciti dalle scuole medie. «Si tenevano in un luogo che rimaneva segreto fino a poche ore dall’inizio», raccontano, «poi iniziava il passaparola via smartphone». Nel buio dei boschi o in capannoni industriali abbandonati fuori città, il martellare dei bpm li accompagnava fino al giorno dopo. Notte, mattina, pomeriggio e ancora notte.

Le pasticche mandate giù come fossero caramelle. Eccitazione, risate, viaggi psichedelici. Oggi Gigi e Teo vivono in una struttura di recupero in provincia di Roma. È il lato oscuro del disagio giovanile. Il down, che quasi nessuno vuole vedere, dei ragazzi nati dopo il 2000. Minorenni fantasma, come lo sono stati gli eroinomani negli anni ’80. Ma con una differenza. Alla radice dello sballo di Nico, Gigi, Teo e di tanti altri adolescenti con cui L’Espresso ha parlato in giro per il Paese (il patto per farsi raccontare le loro storie è di usare rigorosamente nomi di fantasia) non c’è alcun punto di riferimento ideologico.

La maggior parte di loro è alla ricerca di una sostanza che possa farli eccitare o rilassare, prepararsi a fare sesso o a ballare per venti ore consecutive, sentirsi in pace con il mondo o più semplicemente – e molto spesso – dimenticare per qualche ora le emozioni dolorose. Facile, oggi più che mai. Perché la gamma a disposizione per raggiungere l’obiettivo è praticamente infinita. Dalle droghe tradizionali ai farmaci più comuni. Fino alle sigle da piccolo chimico, decine di composti che ogni anno entrano silenziosamente sul mercato, spesso sconosciuti persino alle forze di polizia.

Non esiste luogo migliore dei rave per studiare i mutamenti delle droghe. Proprio sulle feste illegali a base di musica tekno e goa si sta infatti concentrando un progetto finanziato dalla Commissione europea. Si chiama Baonps, è stato avviato quasi due anni fa e punta a scoprire, attraverso l’analisi chimica, quali sono le sostanze che girano tra i giovani.

In gergo tecnico si chiamano nsp: “Nuove sostanze psicoattive”. Composti talvolta nemmeno inclusi nelle tabelle ufficiali del ministero della Salute. E dunque ufficialmente legali. Proprio come nel film Smetto quando voglio, in cui un gruppo di ricercatori universitari precari inonda le discoteche romane con una sostanza non ancora classificata come droga, in tutta Italia si stanno moltiplicando casi di questo genere. Una tendenza preoccupante, perché gli effetti a lungo termine sulla mente e sul corpo di chi le assume sono ignoti. I risultati della ricerca – di cui fanno parte tra gli altri la onlus Alice e il Cnca – dicono che su oltre 300 campioni di droga analizzati la maggior parte conteneva mdma e ketamina. Non certo delle novità per chi conosce il mondo dello sballo.

Più preoccupante è stato scoprire che in un caso su tre la droga non corrispondeva a quella che il consumatore pensava di aver acquistato. È il caso per esempio della 4-fluoroamfetamina, spacciata al posto della più classica anfetamina. O del 25I-NBOMe , venduto come se fosse Lsd. La differenza non è banale. Mentre gli acidi non hanno mai causato morti dirette, quest’ultimo composto ha già provocato 25 vittime fra Europa e Stati Uniti. «Il mercato della droga è in continuo aggiornamento, produce sempre nuove sostanze», ricorda Riccardo De Facci, vicepresidente del Cnca, che tiene a sottolineare: «Analizzando le sostanze diamo la possibilità ai ragazzi di sapere cosa assumono. Infatti, in oltre il 50 per cento dei casi, chi scopre di aver comprato qualcosa che non si aspettava decide di buttare via la sostanza».

La chimica resta in fondo alla classifica delle droghe più utilizzate dai ragazzi italiani. In cima alla lista svettano di gran lunga hashish e marijuana. Anche qui però ci sono alcune novità rispetto al passato. L’età a cui si inizia a fumare, sempre più precoce. La potenza del thc (principio attivo della cannabis), che secondo l’ultimo rapporto dell’Unione europea sul tema è aumentato di oltre il 50 per cento fra il 2006 e il 2014. E la velocità con cui molti ragazzi passano a droghe più pesanti.

