Ritratto di famiglie

L’Italia è una Repubblica fondata sulla famiglia. E se a questa parola diamo ormai un senso che, sebbene univoco, si esprime nelle tante declinazioni della società contemporanea, è innegabile che il nucleo familiare italiano è stato a lungo inteso in modo sostanzialmente “tradizionale”. Il che non vuol dire che la rappresentazione che ne è stata fatta nel tempo sia monotona e ripetitiva. E lo dimostrano i dieci curatori chiamati dalla FIAF a realizzare la mostra ospitata al CIFA di Bibbiena fino al 3 settembre: le selezioni pensate per Questioni di Famiglie (tra cui La famiglia a tavola, Album di famiglia, Famiglia social, La famiglia in—e senzaposa, Memorie familiari…) sono infatti uno spaccato di ciò che la versione più stretta di relazione parentale ha significato nella nostra storia. La mostra è in qualche modo il primo passo di un percorso più complesso e articolato che culminerà con l’esposizione di La Famiglia in Italia, progetto nazionale che, con una call rivolta a tutti gli appassionati di fotografia, promette di riempire le lacune del pur ampio lasso di tempo preso finora in considerazione

ilmagazine.ilsole24ore.com articolo di RAFFAELE VERTALDI, foto di Vittorio Marrucci: Dalla serie “Ecovillaggi e comunità”, Italia, 2014.

NON MANDARE L’ESTATE IN FUMO

Sole e relax aiutano a dire addio alle sigarette
È sempre il momento giusto per smettere di fumare. Ma la pausa estiva mette a disposizione alcune armi in più a chi vuole provarci. Le giornate lunghe, la possibilità di distrarsi con attività piacevoli, l’assenza di stress lavorativo possono essere potenti alleati delle buone intenzion

articolo di Vera Martinelli del 09.07.17 pubblicato su Corriere della Sera/Salute

Due bracciate a nuoto, una passeggiata su un sentiero in salita, un po’ di movimento per gioco con gli amici. Subito il fiato corto e un pensiero fulmineo, al pacchetto di sigarette in tasca. E se fosse ora il momento buono per dire basta?

«Smettere di fumare fa bene sempre, ma l’estate offre una serie di opportunità che la rendono uno dei momenti migliori per affrontare questo passo — dice Roberto Boffi, medico pneumologo, responsabile della Pneumologia e del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano —. Le giornate sono più lunghe, permettendo di ritagliare spazi per fare attività piacevoli, salutari e gratificanti, ottimi alleati dello stop al fumo. La prospettiva di scoprire il corpo e l’alimentazione leggera e più ricca di frutta e verdura possono contribuire a rafforzare la volontà di mantenere una buona forma fisica. Infine, specie per chi fuma di più a causa dello stress lavorativo, la prospettiva delle vacanze offre relax e la libertà di organizzare l’addio alle sigarette nella maniera che meglio si adatta a ognuno».

In Italia, stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga (OssFAD) dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), vivono 52,4 milioni di persone che hanno più di 15 anni: 34,1 milioni sono non fumatori, 6,6 sono ex tabagisti e 11,7 sono gli attuali fumatori. In pratica, nel nostro Paese, fuma un uomo su quattro e una donna su cinque.

«I numeri del Rapporto 2017 mostrano che continua a crescere la quota di fumatrici — commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss — che superano i maschi, specie nel Nord del Paese, soprattutto nella fascia d’età in cui s’accende la prima sigaretta (15-24 anni) e in quella in cui solitamente si smette (45-64). Altro dato preoccupante è l’aumento di fumatori medi (10-15 sigarette al giorno) e pesanti (oltre le 20) tra i giovanissimi».

A rincuorare, ci sono i dati sul fumo passivo: «I divieti legislativi hanno sortito l’effetto sperato — continua Ricciardi —. Sono pochi, e diventano sempre meno, gli italiani che hanno fumato in auto in presenza di minori e donne incinte. Solo 1 su 10 consente ai propri ospiti di accendersi una sigaretta in casa, e 9 su 10 dichiarano che il divieto di fumo nei locali pubblici e nei luoghi di lavoro è sempre o quasi rispettato, anche se esistono differenze regionali, con il Nord più virtuoso».

