La pizzata di fine anno con i compagni di scuola. Cui si aggiunge il saggio di musica, la partita di fine corso della squadra di calcio… Accompagnare i figli agli eventi di fine scuola , un tormentone che si ripete ogni anno .. I genitori devono sempre partecipare?

Vi proponiamo un articolo apparso su La Stampa in cui si propongono ” buone regole per evitare stress inutili e mettere d’accordo tutta la famiglia”

«L’affetto non si sviluppa con una performance: il saggio è una prova di un’abilità, non una prova d’amore. Si può essere un ottimo genitore anche saltando la recita di fine anno».

Sì, tiriamo un sospiro di sollievo: ai saggi di fine anno si può sopravvivere. Anche non andandoci! Parola di Luigi Ballerini, psicanalista e scrittore, vincitore del Premio Bancarellino 2015, con il libro «Io sono zero». Quattro figli e un lungo curriculum di presenze ai saggi alle spalle. «E pure di assenze. Senza drammi: in questi casi è fondamentale la chiarezza e il dialogo. E una premessa: non caricare di significati eccessivi queste esibizioni. Nessuno dei nostri figli è Mozart: crederlo, o farglielo, credere crea solo angoscia». Incubo. Tormento. Ultima fatica prima dell’arrivo delle vacanze.

Che sia di musica o di danza, di teatro o di nuoto sincronizzato non fa nulla: ogni scuola ha il suo appuntamento, ogni corso ha il suo show finale. Con un’ansia da prestazione che, con facce diverse, avvolge tutti gli attori di questa messa in scena: figli, genitori, docenti e istruttori vari. «Ai bambini piace essere guardati nel loro diventare capaci – spiega Ballerini -. Quando imparano ad andare in bicicletta chiedono subito di essere osservati. Non basta dirci da soli che siamo bravi, serve un riconoscimento, vogliamo che qualcun altro ce lo verbalizzi. Se il saggio aiuta a dimostrare cosa ho appreso e a trarre soddisfazione dal “bravo” detto dagli adulti di riferimento, siamo in una dinamica positiva. Quando, invece, la prestazione è un mezzo per dimostrare quello che valgo, perché questo è l’unica via praticabile per conquistare l’orgoglio dei genitori, la dinamica è scorretta. Esporre il figlio come un trofeo o provare vergogna in caso di errore fa diventare il saggio sinonimo di frustrazione e insicurezza».

Macchine parcheggiate in seconda e terza fila, appuntamenti saltati all’ultimo istante per sfrecciare (in ritardo) verso palestre scolastiche trasformate in improbabili teatrini, cellulari che suonano nel bel mezzo dell’«Inno alla gioia» faticosamente intonato da un quartetto di flauti, spartiti sgualciti usati per coprire lo smartphone con cui mandare mail di lavoro o continuare una riunione via Whatsapp. E poi lo sguardo, inconfondibile, dei papà che entrano di soppiatto in sala con tre domande stampate a caratteri cubitali in fronte: «Sono un po’ in ritardo: mio figlio si sarà già esibito? Se dopo l’esibizione di mio figlio me ne vado, pare brutto? Siamo sicuri che sia lo spettacolo di mio figlio o, come l’ultima volta, ho sbagliato classe?».

La stagione dei saggi non lascia scampo: arriva, travolge e se ne va. Come un monsone che spariglia agende, calendari, ritmi. Imperterrita, ciclica e inevitabile. «Se un genitore non può presentarsi all’appuntamento deve dirlo, spiegarlo, far capire al figlio che non è disinteresse il suo. Il genitore deve percepire quanto il figlio davvero ci tiene a quell’evento. In assoluta serenità. La mamma o il papà non sono cattivi, se non possono essere nel pubblico, proprio perché è “solo” un saggio, non la prova della vita. E l’assenza può diventare l’occasione per riscoprire il valore del racconto: meglio di una foto, meglio di un video. Le parole di un bambino che esternano una trama di azioni ed emozioni. Per narrare, e far rivivere, un proprio vissuto».

L’ultima raccomandazione, invece, riguarda il giudizio. «I ragazzi soffrono sia dell’eccesso di critica che dell’eccesso di elogio: se vengono sottolineati solo gli sbagli o le imprecisioni la prossima volta la paura prenderà il sopravvento su tutto il resto. I troppi elogi, e l’esagerazione di complimenti, generano invece fastidio e imbarazzo. Quasi una vergogna nei confronti delle proprie capacità».

La Stampa – autore Federico Taddia