Nella casa di recupero La Torre, a Modena, incontriamo cinque minorenni disposti a raccontarci la loro storia. Hanno dai 15 ai 17 anni e tutti sostengono di aver iniziato a fumare canne già alle medie. Alberto dice di aver cominciato a 13 anni. «Hashish e marijuana sono state la mia risposta al bullismo, un modo per non pensare alle prese in giro continue e alle minacce che ho subìto», ci confida. In terza media fumava già 10 grammi al giorno, un anno dopo andava ai rave e si mangiava gli acidi. Poi è arrivato l’oppio, la ketamina, la speed, la cocaina, la mescalina. «Ho provato quasi tutto», racconta con un certo orgoglio davanti ai suoi compagni di comunità. Marco Sirotti, psicologo, di casi come quello di Alberto ne ha visti a decine.

È il coordinatore dell’Area Dipendenze Patologiche del Ceis, un consorzio che raggruppa associazioni e cooperative attive in tutta l’Emilia Romagna. «Alla base dello sballo c’è quasi sempre un trauma, una personalità fragile, e questa è una caratteristica indipendente dall’epoca in cui viviamo. Lavorando qui da 20 anni, però, posso dire che qualcosa è cambiato nel rapporto fra minorenni e droga. Prima le sostanze erano legate quasi sempre alla ribellione nei confronti della società considerata bigotta e borghese, oggi invece vengono usate spesso per vincere la noia, per migliorare le prestazioni. Infatti i ragazzi che seguiamo sono quasi sempre poliassuntori, cioè usano droghe diverse a seconda dell’effetto di cui hanno bisogno».

Faceva così anche Martino, classe 2000, da oltre un anno entrato in una comunità di recupero alle porte di Bologna. Anche la sua è stata un’escalation rapidissima. «Fino alla seconda media si dedicava anima e corpo all’atletica leggera, andava all’oratorio, poi ha iniziato a uscire con alcuni amici, figli di buone famiglie bolognesi, e sono cominciati i problemi». Angela, la mamma di Martino, ci racconta la sua storia seduta in un bar di via Zamboni, nel centro storico del capoluogo emiliano. A solo un anno di distanza dalla prima canna, il ragazzo era già passato all’eroina, fumata e sniffata, che oggi si compra per circa quaranta euro al grammo e viene venduta anche in dosi minime, in alcuni casi anche da 10 euro. Come la madre del sedicenne di Lavagna suicidatosi dopo la perquisizione in casa della Guardia di Finanza, anche Angela ha deciso di denunciare il figlio.

«Appena ho avuto il sospetto che oltre alle canne avesse iniziato a usare altro ho deciso di farmi aiutare», ricorda: «Sono andata dalle forze dell’ordine, loro mi hanno consigliato di sottoporlo a un controllo in ospedale e così ho fatto: i medici hanno riscontrato un uso di oppiacei, il Sert lo ha preso in carico e da lì è andato in comunità». Angela lo racconta con gli occhi velati dalle lacrime, ma ci tiene a sottolineare che non se ne vergogna affatto: «Bisogna agire con cautela, il figlio deve capire che il genitore sta soffrendo e non l’ha tradito. È inoltre fondamentale trovare dei poliziotti intelligenti e sensibili, capaci di capire la delicatezza della situazione. Detto questo, la cosa più importante è farsi aiutare».

Ragazzini che, in fondo, vorrebbero soltanto essere ascoltati. E non c’è differenza di ceto. Nelle comunità si ritrovano fianco a fianco figli di professionisti e ragazzi di vita. Da Bologna a Roma. «Il mio Toni ha iniziato a drogarsi a 14 anni», racconta con la voce spezzata dall’emozione Giulio, manager di un’importante multinazionale italiana. Ai suoi ragazzi non è mancato mai nulla, figli della upper class bolognese. Eppure il più grande dei due ha imboccato una strada senza ritorno: «Nel suo gruppo avevano iniziato a fumare e sniffare l’eroina. A soli 15 anni. A quel punto ho fatto una scelta dolorosa, l’ho denunciato ai carabinieri per la droga trovata a casa. E dopo l’ennesimo ricovero in pronto soccorso è entrato in comunità».