Ha funzionato anche la legge (in vigore da maggio 2016) sui nuovi pacchetti di sigarette: «Immagini shock, messaggi forti sul rischio e Numero Verde gratuito per smettere di fumare (800 554 088) hanno fatto pensare ai danni per la salute oltre l’83% dei tabagisti e fatto aumentare il desiderio di smettere in oltre il 60% — dice Roberta Pacifici, direttore dell’OssFAD —. Il 36%, inoltre, ha rinunciato ad accendersi una sigaretta e le telefonate al nostro servizio per la disassuefazione si sono quintuplicate».

Se le misure di contrasto si sono rivelate efficaci, resta da valutare la componente psicologica. Un recente studio americano condotto su tabagisti tra i 18 e i 39 anni indica, ad esempio, che sia meglio il sentimentalismo del salutismo.

La strategia “nostalgica” (associata a immagini che evocano sensazioni piacevoli e rilassanti) pare fare breccia nell’animo dei fumatori e riesce a influenzare pensieri e comportamenti più della paura di malattie future, dei sensi di colpa o delle “prediche”».

«Trovare il modo di fare leva sulla volontà di smettere è una sfida aperta da molti anni — commenta Biagio Tinghino, presidente della Società italiana di tabaccologia —. La paura può funzionare, come dimostra l’esperienza dei Paesi (come l’Australia) in cui avverten- ze e immagini “forti” sono state adottate da più tempo: i fumatori sono diminuiti, specie fra i giovani. Ma serve anche la speranza di potercela fare, perché se vedi il cambiamento come troppo difficile o pensi di non riuscire, finisci per non provare neppure. Il suggerimento che viene dalla ricerca Usa, perciò, è che ci sia un duplice messaggio: quello sui danni da fumo e quello della strategia per venirne fuori (come il Numero Verde dell’Iss). Bisognerebbe poi trovare il modo di comunicare su larga scala che quando si è aiutati, si smette più facilmente».

Invece la maggioranza dei tabagisti prova da solo (porta a termine l’impresa senza aiuto il 6%) e, in media, fallisce almeno tre volte (secondo le statistiche il quarto tentativo è quello buono), mentre le probabilità di successo salgono molto se si chiede aiuto ai Centri antifumo, dove vengono offerte sia assistenza sia terapie, dai farmaci al sostegno psicologico.

Infine, gli esperti riuniti a Chicago durante l’ultimo convegno americano di oncologia, hanno ribadito l’imprescindibile importanza di aumentare sia il prezzo delle sigarette (i parlamentari Usa si sono espressi a favore ben 120 volte dal 2002) sia l’età del divieto, passando da 18 a 21 anni. Il metodo è risultato efficace su tre fronti: ridurre il numero medio di sigarette fumate, incentivare a smettere e scoraggiare i giovani dall’iniziare.

Ragazzi e alcol: la famiglia è decisiva. I risultati di una ricerca nazionale condotta su duemila adolescenti.

Il «gruppo dei pari» può indurre al consumo di alcolici e alle ubriacature Ma per gli adolescenti il rapporto con i genitori è ancora l’argine fondamentale

Articolo di Maurizio Tucci pubblicato su Corriere della Sera – Salute , 

Aumenta, fortunatamente, l’età del primo contatto con le bevande alcoliche, e nella prima adolescenza la famiglia si conferma un importante elemento di protezione nei confronti degli eccessi.

Sul fronte opposto però, si conferma anche l’effetto di trascinamento del gruppo dei pari nell’indurre gli adolescenti a un consumo incontrollato di alcol. Questi, in estrema sintesi, i primi risultati dell’indagine biennale su Adolescenti e alcool realizzata da Osservatorio permanente giovani e alcol, Associazione laboratorio adolescenza e Società italiana di medicina dell’adolescenza.

Lo studio, arrivato alla sua terza edizione, è stato condotto su un campione nazionale di duemila adolescenti che frequentano la terza media (fascia d’età 12-14 anni).

In questa fascia d’età il rapporto con l’alcol non si è ancora strutturato e quindi si ha ancora la possibilità di intervenire con efficacia, per indurre i giovanissimi a comportamenti e abitudini corrette.

Gli adolescenti italiani, da quanto emerge dalla ricerca, appaiono tutt’altro che “bevitori”: ad avere un consumo più o meno quotidiano, essenzialmente durante i pasti, di bevande alcoliche (nei tre mesi precedenti l’intervista) è risultato essere poco più del 3% del campione considerato.

