All’indomani dell’uccisione dei genitori da parte del figlio adolescente e dell’amico con un piano premeditato vi proponiamo una sintesi di alcuni contributi  apparsi sui quotidiani nazionali attraverso i quali gli esperti riflettono sulla condizione esistenziale in cui si trovano oggi tanti giovani, persi in un mondo ormai privo di punti di riferimento e di regole, spesso abbandonati a loro stessi, quasi sempre incapaci di proiettarsi nel futuro.

Lo psicologo Massimo Recalcati ha evidenziato il rapporto (inesistente) con il senso di  colpa: “nel delitto di Codigoro non emerge nessuna esperienza autentica della colpa. La fredda frivolezza con la quale vengono messi a morte i genitori non sembra avere più alcun rapporto con il senso della tragedia. Il figlio che, con la complicità di un amico reclutato a pagamento, ha macchinato il delitto, non mostra, infatti, al termine degli interrogatori, alcun segno di pentimento…egli ha ucciso semplicemente per coltivare l’illusione di una vita facile e spensierata – letteralmente: senza pensiero . La violenza furiosa che rende impossibile ogni parola si configura così come il suo strumento più immediato: per raggiungere l’obbiettivo di una libertà spensierata bisogna eliminare fisicamente l’insopportabile presenza dei propri genitori e delle loro prediche”.

La filosofa Michela Marzano ha scritto che è necessario “ripensare i rapporti che esistono oggi tra giovani e adulti, e chiedersi se i veri problemi ce li abbiano gli adolescenti – che sono certamente sempre più incapaci di distinguere il mondo reale da quello virtuale; che sembrano un po’ tutti alla ricerca di senso; che manifestano sempre più spesso segni di malessere, facendo del male agli altri e a loro stessi – oppure gli adulti – forse non più in grado di insegnare ai ragazzi che la vita, in fondo, è il risultato delle scelte che si fanno giorno dopo giorno”.

Nell’analisi del giornalista Antonio Polito gli adolescenti spesso ce l’hanno con i genitori, con la generazione incapace di garantire loro un livello accettabile di benessere, ma soprattutto sconfitta spesso nella  trasmissione di  valori. “I ragazzi vivono così in un mondo in cui le cose che contano sono diverse da quelle che contano per i genitori e nessun rifiuto, nessun limite, nessun no che venga detto in famiglia trova una sua legittimazione nel mondo di fuori”.

Vogliamo quindi richiamare il pensiero del pedagogista Daniele Novara che  in “Punire non serve a nulla” (Bur Rizzoli) ha scritto: “ Sostenere l’educazione dei figli vuol dire (piuttosto) conoscerne le fasi di sviluppo, accettarne la naturale immaturità, saper individuare le loro risorse, vedere il bicchiere mezzo pieno, essere rigorosi senza mai diventare mortificanti”.

A suo avviso ai protagonisti di questo ultimo delitto “è mancata una vera educazione che contempli regole ben costruite e un’adeguata formazione socio relazionale che abbia saputo aiutarli nella capacità di litigare bene. Saper affrontare i conflitti rappresenta la competenza prioritaria per le nuove generazioni, quella padronanza relazionale che permette alle persone di vivere le divergenze, le contrarietà, i dissapori reciproci non come una funesta minaccia da sanare col sangue ma come normali episodi della vita di tutti i giorni”.

Mettere in dubbio il tipo di educazione che stiamo dando ai nostri figli è  il primo passo per cominciare a scrivere un personale e familiare “libretto di istruzioni” con regole condivise.

 

  • Marco

    Buongiorno, leggo il vs. articolo R come Regole, punire non serve a nulla … me lo riprometto tutte le volte, mi sembra però di essere entrato in un vortice, con il risultato come dite che mio figlio comunica sempre meno con un calo del rendimento a scuola e discussioni continue. Mia moglie ed io ne abbiamo e ne stiamo provando di tutte, ma sinceramente non riusciamo a trovare la chiave di volta, forse siamo troppo esigenti troppo presenti (soffocanti come dice lui), essendo l’unico figlio a cui dedichiamo la maggior parte del tempo e in funzione delle sue attività e interessi organizziamo ogni momento. Qualche giorno fa l’ultima lite dopo aver saputo settimane dopo di un 5 a matematica, lui che non risponde mia moglie che piange chiedendogli i motivi di non averne parlato e io che lo rimprovero dicendogli che come da lui richiesto gli abbiamo dato fiducia in questi mesi non standogli addosso e questi sono i risultati.
    Siamo confusi, diamo la colpa a quel telefono che ormai sembra essere diventato l’estensione della sua mano, o forse dal non averlo responsabilizzato nel tempo, o forse un mix dei due.
    Questa sera andrò a prenderlo al termine del corso di teatro, cosa dire, cosa fare

  • Buonasera, in effetti non è facile essere genitori di un figlio adolescente…quel figlio che fino a qualche tempo fa sembrava quasi pendere dalle nostre labbra si allontana da noi, parla linguaggi quasi incomprensibili, fa cose che non riusciamo a capire e a spiegarci.

    Crescere purtroppo significa anche cercare di differenziarsi da noi e questa differenziazione a volte sembra prendere direzioni che non comprendiamo e che ci fanno preoccupare e soffrire…tutto questo per dire che sento molto la sua sofferenza come genitore e come padre. Forse la cosa migliore da fare è cercare di capire come mai vi ha nascosto quel 5 in matematica, forse se ne vergognava, forse aveva paura di una punizione, forse aveva paura di deludervi.. o forse, solo vostro figlio vi potrebbe spiegare il perché.

    Potrebbe essere utile parlare con lui in un momento di tranquillità e cercare di fargli capire cosa provate e la vostra preoccupazione perlui. Potreste anche provare a scrivergli un messaggio per provare a diventare parte di quel cellulare che sembra il prolungamento della sua mano… per provare a parlare linguaggi simili, avvicinandovi voi al suo mondo e chiedendo a lui di rimanere anche nel vostro…

    Federica Gamberale, psicoterapeuta, Genitori In Corso