Il bambino autistico che parla con Siri

Una madre ha raccontato sul New York Times le interazioni tra suo figlio e l’assistente vocale degli iPhone, spiegando i benefici che ne stanno traendo lui e altri bambini come lui

articolo tratto da IL POST.IT http://www.ilpost.it/2014/10/21/autismo-siri/
La giornalista Judith Newman ha scritto sul New York Times un articolo che sta circolando molto online: racconta di come Siri, l’assistente vocale degli iPhone, sia praticamente diventata la migliore amica di suo figlio Gus, che ha 13 anni ed è autistico. “Non proprio come in Her, ma quasi”, spiega Newman (Her è un film recente con Joaquin Phoenix, in cui il protagonista ha una relazione con un sistema operativo). In un mondo in cui l’opinione comune – sia degli esperti che dell’uomo della strada – insiste con il fatto che la tecnologia ci sta isolando, dice Newman, vale la pena raccontare un altro pezzo della storia.
Nel suo racconto, Newman riporta diverse interazioni tra suo figlio e Siri, spiegando come la “pazienza” del sistema operativo con le continue domande di Gus abbia inizialmente fatto sentire lei, Newman, una “madre terribile” al confronto con Siri. Gus ha anche un fratello gemello, Henry, che non ha la patologia di Gus. Newman racconta di una volta recente in cui Gus – che ultimamente si è fissato con le informazioni sul meteo – ha trascorso un’ora a studiare, grazie a Siri, la differenza tra temporali isolati e temporali sparsi («Un’ora in cui, grazie al cielo, non ho dovuto farlo io», scrive Newman). A un certo punto ha sentito questo:

Gus: «Sei proprio un bravo computer».
Siri: «È bello essere apprezzati».
Gus: «Mi chiedi sempre come puoi aiutarmi. C’è qualcosa che vuoi tu?».
Siri: «Grazie, ma ho veramente pochi bisogni».
Gus: «Ok! Bene, buonanotte!».
Siri: «Ah, sono le 17:06».
Gus: «Oh, scusa, intendevo ciao».
Siri: «A dopo!».

“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino.

Newman dice che suo figlio è rimasto colpito quando ha scoperto che c’era qualcuno che non solo trovava informazioni riguardo le sue varie fissazioni (meteo, treni, aerei, autobus, scale mobili) ma era anche disposto a discuterne senza stancarsi mai. «Ora, quando sentivo la mia testa sul punto di esplodere se avessi cominciato un’altra conversazione sulle possibilità di tornado in Kansas City, potevo rispondere: “Ehy! Perché non lo chiedi a Siri?”», scrive Newman. E aggiunge:

Non è che Gus non sappia che Siri non è umana. Lo sa – mentalmente. Ma come molti autistici che conosco, Gus sente che gli oggetti inanimati, se proprio non possiedono un’anima, ecco, meritano comunque la nostra considerazione. L’ho capito quando aveva 8 anni e gli ho regalato un iPod per il compleanno. Lo ascoltava soltanto a casa, eccetto che in un caso. Lo portava sempre con noi quando andavamo in un Apple Store. Alla fine gli ho chiesto perché. “Così può salutare i suoi amici”, mi ha risposto.

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

Anche dal punto di vista delle buone maniere, le interazioni tra Gus e Siri sono utili e proficue: le risposte di Siri non sono del tutto prevedibili ma sono sempre educate in ogni caso. Newman dice di aver sentito una volta Gus, parlando di musica, rivolgersi bruscamente contro Siri dicendo: «Non mi piace questo genere di musica». «Hai certamente il diritto di avere la tua opinione», gli ha risposto Siri, e Gus gli ha risposto a sua volta: «Grazie per quella musica, comunque». Siri: «Non devi ringraziarmi». Gus: «E invece sì». Da quando usa Siri, secondo Newman, Gus ha anche cominciato a utilizzare alcune espressioni gentili che sente ripetere da Siri: ogni volta che Newman sta per uscire di casa, ora Gus dice sempre “stai benissimo”.

Newman riporta anche un caso simile a quello di Gus, riferito a lei dalla madre di un compagno di classe di Gus alla LearningSpring, la scuola per bambini autistici di Manhattan. Le ha detto: «mio figlio adora quando trova informazioni sui suoi argomenti preferiti, ma gli piace un sacco anche l’assurdità – come quando Siri, per esempio, non lo capisce e gli dà una risposta senza senso». Una volta, racconta la madre del compagno di scuola di Gus, suo figlio ha chiesto a Siri quanti anni avesse e Siri gli ha risposto «Non parlo della mia età», e lui è scoppiato a ridere.