Le cose cambiano, purtroppo, quando il bere – all’interno del gruppo dei pari – diventa una questione di “look” : si beve perché gli altri lo fanno e chi non lo fa, in qualche modo, si “chiama fuori”.

Molti sono in grado di resistere, ma parecchi altri, in un momento in cui autostima e sicurezza di sé non sono merce che abbonda, si fanno trascinare.

Il dato che ci viene dall’esperienza dell’ubriacatura (il 13,7% del campione ha affermato di aver avuto questa esperienza una sola volta e il 7,1% più volte) è indicativo: più gli amici bevono ed eccedono, più si beve e ci si ubriaca.

A non essere mai “andato oltre” è il 56% degli adolescenti che hanno detto di non avere amici che si ubriacano, mentre tra chi frequenta in maggioranza amici che si ubriacano solo il 3% non ha mai avuto esperienza diretta di eccessi alcolici.

Viceversa se il consumo di

A casa I ragazzi che hanno rapporti familiari critici si ubriacano il doppio rispetto a chi è sereno Con gli amici All’aumentare dell’età, sarà invece il legame col partner a giocare un ruolo importante

più facile rifiutare una sigaretta che un chupito»: lo ha detto la maggioranza degli adolescenti nei focus group durante la ricerca su alcol e adolescenti. Le pressioni del gruppo a bere sono più insistenti di quelle a fumare ed è più difficile opporre resistenza. Alessandra Marazzani, psicologa di Laboratorio Adolescenza, spiega: «Bere è un rito collettivo, molto più di quanto lo sia fumare una sigaretta; la percezione dei danni da bevande alcoliche avviene prevalentemente in famiglia, anche solo occasionalmente (e comunque in modo controllato e scevro da connotati trasgressivi), la tendenza a provare l’esperienza dell’ubriacatura risulta nettamente meno frequente. Non si è mai ubriacato l’84% degli adolescenti che ha contatto con bevande alcoliche soprattutto in famiglia contro il 48% di chi si avvicina all’alcol prevalentemente con gli amici.

«Il problema maggiore relativo al consumo di alcol in età adolescenziale — afferma Gabriella Pozzobon, Presidente della Società italiana di medicina dell’adolescenza— è che i ragazzi considerano socialmente accettabile il bere alla loro età e, soprattutto, non pericoloso. Ubriacarsi, per loro, è fonte di evasione e divertimento, senza considerare tutti i gravi effetti che ne derivano e senza rendersi conto che il bere può rappresentare (e spesso rappresenta) un primo passo verso altri comportamenti Qui e ora Tutti gli adolescenti di si dicono convinti che l’alcol fa male, ma il tipo di “male” è circoscritto all’evento singolo. «Se esagero con l’alcol e non lo reggo posso sentirmi male e collassare, ma se so controllarmi non ci sono problemi». Una visione legata al “qui e ora”, senza riflettere sugli effetti nel tempo, un tipico tratto adolescenziale. fumo – frutto di provvidenziali campagne di comunicazione – è più alta della percezione dei danni da alcol. La scelta di fumare o non fumare è riconosciuta come difficilmente influenzabile dalle scelte del gruppo, molto più del bere o non bere (a meno che non si sia noti come astemi). La differenza tra le bevande alcoliche è poi maggiore di quella fra marche di sigarette, il che induce a proporle in alternativa e con maggiore insistenza. a rischio o vere e proprie dipendenze. Ed è a una sempre maggiore informazione, diretta specificatamente ai ragazzi, che la Società italiana di medicina dell’adolescenza e noi “pediatri -adolescentologi” ci stiamo dedicando e continueremo a dedicarci con sempre maggiori energie».

Se adeguarsi al gruppo e divertirsi sono – secondo i diretti interessati e indipendentemente dal loro comportamento individuale – le ragioni più indicate (49%) tra quelle per le quali un adolescente consuma bevande alcoliche, subito dopo troviamo il “dimenticare i problemi” (44,6%).

E le difficoltà, per un adolescente, sono spesso legate al rapporto con la famiglia. Dai dati dell’indagine emerge chiara questa correlazione: la percentuale di ragazzini che dichiara di essersi ubriacato più volte raddoppia passando da chi afferma di avere una vita familiare piacevole e serena (6,1% ) a chi riferisce di avere rapporti con i genitori critici o francamente conflittuali (11,8%).

