di Antonio D’Orrico, La Lettura
Si può raccontare la storia della ballerina Isadora Duncan tacendo la sua formidabile morte? No, se si ignora com’è morta, non si capisce com’era Isadora Duncan. È come leggere un giallo saltando la fine, una fine così spettacolare da illuminare retrospettivamente l’intera esistenza. Per motivi imperscrutabili, alla voce «Isadora Duncan» delle Storie della buonanotte per bambine ribelli numero 2 (ma bastava e avanzava il numero uno) non si fa cenno alle circostanze (bizzarre, rocambolesche e terribilmente sfigate) della dipartita della celebre danzatrice. Furono proprio quelle circostanze, divenute leggendarie, a dettare a Gertrude Stein il miglior epitaffio mai scritto di Isadora. Disse severamente Gertrude quando seppe com’era morta la danseuse: « Affectations can be dangerous ». L’affettazione può fare male. È importante (addirittura vitale) che le bambine ribelli, ma anche le ubbidienti, sappiano come e perché se ne andò all’altro mondo Isadora Duncan. Una nozione che non deve mancare nel loro kit formativo. Non farglielo sapere è quasi un comportamento criminale. Perché Cavallo&Favilli hanno omesso l’informazione? Forse ritengono che sia un modo di morire lesivo della loro idea di femminilità (in genere e di Isadora in particolare)? Lasciarci la pelle in quella maniera non la rende un’eroina degna delle bambine ribelli, non è abbastanza e-di-fican-te? E forse per gli stessi motivi alla voce «Marina Abramovic» (brutta come il più brutto dei comunicati stampa) non hanno raccontato la bellissima scena accaduta al quattordicesimo compleanno dell’artista. Suo padre le consegnò un sacchetto e le disse: «È una pistola da borsetta per quando andrai all’opera». Nessuno mi toglie dalla testa che in quel preciso momento Marina Abramovic diventò Marina Abramovic. Anche questo non rientra nei canoni del femminilmente corretto di Cavallo&Favilli? Per scrivere un libro di storie c’è una maniera soltanto: bisogna saperle raccontare. Buonanotte.

 

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