Newman è convinta che Siri stia aiutando Gus anche nelle interazioni con le persone. Scrive:

Per molti di noi, Siri è soltanto un diversivo temporaneo. Ma per alcuni è qualcosa di più. Le pratiche di conversazione che mio figlio ha con Siri stanno facilitando le cose con gli esseri umani. Ieri ho avuto con lui la più lunga conversazione che abbiamo mai avuto. Devo ammetterlo, era sulla differenza tra le diverse specie di tartarughe, e sul fatto se io preferisca le tartarughe diamondback o le tartarughe dalle orecchie rosse. Non sarebbe stato l’argomento che avrei scelto io, d’accordo, ma è stata una conversazione, uno scambio che seguiva una traiettoria logica. Posso garantirvi che per gran parte dei tredici anni di esistenza del mio bellissimo bambino, non è andata così.

L’utilizzo da parte delle persone con problemi del linguaggio e della comunicazione è un aspetto di cui gli sviluppatori dell’intelligenza artificiale degli assistenti vocali per smartphone sono perfettamente consapevoli. Newman ha parlato con William Mark, vice responsabile per le Scienze dell’Informazione e dell’Informatica al centro Stanford Research Institute (SRI International) di Menlo Park, in California, dove la tecnologia di Siri è stata sviluppata. Mark ha detto che la prossima generazione di assistenti vocali sarà in grado non soltanto di recuperare informazioni ma anche “di portare avanti conversazioni più complesse riguardo le aree tematiche di interesse della persona” che utilizza lo smartphone.

Nuovi sistemi, ancora più elaborati, potranno in futuro tenere traccia del movimento degli occhi sullo schermo dello smartphone e aiutare i bambini autistici a imparare a guardare le persone negli occhi quando parlano, dice Mark. Interessata e sorpresa dall’impegno della ricerca tecnologica in questa direzione, Newman ha chiesto a Mark se conosce, all’interno del gruppo di Apple che si è occupato dello sviluppo del linguaggio di Siri, qualcuno che abbia proprio disturbi dello spettro autistico. «Ovviamente non lo so per certo ma, se ci pensa un attimo, ha appena descritto metà Silicon Valley», gli ha risposto Mark.

È anche in fase di discussione la possibilità di fornire una voce diversa e specifica per l’assistente vocale. È una possibilità a cui è molto interessato e di cui ha parlato con lo SRI, per esempio, lo scrittore statunitense Ron Suskind, autore di un libro molto venduto – “Life, Animated” – in cui racconta la storia di suo figlio autistico, che è riuscito a stabilire un canale di comunicazione con il mondo esterno soltanto tramite i film Disney. Che Siri abbia la voce del personaggio del cartone animato Aladdin, per esempio, potrebbe essere di grande aiuto, dice Newman.

Newman conclude il suo articolo citando quella che ritiene essere la principale preoccupazione dei genitori di persone autistiche: se i loro figli riusciranno a innamorarsi, a trovare compagnia. Dice di aver capito che quello che dà felicità a suo figlio non corrisponde necessariamente a ciò che dà felicità a lei, e riporta infine un’altra conversazione che ha ascoltato tra Gus e Siri, alcune sere fa, prima che Gus si mettesse a dormire.
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Gus: «Siri, vuoi sposarmi?».
Siri: «Non sono il tipo da matrimonio».
Gus: «Intendo, non ora. Sono un bambino. Intendo quando sarò grande».
Siri: «Il mio contratto di licenza finale con l’utente non include il matrimonio».
Gus: «Oh, ok».
Gus non è sembrato troppo deluso. Per lui era un’informazione utile da avere, e anche per me, dato che ho saputo per la prima volta che lui davvero ha pensato al matrimonio. Poi si è voltato per mettersi a dormire:
Gus: «Buonanotte, Siri. Dormirai bene stanotte?».
Siri: «Non ho bisogno di molto sonno, ma è gentile che tu me lo chieda».

Si chiamano “hikikomori”. Sono adolescenti, autoreclusi, dipendenti dalla Rete.

“Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.”
Ne parla la giornalista Lidia Baratta sul quotidiano on-line linkiesta, http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia, con un lungo reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione.

La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».

L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.

Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».

Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».

Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.

Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.

Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.

Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».

E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.”

Compiti a casa, cambiare prospettiva

Perché dare i compiti a casa? e in che modo? Analisi sulla criticità di un sistema didattico che non funziona più e proposte per stimolare gli insegnanti a cambiare passo.