«Un’esperienza singola di ubriacatura, benché mai apprezzabile, può essere considerata quasi una sorta di tappa obbligata per un adolescente – sostiene Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, referente per l’area psicologica di Laboratorio Adolescenza – e può verificarsi anche in contesti familiari assolutamente sereni. Se però ubriacarsi a quattordici anni comincia a non essere un evento isolato allora può essere espressione di un disagio conseguente a rapporti familiari critici. Genitori conflittuali tra loro, che quindi turbano la serenità familiare, o forti carenze affettive percepite dai ragazzi, possono indurre a ricercare altrove e con mezzi impropri, vie di fuga. All’aumentare dell’età, quando cambiano anche i pesi delle relazioni affettive, lo stesso può verificarsi in conseguenza a difficoltà di rapporti tra giovani pantere”.

Maurizio Tucci

TALK IN DIRETTA

Buongiorno,
vi scrivo dalla redazione di Siamo noi, talk in diretta di Tv2000, dal 5 giugno andiamo in diretta alle 13:50, e per i primi 20 minuti parleremo di tematiche legate alla famiglia, e in particolare ci occupiamo di ragazzi e adolescenti, su sollecitazione dei nostri telespettatori.
Vi contatto perché venerdì 30 giugno, avremo in Studio uno psicologo familiare, specializzato in problematiche adolescenziali, in particolare vorremmo parlare di droghe leggere, vorremmo avere un genitore che ci porti la propria esperienza personale, sperando di poter dare utili consigli a che vive questa problematica.
I nostri studi a Roma, sono in via Aurelia, 796, e sarebbe nostra cura occuparci di tutti gli spostamenti.

Vi ringrazio per la sua gentile attenzione.
Cordiali saluti
Loredana Giglia

Redazione 06.66508586
Siamo Noi
Tv2000
Via Aurelia, 796, Roma

Buonasera,
la ringrazio per l’attenzione al nostro progetto e la conseguente richiesta di una possibile partecipazione alla vostra trasmissione.

Non siamo in grado di fornirvi un eventuale contatto in quanto i nostri lettori comunicano con il nostro sito in
modalità rigorosamente anonima.

Pubblicheremo però la vostra richiesta anche sulla nostra pagina FB, invitando i lettori, se ne avessero voglia, a
contattarvi personalmente, ai numeri che riportate, per partecipare alla vostra trasmissione.

Un saluto
Stefano Alemanno
Redazione GentiroInCorso

consiglio

Ciao a tutti! 🙂 Ho un caro amico, molto più piccolo di me, che ha 14 anni. Mi ha confidato che si fa sporadicamente le canne. Tipo 1,2 volte a settimana, ormai da circa due, tre mesi. Io ovviamente vorrei smettesse. La mia paura è anche quella che possano fare da ponte per altre droghe più pesanti. Ho provato a parlarci, ma è un ragazzino e la sta prendendo sotto gamba. Chiedo aiuto a voi perché io non ho esperienza in merito. C’è qualcosa che potrei fare o dire per dissuaderlo dal fumare? O se c’è qualcuno tra voi che se la sente di dargli una lezione di vita… io non so cosa fare. Grazie!

Gelosia, controllo e possessività: non sempre sono dimostrazione di amore

Di Maura Manca articolo pubblicato su SKUOLA.NET http://www.skuola.net/news/blog/

Arriva l’adolescenza e spesso si inizia a provare una forte attrazione per un ragazzo o per una ragazza. Poi ci sono i momenti in cui si decide di stare con una persona, ci si sente innamorati, come se si avesse bisogno di stare sempre insieme a lei.

Quella persona diventa il centro dei nostri pensieri e a volte anche gli amici vengono messi erroneamente in secondo piano.

Queste esperienze possono essere molto belle e piacevoli, l’attenzione dell’altro ci fa sentire importanti, e le sorprese, i messaggi e le telefonate ci fanno credere di essere fortemente amati, però dobbiamo fare un pochino di attenzione perché non è sempre così.
Si scambia spesso la gelosia con l’amore, si arriva a pensare“è geloso perché ci tiene a me”; si, è vero, un po’ di gelosia fa sempre piacere, però ci sono dei limiti, ed è importante non confondere mai la gelosia con la possessività.

All’inizio della relazione sembra tutto bello, però a volte può anche accadere che col tempo le attenzioni dell’altro diventino eccessive e inizino ad esserci pretese, litigate e a volte anche minacce. In questi casi, si rischia che la fiducia venga meno e aumentano ad esempio i sospetti e il controllo, come per esempio: “Dov’eri?”, Cosa stavi facendo?”, “Non ci credo” “Perché non hai risposto?”, Dimostramelo”.

Per questa ragione non si devono mai sottovalutare certi atteggiamenti e comportamenti dell’altro perché si rischia di perdere la libertà, di non essere più liberi di uscire con chi si vuole e quando si vuole, di vestirsi come ci dice la testa e di trovarsi a dover rendere conto anche di quello che si fa sui social network.

Come fare a capire quando non si tratta di amore?

 

Ecco quali sono i 9 campanelli d’allarme:

1. Ti controlla. Ti chiede di controllare lo smartphone, le chiamate e le chat, dicendoti frasi del tipo “Se non hai niente da nascondere perché non posso vedere?”. Vuole conoscere la password per accedere al telefono e ai social network, controlla il profilo e il tuo orario di entrata su WhatsApp.

2. Fa richieste specifiche. Ti chiede di inviargli la localizzazione per essere certo/a di dove ti trovi, oppure di inviargli una foto per assicurarsi di sapere con chi sei, dove sei e come ti sei vestita/o.

3. Ti mette dei divieti. Ti proibisce di uscire da sola o solo con gli amici o comunque si ingelosisce e si arrabbia quando non rispondi subito al telefono quando non sei con lui o con lei. È geloso dei tuoi amici e del rapporto che hai con loro. Vuole sempre sapere cosa vi dite e cosa fate, soprattutto se sono dell’altro sesso.

4. Ti accusa. Si irrita e si arrabbia se determinati amici o conoscenti mettono “mi piace” ai tuoi post e se chatti o ti scambi commenti con qualcuno. Anche tu hai dei vincoli in questo senso: se metti like o commenti i post di amici o amiche, scatta spesso la lite. Controllando tutto quello che fai, i profili e le chat, ti accusa facilmente anche di cose non vere, associa alcuni fatti, spesso inesistenti, e non si fida delle tue parole.

5. Non si fida. Ripete spesso “Non ci credo”, “Mi stai mentendo”, alludendo al fatto che tu non gli risponda sinceramente. Infatti, se ribatti alle sue accuse e convinzioni, si irrita facilmente, perché vuole avere ragione ed è convinto/a che tu abbia torto.

6. Sta sempre con te. Può succedere che, con la scusa della sorpresa, ti raggiunga quando esci con i tuoi amici, che ti accompagni dappertutto o che lo/la incontri per caso, ti fa credere di farlo per amore, per farti una improvvisata, mentre in realtà è insicurezza e mania di controllo.

7. Litigate molto spesso, anche con urla o insulti. Quando si arrabbia, arriva agli insulti e alle offese, ti fa sentire in colpa. Può arrivare ad aggredirti, anche fisicamente, e a minacciarti di voler interrompere la relazione “Se mi ami, devi darmi la password”, “Se non fai quello che ti dico, ti lascio”, “Sei tu che ti comporti male, e mi fai essere geloso”.

8. Minaccia di suicidarsi se lo lasci o la lasci. Questa è una delle peggiori minacce che si possano fare. Ci si trova incastrati nella relazione e non ci si sente più liberi di prendere una decisione perché si ha paura che l’altro possa suicidarsi per colpa nostra. Non è così, è solo un modo per tenerci stretto a lui o a lei e nessuno ha il diritto di costringerci a stare con una persona con cui non vogliamo più stare.

9. Si giustifica sempre. Ha scatti d’ira e reazioni impulsive e violente rivolte verso te o verso oggetti che ti spaventano, seguiti sempre dalle sue scuse, una volta passata la rabbia. Ti capita di avere paura di lui o di lei in queste situazioni in cui sembra perdere il controllo.