I giovanissimi che l’eroina la sniffano o la fumano non si identificano però con il tossicomane che si buca. Nonostante i danni siano identici e la dipendenza comunque immediata, tutti i ragazzi incontrati da L’Espresso ci hanno tenuto a precisare che loro mai avrebbero osato usare una siringa. Un metodo soft di assunzione, spesso suggerito dagli stessi spacciatori, che crea l’illusione di poter mantenere il controllo. Giulio è convinto, ci spiega, che dietro l’assunzione compulsiva di sostanze non ci sia alcun movente politico o trasgressivo: «È un abuso figlio del consumismo, una bulimica ricerca di effetti diversi. In più di fronte a modelli che tendono alla perfezione, i nostri ragazzi vivono con una bassissima autostima, e credono che lo sballo sia la soluzione più rapida».

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Potresti essere vittima di cyberstalking e non saperlo

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto. I messaggi di cyberstalking si distinguono dallo spam ordinario perché il cyberstalker attacca una vittima specifica con messaggi spesso minacciosi, mentre lo spammer si rivolge a un gran numero di destinatari con messaggi semplicemente fastidiosi. Questo non vuol dire però necessariamente che il cyberstalker debba conoscere la sua vittima. Può contattare casualmente persone online e poi iniziare a fare stalking. “Il cyberstalker opera attraverso una scrematura”, spiega a TPI il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo clinico, responsabile di un corso online sull’argomento. “Contatta online più persone e quando una di queste risponde lui inizia la vessazione”. Lo stalker online vede la vittima solo come un oggetto da denigrare. “La sua attenzione è puntata solo su se stesso e sull’interrogativo ‘qual è la prossima mossa che posso fare’?”, spiega il professore. Il desiderio è quello di essere visibile anche senza mostrare la propria vera identità”. “Si tratta di un narcisismo perverso”, dice Mastronardi. “È tipico di una persona caratterizzata da pochezza esistenziale e da un comportamento avulso da agili contatti sociali. Lo scopo è ottenere attenzione”. Nell’ordinamento italiano lo stalking è punito perché integra il delitto di atti persecutori previsto all’art. 612-bis del codice penale. La soglia oltre la quale questo comportamento diventa punibile è il danno provocato alla vittima. Se la condotta provoca un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, “un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto”, o costringe la persona ad alterare le proprie abitudini di vita, allora lo stalking è punibile. Quali sono i tipi di cyberstalker e come ci si può difendere In base alla tipologia di messaggi con cui si aggancia la vittima online possono essere distinti diversi tipi di stalker. Si può trattare di un troll, cioè di chi mira a provocare la vittima prescelta e ingaggia una sfida con se stesso per suscitare reazioni nella vittima prescelta. Il twink vuole solo infastidire. Per questo mira a creare situazioni di tensione che poi allenta e sminuisce dopo averle create. Il cheese player è quello che aggancia la vittima sfruttando i bug dei videogiochi e la invita a giocare in maniera seriale. Tra i cyberstalker può essere inserito anche lo snert, acronimo per “snot-nosed egoistical rude teenager”, cioè l’adolescente maleducato ed egoista. Infine c’è il griefer, il guastafeste maleducato e offensivo che prova piacere nel causare problemi agli altri. Per evitare che messaggi indesiderati online si trasformino in vero e proprio cyberstalking, è fondamentare riconoscere le tecniche utilizzate per agganciare le vittime. “Chi è ben informato su queste strategie di ‘uncinamento’ è immune, perché riesce a denudare i comportamenti altrui prima ancora che siano messi in funzione”, dice il professor Mastronardi. “Se non offre risposta a questi atteggiamenti interrompe la comunicazione, e questo smonta l’intento dello stalker online”. Un altro scudo importante è quello costituito dal medico e dalle persone che stanno vicino alla vittima. “Quando una persona, soprattutto un adolescente, comincia a soffrire di depressione, è giusto sospettare di possibili nemici virtuali che possono inficiare l’equilibrio della vittima”, spiega Mastronardi. “In altri casi, ai genitori può capitare di accorgersi che sono proprio i figli a fare stalking online. In questi casi va fatta una distinzione per chiarire se si tratta di una persona con una semplice immaturità emotivo-affettiva o se occorre fare valutazioni psicopatologiche”. TPI

fonte http://www.cesdop.it/news.php?cod=2073

Controlli anti-droga nelle scuole: ragazzi divisi

Le canne in cortile. Il ruolo dei prof. Le ispezioni della polizia con i cani. L’Espresso ha chiesto agli studenti di parlarne. Ecco cosa ci hanno detto. Fino al loro parere sulla legalizzazione
di Francesca Sironi L’ESPRESSO http://espresso.repubblica.it/inchieste/

Canne, minori, controlli. A Ischia, Caserta, Verona, Ferrara, gli agenti entrano a scuola: cani, zaini aperti, studenti in fila indiana. Su 31mila segnalazioni “ex art. 75” – possesso personale di stupefacenti – oltre 10 mila riguardano adolescenti fra i 14 e i 20 anni. Le famiglie hanno paura. I media ne parlano. Il governo rafforza le misure. E le ispezioni aumentano. Anche in classe. «Il problema è che nessuno ci ascolta», dice Saverio, 17 anni, in quarta superiore a San Giovanni Rotondo.

Ascoltare i ragazzi. L’Espresso ha provato a farlo, intervistandoli e avviando un dibattito su ScuolaZoo, una community online che riunisce giovanissimi di tutta Italia, fra cui 200 rappresentati di istituto. Oltre mille adolescenti hanno risposto in tre giorni a un questionario su Facebook e Instagram. Al di là dei pezzi rap («Ho la ganja che puzza di stanza, ah scusa / La stanza che puzza di ganja, annusa», Ghali) o delle hit estive («Io non fumo canne. Sono anche astemio», Rovazzi), sono loro qui a raccontarsi così divisi a metà fra chi è convinto che sia un crimine possedere anche pochi grammi di erba e chi al contrario considera la penalizzazione delle droghe leggere «una legge sbagliata».

Bisognerebbe legalizzarle? Il 44,3 per cento per cento si dichiara contrario, favorevole il 31 per cento, oltre a chi ammette di non essere abbastanza informato (24,56 per cento). Conseguenze? I controlli in classe, capitati al 56 per cento di loro, con poche ribellioni. Nelle risposte ricevute (al link su due gruppi Facebook e su Instagram) c’è una spaccatura netta, al 50 per cento, fra chi ritiene sia compito della polizia vigilare sugli istituti e chi invece crede che dovrebbero farlo solo preside e insegnanti. Fra chi vede come positiva una maggiore presenza e chi la considererebbe invece sbagliata.
[[(article) Cannabis: “Caro Minniti, 
cambia verso”]]
È passato poco più di un mese dal suicidio del sedicenne di Lavagna, «e quello che è successo dovrebbe farci aprire gli occhi», riflette Saverio. La morte di quel coetaneo lo ha scosso, come ha scosso il Paese. Sul ruolo degli adulti. Sui silenzi, la realtà e le conseguenze del contrasto allo spaccio. «Servirebbe più dialogo», prova a rispondere Saverio: «Più attenzione psicologica, in questi casi». E nei cortili dove uno spinello o un cilum passano di mano? «La scuola io la considero una casa, ci passo più di cinque ore ogni giorno. Non si può marchiare un minorenne per una canna. Soprattutto non dove si sente a casa». «È giusto venga chiamata la polizia, perché è illegale fumare marijuana», continua: «Ma bisogna considerare sempre le reazioni possibili, per non rovinare la vita di un ragazzo solo perché ha cinque grammi in tasca».

Un’attenzione diversa. È una richiesta di molti suoi coetanei. «Anche se non fumo, a me queste ispezioni mettono ansia», racconta Serena, quarto anno di un liceo di Legnano (i nomi degli intervistati sono stati sostituiti per proteggere la loro privacy), che vuole iscriversi a Medicina e dice che l’ultima cosa che bisognerebbe fare, secondo lei:«è colpevolizzare degli adolescenti: dal punto di vista della legge gli agenti fanno bene, però la scuola è un luogo protetto, per i ragazzi, il nostro primo approccio alla società. Non si può spaventare un sedicenne davanti ai compagni». Andrei è nato in Romania, ora fa il rappresentante d’istituto, vuole diventare ingegnere e al contrario pensa: «A scuola o in stazione è uguale, il consumo è reato e va punito. I finanzieri poi arrivano dopo aver avvisato la dirigente».