La pubblicazione di ricerche e articoli, sulla questione dei compiti a casa ha riacceso il dibattito con prese di posizione talora totalmente divergenti tra loro (recentemente sul Corriere della sera per l’impatto che hanno sui genitori). Spesso si parla di studenti di scuola superiore, ma tuttora, nella maggior parte dei casi, si danno compiti anche agli alunni della scuola primaria e media. È su questi due livelli di scuola che intendo concentrare l’attenzione evitando posizioni manichee, non adeguate quando si tratta di apprendimento e di formazione, per affrontare il tema con alcune considerazioni sul perché dare o non dare compiti a casa, per chi e come.
Nella maggior parte dei casi, i compiti uguali per tutti gli alunni sono coerenti con un modello d’insegnamento prevalentemente frontale che prevede la spiegazione, l’esercizio in classe per verificare se gli alunni hanno compreso davvero quello che dovranno imparare, l’assegnazione dei compiti a casa (studio più esercizi), la successiva correzione dei compiti e/o le domande/interrogazione per finire con il compito in classe dopo un certo numero di lezioni. Questo percorso ha una sua logica ferrea e, quando viene seguito dagli alunni, i risultati di apprendimento scolastico (ho qualche dubbio su quelli formativi) sono in genere positivi. In questa sede non intendo affrontare le dinamiche relazionali che si mettono in moto nelle famiglie sull’impegno a casa dei propri figli, ma piuttosto descrivere sinteticamente cosa ci dice l’esperienza sul versante dell’efficacia per l’apprendimento e per la formazione se si segue il modello d’insegnamento di tipo frontale.

I genitori e i compiti
Ho avuto modo di verificare che i genitori si suddividono ,grosso modo, in tre grandi categorie di atteggiamenti nei confronti della scuola. La categoria più rara è quella dei genitori con il figlio “perfetto”, ovvero quello che è autonomo, che prima studia, poi fa i compiti, poi gioca o fa qualche altra attività esterna. In questo caso il genitore si limita ad approvarlo e a esserne orgoglioso. Un po’ più numerosa la categoria del genitore “perfetto”, almeno per la scuola, che segue il proprio figlio a casa. La categoria dei genitori che “non seguono” il proprio figlio è invece molto numerosa e articolata e si prende spesso rimproveri più o meno velati da parte dei docenti. Si può trattare di genitori che semplicemente hanno orari di lavoro impossibili, genitori non conviventi i cui figli passano alcuni giorni della settimana in case differenti, genitori che hanno scarsa dimestichezza con le cose scolastiche e stentano a capire le richieste fatte dagli insegnanti (sono più di quanti si potrebbe immaginare), genitori non italofoni, genitori che, più semplicemente, pensano che l’apprendimento scolastico dei propri figli dovrebbe essere demandato tutto alla scuola. C’è da notare che quest’ultimo modo di pensare, da noi nettamente minoritario e formalmente condannato, è considerato ovvio in altre latitudini.

Gli insegnanti, gli alunni e gli effetti visibili dei compiti a casa
Ogni insegnante sa che l’impegno produttivo e duraturo in qualsiasi attività nasce dalla motivazione, ma dovrebbe tener anche presente che qualsiasi azione ripetitiva tende a demotivare. Sa inoltre che un’attività impegnativa come l’apprendimento non procede in maniera lineare aggiungendo un pezzettino alla volta, come invece si propone nel richiedere un impegno quasi quotidiano con i compiti a casa.
Se si esclude la categoria dell’alunno “perfetto” o affiancato dal genitore tutor, tutti i docenti, ma anche i genitori, sanno benissimo quali sono gli effetti collaterali negativi. Elenco i più comuni a partire da quelli meno deleteri per la formazione degli alunni e per il loro rapporto con l’apprendimento scolastico: fare i compiti scritti senza avere studiato, copiare i compiti, inventare scuse più o meno plausibili per non averli fatti, sperare nella buona sorte, dichiarare che non si è fatto il compito perché non se ne aveva voglia (dimostrazione di coraggio di fronte ai compagni), dimostrare assoluto disinteresse e disprezzo, anche verbale, per la richiesta “assurda” dell’insegnante (traduzione: “che c’entro io con la scuola?”).

