Per un periodo della mia vita ho creduto che i peli crescessero solo durante la notte e che il petting fosse un’invenzione delle lettere a Top Girl. Ma non ho mai pensato di risolvere il rischio di gravidanza proveniente da un rapporto non protetto facendomi un bagno caldo—senza per questo considerarmi particolarmente sveglia.

di Flavia Guidi pubblicato su www.vice.it

A quanto emerge da una recente indagine della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) invece, se mi fossi affidata a questo metodo non rappresenterei un’eccezione, ma solo una delle tante giovani donne italiane che basano la loro educazione sessuale su informazioni ottenute in maniera piuttosto casuale, principalmente da internet o dagli amici.

“Si tratta di un problema trasversale, che colpisce il Nord come il Sud: l’Italia, quando si tratta di sesso, è il regno della disinformazione, delle bufale,” mi spiega il dottor Marco Rossi, Presidente dell’Associazione Italiana di Sessuologia ed Educazione Sessuale. “I ragazzi hanno informazioni sulla sessualità che derivano prevalentemente dei propri coetanei, e che i loro coetanei prendono da internet, senza gli strumenti per discernere il falso dal vero. Le bufale, sul campo sessuale, si sviluppano per questo.”

Ciò che mi ha portato a contattare un sessuologo è la sopracitata ricerca della SIGO presentata a Milano, quella che, a partire da uno studio internazionale condotto in 12 Paesi su oltre 5.900 donne d’età compresa tra i 20 e i 30 anni (di cui 500 italiane), indaga sulla disinformazione delle giovani in materia di sesso.

Secondo l’indagine più del 20 percento del campione italiano ha appreso su internet “informazioni false o non esatte sulla sessualità,” e il 56 percento non conoscerebbe la posizione esatta della vagina. Se uniti ai dati di una precedente indagine SIGO—che nel 2013 aveva rilevato come, nelle italiane tra i 14 e i 25 anni, il 42 percento delle donne non utilizzi nessun metodo durante il primo rapporto, e più del 60 percento di chi assume la pillola non usi il preservativo nei rapporti occasionali—la situazione non è esattamente confortante.

Secondo il dottor Rossi—ma anche secondo gli altri esperti che commentano questo tipo di dati da anni, e in buona parte secondo il senso comune—a portare l’Italia in fondo alla classifica è principalmente una cosa: “Non si fa educazione sessuale. L’educazione sessuale, che principalmente dovrebbe essere svolta nelle scuole, non si fa perché in Italia si vuole ancora evitare di affrontare questo tema. Oltre a essere all’ultimo posto nella prevenzione sessuale sia di gravidanze che di malattie sessualmente trasmesse, siamo all’ultimo posto nell’educazione sessuale.”

Sebbene con pochissime eccezioni quali Italia, Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e Regno Unito—dove però la situazione sembra destinata a cambiare a breve—l’educazione sessuale è obbligatoria in tutta Europa, e parte integrante del curriculum scolastico ai vari livelli dell’istruzione.

In Italia, nonostante il discorso torni a ogni riforma della scuola, non esiste ancora una chiara normativa a riguardo. Le poche eccezioni per cui qualche studente si è trovato ad affrontare qualche ora di educazione sessuale alle scuole medie o alle scuole superiori, mi spiega Rossi, “si devono all’iniziativa locale di qualche dirigente scolastico o qualche consultorio, ma non a ordini ministeriali.”

Anche oggi, solo di fronte alla parola educazione sessuale c’è il rischio di scatenare l’isteria di massa—come nel caso del “dibattito sul gender”, i cui principali animatori fanno risalire la questione a un opuscolo OMS del 2010 in cui la Comunità Europea si proponeva di porre degli standard sull’educazione sessuale scolastica degli stati membri.

“Il fatto che l’Italia sia così arretrata su temi come diritti gay, o anche che si parli della teoria gender, che è partita dai genitori, non da ragazzi […] è parte dell’assoluta mancanza di educazione degli italiani, che non riescono a parlare della sessualità in modo maturo,” mi dice Rossi.

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