Il più famoso gioco di movimento e di gruppo: perché adesso rinasce

«Chi è fuori è fuori, chi è dentro dentro». Una frase esclamata a voce alta e risoluta, un mantra rituale e scanzonato. Un avviso. Un ultimatum. Il segno che non si scherza più: la sfida ha pubblicamente inizio, un «uno contro tutti» per andare a esplorare territori altrui, cercando di non lasciar sguarnito il proprio. Eccolo il nascondino: il gioco per eccellenza. Aperto ad un numero illimitato di concorrenti, senza necessità di un campo prestabilito, con poche regole immediatamente assimilabili e condivise: l’eterna sfida tra il celarsi e il cercarsi, il brivido del perlustratore e la speranza del farla franca, il fiuto del predatore e l’istinto di sopravvivenza della preda. «È un gioco che ci accompagna per tutta la vita, che nelle sue mille sfumature non si abbandona mai: un avvicinamento a emozioni forti e intense, un allenamento a gestire dimensioni che incontreremo spesso nel corso dell’esistenza come la solitudine, la fuga e il buio».

La tana, la conta, il «libera tutti»: ingredienti fondamentali della crescita e della conoscenza, come spiega Antonio Di Pietro, pedagogista ludico, referente nazionale del Cemea (Centri di Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva). «Quando un gruppo di bambini si trova in un posto nuovo quasi sempre scocca l’ora nascondino: diventa il modo per prendere confidenza con l’ambiente, scrutare il territorio. Può essere un campeggio o una casa, un luogo di vacanza o una piazza: il gioco permette di entrare in contatto leggero e profondo con il territorio, di diventare padroni di quello spazio». Un palo, un albero, una colonna e un muro: quella è la tana, chiamata anche casa, bomba o toppa. Lì, il prescelto, deve contare a voce alta: solitamente il numero dei concorrenti moltiplicato per dieci, il tempo necessario per dare a tutti la possibilità di rifugiarsi. E poi via, parte la caccia: l’obiettivo è scovare gli amici, gridare il nome e correre verso la tana, prima che lo faccia la persona scoperta. O, nella variante del rimpiattino è necessario anche toccare l’avversario. Il primo ad essere acchiappato diventa il cercatore nel turno successivo, a patto che l’ultimo rimasto in gara non trionfi al grido di “Tana libera tutti”.

«L’aspetto paradossale è che ora sia difficilissimo da praticare perché mancano i posti dove nascondersi – aggiunge Di Pietro -. Nelle scuole, nei giardini pubblici, nelle piazze moderne sono sempre meno gli anfratti. Insegnanti e genitori hanno la necessità di avere tutto a vista, e quindi i bambini non sanno più dove eclissarsi e sono costretti ad inventarsi i modi più strani per giocare. Il loro bisogno di nascondersi si scontra con l’ansia da controllo degli adulti». Citato dallo scrittore greco Giulio Polluce già nel II secolo d.c. con il nome di «apodidraskinda», il «gioco della fuga», a nascondino nel XVII secolo si giocava tra i nobili nelle corti di Italia, Francia e Spagna: una sorta di «ti vedo, non ti vedo» che rappresentava una delle poche forme di corteggiamento consentito ai giovani dell’epoca. Oggi c’è chi lo vorrebbe anche alle Olimpiadi, come il giapponese Yasuo Hazaki, professore alla Nippon Sport Science University, che con malcelato disappunto ci ha comunicato il recente categorico rifiuto incassato dal Comitato organizzatore di Tokyo 2020. Per gli appassionati l’appuntamento è invece per il 3 e 4 settembre a Consonno, ex Paese dei Balocchi in provincia di Lecco, devo si svolgerà la VII edizione del Campionato del Mondo di Nascondino: 64 squadra in gara, che si contenderanno l’ambita «Foglia di Fico d’Oro». Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro: a qualsiasi età.

Federico Taddia  -La Stampa.it