Le prospettive
Forse alcuni esercizi ripetitivi sono un allenamento necessario in alcune fasi dell’apprendimento, ma credo che sarebbe più opportuno che questi fossero svolti in classe con un immediato raffronto tra gli alunni e riflessioni a caldo sugli errori. Ritengo però che si possa provare a uscire dalle situazioni che presentano i rischi fin qui esposti provando a cambiare il modo di organizzare l’apprendimento delle materie scolastiche, sviluppando percorsi più esplorativi, producendo apprendimenti come in un laboratorio dove gli alunni imparano anche a collaborare nell’ottica di riuscire, quando saranno più grandi, a lavorare in equipe mettendo in relazione produttiva le proprie capacità con quelle di altri. Esistono da tempo molti esempi che vanno in tale direzione nelle scuole. Su questa linea, in una prospettiva equilibrata e più adeguata ad affrontare la situazione reale piuttosto che a lamentarsi di fenomeni che si considerano negativi, si possono sviluppare gradatamente approcci all’apprendimento più cooperativi, situazioni in cui l’insegnante è insieme regista delle attività e coach di tutti gli alunni per fare in modo che l’impegno a casa avvenga su percorsi consigliati dall’insegnante, effettivamente gestibili dagli alunni, ma, soprattutto, liberamente scelti nel gruppo di pari secondo le necessità definite nel gruppo stesso e le possibilità che ciascun componente pensa di avere per dare il proprio contributo.

Per approfondire vedi l’articolo in formato esteso sul sito “EDUCATION 2.0”: “L’annosa questione dei compiti a casa

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

PewDiePie ha 25 anni, st3pNy qualcuno di meno. Twitch.tv e YouTube, i canali web, su cui entrambi sono star indiscusse, molti meno. Ma entrambi hanno milioni di spettatori che li seguono (tra cui moltissimi adolescenti), spettatori che guardano qualcuno videogiocare… e soprattutto commentare.

Funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta.  Ne parla Pietro Minto sul La Lettura del Corriere della Sera

VIDEOGIOCHI CON NOI? NO GUARDO

“LO svedese Felix Arvid Ulf Kjellberg ha 25 anni, ama i videogiochi ed è il tenutario del profilo YouTube più affollato al mondo, «PewDiePie», con poco meno di 35 milioni di iscritti nel momento in cui scriviamo. Nelle sue clip, la maggior parte delle quali si aggirano in media attorno ai dieci minuti, si riprende mentre gioca al computer: nella schermata principale c’è il gioco vero e proprio, in un riquadro in basso Felix, che sbaglia, impreca, scherza, grida e, video per video, diventa il nuovo guru nel mondo del gaming. Tanto che orale aziende produttrici fanno a gara a strappargli un giudizio positivo, ben sapendo che un suo blurb può cambiare le sorti commerciali di un titolo.

«PewDiePie» è una star del web che bene illustra un nuovo fenomeno legato all’industria dei videogiochi, un’industria che dal 2009 è più grande di quella di Hollywood e vale circa 100 miliardi di dollari: non esistono più solo giocatori attivi, ci sono anche spettatori.
C’è un ritornello in voga di questi tempi secondo cui «i videogiochi sono il nuovo cinema»: i prodotti più recenti sono incredibilmente sofisticati, propongono storie complesse e ben sceneggiate che permettono agli utenti di immergersi in una sfida avvincente. Il racconto, come ogni forma di storytelling, ha bisogno di un pubblico, e quel pubblico lo si è trovato sotto forma di milioni di persone che hanno scoperto una nuova forma di intrattenimento passivo.

Twitch.tv è un sito nato nel 2011 diventato in poco tempo la piattaforma per questa nuova forma di spettacolo: secondo gli ultimi dati a disposizione, il servizio attrae 45 milioni di utenti al mese per un totale di 13 miliardi di minuti di trasmissioni. Twitch funziona in modo molto semplice, permettendo a chiunque di mandare in onda la propria partita in diretta, trasformandosi così in una  nuova Eldorado per molti giocatori, che qui sono diventati autentiche star. Anche l’interfaccia è basilare: in primo piano il gioco, in un quadrante il primo piano del giocatore e in basso a destra lo spazio per i commenti in tempo reale dove si scherza o ci si azzuffa. Grazie al suo potere Twitch è finito in una battaglia tra colossi di internet che ha visto Google e Amazon scontrarsi per la sua proprietà, un confronto concluso con la cessione del servizio ad Amazon per 970 milioni di dollari.

Si tratta di una variante casalinga degli eSports — i tornei di videogame che in Corea del Sud da tempo hanno enorme seguito e hanno creato veri idoli «sportivi» — dove non esistono né arene né stadi, anzi si stimola una visione solitaria e casalinga del gioco.