5 utili mosse per non rimare incastrato in una relazione soffocante
continua a leggere su scuola.net: http://www.skuola.net/news/blog/gelosia

 

sono una mamma che un anno fa…

Buon giorno a tutti sono una mamma che un anno fa ha perso una figlia di 18 anni fatti 5 giorni prima per mia sfortuna sono stata io e mio figlio di un anno più piccolo a ritrovarla nel suo letto già deceduta…non è facile per me sicuramente andare avante come mamma devo e lo faccio per Mateos mio figlio lui ultimamente e fortunatamente mè esprime che a dei momenti molto triste dove se isola a paura di perdere gli amici perché non si dà pace capisce che non stata colpa sua la morte della sorella ma non riesce darse pace….lo convinto a scriversi in questo sito per trovare dei ragazzi con suoi stessi dolore so che lavorare un lutto non è così facile so che tempo non a tempo ma di cuore Espero che riesca a comunicare con la vita con gli altri con il mondo è sappia accettare la perdita….maria giovanna

blocco scolastico

Salve sono una mamma di una ragazza di 15 anni, mia figlia l’anno scorso ha avuto un blocco scolastico e ha smesso di andare a scuola manifestando un grande disagio e un pianto ininterrotto, nonostante tutto e’ stata promossa; frequentava il primo (…), abbiamo contattato una psicologa che l’ha seguita tutta l’estata e ci ha consigliato di cambiare scuola,

ha scelto lei una scuola più facile e si è iscritta al secondo, nonostante la nuova scuola è riuscita ad entrare solo con l’aiuto della psicologa e di una neuropsichiatra che le ha dato anche un farmaco, ma al rientro dopo natale si è rifiutata di tornare,(…) e tuttora è a casa, esce pochissimo dalla sua stanza e non sappiamo cosa fare.

Probabilmente i professionisti che la stanno seguendo non l’aiutano abbastanza, ma non sappiamo chi contattare.

Grazie Ma.

I figli di papà Pig. Più liberi, più fragili

I padri non sono più un modello, il confronto fisico troppo spesso viene confuso con la violenza.
Come si diventa grandi? Anche deludendo i genitori

Corriere della Sera, Daniela Monti, 21 maggio 2017

 «Non ho la ragazza da un anno, quando usciamo gli amici mi spingono a provarci con la prima che capita. Ma io non sono così e mi sento a disagio». Tu come sei? «Non riesco ad andare con una se non mi piace e se prima non l’ho conosciuta». È una cosa bella di te, non credi? «Non lo so. Mi pare che gli altri da un ventenne si aspettino altro. Non posso dirmi da solo che vado bene».

Stefania Andreoli — la psicoterapeuta che ha raccolto il dialogo — racconta la strada in salita dei giovani, adolescenti o poco più grandi: non solo non esiste più «il» modello maschile di riferimento, ma nemmeno altri modelli «realisticamente possibili», lasciando i ragazzi con la sensazione di essere sempre fuori fuoco. «Non se ne abbiano a male i padri — dice Andreoli —, ma oggi neppure loro sono un modello. I figli maschi li trovano goffi e in difficoltà, in equilibrio instabile tra matrimonio, carriera e vita. Da loro vorrebbero un’emotività nuova — che è sempre stata prerogativa materna —: sentirsi dire ti voglio bene, non solo intuirlo. Spesso poi i ragazzi, pur tra mille sfide, superano i padri, si fanno trovare pronti, dimostrano di non avere così tanto bisogno di loro». Riccardo, 18 anni, per pagarsi la terapia (ha problemi d’ansia) nel weekend fa i caffè in un bar: «Ha in sé sia il problema che la soluzione».

Lo sguardo dei ragazzi si è spostato: prima era puntato sui padri, ora su se stessi, sui coetanei («anche se la percezione del confronto è dolorosamente schiacciante per tutti»), sull’altro sesso. «Quanto invidio le ragazze, sembrano non avere bisogno di niente. Noi invece andiamo subito in crisi», racconta Gabriele, 15 anni. La fidanzata come esperienza per conoscere se stessi. Non solo: «È qualifica di accettazione — prosegue Andreoli —. Se ne ho una, è la prova che sono amabile, valgo».

Cosa significa diventare uomini? È tutto un grande caos. Di «vecchio» resiste l’idea machista di dover dimostrare di essere all’altezza, avere le spalle larghe, portare i pantaloni; di «nuovo» c’è il disagio di stare dentro questa richiesta sociale. «Non voglio essere socialmente adeguato. Se sto male, non voglio fingere e ridere anziché piangere» (Marco, 17 anni). «Non voglio scoprire chi sono. Così mi tengo delle porte aperte» (Michele, 16 anni). Il tentativo come valore assoluto.

