La preadolescenza è l’età del cambiamento o “eta dello tsunami” e per questo spesso gli educatori si possono trovare disorientati di fronte all’educazione dei ragazzi. L’obiettivo dell’intervento educativo è favorire un equilibrio, rimettendo in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia consapevole per superare i momenti di difficoltà.

Come ci si può comportare? Non sono più bambini, ma non sono ancora adolescenti. Il consiglio di Alberto Pellai – medico, ricercatore all’Università degli Studi di Milano e psicoterapeuta dell’età evolutiva – è quello di partire da una riflessione:

«Qual è stata l’ultima volta che avete affidato a un ragazzo un compito nuovo, che per lui rappresentava una sfida? Come se l’è cavata? In questa delicata fase il preadolescente si trasforma: da cucciolo da proteggere si trasforma in ragazzo sempre più autonomo» e quindi gli adulti – insegnanti e genitori – devono affrontare i propri figli senza lasciarsi travolgere da atteggiamenti educativi lassisti, discontinui o troppo permissivi, che convincerebbero il ragazzo che nella vita ha diritto a tutto, senza alcuna conseguenza.

In aggiunta, lo sviluppo dei ragazzi e delle ragazze di oggi, il più delle volte, non si compie in maniera organica. Come il corpo del preadolescente cresce in maniera disarmonica ed è soggetto a ritardi e anticipi, così l’intera crescita del ragazzo avviene in maniera scompensata: mentre alcune dimensioni dello sviluppo sono anticipate, altre sono posticipate, non si evolvono in modo sincronico – ossia in contemporanea le une con le altre -, ma si stabilisce una disparità (asincronia) tra alcuni aspetti dello sviluppo. In particolare: mentre lo sviluppo fisico e quello sessuale nella società di oggi sono sempre più precoci, quello sociale e quello cognitivo sono posticipati rispetto ai primi.

Secondo le neuroscienze, ha senso parlare di percorso verso la maturità durante la preadolescenza, una conquista che si fonda su profonde trasformazioni del Sistema Nervoso Centrale con un preponderante sbilanciamento della parte emotiva del cervello rispetto a quella cognitiva. È davvero una questione scientifica: il cervello è in mutazione e l’equilibrio si raggiunge dopo qualche anno. Il “cervello che pensa” (cognitivo) è molto più immaturo del “cervello che sente” (emotivo). Per questo le azioni dei preadolescenti sono fortemente orientate alla ricerca di emozioni forti e intense. Il cervello emotivo usa infatti il suo “potere” nel funzionamento intrapsichico del giovanissimo per dirigerlo verso i propri obiettivi. Quindi, niente di anomalo se il ragazzo preadolescente esplode in comportamenti rabbiosi: è la parte emotiva a prevalere. Il compito degli adulti – come sottolinea Pellai – dovrà essere quello di bilanciare questo dissidio. L’obiettivo dell’intervento educativo è infatti quello di rimettere in contatto il cervello che “sente” con il cervello che “pensa” ed elaborare una strategia “consapevole” per superare i momenti di difficoltà. «Gli adulti devono imparare a gestire la rabbia, ascoltare, regolare, obbligare, motivare, ma anche coccolare, spronare, discutere e soprattutto imparare a dire di no».