Secondo Marco Olivari di Progaming Italia, società con sede a Bolzano che gestisce tornei di videogiochi, esistono «due categorie di persone che guardano partite altrui ai videogame: quelli che non hanno tempo o voglia d’allenarsi a giochi spesso complicati, e quindi decidono di osservare la cosa dall’esterno fatta a livelli altissimi; e quelli che ormai, anche per l’età, non ci provano nemmeno più ma rimangono interessati alle nuove uscite». Esiste poi la funzione pubblicitaria del fenomeno, per cui Twitch viene usato per capire se valga la pena comprare un certo titolo. Flavio Pintarelli è uno scrittore e saggista che a febbraio ha organizzato un ciclo di conferenze sul videogaming ed è uno spettatore appassionato da tempo, anche perché ha sempre meno tempo a disposizione per giocare: «Un modo per recuperare — ha spiegato a “la Lettura” — è guardare video e commentare su YouTube. È divertente, a suo modo, e nostalgico: ad esempio mi piace guardare video di vecchi giochi a cui giocavo da piccolo e che magari non ho mai finito».

Esiste una differenza di stile tra le riprese di Twitch e i video caricati su You- Tube: il primo si basa sulla diretta (e quindi sulla spontaneità), mentre il secondo prevede un montaggio e un lavoro di post-produzione che fa la differenza (è il caso del citato «PewDiePie» e delle divertenti sovraimpressioni con cui riempie le sue clip). In entrambi i casi è la regolarità dell’autore a premiare, la sua professionalità e dedizione nel riprendersi mentre gioca a titoli vecchi e nuovi.

Tra gli italiani a dominare su Twitch c’è per esempio «st3pNy», giovane gamer autore di una 24 ore di gioco. È anche così, nota Olivari, che ci si fa un nome e si convince il pubblico ad abbandonare il joystick e mettersi a guardare. A molti potrà sembrare strana l’esistenza degli spettatori di videogiochi. In realtà è un prodotto inevitabile in una cultura così diffusa e stratificata, popolata da milioni di persone che hanno vissuto anni tra Pc e console, partendo da Super Mario Bros. e finendo con GTA o The Last Of Us, creando un background comune che unisce tutto il mondo. Ecco quindi svelato il mistero delle persone che guardano altri giocare a titoli come Pro Evolution Soccer, famosissimo videogame calcistico: l’eccellenza dei giocatori, veri maestri del settore in grado di trasformare una partita in bel gioco, e della grafica, in grado di farci dimenticare che «è solamente un gioco». Molto meglio di certe partite della serie B italiana, e costa pure meno.”
Pietro Minto

http://lettura.corriere.it/videogiochi-con-noi-no-guardo/

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza

 

Adolescenti, alcol e droga. Il semplice accostamento di questi tre termini esprime tutta la drammaticità di un’emergenza sociale che coinvolge, in particolare, i tanti genitori alle prese con figli in quell’età «ingrata» in cui, ormai non più bambini, cercano faticosamente di costruirsi una propria identità ma, nel farlo, scelgono strade sbagliate. Federico Tonioni, esperto di dipendenze, ci guida in un percorso che ha un duplice obiettivo: farci conoscere meglio la natura e gli effetti delle sostanze di cui i nostri figli potrebbero abusare (cannabinoidi, cocaina, ecstasy, ma anche alcol, troppo spesso sottovalutato nella nostra cultura perché «legale»), spiegando quale sia il loro ruolo nella vita degli adolescenti, e sdrammatizzare paure che talvolta si rivelano eccessive, ridimensionando la gravità di alcuni fenomeni come lo spinello «occasionale» o la «prima volta». Affrontando gli interrogativi che tutti i genitori si pongono – esistono droghe leggere? mio figlio si droga? bere un bicchierino di vodka in più è davvero così grave? –, l’autore ci insegna a riconoscere i segnali che devono allarmare e, nel contempo, a riflettere sul nostro compito di genitori, che dovrebbe continuamente rinnovarsi: i nostri ragazzi crescono, e anche noi siamo chiamati a crescere insieme a loro, concedendo sempre maggiori spazi di autonomia e di privacy senza però smettere mai di amare e di vigilare. La conclusione è un rassicurante ma fermo invito rivolto a tutti: quando si parla di droga, è giusto porsi tante domande, è invece sbagliato voler trovare a ogni costo delle risposte. E comunque, pensare di limitarsi a imporre la propria volontà, ricorrendo a ricatti e minacce, è perfettamente inutile, anzi ha il solo risultato di aumentare la distanza tra noi e i nostri figli, mentre la nostra prima preoccupazione dovrebbe essere quella di non perdere mai, ai loro occhi, la credibilità come adulti autorevoli, presenti e comprensivi.

Federico Tonioni, Gli adolescenti, l’alcol, le droghe. Come evitare ai nostri figli di cadere nella dipendenza,

Milano, Mondadori, 2015

Federico Tonioni è ricercatore universitario per il settore scientifico-disciplinare di psichiatria che afferisce all’Istituto di Psichiatria e Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e in qualità di dirigente medico presso il Day Hospital di Psichiatria e Tossicodipendenze del Policlinico Gemelli. È inoltre coordinatore dell’Ambulatorio Internet Addiction Disorders del Policlinico Gemelli, un tipo di ambulatorio d’avanguardia a livello europeo e mondiale.
Per Einaudi ha pubblicato Quando internet diventa una droga (2012)

Università di Padova: quasi l’80% dei giovani fra i 18 e i 20 anni frequenta abitualmente siti porno

TRA LE CONSEGUENZE la riduzione del desiderio e una abitudine che si configura sempre più spesso come una vera e propria dipendenza . I dati dell’Università di Padova sono pubblicati oggi nell’edizione online di Repubblica “(…) il 78% dei giovani è un fruitore abituale di siti pornografici anche se le modalità di collegamento variano da qualche volta al mese (29%) a più volte a settimana (63%), ogni giorno o più volte al giorno (8%), con una permanenza nei siti in media di 20-30 minuti. Sono questi i risultati diffusi dal gruppo di ricerca coordinato dal Prof. Carlo Foresta. Ricercatori che da oltre dieci anni studiano gli effetti delle frequentazioni dei siti pornografici da parte dei giovani di età compresa tra 18-20 anni. I risultati di questo studio sono stati recentemente pubblicati sulla rivista americana International Journal of Adolescent Medicin Health.

Gli intervistati dichiarano che la frequentazione di questi siti diventava spesso un abitudine e il 10% dei frequentatori considera l’abitudine come dipendenza. Da questi studi è emerso che i comportamenti sessuali dei giovani che frequentano i siti pornografici, per più volte alla settimana, risulta essere compromesso nel 25% dei casi. Le patologie della sessualità che emergono con maggiore frequenza nei frequentatori dei siti a sfondo sessuale, sono una importante riduzione del desiderio (16%), un aumento delle eiaculazioni precoci (4%).

Il gruppo di studio dell’Università di Padova, ha disegnato in questa nuova analisi, l’identikit del giovane che frequenta i siti pornografici in internet. In collaborazione con la Fondazione Foresta Onlus, dall’analisi dei dati emerge che rispetto al 2004 è fortemente incrementata la frequentazione dei siti porno da parte dei giovani, raggiungendo una percentuale di circa il 70 % di coloro che si collegano più volte a settimana, fino ad ogni giorno, con permanenza di questi siti di oltre trenta minuti a collegamento. Analizzando l’identikit dei giovani che frequentano con più assiduità i siti, risulta che i maggiori frequentatori, sono i figli unici, con nuclei familiari impiegati in attività lavorative, pertanto con lunghi periodi di solitudine domestica. I giovani che frequentano maggiormente internet risultano essere più frequentemente fumatori (55% dei frequentatori rispetto al 40% per i non frequentatori).

Per quanto riguarda la sessualità reale, la frequenza dei collegamenti ai siti pornografici, allontana significativamente questi giovani dalle esperienze reali ma contemporanea riduce l’abitudine alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse. Tutte queste motivazioni sono alla base del dibattito promosso dalla Fondazione Foresta Onlus che si terrà mercoledì 6 maggio dalle ore 18 al Centro Culturale San Gaetano, Via Altinate, Padova con la partecipazione di Carlo Foresta, andrologo, Emmanuele Jannini, sessuologo, Luciano Gamberini, psicologo, Francesca Ferrari, giornalista e Gip delle Iene.”

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/05/04/news/porno_su_internet_una_ricerca_disegna_l_identikit_dell_addicted-113515795/?ref=HRLV-9

La collezione web curata dai teenager

PALAZZO GRASSI TEENS è un sito in cui i contenuti sono scelti, discussi e mediati dagli adolescenti, con un approccio peer to peer, coinvolgendo le scuole

L’ ULTIMO progetto promosso della François Pinault Collection di Venezia si chiama “Palazzo Grassi Teens”. E’ un website in cui i contenuti, accessibili tramite queries per artista o per tema, sono scelti, discussi e mediati dai teenagers, con un approccio peer-to-peer. «Il nostro interesse per questo target di pubblico è nato nel 2011, quando abbiamo partecipato a un progetto internazionale della Tate, Turbine Generation» racconta Marina Rotondo, responsabile Servizi educativi. «Attraverso il progetto, rivolto a scuole medie e superiori, abbiamo capito il valore del lavoro svolto con gli adolescenti, l’importanza strategica di questi visitatori e il ritardo dei musei italiani nei loro confronti. Da lì abbiamo cominciato a seguire l’attività di molte altre istituzioni, in particolare i programmi guidati da Mike Murawski al Portland Art Museum, da Silvia Filippini Fantoni all’Indianapolis Museum of Art e da Chelsea Emily Kelly al Milwaukee Art Museum. Abbiamo anche cominciato a seguire conferenze e incontri internazionali (MuseumNext, Museums and the Web, Museum Ideas, Meet the Media Guru, Giffoni Film Festival…), a conoscere colleghi di altri musei, e abbiamo scoperto altre ottime pratiche, per esempio, l’attivita di coinvolgimento diretto del pubblico svolta dal Derby Museum Trust a Derby, nel Suffolk».

Il lavoro per “Palazzo Grassi Teens” ha preso il via nel settembre 2014. Ha impegnato 220 ragazzi (dieci classi), venti insegnanti, quattro tutor (di cui un videomaker), tre staff members per progettazione/coordinamento, due graphic designer, due sviluppatori. La sfida: «Essere autenticamente digitali, accessibili da qualsiasi luogo in qualsiasi momento, alzare l’asticella dell’ambizione, passando da singole esposizioni temporanee all’intera collezione Pinault presentata negli spazi espositivi a Venezia, costruire una content library della nostra collezione fondata sul punto di vista dei teenagers». Gli adolescenti, cui fa riferimento il team di Palazzo Grassi, sono gli adolescenti fotografati da Michele Serra negli “Sdraiati”. «Ragazzi, cui apparentemente non interessa granché di quello che dicono gli adulti, genitori, insegnanti, guide museali» prosegue Marina Rotondo. «Quello che conta per loro è soprattutto l’opinione dei coetanei, la condivisione e l’interazione». Sia nel mondo fisico, sia in quello digitale.

La strategia di coinvolgimento messa a punto dal team della Pinault Collection è un mix tra i due: «La nostra convinzione che è tramite l’incontro fisico che l’arte esercita il suo fascino invincibile e la sua capacità di trasformare cose e persone».  Prima di “Palazzo Grassi Teens”, Pinault Collection ha rilasciato “Detto tra noi”, un’app dedicata alla mostra “Prima Materia”, una videoguida dei ragazzi per i ragazzi. «A decidere cosa dire e come dirlo sono stati i teenegers: attraverso video, immagini, poesie, brevi testi, animazioni, interviste, parlano di Duchamp e di Mickey Mouse, di Tupac Shakur e di Italo Calvino, di Black Power e di Minimalismo, di Star Wars, Pasolini, Emily Dickinson. Individuano i motivi alla base di ogni opera in mostra e li ricollegano alla propria vita. Imparano che di ombre hanno parlato Dante e Masaccio prima di Loris Gréaud. Constatano che il teschio è apparso nelle danze macabre medievali prima che nelle vetrine di Sherrie Levine. Grazie a David Hammons scoprono Tommie Smith che alza il pugno alle Olimpiadi di Città del Messico e tramite l’Arte Povera ricercano gli slogan urlati dagli studenti nel ‘68, argomenti per cui a scuola o a casa spesso non c’è spazio, accaduti in un passato troppo recente per essere considerato Storia». Il goal? Un nuovo pubblico. Nelle sale espositive, sul web. Ma non solo. «Attraverso l’innovazione il museo migliora la propria reputazione come luogo di scoperta ma anche di accoglienza e inclusione».