Nell’ottobre 1988 L’Espresso pubblicò in copertina un’inchiesta sulla “Droga in classe”. All’epoca l’emergenza erano i morti per overdose e le statistiche sui ragazzi scivolati nell’eroina. Intervistato dal nostro settimanale, l’allora ministro dell’Istruzione Giovanni Galloni, politico dc amico di Moro e Dossetti, non aveva dubbi: «Il tentativo di coinvolgere nell’uso di stupefacenti fasce d’età sempre più giovani è una realtà che non si può ignorare. Ben venga quindi una forma di collaborazione tra scuola e forze di polizia», spiegava: «Ovviamente però il “fuori” (agente in borghese o no), non deve assolutamente contaminare il “dentro”, ossia l’opera educativa della scuola che proprio perché tale non può in nessun modo consentire l’instaurarsi di metodi repressivi». Il fuori, il dentro.

Nel 2004 il preside di un liceo di Rho venne condannato per favoreggiamento e agevolazione dolosa dello spaccio. «Ci vogliono costringere a fare gli sceriffi», raccontava all’Espresso: «Un ragazzo di 16 anni deve poter parlare con i propri professori e non avere paura». La condanna fu annullata in Cassazione. Ora nella cronaca non emergono ribellioni. Né fra i presidi, né fra gli studenti. Anche fra chi pensa che «ci siano modi più intelligenti per sostenere questa lotta contro il crimine rispetto all’indagare ragazzini delle superiori», come commenta uno di loro nel sondaggio, o chi propone «corpi speciali che dovrebbero stare attenti alle scuole. Non polizia in divisa».

«Più che a denunciare un compagno che ha 10 grammi addosso penserei a capire perché lo fa. Senza paternalismi», sostiene ad esempio Giovanni, di un Itis a San Severo, Foggia: «Per alcuni è una fuga a problemi seri. Per molti però è ormai una moda, normale». Gli agenti? «Fanno il loro mestiere, è pur sempre un uso illegale e dannoso. In un territorio come il nostro però le emergenze sono altre. Su quelle andrebbero concentrate le forze». Marco, di Bologna: «Da noi la polizia viene due volte l’anno. Ogni volta è un giorno in cui il clima a scuola è teso. Ma fanno bene, e ci parlano sempre delle nostre responsabilità. D’altronde le “zaffate” in cortile le sentiamo. C’è la tossica di quarta che ogni tanto viene beccata e piange». Il suo è un giudizio duro, netto.

«Sono arrivati in classe, il cane si è fermato su due zaini attaccati, il mio e quello del mio vicino di banco. Io ero tranquillo, convinto fosse per via dei cuccioli che ho a casa, visto che non fumo», racconta un coetaneo: «Ci hanno perquisito dalla testa ai piedi – zaino, astuccio, giubbotto, scarpe, pantaloni, felpe. Sono rimasto in mutande. Alla fine della perquisizione ci hanno fatto firmare un foglio con la docente, hanno chiesto i dati e il numero di telefono dei genitori e ci hanno detto che probabilmente andranno anche in casa. Gli agenti sono stati comprensivi. A darmi fastidio è stato che la prof al rientro in classe ci ha detto “Bravi, bravi, complimenti”, senza sapere niente». Marchiati?

continua a leggere su L’ESPRESSO http://espresso.repubblica.it/inchieste/

Arriva #AVVISO AI NAVIGANTI – per parlare di social e cyberbullismo

Al via il progetto promosso dall’ Istituto Agrario di Firenze
per informare e creare consapevolezza nei confronti dei rischi che derivano dall’uso improprio della comunicazione sul web.
Ma soprattutto per favorire nei ragazzi un uso responsabile e consapevole dei Social, partendo dal sottile confine che c’è tra “scherzo” e reato legato al cyberbullismo.

Si chiama #avvisoainaviganti ed è un progetto che si pone come obiettivo finale la produzione di un film girato e interpretato da 20 studenti dell’Istituto Agrario contro gli atti di cyberbullismo e che sarà proiettato nelle scuole medie fiorentine e toscane. Oltre ai canali internet e social più utilizzati dagli adolescenti.

