Gli studiosi  parlano dei nuovi teen , i veri nativi digitali, nati  tra il 1996 e il 2010. A differenze dei  fratelli maggiori , i Millenials , cresciuti nella relativa pace e prosperità degli anni Novanta, la Gen Z ha mosso i primi passi nel post Undici Settembre del terrorismo e delle crisi economiche mondiali  . Risultato:  maggiore pragmaticità  e minore auto-indulgenza. vi proponiamo una interessante intervista apparsa su un quotidiano nazionale

ODIANO IL PRESSAPOCHISMO. Adorano la privacy e le regole. Sono immersi nella tecnologia, ma la considerano niente più che uno strumento. Sono pragmatici e scettici. Affilano i coltelli per il loro d i ritto al denaro, alla carriera, al benessere dei figli che vogliono avere. Hanno la faccia paffuta di Kayla Nevvman, la sedicenne nera di Chicago che si è vista “scippare” da Ariana Grande e Nicki Minaj le sue invenzioni di slang (baciate da 36 milioni di loop su Vine, app gratuita di video-sharing in “ripensamento” per scarso appeal pubblicitario). Kayla, diventata un’icona per i coetanei di colore, ha raccontato la sua storia per filo e per segno, studi compresi. Vuole diventare ostetrica: grazie, con i social ci so fare, ma penso al mio futuro. Un altro idolo supertech ha i lineamenti mediterranei del diciannovenne italiano Luca Todesco, hacker globale che fin dall’adolescenza si batte per la sicurezza informatica e la denuncia delle falle”. La Apple non ha potuto f are altro che ingraziarselo, e lo ha invitato a Cupertino come”cacciatore di bug. Eccoli i teen che stanno facendo invecchiare alla velocità della luce i Millennial della Generazione Y (i giovani adulti ormai più che ventenni). Eccoli, gli ossi duri del riscatto prossimo. Nel rispetto dell’ordine alfabetico, li chiamano Generazione Zeta: “‘burocraticamente” hanno tra i 5 e i 20 anni, ma i loro ambasciatori più interessanti sono i 14-15enni nati e cresciuti nel digitale, sotto le Torri Gemelle in fiamme e nel cono d’ombra di un’economia in subbuglio. E se i “Millennial hanno fatto le acrobazie per sembrare poveri ma belli (e innocenti ex bambini coccolati degli anni ’90), gli `’Zers” si accettano per quel che sono con lucidità: le nuove leve di un periodo di guerra, vaccinate contro la malattia subacuta del mondo evoluto. Che peraltro non hanno mai visto in salute. «Gli Zeta vogliono partecipare, esserci, competere. E. il cambio di passo si sente proprio nelle scuole superiori: là dove trovi, preparati per tempo, i figli delle famiglie attrezzate all’emergenza», racconta Graziella Mazzoli, sociologa della comunicazione d’impresa all’Università di Urbino Carlo Bo, nonché direttrice dell’Istituto per la formazione al giornalismo. «Questi adolescenti sono già predisposti a non aspettarsi nulla. Ad andarsele a cercare da soli, le tutele. Per dire, l’articolo 18 per loro non ha un significato logico Sono etici e disponibili a mettersi in gioco, ma non li devi mai menare per il naso. Perché sono sgamatissimi: non si fidano di nessuno, tanto meno della rete», continua Mazzolí, consapevole delle implicazioni anche politiche di questa generazione “glaciale” e forte (2 miliardi nel mondo; 60 milioni negli Usa, un milione in più dei Millennial: sul milione e mezzo in Italia; il 40% del mercato dei paesi sviluppati nel 2020).

Ma come: svezzati con lo smartphone e le pappine bio, e non si fidano del web ? Ride Mazzoli: «Per loro la rete è la rete Punto. Ne fanno un uso più ridotto dei cinquantenni. Non telefonano, niente tariffe flat, non vanno su Facebook e nemmeno sii Twitter, che ormai è un’agenzia di stampa. Le loro conversazioni, e sono conversazioni “vere”, le fanno su WhatsApp e Snapchat. Perché non costano. E qui si tocca il punto fondamentale del loro ragionare: ciò che non costa, é buono. Su questo non cederanno mai, e la cosa mi impensierisce. La gratuità li sta legando mani e piedi alle tech corporation».
Certo, ma la generazione alle porte è svelta e attenta alla reputazione. Sua e altrui. Mazzoli riflette sul facto che, parlando di “Zers” o di Centennial, o di Homeland Generation, le differenze di censo sono ormai più culturali che economiche. Grazie a loro andranno riformulate le categorie del privilegio e del degrado: oggi stanno economicamente `male sia le famiglie a basso livello di istruzione (dove i teen, allora, osano i media in modo invasivo e “vecchio’, sia quelle più acculturate, che ai figli stanno dando un educazione spartana ma ricca di libri, musica, senso della comunità, del risparmio, del sacrificio. Ed è nelle seconde che assisto a un simulacro di borghesia contemporanea. A un’ipotesi su dove e se scaturirà una nuova sfera pubblica, più coerente con l’economia che stiamo vivendo».
Non c’è solo la sociologia più sensibile a radiografare questi ragazzini che mettono un punto e vanno a capo della modernità. Saggi, risparmiatori («meno consumisti e attaccati al logo, si vestono in triodo grigio», aggiunge Mazzoli), incuriosiscono i potentati finanziari del pianeta: i quali, appena scansati come se niente fosse i raduni di Occupy Wall Street, cominciano a intravedere negli “Zers” un qualcosa che ricorda la gioventù uscita dagli anni 30-’40, la cosiddetta Generazione Silenziosa. Perché i piccini manifestano una rude sobrietà che li fa simili ai genitori dei Boomer: non bevono, non si drogano, non si lamentano, tanto è inutile, al mondo ci sono i vincitori e i vinti, meglio vincere. Le società di consulenza e i think thank internazionali, dalla Ketchum alla Goldman Sachs, al Pew Research Center, si spingono oltre nelle analogie: “Zeta la formica”, sgobbona com’è, non sa che farsene delle esperienze e delle narrazioni. Preferisce i risultati. Non se lo sogna neanche di salvare il mondo, ma, resa parsimoniosa e tollerante dal multiculturalismo, dalle povertà globali, dall’agnosticismo, dalla fluidità sessuale, s’è messa in testa di ricostruirlo daccapo. Sente dentro di sé l’etica del lavoro e lo spirito ímprenditoriale. E’ disponibile ad affrontare l’allungarsi dei tempi pensionistici e ad affiancare, con le dovute garanzie, le altre 4 generazioni su piazza (Veterans, Boomer, X-Gen, Millennial). In cambio pretende capi talentuosi e onesti, grandi aziende innovative, soldi “veri”, successo personale e non di facciata, flessibilità, una buona vita e qualcosa di simile a un posto fisso. Altrimenti la ‘ditta” se la fa su misura, correndo rischi oculati e realistici, e disseminando il mondo di tante Pmi, piccole medie imprese nuove di pacca. La rivista Forbes li ha già riconosciuti harbinger: precursori del cambiamento generale e di una frugale normalità. A noi ricordano un’Italia lontana e vicina: approfittiamone.

Zeta giovani formiche .L’ULTIMA LETTERA DELL’ALFABETO PER I NUOVI TEEN : smaliziati, concreti e risparmiatori. di Elisabetta Muritti D Repubblica 7 gennaio