Sulla recente proposta dell’obbligo del congedo dal lavoro di 15 giorni per i padri  la sociologa Saraceno pone il problema della sostenibilità economica per le famiglie, e la necessita di fondi adeguati per sostenere i congedi parentali

“L’idea che sarebbe opportuno coinvolgere di più i padri nella cura dei figli fin dalla nascita incontra ancora molte resistenze nel nostro Paese. Come è emerso da un’indagine Istat del 2012, anche se la maggioranza della popolazione ritiene che una madre lavoratrice sia una madre altrettanto buona di una casalinga, e che i padri dovrebbero essere più coinvolti nella cura ed educazione dei figli, infatti, la maggioranza degli uomini e una sostanziosa minoranza di donne ritiene che sia il marito-padre a dover provvedere ai bisogni economici della famiglia, di fatto anche sacrificando la propria presenza in famiglia.
Non stupisce, quindi, che siano le madri e non i padri a prendere il congedo parentale (quando ne hanno diritto), nonostante la legge italiana preveda che nessuno dei due genitori possa prendere più di sei dei dieci mesi complessivi disponibili (in aggiunta ai cinque della maternità) e che quindi la maggioranza dei bambini fruisca nei primi anni di vita di un “tempo-genitore” inferiore a quello teoricamente disponibile. Non stupisce neppure che una madre lavoratrice su cinque lasci il lavoro entro i primi due anni di vita del figlio, costretta dai contratti di lavoro flessibili o a tutele crescenti e dalla mancanza di servizi (e di collaborazione consistente in famiglia).
È in questo contesto che si inserisce la proposta avanzata prima dalle giornaliste del Corriere della sera e poi dal presidente dell’Inps Boeri: portare da due a quindici i giorni di paternità obbligatoria. Una buona proposta.
Ma mentre condivido l’argomentazione favorevole di un ascoltatore radiofonico che ha fatto notare come esista il congedo matrimoniale di quindici giorni mentre poco o nulla è previsto per un passaggio ben più importante nella vita di un individuo e di una coppia: la nascita di un figlio. Mi convincono meno sia le argomentazioni (anche di Boeri) di chi sostiene che in questo modo gli uomini diverrebbero più simili alle donne, agli occhi delle aziende, dal punto di vista del costo,
sia quelle che propongono questo congedo come garanzia di una presenza sistematica dei padri lungo tutto il periodo della crescita.
Sulla prima argomentazione, osservo che porre la questione dell’uguaglianza in termini di costo, di svantaggio, rischia di spostare la discriminazione sui genitori nel loro complesso. Ed è anche poco realistica, visto che parliamo di quindici giorni a fronte dei cinque mesi per la maternità: una differenza di trattamento è necessaria, visto che, almeno finora, sono le madri ad essere incinte e a partorire. Quanto alla seconda argomentazione, certo più accattivante, segnalo che i padri diventano capaci di accudimento e se ne assumono autonomamente, ancorché collaborativamente, la responsabilità più facilmente se ne fanno l’esperienza quotidiana e per un tempo abbastanza lungo da soli, in assenza (diurna) della madre. Perciò, se si vogliono davvero incoraggiare i padri ad essere più presenti, occorre lavorare sul congedo genitoriale, che, per altro, già oggi, se volessero, potrebbero prendere alla nascita del figlio, senza aspettare che la madre esaurisca il congedo di maternità. In particolare, tutti gli studi comparativi mostrano che non basta che ci sia, come in Italia, una quota riservata e neppure un premio (un mese in più). Se il congedo è pagato poco (30% dello stipendio i primi sei mesi) o non pagato affatto (i quattro mesi successivi), è difficile che i padri (ed anche molte madri) lo prendano. Certo, c’è un problema di finanziamento. Ma vale la pena di valutare quali siano le misure più efficaci su cui investire non solo la propria capacità di pressione sociale, ma i fondi che già ora vengono dispersi in mille rivoli.”
Per una genitorialità condivisa,non basta qualche giorno di congedo in più di Chiara Saraceno* Rubrica Genitori e figli – Left 12 /11/2016