La nuova virilità

Matteo Lancini, psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del nuovo «Abbiamo bisogno di genitori autorevoli» (Mondadori), parte in salita utilizzando un termine (giustamente) sotto attacco: violenza. «Stiamo combattendo lo stereotipo della mascolinità machista, grazie a Dio. Ma la virilità non va confusa con la violenza», e racconta di genitori convocati dal consiglio di classe perché il figlio ha tirato un calcio a un pallone, che ha deviato ed è andato a colpire una compagna. Un diffuso allarme nei riguardi delle espressioni corporee aggressive dei maschi. «Abbiamo depotenziato le forme di virilità maschili vedendole come minacciose».

Così la confusione aumenta. «Oggi il corpo dei figli è molto più protetto, gli spazi in cui i ragazzi “battagliavano” con i coetanei si sono chiusi, ma gli adolescenti hanno bisogno di misurare la propria forza: le bambine si siedono sull’altalena, i maschi si arrampicano — continua Lancini —. Quello che una volta era considerato normale conflitto, fisio-

Non è dagli adulti che i ragazzi si fanno giudicare: il concorso di bellezza è durissimo, i giudici sono loro stessi e se ne intendono Gustavo Pietropolli Charmet psicoterapeuta

logico nella crescita, ora è interpretato come comportamento violento». Risultato: virilità troppo spesso confusa con aggressività. Recuperarne una visione «sana» sarebbe un passo avanti. L’operazione, in fondo, di Paolo Cognetti, che tanto successo sta avendo con il suo libro «Le otto montagne» (Einaudi): una virilità che recupera «vecchi» valori come la resistenza fisica alla fatica, il coraggio, la capacità di stare soli e dentro situazioni difficili, riuscendo a cavarsela, «non vorrei che tutte queste cose maschili (ma non solo maschili) andassero perdute», dice lo scrittore. C’è lo sport, ma «in adolescenza devi anche lavorare sul corpo fuori dal radar genitoriale», prosegue Lancini che, un po’ a sorpresa, indica come possibile soluzione i videogiochi, «ammazzi tutti, ma non fai male a nessuno; ti misuri con gli altri, ma la mamma è tranquilla perché non ti fai neppure un graffio». Come scrive Silvia Vegetti Finzi stiamo crescendo «la prima generazione senza ginocchia sbucciate».

Voti bassi e scarso impegno

L’adolescenza oggi si combatte non più sul piano della trasgressione e dell’opposizione agli adulti, «ma sul terreno del conflitto tra aspettative ideali di riuscita scolastica e sociale e la realizzazione di ciò che si è davvero», scrive Lancini. Alla contestazione si è sostituita la delusione: deludere le aspettative (sempre più alte) dei genitori è diventata una modalità per crescere, ragazzi brillanti e informati con voti bassi e scarso impegno nello studio popolano sempre di più le nostre scuole. È una chiave di lettura che aiuta a ricondurre situazioni apparentemente incomprensibili dentro un normale percorso di crescita e costruzione di sé, per tentativi.

Il ritiro sociale, il chiudersi dentro casa — fenomeno in crescita che lo psicoterapeuta presenta come corrispettivo maschile dell’anoressia femminile — testimonia una moderna forma di contestazione e insieme tutta la complessità del percorso di costruzione e definizione dell’identità di genere.

L’immaginario bloccato

«Con la onlus che presiedo a Milano (www.aliceonlus.org) portiamo nelle scuole un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità che a un certo punto chiede ai ragazzi di preparare, per un extraterrestre asessuato appena sbarcato sulla Terra, una presentazione sulle differenze tra i maschi e le femmine», riprende Stefania Andreoli. Risultato? «I maschi generalmente non portano la gonna e le femmine spesso hanno i capelli più lunghi, ma a parte questo? Alla distinzione maschio/femmina i ragazzi delle superiori arrivano, a quella più complicata tra uomini e donne, no». Barbara Mapelli, che insegna Pedagogia delle differenze di genere, racconta di una ricerca sui libri di testo per le elementari: non sempre succede, ma quando c’è una proposta di modifica di ruoli «riguarda sempre le bambine, come se i maschi andassero bene così come sono». La figura della madre è stata rivoluzionata: da destino a opzione fra altre. Quella del padre? Nella pubblicità si vedono uomini che scelgono un’auto non perché è veloce, ma perché dà maggiori garanzie di sicurezza per i figli seduti dietro. Poi però Papà Pig — padre di quella star dei cartoon che è Peppa Pig — non sa fare quasi nulla, è inconsistente: la famiglia lo dimentica addirittura al pic nic.

 

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