Genitori che faticano a diventare adulti, figli che faticano a crescere. È la famiglia adolescente. Nessuno vuole emanciparsi, nessuno sembra volerlo davvero, perché la famiglia adolescente ha natura vischiosa e il distacco è molto più complesso che nel passato. Si mangia tutti assieme, insieme si guarda la tv. I nostri figli ci seguono quando viaggiamo, quando si va fuori con gli amici. Discutiamo di fronte a loro di quasi ogni argomento e, talvolta, li coinvolgiamo nei nostri contrasti coniugali. Condividiamo con loro i modi di vestire, i gusti, i comportamenti. Li difendiamo con i professori, parliamo con loro delle prime esperienze amorose e sessuali.
A prima vista sembra una condizione ideale. Ma siamo proprio sicuri che sia così?

Intwervista allo psicoanalista Massimo Ammanniti in occasione dell’uscita da Laterza del suo libro “La Famiglia Adolescente” e pubblicata sul Il Post Libri http://www.ilpost.it/

«L’adolescenza è una ‘malattia’ normale. Il problema riguarda piuttosto gli adulti e la società: se sono abbastanza sani da poterla sopportare». Qualunque genitore dovrebbe imparare a memoria la massima dello psicoanalista inglese Donald Winnicott, perché quando parliamo di «famiglia adolescente» è soprattutto ai genitori che bisogna guardare. Quando i nostri figli diventano adolescenti, l’effetto è ambivalente: siamo felici di vederli crescere, ma allo stesso tempo abbiamo paura di non riuscire a fornire loro tutto il sostegno di cui hanno bisogno. Abbiamo paura che possano prendere una strada indesiderata e pericolosa.
L’adolescenza non è il semplice passaggio dall’incantevole meraviglia del bambino alla rassicurante indipendenza dell’adulto, come vorremmo che fosse. Di certo non lo è mentre la si vive. La sottrazione dell’intimità, fisica ancor prima che comunicativa, ci disorienta. Giorno dopo giorno, fatichiamo sempre di più a capire quello che passa per la mente dei nostri figli, anche perché sono molto abili a evitare ogni confronto e a ritirarsi nella propria stanza, magari appendendo sulla porta il cartello «Non disturbare!». E così, quando a noi genitori la sera capita di trovarci nel silenzio della camera da letto, continuiamo a pensare a loro. «Perché è ancora fuori?». «Aveva detto che sarebbe ritornato a casa presto!». «Se continua a non studiare, che cosa succederà a scuola?». «Perché è diventata così cupa?». «Ha problemi con i suoi amici?». Nostro figlio e nostra figlia diventano un puro mistero ai nostri occhi, che non riescono più a leggere dentro i loro.
E finiamo per comportarci come amanti traditi, ci scopriamo a rovistare nello zaino dei nostri figli, a origliare qualche telefonata dietro la porta della loro stanza, rigorosamente chiusa a marcare il territorio, a carpire qualche sms agli amici, a entrare sotto falso nome nella loro pagina Facebook. Escamotage, ingenui e indiscreti, che testimoniano il nostro smarrimento di fronte a figli che non siamo più sicuri di saper comprendere, di cui non riusciamo a controllare i sentimenti, a lenire i dolori, a prevenire gli errori che, per la prima volta, stanno compiendo in autonomia.
Ricordo una coppia di genitori che si rivolse a me per affrontare il caso di una figlia che, dopo essere stata una bambina modello, capace di ripagare tutti gli sforzi della famiglia, era diventata intrattabile. Compiuti i tredici anni, aveva iniziato a passare intere giornate ascoltando gli One Direction con le amiche, parlando in continuazione di un ragazzo del gruppo, Niall, che sognava di sposare. Una vera e propria ossessione. I genitori, due funzionari pubblici entrambi oltre i cinquant’anni, all’improvviso non erano più in grado di comunicare con lei. E quando la band sbarcò in Italia per un concerto a Torino, Olga si mise in testa di andare ad ascoltarli, a tutti i costi, nonostante la contrarietà dei genitori: «Hai solo tredici anni, come fai ad andare a Torino? Dove pensi di dormire? E poi con chi?». La ferma ostinazione di Olga mise i genitori con le spalle al muro. Mettendo i genitori l’uno contro l’altro, la minaccia della figlia di scappare di casa fu risolutiva: la madre decisa a impedire la trasferta, il padre disposto a trattare. Nonostante la madre non smettesse di rimproverare al marito di avere una reazione debole di fronte al comportamento ostinato della figlia, fu la seconda la linea vincente. Il padre finì per accompagnare la figlia a Torino, con il preciso accordo di aspettarla in albergo.
La storia di Olga è solo una delle tante storie che ci raccontano come l’ingresso dei figli nell’adolescenza getti scompiglio tra gli stessi coniugi. Ciascuno di loro sperimenta singolarmente l’inedito rifiuto del figlio e cerca di scaricare sul partner la propria impotenza. Eccole, allora, le accuse: «Sei troppo debole». «Sei tu che gli permetti di essere come è», oppure «Ma perché sei così ottuso e non capisci come si sente?». Insomma, capita di non sentirsi sostenuti dall’altro in un momento di così grande timore e smarrimento, e la vita familiare viene messa inevitabilmente a dura prova.