Verrà creato anche un vero e proprio brand #avviso ai naviganti, con un logo, una sorta di etichetta per identificare le scuole che sono impegnate nell’azione di lotta al bullismo, anche a livello territoriale.

L’iniziativa vede coinvolti a fianco dell’Istituto Agrario
Comune di Firenze (con i Progetti GemitoriInCorso e Youngle)
USL Centro Firenze (Ufficio Educazione alla Salute)
Polizia di Stato (Ufficio Minori della Questura) e Polizia Postale
Università di Firenze (Dipartimento Scienza della Educazione)
Fondazione Sistema Toscana – Sezione Cinema – Lanterne Magiche.

Il progetto parte l’8 di aprile e dopo vari incontri formativi, che i ragazzi condivideranno con operatori e coetanei che già lavorano online sul problema bullismo, a maggio verrà girato un cortometraggio con il regista Domenico Costanzo.

A settembre il lancio del film #avvisoainaviganti e del brand relativo.

L’Islanda ha sconfitto la dipendenza da alcol e droghe (con un metodo ignorato dall’Europa)

Un lavoro durato 20 anni, ma che ha portato ottimi risultati. Se fino a due decenni fa, infatti, la dipendenza da droghe e l’abuso di alcol in età adolescenziale era un problema che affliggeva l’Islanda, oggi non lo è più. Dal 1998 al 2016, la percentuale di giovani, compresa tra i 15 e i 16 anni, che abusa di alcol è scesa dal 48% al 5%, mentre quella che fuma cannabis dal 17% al 7%. Anche i fumatori di sigarette sono calati drasticamente: dal 23% al 3%. Un calo che ha portato i giovani dell’isola a diventare i più salutisti d’Europa.

articolo di Renato Paone su  L’Huffington Post http://www.huffingtonpost.it/ 
immagine MB PHOTOGRAPHY VIA GETTY IMAGES

Ma il percorso è stato lungo e tortuoso. Ottenere un simile risultato, in grado di ribaltare la classifica negativa che vedeva i giovani islandesi come i maggiori consumatori di droghe e alcol d’Europa, è stato possibile solo grazie a interventi drastici e diretti:introduzione del coprifuoco, una maggiore collaborazione tra istituti scolastici e genitori, l’introduzione di divieti e la creazione di attività extrascolastiche che coinvolgessero gli adolescenti a tempo pieno.

Un piano avviato nel 1992, ma che ha le sue radici in una tesi di dottorato scritta anni prima a New York dal professore di psicologia statunitense Harvey Milkman, oggi docente presso l’università di Reykjavik. Una tesi che metteva in relazione il consumo di droghe e alcol e la predisposizione allo stress di alcune persone. Dopo la sua tesi, Milkman venne inserito in un team di ricerca dedito a contrastare l’abuso di droghe. Nel 1991, Milkman venne inviato in Islanda per diffondere i suoi studi. La sua idea colpì gli islandesi, che gli chiesero di iniziare un progetto con i giovani isolani. Nel 1992, il questionario del professore fu sottoposto a tutti gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 16 anni. Esperimento ripetuto anche negli anni seguenti. Nel questionario venivano poste domande semplici e dirette, tipo: “Bevi alcolici?”, “Ti sei mai ubriacato?”, “Hai mai fumato?”, “Quanto tempo trascorri con i tuoi genitori?”, “Svolgi attività?”.

Quel che emerse dal questionario fu un risultato negativo: circa il 25% dei ragazzi affermava di fumare quotidianamente e il 40% ammetteva di essersi ubriacato appena un mese prima. Ma quel che colpì Milkmna fu un altro risultato: dal questionario, infatti, constatò che chi praticava sport o frequentava corsi, e aveva un buon rapporto coi genitori, era meno propenso all’utilizzo di droghe e alcol.

Da quelle semplici domande nacque, su iniziativa del governo, Youth in Iceland, un programma nazionale di recupero che coinvolgeva direttamente genitori e scuole. Per prima cosa vennero eliminate le pubblicità di sigarette e bevande alcoliche, i minori di 18 anni non potevano più comprare sigarette e chi non aveva 20 anni non poteva acquistare alcol. Venne introdotto un coprifuoco agli adolescenti tra i 13 e i 16 anni: rientro a casa alle 10 di sera in inverno, a mezzanotte d’estate. L’obiettivo principale, infatti, era far passare ai ragazzi più tempo possibile in casa, anteponendo la quantità alla qualità delle ore trascorse in compagnia dei familiari.

“All’epoca, in Islanda erano stati introdotti programmi di prevenzione ed educazione, ha affermato Inga Dóra, assistente ricercatrice che ha partecipato allo studio. I ragazzi erano stati informati dei rischi che correvano attraverso l’assunzione di droghe o l’abuso di alcol, ma nonostante questo non erano stati raggiunti i risultati sperati. Questo perché, come accade anche in altri paesi, non si dà il giusto peso a queste iniziative. “Per questo – ha dichiarato Dóra – abbiamo pensato ad un metodo di approccio differente”.

A tutto questo si legò l’introduzione massiccia di attività extrascolastiche di ogni tipo, da quelle sportive a quelle artistiche. In questo modo si permetteva ai giovani di stare insieme e garantire loro un senso di benessere psico-fisico, lo stesso che ricercavano utilizzando droghe e abusando di alcol. Attività che coinvolgevano tutti i giovani, anche quelli meno abbienti: per loro il governo aveva predisposto degli incentivi statali. “Non abbiamo detto a questi ragazzi ‘Siete in terapia’. Abbiamo detto loro ‘Vi insegneremo quello che volete’: musica, danza, arti marziali, dipingere”, ha spiegato Milkman. Attività che avrebbero agito sul loro cervello, così come le droghe che usavano, ma senza gli effetti negativi. In questo modo avrebbero anche ridotto lo stress e l’ansia.

In 15 anni, dal ’97 al ’12, il numero di giovani impegnato in attività sportive raddoppiò, frequentavano i corsi anche quattro volte a settimana. Anche il tempo passato in famiglia giocò un ruolo cruciale. Così facendo la percentuale di coloro che abusavano di alcol e droghe calò drasticamente.

Youth in Iceland, visto il suo successo, si è evoluto in Youth in Europe, ma il programma (…)

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La psicologia dei social, ecco perché sul web cambiamo personalità

Il libro di Patricia Wallace che indaga come la rete abbia stravolto il nostro modo di comportarci e di interfacciarci con gli altri.

Annalisa Bonfranceschi su Repubblica http://www.repubblica.it/salute/ricerca/

NEL 1999 Google aveva pochissimi dipendenti, Mark Zuckerberg andava alle superiori e gli smartphone erano per lo più un universo ancora di là da venire. L’iPhone non sarebbe sbarcato che nel 2007, per intendersi. Internet era una materia fino ad allora riservata più che altro ad alcuni pionieri, scrive Patricia Wallace nella prefazione della seconda edizione del suo La psicologia di Internet  che esce oggi in Italia (edizione italiana a cura di Paolo Ferri e Stefano Moriggi, Cortina Editore). Eppure, già allora, quando venne pubblicata la prima edizione del libro, cominciava ad essere chiaro che stavamo abbracciando una rivoluzione che non solo avrebbe  modificato il nostro modo di fare shopping, cercare lavoro e studiare ma che la rete fosse in grado di influenzare il comportamento umano, le comunicazioni e i rapporti tra le persone. “In modi talvolta curiosi”, scrive Wallace.

Capire come a quel tempo significava rifarsi agli studi nel campo delle scienze sociali tradizionali, oggi significa perdersi tra i tantissimi studi che ormai da anni indagano il nostro comportamento online, dal dating, all’altruismo, ai videogiochi.

Sono queste le ricerche che Patricia Wallace – insegnante della Graduate School del Maryland University College che si occupa di psicologia delle relazioni e dell’apprendimento – ha sfogliato per mettere insieme una sorta di ritratto della nostra psicologia online, tracciata dai social network ma non solo. Perché Internet rappresenta un ambiente completamente nuovo per il comportamento e le interazioni umane, un ambiente da studiare.

“Abbiamo avuto migliaia di anni di evoluzione per prendere confidenza con le interazioni umane in contesti faccia a faccia, ma appena due decenni per il mondo online diffuso su larga scala, ed ora è il luogo dove si svolge molta dell’interazione umana, con strumenti del tutto diversi – racconta Wallace – .Non solo manca il contatto faccia a faccia, ma c’è anche la distanza fisica, l’incertezza sul pubblico che ci vede e ci ascolta, la percezione dell’anonimato, la mancanza di un feedback immediato e gli strumenti di comunicazione che usiamo si basano principalmente su testo e immagini. Al tempo stesso Internet è un motore senza precedenti di innovazione, connessione e sviluppo umano”.

Un motore che può, sotto certi aspetti, trasformarci anche in persone (un po’) diverse. “Non possiamo dire di diventare una persona diversa online, ma proprio come ci comportiamo diversamente in spiaggia o in ufficio siamo influenzati dalle caratteristiche della rete. Tutti, almeno in una certa misura – continua l’autrice – .La maggior parte delle persone si costruisce e mantiene online una persona che è una versione in qualche modo potenziata di se stessa, che valorizza le caratteristiche positive e smorza quelle negative, a volte creando veri e propri personaggi nuovi rispetto al reale, anche solo per provare qualcosa di diverso”. Perché in rete abbiamo un controllo maggiore su tutto, che non abbiamo nella vita reale: possiamo per esempio modificare i testi che scriviamo in modo attento, photoshoppare le immagini.

“Parallelamente questa ‘persona online’ manca di feedback immediati relativamente a quello che dice o a come appare, quali possono essere un’espressione del volto, uno sbadiglio, il movimento degli occhi. In assenza di questo feedback immediato su quello che si dice o su come si appare, l’ambiente online rischia di condurci alla disinibizione, specie in condizioni di anonimato o di farci divulgare troppe informazioni personali”, spiega Wallace.

E alcuni cambiamenti sono già avvenuti. In particolare con i social media, “che possono incoraggiare il narcisismo, con ogni persona che si muove in un ‘palcoscenico’ in cui è il personaggio centrale. Questa attenzione sul sé porta a un atteggiamento di auto-indulgenza, almeno, o al narcisismo in casi estremi. Alcuni ricercatori sostengono che il narcisismo sia diventato un’epidemia, anche grazie a Internet e ai social media. In ogni caso, i social media certamente offrono una piattaforma molto attraente per i narcisisti che possono raccogliere migliaia di ‘amici’ e impegnarsi in monologhi sulle loro attività, credendo che il pubblico penda da ogni loro parola”. Al tempo stesso, continua l’autrice, in rete è più facile assistere a fenomeni di polarizzazione di gruppo, perché l’identità di gruppo può essere molto forte e si possono formare echo chambers, luoghi virtuali in cui le persone interagiscono soprattutto con quelli che sono già d’accordo con loro, inveendo contro quelli che non lo sono.

Ma le modificazioni più profonde, quelle che tutti abbiamo toccato con mano riguardano forse l’ambito della comunicazione: “Quando si comunica online, la gente non solo sembra più brusca e aggressiva, in realtà lo è davvero. A volte ci si dimentica che il tono, nelle comunicazioni più tradizionali, è veicolato con i segnali non verbali, le espressioni facciali sì, ma anche la postura del corpo, il contatto visivo, la voce, per esempio – commenta Wallace – In assenza di questi segnali, online è più difficile esprimersi in maniera sottile, quindi le comunicazioni appaiono più brusche e aggressive”. Online, siamo insomma meno capaci di interpretare le comunicazioni testuali con precisione, anche quando il mittente pensa che il significato dovrebbe essere ovvio. Questo accade con il sarcasmo, per esempio. È molto difficile identificare con precisione un commento sarcastico in una e-mail, e una mancanza che può generare interpretazioni errate eclatanti.

Uno degli ‘effetti collaterali’ dell’essere sempre connessi, che rischia di diventare una vera e propria dipendenzache secondo alcuni esperti starebbe addirittura sostituendo altre dipendenze“Specie con l’utilizzo degli smartphone, sempre connessi, rischiamo davvero di andare incontro a un uso eccessivo problematico”. C’è da considerare, però, che

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