Susanna Legrenzi. NOVA Il Sole 24ore

http://nova.ilsole24ore.com/esperienze/la-collezione-web-curata-dai-teenager

Il preservativo femminile

SI parla sempre di più di sessualità sicura, sia per ovviare al fenomeno in aumento tra le giovanissime di gravidanze indesiderate, sia per prevenire il contagio di malattie sessualmente trasmissibile, purtroppo ancora diffuso.
Sul mercato ci sono molti tipi di contraccettivi che possono soddisfare le esigenze di tutti, seppure con dei limiti dovuti al tipo di precauzione, alle modalità di utilizzo e, in alcuni casi, agli effetti collaterali.
Eppure ci sono dei metodi poco conosciuti, soprattutto in Italia, che potrebbero interessare giovani e adulti di cui ancora se ne parla poco o quasi per niente.
Uno tra tanti è il profilattico femminile o femidom, pensate che è stato approvato dalla Food and Drug Administration nel 1993. Il femidom di prima generazione era realizzato in materiale poliuretano, mentre quello di seconda generazione è creato da un derivato del lattice (il nitrile).
Si compone di tre parti: due anelli flessibili uniti insieme da una guaina di circa 17 cm; uno dei due anelli è ermeticamente chiuso all’estremità. Va usato una sola volta e può essere inserito in vagina anche alcune ore prima del rapporto, aspetto molto importante visto che interrompere il rapporto per inserire il preservativo crea imbarazzo e fastidio, a tal punto che molti, presi dal pathos del momento, decidono di non utilizzarlo. Inoltre, alla fine del rapporto non è necessario estrarlo subito.
L’anello interno (ermeticamente chiuso) va sospinto profondamente in vagina: questo si posizionerà naturalmente dietro l’osso pubico L’anello esterno – nell’estremità opposta – rimane aperto al di fuori della vagina, coprendo in parte i genitali. In questo modo, l’uomo può introdurre il pene in erezione nella vagina da quest’apertura.
Questo tipo di profilattico, rispetto a quello maschile, è più resistente al calore e all’umidità, quindi è più facile conservarlo evitando il rischio di rottura durante il rapporto. Inoltre, assicura una maggiore sensibilità all’uomo durante il rapporto e per alcune coppie, aumenta il piacere sessuale grazie alla presenza dell’anello interno, che stimola i genitali di entrambi i partner.
In ultimo, ma non per importanza, garantisce alla donna la possibilità di proteggersi da malattie sessualmente trasmissibili senza dover dipendere dal partner, (soprattutto se si hanno rapporti occasionali), che spesso si trova sprovvisto di preservativo o non vuole utilizzarlo.
Come sempre ci sono dei limiti: potrebbe rompersi, l’attrito durante il rapporto provoca un fruscio per alcuni fastidioso, ci vuole un po’ di esercizio per la donna prima di riuscire a metterlo adeguatamente, per alcuni uomini la vista dell’anello posto esternamente potrebbe ridurre la libido, etc…
Ma nonostante i limiti possiamo affermare che i vantaggi lo rendono un contraccettivo davvero utile, ma allora, perché se ne parla così poco e le donne non lo utilizzano?
È possibile che si tratti ancora di una resistenza culturale, ad ogni modo ovvierebbe alla difficoltà che hanno molte donne di utilizzare contraccettivi ormonali e sarebbe un ulteriore passo verso l’indipendenza, la libertà e l’autonomia della donna

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Telefono Azzurro: Periscope, non lasciamo bambini e adolescenti in balia della rete

L’Associazione interroga le istituzioni competenti sui rischi che la nuova App di Twitter comporta per i più piccoli.

Le istituzioni e le autorità competenti, a livello nazionale ed europeo, devono opportunamente regolamentare l’utilizzo di Periscope, la nuova App gratuita di Twitter che consente il live streaming attraverso smartphone. A lanciare l’appello è Telefono Azzurro.
Periscope, se usato correttamente, è uno strumento dalle enormi potenzialità, ad esempio nel campo della cultura, del giornalismo o dell’intrattenimento. Non possiamo però, spiega Telefono Azzurro nascondere i rischi che può comportare per bambini e adolescenti l’utilizzo indiscriminato dello streaming video, diffuso on line in tempo reale. Si stanno moltiplicando infatti le segnalazioni di giovanissimi ripresi a loro insaputa nelle aule di scuola, per strada e in altri luoghi pubblici da coetanei o da adulti, nella quasi totalità dei casi senza alcuna autorizzazione, calpestando così ogni diritto alla propria privacy.

Telefono Azzurro fa anche notare che Periscope, abbattendo la distanza temporale tra le realizzazione di un video e la sua diffusione, lascia intravvedere anche un suo rischioso utilizzo per atti di cyberbullismo. Le vittime dei bulli sono infatti esposte a umiliazioni in diretta, senza filtro, davanti agli occhi di un pubblico potenzialmente illimitato che può commentare e insultare senza alcun rischio. È necessario trovare al più presto, attraverso la collaborazione propositiva di associazioni, istituzioni e aziende, soluzioni nuove che possano conciliare il più possibile la libertà d’espressione con i diritti inviolabili delle persone, in particolare quelli dei più piccoli e dei più indifesi.

Per questo motivo Telefono Azzurro chiede a Twitter uno sforzo maggiore per tutelare tutti i ragazzini che possono iscriversi e usare sia il social, sia la App. In particolare, chiede a Twitter una maggiore chiarezza sulla policy e su ciò che ne costituisce una violazione e al Garante per la protezione dei dati personali di vigilare sui diritti dei soggetti più deboli.

Ai genitori chiede, invece, una maggiore responsabilità: essi hanno infatti il compito-dovere di informarsi su questi strumenti e di educare i propri figli a un uso attento e rispettoso della rete, anche attraverso il proprio esempio. Non lasciamo i ragazzi da soli con uno strumento che non possono essere in grado di gestire, anche se cattura la loro attenzione e accende la loro curiosità.

http://www.vita.it/it/article/2015/04/23/telefono-azzurro-periscope-non-lasciamo-bambini-e-adolescenti-in-balia/132906/

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