Queste dinamiche, tuttavia, non sono certo nuove. E allora? Dove sta il fatto nuovo? Che cos’è cambiato per i genitori di un figlio adolescente?
Parafrasando la battuta di Curt Valentin, il futuro dei nuovi cinquantenni non è più quello di una volta. A cinquant’anni tutto sembra poter ancora cambiare, persino la famiglia, che – come abbiamo detto – non è più un’entità data una volta per tutte. Persino l’identità personale non è più concepita in modo rigido: è qualcosa che, sì, porta i segni delle scelte passate, ma è ancora aperta a metamorfosi future. I cinquantenni di oggi sentono di avere ancora una parte della vita da giocarsi pienamente. Il senso delle possibilità offerte dalla vita, tipico della giovinezza, resta spiccato. Ed ecco che, in qualche modo strambo, genitori e figli si trovano a vivere una vita parallela. Diversamente giovani e adolescenti entrambi. E così, anche quando hanno dei figli, i cinquantenni attuali non si sentono più soltanto genitori, ma persone con davanti una vita piena di opportunità che possono coinvolgerli a tutto tondo. Insomma, genitori, sì, ma genitori «moderni».
Le ricerche più recenti nel campo della neurobiologia forniscono evidenza scientifica a questa condizione. Hanno dimostrato, infatti, che a quest’età il nostro cervello non subisce l’involuzione che un tempo si pensava, ma va incontro ad un’ulteriore crescita. L’aumento della mielina, l’involucro lipidico che avvolge le fibre nervose, stimola un atteggiamento più riflessivo. Un atteggiamento che però non si traduce più in una tranquilla e saggia rielaborazione del nostro passato, come accade quando ci si sente alla fine del gioco e non ci resta altro che guardare indietro e rimpiangere quello che siamo o non siamo stati.
Dunque, la prima trasformazione si misura sull’autopercezione dei genitori. Che ha come conseguenza che, almeno psicologicamente, la figura uomo/padre e donna/madre coincidano solo in parte, seppure per una parte importante; in altri termini, pur essendo importante il ruolo di genitore, si ricerca una realizzazione personale come uomo o donna.
La seconda trasformazione, alla prima collegata poiché ha sempre a che fare con la convinzione, o piuttosto la rigidità, con cui si interpreta il proprio ruolo, è il senso di insicurezza che ci invade nel rapporto con i nostri figli. E un ruolo importante qui gioca l’età avanzata in cui si hanno i figli. Si era abituati a pensare che, con il passare degli anni, la percezione di sé si stabilizza e ci libera dalle influenze e dal ricatto del giudizio altrui. Il che equivale a pensare che i genitori adulti sono più in grado di affrontare le critiche e i rimproveri dei figli, non facendosi condizionare e tantomeno ferire. Ma non è così, o almeno non più. Perché, a dispetto delle intenzioni, dell’entusiasmo, della vitalità, avere cinquant’anni non è la stessa cosa che averne venti in meno. Quando si è più giovani, si affronta la genitorialità con maggiore naturalezza e con un certo grado di spensieratezza, mentre quando gli anni passano, paradossalmente, ci si interroga di più sull’educazione dei figli e si ha più bisogno di rassicurazioni: faccio bene, faccio male…
Nelle famiglie adolescenti, insomma, il tasso di insicurezza è fortemente aumentato. Anche perché gli ultimi decenni hanno via via smantellato i modelli educativi di riferimento. E in una contemporaneità segnata dall’assenza sia dell’etica del dovere sia della società patriarcale, i genitori crescono i propri figli senza potere – e soprattutto volere –, poggiando come avveniva in passato su una tradizione indiscussa e indiscutibile.
Ecco che allora noi genitori, insicuri, in crisi d’identità, cerchiamo conforto nei nostri figli per le scelte che li riguardano. Non sono rimasti soli a sentire il bisogno dell’approvazione familiare. Il rapporto genitori-figli ha cambiato completamente di segno. Non sono più soltanto i figli ad aver bisogno della legittimazione dei genitori, ma sono anche i genitori che hanno bisogno delle conferme dei figli. A differenza che in passato, noi genitori ci immedesimiamo malamente nel nostro ruolo. È come se il riconoscimento e il valore stesso del ruolo genitoriale dipendessero in misura importante dall’approvazione filiale. E questo provoca un rapporto talvolta rovesciato: alimentiamo, nei casi più complicati, un rapporto di sudditanza nei confronti dei nostri figli.
continua su IlPostLibri http://www.ilpost.it/2015/11/23/la-famiglia-adolescente/

Clicca su "Accetto" per consentire l'utilizzo dei cookie. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi